La vita è sogno di Lenz all’Abbazia di Valserena

Dal 19 al 25 giugno il perimetro esterno dell’Abbazia di Valserena alle porte di Parma sarà lo scenario monumentale de La vita è sogno di Lenz Fondazione, creazione site-specific di Maria Federica Maestri e Francesco Pititto a conclusione del progetto quadriennale Il Passato imminente realizzato per Parma Capitale Italiana della Cultura 2021.

Il Passato imminente consiste nell’installazione performativa contemporanea di opere di Pedro Calderón de La Barca: i grandi autos sacramentales Il grande teatro del mondo (2018) e La vida es sueño (2019) allestiti negli spazi del Complesso Monumentale della Pilotta di Parma; i tre soli Flowers like stars?, Hipógrifo violento e Altro stato (invitato alla Biennale Teatro di Venezia 2021) ambientati nei magnifici spazi di origine industriale di Lenz Teatro e infine nel 2021 La vita è sogno, che verrà installata nel paesaggio storico-rurale dell’Abbazia di Valserena, nota comunemente come Certosa di Paradigna, monumentale abbazia cistercense fondata nel 1298, dal 2007 sede dello CSAC – Centro studi e archivio della comunicazione dell’Università di Parma.

La vita è sogno sarà agita scenicamente dall’ensemble di attori sensibili che Lenz ha reso da molti anni protagonisti del proprio linguaggio: Barbara Voghera, Paolo Maccini, Carlotta Spaggiari, Tiziana Cappella, interpreti della creazione insieme a Sandra Soncini, Valentina Barbarini, Antonio Bocchi, ai performer adolescenti Lorenzo Davini, Daniel Gianlupi, Agata Pelosi, e ai cantanti Debora Tresanini (soprano), Eva Maria Ruggieri (contralto), Davide Zaccherini (tenore) impegnati vocalmente nei corali e nelle arie della Passione secondo Matteo di Johann Sebastian Bach, in dialogo con il paesaggio sonoro creato dal compositore elettronico Claudio Rocchetti. Le lunghe fasi laboratoriali preparatorie alla messa in scena hanno visto impegnati nei percorsi formativi utenti dei Gruppi di Automutuoaiuto e del SERD servizio dedicato alle dipendenze e giovani della Casa della Salute del Bambino e dell’Adolescente dell’AUSL di Parma.

La vita è sogno sarà al centro della sezione estiva della venticinquesima edizione del Festival Natura Dèi Teatri, la prima delle molte a venire totalmente interpretata dalle opere performative e visuali di artiste di diverse generazioni e provenienze e dalle riflessioni di curatrici e studiose della scena contemporanea.

Ingresso La vita è sogno:
Intero € 15 (€ 5 + 5 + 5, come i tre lati dell’Abbazia che saranno attraversati)
Ridotto € 12 (€4 +4 + 4)
Speciale Università (studenti e personale) € 9 (€ 3 + 3 + 3)

L’Abbazia di Valserena si trova in via Viazza di Paradigna 1, Paradigna (PR).

Posti numerati, distanziati, mascherina obbligatoria. Si provvederà dalla misurazione della temperatura prima dell’ingresso nello spazio.

Info e prenotazione (obbligatoria): 0521 270141, 335 6096220, info@lenzfondazione.it, www.lenzfondazione.it.

Michele Pascarella (anche per la fotografia dell’Abbazia di Valserena dall’Archivio Lenz)

L’elisir d’amore al Carlo Felice di Genova

La produzione de L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti conclude la Stagione 2020-2021 del Teatro Carlo Felice di Genova con un omaggio nel centenario della nascita a Emanuele Luzzati, di cui propone una delle scenografie più celebri, realizzata nel 1994 per l’allora “Teatro dell’Opera di Genova”, con gli storici costumi di Santuzza Calì.

L’allestimento, per la nuova regia di Davide Garattini vede Alessandro Cadario, maestro concertatore e direttore salire sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro Carlo Felice, preparato da Francesco Aliberti, protagonisti in scena i solisti dell’Accademia di alto perfezionamento per cantanti lirici del Teatro Carlo Felice, con la direzione artistica di Francesco Meli.

Melodramma giocoso in due atti scritto da Gaetano Donizetti nel 1832 su libretto del genovese Felice Romani L’elisir d’amore si ispira alla vicenda de Le Philtre di Daniel Auber, su libretto di Eugène Scribe, in voga a Parigi in quegli stessi anni. Nei due soli atti di una vicenda di ispirazione agreste – il semplice Nemorino, innamorato della bella e scaltra Adina, si fa raggirare dal ciarlatano Dulcamare che gli propone un magico filtro d’amore – Donizetti riesce musicalmente condensare gli affetti propri del genere comico e del semiserio. A questi amalgama la dimensione metateatrale, in una commedia degli equivoci e degli intrighi a lieto fine, di grande vitalità melodica, la cui trama, pronta a “scattare” come una trappola, si riavvolge ironicamente attorno al destino dei personaggi.

La vicenda, piena di fantasia, di freschezza, viene esaltata dalla scelta di Luzzati di ambientare l’intera vicenda a cielo aperto, nel quadro di un’ambientazione classica: le quinte, il boccascena, un albero richiamano un’iconografia tipicamente ottocentesca, utilizzando semplici dispositivi (siparietti, al più) per ricreare le ambientazioni intimistiche, e sgombrano il terreno all’arrivo dirompente del carro-armadio di Dulcamara, che assolve al compito di dispiegare “telescopicamente” i diversi interni, in una contemporaneità di spazio e tempo che riporta alle fondamenta illusionistiche e favolistiche del linguaggio dell’opera.

“L’elisir d’amore, nel suo genere è una delle opera più perfette, scriveva Emanuele Luzzati nelle sue note sull’allestimento dello stesso titolo al Carlo Felice nel 2004: una musica leggera, ma senza mai cadute; un libretto spiritoso, frasi orecchiabili e poi punti di forza: uno nel primo atto con la cavatina di Dulcamara e l’altro nella celebre romanza, cavallo di battaglia di tutti i tenori leggeri “una furtiva lagrima”. Ed è con leggerezza e semplice efficacia che Luzzati risolve una mise en scène nata strutturata in una serie di tableaux vivants caleidoscopici, tra cui si insinuano riferimenti alla dimensione meta-teatrale, come attraverso la presenza in scena di una poltrona: quella su cui sedeva il nonno dello stesso Luzzati, per narrargli la storia di Nemorino e Adina, quella su cui si siederanno gli innamorati per condividere, oggi, i loro progetti e, un domani, i loro racconti e ricordi.

