Regala il Teatro a Brescia

A partire dal 1° dicembre e fino al 31 dicembre 2016 saranno in vendita alla biglietteria del Teatro Sociale di Brescia (Via Felice Cavallotti, 20) gli abbonamenti CARTA REGALO. Un regalo utile, innovativo, adatto a chi ama il teatro o a chi potrebbe scoprire, grazie a questo regalo, un mondo nuovo e affascinante.

L’abbonamento a 3 spettacoli comprende:

1 produzione del CTB Centro teatrale Bresciano

2 a scelta tra tutti gli spettacoli in cartellone ad eccezione de “IL MASCHIO INUTILE”. PREZZO UNICO 33,00

L’abbonamento a 2 spettacoli comprende:

1 produzione del CTB Centro Teatrale Bresciano

1 a scelta tra tutti gli spettacoli in cartellone ad eccezione de “IL MASCHIO INUTILE”. PREZZO UNICO 25,00

Le carte regalo sono in vendita ALLA BIGLIETTERIA DEL TEATRO SOCIALE, Via Felice Cavallotti, 20 a Brescia – tel. 030 2808600

biglietteria@centroteatralebresciano.it

SEDE PIAZZA LOGGIA Nuovo punto vendita nella sede del CTB in Piazza della Loggia, 6 – da martedì a venerdì dalle 10.00 alle 13.00 – Tel. 030 2928609 (esclusi sabato e festivi)

ON-LINE in tutti i punti vendita del circuito Vivaticket.it

LIBRERIA SERRA TARANTOLA Via F.lli Porcellaga, 4 – Brescia · Tel. 030290171 Orari: 9.15 – 12.15 /15.30 – 19.00 (lunedì mattina e domenica chiuso)

Silvia Vittoriano

Harry Potter in concerto

L’Orchestra Italiana del Cinema (O.I.C.) è lieta di annunciare in prima assoluta italiana il Cine-Concerto Harry Potter e la Pietra Filosofale che si terrà nei giorni 2, 3 e 4 dicembre 2016 presso l’Auditorium Conciliazione, Via della Conciliazione, 4 a Roma. L’evento, presentato da Marco Patrignani e Forum Music Village, con il sostegno di MIBACT e il patrocinio di British Embassy Rome, fa parte dellaHarry Potter Film Concert Series, un tour mondiale di Cine-concerti lanciato da CineConcerts e Warner Bros. Consumer Products a partire dallo scorso giugno e che ha già fatto registrare il sold-out all’Hollywood Bowl e in tutti i più importanti teatri in cui è stato annunciato. La formazione di oltre 80 musicisti, diretta da Justin Freer, eseguirà dal vivo la straordinaria colonna sonora di John Williams, in sincrono con le immagini, i dialoghi e gli effetti speciali dell’intero film proiettato su un grande schermo in alta definizione. I biglietti sono in vendita in tutti i punti vendita Ticketone, online sul sito http://www.ticketone.it e presso l’Auditorium Conciliazione di Roma.

Elisabetta Castiglioni

“La Grappa: tradizione di ieri, sfida di oggi, tesoro di domani”. L’intervento di Renato Hagman

“La Grappa: tradizione di ieri, sfida di oggi, tesoro di domani”

Brescia, 25 novembre 2016

Renato Hagman, Socio Fondatore di A.D.I.D.

e Governatore della Delegazione di Brescia

Gentili Signori e Gentili Signore, Autorità, Relatori, Ospiti di questo primo nostro Convegno.

Nel ringraziarvi a nome della Delegazione che rappresento, dell’Organizzazione e di A.D.I.D. tutta, è con una certa emozione che sono a ricordare l’importante anniversario dei quindici anni di fondazione dell’Associazione.

Un gruppo di amici, sommelier professionisti e non, addestrati dall’A.N.A.G., con la passione per lo studio, l’approfondimento e il perfezionamento dei distillati, ha creato una compagine che ho visto crescere e cercare sempre di trovare la strada migliore per sviluppare l’insegnamento e promuovere il bere consapevole.

Oggi, che sono nel nuovo Consiglio nazionale, vedo ancora passione e desiderio di proseguire sulla strada che abbiamo tracciato 15 anni fa, nel tentativo di formare sempre, per non lasciare alla moda del momento quel lungo lavoro di secoli che è la creazione di un distillato nel bicchiere.

Come degustatore tecnico in genere, formato a corsi e a panel di studio e di confronto su molti prodotti, so quanto tutto questo porti a sempre più qualità al bicchiere e al palato e sempre più sapere da trasmettere alle nuove generazioni, come consapevolezza di essere depositari di una e più tradizioni che rappresentano i nostri padri, i secoli di storia che ci hanno preceduto.

La grappa di cui parliamo oggi è il pilastro della nostra Associazione che ha saputo più volte rivalutarla e cercare di spiegarla anche a chi ha dimostrato di saperne già tutto.

