Seguirono Gesù

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – GIOVANNI 1,35-42
In quel tempo 35. Giovanni stava con due dei suoi discepoli 36. e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!».
La liturgia offre alla nostra meditazione un brano tratto dal Vangelo di Giovanni, per introdurre la vita pubblica di Gesù, come Messia e Figlio di Dio. È inserito all’interno del prologo e si può dividere in tre momenti: il primo ha al centro Giovanni Battista; il secondo è l’incontro con i discepoli e il loro passaggio da Giovanni a Gesù; il terzo è la testimonianza di Andrea che accompagna il fratello Simone (Pietro) da Gesù.
Nei primi due versetti c’è l’annuncio di Gesù come Agnello di Dio (Giovanni 1,29; Isaia 53; Esodo 12; Giovanni 19,36; Apocalisse 5,6.12).
“Giovanni stava”: indica un tempo ormai passato, trascorso. La sua missione è giunta al termine. Ora inizia quella del Messia.
“Fissa lo sguardo”: Giovanni “vede” il Messia, lo riconosce, lo indica e lo annuncia.
“Passava”: stiamo attenti a Gesù che passa lungo la nostra vita. Passa e ci incontra, ci guarda, ci offre il suo amore. Passa. Vuol dire che se non lo sappiamo attendere e fermare, Egli non ci obbliga, non si ferma, ma va oltre. Abbiamo la libertà di accostarlo o meno.
“Disse”: ora Giovanni proclama con sicurezza, dopo averne fatto l’esperienza, che Gesù è proprio l’Atteso.
“Agnello di Dio”: (in aramaico vuol dire sia servo sia agnello) il Battista indica Gesù come “Servo” oppure “Agnello di Dio”, richiamando la funzione del Servo sofferente di Isaia, colui che “si era addossato i nostri dolori… portava il peccato di molti” (Isaia 53,4.12). Gesù è il Messia, il Cristo, che si addossa il male dell’umanità per cancellarlo, lo assume su di sé per annientarlo. Il Battista parla di un agnello mite e indifeso che sconfigge le forze del male: “combatteranno contro l’Agnello (Cristo), ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re” (Apocalisse 17,14). Richiama anche l’Agnello pasquale a cui non veniva spezzato alcun osso. Così avverrà al Crocifisso a cui non vengono infrante le gambe (cfr. Giovanni 19,36). In tutte le religioni si compiono sacrifici per ottenere la benevolenza divina. Invece Gesù non chiede sacrifici, si fa lui vittima sacrificale, sacrifica se stesso, versa il proprio sangue. Mentre nell’Antico Testamento ogni famiglia si procurava un agnello da sacrificare, uno all’anno, Gesù è il solo e Unico Agnello per tutti e tutti siamo chiamati a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue per avere la salvezza. È chiaro il collegamento con l’Eucaristia.
La grandezza di Giovanni sta nella sua umiltà: sa di essere un precursore soltanto, sa che il suo battesimo è transitorio, sa che i suoi discepoli non sono suo possesso e li “traghetta” a Gesù, li consegna a Lui. C’è il passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza, dalle profezie alla venuta del Salvatore.
Anche noi cristiani siamo chiamati ad accompagnare le persone a Cristo, a non fermarle a noi stessi, ad indicare che Lui solo è l’obiettivo da raggiungere. Ricordiamoci sempre, in ogni situazione, che siamo strumenti, siamo mezzo e non fine; non siamo la meta, siamo solo la strada per raggiungerla.
37. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
L’evangelista Giovanni racconta la chiamata dei primi quattro discepoli. A differenza dei sinottici, l’episodio avviene in Giudea. I chiamati sono già persone in ricerca (non sono pescatori al lavoro come in Matteo 4,18-20, Luca 5,1-11e Marco 1,16-20).
“Sentendolo parlare così”: la sequela nasce dalla fede e la fede scaturisce dall’ascolto.
“Seguirono”: è un verbo che indica movimento, ma non solo fisico. Significa fare propri i sentimenti, gli obiettivi, gli atteggiamenti e i comportamenti stessi di Gesù, fino a partecipare alla sua stessa missione, fino in fondo, a costo della vita.
38. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?”.
“Si voltò”: Gesù ha il suo itinerario, cammina lungo la sua strada, ma viene chiamato, si ferma, cambia programmi, è flessibile, si adatta alle esigenze di chi incontra. Troviamo il verbo “voltarsi” all’inizio della missione di Gesù e alla sua risurrezione: qui Gesù si volge verso i discepoli che lo seguono. In Giovanni 20,16 a voltarsi è la Maddalena: “Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro!”. Alcuni esegeti spiegano che Gesù “si voltò dal seno del Padre” e si è rivolto verso noi, si è incarnato: è un verbo teologico che si presta a molte riflessioni.
“Che cosa cercate?”: è la prima frase pronunciata da Gesù, riportata da Giovanni nel suo quarto vangelo. La ripeterà anche da risorto: “Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?” (Giovanni, 20,15)”. Gesù non chiede obbedienza cieca, non chiede adesione a leggi. Gesù chiede quali sono i desideri più profondi del cuore. Per rispondere a questa domanda anche noi dobbiamo entrare al centro di noi stessi, nelle profondità del nostro cuore, per domandarci quali sono i desideri più veri e profondi che ci animano. Se scopriamo che cosa ci manca, se il superfluo che abbiamo non risponde al nostro vero bisogno, capiremo che solo Gesù può colmare il vuoto che sentiamo dentro.
I discepoli di Giovanni rispondono a Gesù, nel tipico modo semitico, con una nuova domanda, e chiedono dove abita, dove si svolge la sua vita. In realtà hanno bisogno di stare con Lui per conoscerlo, capirlo, amarlo, seguirlo. Secondo il linguaggio teologico di Giovanni, “abitare” si ricollega al “dimorare” o “rimanere” del Figlio nel Padre e del Padre nel Figlio.
“Rabbì”: notiamo che fino a questo momento i discepoli si rivolgono a Gesù come ad uno dei tanti maestri itineranti di cui il popolo ebreo era ricco nella sua storia. Conoscendolo, giungeranno a chiamarlo Messia.
“Dove abiti?”: Non basta cercare Gesù. È necessario dimorare dove è lui, in casa sua, condividere la sua stessa vita, la sua stessa passione, la sua stessa missione. Ora Gesù abita dentro di noi: è nella profondità della nostra anima che Lui ora dimora e, uniti a Lui, siamo sempre “a casa”.
Chi cerchiamo, noi, persone del ventunesimo secolo? Gesù continua a chiedere anche oggi a me, a noi, chi e che cosa conta più di tutto. Cerchiamo risposte che accontentino il nostro quieto vivere, che appaghino la superficie del nostro essere, oppure una parola che ci scavi dentro e ci guidi all’eternità? Preferiamo la luce di una candelina (la risposta della ragione umana) oppure il Sole (Cristo) che può scaldare il nostro cuore per riempirlo di quell’amore che mette le ali ai piedi?
39. Disse loro “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
“Venite e vedrete”: dopo l’incontro con Gesù la vita cambia. I discepoli sono coinvolti in prima persona e devono mettersi in moto dietro a Lui, non possono stare comodi in pantofole sul divano (secondo l’espressione di papa Francesco). La vita di un discepolo è un continuo “andare”, un “ricominciare” senza fermarsi mai, perché il Maestro ci precede sempre e ci attira sempre un po’ più in là.
“Erano circa le quattro del pomeriggio”: l’esperienza di Cristo dei due discepoli si compie in un momento preciso: venire, vedere, credere. Ricordare l’orario è tipico di un evento che ha trasformato la vita. L’”Ora” è un elemento caratteristico del Vangelo di Giovanni. Culmina con l’Ora di Gesù, con il compimento della sua missione sulla terra, con la glorificazione sulla croce e la risurrezione.
I discepoli seguono Gesù e rimangono con Lui. Capiscono che non manca più nulla, perché in Lui c’è tutto quello che cercano: una prospettiva eterna; un amore senza calcoli e senza ricompense; un affetto gratuito fedele e sicuro; la verità e il senso dell’esistenza.
Se incontriamo davvero Cristo, anche a noi non interessano più le effimere offerte della società consumistica e le vane teorie dei pensatori atei. Noi cristiani siamo chiamati ad essere così: persone innamorate, che accettano di lasciarsi riempire dal divino, da un Dio incarnato che ci ama perdutamente.
40. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo –
Ora Gesù è chiamato “Messia/Cristo”: l’esperienza vissuta si trasforma in riconoscimento e quindi, in annuncio per contagio. Il fratello di Andrea, Simone, viene accompagnato da Gesù grazie alla testimonianza ricevuta da chi ha sperimentato cosa vuol dire stare con Lui. In questo caso Giovanni attribuisce al fratello Andrea la professione di fede che i sinottici attribuiscono a Pietro.
42. e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
“Lo condusse da Gesù”: Andrea aderisce a Cristo e desidera che anche il fratello viva la sua stessa esperienza diretta. Condurre a Gesù significa far trovare anche a Pietro la gioia provata nell’incontro con il Signore. Siamo anche noi trasmettitori di fede “per contagio”?
“Fissare lo sguardo”: significa letteralmente “guardare dentro”. Gesù legge in anticipo nel cuore di Pietro quello che lui diventerà in futuro: “sarai chiamato”. Noi siamo quello che siamo, ma Gesù vede già quello che potremo diventare, se accogliamo il suo amore.
I due racconti della chiamata di Andrea, prima, e di Pietro, dopo, hanno come centralità la persona di Gesù che affascina, attira al punto che i discepoli lo seguono per sempre. Gesù conferisce il primato a Pietro su tutta la comunità. Commenta Origene: “Gesù dice che egli si sarebbe chiamato Pietro, traendo questo nome dalla pietra che è Cristo, poiché come saggio viene da saggezza e santo da santità, così allo stesso modo Pietro dalla pietra”. Gesù dà un nome nuovo a Pietro e costui si consegna, così com’è, con i suoi limiti e con le sue grandi ricchezze di generosità, di entusiasmo, di coraggiosa risposta. Inizia una vita nuova basata sulla forza dell’amore di Dio.
Notiamo lo scambio di sguardi: Giovanni posa lo sguardo su Gesù; Gesù posa lo sguardo sui discepoli; i discepoli su Gesù; Gesù su Pietro (e in lui verso noi). È uno sguardo che penetra, conquista, dona pace e attira.
Ricordiamolo ogni momento della giornata: siamo importanti per Gesù: Egli ci vede, ci ascolta, si interessa a noi, ci offre il suo amore, muore in croce per la salvezza di ciascuno e di ogni fratello. Cosa risponderemo a tanto amore?

