Un’amicizia lunga cent’anni. Hastings e Poirot

Arthur Hastings, gentiluomo inglese, partecipò alla prima guerra mondiale raggiungendo il grado di capitano dell’esercito britannico. Lasciò il servizio a seguito di una ferita che lo portò in convalescenza in una zona tranquilla, dove risiedevano anche dei profughi stranieri, tra i quali i belgi dopo l’invasione del Paese, neutrale, da parte delle potenze dell’Alleanza. Tra questi, Hercule Poirot che divenne suo amico. I due si incontrarono il 16 luglio del 1916 e rimasero amici per sempre, pur tra frecciate sui baffi mancanti dello stesso Hastings, sulla sua passione per le donne, sulle sue considerazioni azzardate o improbabili circa la soluzione dei delitti sui quali indaga Poirot. Il belga, infatti, era un ufficiale di polizia nel suo Paese, dotato di un’intelligenza superiore e, pertanto, poco adatto alla carriera nelle forze dell’ordine dove o non lo consideravano affatto, oppure veniva tenuto da parte perché non facesse ombra. Deciso, quindi, a lavorare per conto proprio, divenne ben presto il più apprezzato e noto detective privato della storia. E come accadeva già per i casi di Holmes, anche Poirot doveva avere, almeno per la maggior parte delle sue vicende, un aiutante prezioso, ma non troppo concorrenziale. Sembra, tra l’altro, che Hastings e Poirot si conoscessero già in Belgio, dove il capitano lavorava per i Lloyd’s. Arthur Hastings ed Hercule Poirot, nati dall’abile penna di Agatha Christie, si troveranno ad operare insieme in ben otto romanzi. Poirot era poco più grande di Hastings (l’uno nato a Spa nel 1873, l’altro nel 1886). Profugo in Inghilterra dal 1914, proprio nel 1916 Poirot risolverà il primo caso, aiutato dall’amico Hastings, risaltando anche nel Paese ospitante tanto che diventerà coadiutore di Scotland Yard e amico dell’ispettore Japp. Inizierà a lavorare in privato dal suo appartamento al 56B di Whitehaven Mansions di Londra che lascerà per viaggiare con l’Orient Express o in Egitto o per altre mete, dove spesso si imbatte in casi da risolvere, o dove viene chiamato per lo stesso scopo. Meticoloso, amante della simmetria (dei suoi baffetti, della casa …), ha come principale alleato le sue “celluline grigie” che mette in modo alla ricerca del dettaglio capace di scovare gli autori di delitti che sarebbero davvero perfetti, se non si fossero imbattuti in Hercule. Agatha Christie non ama una cronologia perfetta degli eventi del suo personaggio, ma lo fa vivere storia dopo storia, mentre deciderà di farlo piano piano uscire di scena dopo la seconda guerra mondiale. Molto religioso, lo si vede spesso pregare il rosario, soprattutto la sera prima di andare a dormire, piuttosto che prima di prendere una decisione importante, come svelare o meno il vero caso dell’Orient Express o relativamente al caso dell’ultimo episodio della sua vita. Fermamente convinto che solo la verità sia giusta per l’essere umano, rimane uno dei personaggi più amati dell’ambito romanzesco, ma anche cinematografico e televisivo.

Alessia Biasiolo

L’età del jazz

Finita la prima guerra mondiale, alla quale gli Stati Uniti parteciparono dall’aprile 1917, l’unico Paese che si ritrovava florido erano proprio gli U.S.A. che approfittarono della nuova presenza sul panorama politico ed economico mondiale per attivare le proprie attività economico-finanziarie. Il Paese, infatti, non aveva vissuto episodi bellici sul proprio territorio che si trovava senza danni, con le fabbriche in piena attività. La produzione industriale, infatti, era stata ben ripagata dalla guerra, ed ora era impegnata a rifornire i Paesi europei bisognosi di tutto. Inoltre, la catena di montaggio, ben applicata da Henry Ford alla produzione di automobili, ad esempio, garantiva la realizzazione di utilitarie per la famiglia tipo americana a basso prezzo. L’acquisto dell’auto, al quale si aggiungevano la radio e gli elettrodomestici, poteva essere effettuata con pagamenti a rate, assoluto volano per l’economia. La società americana si vide in un momento di lusso e agio impensabili solo pochi anni prima e nacque, così, l’idea dell’American way of Life, stile di vita americano che ebbe effetti in tutto il mondo.