Per noi degustatori è sempre difficile parlare di grappa. Si vanno a toccare corde emotive profonde: la grappa del nonno, quella fatta con le ciliegie, con il vino poco buono, con le vinacce ormai senza corpo perché troppo stressate e sfruttate. Insomma, una vasta serie di preconcetti, di credenze e anche di pregiudizi che ci faticano le lezioni o le degustazioni.

Negli ultimi anni, con le degustazioni e i pasteggi organizzati dalla Delegazione che rappresento, abbiamo più volte sottolineato come sdoganare la grappa risciacquino del caffè, oppure abbiamo proposto abbinamenti della grappa con il cibo: dalla carne al pesce ai salumi alla pizza, sempre con ottimi risultati. Eppure le credenze faticano a scomparire.

Si accetta bene il rum, il cognac, il whisky, ma la grappa…

È sempre percepita come un alcolico di serie B, ad andare bene.

Addirittura non è un distillato, è “quella roba lì” che serve un po’ per digerire, un po’ per correggere il caffè appunto, che fa venire il mal di testa e il mal di stomaco, ma si deve bere per farsi vedere che non si è “donnette”.

Intanto sottolineiamo la realtà provata che le donne sono le migliori degustatrici, quindi sfatiamo il discorso del dimostrare una virilità bevendo, male, trangugiando un bicchierino di qualcosa che non si neanche bene cosa sia.

Poi ribadiamo che lo spessore di una persona lo si dimostra dalla sua capacità di sapere che tutto ciò che si introduce nel proprio organismo ha un valore, permette all’organismo di funzionare bene oppure lo danneggia, costringendolo a lunghi processi digestivi nel tentativo di eliminare quelle tossine che possono essere state ingerite anche bevendo il famoso “grappino”. Che è sempre un “grappino” per intendere il bicchierino di fine pasto, pazienza se è un brandy o un cognac o un Porto.

Superare la diffidenza, le credenze, è difficile e l’unico modo è stupire, incantare e convincere.

Ben lo sanno i nostri produttori che dedicano passione e tempo a perfezionare i loro prodotti, rispettando tradizione e disciplinari, ma formandosi all’arte del mastro distillatore che è un concentrato di sapienza. Senza la quale si perde il contatto con la natura che ci dà i prodotti primari e il cui rispetto è fondamentale per poter ottenere sempre più un messaggio di quanto si può sempre ricavare dando alla natura, alla terra, al vitigno, amore e rispetto.

Il nostro lavoro associativo, volto soprattutto alla formazione, deve ottenere pertanto la fiducia di coloro che ci incontrano, affinché sappiano che siamo depositari non solo delle tecniche, quanto della trasmissione di quelle sensazioni che la grappa può dare.

Il percorso sensoriale, infatti, è sempre più fondamentale, sempre più ricercato e sempre più un metodo valido per avvicinare le persone all’arte di “ascoltare” i propri sensi, imparare a fidarsene, cercare di sapere assaporare ciò che si mette in bocca, iniziando a capire che il cibo e le bevande sono anche una scoperta di sé e dell’immenso e affascinante mondo dello studio e della produzione di filiera, non soltanto un riempirsi la pancia e via, come spesso siamo costretti a fare, almeno in gran parte della nostra giornata.

A.D.I.D. non svezza al bere i neofiti, quanto spiega e insegna cosa si beve.

Il senso di questo convegno è sia sottolineare il nostro impegno formativo e teorico, sia lanciare un messaggio agli addetti del settore.

L’esperienza della Delegazione in tema di proporre i distillati, la grappa soprattutto, non a fine pasto, aiutati anche dalla paura (che adesso sta comunque sempre più diminuendo) di perdere i punti della patente, ha ottenuto ottimi risultati, ma molto c’è ancora da fare soprattutto tra gli addetti della ristorazione e dei bar.

La disinformazione di molti gestori soprattutto dei bar è alta. Non tutti hanno alle spalle una formazione, oppure, e parlo da capo barman, pensano che la stessa sia finita e completa dopo avere superato un corso.

Invece, la formazione deve essere continua e non deve rimanere un attestato da appendere al muro. Ogni attestato è l’inizio di un percorso che si fa sempre più affascinante quanto più lo si continua.

E, tasto dolente, si deve tradurre nella volontà di diventare tramiti di qualità.

Non si può pensare di fare solo soldi. Si deve pensare a vendere qualità.

Se il cliente chiede il caffè corretto, non è che A.D.I.D. sconsiglia di venderglielo, ma propone di iniziare a fare capire che il valore aggiunto è la grappa servita a parte, ad esempio.