Note di regia di Davide Garattini

I cent’anni dalla nascita di Emanuele Luzzati sono un anniversario che non può passare inosservato, soprattutto da parte della città che l’ha visto nascere e morire, lui stesso ha da sempre mostrato un forte attaccamento verso la città di Genova come sua grande ispiratrice : “ Genova, dove si entra dai tetti delle case e si esce giù per le strade ripide, labirintica come un bosco, è la mia migliore musa. Tutte le volte che esco dall’ascensore del quartiere di Castelletto e guardo fuori mi stupisco, perché vedo sempre qualcosa di nuovo.”. Proprio da queste parole ho iniziato il mio viaggio in questo bellissimo Elisir d’amore firmato Luzzati-Calì. Ci si ritrova magicamente immersi in un caleidoscopio di colori che inebria e come in un labirinto ci si perde piacevolmente in una visione fantastica.

Purtroppo non ho mai conosciuto Lele Luzzati, ammetto che mi sarebbe piaciuto molto fare una conversazione con lui perché avrei mille domande da fargli a cui sicuramente risponderebbe mostrandomi tutte le sue immagini. Sono stato da sempre affascinato dalla sua arte, mi divertiva e mi incuriosiva; ho da sempre osservato i suoi lavori e ho sempre accolto con entusiasmo le sue proposte artistiche, soprattutto quando affrontava i classici più conosciuti. Mi lascio graffiare, con molto piacere, dalle sue immagini così vibranti dove, a ogni sguardo, veniamo catturati da nuovi dettagli, esattamente come accade con la città di Genova, un labirinto di diverse possibilità e molteplici sfaccettature.

La felicità è sicuramente stata la mia prima reazione quando ho ricevuto la proposta di firmare una nuova regia dell’opera con le scene di Luzzati, poi lentamente l’entusiasmo si è placato e si è trasformato in uno sguardo più guardingo. Ho da subito cercato di esaltare la forma estetica, ma sicuramente, entrare in un progetto come questo con una nuova regia, non è cosa facile, ci vuole molto rispetto e attenzione. Anche in questo caso una frase di Luzzati mi è venuta in aiuto: “La memoria è una cosa fredda, il racconto invece è caldo: è tutta la vita che racconto, io che sono così avaro di parole.” Per cui inutile pensare alla memoria, dovevo mettermi a raccontare; così che ho cominciato a farmi guidare in questo caleidoscopio di colori cercando un modo nuovo: vivo e caldo e al tempo stesso di rispettare il lavoro esistente.

Siamo in un periodo storico molto particolare, che ci condiziona notevolmente sulle scelte da portare in scena, con regole e distanze di sicurezza che indicano “nuove strade, diverse”, non voglio chiamarli “limiti”; ma, senza dubbio, sono percorsi nuovi da affrontare. L’elisir d’amore sarà la prima opera del Teatro Carlo Felice di Genova a pieno organico. Un’impresa notevole che oggi i teatri italiani sono chiamati ad affrontare per dimostrare, ancora una volta, la loro professionalità e serietà. Noi artisti fermi da più di un anno accettiamo questa chiamata alle armi con determinazione e felicità, in qualunque situazione, ci si rimbocca le maniche, si mettono da parte vecchi metodi e si ricomincia tutto da capo per andare in scena.

Ho cercato di proporre fin da subito una regia dinamica e divertente, frizzante e attiva come la grafica dell’allestimento suggerisce, la freschezza dei giovani interpreti dell’Accademia di Canto del Teatro Carlo Felice ha sicuramente aiutato. Affrontare un’opera come questo capolavoro donizettiano può trarre in inganno; a prima vista può apparire facile ma non lo è affatto. Si tratta di un’opera buffa ma non minore, anzi esattamente il contrario, è il titolo perfetto per la crescita di un giovane cantante, per sviluppare la sua parte artistica e interpretativa. I cantanti sono portati a mettere in scena personaggi con molte sfaccettature, risvolti psicologici e di sentimenti; così l’artista deve misurarsi e raccontare sul palco ogni momento. Una bella sfida per il suo percorso. Fortunatamente la musica aiuta moltissimo, favorisce anche dei simpatici “a parte” che ricordano le pagine più divertenti del teatro goldoniano. In questi momenti il pubblico ascolta quello che il personaggio nasconde agli altri, come una confessione all’audience rendendola parte attiva della storia. La musica di Gaetano Donizetti poi, magistralmente, conduce e sviluppa la trama!

A colpire la mia fantasia registica, più di tutto, è stato il Carro di Dulcamara. Un capolavoro! Potrei fare quest’opera solo con questo elemento e togliere tutto il resto, purtroppo a causa delle restrizioni anto Covid, posso usarlo limitatamente; ma mi piacerebbe molto fare un Elisir d’amore usando, unicamente, tutte le diverse sfaccettature di questo carro. Il carro di Dulcamara, per me, è senza dubbio l’espressione perfetta di Luzzati e la mia idea di questo Elisir, un grande carro colorato, tipico dell’arte dell’artista genovese, pieno di immagini vive e sorridenti, di profili e pennellate veloci. Un affresco intimo e grazioso che si apre piano piano fino a mostrarsi nella sua totalità, così è il mio Elisir, si sviluppa in modo da poter raccontare la storia e infine mostrare una conclusione piena d’amore e musica.

Credo che sia davvero bello ri-iniziare la vita sul palco da questo spettacolo, raccontiamo di un Elisir che fa innamorare; ma io vedo la metafora della musica e dell’arte come “balsamico liquore” che fa innamorare dell’arte e fa dimenticare il tempo delle restrizioni e della lontananza dalle scene. Auguro a tutti di bere questo Elisir fino all’ultima goccia di musica.

L’Accademia di alto perfezionamento e inserimento professionale per cantanti lirici del Teatro Carlo Felice nasce nel 2021. Il teatro ne ha affidato la direzione artistica al tenore genovese Francesco Meli, tra le massime personalità del panorama lirico internazionale.