Contemporaneamente la produzione agricola iniziò a pieno regime, dato che le forniture per l’Europa erano sempre maggiori, grazie anche ai piani di prestito economico quinquennali messi in atto dai governi. Pertanto, anche il comparto agricolo americano, molto sviluppato, visse un’epoca di prosperità. Il periodo che va dalla fine della guerra al 24 ottobre 1929 si chiama “anni ruggenti”, con notevole sviluppo dell’industria culturale, soprattutto editoriale, la nascita di nuovi giornali, la produzione di letteratura di pregio, di film trasmessi nei nuovi cinema, compresi i nuovi cortometraggi di Walt Disney (che produsse il primo lavoro con protagonista Topolino), e notevole impulso alla musica, grazie al più alto tenore di vita degli americani. In quegli anni, i neri americani, ancora discriminati, cominciarono a farsi conoscere come ottimi musicisti e strepitosi cantanti, tanto che si diffuse la moda di andare ad assistere alle loro performance anche in locali vietati perché in aree ghettizzate. I bianchi più aperti cominciarono ad amare il nuovo genere musicale che più diffusamente si ascoltava negli Stati del Nord, e che soprannominò gli “anni ruggenti” come “età del jazz”. Saranno gli anni in cui il grande autore Francis Scott Fitzgerald pubblico “Il grande Gatsby” e che videro il cambiamento di ruolo della donna, più presente nella vita pubblica, a completamento dell’impegno suffragista degli anni precedenti al conflitto soprattutto. Il periodo di sfolgorante vitalità per gli Stati Uniti non significava che tutta la popolazione ne beneficiasse. Era il caso, appunto, degli afro-americani che erano discriminati e ghettizzati ancora, così come fu il periodo che vide la nascita della setta segreta razzista Ku Klux Klan. Nel frattempo, alla luce del maggior potere d’acquisto, molti soggetti trascorrevano il tempo libero nei bar, aumentando il tasso di alcolismo contro il quale si schierarono alcune confessioni religiose protestanti, gli industriali compreso Ford, e buona parte della popolazione. Il forte dibattito che ruotava intorno al problema scaturì il Volsted Act, la legge che proibiva il consumo e successivamente la produzione e la vendita di alcolici. Una delle peggiori leggi mai varate, perché portò alla nascita del contrabbando su larga scala e al potere delle bande di gangster che diverranno famose intorno ai nomi di Al Capone e di Lucky Luciano.