Sapere e dire che c’è la “grappa” del bottiglione con un bel cappello da alpino che riporta su un’etichetta illeggibile “prodotto a base di grappa”, magari per l’1per cento su un restante di alcol etilico, non tossico ma di certo non di qualità (e io sono un alpino, per cui mi sento offeso quando si usa il nostro glorioso cappello su un’etichetta di un liquido che di grappa non ha proprio niente), e ci sono le grappe serie, buone al palato, capaci di sprigionare sensazioni piacevoli. Non bruciano lo stomaco, non creano il cerchio alla testa: se ne beve una quantità minore, ma di qualità, con il piacere di certo decuplicato.

Si parla solo di bere? Assolutamente no. La formazione è volta a partire dalle sensazioni olfattive, con la capacità di discernere sempre più, suggerendo di prestare maggiore attenzione a quanto ci circonda, fatto di odori e sensazioni correlate. Poi invitiamo ad osservare, anche ad osservare i luoghi di provenienza, così come le etichette, i posti di conservazione e le modalità di servizio, fondamentali per avere il meglio da ogni distillato.

La scuola di A.D.I.D. è quindi un continuo suggerimento a conoscersi, scegliere i propri prodotti e il proprio “stile”, mi permetto di definirlo così, nel selezionare e nello scegliere i distillati.

Noi spesso suggeriamo gli abbinamenti con i cibi, i fingher food, gli aperitivi, modo per incuriosire, sì, ma incuriosire alla ricerca del buono e dell’alta qualità italiana.

L’Italia che ha la grappa, l’acqua di vita, nelle sue tradizioni, fatte di gente umile, dimenticata, che aveva quell’unica ricchezza di una boccetta di vetro con il prezioso nettare, a volte l’unica medicina a disposizione.

In fondo, è a quella gente che mi sento di dedicare A.D.I.D. e il convegno odierno, perché sono tutte persone anonime, delle quali non è rimasto nient’altro che ciò che sono riusciti a trasmetterci e che noi di A.D.I.D., nel nostro piccolo, cerchiamo di omaggiare servendo la qualità e la passione nella nostra attività associativo-professionale.

Ringraziandovi ancora per essere con noi a festeggiare questo importante compleanno, vi ricordo che domani inaugureremo il Museo del Distillato, segno della presenza A.D.I.D. a Brescia che le ha dato i natali.

Successo per il convegno A.D.I.D. a Brescia

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Il convegno: “La Grappa: tradizione di ieri, sfida di oggi, tesoro di domani” tenutosi a Brescia ieri, 25 novembre, organizzato da A.D.I.D. Brescia con l’egida di A.D.I.D. nazionale, ha avuto pieno successo. Già apprezzato per il concetto e l’organizzazione, con la partecipazione di tutti i relatori, alcuni dei quali giunti a Brescia malgrado le pessime condizioni del tempo, e soprattutto delle strade, a causa di esondazioni di fiumi, è stato dimostrato come l’Associazione Degustatori di Distillati sappia catalizzare intorno a sé chi è disposto a fare squadra. Questo, in sintesi, anche l’intervento dell’Assessore di Regione Lombardia Mauro Parolini, che ha sottolineato come le istituzioni debbano ascoltare le esigenze del territorio ed essere capaci di convergerle affinché un ambito tragga aiuto e beneficio all’altro, restituendoglielo. Lavorando in team appunto.

I distillatori operano al meglio e questo rende alla natura almeno una parte di quanto la natura stessa dà all’uomo; ciò porta un forte beneficio al territorio in termini di lavoro, di possibilità di sviluppo turistico, di attrattiva del territorio stesso per la sua offerta complessiva. Pertanto l’intervento puntuale ed esaustivo dell’Assessore ha proprio sottolineato un ambito e un politica regionali che, in piccolo ma laboriosamente, è quanto la Delegazione di Brescia di A.D.I.D fa da alcuni anni, grazie soprattutto al Governatore Renato Hagman, perché l’Associazione non sia soltanto un veicolo di degustazioni gratuite di distillati o un promoter aziendale, ma compia veramente il suo lavoro associativo, proponendo ai soci cultura, approfondimento, professionalizzazione che parte sì da una passione, ma che deve cercare di istruirsi per trasmettere quei valori che la bottiglia stessa del distillato, e della grappa in questo caso, racchiude.

Durante il convegno, due emozionanti momenti: la consegna del riconoscimento ai soci fondatori e della targa alle Delegazioni A.D.I.D. per commemorare i quindici anni della fondazione.

sam_4002Altrettanto interessante l’intervento dell’assessore comunale alla Sicurezza Valter Mucchetti che ha sottolineato come il lavoro comunale in favore delle buone prassi, soprattutto dei giovani in questo caso ma non solo, non sia in dissonanza con l’attività di A.D.I.D.: entrambe sono volte al bere consapevole, se si beve, per fare comprendere come si possa apprezzare un prodotto buono, di qualità preferibilmente, senza per questo causare danni a sé e al prossimo. L’impegno ad istruire in questo senso, che il Comune dimostrava proprio nella tarda mattinata dello stesso giorno con un corso a studenti, non è volto a moralizzare comportamenti, ma a far sì che un piacere non diventi un problemi sociale come si vede spesso, purtroppo. L’apprezzamento dell’amministrazione comunale per l’attività cittadina di A.D.I.D. è stato dimostrato anche con la concessione del patrocinio all’iniziativa e avendo messo a disposizione lo splendido palazzo Martinengo Delle Palle, sede centrale e bellissima per un convegno che meritava attenzione istituzionale e non solo.

