Lasciate che i bambini vengano a me

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 10, 2-16
In quel tempo, 2. alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie.
Il Vangelo di questa domenica ci propone due riflessioni: una sul matrimonio nelle sue negatività (divorzio e adulterio) e una sui bambini. Il filo conduttore fra i due temi è la necessità di superare i legalismi e abbandonarsi con fiducia a Dio, con l’atteggiamento semplice di un bambino.
La scena avviene in Giudea, al di là del Giordano, nella zona della Perea. Gesù parte da Cafarnao e si dirige a Gerusalemme per l’ultima tappa del suo viaggio. Subisce espressamente controversie da parte dei farisei, preludio della sofferenza che incontrerà successivamente a Gerusalemme. “Per metterlo alla prova”: i farisei pongono a Gesù volutamente una domanda trabocchetto sulla questione dell’adulterio. È un chiedere per tentare, è un atteggiamento che viene dal maligno.
Probabilmente il problema dell’adulterio era molto sentito nella comunità dell’evangelista Marco, ma posta in questi termini la questione era evidentemente tesa a cogliere in fallo il Maestro.
“Se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”: era scontato presso molti popoli che la donna venisse comprata dalla sua famiglia, come si comprava qualsiasi altro bene. Essa diveniva proprietà dell’uomo, che ne poteva disporre a piacimento e anche disfarsene in qualsiasi momento. Non era e non è questo il disegno di Dio.
3. Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. 4. Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. I farisei chiedono se è lecito ripudiare la moglie con l’intento di aggirare la legge. Gesù corregge il discorso ponendo un’altra domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. C’è molta differenza tra chiedere se è permesso commettere adulterio oppure stare al comandamento dato da Dio a Mosé:
“Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa” (Deuteronomio 24,1). Si contrapponevano due correnti di pensiero. Il rabbino Shammaj (rigorista) riteneva che la donna avrebbe commesso peccato di lussuria sposando un altro uomo, dopo essere stata ripudiata. Dichiarava che non si potesse, pertanto, ripudiare. In questo modo tutelava la donna. Il rabbino Hillel, invece, era più permissivo ed ammetteva il ripudio da parte del marito, anche per futili mancanze commesse dalla donna nei confronti del consorte (per esempio una minestra bruciata). In questo caso la donna era abbandonata e diveniva oggetto di possesso di un altro uomo.
5. Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
La legge mosaica mirava a mitigare le conseguenze del divorzio, per renderle meno nefaste. La legge non sempre è espressione di una volontà divina, ma può essere proiezione di una durezza di cuore, può essere una legge contro l’uomo. Siamo chiamati a essere fedeli allo spirito della legge, che è la salvezza della persona. Dio non vuole contrapposizione tra il cuore o la legge, vuole l’armonia nella libertà e nella gioia dei suoi figli. “Per la durezza del vostro cuore”: in questo versetto viene utilizzato il termine “durezza” o sclerocardia. Ha il significato di cuore indurito, segno di una fissità che impedisce a sé e agli altri di giungere a Dio. Ne parlano i profeti, che invitano il popolo di Israele ad ascoltare la voce del Signore. Gesù supera la legge: fa un miracolo di sabato (cfr. Marco 3,5); affronta la durezza dei discepoli e la loro incapacità di capire il fatto della moltiplicazione dei pani (cfr. Marco 6,52) e di credere alla risurrezione del Signore (Marco 16,14). “Egli scrisse per voi questa norma”: Mosé aveva regolamentato il divorzio per limitare i danni e non per legittimare una situazione di male.

6. Ma dall’inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina;
Per comprendere l’importanza della relazione uomo-donna è necessario fare riferimento al progetto originario di Dio Creatore, che ha voluto l’uomo come persona sessuata: maschio e femmina (Genesi 1,27); esseri simili e diversi nello stesso tempo. Due esseri che trovano la loro pienezza nella relazione. La relazione è pensata per l’aiuto fra i coniugi, per la fecondità e per la procreazione, non per il possesso né per lo sfruttamento. È questo il messaggio che Gesù trasmette e che fa superare ogni tipo di casistica farisaica. Ci ricorda che il matrimonio alla luce della fede è unico e indissolubile e l’uomo non deve dividere quello che Dio ha congiunto.
7. per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. 8. Così non sono più due, ma una sola carne. 9. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». I legami naturali con la famiglia di origine (il marito lasciava la sua famiglia e si univa al clan della moglie) sono superati dalla vocazione a diventare una carne sola (Genesi 2,24), che non è soltanto l’unione fisica dei corpi, ma anche condivisione della stessa vita, della coabitazione, della progettualità comune, dell’educazione dei figli, delle gioie e dei dolori, del sostegno nella malattia: tutti aspetti che iniziano con il patto matrimoniale. Oltre a tutto questo, il matrimonio è un mistero che si esprime pienamente nell’amore assoluto per Dio, in cui l’uomo realizza se stesso. “L’uomo lascerà suo padre e sua madre” (Genesi 2,24): nel linguaggio mistico, i Padre della Chiesa hanno visto il Cristo che abbandona il Padre, lascia la sua dimora, le sue prerogative, viene sulla terra e assume una carne umana, in condizione di servo. Egli realizza il progetto di Dio dopo il fallimento di Adamo. “I due diventeranno una carne sola”: il riferimento è sempre al libro della Genesi. L’uomo e la donna sono in relazione, si accolgono vicendevolmente. Sono immagine della Trinità, perché sono distinti, ma uniti da un unico amore. Dio, nel Figlio, ha sposato la nostra umanità e ciascuno di noi. Per questo motivo è necessario che il vincolo matrimoniale sia unico e indivisibile, a testimonianza
dell’amore indissolubile di Dio che, in Gesù, è fedele fino alle estreme conseguenze, fino alla morte di croce.
“Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”: congiungere significa porre sotto lo stesso giogo (in greco synezeuxen, in latino coniugare). Un giogo è una trave di legno che si lega al collo di due buoi unendoli tra di loro e al carico che devono trainare. Per camminare insieme devono avere lo stesso passo e la stessa direzione. Così gli sposi cristiani vanno verso Cristo aiutandosi a vicenda, in un comune progetto, in una stessa direzione. Il divieto di divorzio nasce dalla volontà di Dio che vuole gli sposi in una relazione indissolubile: non si può camminare da soli nella vita dal momento in cui si è contratto un impegno con un’altra persona. Così ogni cristiano deve accettare di porsi sotto il giogo che Cristo, come condivisione della sua stessa sorte e partecipazione alla sua stessa vita. Non sappiamo la reazione dei farisei alle affermazioni del Maestro. Sappiamo, però, che anche in seguito cercheranno nuovi capi d’accusa contro di Lui per arrestarlo.
10. A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11. E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; 12. e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.
I discepoli sono persone che desiderano capire bene l’insegnamento del loro Maestro e nell’intimità della comunità chiedono spiegazioni, come si fa con una persona verso la quale si nutre grande confidenza. La particolarità dell’insegnamento di Gesù sta nel fatto che non solo il marito poteva ripudiare la moglie (mentalità ebraica), ma anche la moglie poteva ripudiare il marito (mentalità greco-romana). Non è possibile, tuttavia, a nessuno dei due ripudiare l’altro coniuge, in quanto, contraendo una nuova unione, si esporrebbe se stessi e l’altro ad una situazione di grave adulterio.