Suor Emanuela Biasiolo

Vi battezzerà in Spirito Santo

BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO B – MARCO 1,7-11
In quel tempo, 7. Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali».
In questa Domenica celebriamo il Battesimo di Gesù. Il Vangelo di Marco ci presenta Gesù che si trova presso il fiume Giordano, prima dell’inizio della sua predicazione. Vive una fase di passaggio: passa dalla “vita nascosta” a quella “pubblica”. Prende coscienza della propria identità e del compito che il Padre gli ha affidato nella storia.
Dio scende nella nostra umanità per farsi vicino, farsi accanto a noi, per offrirci la comunione con Lui, abbassandosi alla nostra portata, mendicando il nostro amore, immergendosi nell’acqua del Giordano come segno della sua partecipazione alla nostra condizione umana.
Dio si abbassa per innalzarci, Dio si umilia per portarci alla gloria.
“Viene dopo di me colui che è più forte di me”: Giovanni dichiara apertamente di non essere il Messia e di somministrare un battesimo inferiore a quello che Cristo stesso porterà. Siamo chiamati ad attendere sempre, ogni momento, colui che ha promesso di venire.
“Io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali”: il Cristo che viene è talmente grande, tanto che il più grande dei profeti non è degno di compiere il servizio più umile nei suoi confronti.
8. «Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
All’epoca di Gesù venivano utilizzati bagni o abluzioni come pratica quotidiana, in particolare tra gli Esseni di Qumran. Giovanni Battista riprende le pratiche già in uso, utilizza l’immersione (una volta sola in vita) a significare l’impegno morale di un cambiamento radicale della propria esistenza vita. Insegna, però, che il suo battesimo è solo la preparazione per un incontro più forte con Dio, alla venuta del Messia.
“Battesimo”: significa immersione completa della persona nell’acqua come bisogno di purificazione. È implicito il riferimento al passaggio del Mar Rosso: dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della Terra Promessa, dalla morte alla vita.
“Vi battezzerà in Spirito Santo”: Giovanni Battista annuncia il Cristo che ci immergerà nella vita stessa di Dio, grazie allo Spirito. Abbiamo un abissale bisogno di Dio e lo Spirito Santo viene a colmare il bisogno e il desiderio di Lui.
9. Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni.
“In quei giorni”: si parla del tempo in cui Giovanni Battista annunciava il desiderio di conversione, di attesa del Messia liberatore.
“Gesù”: il nome significa “Dio salva” (nome comune all’epoca). Il termine corrisponde non solo a ciò che Lui è ma anche a ciò che Lui fa.
“Da Nazaret”: è un paese piccolo, sconosciuto, senza segnalazioni storiche o geografiche di rilievo. Dio ha scelto il nascondimento, la vita ordinaria, semplice, per rivelarsi: questa è la grandezza di Dio!
“Della Galilea”: è una regione di confine, abitata da gente proveniente da tante regioni pagane confinanti, di ogni lingua e religione, perciò ritenuta contaminata.
“Fu battezzato”: Marco invita ad aver fede in Gesù, il Figlio di Dio, che dobbiamo riconoscere anche se si mette in fila come tutti i poveri mortali, peccatori. Gesù si fa solidale in tutto, fuorché nel peccato. Non dobbiamo aver paura del giudizio di Dio perché Egli si spoglia di tutto, si fa servo, per salvarci.
Il battesimo di Gesù è figura della sua morte. Si immerge nel peccato e nella nostra condizione umana, per farci risorgere; si immerge nel nostro male per sconfiggerlo e per guarirci.
“Da Giovanni”: il precursore non avrebbe mai pensato di dover battezzare il suo Dio e Signore. Grande è stata la sua sorpresa. Dio è talmente potente che si fa impotente.
10. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba.
“Uscendo dall’acqua”: mentre l’immersione simboleggia la morte, l’emersione simboleggia la vita nuova, oltre la morte. L’amore di Dio è più forte della morte.
“Vide squarciarsi i cieli”: è scritto nel libro del profeta Isaia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (Isaia 63,19). Il popolo ebreo attendeva che il Cielo, chiuso per l’uomo, venisse aperto dal Salvatore.
“Lo Spirito scendere”: lo stesso Spirito che aleggiava sulle acque all’inizio della creazione, scende su Cristo e dà inizio alla nuova creazione, alla salvezza. Testimonia, inoltre, che davvero Cristo è l’Inviato dal Padre.
“Come colomba”: la colomba richiama l’arca di Noè, segno di una vita salvata dalle acque; richiama lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque all’inizio della creazione; richiama la potenza di Dio che, come su ali possenti, ha portato Israele attraverso il mar Rosso. La colomba è anche simbolo di Israele (cfr. Cantico dei Cantici 1,15).
11. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Il Padre si rivela e si manifesta attestando che Gesù è veramente “il” Figlio.
“Una voce”: sta per rivelazione.
“Tu sei il Figlio mio”: il Padre conferma suo Figlio. Gesù è il Figlio che ama veramente con tutto se stesso. Gesù è il Figlio anche quando è in fila con i peccatori. Gesù è il Figlio perché “non si vergogna di chiamarci fratelli” (Eb 2,11). Gesù è il Figlio anche quando muore tra i malfattori (15,39). È Colui che dona la vita per ogni uomo e per ogni creatura, non solo per i santi, ma anche per gli atei, senza differenza di religione, di razza…
“L’amato”: Gesù è l’unico, così come unico era Isacco (cfr. Genesi 22,2) nell’Antico Testamento.
“In te ho posto il mio compiacimento”: il Padre ribadisce l’identità di Gesù che è Cristo e Figlio, Salvatore e Signore proprio in quanto sacrificato e a servizio dei fratelli. Egli manifesta la verità del Padre finora inaccessibile: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9).
Con il Battesimo siamo divenuti “figli di Dio nel Figlio”. Dio Padre si compiace anche di noi e anche noi siamo i suoi “prediletti”.
Stimiamo la nostra grande dignità e approfondiamo il nostro rapporto con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo, per vivere immersi nel mistero d’Amore della Trinità.
Suor Emanuela Biasiolo