Presenti i rappresentanti della Camera di Commercio di Brescia (che ha patrocinato l’evento), di A2A, di Arthob, del Vescovo di Brescia, delle scuole d’indirizzo alberghiero cittadine. Presenti gli studenti del corso per Addetti di Sala e Bar e alcuni docenti dell’Agenzia Formativa “don Angelo Tedoldi” di Lumezzane, sia come fruitori del convegno che, alcuni di loro, per il servizio alla pausa caffè che ha visto partner il caffè Agust, Gandola e Pasticceria Camera.

(segue)

 

Con Ivo Compagnoni “La Grappa diventa arte”

sam_4024Inaugurata a Brescia la mostra di Ivo Compagnoni “La Grappa diventa arte” alla presenza dell’assessore regionale allo Sviluppo Economico Mauro Parolini, di A.D.I.D. rappresentata da Alessia Biasiolo, Renato Hagman, Bruno Gobbi, Fioravante Buttignol, Franco Nobili, con le riprese di Brixia Channel. Tra i molti presenti, l’ingegnere Masserdotti di A2A, Antonio D’Azzeo della Camera di Commercio di Brescia, don Claudio in rappresentanza del Vescovo di Brescia, gli studenti dell’Agenzia Formativa “don Angelo Tedoldi” di Lumezzane ai quali l’artista ha spiegato la sua tecnica pittorica.

Giunta ad una tappa ancor più interessante, proprio la tecnica di Ivo Compagnoni attira l’attenzione per i molti materiali di riuso che campeggiano sulle sue tele, fatte di materia che rappresenta un umano di sempre maggiore spessore. sam_4031

In questo caso, il ciclo di quadri realizzati ha come argomento la Grappa, regina dei distillati Made in Italy. Non manca l’omaggio ad A.D.I.D. e al suo percorso di insegnamento e di degustazione, immortalato tra versi dedicati alla grappa e sniffer, con l’ambiente che non è mai secondario. Bedizzole, il campo, la trattoria storica, la natura che incontra l’uomo e si intreccia a lui in un connubio che diventa arte nel bicchiere o sulla tela. Una tela che ferma le emozioni della degustazione dei sensi, che sa essere traghettatrice di una tradizione antica e moderna di cui molto si è parlato nel convegno che ha fatto da cornice alla mostra di Compagnoni.

Una cornice a quadri che non l’hanno, perché il momento fermato dall’Artista non si ferma in realtà del tutto, ma lascia lo spazio per immaginare un prima e un domani, sapendo che il serpente del quale Ivo ha utilizzato la pelle la muterà ancora e che lo sguardo del fruitore deve andare bene al di là di un confine artificiale.

La mostra resterà aperta da lunedì 28 novembre fino a venerdì 2 dicembre dalle 9 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 18 ad ingresso libero nel bellissimo spazio concesso dal Comune di Brescia.

 

“La Grappa diventa arte”, Ivo Compagnoni

Brescia, Palazzo Martinengo Delle Palle, Via San Martino della Battaglia 18

 

La Grappa diventa arte

Nell’ambito del convegno “La Grappa: tradizione di ieri, sfida di oggi, tesoro di domani” che si terrà a Brescia il prossimo 25 novembre dalle ore 9 alle ore 12.30 (palazzo Martinengo Delle Palle, Via San Martino della Battaglia 18), verrà inaugurata la mostra di Ivo Compagnoni “La Grappa diventa arte”. Tra le opere realizzate appositamente dall’artista per questa mostra, spicca un quadro regalato ad A.D.I.D. Brescia, che verrà esposto nel Museo del Distillato che la Delegazione bresciana dell’Associazione ha realizzato.

Mostra D'IVO

“La dimensione artistica di Ivo Compagnoni si misura dallo spessore del suo tessuto strutturale, la trama dell’immaginario che porta alla realizzazione delle sue opere. Oscillanti tra la stilizzazione pittorica e un’originale costruzione scultorea, le opere di Ivo Compagnoni si differenziano da altre produzioni contemporanee per la strutturazione onirica che sta alla base del disegno su tela, quello che poi viene operativamente sviluppato sul quadro finito. Sulla tela, o su ogni altro supporto tecnico, anche per le opere di sintesi scultorea, si nota la traccia precisa di un disegno mentale che travalica il detto e il vissuto, per accaparrarsi di pezzetti di vita fissati sul supporto a mo’ di appunto, ma anche di ritaglio sul quale trovare una giustificazione esistenziale, un percorso a questo nostro contemporaneo incedere. Attraverso gli anni, passando dal figurativo puro ad un astrattismo personalizzato tanto da diventare artistico appieno, senza tralasciare tracce di cubismo, dadaismo e di divisionismo in alcune pieghe del suo discorso, per poi diventare post contemporaneo nell’utilizzo di materiali di riciclo e di recupero, poveri soltanto per il normale intendere, Ivo rimane carico di emozioni e di storie da raccontare, con un sorriso che emerge dal profondo. E infonde nella tela colore, immagini, sguardi.