Suor Emanuela Biasiolo

Chi non è contro di noi è per noi

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 9,38-43.45.47-48
In quel tempo, 38. Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».
Il brano di Vangelo della liturgia odierna viene denominato “piccolo catechismo della comunità”, raccolta di insegnamenti che invitano ad essere attenti ai membri più piccoli e più deboli.
Nel primo versetto si coglie come i discepoli si sentono talmente legati e appartenenti a Gesù da escludere chiunque interferisca nelle attività che essi ritengono riservate a loro esclusivamente.
I taumaturghi del tempo antico erano soliti invocare il nome di qualcuno ritenuto potente, così da ottenere il miracolo richiesto. Gesù, invece, opera miracoli in virtù della potenza propria. I suoi discepoli, successivamente, opereranno nel suo nome.
“Giovanni disse a Gesù”: il discepolo Giovanni è colui che Gesù amava. Qualche esegeta intravede la tensione tra costui, che rappresenta la chiesa carismatica, e la Chiesa istituzionale. Altri pensano che Giovanni sia intervenuto a denunciare chi operava miracoli, ma non apparteneva alla comunità di Gesù, semplicemente a causa del suo carattere impulsivo e focoso (era denominato “figlio del tuono”- Marco 3,17).
“Nel tuo nome”: solo nel nome di Gesù è possibile avere la salvezza: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (Atti 4,12).
“Scacciava demòni”: chi è di Dio ha il compito di sconfiggere il male invocando il suo nome. Non è necessario, però, che appartenga alla comunità dei discepoli, come invece essi pretendevano. “Volevamo impedirglielo”: secondo alcune interpretazioni i discepoli erano gelosi di colui che era riuscito a scacciare il demonio, mentre essi avevano fallito. Anche Giosuè, figlio di Nun, voleva impedire a Eldad e a Medad di profetizzare perché non erano andati alla tenda del raduno. Mosè aveva risposto a Giosué: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito”.
39. Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40. chi non è contro di noi è per noi.
La risposta di Gesù non si fa attendere: chi opera miracoli nel suo nome, anche se non appartiene al ristretto gruppo dei suoi discepoli, vuol dire che riconosce la sua potenza e la sua autorità. Gesù esorta a uscire da una mentalità chiusa e settaria, ad accogliere chiunque si presenti nel Suo nome, senza ritenersi detentori del monopolio della Grazia.
“Non glielo impedite”: chi ama veramente, gode del bene degli altri, delle azioni buone che essi compiono. Non dobbiamo essere gelosi, non dobbiamo possedere il prossimo, non dobbiamo escludere chi non appartiene alla nostra cerchia, etnia, mentalità, estrazione sociale o politica. Dobbiamo rispettare chi fa il bene anche se non appartiene alla Chiesa: il Regno di Dio è più vasto della Chiesa e non coincide con nessun gruppo. L’importante è seguire l’Amore, l’importante è fare il bene: se imposteremo così la nostra vita, se rispetteremo chiunque si prodighi per fare di questa terra un giardino, se loderemo Dio che gli ispira questo desiderio saremo autentici figli del Padre e fratelli fra noi.
Chiunque opera il bene viene da Dio e dobbiamo permettergli di agire in suo nome. La terra sarebbe un paradiso se ogni uomo facesse un’azione buona, offrisse un sorriso, desse un po’ d’acqua e un po’ di pane a chi non ne ha, accogliesse chi ha perso tutto. Anche il deserto dei cuori, allora, fiorirebbe.