Non temere Maria

LUCA 1,26-38
In quel tempo, 26. l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27. a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Per introdurci al Natale, così vicino, la liturgia della quarta Domenica di Avvento ci offre la meditazione del brano tratto dal Vangelo di Luca, anziché uno del Vangelo di Marco, come sarebbe consuetudine nell’anno B.
L’angelo Gabriele annuncia a Maria di Nazareth che l’Altissimo ha posto il suo sguardo su di lei. Solo il suo “Sì” può consentire la realizzazione del mistero dell’Incarnazione. Maria è il modello dell’attesa e dell’accoglienza, che siamo chiamati a seguire, perché la nostra vita sia irradiazione della presenza di Dio nel mondo. Abbiamo tutti la possibilità di esercitare la libertà di accogliere o di respingere il Salvatore nella nostra storia personale.
Questo brano è in parallelo con quello della nascita del Battista, collocato precedentemente, per cui consideriamo:
• due annunci: nascita di Giovanni Battista e nascita del Figlio di Dio;
• messaggero: angelo Gabriele in entrambi gli episodi;
• luoghi: il tempio, per Zaccaria, in un momento solenne; la casa, per Maria, nella quotidianità;
• tempo: (indicato nella parte omessa del primo versetto) sesto mese dal concepimento di Giovanni Battista;
• destinatari: Zaccaria, scettico; Maria, accogliente nella fede;
• due nascituri: Giovanni, precursore; Gesù, il Salvatore, il Figlio di Dio.
I protagonisti di questo brano sono: l’angelo Gabriele, inviato da Dio; Maria, “sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe”.
Il luogo dell’evento è sconosciuto, piccolo e ignoto. È citato nella Bibbia solo in questo brano: Nazareth (Luca lo chiama “città”). Si trova in una terra ai margini della Palestina, territorio dei lontani e degli impuri, in un villaggio insignificante, in una casa semplice e sconosciuta.
Dio è talmente grande che sceglie un luogo insignificante. Lui, l’Onnipotente, si fa mortale. Lui, il Forte, si fa debole. Lui il Divino, si fa terrestre. “Colui che era Dio svuotò se stesso, diventando uomo” (cf. Filippesi 2,6-7). Lui, il Vicino, si accosta ai lontani, agli emarginati dalla società.
Il primo protagonista dell’episodio è l’angelo Gabriele che, nel libro di Daniele, è presentato come colui che annuncia il tempo della salvezza (cfr. Daniele 8,16-17; 9,21-27); precedentemente aveva annunciato a Zaccaria la nascita di Giovanni (cfr. Luca 1,19; cfr. Tobia 12,15).
Sconosciuta è la destinataria dell’annuncio, una giovane donna, legalmente già sposata con Giuseppe. Secondo l’usanza ebraica doveva intercorrere del tempo prima che gli sposi vivessero insieme. In greco il termine “vergine” indica semplicemente una giovane ragazza. Più avanti, al v. 34, verrà esplicitamente dichiarato che è “vergine”.
Dio opera le sue scelte tra persone che non fanno parlare di sé, che abitano luoghi insignificanti, che vivono in modo semplice e umile. Ciò che attira lo sguardo di predilezione di Dio è l’umiltà e la fede accogliente della sua azione, vera, reale, tangibile attraverso i segni.
28. Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”. 29. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.
“Entrando da lei”: l’espressione indica che l’angelo è entrato nella casa di Maria, non in un tempio solenne e prestigioso, ma nella dimora usuale, nella quotidianità. Anche a noi Dio parla attraverso le normali attività del vivere, senza effetti straordinari, nel comune dipanarsi del tempo, nello scorrere ripetitivo e monotono della vita semplice di ogni giorno.
“Rallegrati” (cfr. Sofonia 3,14 e Zaccaria 9,9): l’angelo rivolge a Maria un saluto non convenzionale, un invito alla gioia. È la gioia del Vangelo, del lieto annuncio, che pervade Maria. Anche noi, discepoli del Signore, possiamo essere pieni di gioia e rallegrarci perché il Suo sguardo è su di noi e la sua Presenza rallegra la nostra vita.
“Piena di grazia”: l’angelo non chiama Maria per nome, ma “piena di grazia”. Maria è colmata di grazia da parte di Dio, è beneamata, è “amata per sempre”, così come ognuno di noi, divenuto figlio di Dio nel Battesimo.
“Grazia”: il termine indicava il favore del re (Cantico dei Cantici 8,10; Ester 2,17; 8,5).
“Il Signore è con te!”: l’angelo si rivolge a Maria ricalcando il genere letterario dell’annuncio vocazionale rivolto ai grandi personaggi biblici.
“Fu molto turbata”: Maria riceve un saluto speciale, da un personaggio speciale, in modo molto speciale. Non può che essere turbata, ma, a differenza di Zaccaria, cerca di penetrare il significato di ciò che le sta avvenendo. Ella già vive un rapporto di grande fede e disponibilità a Dio, per cui desidera comprendere ciò che Egli desidera da lei (cfr. Luca 1,34 e 2,19).
30. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”.
“Non temere”: in tutto l’Antico Testamento, quando Dio chiama una persona ad un particolare compito, la rassicura, le dice di non avere paura, perché Egli è il suo sostegno e la sua forza. Maria supera il timore con una illimitata fiducia nel Suo Signore.
“Gesù”: “il Signore salva”. Colui che nascerà è pertanto il Salvatore, il Messia promesso.
Scrive nelle “Orazioni” san Bernardo di Chiaravalle: “Hai sentito [o Maria] che concepirai e partorirai un figlio; hai sentito che ciò avverrà senza concorso di uomo, bensì per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta: è ormai tempo che a Dio faccia ritorno colui che egli ha inviato. Anche noi aspettiamo, o Signora, la parola di misericordia, noi cui pesa miserevolmente la sentenza di condanna. Ecco che ti si offre il prezzo della nostra salvezza; se acconsenti, saremo liberati sul momento”.
32. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33. e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
L’angelo Gabriele ora spiega a Maria tutto ciò che riguarda la nascita di Gesù.
“Figlio dell’Altissimo”: il termine ricorda la promessa che il profeta Natan fa al re Davide, di una discendenza eterna (2 Samuele 7,12-16; Salmo 2,7; 89,27), perché da lui nascerà il Messia.
“Dell’Altissimo”: nell’Antico Testamento l’espressione viene usata per indicare Dio. Colui che nascerà, pertanto, è il Figlio di Dio.
“Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre”: Davide si era stabilito nella sua casa di cedro e sentiva il bisogno di costruirne una anche per il suo Dio, in sostituzione della tenda, in segno di amore e di nobile dedizione al suo Signore. Tuttavia è Dio che costruirà una casa a Davide nel senso che il suo nome durerà per sempre, grazie al fatto che dalla sua discendenza nascerà Gesù, il Cristo. Egli sarà la vera Casa di Dio, il vero Tempio.
“Egli regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe”: all’inizio sembra che il Salvatore regnerà solo su Israele, ma più avanti verrà detto che il suo è un regno universale ed eterno.
Gesù viene presentato con vari titoli per annunciare che in lui si compiono davvero le promesse di Dio.
34. Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”.
Maria riceve un annuncio straordinario, che nessuna donna non ha mai ricevuto e mai riceverà dopo di lei. Si chiede come possa avvenire, dal momento che non è possibile umanamente concepire e rimanere vergine. Anche noi possiamo porre domande a Dio, utilizzando tutta l’intelligenza, ma dobbiamo accettare di non comprendere appieno un disegno che va oltre la nostra capacità di comprensione. Nel rapporto con Dio è necessaria una incrollabile fiducia, nella certezza che Egli è la Verità e che mantiene ciò che promette.
35. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio”.
Nella risposta, l’angelo afferma che Dio è talmente potente da intervenire in modo prodigioso. Utilizza l’immagine dell’“ombra”, che richiama la presenza di Dio (cfr. il racconto di Esodo 33,7-11): dopo la costruzione della tenda del convegno, una nube scendeva sull’arca dell’alleanza (cfr. Esodo 40,45; Numeri 9,18.22). Maria ora sta per diventare la nuova arca dell’alleanza, la nuova dimora dell’Altissimo.
Lo Spirito Santo agisce in Maria come aveva agito nella creazione (cfr. Genesi 1,2; Salmo 104,30) per generare la vita sulla terra. Ora Egli ricopre come ombra Maria, con la sua Presenza. È lo stesso Spirito che dovrà investire il Messia, secondo Isaia 11,1-6. Maria diventa il “luogo” in cui Dio raggiunge l’uomo, generando suo Figlio quale “Figlio nato da donna” (cfr. Galati 4,4).
“Sarà Santo”: la santità consiste nella totale appartenenza a Dio. Il termine indica la divinità di Gesù.
“Figlio di Dio”: non solo Gesù è il Messia, ma ha un rapporto del tutto particolare con Dio, essendo il Figlio. È dichiarata ancora una volta la divinità di Gesù.
36. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37. nulla è impossibile a Dio”.
In tutti gli annunci speciali dell’Antico Testamento viene dato un segno perché l’eletto abbia conferma della sua missione. Maria viene confermata con l’annuncio della nascita di Giovanni Battista da Elisabetta, sua parente.
“Nulla è impossibile a Dio”: Dio interviene in modo sorprendente e prodigioso, manifestando la sua Onnipotenza. Solo Dio poteva darci un Uomo che non è frutto della volontà umana o generato da una coppia.
Gesù è un dono che solo Dio poteva darci. Questo evento inaudito e impossibile per noi esseri umani, è avvenuto perché “tutto è possibile a Dio”.
38. Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si allontanò da lei.
“Serva del Signore”: come per tutti i personaggi biblici dell’Antico Testamento, è un titolo di gloria essere servo del Signore (cfr. Rut 3,9; 1 Samuele 25,41). La serva del re è la prima dopo il re, la persona di fiducia. Quindi Maria ha la dignità di colei che collabora all’azione creatrice di Dio.
“Avvenga per me secondo la tua parola”: Maria accetta con umiltà, fede e amore il suo essere scelta da Dio con predilezione particolare per portare a compimento il disegno di salvezza di Dio. Conoscendo la Bibbia, sa che ogni eletto va incontro ad una vita difficile e aperta alla fatica. Obbedisce nella fede, diventando modello per noi, discepoli del Signore, chiamati ogni giorno a lottare per scegliere la realizzazione del progetto di Dio, anziché il nostro.
Chiediamo a Dio di seguire l’esempio di Maria, perché anche noi possiamo accogliere il Cristo Salvatore con gioia grande, per donarlo al mondo. Rispondiamo al dono di amore che Dio concede a
ciascuno di noi con un “amen”, un sì disponibile, sull’esempio di Maria. Ella si consegna senza riserve a Dio che riconosce essere il Tutto per la sua vita.
Siamo chiamati a rimanere fedeli alle promesse fatte anche quando la prova tenta di spegnere il fuoco vibrante di amore che ha incendiato il nostro cuore, almeno per un momento nella vita. Siamo chiamati ad accogliere il Figlio di Dio. Ciò che è avvenuto duemila anni fa continua ad avvenire, perché il tempo è inserito nell’eternità di Dio, nel continuo “oggi”.
La nostra persona può diventare la casa in cui Gesù viene ad abitare, la Betlemme di Giudea, la dimora del Figlio dell’Altissimo. Contempliamo la grandezza e l’umile piccolezza della Sua Presenza in noi e in coloro che ci vivono accanto.
Accogliamo l’”Emmanuele” che desidera adagiarsi sulla povera paglia del nostro cuore. Diveniamo sua mangiatoia, pronti a lasciarci coinvolgere dal suo disegno d’amore, nell’umile dipanarsi del nostro quotidiano, abitato da Dio.
“Nulla è impossibile a Dio”! Egli può trasformarci in gioiosi annunciatori della salvezza, Egli può fare di noi la Sua dimora. Apriamoci a Lui, come Maria, senza timore, con illimitata fiducia.