I pertugi sono indagati e mai giudicati, il cammino segnato con precisione che si affina opera dopo opera; eppure non c’è senso di superiorità, non c’è prevaricazione, e nemmeno senso di educazione imposta all’osservatore.

Chi appende al proprio muro un’opera di Compagnoni, infatti, si appropria esattamente di una parte di sé appresa grazie all’artista, all’arte che diventa sempre più pulita e sicura, con modalità tanto più scarne quanto più sono articolate le ricerche che le sottendono. Il pittore diventa padrone del pennello, l’artista è un tutt’uno con la sinopia e il lavoro finito è la fine di un grande regalo al tempo presente.

Ivo Compagnoni fotografa il reale come pochi e lo rimanda ricco di una luce intrinseca dalla quale abbiamo davvero molto da imparare”.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

La verità nei sonagli di un berretto

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Andrà in scena ancora oggi pomeriggio, alle ore 15.30, al Teatro Sociale di Brescia, “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, adattato da Valter Malosti per il Teatro di Dioniso e con il sostegno del Sistema Teatro di Torino. Una delle commedie più amate del genio di Girgenti e, ancora una volta, la commedia sulla verità e la convenienza o meno di dirla. Perché chi dice la verità viene passato per pazzo, legato, rinchiuso, come il matto più matto della città e di tutti i tempi. La verità deve restare nascosta, conosciuta da tutti eppure negata, edulcorata, semplificata come si fa con i bambini quando si deve spiegare loro un concetto da grandi. Ecco in scena, anche regista, Valter Malosti stesso nel ruolo di Ciampa, il fedele servitore dedito al suo padrone che, per l’interpretazione di Malosti, non è il succube arrendevole alla tragicità dei fatti, bensì colui che si ribella e che mette in atto una sua personale guerra alle convenzioni, interpretando il reale con il metro del suo adattamento. Scritta in dialetto siciliano, la commedia “A birritta ccu ‘i ciancianeddi” viene recitata ancora nella commedia del Teatro di Dioniso in siciliano, per lasciarle la musicalità e la tragicità comica che il dialetto rende vividamente. Bravissima Roberta Caronia nella parte della moglie tradita che, è vero, assolutamente ed eccessivamente gelosa, crede alle parole della malvagia pettegola del paese, e ordisce una trama per smascherare l’adultero. La tresca è con la moglie di Ciampa, bella, giovane, ma rozza, popolana e ben segregata in casa da Ciampa stesso. Il quale si comporta da bravo marito, chiude casa bene a chiave con tanto di catenaccio e se, come gli viene fatto notare, lascia aperta la comoda finestra, beh, questo le convenzioni non lo prevedono. Si dice di chiudere dentro casa a chiave la moglie e tanto fa, indifferente al fatto che tutto il paese chiacchiera sulle corna che la moglie gli mette proprio con il suo padrone il quale, tra l’altro, ha le chiavi del catenaccio.