“Chi non è contro di noi, è per noi”: se desideriamo essere veramente del Signore, non dobbiamo avere invidia per il bene compiuto dagli altri, dal momento che l’obiettivo per tutti è quello di riconoscerlo come Padre e di accoglierci e amarci fra noi. Gli altri non devono essere nostri antagonisti, ma fratelli da amare. Solo in questo modo possiamo creare l’unità dei figli di Dio.
41. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Dare un bicchiere d’acqua nel nome di Gesù a chi ha sete, è equivalente a darlo a Gesù stesso. La “ricompensa” è il termine che mette in relazione con il salario della parabola degli operai chiamati alle diverse ore del giorno (Matteo 20,1-16).
Attingiamo da questa affermazione di Gesù la valorizzazione del nostro piccolo, nascosto dono quotidiano, del nostro servizio umile e sconosciuto. Da ogni piccolo seme di bene scaturisce il futuro eterno. Dal dono concreto e disinteressato si evince se siamo davvero persone che cercano il Signore e non la carriera o il protagonismo.
42. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.
In questo versetto è presente il termine “scandalo” che significa inciampo, causa di caduta. Dobbiamo evitare di essere motivo di perdita o di diminuzione della fede nei riguardi degli altri. Gesù è molto forte nel giudizio contro il colpevole, al punto che utilizza un’iperbole (hyperbolé, “eccesso”: è una figura retorica o un’espressione che consiste nell’esagerare la descrizione della realtà tramite espressioni che l’amplifichino, per eccesso o per difetto): “sarebbe meglio che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”. Non solo la violenza fisica, ma anche quella verbale o il cattivo esempio sono mezzi di diffusione del male e vanno combattuti con tutte le forze.
Gesù si identifica con i piccoli (Matteo 25,40.45): coloro che subiscono scandalo, abusi,
persecuzioni, violenza, fame, guerra, ingiustizia. Noi cristiani dovremmo essere coloro che riconoscono Gesù nel povero, nell’indifeso, in chi è senza diritti, senza casa, senza patria.
Chiediamoci se davvero lo facciamo e se siamo fari di luce nella notte del mondo oppure se meritiamo anche noi l’invettiva di Cristo: “è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”.
43. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. [44. dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue].
Per comprendere queste espressioni è necessario considerare che per la cultura ebraica le parti del corpo sono collegate con gli istinti umani. La mano (yàd) è la sede delle azioni, la parte del corpo che afferra, prende, ma anche uccide (cfr. Siracide 6,18). Gesù intende dire che bisogna troncare con decisione ogni azione cattiva contro il prossimo. Solo da un cuore buono può nascere un’azione buona. Gesù insegna a liberarsi dalle cattive inclinazioni, costi quello che costi. “Geenna”: la Geenna era il luogo in cui si riteneva che ci sarebbe stato il castigo finale. Dal punto di vista geografico è la valle di Hinnom, a sud di Gerusalemme, Nel passato era divenuta sede del culto a Moloh, che imponeva sacrifici umani di bimbi, prima sgozzati e poi bruciati, appunto, “facendoli passare per il fuoco” (2Re 23,10). Venne trasformata in discarica dove, per motivi igienici, continuamente ardeva il fuoco.
45. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna, [46. dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue].

Parlare di una parte del corpo per riferirsi a tutta la persona fa parte del linguaggio figurato. Il piede (règhel) può avere il significato di passo veloce di colui che porta buone notizie “sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie” (Isaia 52,7), ma anche, come in questo caso, vuol dire prendere una direzione sbagliata. Dirigere i nostri passi verso il Signore significa avere il coraggio di lasciare abitudini contrarie alla volontà di Dio. Dobbiamo chiederci se stiamo andando verso la Vita vera oppure se ci stiamo allontanando da Lui operando scelte contrarie.
47. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, a, [46. dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue].
Nella Bibbia l’occhio non è solo l’organo della vista, ma indica anche tutta la persona nella sua interiorità: “La lampada del corpo è l’occhio. Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre” (Matteo 6,22-23). Gesù in questo versetto ci dice che tutta la nostra persona deve essere luminosa, a partire dalla purezza delle intenzioni, dal vedere le cose con lo sguardo di Dio e non dal punto di vista materiale e umano, con trasparenza e senza secondi fini: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Matteo 5,8).
48. dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».
Questo versetto si richiama al profeta Isaia “Quando gli adoratori usciranno, vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati a me; poiché il loro verme non morirà, e il loro fuoco non si estinguerà; e saranno in orrore a ogni carne” (Isaia 66,24). Egli prevedeva nuovi cieli e nuova terra, in cui tutti i popoli faranno la volontà di Dio e lo adoreranno, mentre chi si ribellerà a Dio soffrirà il supplizio continuo del verme (segno di decomposizione del corpo) e del fuoco (usato per distruggere i cadaveri), cioè condannati a un castigo senza fine. La crudezza del linguaggio usato da Gesù è giustificata dal fatto che vuole farci evitare le occasioni che ci distolgono dal nostro vero bene, per eliminarle. È necessaria una decisione radicale: tagliare con tutti gli impedimenti che ci separano da Gesù, dall’ascolto della sua Parola, dalla sequela convinta, dalla conformazione al suo stile di vita. Non dobbiamo colpevolizzare gli altri per il male che ci attornia: cominciamo noi stessi ad eliminarlo dal nostro cuore. Se perderemo la vita per Cristo, se la consumeremo nell’amore la salveremo. Se avremo il coraggio di lasciare le nostre inclinazioni cattive, se ci convertiremo dalle malvagità, se persevereremo nel bene godremo già qui sulla terra la pace interiore e nel futuro la vita eterna, che nessuno ci potrà togliere.
Suor Emanuela Biasiolo