L’Accademia ha lo scopo di offrire un ciclo formativo completo, così da valorizzare le nuove generazioni di cantanti anche attraverso il debutto nelle stagioni liriche genovesi. Il Teatro Carlo Felice, i docenti dell’Accademia e il direttore artistico credono fermamente nel progetto di dare concrete opportunità professionali alle nuove leve e credono nel futuro dell’Opera. I docenti dell’Accademia sono Vittorio Terranova, Elizabeth Norberg-Schulz, Giulio Zappa, Roberto De Candia, Antonella D’Amico, Serena Gamberoni, Silvia Paoli, Daniele Callegari, Antonella Giusti, Francesco Meli.

Nicoletta Tassan Solet (anche per la fotografia di un modellino di Luzzati de L’Elisir D’Amore)

La verità sulla morte di Cangrande Della Scala

È stata una malattia genetica rara, più precisamente la Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo, a portare alla morte, in soli tre giorni, Cangrande della Scala, signore di Verona. Nessun assassinio dunque, come una certa tradizione ha sostenuto per secoli. Il 22 luglio 1329, Cangrande morì a Treviso, appena trentottenne, in conseguenza di una rara malattia genetica. A svelarlo sono state le analisi condotte dal Laboratorio di Genomica Funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, diretto dal professor Massimo Delledonne. Un’indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’Università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico.

Questo sforzo congiunto fra gli esperti del Museo di Storia Naturale e Università degli Studi di Verona e di Firenze ha permesso di dimostrare come sia possibile analizzare con altissima precisione i geni di un DNA così antico, sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, per giungere a una diagnosi clinica certa, anche quando le fonti storiche sono scarse. Utilizzando le nuove tecnologie di sequenziamento diagnostico applicate nei più avanzati centri di ricerca a persone malate per migliorare la diagnosi, la prognosi e la cura delle malattie a base genetica, è stato possibile non solo ricostruire l’informazione custodita nel DNA di Cangrande della Scala, ma anche riconoscere le condizioni patologiche che hanno determinato la sua morte.

I risultati della storica indagine sono stati presentati a Verona, al Museo di Storia Naturale, dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi. Ad illustrare la ricerca, per l’Università di Verona Massimo Delledonne – Dipartimento di Biotecnologie e Alessandro Salviati – Dipartimento di Biotecnologie, per l’Università di Firenze David Caramelli – Dipartimento di Biologia. Presenti Ettore Napione dell’Ufficio Unesco del Comune di Verona, che ha curato parte dei riscontri storici dello studio, e Leonardo Latella del Museo di Storia Naturale.

“Una giornata storica per la città di Verona – sottolinea il sindaco –. Attraverso uno studio genetico mai eseguito prima su campioni di mummia risalenti a 700 anni fa è stato possibile svelare molti aspetti della vita e della morte di una delle figure storiche più importanti della nostra città. La morte di Cangrande oggi non è più un mistero. Contrariamente a quanto sospettato per secoli, il Signore di Verona non fu assassinato, ma morì per cause naturali o, più correttamente, per una malattia genetica. Un risultato straordinario, frutto di un lavoro di squadra importante, che ha visto collaborare in stretta sinergia il Comune di Verona, con la direzione dei Musei civici, e le Università di Verona e Firenze. Il primo risultato concreto dopo la firma, a gennaio 2020, del protocollo tra Comune e Università, per una collaborazione stretta e operativa volta a sviluppare innovazione, sostenibilità ed efficienza in più settori e per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città. Infatti è stato possibile chiarire, con prove scientifiche documentate, nell’anno del 700 anniversario dalla morte di Dante, aspetti ancora segreti della vita del grande Signore della Scala, amico del Sommo Poeta”.

Un momento della presentazione dei risultati scientifici

“Si mette così la parola fine – afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani – ad uno dei misteri che ancora circondano la Signoria Scaligera, la famiglia che accolse l’esiliato Dante in città e che il poeta ricorda nella Divina Commedia. Un processo scientifico emozionante che, per la prima volta, ha portato all’osservazione approfondita del DNA di Cagrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità identificare nuove ed interessanti informazioni storiche sulla sua vita e, in particolare, morte. Questo progetto scientifico rappresenta uno dei principali appuntamenti calendarizzati nel corso di quest’anno in occasione delle celebrazioni dantesche”.

“La scelta di affidare i resti di Cangrande della Scala al Museo di Storia Naturale – sottolinea la Direttrice dei Musei Civici di Verona, Francesca Rossi – venne dettata dal fatto che la conservazione dei materiali biologici richiede particolari accortezze, già previste per le collezioni del Museo, in particolari quelle zoologiche. Attraverso questo straordinario progetto è stato finalmente possibile completare il percorso di analisi sui reperti custoditi dal 2004 e giungere a risultati scientifici certi, che svelano le cause della morte di Cangrande della Scala”.

Una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, non ha reso possibile il sequenziamento clinico. È stata quindi effettuata una seconda estrazione, da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso la quantità di DNA estratto presentava DNA contaminante. Una percentuale di DNA umano più elevata consentiva però di portare avanti un percorso di analisi.

Il laboratorio di Genomica Funzionale dell’Università di Verona ha dunque deciso di applicare una tecnica di laboratorio attualmente utilizzata per la diagnosi clinica di pazienti affetti da malattie genetiche, che ha permesso di catturare in modo specifico i circa 35 milioni di basi del DNA che contengono i geni umani, eliminando così il DNA contaminante.

Cangrande è stato quindi “sequenziato” come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica degli 83 milioni di sequenze prodotte ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, un valore davvero molto elevato.

Analisi successive hanno permesso di identificare 249 varianti associate a malattie da cui è stato possibile riconoscere due mutazioni diverse nel gene dell’enzima lisosomiale α-glucosidasi acida. La malattia che deriva dalla disfunzione di questo enzima è una glicogenosi, in questo caso la Glicogenosi tipo II. Nei casi ad esordio tardivo, come quello riconducibile a Cangrande, la malattia si evidenzia in una scarsa resistenza alla fatica fisica, difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, fratture ossee spontanee e cardiopatia. La morte dei pazienti adulti è spesso quasi improvvisa, come accaduto a Cangrande, deceduto dopo solo tre giorni di malattia.