3_berretto_a_sonagli_caronia_malosti_ph_le_peraRecitato originariamente da Angelo Musco, attore di grande successo, il testo in dialetto siciliano originario di Pirandello, del 1916, non fu mai pubblicato, fino alla versione ritrovata nel 1965 e pubblicata solo nel 1988. Di grande successo attuale, molto applaudita al Teatro Sociale di Brescia con ripetute uscite degli attori, la commedia assume tinte fosche, grottesche e spassosissime quando si incontrano il Delegato, che si deve preoccupare di redigere il verbale necessario all’arresto del traditore e della sua amante; la madre di questa, il fratello, la serva e lei stessa, ben presto in preda ad una crisi isterica. Infatti, il marito è stato arrestato quasi in flagranza di reato, ma le fanno tutti notare che non avrebbe dovuto creare lo scandalo che l’avrebbe liberata dall’ossessione di essere tradita, le avrebbe autorizzato la separazione e le avrebbe garantito una vita dignitosa con i soldi del mantenimento che il marito le avrebbe dovuto a vita. Se non ché, l’arresto non l’aveva messo in atto il Delegato, siciliano e rispettoso della tradizione non scritta di comportamento, ma un suo sottoposto “calabrese”. Il calabro, ignaro che a volte è meglio sistemare un po’ la verità, aveva permesso di palesare una realtà a tutti ben nota, ma che doveva necessariamente essere taciuta. Inutile ripetere che le convenzioni volevano la donna sempre “al suo posto”, ma in realtà non è di lei che si parla. È di Ciampa, il quale, scoperto che avevano arrestato anche sue moglie, si chiede perché lui, poveraccio, dovesse subire tutto questo. Lui che non era ricco, che avrebbe dovuto vivere in un paese sbeffeggiato per sempre, non era stato preso in considerazione da nessuno. Tutti a pensare al signore e alla signora, al processo, alla sistemazione dei propri fatti e lui? “Becco” per sempre. Insomma, la verità resa ufficiale doveva per forza prendere un’altra strada, quella molto amata da Pirandello: la follia. Solo la pazzia permette agli esseri umani di esprimersi come desiderano e credono giusto, altrimenti vengono additati al pubblico ludibrio e finiscono la vita sociale per sempre. Il mite e saggio Ciampa, sottolinea come si poteva risolvere il misfatto parlandone, chiarendo l’equivoco oppure anche l’adulterio tra di loro, in faccia, non tramando dietro le spalle. Forse ci sarebbe stata un’altra soluzione, lui avrebbe preso moglie e bagagli e se ne sarebbe andato, avrebbe chiuso meglio a chiave il catenaccio, insomma, avrebbe potuto salvare l’onore senza per questo lasciare la sua signora nel dolore dell’essere tradita. Ma così, adesso? Cosa si sarebbe potuto fare per rendere la verità più docile se non ricoverare per pazzia proprio la vittima di tutta la tragicommedia?

Personaggi riusciti, perfettamente diretti, dalle movenze che sottolineavano tanto quanto il dialetto siciliano della recitazione, caratteri e formalismi (con Malosti e Caronia, in scena Paola Pace, Vito Di Bella, Paolo Giangrasso, Cristina Arnone e Federica Quartana), su e giù per le interessanti scene di Carmelo Giammello. Giammello ha interpretato altrettanto bene di Malosti Pirandello, coprendo le pareti di specchi riflettenti in modo impreciso, a volte distorto, le persone di passaggio davanti a loro e, guarda caso, raramente propense a specchiarsi. Molto belli anche i costumi di Alessio Rosati, adatti alle scene di frenesia e di agitazione della brava Roberta Caronia, sotto le luci di Francesco Dell’Elba, fino al sacro cuore dell’abito della serva che non smetteva mai di ricordare come si dovesse essere timorati di Dio, lasciando che il marito avesse le sue scappatelle! Assolutamente da non perdere.

Foto di scena di Tommaso Le Pera.

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

“Note in biblioteca” alla IUC

“Note in Biblioteca”, la nuova iniziativa della IUC che propone una serie di incontri nelle biblioteche di Roma, si sposta alla biblioteca comunale della Vaccheria Nardi (Via Grotta di Gregna, 37 – 06 4546 0491), dove sabato 26 novembre alle 11.30 avrà luogo il secondo dei cinque appuntamenti previsti. Il progetto è in collaborazione con Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, Facoltà di Musicologia della “Sapienza” e Sistema Biblioteche Centri Culturali di Roma Capitale.

L’incontro – a ingresso gratuito – sarà condotto da Edoardo Di Sante, specializzando in Musicologia alla “Sapienza”, che dialogherà con cinque giovani e talentuosi musicisti, a loro volta specializzandi al Conservatorio “Santa Cecilia”, che recentemente hanno anche dato vita a un loro grupppo, il Quintetto PentElios, con cui hanno già ottenuto  significative affermazioni: sono la flautista Bianca Maria Fiorito, l’oboista Ambra Guccione, la clarinettista Alice Cortegiani, il cornista Stefano Berluti e il fagottista Paolo Lamagna.

L’incontro verterà principalmente sulla scuola musicale francese, che ha sempre mostrato una particolare sensibilità per le infinite sfumature di timbri che si possono ottenere con gli strumenti a fiato, come dimostrano in particolare le composizioni di Jaques Ibert, Maurice Ravel e Georges Bizet. Sarà interessante anche un raffronto con Samuel Barber, uno dei compositori americani del Novecento più influenzati dalla tradizione e dal gusto europei. E il discorso non potrà – facendo un salto indietro di due secoli – non cadere su Wolfgang Amadeus Mozart, cui siamo debitori di alcune delle più belle musiche di tutti i tempi per strumenti a fiato, per esempio il Divertimento n. 8 K 213, composto come “musica da tavola” ovvero accompagnamento di sottofondo dei pranzi della nobiltà e della ricca borghesia del tempo: ma il valore di questa musica va ben al di là della modesta funzione cui era destinata.

L’incontro fa parte della rassegna “Sapienza in musica” con il sostegno della Regione Lazio.