Ultimo di tutti

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 9,30-37

In quel tempo, 30. Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Nel Vangelo di questa Domenica ascoltiamo il secondo annuncio della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Gesù si trova in Galilea con i suoi discepoli. Pur essendo in compagnia, in realtà è solo, perché essi non condividono il suo progetto di vita. La paura della croce frena i discepoli e l’ambizione li offusca la mente. Mentre Gesù parla della sua dipartita da questo mondo, essi discutono su chi è il più grande fra loro. Non capiscono e non accettano che il Messia debba soffrire. Attendono un conquistatore, invece Gesù si fa servitore. “Non voleva che alcuno lo sapesse”: forse l’intento di Gesù è quello di istruire i suoi discepoli e non vuole essere disturbato; oppure Gesù vuole evitare equivoci e pubblicità. 31. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Gesù è impegnato alla formazione dei discepoli che sono “suoi”: ha un rapporto privilegiato con loro e vuole prepararli ad affrontare gli eventi incombenti e gettare le basi per la futura evangelizzazione. “Il Figlio dell’uomo viene consegnato in mani di uomini”: il verbo utilizzato è “tradire” (dal latino tradĕre che significa “consegnare”, nel senso di “consegnare ai nemici”, di “consegnare con tradimento”). Lo stesso termine si trova in altri passi del Vangelo: Giuda consegna Gesù ai capi e ai soldati (Marco 14,44); i capi consegnano Gesù a Pilato (Marco 15,1); Pilato consegna Gesù ai crocifissori (Marco 15,15). In realtà è il Padre stesso che consegna Gesù agli uomini, nel senso che lo dona. Gesù si consegna a noi, ma nel senso che si offre. Dio Onnipotente si mette nelle mani degli uomini, alla loro mercé. Non impedisce loro di usare male la libertà di cui Egli stesso li ha dotati. Accogliamo il Figlio di Dio che si umilia nella condizione umana e si lascia trattare nel modo più infame. Gesù si dona a tutti, anche a chi lo rifiuta, anche a chi lo crocifigge. Il suo è Amore incondizionato, che rivela il Padre, sorgente dell’Amore senza fine, senza ricompensa. Accostiamoci con stupore all’Eucaristia in cui ogni giorno Gesù si consegna a noi e si fa nostro cibo. “Lo uccideranno”: Gesù ha la consapevolezza della sua fine, ignominiosa e terribile, che lo accomuna alla sorte di tutti i profeti, che hanno pagato con il sangue la fedeltà alla verità, a Dio. “Dopo tre giorni risorgerà”: con la risurrezione Gesù è glorificato perché è passato attraverso la morte. È proprio la morte l’inizio della sua glorificazione. 32. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. I discepoli non riescono a comprendere il messaggio di Gesù. La sua parola è forte e terribilmente dura. “Avevano timore di interrogarlo”: i discepoli non osano porre domande di chiarimento perché temono una reazione, un rimprovero, come quello che Gesù aveva rivolto a Pietro quando voleva dissuaderlo dalla sua missione. 33. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Cafarnao è il luogo dove Gesù dimora, ospite di Pietro, da quando ha iniziato la sua predicazione. Nell’intimità della casa si rivolge ai discepoli per liberarli dall’orgoglio e dalla ricerca del successo, male oscuro che rovina l’anima. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”: Gesù pone una domanda per aiutare i discepoli a prendere coscienza dei motivi che animano la loro sequela. Anche se vivono insieme con lui, hanno disposizioni d’animo molto difformi da quelle del Maestro. 34. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Il silenzio dei discepoli è un mutismo negativo che impedisce di chiarire e di chiarirsi. Non osano palesare quanto alberga nel loro intimo: ricerca di prestigio, di potere, di notorietà. Gesù, invece, insegna uno stile di vita completamente opposto: servizio, umiltà, donazione totale. “Avevano discusso tra loro chi fosse il più grande”: i discepoli si lasciano prendere dall’orgoglio e dalla speranza di avere in futuro qualche vantaggio dal fatto che seguono Gesù. Non hanno ancora capito che seguire il Maestro vuol dire scendere dal piedistallo, dagli onori, dal protagonismo, dalla notorietà, dal potere, dalle sicurezze. Dobbiamo essere i primi nell’amore, nel servizio, nel dono, nello scomparire dopo aver dato tutto. Gesù ci invita a fare come Lui: scendere nell’umiltà, porsi all’ultimo posto, farsi piccoli. Gesù, il vero Grande, si abbassa, si umilia per farsi servo di tutti. Il suo primato si realizza nell’abbassarsi e giunge al culmine nell’innalzamento sulla croce. 35. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». Dio si è fatto nostro servo, Lui il primo di tutti, l’Onnipotente, si mette a servizio degli uomini che Lui ha creato! È per questa ragione che siamo chiamati ad essere servitori dei fratelli, sul suo esempio. “Sedutosi, chiamò i Dodici”: il fatto di sedersi è il tipico atteggiamento del maestro quando, con autorevolezza, insegna. Così fa Gesù quando chiama i suoi discepoli. “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e servitore di tutti”: come discepoli di Gesù dobbiamo avere come distintivo l’umiltà, la piccolezza, la minorità. Sono queste virtù la base della vita fraterna, dell’umanità nuova, fatta di uomini e di donne che si accolgono e si servono nella semplicità, perché si riconoscono figli e figlie dello stesso Padre. Anche chi governa a vari livelli dovrebbe tenere presente queste parole di Gesù che continuano nei versetti successivi: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servo, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Marco 10,42-44). A capo di una istituzione dovrebbe esserci chi sa stare all’ultimo posto, chi è servo di tutti, non chi è più brillante, chi sa parlare di più, chi sa mettersi in mostra. Siamo chiamati a seguire l’umiltà del Verbo Incarnato. 36. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: Nella società ebraica il bambino (paidíon), non era considerato importante. Gesù, invece, lo prende a modello per i discepoli di tutti i tempi. Un bambino non vive senza l’aiuto degli altri, non può ripagare quello che riceve, non è autosufficiente in nulla, è dipendente, ha bisogno di tutto e di tutti. Può solo chiedere, abbandonarsi con fiducia, contare sull’amore dei propri genitori. 37. «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Gesù insegna ai suoi discepoli, alla folla, a ciascuno di noi che la grandezza sta nell’accogliere il piccolo, il debole, il fragile, l’immigrato, il malato, il disadattato. Egli si nasconde proprio negli ultimi, negli emarginati, negli scartati (come dice papa Francesco). Ogni uomo e ogni donna che nasce sulla terra riceve la missione di donarsi e di donare. La persona che apre il cuore all’accoglienza realizza la sua vocazione, che è quella di amare gratis, senza ricompensa. Se sappiamo accogliere chi ci è accanto, cresciamo nel dono e manifestiamo Dio, che è Amore. “E chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”: Dio è Trinità, è relazione di Persone. Per la sua intima unione con il Padre, Gesù afferma che accogliendo Lui accogliamo il Padre. Meditiamo spesso la grande dignità di cui siamo oggetto: siamo figli nel Figlio. Amati di amore gratuito, accolti nella comunione trinitaria, viviamo nell’abbandono fiducioso in Dio, il Primo che si fa Ultimo, l’Onnipotente che si fa Debole, il Grande che si fa Piccolo.

Suor Emanuela Biasiolo

Apriti!