Suor Emanuela Biasiolo

Venne un uomo mandato da Dio

III DOMENICA DI AVVENTO – ANNO B – GIOVANNI 1,6-8.19-28
6. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni.
Nella terza domenica di Avvento la liturgia ci invita a riflettere sulla missione del Battista. Molti sono i discepoli che lo seguono e gode di grande fama fra il popolo. Non si inorgoglisce per il successo ottenuto, non si sostituisce al Cristo che viene, sa cedergli il posto, afferma chiaramente che non è lui il Messia. Gesù stesso definisce Giovanni “il più grande fra i nati di donna” (cfr. Matteo 11,11; Luca 7,28), ma anche “il più piccolo nel Regno è più grande di lui”.
“Mandato da Dio”: non è il Battista a darsi l’incarico di annunciare il Messia, ma la sua è una missione ricevuta direttamente da Dio. Non siamo noi a darci la vocazione, ma siamo scelti per un incarico di grande fiducia.
“Giovanni”: il significato del nome è “il Signore fa grazia”.
7. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
Dentro il piano di Dio, il compito di Giovanni è dare testimonianza alla luce. Nel Prologo al suo Vangelo, Giovanni afferma che la Parola di Dio è presente in tutte le cose e brilla nelle tenebre, illuminando ogni uomo. Niente riesce a spegnerla, nessuno riesce a nasconderla. Possiamo tentare di allontanare Dio, di essergli indifferenti, di negare la sua presenza, ma prima o poi rinasce nel cuore dell’uomo il bisogno di Lui. Il compito di Giovanni e dei testimoni di oggi è quello di risvegliare nelle coscienze la necessità della Luce, di Dio.
“Testimone”: essere testimone di Cristo significa annunciare la sua presenza, vivere con coerenza, essergli fedele fino alla fine, anche a costo dello spargimento del sangue. Il “mondo”, cioè l’umanità che non crede in Dio, solitamente si scaglia contro chi la pensa diversamente, che agisce con onestà, che proclama e vive la verità. Così è stato per i profeti, per il Battista, per Gesù e per tutti i suoi fedeli, ieri come oggi.
“Luce”: lo scopo di Giovanni Battista è rendere testimonianza alla Luce. Non viene per testimoniare la potenza di Dio, la sua maestà, la sua grandezza, ma la sua Luce!
Come il Battista, ogni cristiano è mandato da Dio a rendere testimonianza alla Luce, ad annunciare che la storia va verso lo splendore di Dio e non verso lo sfascio; che non dobbiamo scoraggiarci per le tenebre che sembrano vincere nella storia, ma attendere l’alba nuova che nasce ogni volta che una persona compie un’opera buona, risorge dal suo dolore, sconfigge la sua malattia, crede nella risurrezione.
8. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
L’opera del Battista è stata talmente importante che egli è stato scambiato per il Messia. In realtà in questo versetto si ribadisce che egli è solo un testimone, colui che ha contemplato la Luce e le è rimasto fedele, a costo della vita, “perdendo letteralmente la testa” per Dio… È stato così autorevole che i suoi seguaci sono stati affascinati dalla coerenza della sua vita e l’hanno seguito.
19. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?».
Viene riferita la testimonianza resa da Giovanni. Gesù viene dopo Giovanni, ma è più importante di Giovanni, perché esisteva prima di Giovanni: “Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me” (Giovanni 1, 15.30).
“Chi sei tu?”: questa domanda è diretta a Giovanni, ma anche ad ognuno di noi. Il cammino di riconoscimento della nostra identità è sempre più da approfondire per diventare liberi e chiari nel
nostro rapporto con noi stessi e con gli altri. In definitiva è Cristo stesso che ci dice ciò che siamo, per Sua Grazia: “Voi siete la luce del mondo!”.
Noi non siamo quello che gli altri credono di noi, non siamo santi, non siamo angeli, ma non siamo neanche solo dei falliti o solo dei peccatori. Noi non siamo il nostro ruolo e la nostra immagine. La nostra ultima identità è essere figli di Dio, perché da Dio veniamo e senza di Lui nulla noi siamo. La relazione con Lui ci tiene in piedi, ci crea e ci ricrea. È sotto il suo sguardo che diventiamo autentici e veri.
20. Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo».21. Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. 22. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». 23. Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Gli inviati chiedono risposte precise per poter riferire esattamente a scribi e farisei chi è il Battista. Non basta che Giovanni dica ciò che lui non è; vogliono sapere chi è veramente quest’uomo che attira numerosa folla da tutte le parti. Giovanni per tre volte dice “no”: non è il Messia, cioè il re davidico molto atteso ai suoi tempi; non è Elia che doveva tornare per ricondurre il cuore dei padri verso i figli e quello dei figli verso i padri, cioè per restaurare la pace tra popoli (Malachia 3,23-24; Siracide 48,10); non è il profeta che era atteso per completare l’opera di Mosè (Deuteronomio 18,15). Sono tutti titoli messianici o profetici che Giovanni Battista nega chiaramente e non si attribuisce.
Finalmente Giovanni cita il profeta Isaia per spiegare chi egli sia veramente. Utilizza un passo biblico molto diffuso per comunicare il suo essere e la sua missione. Afferma che egli è solo voce, ma ciò che conta è la Parola: “Sono una voce che grida nel deserto. Preparate le vie del Signore” (Matteo 3,3; Marco 1,3; Luca 3,4; Giovanni 1,23). Sant’Agostino commenta: “Giovanni Battista era una voce, ma in principio il Signore era il Verbo. Giovanni fu una voce per un certo tempo, ma Cristo, che in principio era il Verbo, è il Verbo per l’eternità” (Sermoni 293).
I dialoghi riportati in questo brano del Vangelo riferiscono la catechesi fatta nel primo secolo ai cristiani di allora. Si stavano staccando dalla tradizione ebraica consolidata e si stavano aprendo a un nuovo orizzonte. Cercavano nella Scrittura la risposta ai loro interrogativi in merito all’esperienza nuova che stavano vivendo alla sequela del Signore Gesù e avevano bisogno di chiarezze, di certezze.
Anche noi oggi dobbiamo assaporare la Bibbia e cercare in essa il profondo significato del nostro credere e del nostro vivere, senza lasciarci distogliere dalle tante lusinghe e dai tanti miraggi del mondo odierno.
“Voce”: Giovanni è solo una voce imprestata a un Altro, eco di una parola non sua, una voce che si sente, si ascolta, ma non si può trattenere, né vedere, né contemplare. Voce che annuncia, passa e va. Rimane solo nel cuore di chi l’ha fatta propria.
24. Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. 25. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». 26. Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». 28. Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Giovanni afferma che il suo è un servizio nei confronti di Gesù, che è la Parola creatrice che stava presso il Padre fin dalla creazione (cfr. Giovanni 1,1-3). Confessa di non essere nessuno dei profeti, né tantomeno il Cristo, ma dichiara di essere solo il precursore, colui che battezza per significare esteriormente l’impegno ad un cambiamento radicale di vita. Quello che conta è colui che verrà dopo: Gesù.
“Io battezzo con acqua”. Il battesimo stesso che il Battista impartisce viene visto esclusivamente in funzione del suo compito di annunziare la venuta di un altro. Nelle comunità cristiane della fine del
primo secolo c’erano persone che conoscevano solo il battesimo di Giovanni (cfr. Atti 18,25; 19,3). Entrando in contatto con altri cristiani che erano stati battezzati nel battesimo di Gesù, volevano sapere quale era il significato del battesimo di Giovanni. A quel tempo, con il battesimo, una persona dichiarava apertamente di accettare un messaggio e un insegnamento. Esteriormente confermava la sua decisione attraverso un’abluzione, una purificazione, un bagno. In questo modo rendeva visibile il vincolo di adesione all’insegnamento ricevuto, con conseguente impegno di cambiamento di vita. Chi aderisce a Giovanni si vincola al suo insegnamento con il battesimo da lui impartito. Chi aderisce a Gesù si vincola al suo insegnamento con il battesimo da lui impartito con lo Spirito Santo.
I primi cristiani cercano di capire se è Giovanni o se è Gesù che ha più importanza. In queste righe essi trovano e troviamo noi, oggi, la risposta: Gesù è il Figlio di Dio, il Messia, Colui che doveva venire! È Lui che dobbiamo seguire.
“Ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”. Gesù si confonde fra la folla che ascolta Giovanni. Nessuno ancora lo conosce.
“Uno che viene dopo di me”. Giovanni presenta Gesù come uno che viene “dopo” di lui. Con questa espressione sembra che Gesù sia stato per qualche tempo discepolo di Giovanni Battista. Infatti nel Quarto Vangelo si dice che Gesù ha svolto per un certo tempo un’attività parallela a quella del Battista, forse all’interno del movimento da lui iniziato (cfr. Giovanni 3,22-30). Nonostante venga dopo di lui, colui che Giovanni annunzia è più importante di lui. Il Battista scompare di fronte alla dignità eccelsa del “Verbo di Dio”, cioè davanti alla Sapienza stessa di Dio venuta in questo mondo (cfr. Giovanni 1,1).
“Al quale io non son degno di sciogliere il legaccio del sandalo”. Questa è una metafora con la quale il Battista afferma che è la persona di Gesù che conta più di tutto. Egli si ritiene inadeguato rispetto alla missione ricevuta, tanto che afferma di non essere nemmeno degno di fare il servizio che è solitamente compiuto da uno schiavo: sciogliere i legacci dei sandali di Gesù (cfr. Marco 1,7-8). È l’esperienza di ogni chiamato: si trova di fronte a una missione talmente grande che sente il divario enorme tra ciò che deve compiere e ciò che effettivamente vive. L’umiltà è la base per essere al servizio del Cristo, l’Unico che veramente deve trasparire nella vita del suo testimone.
“Sta uno che non conoscete”: Giovanni afferma che Gesù è davvero presente in mezzo alla moltitudine che va ad ascoltare la sua predicazione. Egli è quel “dito” puntato che indica: “Ecco l’Agnello di Dio”. Noi cristiani di allora e di oggi non dobbiamo seguire il dito, ma Colui che è indicato dal dito.
“Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano”: è una breve descrizione geografica che spiega dove si svolgono i dialoghi tra il Battista e gli inviati. Il luogo si trova al di là del Giordano, ma è sconosciuto. Porta lo stesso nome del villaggio di Betania, dove risiedevano Lazzaro, Marta e Maria (cfr. Giovanni 11,1 – cfr. Luca 10,38-42), ma è solo un caso di omonimia.
Noi, cristiani del ventunesimo secolo, siamo chiamati a riconoscere Gesù presente in mezzo a tutti coloro che cercano risposte alla loro sete di verità e di vita vera. Riconoscere Cristo ed essere testimoni di Cristo: come? Attraverso la santità della nostra vita: una piccola luce che pallidamente rivela la Grande Luce. Giovanni ci insegna che dobbiamo vincere la tentazione del protagonismo e rinviare a Dio tutti coloro che incontriamo, senza fermarli a noi stessi. Ci insegna a vivere nella verità del nostro essere a servizio del Signore, non suoi sostituti. Sapremo farlo solo se sapremo adorare il Cristo, il Veramente Grande; se cercheremo di incontrare Dio nell’adorazione; se sapremo fare silenzio nel nostro deserto interiore; se sapremo riconoscere nel povero, nel bisognoso, nel fratello, nella sorella che ci vive accanto quel Dio che si è incarnato per la nostra gioia e per la nostra salvezza; quel Dio che ci parla con la voce del nostro prossimo. Solo così saremo felici di quella gioia intramontabile che Gesù solo può dare.

Suor Emanuela Biasiolo

Servo buono e fedele

XXXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – MATTEO 25,14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:

14. “Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni”. Il brano odierno presenta il tema della vigilanza come fedeltà nell’espletamento delle proprie responsabilità. La parabola, chiamata “dei talenti” è collocata verso la fine del Vangelo di Matteo, subito dopo la parabola chiamata delle “dieci vergini”.

Matteo ha l’intenzione di liberare dall’idea sbagliata di Dio, ritenuto dai giudei un giudice severo, che soppesa il merito acquisito nella vita. È un’idea sbagliata che potremmo avere anche noi, che ci impedisce di riconoscere Dio come Padre. Il protagonista principale della parabola è un uomo molto ricco, forse è un commerciante che si allontana per affari, forse un mercante che va a comprare o vendere le sue mercanzie. Costui consegna i suoi beni ai servi e parte, non si sa per quanto tempo. Si fida di coloro che conosce bene, ha fiducia nelle loro capacità, affida loro il suo patrimonio. Consapevoli di aver tutto ricevuto, noi cristiani siamo chiamati ad operare in modo da rendere fruttuoso quanto il Signore ha posto nella nostra vita. Non basta conservare i doni ricevuti, neppure fare finta di non aver ricevuto nulla per non lasciarci scomodare dall’impegno. Dobbiamo restituire a Dio, moltiplicati, i talenti di cui ci ha dotato per trasformare il mondo e cooperare con Lui alla creazione come co-creatori.

15. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, a ciascuno secondo le capacità di ciascuno; poi partì. La somma che il padrone affida ai servi è molto rilevante: un talento corrisponde a diecimila denari. Il denaro è la paga di un giorno. Un talento, pertanto corrisponde alla paga di più di 27 anni di lavoro, supponendo che una persona lavori continuativamente tutti i giorni e che riceva tutti i giorni un denaro. Altra comparazione: un talento corrisponde a 34 chili d’oro. In entrambe le valutazioni si tratta di una fortuna!

Il padrone consegna i soldi in misura diversa ai tre servi, sulla base delle loro effettive capacità. Dà di più a colui che ha maggiori capacità. Ciascuno, però, dovrà rendere conto del proprio operato al ritorno del padrone.

16. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque.

17. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due.

Nella parabola non è spiegato come i primi due servi facciano a rendere fruttuoso il capitale ricevuto. “Servi”: si tratta di persone che hanno una certa importanza, non semplici esecutori di ordini. Sono fiduciari del padrone. Infatti, hanno la possibilità di maneggiare somme di denaro molto ingenti:

cinquantamila denari e ventimila denari. Il primo e il secondo servo rivelano di essere scaltri amministratori: ognuno dei due raddoppia il capitale. Notiamo che “subito” vanno: non tergiversano, non ritardano, non attendono.

18. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone. Il terzo servo pensa di mettere al sicuro il denaro del padrone, sotterrandolo. A quel tempo era usanza proteggere dai ladri o dai nemici, in tempo di guerra, le cose più preziose, sotterrandole, in attesa di poterle recuperare al momento opportuno.

19. Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. “Dopo molto tempo”: Matteo allude al ritardo della parusia, della venuta gloriosa del Signore. Il padrone ritorna e chiede conto del patrimonio consegnato in gestione ai suoi servi. Su di loro aveva posto tutta la sua fiducia. Anche noi siamo chiamati a rendere conto alla nostra coscienza, prima, e poi a Dio, al momento dell’incontro con Lui, di come abbiamo agito con i doni da Lui ricevuti.

20. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco ne ho guadagnati altri cinque”. Il primo servo presenta al padrone il risultato del suo lavoro e del suo impegno. Sicuramente nel profondo del suo animo si attende la lode per il suo operato così soddisfacente. Anche noi vorremmo essere al suo posto: presentare a Dio al termine della nostra vita tanti frutti del nostro discepolato, del nostro apostolato…

21. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Per due volte il padrone parla di fedeltà: “fedele” e “fedeltà”. È ciò che ci chiede Dio: rispondere positivamente alle sue aspettative, non deluderlo nelle sue attese. Il premio è molto più grande di quanto il servo gli presenta: partecipare alla “gioia” del padrone vuol dire condividere in tutto il suo benessere, la sua felicità, ricompense molto più grandi del patrimonio raddoppiato, benché fosse enorme! “Gioia” significa anche “festa” del Regno di Dio nella lingua aramaica; pertanto il servo è entrato nella “festa” del padrone.

22. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnato altri due”. 23. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.

Il secondo servo aveva meno capacità, da quanto si evince nella prima parte della parabola. Aveva ricevuto due talenti, meno del suo collega, tuttavia ha raddoppiato il capitale, ha impiegato tutte le sue forze per rispondere alle esigenze dell’incarico ricevuto. Anche lui entra nella felicità del suo padrone.

Notiamo che i servi vanno a rendere conto del loro operato e, in realtà, escono arricchiti dei soldi ricevuti all’inizio e, in più, di quelli guadagnati.

24. Si presentò poi colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso.

25. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Giunge il terzo servo, con il suo solo talento, disseppellito. Confessa candidamente di averlo sotterrato per paura. Il rapporto con il suo padrone non era basato sulla comunione di intenti, ma su

una sottomissione dettata dalla paura. Per il terzo servo il padrone era sinonimo di severità, di durezza, di potere. Non volendo incorrere nelle ire del padrone, non ha voluto rischiare di perdere tutto, pertanto si è limitato a nascondere il capitale affidatogli. Agendo in questo modo ha conservato il capitale, ma non ha capito che non era la custodia che il padrone voleva, ma l’accrescimento. Non ha risposto alla fiducia riposta in lui e, nonostante tutto, ritiene di aver agito correttamente. Matteo vuole invitare la sua comunità, tiepida, rilassata, paurosa del rischio, a vincere le paure, a superare l’idea severa di Dio.

26. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso”; Il padrone conferma di essere duro ed esigente, ma proprio per questo il servo avrebbe dovuto darsi da fare ancora di più. La pigrizia gli ha impedito di essere fedele; la sua malvagità consiste nel non essere stato “buono” come i suoi colleghi, definiti “buoni” perché si sono industriati ad operare con impegno. Non dobbiamo avere paura delle sfide della vita: la paura paralizza, il timore della sconfitta non ci fa nemmeno partire, l’angoscia di non farcela ci impedisce di compiere il bene. Dobbiamo vincere le fondamentali paure del vivere: “la paura di avere paura”, “la paura di fare paura”, soprattutto “la paura di Dio”. Con l’aiuto dello Spirito Santo, liberiamoci e liberiamo dalla paura che ci schiaccia e ci immobilizza. Notiamo che non è giusto definire “duro” il Signore. Egli infatti non è un padrone aguzzino che rivuole indietro quello che ha dato: i doni di Dio sono irrevocabili, anzi, lascia ai primi due servi la somma iniziale, quella ottenuta con il loro operato e aggiunge anche la ricompensa.

27. avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Il padrone apre gli occhi al terzo servo dicendogli il minimo che avrebbe dovuto fare: affidare a persone competenti il denaro per avere almeno gli interessi per tutto il lungo tempo che il padrone è stato lontano da casa.

28. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché il padrone toglie il talento e lo dà al primo servo? Proprio perché è stato colui che ha dimostrato di avere le capacità imprenditoriali, manageriali, per far fruttificare il capitale. Il padrone ha premiato la sua creatività, il suo impegno, il suo senso di responsabilità. La frase afferma che “ha dieci talenti”: i soldi iniziali più quelli accumulati sono rimasti al servo, come dono e ricompensa del suo lavoro. Dio non affida i talenti per il suo tornaconto, ma per la felicità di chi li riceve.

29. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza, ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. Questo versetto sembra provenire da un altro contesto, ma spiega bene che il servo ha dimostrato poca fedeltà nel corrispondere alle attese del padrone e lo ha deluso al punto che gli viene tolta tutta la fiducia. Il padrone gli aveva dato una responsabilità commisurata alle sue potenzialità, ma il servo non ha corrisposto e perde tutto. Il nostro “rischio” è quello di perdere tutto perché non abbiamo il coraggio di “rischiare” tutto!

30. “E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore dei denti”». Viene apertamente dichiarato che il “servo” “non serve”, pertanto è inutile e non può partecipare alla felicità del suo padrone. Viene gettato fuori a patire la pena che deve subire per non essersi impegnato. Per Matteo “vigilare” in attesa del ritorno del Signore non vuol dire essere passivi, ma, al contrario, utilizzare il tempo compiendo il bene, facendo il miglior uso possibile dei doni ricevuti, che sono sia quelli naturali, ma anche il Vangelo, la Chiesa, i sacramenti, la famiglia, il creato… Siamo chiamati a dare gloria al Signore, non a consumare i giorni pigramente. Abbiamo il dovere di sfruttare i talenti per la missione che Dio ci ha affidato. L’incontro con il Signore deve essere preparato da una fede operosa e creativa, svincolata dalla ricerca del proprio tornaconto, impegnata nella carità, fiduciosa nel Dio della Vita, che ci ricolma di doni per la nostra gioia, senza nessun interesse da parte sua.

La parabola ci fa fare anche un’altra riflessione: se ognuno di noi mette a frutto i suoi talenti, tutta la comunità (famiglia, congregazione, parrocchia) si accresce. Nostro compito è dare ai fratelli la possibilità di esplicare i doni ricevuti, così ne avrà vantaggio non solo il singolo, ma anche l’intera collettività. Chiediamoci se abbiamo cura del fratello che ci vive accanto, se  riconosciamo i suoi doni, se lo sproniamo a dare il meglio di sé. Se lo facciamo permettiamo a Dio di ricevere maggiore gloria, quella gloria che risplende nei Santi: essi hanno saputo trafficare i talenti. S. Francesco di Assisi, S. Giovanni Paolo II, S. Teresa di Calcutta e tantissimi altro, conosciuti e sconosciuti, hanno accolto la chiamata di Dio e hanno saputo trafficare i talenti ricevuti, in modo straordinario, impossibile da realizzare umanamente. La loro esistenza rivela, così, la potenza di Dio. Forse non saremo fari di santità come loro, ma sicuramente possiamo diventare, nel nostro piccolo, piccole fiammelle. Nella fedele semplicità di tutti i giorni, possiamo accendere la vita di chi ci vive accanto.

Se ci troviamo difettosi come il terzo servo, coltiviamo la certezza che, se ci presenteremo a Dio con le mani vuote, ma con infinita fiducia in Lui, Egli ci accoglierà, non ci respingerà e ci dirà: “Vieni, non perché hai moltiplicato i talenti, ma perché hai avuto incrollabile fiducia nella mia misericordia”.

 

Suor Emanuela Biasiolo

Rallegratevi ed esultate

TUTTI I SANTI – MATTEO 5,1-12

In quel tempo, 1 vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli.

La liturgia ci addita la meta a cui tutti siamo chiamati: raggiungere il Cielo dove già coloro che ci hanno preceduto godono la beatitudine eterna e la comunione piena con il Signore. Il brano del Vangelo è tratto dal capitolo quinto di Matteo ed è noto come “Le beatitudini”. È la “Magna Charta” del Regno di Dio. Gesù proclama il suo insegnamento dopo aver sostenuto la tentazione nel deserto e aver incominciato la sua predicazione. Si trova sul monte, come Mosè si trovava sul monte per incontrare Dio e ricevere la Legge. Le beatitudini sono il ritratto di Dio Padre: umile e misericordioso.

Le beatitudini sono il ritratto di Gesù: rivelano il suo essere Figlio di Dio. È Lui il povero, l’afflitto, il mite, l’affamato, l’assetato di giustizia, il puro di cuore, il portatore di pace, il perseguitato. È Lui che, come Risorto, realizza pienamente l’umanità redenta. Le beatitudini rivelano la fisionomia dell’uomo: è veramente realizzato se possiede queste caratteristiche.

Le beatitudini sono la carta di identità del cristiano e della Chiesa.

Le beatitudini rivelano le realtà che verranno.

“Vedendo le folle”: le folle rappresentano tutto il popolo di Israele, ma anche i discepoli e ciascuno di noi. Gesù vuole offrire a tutti il suo messaggio di salvezza e additare il fine della vita: la comunione piena con Dio.

“Salì sul monte”: per i popoli antichi le alture (monti, colline) erano i luoghi dell’abitazione degli dei, luoghi sacri. Salire sul monte significa andare ad incontrare Dio. Matteo ambienta più volte eventi importanti della vita di Gesù collocandoli su un monte: le tentazioni (4,8-10), la moltiplicazione dei pani (15,29-39), la trasfigurazione (17,1-9), l’arresto (26,30-35), il mandato finale affidato agli apostoli (28,16). “Si pose a sedere”: il porsi a sedere era l’atteggiamento tipico di un maestro quando insegnava ai suoi discepoli. La sottolineatura della postura indica che Gesù è il vero Maestro che ci insegna la vera Vita.

2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

Gesù inizia il suo insegnamento autorevole, come il Maestro per eccellenza.