Mauro Mariani

 

 

 

 

 

“I maledetti” all’Auditorium E. Montale

La Stagione dell’Auditorium E. Montale di Genova, dopo il grande successo della precedente stagione, si apre con “I MALEDETTI”,  da martedì 22 novembre alle ore 21.00 e con replica mercoledì 23 novembre ore 10.30. Un progetto di promozione culturale che come obiettivo principale si prefigge l’avvicinamento dei giovani alla cultura musicale attraverso una variegata proposta di spettacolo e varie iniziative con cicli speciali in grado di abbinare varie tipologie di rappresentazioni a prezzi fortemente promozionali, sostenute da percorsi di preparazione alla visione modulata a seconda del target di pubblico scolastico coinvolgendo anche gli insegnanti degli Istituti di ogni ordine e grado.

I MALEDETTI è la storia di un’anima che, ghermita dalle tentazioni del mondo, cambia corpo. Il corpo del personaggio muore, ma l’anima s’installa in un nuovo corpo, un nuovo personaggio, un’altra metamorfosi del male. E’ la stirpe dei malvagi, il cui talento si trasmette come un virus da un personaggio all’altro. Jack è un perdente e fa tenerezza, ma se prende il potere, diventa Macbeth.

Questa favola scenica potrà essere letta prima di tutto come una sorta di sguardo sull’evoluzione cronologica della stirpe dei malvagi shakespeariana, da Jack Cade, appunto, in un viaggio di rabbia e ironia, attraverso malvagità e delitti per vendetta (Riccardo III), per inganno (Ulisse di Tròilo e Crèssida), desiderio sessuale (Angelo di Misura per Misura), invidia e calunnia (Jago), omicidio per ossequio al conformismo (Otello), fino ad arrivare alla battuta finale di Macbeth: “La vita non è che un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si agita per un’ora sulla scena del mondo, e poi non se ne parla più; una favola raccontata da un’idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla” che mostra l’esito della disperazione di ogni stirpe di malvagi.

Un influente studioso di Shakespeare ha detto “Il tema principale dei drammi morali di Shakespeare è la trasformazione di un principe scapestrato in un re ideale”.Al contrario, il tema sotterraneo di questo I MALEDETTI è la trasformazione di un ribelle scapestrato nel tiranno più crudele e sanguinario. Il quale però, interrogandosi sul senso della vita e del proprio destino, comprende che praticare il male porta l’uomo non solo a soffrire all’ inferno, ma anche, tremendamente, in questa vita stessa.

In questo senso anche I MALEDETTI si mostra quasi come un’ operina morale medievale. Come quei cicli popolari dipinti a quadri successivi nelle navate delle chiese, che dispiegano davanti agli occhi degli spettatori gli episodi dell’anima assalita dalle tentazioni più malvagie.

Martedì 22 novembre 2015 ore 21:00

Auditorium Eugenio Montale: I MALEDETTI (gli uomini del male nel teatro shakespeariano), con Valeriano Gialli e la cantante Paola Zara; regia di Daniela Ardini e Valeriano Gialli, scelte a cura di Guido Davico Bonino.

 

Marina Chiappa

 

FuturBalla alla Fondazione Ferrero di Alba

Resterà aperta fino al prossimo 27 febbraio, presso la Fondazione Ferrero di Alba, la bella mostra “Futurballa”, dedicata a Giacomo Balla, straordinario pittore che ha costituito un importante raccordo tra l’arte italiana e le avanguardie storiche.

La mostra, progetto Ferrero in occasione del settantesimo dell’azienda omonima, è curata da Ester Coen. La prima opera in mostra è datata 1894, mentre le opere più recenti sono degli anni Venti del Novecento.