Alessia Biasiolo

Seguirono Gesù

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – GIOVANNI 1,35-42
In quel tempo 35. Giovanni stava con due dei suoi discepoli 36. e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!».
La liturgia offre alla nostra meditazione un brano tratto dal Vangelo di Giovanni, per introdurre la vita pubblica di Gesù, come Messia e Figlio di Dio. È inserito all’interno del prologo e si può dividere in tre momenti: il primo ha al centro Giovanni Battista; il secondo è l’incontro con i discepoli e il loro passaggio da Giovanni a Gesù; il terzo è la testimonianza di Andrea che accompagna il fratello Simone (Pietro) da Gesù.
Nei primi due versetti c’è l’annuncio di Gesù come Agnello di Dio (Giovanni 1,29; Isaia 53; Esodo 12; Giovanni 19,36; Apocalisse 5,6.12).
“Giovanni stava”: indica un tempo ormai passato, trascorso. La sua missione è giunta al termine. Ora inizia quella del Messia.
“Fissa lo sguardo”: Giovanni “vede” il Messia, lo riconosce, lo indica e lo annuncia.
“Passava”: stiamo attenti a Gesù che passa lungo la nostra vita. Passa e ci incontra, ci guarda, ci offre il suo amore. Passa. Vuol dire che se non lo sappiamo attendere e fermare, Egli non ci obbliga, non si ferma, ma va oltre. Abbiamo la libertà di accostarlo o meno.
“Disse”: ora Giovanni proclama con sicurezza, dopo averne fatto l’esperienza, che Gesù è proprio l’Atteso.
“Agnello di Dio”: (in aramaico vuol dire sia servo sia agnello) il Battista indica Gesù come “Servo” oppure “Agnello di Dio”, richiamando la funzione del Servo sofferente di Isaia, colui che “si era addossato i nostri dolori… portava il peccato di molti” (Isaia 53,4.12). Gesù è il Messia, il Cristo, che si addossa il male dell’umanità per cancellarlo, lo assume su di sé per annientarlo. Il Battista parla di un agnello mite e indifeso che sconfigge le forze del male: “combatteranno contro l’Agnello (Cristo), ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re” (Apocalisse 17,14). Richiama anche l’Agnello pasquale a cui non veniva spezzato alcun osso. Così avverrà al Crocifisso a cui non vengono infrante le gambe (cfr. Giovanni 19,36). In tutte le religioni si compiono sacrifici per ottenere la benevolenza divina. Invece Gesù non chiede sacrifici, si fa lui vittima sacrificale, sacrifica se stesso, versa il proprio sangue. Mentre nell’Antico Testamento ogni famiglia si procurava un agnello da sacrificare, uno all’anno, Gesù è il solo e Unico Agnello per tutti e tutti siamo chiamati a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue per avere la salvezza. È chiaro il collegamento con l’Eucaristia.
La grandezza di Giovanni sta nella sua umiltà: sa di essere un precursore soltanto, sa che il suo battesimo è transitorio, sa che i suoi discepoli non sono suo possesso e li “traghetta” a Gesù, li consegna a Lui. C’è il passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza, dalle profezie alla venuta del Salvatore.
Anche noi cristiani siamo chiamati ad accompagnare le persone a Cristo, a non fermarle a noi stessi, ad indicare che Lui solo è l’obiettivo da raggiungere. Ricordiamoci sempre, in ogni situazione, che siamo strumenti, siamo mezzo e non fine; non siamo la meta, siamo solo la strada per raggiungerla.
37. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
L’evangelista Giovanni racconta la chiamata dei primi quattro discepoli. A differenza dei sinottici, l’episodio avviene in Giudea. I chiamati sono già persone in ricerca (non sono pescatori al lavoro come in Matteo 4,18-20, Luca 5,1-11e Marco 1,16-20).
“Sentendolo parlare così”: la sequela nasce dalla fede e la fede scaturisce dall’ascolto.
“Seguirono”: è un verbo che indica movimento, ma non solo fisico. Significa fare propri i sentimenti, gli obiettivi, gli atteggiamenti e i comportamenti stessi di Gesù, fino a partecipare alla sua stessa missione, fino in fondo, a costo della vita.
38. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?”.
“Si voltò”: Gesù ha il suo itinerario, cammina lungo la sua strada, ma viene chiamato, si ferma, cambia programmi, è flessibile, si adatta alle esigenze di chi incontra. Troviamo il verbo “voltarsi” all’inizio della missione di Gesù e alla sua risurrezione: qui Gesù si volge verso i discepoli che lo seguono. In Giovanni 20,16 a voltarsi è la Maddalena: “Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro!”. Alcuni esegeti spiegano che Gesù “si voltò dal seno del Padre” e si è rivolto verso noi, si è incarnato: è un verbo teologico che si presta a molte riflessioni.
“Che cosa cercate?”: è la prima frase pronunciata da Gesù, riportata da Giovanni nel suo quarto vangelo. La ripeterà anche da risorto: “Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?” (Giovanni, 20,15)”. Gesù non chiede obbedienza cieca, non chiede adesione a leggi. Gesù chiede quali sono i desideri più profondi del cuore. Per rispondere a questa domanda anche noi dobbiamo entrare al centro di noi stessi, nelle profondità del nostro cuore, per domandarci quali sono i desideri più veri e profondi che ci animano. Se scopriamo che cosa ci manca, se il superfluo che abbiamo non risponde al nostro vero bisogno, capiremo che solo Gesù può colmare il vuoto che sentiamo dentro.
I discepoli di Giovanni rispondono a Gesù, nel tipico modo semitico, con una nuova domanda, e chiedono dove abita, dove si svolge la sua vita. In realtà hanno bisogno di stare con Lui per conoscerlo, capirlo, amarlo, seguirlo. Secondo il linguaggio teologico di Giovanni, “abitare” si ricollega al “dimorare” o “rimanere” del Figlio nel Padre e del Padre nel Figlio.
“Rabbì”: notiamo che fino a questo momento i discepoli si rivolgono a Gesù come ad uno dei tanti maestri itineranti di cui il popolo ebreo era ricco nella sua storia. Conoscendolo, giungeranno a chiamarlo Messia.
“Dove abiti?”: Non basta cercare Gesù. È necessario dimorare dove è lui, in casa sua, condividere la sua stessa vita, la sua stessa passione, la sua stessa missione. Ora Gesù abita dentro di noi: è nella profondità della nostra anima che Lui ora dimora e, uniti a Lui, siamo sempre “a casa”.
Chi cerchiamo, noi, persone del ventunesimo secolo? Gesù continua a chiedere anche oggi a me, a noi, chi e che cosa conta più di tutto. Cerchiamo risposte che accontentino il nostro quieto vivere, che appaghino la superficie del nostro essere, oppure una parola che ci scavi dentro e ci guidi all’eternità? Preferiamo la luce di una candelina (la risposta della ragione umana) oppure il Sole (Cristo) che può scaldare il nostro cuore per riempirlo di quell’amore che mette le ali ai piedi?
39. Disse loro “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
“Venite e vedrete”: dopo l’incontro con Gesù la vita cambia. I discepoli sono coinvolti in prima persona e devono mettersi in moto dietro a Lui, non possono stare comodi in pantofole sul divano (secondo l’espressione di papa Francesco). La vita di un discepolo è un continuo “andare”, un “ricominciare” senza fermarsi mai, perché il Maestro ci precede sempre e ci attira sempre un po’ più in là.
“Erano circa le quattro del pomeriggio”: l’esperienza di Cristo dei due discepoli si compie in un momento preciso: venire, vedere, credere. Ricordare l’orario è tipico di un evento che ha trasformato la vita. L’”Ora” è un elemento caratteristico del Vangelo di Giovanni. Culmina con l’Ora di Gesù, con il compimento della sua missione sulla terra, con la glorificazione sulla croce e la risurrezione.
I discepoli seguono Gesù e rimangono con Lui. Capiscono che non manca più nulla, perché in Lui c’è tutto quello che cercano: una prospettiva eterna; un amore senza calcoli e senza ricompense; un affetto gratuito fedele e sicuro; la verità e il senso dell’esistenza.
Se incontriamo davvero Cristo, anche a noi non interessano più le effimere offerte della società consumistica e le vane teorie dei pensatori atei. Noi cristiani siamo chiamati ad essere così: persone innamorate, che accettano di lasciarsi riempire dal divino, da un Dio incarnato che ci ama perdutamente.
40. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo –
Ora Gesù è chiamato “Messia/Cristo”: l’esperienza vissuta si trasforma in riconoscimento e quindi, in annuncio per contagio. Il fratello di Andrea, Simone, viene accompagnato da Gesù grazie alla testimonianza ricevuta da chi ha sperimentato cosa vuol dire stare con Lui. In questo caso Giovanni attribuisce al fratello Andrea la professione di fede che i sinottici attribuiscono a Pietro.
42. e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
“Lo condusse da Gesù”: Andrea aderisce a Cristo e desidera che anche il fratello viva la sua stessa esperienza diretta. Condurre a Gesù significa far trovare anche a Pietro la gioia provata nell’incontro con il Signore. Siamo anche noi trasmettitori di fede “per contagio”?
“Fissare lo sguardo”: significa letteralmente “guardare dentro”. Gesù legge in anticipo nel cuore di Pietro quello che lui diventerà in futuro: “sarai chiamato”. Noi siamo quello che siamo, ma Gesù vede già quello che potremo diventare, se accogliamo il suo amore.
I due racconti della chiamata di Andrea, prima, e di Pietro, dopo, hanno come centralità la persona di Gesù che affascina, attira al punto che i discepoli lo seguono per sempre. Gesù conferisce il primato a Pietro su tutta la comunità. Commenta Origene: “Gesù dice che egli si sarebbe chiamato Pietro, traendo questo nome dalla pietra che è Cristo, poiché come saggio viene da saggezza e santo da santità, così allo stesso modo Pietro dalla pietra”. Gesù dà un nome nuovo a Pietro e costui si consegna, così com’è, con i suoi limiti e con le sue grandi ricchezze di generosità, di entusiasmo, di coraggiosa risposta. Inizia una vita nuova basata sulla forza dell’amore di Dio.
Notiamo lo scambio di sguardi: Giovanni posa lo sguardo su Gesù; Gesù posa lo sguardo sui discepoli; i discepoli su Gesù; Gesù su Pietro (e in lui verso noi). È uno sguardo che penetra, conquista, dona pace e attira.
Ricordiamolo ogni momento della giornata: siamo importanti per Gesù: Egli ci vede, ci ascolta, si interessa a noi, ci offre il suo amore, muore in croce per la salvezza di ciascuno e di ogni fratello. Cosa risponderemo a tanto amore?