Alcune opere storiche hanno messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco rispetto alla spada. Il quadro clinico della morte di Cangrande è pertanto compatibile con la malattia di Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo.

Il medico di Cangrande, nel tentativo di contrastare questa debolezza, somministrò dosi eccessive di digitale (una sostanza utilizzata come cardiotonico) e questo fece pensare ad un avvelenamento, tanto che il medico venne impiccato di lì a poco. Oggi sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe.

In ambito storico sono riportati alcuni dei momenti più critici della salute di Cangrande. Prima crisi, il 17 settembre 1314, all’età di 23 anni, dopo una cavalcata veloce il Signore di Verona è costretto a lasciare il cavallo e viene trasferito su un carro. Seconda crisi, il 25 agosto 1320, a 29 anni, ferito ad una coscia fu trasportato all’accampamento, dove si riprese e ritornò in battaglia. In realtà, dalle autopsie effettuate sul corpo non sono state riscontrate cicatrici sulla coscia, ciò fa supporre si trattasse di altri sintomi, sempre riconducibili alla malattia. Terza crisi, il 4 luglio 1325, all’età di 34 anni, in una cavalcata da Verona verso Vicenza, Cangrande fu colto da improvviso malore e fu riportato a Verona, dove peggiorò, rimanendo tra la vita e la morte per dieci giorni e poi malato per mesi. Quarta crisi, il 18 luglio 1329 si ammala e dopo tre giorni muore. Era il 22 luglio 1329, Cangrande aveva 38 anni.

Un’indagine partita da lontano. Esattamente dal 12 febbraio del 2004 quando, per decisione del Comune e i civici Musei d’Arte, fu organizzata la ricognizione e l’apertura dell’arca funebre di Cangrande della Scala, che portò ad identificare il corpo mummificato dello scaligero, più o meno nelle medesime condizioni in cui era già stato rinvenuto all’interno della cassa nell’apertura del 1921 (in occasione del VI centenario della morte di Dante Alighieri). Il corpo del Principe fu sottoposto ad una serie di indagini scientifiche e autoptiche prima di essere nuovamente riposti nell’arca che li aveva preservati per secoli.

Parte dei materiali biologici, in particolare il fegato e alcune falangi del piede, furono inviate all’Università di Pisa per ulteriori indagini biomediche. Nei primi mesi del 2007, i reperti furono restituiti e depositati presso il Museo di Storia Naturale perché venissero conservati e resi disponibili per futuri ulteriori studi.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Frida Kahlo. Una vita per immagini

„Frida Kahlo. Una vita per immagini” è il titolo della mostra, promossa dal Comune di Sansepolcro e organizzata da Civita Mostre e Musei e Diffusione Italia International Group, che sarà aperta al pubblico nel Museo Civico di Sansepolcro fino al 13 ottobre 2021. Attraverso un centinaio di scatti, per la maggior parte originali, la mostra ricostruisce le vicende della vita controcorrente della grande artista messicana, alla ricerca delle motivazioni che l’hanno trasformata in un’icona femminile e pop a livello internazionale.

Guillermo Kahlo, Frida, Messico 1932, stampa al platino/palladio

In effetti le foto di Frida sono state realizzate dal padre Guillermo durante l’infanzia e la giovinezza della figlia e poi da alcuni dei più̀ grandi fotografi della sua epoca: Leo Matiz, Imogen Cunninghan, Edward Weston, Lucienne Bloch, Bernard Silbertein, Manuel e Lola Alvarez Bravo, Nickolas Muray e altri ancora. In questo straordinario “album fotografico” si rincorrono le vicende spesso dolorose ma sempre appassionate di una vita, oltre agli amori, alle amicizie e alle avventure di Frida. In mostra è esposto anche un gruppo di piccole fotografie molto intime di Frida, scattate in formato polaroid dal gallerista Julien Levy.

Il percorso di mostra ricostruisce innanzitutto il contesto in cui si è affermata la sua personalità: è il Messico del primo Novecento, attraversato da una rivoluzione che ne ha cambiato la storia, grazie a umili campesinos ed eroici protagonisti come Pancho Villa e Emiliano Zapata. L’epopea e il mito della rivoluzione messicana resteranno impresse nella mente di Frida e ne forgeranno il carattere indomito, alimentando il suo senso di ribellione verso le convenzioni borghesi e le imposizioni di una società fortemente maschilista. In questo contesto si innestano le vicende della famiglia Kahlo. Guillermo, il padre, è un fotografo di professione di origine tedesca, giunto in Messico nel 1891 e ben presto innamoratosi del paese che lo ha accolto. La sua attività è testimoniata da alcune fotografie realizzate su incarico del governo austriaco, per documentare le chiese del Messico, erette nel periodo coloniale.

Guillermo Kahlo, Ritratto di famiglia con Frida Kahlo, Messico 1928, stampa alla gelatina d’argento vintage

Di sangue misto, tedesco e messicano, Frida cresce nel mito di un Messico rivoluzionario, introiettando tutti i caratteri di una personalità libera e indomita, che trova nella pittura un linguaggio appassionato, viscerale, dai forti contenuti impietosamente autobiografici, con cui si racconta senza ipocrisie. Tutta la sua opera è una forma di autoanalisi, alla ricerca di una propria identità e di una ragione di vita. Nei suoi numerosi autoritratti non teme di mettere a nudo le proprie debolezze e le proprie inquietudini.  Accanto a Frida è spesso ritratto Diego Rivera, il pittore e muralista con cui ha condiviso un rapporto intenso e turbolento, che ha attraversato gran parte della sua vita. Ma vi appaiono anche altri personaggi come Leon Trotsky e André Breton.

In mostra sono esposti infine alcuni documenti come il catalogo originale della mostra di Frida, organizzata da André Breton a Parigi, il primo “manifesto della pittura rivoluzionaria” firmato da Breton e Rivera, una documentazione fotografica della sua famosa Casa Azul e un grande dipinto realizzato dal pittore cinese Xu De Qi che riproduce Las Dos Frida. La mostra si chiude con un video che raccoglie le poche immagini filmate della grande artista messicana. Il catalogo, curato da Vincenzo Sanfo è edito da Papiro Art.

La mostra è aperta dal giovedì alla domenica 10.00 -13.30 / 14.30-19.00, con biglietto d’ingresso.