Gesù porta a compimento la Legge antica, non la abolisce. Reinterpreta le Legge sottolineandone le radici e riconducendola all’unico principio dell’amore a Dio e al prossimo. “Si mise a parlare”: l’espressione veniva utilizzata per indicare una persona che pronunciava un discorso solenne, in pubblico. Gesù sta per iniziare un discorso importante.

3 “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”.

Inizia la serie di otto beatitudini che formano un tutt’uno strutturato. In filigrana possiamo vedere tratteggiato il volto di Cristo, colui che per primo è il beato perché ha vissuto tutti questi atteggiamenti.

Ogni uomo desidera la felicità e Gesù addita quali sono i mezzi per vivere fin da ora felici, quali sono le qualità umane che consentono di accogliere la beatitudine. Propone un capovolgimento della logica del mondo e della logica di Dio. “Beati”: quelli che Gesù chiama beati, cioè felici, sono le persone che noi consideriamo sfortunate; per Gesù sono benedetti coloro che noi chiamiamo “maledetti”. Il termine “beati” ricorre molte volte in questo brano, che costituisce il cuore Vangelo, proprio perché entri in profondità il concetto

da assimilare. “Beati i poveri”: per Matteo i poveri sono veramente tali da tutti i punti di vista: spirituale, sociologico ed economico. Non basta essere senza risorse materiali per entrare nel Regno, ma occorre anche essere umili e miti, senza rivendicazioni e senza pretese.

4 “Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati”.

Per Matteo gli afflitti sono coloro che digiunano perché è tolto loro lo sposo. Attendono che ritorni il Messia, facendo penitenza. “Quelli che sono nel pianto”: sono coloro che hanno avuto un lutto.

“Consolazione”: Dio ci consola, ci dà la gioia del mondo nuovo, in cui non ci sarà più il male. Il male che ancora c’è nel mondo non è definitivo. Dobbiamo combatterlo, sperare e agire per vincerlo.

5 “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra”.

Dice il salmo 37,11 “I miti erediteranno la terra e godranno di una grande pace”. Gesù si definisce mite e umile di cuore; umili e miti devono esserlo anche i suoi discepoli. La terra è simbolo dei beni futuri che potranno ricevere solo coloro che vivono con mitezza su questa terra.

6 “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati”.

Ricercare la giustizia significa avere piena osservanza della Legge di Dio, saziarsi della sua conoscenza, come dice Isaia 53,11.

La giustizia è un attributo di Dio e va di pari passo con la sua misericordia.

7 “Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia”.

Nel libro di Osea si parla di Dio che non vuole il sacrificio, ma l’amore (cfr. Osea 6,6). Essere misericordiosi equivale a usare verso gli altri lo stesso atteggiamento di amore senza limiti che ha Dio verso di noi.

8 “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio”.

Per purezza di cuore si intende la limpidezza dello sguardo, la verità delle intenzioni, l’integrità morale, l’onestà dei pensieri, la trasparenza dei sentimenti, la realizzazione delle azioni più buone. Purezza e santità vanno di pari passo perché solo chi è semplice, che non ha doppi fini, può vedere

Dio e assomigliargli.

9 “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio”.

La pace messianica è il Bene sommo che racchiude tutti i beni della terra: amore, giustizia, pace, fratellanza, rispetto… Sono mete molto alte, realizzabili sono nel Regno dei Cieli, ma i discepoli di Cristo devono operare

perché anche qui sulla terra ci siano le condizioni per anticipare la beatitudine futura.

10 “Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”.

Mentre scrive il suo Vangelo, Matteo pensa alla sua comunità che soffre a causa della fedeltà a Cristo. Essere perseguitati per la giustizia significa, allora, subire sofferenze a motivo di Gesù.

11 “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. Questa beatitudine costituisce la seconda parte dell’ottava beatitudine. Matteo incoraggia ulteriormente coloro che stanno subendo la prova. Proprio perché sono perseguitati hanno la certezza di essere nella Sua volontà. “Vi perseguiteranno”: la persecuzione ci rende a immagine del Maestro. Come Lui ha dato la vita per noi, così anche noi dobbiamo essere pronti a dare la vita per Lui.

12 “Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.

La ricompensa immediata della nostra appartenenza a Cristo è la gioia profonda che nessuna persecuzione ci può togliere. La ricompensa futura è la gioia del Cielo per cui con San Francesco possiamo ripetere: “Tanto è il bene che mi aspetto che ogni pena mi è diletto”. Meditare le beatitudini nel giorno in cui facciamo memoria di tutti i Santi ci incoraggia a perseverare nel nostro cammino perché, come loro sono riusciti a raggiungere la pienezza della felicità, così riusciremo anche noi. La santità è possibile perché siamo abitati da Dio, il tre volte Santo. Le condizioni sono: lasciare spazio a Dio, metterlo al primo posto, vivere la nostra identità di “beati” perché amati; essere fratelli perché figli dello stesso Padre. Ci doni la forza Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

 

Suor Emanuela Biasiolo

Amerai

XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – MATTEO 22,34-40

  1. In quel tempo, i farisei, avendo udito che Gesù aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme

La liturgia ci propone un brano del Vangelo che riferisce il tentativo dei farisei di trarre in inganno Gesù. L’episodio è successivo a quello in cui Gesù era risultato vittorioso sui sadducei. I farisei “si riuniscono insieme” non per pregare, ma per escogitare il sistema di condannare Gesù. Matteo si rivolge alla sua comunità che attraversa un momento di fatica: dopo la distruzione del Tempio, si scatena la polemica tra i cristiani provenienti dal giudaismo e i giudei stessi. In questa situazione di sofferenza e di opposizione, Matteo scrive ricordando le basi dell’insegnamento di Gesù: è autentico amore solo quello a trecentosessanta gradi, che abbraccia la dimensione verticale e quella orizzontale della vita.

  1. e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova:

I farisei non attaccano direttamente Gesù, ma delegano un dottore della Legge per interrogarlo. Le sue intenzioni non sono animate dal desiderio di conoscere di più la Parola, ma solo dalla volontà perversa di cogliere in fallo Gesù. Il rifiuto diventa complotto per commettere un omicidio. Tutto il contrario di quello che dice la Legge.

  1. «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?». In Israele c’erano varie scuole di pensiero riguardo alla Legge. Una corrente (quella che aveva come riferimento il maestro Hillel) affermava che si sarebbe potuto riassumere in un solo grande precetto tutte le norme della Torà. Gesù sovverte la minuziosa casistica di comportamento che avrebbe consentito di essere “in regola” e sentirsi “a posto”. Sostituisce le norme sottili, impossibili da praticare, con un unico comandamento: l’Amore!
  2. Gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”.
  3. Questo è il grande e primo comandamento. La risposta di Gesù è frutto dell’assimilazione della Parola di Dio. Il comandamento dell’amore verso Dio era presente già nello “Shemà Israel”, la preghiera quotidiana del pio israelita.

Matteo sostituisce con l’espressione “con tutte le tue forze” l’espressione “con tutta la tua mente” che si trova nella versione della Bibbia greca dei Settanta.

La risposta di Gesù, nella sua prima parte, era sicuramente condivisa anche dai farisei, perché anch’essi credevano che l’amore di Dio deve essere al di sopra di tutti gli impegni e gli interessi di un buon ebreo. La polemica si scatena successivamente: Gesù accosta l’amore di Dio all’amore del prossimo. Gli stessi farisei stavano tramando di eliminare Gesù: non potevano certo dirsi osservanti del comandamento dell’amore verso il prossimo! Per questo la loro opposizione diventa sempre più forte.

Notiamo il verbo “AMERAI”: è un verbo al tempo futuro. Intenzionalmente viene usato AMERAI e non AMA. Amerai significa fare dell’amore un programma continuo di vita per sempre, fino all’ultimo respiro. L’oggetto del nostro amore deve essere innanzitutto Dio, con tutte le componenti del nostro essere: “con tutto il cuore” (se amo Dio il mio desiderio di Lui mi accompagna ogni istante), “con tutta l’anima” (se amo Dio il più profondo di me anela a Lui come Unico e Sommo Bene), con tutta la mente (se amo Dio voglio conoscerlo sempre di più anche con l’intelligenza).

  1. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il prossimo come te stesso”. Già nella Torà vige il comandamento dell’amore verso il prossimo, prossimo inteso come “le persone del proprio clan” o del proprio popolo. Era ancora una visione ristretta. Gesù accosta i due aspetti dell’unico comandamento e, mettendoli in relazione, afferma che sono “simili”, in quanto c’è vero amore di Dio solo se c’è vero amore per il prossimo. La nostra chiamata all’amore è apertura a tutti e sempre, è universale e libera da qualsiasi discriminazione.

Siamo chiamati ad amare ventiquattro ore su ventiquattro e amare tutti, riconoscendo in ognuno la presenza di Dio. Gesù non ci dà un comando (“Devi amare!”), ma ci dice che tutta la nostra vita deve essere un progredire nell’amore, un ripetere ogni giorno la scelta di “farci dono” per l’altro, un realizzare la nostra vita momento per momento, amando.

Amare è una necessità, un bisogno della persona che si completa attraverso la comunicazione dell’amore che riceve da Dio. L’amore supera il dovere, varca i confini, sormonta i limiti, spalanca il cuore all’accoglienza, al sacrificio in favore dell’altro. Chi ama cresce nella pazienza di accettare l’altro com’è; chi ama sconfigge il proprio egoismo e diventa accogliente, libero, aperto; chi ama diventa una persona ricca in umanità, creatività, comprensione, umiltà.

L’amore non è una ripetizione monotona di atti, comportamenti o atteggiamenti. L’amore è un creativo crescere nel dono.

Dovremmo scrivere nell’agenda ad ogni pagina del giorno dell’anno e di ogni anno l’impegno: “amare”. L’amore comprende tutti i programmi, sostanzia tutti i modi di esplicare i nostri impegni, anima il compimento di ogni azione, la più nascosta come la più appariscente. Se siamo animati dall’amore, faremo germogliare lode e riconoscenza a D io ad ogni respiro, ad ogni battito del cuore, ad ogni passo che compiamo.

  1. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti.

Il comandamento dell’amore, suddiviso nella dimensione orizzontale e in quella verticale, può essere paragonato ai due cardini sui quali si regge e ruota una porta. Essa non può compiere la sua funzione se manca uno dei due supporti. Amare senza misura, donare senza calcolo, riversare sugli altri l’amore che riceviamo da Dio: ecco la Legge di Gesù.

Gesù ci invita all’essenziale: potremmo studiare tutti i libri di tutte le biblioteche, navigare in internet a cercare tutte le risposte, solcare gli oceani per conoscere tutti i segreti del mondo, ma alla fine scopriremmo che solo l’amore, inteso come dono di noi stessi, è la sorgente da cui nasciamo, è

la meta a cui tendiamo, è la forza che ci spinge verso Dio e verso l’altro.