Suor Emanuela Biasiolo

Griffoni virtuale a Bologna

Due appuntamenti speciali per vedere da vicino l’opera realizzata intorno al 1472 dagli artisti ferraresi Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti per la cappella Griffoni in San Petronio, a Bologna.

Due visite virtuali guidate all’interno delle sale di Palazzo Fava per riscoprire il capolavoro ricomposto dopo 300 anni: il Polittico Griffoni.

Un’esperienza che consente al visitatore di immergersi nella storia dell’opera accompagnati da una guida di Genus Bononiae. La visita sarà introdotta dal curatore della mostra Mauro Natale al quale potranno essere poste domande a fine percorso. Il 23 gennaio e il 6 febbraio, in entrambi i casi alle ore 18, sarà possibile accedere al tour virtuale della mostra “La riscoperta di un capolavoro”. È possibile prenotare il biglietto. Il giorno precedente alla visita, la guida contatterà via email per comunicare il link Meet al quale connettersi il sabato pomeriggio. La visita guidata è in italiano. Per la visita guidata in altre lingue contattare: esposizioni@genusbononiae.it – tel. 051 19936343.

G.B.

Pistoia – Dialoghi sull’uomo, dodicesima edizione

Nuove date per la dodicesima edizione del festival di antropologia Pistoia-Dialoghi sull’uomo che quest’anno si terrà da venerdì 18 a domenica 20 giugno, promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e dal Comune di Pistoia, ideato e diretto da Giulia Cogoli (www.dialoghisulluomo.it).

I Dialoghi riprendono il loro cammino di conoscenza e di approfondimento sui temi di antropologia del contemporaneo, dopo la scorsa edizione svoltasi necessariamente con incontri tutti on-line, che pur hanno riscosso un grandissimo successo, raggiungendo un pubblico di mezzo milione sui canali social del festival con circa 100.000 visualizzazioni delle videoconferenze.

Nel 2021 l’obiettivo, e la ragione dello slittamento di data vista l’attuale contingenza sanitaria, è tornare nelle piazze e nel centro storico di Pistoia per proseguire il confronto fra pubblico e grandi pensatori italiani e stranieri sul percorso, iniziato 11 anni fa, di un impegno culturale e civile, volto a comprendere meglio come convivere in una società complessa quale la nostra. Gli organizzatori auspicano di ricreare e rivivere quel clima di festa che solo il condividere e il ritrovarsi insieme genera. Lo si farà senza abbandonare la strada aperta grazie alla tecnologia di potersi collegare anche a distanza.

Il tema del 2021 sarà “Altri orizzonti: camminare, conoscere, scoprire”. È stato questo anelito di ricerca a caratterizzare l’intera evoluzione del genere umano. Dalle esplorazioni della terra e dello spazio, che hanno consentito di creare nuovi habitat e di sviluppare nuove conoscenze, all’esigenza di andare al di là del qui e ora della quotidianità, alla ricerca di forme di spiritualità tanto religiosa quanto laica.

Gli incontri della nuova edizione dei Dialoghi sull’uomo vedranno avvicendarsi studiosi di diverse forme di spiritualità religiosa, che spiegheranno la tensione a trascendere la vita terrena, al fianco di scienziati che esplorano la materia, alla ricerca di una chiave di comprensione della vita, di viaggiatori ed esploratori che tentano di superare i limiti e i confini, così come di artisti e studiosi d’arte, per comprendere cosa li spinge a creare nuove realtà.

Il festival richiama nella scelta del tema i festeggiamenti dell’anno iacobeo e l’apertura della Porta Santa a Pistoia in onore della reliquia di San Jacopo, conservata nel Duomo da nove secoli, che collega il percorso di Santiago di Compostela a Pistoia stessa.

Un festival che avrà dunque come fil rouge il cammino verso nuovi e altri orizzonti, il cammino dei pellegrini di tutto il mondo e di molte religioni, quello dei migranti che fuggono dalla povertà e dalla morte, quello avventuroso degli esploratori, quello di ricerca di scienziati, artisti e filosofi.