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 7,31-37

In quel tempo, Gesù, 31. uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gesù si reca in Galilea dopo la guarigione della figlia della donna siro-fenicia (pagana). Durante questo viaggio Gesù guarisce un sordomuto. Il racconto di questo miracolo ha la struttura dell’esorcismo battesimale in uso nella Chiesa antica fino ai nostri giorni. Le indicazioni geografiche sono confuse, come fossero state scritte da chi non conosce bene i luoghi geografici palestinesi. Dal punto di vista teologico, Gesù intende proprio rimanere in terra pagana, presso gente che è più ricettiva del suo messaggio. I “lontani” sono più aperti all’annuncio rispetto ai “vicini”. Quando riconosciamo che non meritiamo di essere amati, più accogliamo con riconoscenza e stupore il dono immensamente grande che riceviamo. Quando, invece, ci sentiamo autosufficienti, ci tagliamo fuori dalla Grazia. “Tiro – Sidone”: sono località in piena zona pagana, a nord della Galilea. “Decapoli”: significa “Dieci Città”, una regione di dieci città nel sudest della Galilea. Vi abitavano genti pagane. 32. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Non viene specificato chi sono le persone che portano a Gesù un sordomuto: forse parenti, forse amici? Comunque sia, fanno un gesto di carità verso il malato e di grande fiducia in Cristo. Costoro pregano Gesù di guarirlo: non hanno pretese, ma esprimono fiduciosa certezza che la loro richiesta sia esaudita. L’atto di imporre la mano è il gesto tipico di chi possiede il potere soprannaturale di scacciare le malattie e il male. “sordomuto”: la persona sordomuta è contemporaneamente affetta da sordità e da mutismo. Chi è sordo dalla nascita non ha acquisito la lingua parlata, quindi non è in grado di comunicare. Questo sordomuto raffigura il popolo di Israele che non ascolta il Messia atteso, non parla il linguaggio di Dio, ma può convertirsi se si lascia sanare da Gesù. Sordomuti siamo anche noi quando non ascoltiamo la Parola di salvezza che Dio ci rivolge e non testimoniano agli altri le meraviglie di cui siamo oggetto. 33. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; Gesù prende in disparte la persona in modo che rimanga segreta la modalità di guarigione. Non ha paura di diventare impuro: secondo la concezione legalista della legge ebraica, chi toccava un impuro o un pagano rimaneva contaminato e diventava automaticamente impuro. Gesù va oltre la legge perché per lui la persona vale più di ogni cosa. Gesù tocca gli orecchi con le dita e la lingua con la saliva. È un momento di attenzione riservata solo al malato, è un coinvolgimento di Gesù nella situazione di colui che ha bisogno. È un momento di intimità e di tenerezza, non un freddo intervento distaccato, a distanza. 34. guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. Alzare gli occhi al cielo significa invocare la potenza di Dio. “Emise un sospiro”: indica comunicare la forza prodigiosa che promana dalla profondità dell’essere. Alcuni esegeti accostano questo sospiro all’emissione dell’ultimo respiro di Gesù sulla croce: sanare ognuno di noi, a Gesù, costa la vita. “Effatà”: taluni avevano interpretato questo termine come una parola magica. Marco traduce subito per evitare equivoci e spiega che vuol dire “Apriti!”. Gesù rivolge questo comando non agli organi malati, ma alla persona malata. Ora quest’ultima non è più chiusa in se stessa, ma può comunicare con gli altri, uscire dal suo mondo isolato ed entrare in relazione. Gesù accompagna il gesto con la sua Parola efficace: “Apriti”. È la Parola che realizza ciò che dice e produce una trasformazione. Se offriamo a Gesù il nostro cuore indurito e stanco, Egli può trasformarlo e renderlo capace di donare e di amare. Abbiamo a disposizione la grazia dei sacramenti che prolungano l’azione di Gesù. Attingiamo a questo immenso tesoro! 35. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. Gesù interviene e istantaneamente la persona è guarita completamente: riesce a udire e a parlare. Alcuni esegeti spiegano che la parola della croce, il gemito di Gesù, è capace di vincere ogni chiusura e di guarirci da ogni sordità, da ogni mutismo, da ogni paralisi, da ogni morte. Gesù apre la sua azione ai pagani e così vuole che facciano anche i suoi discepoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Marco 16,15). Gesù ha cura per tutto l’uomo e vuole che sia felice: non guarisce i malati per avere altri discepoli, per suo interesse, ma perché gli uomini siano liberi, felici, guariti, abbiano pienezza di vita: “Gloria di Dio è l’uomo vivente” (S. Ireneo). 36. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano Come in tutto il Vangelo di Marco, Gesù chiede il silenzio di fronte ai suoi interventi; tuttavia è talmente grande la grazia ottenuta che l’interessato non può trattenere la gioia incontenibile di aver sperimentato la misericordia di Dio. 37. e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”. Nel Libro della Genesi si parla della creazione e si dice che “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Genesi 1,31). Il profeta Isaia descrive la salvezza messianica: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi” (Isaia 35,5). Il versetto del Vangelo compendia entrambe queste citazioni e dimostra che Gesù è il Messia atteso, che rinnova la creazione. Ognuno di noi è chiamato a ripercorrere lo stesso cammino del popolo ebreo per passare dalla chiusura a Dio all’apertura al suo Amore. A volte possono essere altri che pregano al posto nostro, che ci presentano al Signore, perché può capitare di trovarci in situazioni tanto difficili da non avere la forza di presentarci noi, da soli, a Gesù. A nostra volta, possiamo essere strumenti della grazia e intercedere perché gli altri possano essere risanati. Dobbiamo farci prossimo di chiunque è nel bisogno e presentarlo a Dio con la fiducia nel Suo intervento. Abbiamo bisogno che il Signore Gesù ci venga in soccorso e ci doni la salvezza, apra le nostre orecchie perché ascoltiamo la sua parola, sciolga la nostra lingua perché annunciamo le sue meraviglie. Tutta l’umanità che soffre ha bisogno di annunciatori della salvezza di Dio. Chiediamo al Signore di essere coloro che vivono il grande comandamento dell’ascolto per diventare strumenti del Suo Amore: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Deuteronomio 6,4-5). Per essere cristiani autentici dobbiamo fare silenzio e dedicare tempo, in solitudine, ad ascoltare Gesù, perché la sua Parola diventi la forza del nostro cammino. Vedremo, così, realizzarsi in noi e negli altri le meraviglie della salvezza.