Nella sua disarmante semplicità, Gesù ci insegna il segreto dell’esistenza: amare. Nati dall’Amore non possiamo che vivere per l’Amore. Dio, Creatore, è Amore ed ha inscritto in ogni particella della nostra persona l’anelito all’Amore, a Lui. Esprimiamolo nei fatti.

 

Suor Emanuela Biasiolo

Quello che è di Dio

Commento al Vangelo XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – MATTEO 22,15-21

In quel tempo, 15. i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.

Il brano della liturgia di questa XXIX Domenica riporta la prima di tre dispute architettate contro Gesù da parte dei capi religiosi, che già avevano decretato di condannarlo a morte e cercavano solo il momento favorevole.

Dopo le precedenti tre parabole circa il rifiuto di Israele di accogliere l’Inviato di Dio, ora i farisei si ritirano e convocano il Sinedrio. Lo scopo è congegnare una trappola per “prendere al laccio con una parola”, che noi traduciamo con “cogliere in fallo”, Gesù. Basta solo una parola, una contraddizione, confermata da due testimoni, perché una persona sia condannata.

16. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno.

I capi dei farisei si guardano bene dall’esporsi direttamente. Inviano i loro discepoli e fanno alleanza con i nemici erodiani.

Gli erodiani, del partito del re Erode, collaboravano con il potere di Roma. Erano considerati una maledizione dai farisei. Nonostante erodiani e farisei fossero nemici, pur di contrapporsi a Gesù, si alleano fra di loro.

“Non guardi in faccia a nessuno”: con un’adulazione vorrebbero indurre Gesù ad opporsi al potere di Cesare per avere modo di accusarlo presso di lui o i suoi rappresentanti.

17. Dunque, dì a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

“È lecito o no pagare il tributo a Roma?”: il senso è: “Fai gli interessi degli invasori o quelli della tua gente? Stai dalla parte dei Romani o del tuo popolo?”.

In qualsiasi modo avesse risposto, Gesù avrebbe rischiato la vita: se avesse affermato che non era lecito pagare il tributo, sarebbe stato ucciso dai Romani o dagli erodiani loro sostenitori; se avesse detto che era necessario pagare il dovuto, sarebbe stato trucidato dagli Zeloti, patrioti che volevano

riscattare la Palestina dal dominio romano, attraverso la violenza.

I Romani avevano conquistato la Palestina nel 6 a.C. ed avevano imposto a tutti gli abitanti della Giudea, della Samaria e dell’Idumea una tassa per ogni persona (uomini, donne, schiavi). Il pagamento di questa tassa era la condizione essenziale per vivere in pace e per godere dei diritti come sudditi e cittadini dell’impero. Erano tenuti a versarla quanti avessero l’età compresa fra i dodici e i sessantacinque anni.

La tassa si chiamava “census” e corrispondeva alla ricompensa di un bracciante per una giornata di lavoro. “Cesare” di cui si parla è l’imperatore Tiberio Cesare, colui che regnò a Roma dal 14 al 37 dopo Cristo.

18. Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?». Gesù apostrofa gli interlocutori, dal momento che era evidente l’intenzione di tendergli un tranello. Li chiama “ipocriti”, cioè falsi, perché fingono di essere persone giuste ed integerrime, mentre in

realtà vivono nell’ingiustizia e nell’iniquità. l termine “ipocrita” deriva dalla parola greca “hypokrités” che significa “attore”. Nel teatro della Grecia antica gli attori erano chiamati “ipocriti” perché interpretavano una parte, facendo finta di essere un personaggio diverso da ciò che erano in realtà.

19. «Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. L’intenzione di Matteo non è quella di regolare i rapporti fra i fedeli e lo Stato, quanto di far capire la grande capacità di Gesù nel superare i tranelli che gli tendono gli avversari. In modo molto intelligente, Gesù evita di rispondere direttamente, per non cadere nel tranello. Si fa portare una moneta, quella coniata apposta dai Romani per pagare il tributo. Gliela danno subito, segno che era facilmente reperibile.

È importante ricordare che la disputa avviene all’interno del Tempio di Gerusalemme, dove non poteva essere ammesso nulla con effigie umana, nemmeno monete coniate con le sembianze dell’imperatore. Il lavoro dei cambiavalute era stato pensato apposta per ovviare a questo divieto.

I nemici di Gesù, tuttavia, tengono con sé la moneta raffigurante l’imperatore, incuranti della legge.

Mostrano la moneta proibita, gli osservanti sono i primi ad infrangere la legge. Dichiarano di amare Dio e invece il loro dio è il denaro. Si smascherano da soli.

20. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?». 21. Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio!». Gesù esamina la moneta. Vi è riportata l’effigie dell’imperatore Tiberio. L’iscrizione dice: “Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote”. Nell’altro lato della moneta è raffigurata sua madre Livia, come dea della pace. Un’interpretazione del secondo comandamento dichiara idolatrica una moneta raffigurante un imperatore che si dichiara dio.

Gesù afferma che tutti i vantaggi derivanti dalla presenza dei Romani in territorio palestinese devono essere loro retribuiti, pagando il tributo di cui hanno il diritto. Tuttavia non deve essere considerato assoluto il potere di Cesare; infatti, per quanto grande, è solo un potere temporale. “Rendere a Dio ciò che è di Dio”: l’uomo appartiene a Dio, è creato a sua immagine e somiglianza; deve essere in relazione con Lui e dedicargli la sua vita, restituendo quanto da Lui ha ricevuto, perché Egli, Creatore e Signore, ne ha il diritto. Se usiamo di beni e servizi della società, non possiamo esimerci dal contribuire alla realizzazione dei beni comuni a tutti. Se usufruiamo di strade, ospedali, scuole, tutela dell’ambiente, ecc. dobbiamo compartecipare alla spesa, pagando le giuste tasse, senza evaderle. L’equilibrio sta nella giusta misura tra libertà dal potere e sostegno per il bene comune; tra contribuire al bene comune e libertà di pensiero e di azione.

Le cose della società appartengono allo Stato, ma noi siamo di Dio, siamo iscritti nel suo cuore, siamo disegnati sul palmo delle sue mani.

Gesù ci insegna a non venderci al potere, a non lasciarci intimorire da esso.

Rimaniamo ancorati a Colui che ci ha generati per una vita bella e piena. Egli è il Creatore, il Padre che non ci lascia mancare nulla e che desidera solo la nostra felicità.

Se saremo convinti di questo dono immenso, diventeremo figli lieti di restituire il nostro amore all’Amore; il nostro volere al Sommo Bene; il respiro a Colui che è l’origine della Vita; tutto quanto abbiamo ricevuto, al Mittente.

 

Suor Emanuela Biasiolo

È scomparsa la fotografa dei Beatles

Astrid Kirchherr, la fantastica e innovativa artista tedesca “fotografa” dei Beatles, ci ha lasciati.

Assieme a Klaus Voormann, il grande artista e musicista, Astrid Kirchherr contribuì in modo determinante all’irrefrenabile ascesa dei Beatles verso il successo. Klaus li aveva visti e sentiti suonare, per caso, esattamente 60 anni fa, al KaiserKeller 36 un locale notturno della Grosse Freiheit di Amburgo. Poi ci portò pure Astrid, che era la sua fidanzata e lei fu travolta dall’entusiasmo all’istante. Da quel momento ebbe inizio la storia musicale “pop” più bella di tutti tempi! La ricordiamo con le parole di Rolando Giambelli (anche per la fotografia).

Rolando Giambelli con “il celebre scatto fotografico a John Lennon che Astrid Kirchherr autografò e che esponemmo al nostro Beatles Museum ospitato dal 2009 presso il mitico “Museo della Mille Miglia” a Brescia”

“Per me che ho trasformato l’altra mia grande passione per la fotografia, in mestiere, aver conosciuto ed incontrato più volte Astrid Kirchherr, la fotografa i cui scatti dei Beatles hanno contribuito a trasformarli in icone viventi, aver lavorato con lei e con il suo staff è stato ed è tuttora per me motivo di grande orgoglio e soddisfazione. Fin dal nostro primo incontro a Liverpool, con Astrid e con il suo gallerista di allora, Ulf Kruger, concordammo in pochi istanti con un sorriso e con una stretta di mano le modalità per portare le sue preziosissima fotografie dei Beatles in Italia.

Nel 2000, a Rimini, in occasione di un grandioso evento beatlesiano, allestimmo la mostra dal titolo “THE HAMBURG DAYS” di Astrid Kirchherr, al mitico Grand Hotel, proprio quello di “Amarcord”  di Federico Fellini, grazie anche al prezioso aiuto del nostro Fab amico Claudio Cardelli e con grande gioia dell’allora sindaco Alberto Ravaioli. A Rimini invitammo, tra altro, anche il primo batterista dei Beatles, Pete Best con la Band, che Astrid conosceva molto bene! C’erano pure Alf Bicknell il mitico autista dei Fab Four e Gordon Millings: il sarto dei Beatles erede del grande Dougie.

Allestimmo, poco dopo, la mostra di Astrid presso il famoso Museo Ken Damy di Fotografia a Brescia, dove, per l’inaugurazione, tenemmo un concerto con i Beatops ripreso dal TG2.

Un’altra volta nel 2001 esponemmo le foto di Astrid che arrivavano puntualmente da Amburgo, contenute in tre flight-case, addirittura all’estero, in Svizzera, a grande richiesta per la prima edizione dei Bellinzona Beatles Days, grazie i nostri carissimi amici, Graziano, Carlo, Mauro e da altri del Patriziato Cittadino che ci chiesero di collaborare con loro, dopo averci visto all’opera a Rimini a gestire ben 17 palcoscenici su tutta la riviera comunale e con i quali, felicemente, tutt’ora collaboriamo!

Successivamente, in occasione del Beatles Day 2001 a Brescia, allestimmo la mostra di Astrid alla Galleria Olmo Colmo, una location fantastica e piena di piante e fiori meravigliosi, che ora non c’è più, dove con Marco Zappa tenemmo un Fab concerto dedicato ad Astrid.

Grazie ancora al nostro indimenticabile Massimo Masini, che a Modena, sia come cittadino che come “beatlesiano d.o.c., ha lasciato “cose fantastiche” e ricordi indelebili, nel Dicembre 2001, con il supporto del Comune di Modena, guidato dall’allora Sindaco Giuliano Barbolini ed il sostegno entusiastico dell’Assessore in carica Stefano Bonaccini ed oggi rieletto Governatore dell’Emilia Romagna, con il quale avevamo realizzato le piste ciclabili cittadine dedicate ai Beatles, allestimmo pure la favolosa mostra fotografica dei Beatles ad Amburgo di Astrid Kirchherr al Caffè Letterario!