«Il cammino che i nostri lontani antenati hanno intrapreso uscendo dall’Africa, non è stato fatto solo con i piedi – dichiara Giulia Cogoli ideatrice e direttrice del festival – ma anche con l’immaginazione, la speranza, la fede, la fiducia negli altri, l’aspettativa di nuove scoperte e dimensioni dell’umano, che ha permesso non solo di scoprire il nostro pianeta, ma anche di trascenderlo».

Delos

Il Polittico Griffoni rinasce a Bologna

La riscoperta di un capolavoro” è una mostra straordinaria, un evento del tutto eccezionale perché riporta a Bologna una delle opere più importanti e originali del Rinascimento italiano: il Polittico Griffoni di Francesco del Cossa ed Ercole de’ Roberti.

L’esposizione nasce da un’idea semplice e ambiziosa: riunire, nella città d’origine, le 16 tavole che componevano uno dei capolavori più significativi della cultura artistica della sua epoca, grazie agli eccezionali prestiti di tutti i Musei proprietari: National Gallery di Londra, Pinacoteca di Brera di Milano, Louvre di Parigi, National Gallery of Art di Washington, Collezione Cagnola di Gazzada (Va), Musei Vaticani, Pinacoteca Nazionale di Ferrara, Museum Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, Collezione Vittorio Cini di Venezia.

La mostra è costituita da due sezioni: la prima, “Il Polittico Griffoni rinasce a Bologna”, curata da Mauro Natale in collaborazione con Cecilia Cavalca e con il sostegno della Basilica di San Petronio, è incentrata sulla pala d’altare e il suo contesto storico artistico; la seconda, “La Materialità dell’Aura. Nuove Tecnologie per la Tutela”, curata da Adam Lowe, Guendalina Damone e il team di Factum Foundation, è dedicata all’importanza delle nuove tecnologie nella tutela e nella condivisione del patrimonio culturale.

Al piano nobile di Palazzo Fava è possibile ammirare le 16 tavole originali del Polittico Griffoni, la pala d’altare dedicata a San Vincenzo Ferrer commissionata intorno al 1470-1472 da Floriano Griffoni al ferrarese Francesco del Cossa – artista già attivo in quegli anni nel capoluogo emiliano – per la sua cappella nella Basilica di San Petronio a Bologna. Il Polittico segnò l’inizio della sua collaborazione con il più giovane Ercole de’ Roberti, dando così vita a uno dei più formidabili sodalizi artistici del secondo Quattrocento italiano. Assieme ai due artisti lavorò l’intagliatore Agostino de Marchi da Crema, che realizzò la cornice, oggi purtroppo andata perduta. L’opera venne smembrata nel 1725 per volontà del nuovo proprietario della cappella, Monsignore Pompeo Aldrovandi, che ridusse i pannelli dipinti a dei quadri da stanza. Le tavole approdarono poi sul mercato antiquario, giungendo infine nei nove Musei internazionali che oggi ne sono i proprietari.

La mostra riannoda i fili di questa straordinaria vicenda, illuminando di una luce nuova non solo la storia dell’arte a Bologna ma anche la storia della sua città.

Al secondo piano di Palazzo Fava, invece, i visitatori possono vedere da vicino il lavoro di Factum Foundation che, dal 2012, attraverso le nuove tecnologie digitali di visualizzazione, ha ri-materializzato le più importanti opere d’arte del passato, tra cui il Polittico Griffoni. Un’occasione per il pubblico di capire e approfondire da vicino il lavoro di tutela e condivisione del patrimonio dalla ri-materializzazione dell’opera in mostra fino alla ricostruzione di opere e documenti andati perduti.

È possibile anche vedere per la prima volta la scannerizzazione digitale del celebre Compianto sul Cristo Morto di Niccolò dell’Arca, conservato presso la chiesa di Santa Maria della Vita: esemplare unico di statuaria in terracotta rinascimentale.

Palazzo Fava, via Manzoni 2, Bologna

Orari. Lunedì chiuso. Martedì, Mercoledì, Giovedì: 10.00-19.00. Venerdì, Sabato, Domenica: 10.00-20.00. È previsto il pagamento di un biglietto d’ingresso.

Si inviata a verificare l’apertura del Palazzo, rispetto alle disposizioni sul contenimento pandemico.

G.B. (anche per l’immagine)

Il castello di Brescia “Luogo del cuore” FAI 2020

Particolare del castello di Brescia, plastico ferroviario ospitato in una delle sale del maniero