Ombretta Roverselli M. (anche per le fotografie)

A luglio, per la prima volta, “Titus” al Museo Lapidario di Verona

Shakespeare entra al Museo Lapidario Maffeiano con la tragedia romana di Tito Andronico. Per la prima volta l’Estate Teatrale Veronese va in scena all’interno di uno dei più suggestivi cortili museali scaligeri. Sarà la prima nazionale di ‘Titus’, diretta da Piermario Vescovo e coprodotta da Festival Shakespeariano e Teatro Stabile di Verona, a varcare il cancello sotto l’orologio della Bra, dove troneggia il busto del Bardo. Dal 22 al 25 luglio, l’attore Bob Marchese evocherà una storia antica, piena di crudeltà e orrore. Assieme a lui sul palcoscenico un gruppo di attrici-manovratrici con i loro burattini. Capovolgendo le regole del teatro elisabettiano che prevedeva solamente interpreti maschili, Linda Bobbo, Silvia Brotto, Ludovica Castellani, Maddalena Donà, Michela Degano, Manuela Muffatto, Marika Tesser, Antonella Zaggia daranno vita al teatro di figura. Quattro repliche per soli 70 spettatori a serata, nel rispetto delle misure anti contagio così come degli spazi storici e architettonici del museo.
A dare l’anticipazione di una delle novità assolute dell’Estate Teatrale Veronese, l’assessore alla Cultura Francesca Briani e il direttore artistico del festival Carlo Mangolini.
“Un nuovo capitolo nella storia del nostro festival. Un teatro che esce dai tradizionali palcoscenici per dialogare con la città e, allo stesso tempo, un museo che diventa luogo aperto di sperimentazione – ha detto Briani -. Una prima volta che abbiamo fortemente voluto anche per intercettare quel pubblico che non è abituato a frequentare i teatri ma può essere attratto da location inconsuete. In questo modo creiamo un dialogo tra i diversi spazi culturali della città, attraverso la prosa di cui Verona è protagonista a livello nazionale e internazionale”.
“Una bellissima opportunità anche per rinsaldare l’importante collaborazione con il Teatro Stabile di Verona, un altro tassello che si aggiunge alle numerose sinergie strette con le realtà culturali del territorio – ha spiegato Mangolini -. Un percorso che l’Amministrazione comunale ha fortemente voluto, soprattutto dopo questo anno difficile e complesso per il settore degli spettacoli. Per la prima volta l’Estate Teatrale Veronese entrerà in questo cortile, una delle meraviglie della città. Un’ambientazione davvero affascinante per riscoprire uno dei testi di Shakespeare meno noti. L’uso dei burattini, poi, consentirà di affrontare tematiche anche molto forti con un tono un po’ più sognante”.

“Uno spettacolo complicatissimo, uno dei testi meno praticati di Shakespeare ma che siamo orgogliosi di portare in scena in questo luogo bellissimo – ha aggiunto Vescovo, direttore del Teatro Stabile -. La location di stampo romano è perfetta per questa dolorosissima tragedia. Sul palcoscenico vedremo un narratore e 8 donne, invertendo la regola shakespeariana del teatro elisabettiano. E poi i burattini, per un teatro di figura che si intersecherà con quello in presenza. Il distanziamento limiterà il coinvolgimento del pubblico ma utilizzeremo questo spazio meraviglioso al meglio delle possibilità”.

“È uno dei testi più difficili di Shakespeare, per la sua complessità, per come l’autore scarica in questa tragedia il bene e il male portandoli all’eccesso – ha concluso Marchese -. La cosa più ardua, ma allo stesso tempo più affascinante, sarà proprio trasmettere questa complessità. Siamo di fronte ad una montagna da scalare”.