A Roma, nel 2002, per celebrare il 40° Anniversario del lancio della prima canzone “Love Me Do” dei Beatles, con il Patrocinio del Comune, e dell’allora Sindaco Walter Veltroni che era già da anni nostro associato “beatlesiano” oltre che dell’Assessore alla Cultura Gianni Borgna, su richiesta di un altro grande amico dei Beatlesiani, Vincenzo Mollica e dell’organizzatore di eventi Alessandro Nicosia, un bel giorno ricevetti proprio da Vincenzo Mollica l’indimenticabile telefonata con la quale mi chiedeva di  collaborare all’evento Beatlesiano che ritengo fra i più importanti della nostra carriera di fan! Oltre a far girare le beatle band su tre autocarri allestiti come palcoscenici per tutta Roma, ed altre “follie beatlesiane” collaborammo ad allestire la mostra di Astrid Kirchherr “THE HAMBURG DAYS” in maniera impeccabile nel mitico Museo di Roma in Trastevere.

All’inaugurazione della mostra, oltre al Sindaco Veltroni ed al suo storico Assessore Borgna, c’erano: Vincenzo Mollica, Adriano Mazzoletti che aveva seguito i Beatles nel 1965 in tour in Italia, per la RAI, c’era il grande musicista Nicola Piovani, ed il nostro caro amico Mario Pezzolla e c’era l’artista Milo Manara che realizzò il manifesto per l’evento “Quarantennale Love Me Do”; c’era Gianni Bisiach, giornalista di cui sono che intervistò per primo “assoluto” i Beatles a Londra nel 1963 per TV7 RAI e c’era il celeberrimo artista Alan Alridge che illustrò il libro più famoso delle Canzoni dei Beatles e infine il fotografo Harry Benson, autore per l’occasione della sua mostra “The Beatles Now and Then”.

Che altro dire!… fu un evento davvero memorabile e mi fermo qui… Infatti quella mostra di Astrid Kirchherr del 2002 a Roma fu proprio l’ultima che fummo in grado di proporre perché nel 2003, quando andammo ad Amburgo per incontrare Tony Sheridan, con cui eravamo da poco in amicizia, che già prima dei Beatles si era lanciato come “rocker” su Amburgo la bellissima città “anseatica” e che aveva spianato loro la strada facendogli registrare un disco con lui dal titolo “My Bonnie”, ci fece da guida turistica mostrandoci tutti i luoghi “sacri” beatlesiani di Amburgo, compreso il Kaiserkeller dove John, Paul, George, Pete e Stu furono “scoperti” da Klaus Voormann e da Astrid Kirchherr!…
Tony con sua moglie Anna, che guidava l’auto facendoci da Taxista per tutta Amburgo, ci portò  anche alla sede dell’organizzazione di Astrid che però era assente, ma mi vidi con piacere con Ulf Kruger che però mi diede subito la pessima notizia che Astrid, sollecitata da cospicue offerte per i diritti delle sue foto da parte di una nota agenzia internazionale di immagini e foto, glieli cedette… Dopo di che, per gli altissimi costi di noleggio, di assicurazione e quindi di trasferta, su dove  come allestire la mostra, che divenne proibitivo poter fare tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento per diffondere a basso costo ma non per questo meno preziosa, la cultura fra la gente, nonostante la cura, la precisione e la puntualità che potevo mettere in tutti gli adempimenti che con i tedeschi, si sa, bisogna essere molto ligi!

E così dovrò attendere fino al 2017 per rivedere quelle bellissime, care e vecchie foto di Astrid Kirchhherr, che ho attaccato e staccato da tanti muri… Furono esposte a Bologna, proprio in centro a Palazzo Fava, Palazzo delle Esposizioni, grazie a Maurizio Guidoni di Ono Art, che “autonomamente” allestì la favolosa mostra “Astrid Kirchherr with the Beatles” che ripercorreva il periodo di Amburgo che John Lennon definì il miglior periodo dei Beatles!  E se anche la nostra parte in questa esposizione è stata soltanto quella di dare il nostro sostegno e patrocinio “culturale” ci ha fatto, come sempre, un immutato ed immenso piacere…

Grazie, cara Astrid Kirchherr… che sei andata finalmente a raggiungere il tuo amato Stu, magari un po’ stu…fo di stare sempre lì con i vecchi compagni di banda, John e George…

Ti ricorderemo per sempre!”. R. G.

So che cercate Gesù. Auguri con il Vangelo di Matteo

1. Ora, dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, venne Maria Maddalena e l’altra Maria a osservare la tomba.

È domenica di Risurrezione! Gesù ha lasciato il sepolcro, quel sepolcro in cui era stato deposto da Giuseppe di Arimatea. Abbiamo bisogno della speranza che ci infonde il Signore con la sua risurrezione. Abbiamo bisogno di risorgere dai nostri sepolcri, toccati dal Dio della Vita.

La liturgia permette di scegliere il Vangelo di Giovanni o questo di Matteo.

I sommi sacerdoti avevano avuto cura di far porre delle guardie da Pilato per controllare che il corpo non venisse trafugato.

All’alba del primo giorno della settimana le donne vanno al sepolcro. Sono: Maria Maddalena e l’altra Maria, identificata con la madre di Giacomo e di Giuseppe (cfr. Matteo 27,56).

Era usanza per i Giudei vegliare la tomba di una persona cara fino al terzo giorno dopo la morte per essere sicuri che la sepoltura non fosse stata prematura. Le due donne avevano osservato il riposo del sabato e il mattino della domenica tornano al sepolcro.

2. Ed ecco, vi fu un gran terremoto; infatti un angelo del Signore, sceso dal cielo e avvicinatosi, rotolò la pietra e si sedeva sopra di essa.

In Matteo le donne sono testimoni dell’apertura del sepolcro mentre sta avvenendo.

Il terremoto è una costante sia nella narrazione della morte di Gesù, sia nella trasfigurazione sia nella risurrezione. È segno di un avvenimento di natura apocalittica.

In questo racconto vi è un solo angelo che si rivolge a due donne. La sua funzione non è solo quella di parlare, ma anche di agire: fa rotolare la pietra posta davanti al sepolcro.

3. Era il suo aspetto come folgore e la sua veste bianca come la neve.

L’evangelista Matteo non parla del corpo del Risorto, ma elenca le caratteristiche dell’angelo: splendente e bianchissimo. Sono gli stessi elementi presenti anche nella trasfigurazione che evidenziano le caratteristiche di un corpo che è ormai glorioso.

4. Ora, per timore di lui le guardie tremarono e divennero come morte.

Le guardie tremano per la paura e svolgono, pertanto, un servizio inutile. Non si parla della risurrezione di Gesù, ma ci sono tutte le prerogative per capire la straordinarietà dell’evento.

5. Ma l’angelo, prendendo la parola, disse alle donne: «Non temete, voi; so, infatti, che cercate Gesù, il crocifisso.

L’angelo tranquillizza le donne con le parole “Non temete”. Parla di Gesù, il Crocifisso: da quando Egli ha subito il martirio della croce, la divinità porta impresse per sempre le ferite dei chiodi, anche da Risorto. Il nostro Dio porta in sé le prove del suo infinito amore per noi. È stato trapassato dai chiodi per amore e lo sarà per sempre. Non possiamo dubitare del Suo amore perché nelle sue mani, nei suoi piedi, nel suo costato ci sono i sigilli che sanciscono l’amore per noi, spinto fino alle estreme conseguenze.

6. Non è qui; infatti è risuscitato, come aveva detto. Venite, vedete il luogo dove giaceva.

Ecco l’annuncio pasquale: “È risuscitato come aveva predetto”. Matteo si riferisce sempre alle parole precedentemente pronunziate, in modo da confermare con i fatti le profezie annunciate.

Il sepolcro vuoto è un segno della risurrezione, ma non ne è una prova. Di fronte al sepolcro tutti siamo chiamati a prendere posizione: credere o non credere.

7. E, partendo presto, dite ai suoi discepoli che è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea, là lo vedrete! Ecco, ve (l’)ho detto».

L’angelo conclude le sue parole con l’invio delle donne: devono andare ad annunciare ai discepoli che Gesù è risorto. Dà l’indicazione circa il luogo dove i discepoli potranno trovarlo, Lui che torna ad essere il loro Maestro. Le parole “Ecco ve l’ho detto” richiamano la profezia di Ezechiele 37: “L’ho detto e lo farò”.

8. E, essendo andate presto dal sepolcro, con timore e grande gioia, corsero ad annunziarlo ai suoi discepoli.

Matteo riferisce che le donne diventano coraggiose testimoni della risurrezione, diversamente da Marco che sottolinea la loro paura e il loro silenzio.

9. Ed ecco, Gesù andò loro incontro dicendo: «Gioite!». Esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e si prostrarono dinanzi a lui

Le donne hanno la gioia di incontrare il Risorto che va loro incontro e dice “Gioite”. Reagiscono prostrandosi, gesto di adorazione riservato solo a Dio, così come avevano fatto i Magi a Betlemme: le donne adorano il Cristo Risorto, i Magi adorarono il Dio fatto uomo (cfr. anche Matteo 2,1-12 che riferisce l’adorazione dei Magi).

10. Allora Gesù dice loro: «Non temete; andate, annunziate ai miei fratelli che vadano nella Galilea, e là mi vedranno».

Di nuovo Gesù dice alle donne di non temere. È un modo per mettere in evidenza l’annuncio solenne della risurrezione e l’impegno dei discepoli di andare in Galilea per poterlo vedere.

Se nell’Eucaristia siamo uniti a Cristo possiamo risorgere ogni momento e non fermarci al male che tenta di avvinghiarci per distoglierci da Dio. Anche noi possiamo vedere il Signore Risorto ogni volta che andiamo oltre le apparenze e sappiamo cogliere una Presenza che riempie il cuore di gioia.

Cristo continua a risorgere qui e ora. Assume le profondità di un’umanità ferita e dilaniata dal male per portarla, risanata e pacificata, nel Regno del Padre Suo e nostro. Non più macigni che sigillano i sepolcri, ma esplosione di vita nuova.

Quando compiamo il passaggio dalla nostra debolezza alla potenza di Dio, è Pasqua; dalla nostra finitudine alla sua immensità, è Pasqua; dal nostro peccato alla sua tenera misericordia, è Pasqua; dalla nostra sofferenza alla sua gioia, è Pasqua; dalle tenebre alla luce, è Pasqua; dall’angoscia all’abbandono in Colui che per sempre ci dice: “Ho sofferto per te e ho vinto per te. Saremo sempre insieme nel mio Regno”, è Pasqua.

Buona Pasqua!

Suor Emanuela Biasiolo