Ha raggiunto il terzo posto nella votazione, con 35.049 voti, lo spettacolare castello di Brescia, vera e propria macchina da guerra che da secoli domina il colle Cidneo cittadino. Già da tempo il castello era tra le segnalazioni degli italiani al FAI, ma stavolta la mobilitazione è stata corale, per ottenerne l’ingresso nella terna di siti degni di ricevere aiuto economico per il progetto di potenziamento in essere. Il complesso del castello bresciano è molto vasto e articolato in una serie di servitù militari, ampliate nei secoli e ricche di torri, camminamenti, stanze, depositi di armi munizioni e polvere da sparo. Il castello era stato reso autonomo in caso di assedio, con depositi di cibo, tra cui olio, e acqua, spazi per la guarnigione e i cittadini che vi cercavano rifugio, nonché abbastanza ampio per tenervi animali, da mangiare e per muoversi. Le mura merlate lo dichiarano visconteo, ma sono evidenti i poderosi interventi dei dominatori veneti, tanto quanto rilevanze di epoca romana, e si pensa anche precedenti. Luogo triste durante la presenza francese, ricordata soprattutto dal terribile Sacco di Brescia cinquecentesco, ma altrettanto funesta fu la dominazione austriaca, con la triste tanto quanto eroica epopea delle Dieci Giornate. In castello, infatti, vennero uccisi i rivoltosi cittadini che gli austriaci riuscirono a catturare e lì furono seppelliti, fino al trasferimento solenne dei resti nel camposanto di Via Milano chiamato Vantiniano, anni dopo il 1849. Viene definito “un unicum nello scenario italiano per dimensioni, ampiezza di aree verdi e posizione” ed ora potrà utilizzare i 30mila euro della posizione “di bronzo” della classifica che ha visto vincitore, al primo posto, castello e parco di Sammezzano a Regello (Firenze) e la ferrovia delle meraviglie Cuneo-Ventimiglia-Nizza secondo, mentre al quarto posto della gara, distanziata di quasi 10mila voti, c’era la Via delle Colleggiate di Modica.

Negli anni a mantenere vivo il castello di Brescia, oltre che ad ispezionarlo e pulirlo da erbacce e detriti di ogni sorta, ci hanno pensato gli speleologi dell’Associazione Speleologica Bresciana, che ha sempre organizzato visite didattiche per i meandri chiusii solitamente al pubblico.

Il potenziamento vorrebbe la realizzazione di un ascensore e altre opere che permettano, rispettando la struttura storica, di usufruire sempre di più non solo dello splendido panorama che si gode dalle altezze del castello, ma anche della deliziosa brezza estiva.

Alessia Biasiolo

Morire di virus in guerra

Nell’ottobre del 1918 iniziò quella che ricordiamo come la Battaglia di Vittorio Veneto che vide l’Italia riscattare la disfatta di Caporetto dell’anno precedente e, anche a costo del sacrificio dei ragazzi più giovani, nati nel 1899, vincere la Grande Guerra piegando il nemico austriaco. Quando i fanti entravano vittoriosi a Trento e a Trieste, portando il tricolore a sventolare laddove ancora non era arrivata la redenzione italiana, iniziava già a serpeggiare quella che diventerà famosa come la febbre spagnola. Dopo una guerra devastante, il mondo doveva fare i conti con un’epidemia influenzale senza precedenti, che colpì 500 milioni di persone causandone la morte di almeno 50milioni, il 3-5% della popolazione mondiale.

Chiamata spagnola perché si ebbero le prime notizie mediche dalla Spagna dove l’epidemia venne subito presa sul serio e messa sotto controllo, sembra abbia avuto origine negli Stati Uniti, diffondendosi soprattutto tra i militari che, poi, la portarono in Europa contribuendo a diffonderla rapidamente. In Francia, infatti, cominciarono a registrarsi casi in un ospedale militare, con febbre molto alta ed elevata mortalità, già alla fine del 1917, quando negli USA non erano stati circoscritti i casi manifestatisi in caserme e addirittura a New York, dove il virus sembra circolasse già dalla primavera. In Europa, le condizioni di guerra e anche degli ospedali da campo, l’uso di armi chimiche, la promiscuità non solo dei soldati, ma anche con animali, soprattutto in trincea, probabilmente contribuirono a mutare i virus influenzali, anche se non è escluso che il processo abbia avuto luogo in altre zone, per poi arrivare in Europa. Non è escluso che, come anche per altri casi, il virus della spagnola si sia evoluto da un virus aviario per poi mutare l’emoagglutinina e la neuramidasi in ceppo umano, anche se senz’altro l’alta virulenza della spagnola è da attribuirsi alle precarie condizioni di vita del tempo. Dopo anni di guerra, mancanza di cibo e denutrizione, scarsa igiene anche tra la popolazione per mancanza di acqua potabile o di accesso ad essa, abitazioni distrutte, miseria, ammassamento degli sfollati: tutto si sommava alla condizione dei militari e, quindi, alla probabilità che l’influenza tipica dei mesi invernali, portasse a peggiorare le condizioni di salute della popolazione mondiale.

L’impatto dell’influenza spagnola comportò la necessaria costruzione di ospedali di emergenza, da campo, dove ospitare le persone malate, molte delle quali non sopravvissero, così come vennero adibite a luoghi di cura strutture come scuole o chiese. Una delle particolarità fu che, se solitamente i più colpiti dall’influenza sono anziani e bambini, la spagnola del 1918 colpì prevalentemente persone giovani, come se non fossero mai entrate in contatto con un virus similare, se non lo stesso, tanto da non esserne per niente immuni, pertanto più esposte agli effetti nefasti del contagio. Bisogna inoltre considerate anche i frequenti viaggi motivati dalla guerra che portavano le persone a spostarsi più che in altri periodi, pertanto diffondendo più facilmente il virus responsabile della pandemia. Nessun angolo del pianeta venne risparmiato dall’influenza spagnola, tanto nei continenti quanto nelle isole; particolarmente forte si manifestò tra i nativi americani.

L’allarme cessò verso i primi mesi del 1919, quando la diffusione dei casi si fermò, lasciando dietro di sé più decessi del conflitto mondiale stesso.