Roberto Bolis

Santissima Trinità

ANNO B–MATTEO 28,16-20

In quel tempo, 16. gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. La domenica dopo la Pentecoste è dedicata alla Santissima Trinità. “Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 234). La relazione d’amore che intercorre tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è la base della nostra fede. La Trinità non è un concetto astratto, non è una teoria filosofica, non è un’idea, ma è una relazione a cui noi partecipiamo. Il nostro Dio non è solitudine, non è un motore immobile che spinge l’universo, non è un osservatore estraneo della creazione e delle creature. Il nostro Dio è Amore, comunione, legame, incontro. Dio è un’unica vita divina, ma vissuta nella pluralità, nell’armonia di Tre Persone unite da un unico amore: Dio è “uno”(cfr. Deuteronomio 6,4), ma è nello stesso tempo comunione “plurale”. Dio si è unito all’umanità in modo indissolubile perché all’interno della Trinità il Figlio, Risorto e glorioso, ha portato la nostra umanità. La Trinità si apre alla relazione con noi per riversare la sovrabbondanza d’amore che intercorre tra le Tre Persone. A nostra volta, siamo chiamati a riversare amore su quanti avviciniamo. Il brano evangelico di questa domenica riporta gli ultimi versetti del Vangelo di Matteo. Egli scrive per i cristiani provenienti dall’ebraismo che si sentono perseguitati dai giudei ed hanno bisogno di un sostegno nella fede. Matteo afferma che Gesù è davvero il Messia,venuto a realizzare le promesse fatte dai profeti. All’inizio del suo Vangelo, l’evangelista Matteo presenta Gesù come il “Dio con noi-Emmanuele”. Al termine del Vangelo Gesù afferma: “Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.Sia all’inizio che alla fine, dunque, Dio è presentato come il “sempre Presente”. I versetti del brano odierno ci presentano l’ultima apparizione di Gesù risorto agli Undici discepoli.“Andarono in Galilea”: Gesù era apparso per primo alle donne e a loro aveva chiesto di dire ai discepoli di andare in Galilea per vederlo nuovamente. Proprio in Galilea Gesù aveva chiamato i primi discepoli. La Galilea diventa, perciò, il luogo della riconferma della chiamata a seguirlo:prima nella vita pubblica, ora nella fede. Ad ogni chiamata corrisponde una missione e per questo i discepoli sono inviati al mondo. “Sul monte”:notiamo che gli avvenimenti importanti avvengono sempre sulla montagna, luogo privilegiato per l’incontro con Dio in tutte le culture, anche in quella ebraica. Mosè riceve le tavole della legge sul Sinai; Gesù si trasfigura su un monte; su un monte proclama le beatitudini; su un monte moltiplica i pani; su una collina (un monticulus–Golgota –luogo di sepoltura di Adamo -secondo la tradizione),fuori Gerusalemme, viene crocifisso; sul monte appare agli Undici.17. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. “Si prostrarono”: il prostrarsi è l’atteggiamento di chi crede e di chi accoglie la presenza di Dio. I discepoli, che prima l’avevano abbandonato ed erano fuggiti, ora sono riuniti tutti ai piedi di Gesù, sono inginocchiati con la faccia a terra, lo adorano, lo riconoscono come Dio. “Essi però dubitarono”: il dubbio nasce dal fatto che la presenza divina è talmente grande da oltrepassare la capacità umana di comprensione. Gli apostoli non sono uomini ingenui, creduloni. Si pongono domande, dubitano, ma quando approdano alla fede diventano testimoni coraggiosi e fedeli fino alla morte. La comunità cristiana degli anni ottanta, quando scrive Matteo, viene rafforzata proprio dalla testimonianza di uomini che, da increduli, diventano credenti. Tutti noi attraversiamo momenti di dubbio e di smarrimento. Gesù, però, non si ferma alla nostra fatica, si fa vicino,in modo delicato e senza imporsi,e ci accompagna nel cammino di fede e di annuncio. Ci consegna il Vangelo, nonostante le nostre incertezze e le nostre debolezze.18. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. L’autorità di Gesù è nata dalla sua identità con Dio Padre. Il potere di cui parla questo versetto è la forza di amore di Dio: non ha niente a che fare conil significato di violenza, oppressione e sopruso dei potenti della terra. La potenza di Gesù è il “motore”interiore, il movente della missione degli apostoli.19. “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, “Andate”: questo è il comando di Cristo. Gli Undici discepoli paurosi, devono lasciare le loro sicurezze, la città di Gerusalemme, e spingersi fino ai confini della terra per annunciare a tutti i popoli che sono amati da Dio.“Fate discepoli tutti i popoli”: il discepolo era colui che condivideva concretamente la vita con il proprio maestro e imparava nella quotidianità i suoi insegnamenti. Noi siamo discepoli di Cristo se ascoltiamo la sua Parola e se condividiamo la nostra vita con la sua, lasciando che il suo pensiero, il suo comportamento, il suo insegnamento diventino vita della nostra vita. Il discepolato dura tutta la vita perché non finiremo mai di imparare ad amare alla scuola del nostro Maestro, Cristo Signore.“Battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”: Cristo ci ha rivelato che Dio è nostro Padre, per cui siamo tutti fratelli e sorelle. Essere battezzato nel nome di qualcuno significava, a quel tempo, assumere l’impegno pubblico di osservarne l’insegnamento. Venire battezzato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo significava allora e significa oggi assumere pubblicamente l’impegno di vivere il Vangelo, vincere il male, vivere da figli e figlie di Dio, essere disposti a dare la vita per testimoniare la fede professata.“Battezzare” significa “immergere”nell’acqua, simbolo dell’immersione della morte e risurrezione di Gesù, nello Spirito che rimette i peccati, ma in questo versetto (unico nel Nuovo Testamento)significa anche“immersione nella Trinità”.20. insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».Gesù incarica i suoi discepoli di una missione triplice: far discepoli tutti i popoli, battezzarli e insegnare loro tutto quello che Lui aveva comandato.“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”: Gesù afferma di essere Dio: “Io sono”.Come Dio è sempre accanto a noi: è la grande promessa del nostro Salvatore,che non ci abbandona mai. Incarnato per noi, morto per noi, risorto per noi, asceso al Cielo per noi, non termina la sua missione, ma è con noi per sempre! È questa certezza che fa scaturire la forza e il coraggio della missione ai testimoni di ieri e di oggi, al punto che tanti cristiani (migliaia e migliaia) non esitano a spargere il proprio sangue per la fedeltà al Vangelo anche nel ventunesimo secolo. Questo versetto esprime una densità teologica altissima: è la fede del popolo di Dio nel Nome di Dio, cioè nella presenza di Dio in mezzo a noi, espressa dal suo stesso nome YHWH, che noi pronunciamo come Yahwhè: “Egli è in mezzo a noi”. Il nome Yahwhè appare, solamente nell’Antico Testamento, più di settemila volte. È una presenza intima, liberatrice, amica. Con il tempo Dio era stato visto come un padrone severo, distante, terribile, ma Gesù lo rivela veramente come Padre buono, pieno di tenerezza. “Abbà! Padre Nostro!”. Dio si fa conoscere in Gesù. È Gesù la chiave di lettura per leggere l’Antico Testamento in modo corretto. Per adorare il mistero della Santissima Trinità abbiamo bisogno di ribadire la nostra certezza di essere abitati dalle Tre Persone che non ci abbandonano mai, che sono sempre con noi! Questa è la nostra fede. Andiamo dunque ad immergere il mondo nel mare di Dio, andiamo a testimoniare che vale la pena vivere d’amore e per amore, andiamo a manifestare la comunione che esiste all’interno della Trinità, quella comunione che possiamo già vivere qui e ora sulla terra: “Ho trovato il mio cielo sulla terra, perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui l’ho compreso, tutto per me si è illuminato” (Santa Elisabetta della Trinità -1880/1906). Ogni volta che facciamo il Segno della Croce, rinnoviamo con consapevolezza il nostro “sì”al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. La nostra vita sarà più felice e più bella, nell’attesa della piena visione beatifica in Cielo.

Suor Emanuela Biasiolo

“Tre per una” di Palopoli a Roma

Aperitivo culturale in mezzo al verde del Parco Virgiliano, in zona Nemorense a Roma. Mercoledì 26 maggio alle ore 19:00 l’autrice Roberta Palopoli presenta il suo romanzo noir “Tre per una” (edizioni Castelvecchi), un’opera – come lei stessa definisce “irrispettosa, ribelle e imprevedibile”. Insieme a lei ne parleranno l’attrice, autrice e conduttrice Enrica Bonaccorti e il giornalista e critico Paolo Petroni.