Anni mitici di innovazioni, di Belle Epoque, di Art Nouveau o Liberty italiano; anni di velocità (l’automobile, il treno, i primi aerei che volavano per ben una quindicina di minuti a trenta centimetri da terra, del grammofono, poi della mitragliatrice celebrata dai futuristi, Marinetti in testa). Anni di interventismo e neutralismo seguiti alla guerra mossa alla Turchia per avere il diritto di transito per lo stretto dei Dardanelli e poi il momento glorioso che ha portato all’intervento nella prima guerra mondiale per riscattare i territori irredenti del Trentino e del Friuli. Momenti che gli artisti vivevano come parte di quella “isteria collettiva” che portò al conflitto, ma anche con angoscia, con senso di partecipazione ad un futuro alle porte che alcuni vedevano gonfio di medaglie e di trionfi, ma alcuni carico di tenebrose nubi. L’autoritratto di Balla del 1894 dimostra un uomo dagli intensi occhi azzurri che scrutano il mondo con piglio deciso, mentre si consolida in lui l’idea di trasferirsi dall’ormai ex capitale del Regno, Torino sua città natale, alla capitale Roma, nel 1895. Il Paese è unificato soltanto sulla carta, le prospettive di dare al proprio figlio un avvenire sono scarse e ancora non è certo che la sua carriera sarà di pittore. O almeno di un pittore capace di guadagnare a sufficienza per mantenersi. Qui, come si evince dal bel catalogo della mostra, a Balla “… ha fatto una bellissima impressione il Colosseo, specialmente nella sua grandiosità nell’assieme”, ma non gli dispiace nemmeno la campagna romana. Avremo nel 1902 il dipinto “La fidanzata al Pincio”, essenziale, con una forte propensione per il colore che domina la scena intorno ad una ragazza pensosa, languidamente seduta sul filo che delimita un’aiola. È intenso il pastello su carta, sempre del 1902, di Enrichetta, seducente nel volto, ma anche nel tratto di Balla che rende l’incarnato vivace come se fosse da toccare, un’immagine fotografica, una statua di marmo ed una persona viva nello stesso tempo. Dello stesso anno le figure de “La pazza” o de “Il contadino” che ondeggiano la sua opera tra un’interpretazione passionale, spessa della figura, e una riproduzione precisa, realistica. Il colore comincia a popolare le sue opere come un elemento a sé stante di propensione ad un’arte individuale, unica, opera dell’artista e autonoma allo stesso tempo. Si arriva a “Novecento”, la raffigurazione di una porta chiusa di un negozio, che ha un realismo ancora più convincente e di una crudezza che rende l’opera la più interessante del nostro. Attraverso malati, cesellatori, falegnami, le persone comuni prendono vivacità nelle tele come se fossero davvero protagonisti in un mondo che, come abbiamo scritto, sembra andare più velocemente di loro, ma che senza di loro non avrebbe il senso del vivere. In molti lavori a matita su carta, Balla ci racconta la quotidianità, il senso dell’esistenza nelle piccole cose e proprio in quel Verismo che ha completato il suo corso e si è fatto materia di studio e di profonde riflessioni. La fotografia ha un’intensa influenza sull’artista che approda allo studio della luce in modo unico, seppur apparentemente simile a molti altri artisti. È il caso di “Agave sul mare”, olio su tela di 90×143 centimetri che racchiude un senso di tranquillità e di azione uniche. Arriviamo così al 1910, quando Balla accoglie entusiasta l’invito di Marinetti e Boccioni di far parte della schiera di nuovi combattenti per l’arte. Ecco che l’energia che sembra avviluppata tra le spine dell’agave si dipana e diventa innovazione, tanto da fargli mettere in vendita, nel 1913, tutte le sue opere del primo periodo per entrare in uno nuovo.

Balla rinnega addirittura il suo passato e, firmando il manifesto futurista, apre un nuovo capitolo della propria esistenza. Le parole che si affollano nella sua mente, e forse tra i suoi pennelli, trovano senso all’estero, in Germania e a Parigi, e giungiamo al bellissimo e innovativo “Bambina che corre sul balcone”, del 1912, olio su tela. La sua pittura si divide in tanti pezzetti di colore, tessere di un puzzle che arrivano a dipingere il movimento, la novità, il pensiero che diventa arte. Le sue parole diventano compenetrazioni iridescenti, acquerelli dai colori tenui o intensi, dalle figure geometriche precise o originate da un sogno mentale che diventa espresso, in volute, caleidoscopi, giochi di rincorse tra tonalità che forse non si raggiungeranno mai. Di certo tutto quanto fa pensare, cambia stile e genere, arriva al capolavoro, almeno per me, che è “Dinamismo di una cane al guinzaglio”, sempre del 1912, quando sulla tela si incontrano le zampette svelte di un cane accanto allo svolazzo dell’abito della padrona che lo porta con sé a passeggio, ed entrambi creano un percorso che tutti vorremmo fare. Il movimento diventa sempre più arte e anche il movimento del mondo, degli esseri umani, degli eserciti sembra incontrarsi in qualche sviluppo geometrico che Balla traccia sulla tela o sulla carta. La velocità, il dinamismo avranno poi bisogno di parole, come già in altri suoi colleghi del tempo, e allora troveremo scritte, nomi, cose resi immortali. FuturBalla prosegue il suo percorso fino al 1916 quando “Gli Avvenimenti” sono espressi in china su carta in una concentrazione di episodi che, se da un lato dimostrano l’appartenenza futurista, dall’altro testimoniano di come l’artista sia stato vero testimone del proprio tempo, con lucida capacità interpretativa. Il tutto si svilupperà ulteriormente nel 1917 con ancora biglietti scritti e cartoline, in cui campeggia “Attenti alle spie” indirizzato a Marinetti. Un tripudio di colore, di sviluppo di idee coraggiose e in linea con i tempi artistici, in un contributo all’arte che meritava davvero un approfondimento, se non una riscoperta, grazie alla Fondazione Ferrero.

Da vedere.

 

Alessia Biasiolo