Alessia Biasiolo

 

Studi clinici durante la Grande Guerra

La prima guerra mondiale fu anche occasione per studiare più approfonditamente alcuni casi clinici. Era già capitato, di osservare la vitalità di un uomo vissuto per 20 anni con un proiettile nel ventricolo destro e deceduto a causa di una polmonite, oppure di un altro che visse 6 anni con una palla di fucile nel cuore. Durante la guerra, i casi di sopravvissuti a ferite cardiache con proiettili o parti di essi rimasti nell’organo si sommarono, con conseguenti casi di studio. Si cita, ad esempio, di un uomo classe 1888 di Castelverde, Brugnoli Ernesto, ferito alla spalla durante l’offensiva sull’Isonzo del 4-5 agosto 1915 che, pur lamentando dolori al petto, non venne curato per una probabile ferita vicina al cuore, dato che per i medici era improbabile una traiettoria tale del proiettile che gli aveva causato la perdita del braccio. Finalmente, passando da un ospedale all’altro, nel giugno del ‘16 il soldato ottenne di essere rimandato a casa, dove morì un mese dopo. L’esame autoptico rivelò che la causa della morte era stato proprio un proiettile nel cuore, in una nicchia di circa 3 centimetri, causa dei dolori atroci lamentati dal povero ferito senza che nessuno potesse diagnosticarne correttamente la causa. L’organo venne mantenuto per poter studiare il caso. Nell’aprile 1917, all’Accademia medico-fisica di Firenze, il professor Luisada illustrò un altro caso di traumatologia di guerra: argomentato con fotografie e radiografie, fu possibile mostrare come un soldato vivesse con un proiettile austriaco nel cuore dove si era parimenti incistato. Il maggiore medico Goffredo Pierucci presso l’ospedale militare principale di Brescia, dimostrò altri 2 casi significativi. Un soldato era stato ferito nel ‘15 da un proiettile di shrapnell penetrato nella cavità addominale senza ledere organi vitali, quindi passato obliquamente nel diaframma ed entrato nel ventricolo destro del cuore dove rimaneva causando solo alterni problemi respiratori. Nel novembre 1916, invece, un ufficiale ferito nella regione mammellare sinistra ebbe il proiettile rimbalzato sullo sterno e conficcatosi nel cuore, con soli problemi respiratori anche in questo caso. La radioscopia permise di dimostrare i movimenti dei proiettili nell’organo durante la vita dei pazienti. Gli studi si moltiplicarono non solo relativamente ai soldati. Era evidente come le donne lavorassero molto e, spesso, molto più di quanto avrebbe fatto un uomo, date le necessità del tempo di guerra. Tuttavia, il confronto tra donne di città e di campagna metteva in risalto come queste ultime non solo fossero sottoposte a lavori molto più pesanti, ma fossero il ritratto della salute. Ciò fu imputato all’aria aperta, ai vestiti morbidi e larghi e, di conseguenza, a minore acido urico nel sangue. Pertanto al miglior funzionamento renale. Veniva consigliato, quindi, di sospendere per qualche momento i lavori di casa e di dedicarsi ad una passeggiata corroborante, assieme al largo consumo di acqua e di cibi sani, uniti a buone dormite. Una migliore salute sarebbe stata sinonimo di miglior vita e migliore aspetto. Senza accennare alla paura causata dalla guerra e alla scarsità di cibo che, spesso, rendeva impossibile riposo e serenità.

Alessia Biasiolo

Inaugura la stagione del Teatro Regio di Parma

Michele Mariotti dirige “Ernani” nel 2020

Ad apertura d’anno e della nuova Stagione 2021 del Teatro Regio di Parma, martedì 12 gennaio 2021, alle ore 20.30, dalla platea del Regio, cuore pulsante della socialità musicale cittadina e luogo di ritrovo di generazioni di appassionati di musica e d’opera di tutto il mondo, si leveranno le note della Sinfonia n. 9, in re minore, op. 125, “Corale” di Ludwig van Beethoven nell’esecuzione di Michele Mariotti che ritorna sul podio della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, su cui si staglierà un quartetto vocale composto da Christiane Karg, soprano, Veta Pilipenko, mezzosoprano, Francesco Demuro, tenore, Michele Pertusi, basso.

Lo spettacolo, trasmesso in diretta televisiva su 12 Tv Parma e in diretta streaming a pagamento sulla pagina di Facebook del Teatro Regio, al prezzo simbolico di € 1,09, è l’omaggio del Regio alla cittadinanza e a tutti coloro che non potranno raggiungere la città di Parma, cui il Teatro si rivolge proprio alla vigilia del santo patrono della Città, Sant’Ilario, data della consueta cerimonia d’inaugurazione della Stagione lirica.

Raggiungere il nostro pubblico cittadino e la platea degli appassionati di musica e d’opera dei cinque continenti, che attende con impazienza di poter venire o di tornare a trovarci a Parma, afferma Anna Maria Meo, Direttore generale del Teatro Regio, spalancando virtualmente le porte del Regio al mondo grazie alle nuove tecnologie, ci consente di proiettare nuovamente l’attività del Teatro in avanti, verso il prossimo orizzonte della nostra vera e propria riapertura al pubblico, che sembra in questo inizio di 2021 sempre meno lontano.  Ci auguriamo frattanto che il nostro debutto in streaming su di una piattaforma social come Facebook, dopo numerosi streaming su piattaforme specializzate e sul nostro sito istituzionale, ci permetta di conquistare nuove fasce di pubblico.