Ho immaginato una sorta di “fashion thriller” partendo dalla voglia di ribellione, onnipotenza e riscatto che ho notato in molte persone – afferma l’autrice – La mia idea era quella di inventare un personaggio capace di farla franca, beffeggiare un sistema appiattito e malato, ma allo stesso tempo dotato di una logica onesta: può sembrare un paradosso, ma il protagonista della storia  prova sentimenti totali, nel bene e nel male e dimostra così di essere più pulito e lineare di coloro che lo circondano.

Nella struttura all’aperto gestito dalla cooperativa sociale Barikamà, improntata a un progetto di impresa sociale, sarà possibile assistere liberamente all’incontro e, su richiesta, degustare le proposte bio del caffè-ristoro. Si raccomanda la prenotazione.

Stuart Newell uccide, con soddisfazione. Non sa porre ostacoli ai suoi desideri assassini. Viaggia, ha successo, classe, bellezza. Uccide ormai senza comprenderne il motivo, come avesse ogni giorno una missione criminale incontrollabile. Riesce ad adescare le sue vittime con stratagemmi assolutamente straordinari. Stuart però si innamora. E da quel momento il suo compito si amplifica, stimolato da un sentimento sconosciuto. Tre per una. I crimini di Stuart Newell è un romanzo articolato che ci avvicina alla mente criminale di chi considera la sua vita ostaggio del delitto, non senza attimi di lucida umanità. Un “fashion killer”, cittadino del mondo, che infierisce con classe e vive in un universo di logico ordine.

Elisabetta Castiglioni

Anche Ferrara partecipa alla Run4hope 2021 con i militari dell’Esercito Italiano

È prevista per mercoledì 26 maggio alle 9 la partenza della tappa ferrarese della ‘Run4hope 2021’, il Giro d’Italia podistico a staffetta, promosso per raccogliere fondi a sostegno di AIRC per la lotta ai tumori infantili.

Alla partenza, prevista in piazza Trento Trieste, davanti alla Torre della Vittoria, sarà presente, per un saluto ai partecipanti, l’assessore comunale allo Sport Andrea Maggi assieme al gruppo podistico del Reggimento Genio Ferrovieri di Castel Maggiore (BO) che, con il Colonnello Emilio Giglio, comandante del Reggimento, saranno impegnati nella frazione podistica.

La tappa di Ferrara, organizzata con il supporto dell’Amministrazione comunale, vedrà infatti la partecipazione straordinaria dell’Esercito Italiano, che ha concesso il suo patrocinio alla nobile iniziativa, con la presenza degli uomini e delle donne del Reggimento Genio Ferrovieri, che percorreranno la frazione in partenza dal centro storico cittadino con arrivo a Molinella. I partecipanti raccoglieranno il testimone proveniente da Comacchio, portato (il giorno prima) dai podisti della Corriferrara, in una sorta di gemellaggio con la storica manifestazione podistica ferrarese.

A causa delle restrizioni dovute alla pandemia, la Run4hope 2021 si svolgerà lungo più percorsi all’interno delle diverse Regioni d’Italia, già partiti in contemporanea lo scorso 22 maggio e con conclusione prevista per domenica 30 maggio. Ogni giorno, in base al percorso individuato dai vari Comitati Regionali Run4Hope, sarà percorsa una tratta prestabilita che vedrà coinvolti i podisti del territorio (singoli o in gruppi sportivi, associazioni, o altro) chiamati a correre per sostenere AIRC- Fondazione Italiana Ricerca sul Cancro, nella lotta ai tumori infantili.

Il percorso emiliano romagnolo prenderà il via da Bologna, passando poi per Forlì, Ravenna, Comacchio, Ferrara, Molinella, di nuovo Bologna, Modena, Rubiera, Parma, Fiorenzuola e infine Piacenza.

Per la tappa ferrarese il Comune garantirà il proprio supporto logistico e organizzativo, oltre a un servizio di accompagnamento da parte del Corpo di Polizia Locale che, con una pattuglia motociclistica, scorterà i militari podisti lungo tutto il tratto nel territorio comunale.


Alessandro Zangara

I Giardini estensi, luoghi di incanto e di studio, raccontati da Francesco Scafuri

Giovedì 27 maggio 2021 alle 17 sarà trasmesso in diretta streaming dalla biblioteca “Lionello Poletti” dell’Accademia delle Scienze di Ferrara il convegno accademico di studi sul tema “Giardini estensi e semplici: aspetti estetici e nuove scoperte scientifiche”, organizzato dalla stessa Accademia delle Scienze in collaborazione con il Comune di Ferrara (Assessorato alla Cultura) e le associazioni De Humanitate Sanctae Annae Odv e Ferrariae Decus.

Dopo i saluti del Presidente dell’Accademia, Francesco Scutellari, seguirà la relazione di Francesco Scafuri (responsabile dell’Ufficio Ricerche Storiche presso il Servizio Beni Monumentali del Comune di Ferrara), che approfondirà, sulla base degli studi e delle ricerche condotte negli ultimi anni, alcuni temi relativi allo sviluppo dei giardini nella Ferrara del XV e XVI secolo. La conferenza sarà visibile in diretta streaming sul canale youtube al link diretto: https://youtu.be/mUJQM0D86IE

Scafuri si soffermerà in particolare sugli incantevoli giardini estensi, nei quali le siepi di bosso e le piante sempreverdi divenivano grazie all’ars topiaria elementi fondamentali di contemplazione estetica all’insegna della bellezza della primavera, giovandosi altresì della frequente presenza di fontane monumentali. Nel contempo, i giardini rappresentavano luoghi di studio in cui, oltre agli spazi dedicati agli alberi da frutto, rivestivano particolare importanza le piante medicinali (i cosiddetti“semplici“), considerate fondamentali per la cura delle malattie, di cui peraltro nel Rinascimento non si conosceva molto. Tuttavia, soprattutto nel corso del Cinquecento si riscontra da una parte un notevole sviluppo degli studi legati a queste piante particolari (per la maggior parte note o poco conosciute), dall’altra un largo interesse per particolari specie vegetali che cominciavano a giungere dalle Americhe, oltre che dall’Asia. Questo spirito nuovo che aleggiava sulla città, legato alla ricerca e alla conoscenza, porterà a nuove scoperte scientifiche, favorite dalla presenza a Ferrara di speziali, ma soprattutto di medici e botanici, come Nicolò da Lonigo detto il Leoniceno, Giovanni Manardo e Antonio Musa Brasavola, senza dimenticare il celebre frate Evangelista Quattrami da Gubbio, che verso la fine del XVI secolo fu al servizio di Alfonso II d’Este come erbarius (botanico) e Praefectus dell’orto ducale.