L’anno passato, tra dubbi e speranze, ci ha visto sprigionare “Scintille d’opera” in occasione della XX edizione del Festival Verdi. Oggi, è alla schilleriana “scintilla degli Dei”, la gioia, al suo potere “curativo” degli animi e alla sua capacità di affratellare gli esseri umani che ci appelliamo, ritrovando sul podio Michele Mariotti alla testa della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio, applauditi in Ernani al Festival Verdi, in un programma interamente dedicato alla Nona Sinfonia di Ludwig van Beethoven. Una scelta che travalica l’omaggio del Regio, in coda al 250° anniversario dalla nascita di Beethoven, che assume oggi un forte significato simbolico”.

Questo evento – sottolinea Alberto Triola, Sovrintendente e Direttore Artistico de La Toscanini – rappresenta un ulteriore ed importante segnale del rapporto di amicizia e collaborazione tra Fondazione Toscanini e Teatro Regio. È significativo che le due principali istituzioni musicali della città celebrino insieme la ricorrenza del Patrono Sant’Ilario con un programma dal grande valore artistico e musicale, arricchito dalla presenza sul podio di Michele Mariotti”.

Attorniati dalla scenografia trompe-l’oeil della camera acustica decorata da Giuseppe Carmignani (Parma, 1807-1852), una struttura storica originale del Teatro realizzata con pannelli di canapa montati su telai lignei in una struttura telescopica componibile, l’orchestra sarà disposta nel parterre della Sala, in cui sono state smontate e da cui sono temporaneamente state rimosse le sedute, a ridosso del palcoscenico, sul quale saliranno invece i membri del Coro del Teatro Regio di Parma, distanziati in base al protocollo in materia di sicurezza sanitaria attualmente in vigore. L’esecuzione del recitativo “O Freunde, nicht diese Töne” e del coro “Freude, schöner Götterfunken”, nel quarto movimento della Sinfonia, sarà accompagnata dallo scorrimento negli appositi schermi sovrastanti il boccascena di sottotitoli con la traduzione del testo originale di Friedrich Schiller.

Il “puzzle” della Nona Sinfonia inizia a prendere forma definitiva soltanto a partire dal 1822, sebbene molti suoi elementi musicali si possano individuare in lavori precedenti, oltre a comparire in forma di appunti e schizzi nei taccuini di Beethoven sin dal 1794 e che, si presume, l’idea di un componimento ispirato al famoso apostrofo di Schiller alla fratellanza universale trottasse nella testa di Beethoven sin dagli anni in cui, ancora giovane studente di filosofia all’Università di Bonn, ebbe l’opportunità di conoscere l’opera del poeta e quell’Ode An die Freude (scritta nel 1785 e pubblicata nel 1786) che era diventata un simbolo degli ideali dei giovani tedeschi. Il successo della sua prima esecuzione, al Theater an der Wien, il 7 maggio 1824, è registrato nella storia da un’immagine: quella della miriade di fazzoletti sventolati in aria dal pubblico in segno di apprezzamento dell’opera di un artista, ormai del tutto sordo, che volle nonostante tutto imprimere il suo sigillo interpretativo in veste di direttore, furiosamente gesticolante alla testa di un’orchestra condotta in porto dal primo violino, all’esecuzione dell’opera.

Il brano testimonia pienamente del potere intellettuale oramai detenuto da Beethoven di penetrare nel livello gestuale al di sotto della forma sonata, dove sapeva manipolare gli elementi di base dello stile della sonata in un modo più completo e meno formalistico che mai. In termini tecnici, lo sviluppo della sua forma sinfonica può essere visto come la proiezione dei principi alla base dello stile sonata sulla scala del lavoro totale in quattro movimenti, piuttosto che su quello del singolo movimento in forma di sonata. Il Beethoven della maturità si dimostra alle prese con i fondamenti musicali. E si avverte la stessa comprensione delle essenze quando isola un dettaglio melodico, armonico o ritmico di un tema e poi sembra “comporlo”, per spiegarne le implicazioni più avanti nel pezzo. L’attenzione si è definitivamente posata sul “processo”.

La capacità espressiva, dalla gamma ampliata e l’evidente intento radicale di quest’opera, che la distingue dalle sinfonie nella tradizione del XVIII secolo si assommano alla fascinazione suscitata dall’altro lato dell’ideale sinfonico che essa manifesta, non meno essenziale, la combinazione della sua dinamica musicale, ora estremamente potente, e suggestioni di extra-musicali, che conferisce ai suoi brani un’inconfondibile aura etica. Si manifesta qui anche il crescente interesse di Beethoven per la melodia popolare, cosa che non sorprende per chi ha arrangiato oltre 150 canti popolari per Thomson in questi anni. Il ciclo di canzoni An die ferne Geliebte op.98 (1816) segna forse l’approccio più vicino di Beethoven all’ideale di Goethe della Volksweise come base per la composizione della canzone. Semplici melodie evocative di canti e balli folcloristici sono costantemente presenti negli ultimi quartetti e in altra musica. Nel migliore spirito del primo romanticismo, Beethoven cercava un nuovo livello di base di contatto umano attraverso la semplicità della canzone, senza raffinatezza o artificio. Questi suoi toni, “più piacevoli e più gioiosi”, assieme alla sua invocazione all’unità, alla condivisione, alla fratellanza sono tra le ragioni del destino della composizione, scelta quale inno dal Consiglio d’Europa già nel 1972, e poi come Inno dell’Unione Europea nel 1985.

Paolo Maier (anche per le fotografie)