Alessandro Zangara (anche per la fotografia)

“Quando l’orbo ci vedeva bene”. Giancarlo Cerri opere 1960-2004

Dopo aver esposto nella primavera del 2019 “I quadri dell’orbo”, Giancarlo Cerri, artista ipovedente nato negli anni Trenta a Milano dove da sempre vive e lavora, dal 26 maggio al 26 giugno 2021 ritorna al Centro Culturale di Milano in Largo Corsia dei Servi 4 (ingresso libero lun-ven 10.00-13.00, 14.00-18.00; sab 15-19) con un’antologica dedicata interamente alla forza espressiva del bianco e nero dal titolo “Quando l’orbo ci vedeva bene”.

La mostra, nata in collaborazione con il Centro Culturale di Milano e che rappresenta anche un ulteriore segnale da parte della città di Milano di far ripartire la cultura in città dopo l’emergenza Covid-19, vuole essere un omaggio all’incanto del bianco e nero, ricerca dell’essenziale, le due estremità della tavolozza, i “non-colori”che sembrano incapaci di interagire con l’anima ma che invece, come nessun altro, determinano fortissime tensioni emotive.

Artista e grafico pubblicitario sin dagli anni Cinquanta, convinto da sempre che la pittura e la personalità di un pittore si esprimano “in parete”, Giancarlo Cerri ha attraversato appieno gli anni 60/70 dell’arte milanese conoscendone alcuni dei principali protagonisti.

Sebbene come artista abbia trovato il maggiore riscontro di notorietà a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, in realtà Cerri si era già fatto notare con due personali alla storica galleria Barbaroux di Milano, nel 1969 e nel 1972, ovvero in uno dei templi della grande pittura figurativa novecentesca, che lo aveva subito percepito come la “costola” di due suoi campioni, Carrà e Tosi.

A Milano Giancarlo Cerri presenta 43 opere, la maggior parte disegni a carboncino o inchiostro su carta, divise su quattro sezioni: 20 figure tra ritratti e nudi femminili, 9 tra paesaggi e nature morte, 8 sequenze e 6 dipinti di arte sacra. I lavori presenti a Milano, molti dei quali mai esposti sino ad ora, sono stati tutti realizzati tra gli anni Sessanta e il 2004, anno in cui la grave maculopatia ha costretto l’artista prima a rallentare e poi a fermare per oltre dieci anni la propria attività pittorica.

È dunque la consapevolezza del valore assoluto del disegno nel processo creativo che Giancarlo Cerri vuole rimarcare e che appare evidente nelle opere esposte, per ribadire – come sottolinea Elisabetta Muritti nel suo testo in catalogo – che il disegno è l’idea prima del colore, e di conseguenza è l’anima dell’opera, di ogni opera. Dopo il disegno, solo dopo, e solo eventualmente, ci potrà essere il “corpo a corpo” con il colore.

Il bianco e nero possono essere entrambi sinonimi di eleganza, assolutezza e purezza, oppure l’uno l’opposto dell’altro, luce e ombra, idea di unione versus idea di vuoto. Tuttavia, per Giancarlo Cerri c’è un colore onnipresente e onnipotente che lo ha sempre accompagnato nella sua crescita artistica, il nero, fondamentale per un pittore come lui che intende la pittura come energia.

Non solo. Nei suoi quadri l’artista mutua l’uso del nero a seconda dei soggetti, anche perché, come ha sempre sottolineato, per lui si deve parlare di Neri, al plurale, in quanto il nero viene di volta in volta rielaborato con l’inserimento dei colori primari rosso, blu e giallo.

Il corpo più ampio delle opere esposte a Milano sono 20 disegni su carta fra ritratti di donne e nudi femminili dove l’uso del nero, una volta scevro il campo dalla distrazione del colore, ne esalta la sensualità di una curva del corpo o semplicemente di uno sguardo.

Sara, Ester, Maddalena sono i nomi di volti e di corpi di giovani donne catturate con pochissimi, sicurissimi tratti, a racchiudere misteri e non detti di donne che erano l’espressione di una nuova femminilità che avanzava, evidente nell’Italia degli anni Sessanta e Settanta, e che Giancarlo Cerri ha decisamente saputo imprimere sulla carta.

Il secondo gruppo di opere in mostra comprende 9 lavori di paesaggi e nature morte, tutti realizzati tra gli anni Sessanta e Ottanta, dei quali 7 su carta (5 paesaggi e 2 nature morte), e 2 studi su tela (1 cava e 1 foresta), dove è chiara la vocazione informale dell’artista e dove i segni agiscono in maniera forte e decisa sul sistema percettivo di chi guarda.

Le ultime due sezioni della mostra sono invece composte da 8 sequenze, disegni astratti su tela degli anni Novanta, sviluppo consequenziale delle ricerche naturalistiche del decennio precedente ed approdo all’astrazione pura, dove ciò che conta non è più il racconto ma l’immagine, e da 6 opere di arte sacra, cinque su tela e un disegno su carta applicato su tavola, nate da quell’11 settembre 2001 che ha cambiato per sempre l’Occidente.

Se negli studi delle Sequenze il nero mostra chiaramente come sarà la densità e la forza del quadro, nelle opere di arte sacra il nero, profondo come una crepa o una ferita, sommato all’assenza del colore, vuole sottolineare la gravità e allo stesso tempo la spiritualità di scene drammaticamente tragiche. Opere che nascono dalla visione di uomini e donne che, sperando di fuggire alle fiamme e alla morte certa, si lanciano nel vuoto a braccia aperte, come croci capovolte, nella vana fede di un destino differente.

La mano del Giancarlo Cerri “religioso”, lui che è da sempre laico, incide la tela con rigorosa sofferenza, riuscendo ugualmente a trasmettere i valori spirituali della misericordia e del senso di pace che si possono trovare anche nella tragedia.

Il catalogo della mostra presenta un approfondito contributo critico di Elisabetta Muritti.

A tutti i visitatori presenti il giorno dell’inaugurazione verrà dato in omaggio una copia del catalogo firmato dall’artista.

De Angelis (anche per le fotografie)