Suor Emanuela Biasiolo

Ascoltatemi tutti e comprendete bene

XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 7,1-8.14-15.21-23
In quel tempo, 1. si riunirono attorno a lui i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme.
Da questa domenica la Liturgia riprende la lettura del Vangelo di Marco dopo l’interruzione con il capitolo sesto del Vangelo di Giovanni. Gesù viene interrogato dagli scribi (che conoscono la legge) e dai farisei (che si lodano di osservare la legge) circa le norme liturgiche che comportavano una purezza rituale molto rigorosa, sotto pena di peccato. Per la religione ebraica l’osservanza era una questione di primaria importanza e i
numerosi precetti rendevano difficile la vita della gente. Da Gerusalemme, gli avversari erano giunti appositamente in Galilea per indagare circa la predicazione e l’attività di Gesù, forse su richiesta dei farisei del posto.

2. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate

3. – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani,
attenendosi alla tradizione degli antichi. L’evangelista Marco spiega nei dettagli le usanze ebraiche in quanto si rivolge ad una comunità proveniente dal paganesimo, che non conosceva la loro cultura. Riguardo alle norme dello stare a tavola, era impossibile per gli ebrei prendere cibo con gli stranieri, con i pagani, con i peccatori, perché ritenuti impuri (cfr. Atti 10,28). La controversia tra Gesù e i suoi avversari nasce dalle regole di purificazione in uso. Era prescritto che le mani dovessero essere lavate prima del pasto. Contravvenire a questa prescrizione significava non essere osservanti della legge.
I discepoli di Gesù, tuttavia, vanno a tavola senza prima aver fatto l’abluzione rituale delle mani. Questo comando nella Torah è rivolto solo ai sacerdoti che devono fare l’offerta, il sacrificio (cfr. Esodo 30,17-21), ma certi gruppi intransigenti e integralisti pretendono che i loro adepti si comportino come i sacerdoti che servono al tempio, con un’osservanza ossessiva di norme di purità. Gesù vuole che i suoi discepoli siano liberi da prescrizioni che non è Dio a richiedere. Si tratta di manifestazioni esteriori che Gesù non approva perché non coincidono con la vera adesione a Dio.
4. e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti -, Quando tornavano dal mercato gli ebrei facevano un bagno completo per purificarsi dall’impurità contratta a contatto con le persone e con le merci. Altre norme rituali erano il lavaggio di stoviglie e di altri oggetti.

5. quei farisei e scribi lo interrogarono: “Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?”. I farisei sono scandalizzati dal comportamento trasgressivo dei discepoli, che non rispettano
integralmente le norme ereditate dal passato. Anche oggi siamo appesantiti dalle regole del potere, del mercato, della moda, della convenienza, del prestigio, ma l’unica legge che Dio ci prescrive è quella dell’amore. Gesù è venuto per liberare l’uomo dalle schiavitù accumulate, frutto di tradizioni che non coincidono con l’intenzione del Creatore.
6. Ed egli rispose loro: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. La compassione di Gesù si scontra con la formale esteriorità dei farisei che non si accorgono e non condividono per nulla le fatiche, le sofferenze, le angosce della gente. Gesù sana i malati che gli portano, consola gli afflitti, risuscita i morti. I farisei, invece, disquisiscono circa questioni di
grande marginalità. Tutto questo fa dire a Gesù quanto grande è la distanza tra il comportamento farisaico e la bontà di Dio Padre, che ha viscere di tenerezza e di compassione per il popolo sofferente. Il profeta Isaia (29,13) afferma la distanza tra la ritualità esterna e l’interiore adesione a Dio. Gesù riprende le sue parole ed accusa di ipocrisia i suoi avversari. “Ipocriti!”: il termine significa “bugiardo”, “non autentico”. Nel teatro greco l’ipocrita è il protagonista principale dello spettacolo. Siccome gli attori greci e romani usavano grandi maschere appositamente costruite per amplificare la voce, il termine greco hypokritès identifica, in modo metaforico, colui che simula un personaggio che non è in realtà. In senso negativo è diventato sinonimo di astuzia e malvagità, di finzione, di ostentazione di azioni o sentimenti buoni, di dissimulazione dei difetti, di inganno. Nel contesto evangelico “ipocrita” si riferisce a chi desidera emergere sugli altri, colui che fa del proprio io il suo dio. In questo versetto, i farisei vengono chiamati ipocriti perché si pongono una “maschera” per apparire quello che non sono. In realtà hanno il cuore lontano sia da Dio che dall’uomo.

7. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini.
I farisei impongono dottrine e precetti che sono frutto di giudizi umani, per detenere il potere sulle folle. Sono adoratori non di Dio, ma di se stessi. Gesù vuole scuotere gli scribi e i farisei perché sono caduti nell’errore di stravolgere la volontà di Dio. Essi, infatti trascurano i comandamenti per osservare le tradizioni umane.
8. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini”.
I farisei pensano di rendere culto a Dio, ma in realtà sostituiscono i suoi comandamenti con precetti umani, fatti passare per volontà divina.

14. Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene!

15. Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro. La liturgia salta i versetti dal 9 al 13. Dal versetto 14 Gesù non si rivolge più ai farisei, ma alla folla: insegna che il male viene scelto dall’uomo e viene dall’interno di decisioni prese nel proprio cuore, non dall’esterno. La conseguenza dell’insegnamento di Gesù è la cancellazione delle norme rituali
levitiche. Rivendica che ogni realtà vivente è buona. Azioni buone o cattive dipendono dal buono o dal cattivo uso di quanto si ha a disposizione.

21. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi,

22. adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia,
stoltezza.

23. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo”.
Gesù ora si rivolge ai discepoli che, tornati a casa, chiedono spiegazioni al Maestro. Elenca dodici vizi, unico elenco presente nel Vangelo. Alla base di tutti i comportamenti malvagi ci sono i ragionamenti perversi, da cui scaturiscono tutti i mali, perché ottenebrano la coscienza. Sono tutti peccati che riguardano il rapporto contro il prossimo. “Saremo giudicati sull’amore” (cfr. Matteo 25,31-46), quindi il peccato è la scelta del male, dell’odio, della divisione, dell’affermazione personale per schiacciare gli altri. Gesù vuole che fuggiamo il pericolo di dare più importanza alla forma che alla sostanza. Dobbiamo
vigilare perché la mentalità mondana non si annidi in noi, perché la vanagloria, la superbia e l’avarizia non inquinino il nostro pensare e il nostro agire. Il centro dell’esperienza di fede è l’amore a Dio e al prossimo, non il legalismo o il ritualismo.
Il fine della vita cristiana è l’unione con Dio e la comunione con il prossimo, da raggiungere liberandoci dalle sollecitazioni al male; dalle esteriorità, dal legalismo di riti formali.
Gesù ci invia ai poveri, agli esclusi, agli emarginati, come ha fatto Lui in prima persona, posando il suo sguardo sui bisogni e sulle sofferenze di quanti vivono ai margini della società. Abbiamo bisogno di fare discernimento perché la norma ultima di comportamento sia trasparente e sincera. Solo così potremo fare la volontà di Dio e abbracciare tutti i fratelli in un unico amore. Saremo così i benvenuti al banchetto eterno, al quale il Padre attende tutti noi, suoi figli, bisognosi di perdono, di misericordia, di tenerezza. Nel suo eterno abbraccio non ci sarà più divisione alcuna, nessuna ipocrisia, ma vivremo tutti nella verità e nell’amore. Cominciamo già qui, in terra, ad anticipare, con la conversione, questa infinita gioia!


Suor Emanuela Biasiolo

Prese i pani e li diede

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – GIOVANNI 6,1-15
In quel tempo,

1. Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade,
In questa domenica la liturgia propone la riflessione sulla prima parte del capitolo sei di Giovanni, incentrato sul tema del “pane di vita”. È un capitolo a sé stante, che gli esegeti ritengono sia stato inserito tardivamente dalla comunità cristiana come catechesi eucaristica, dal momento che l’istituzione dell’Eucaristia in Giovanni è sostituita dalla lavanda dei piedi. L’episodio è collocato nel tempo di Pasqua ed è ambientato in Galilea, sulla riva del lago di Tiberiade. L’espressione “mare di Galilea, cioè di Tiberiade” identifica una particolare ansa del lago che si trova tra Cafarnao e Tiberiade. Può essere percorsa a piedi, costeggiando la riva, oppure si può utilizzare un’imbarcazione. Alcuni esegeti vedono raffigurato nel passaggio da Gerusalemme al lago di Galilea, l’esodo dalla schiavitù del peccato alla libertà donata dal Figlio. È un richiamo all’esodo del popolo ebreo dall’Egitto. Insieme con Gesù compiamo il definitivo esodo dal “mare”, che simboleggia la schiavitù della morte, al “monte”, che è simbolo dell’incontro con Dio. Nel cammino incontriamo spesso la tentazione della sfiducia e la preoccupazione che ci manchi il necessario. Dobbiamo superarle entrambe con la fede nel Signore, al quale noi siamo talmente cari che non ci lascia mancare il necessario sostegno nelle burrasche che attraversiamo.
2. e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi.
Gesù guarisce i malati ed è seguito con entusiasmo dalla folla, attirata dal suo insegnamento e dai suoi prodigi. Lo stesso successo avviene anche dopo la risurrezione di Lazzaro e all’entrata in Gerusalemme la Domenica delle Palme.

3. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Il monte è il luogo privilegiato dell’incontro con Dio. Anche Mosè sul monte aveva ricevuto le tavole della legge. Nel Vangelo di Matteo Gesù sale sul monte per annunciare le Beatitudini. Nel Vangelo di Giovanni, sul monte, Gesù dona il pane, segno del suo dono che avverrà nella passione, morte, risurrezione. Sul monte, come Mosè, Gesù è il Maestro di vita che insegna a condividere e a vivere da fratelli perché figli dello stesso Padre del Cielo. “Gesù salì sul monte e là si pose a sedere”: si manifesta come il Maestro. Sul monte si pone a insegnare, seduto, quasi fosse su una cattedra, con i discepoli attorno.
La Parola diventa Pane: non è l’uomo che offre sacrifici a Dio, ma è Dio che si offre in sacrificio per l’uomo. L’evangelista Giovanni non narra l’istituzione dell’Eucaristia, ma presenta le conseguenze dell’essere in comunione con Gesù: il servizio ai fratelli, la condivisione con chi è povero.

4. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. L’espressione allude all’esodo, memoriale della liberazione dall’Egitto. Si riferisce anche all’ultima Pasqua di Gesù quando sarà immolato. In questa Pasqua offre il pane, anticipo simbolico del suo dono totale e dell’istituzione dell’Eucaristia nell’Ultima Cena. “Era vicina la festa di Pasqua”: è una vigilia, come il momento dell’istituzione dell’Eucaristia, secondo gli evangelisti sinottici. Nella festa di Pasqua venivano offerte le primizie, il primo raccolto di cereali, necessari per fare il pane (cfr. Esodo 9,31; Rut 1,22).

5. Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
“Allora Gesù, alzati gli occhi”: nel Vangelo si parla spesso di Gesù che alza gli occhi al cielo verso il Padre. Questa volta, invece, rivolge il suo sguardo sulla folla perché si accorge che ha bisogno di Parola e di pane: necessità di cibo per l’anima e per il corpo.
“Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”: Gesù pone una domanda a Filippo per suscitare l’attenzione, come fa un maestro per guidare la riflessione dei discepoli, per metterli alla prova, per manifestarsi attraverso un “segno” che si appresta a fare. Continua il parallelismo fra Mosè e Gesù, il Nuovo Mosè. Anche Mosè chiede a Dio dove prendere il cibo per sfamare il popolo (cfr. Numeri 11,10-15). “Comprare il pane”: il pane che Gesù ci dà è condivisione con i fratelli, dono che riceviamo gratuitamente. L’Eucaristia è il dono della vita stessa del Figlio che si dona a noi. Il versetto richiama il banchetto messianico in cui il Signore dice di comperare e mangiare senza denaro, di non spendere i propri beni per ciò che non sazia (cfr. Isaia 55,1ss). Nel Libro dei Proverbi la Sapienza invita a mangiare il suo pane, che fa vivere e camminare nella via dell’intelligenza (cfr. Pr 9,1-6; Sir 24,18-25). “Abbiano da mangiare”: Gesù sottolinea il bisogno dell’uomo di nutrirsi, ma il suo atto di nutrirsi ha un valore molto superiore alla sola risposta ai bisogni materiali del corpo per sostenersi in vita. Gli uomini mangiano insieme attorno alla mensa perché la condivisione alimenta la comunione, si
costruisce la relazione, si cementano gli ideali, si accresce il pensiero, si progetta e si realizzano opere.

6. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere.
Gesù provoca con una domanda per invitare ad andare in profondità: non è solo il pane ciò di cui abbiamo bisogno, ma di senso della vita, di speranza, di Dio. Abbiamo bisogno di qualcosa di più, di andare oltre per comprendere quale “fame” profonda abbiamo. Gesù si offre per darci se stesso per sfamarci.

7. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Filippo risponde con un calcolo matematico: occorrono i soldi corrispondenti a duecento giornate di lavoro per poter comprare pane per tutti. Non capisce che il pane che Gesù ci dà è frutto della gratuità del Padre e della condivisione con i fratelli.

8. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9. «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».
Andrea è uno dei primi tre discepoli che sono stati chiamati da Gesù. Interviene per cercare di risolvere il frangente, mostrando quello che concretamente è disponibile, dal momento che il denaro è insufficiente per acquisti di generi alimentari di così grande portata. Presenta il ragazzo (“servo” in greco), una persona considerata senza valore. Il ragazzo dà tutto quello che possiede e avviene la moltiplicazione: la gente è tantissima, ma il cibo basterà per tutti, perché accade il miracolo della condivisione. Questo giovane insignificante mette a disposizione ciò che ha e diventa modello per
tutti. Anche Gesù è venuto per dare la vita ai fratelli e si è fatto piccolo e insignificante per donarsi a noi. “Cinque pani d’orzo e due pesci”: sono la razione giornaliera di un povero. Il ragazzo consegna tutto quanto possiede per vivere quel giorno, pur sapendo che non sarebbe servito per una folla così numerosa. Egli non calcola, egli dona, si fida. Sul suo esempio tutti si fidano e condividono il loro cibo. Il pane fatto con l’orzo è il pane dei poveri. La moltiplicazione dei pani qui presentata richiama l’episodio del profeta Eliseo che sfama cento persone con venti pani d’orzo e di farro: “Da Baal-
Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: «Ne mangeranno e ne faranno avanzare»». Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore” (2 Re 4,42-44). Eliseo con venti pani sfama cento persone. Gesù con cinque pani sfama cinquemila persone. È una moltiplicazione enorme e prodigiosa, molto più di quella del profeta! “Due pesci”: si era soliti mettere il pesce sotto sale per conservarlo. Per il ragazzino i due pesci sono il companatico per tutto il giorno. Egli dona “tutto” e questo “tutto” viene moltiplicato per tutti. Sette è la somma di cinque (i pani) e di due (i pesci): il numero sette richiama il compimento della creazione. Il cibo condiviso dà la vita per il settimo giorno, il giorno della festa per il compimento
della creazione.

10. Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Nel testo originale si dice che Gesù fa adagiare, non semplicemente sedere: è un banchetto primaverile, solenne, il banchetto del Messia; viene celebrato da persone libere, non schiave. Il dettaglio dell’erba significa che Gesù dà un cibo che non perisce: mentre l’erba secca in fretta, il pane del Signore sfama in eterno.
“Cinquemila uomini”: un pane solo sfama mille persone, cinque pani sfamano cinquemila persone e restano dodici ceste di avanzi. È un’abbondanza “eccedente”!

11. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. I verbi che Gesù usa sono quelli della cena pasquale, ripresi dalla liturgia eucaristica: prese – rese grazie (fece eucaristia) – diede. Quando celebriamo l’Eucaristia riceviamo la vita del Figlio e diventiamo figli di Dio e fratelli fra noi. “Prese”: il fatto di prendere per condividere è diverso dal prendere per possedere e usare in proprio. Gesù è diverso da Adamo che prende per sé. Gesù prende per donare. “Quanto ne volevano”: questa espressione indica l’abbondanza di pane che è possibile mangiare a sazietà, senza esaurire la fonte, anzi avanzandone. È un “segno” (semeîon), non è semplicemente un miracolo straordinario. Gesù chiede alla folla di credere a colui che compie il segno, invece la gente si ferma al dono ricevuto: attendeva, infatti, un Messia che avrebbe compiuto prodigi e che sarebbe stato un potente politico armato contro gli oppressori. Non è questo il messianismo di Cristo.

12. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». L’evangelista Giovanni vuole sottolineare che solo il pane dato da Gesù sazia la fame dell’uomo. “I pezzi avanzati”: è un richiamo alla manna che si corrompeva se ammucchiata. Solo il sesto giorno durava anche per il sabato seguente, giorno dell’intimità con il Signore. Quella posta nell’arca durava per sempre (cfr. Esodo 16, 32-34). Il cibo che Gesù ci dà ci introduce nella vita divina ed è un sovrappiù, un’eccedenza gratuita e non meritata. “Perché nulla vada perduto”: il sovrappiù è la vita del Figlio, la vera nostra salvezza.

13. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. “Li raccolsero”: i discepoli si muovono in mezzo alla folla per radunare il pane avanzato. Su ordine di Gesù cercano ciò che è “perduto”. Così dovranno fare nei confronti degli uomini quando andranno ad annunciare al mondo il Vangelo di Gesù. Il numero “dodici” dei canestri è segno della pienezza, della quantità perfetta, come dodici sono i mesi dell’anno, dodici le tribù di Israele. Giovanni non riferisce se avanzano anche i pesci. Il suo intento è quello di parlare del pane come simbolo dell’Eucaristia. Nelle comunità dovrebbe avvenire la stessa condivisione praticata da Gesù sul monte: ci sarebbe così cibo abbondante per tutti e ne avanzerebbe anche per molti altri.
14. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». La folla riconosce in Gesù il profeta, simile a Mosè: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto” (Deuteronomio 18,15). Purtroppo il suo interesse è legato al pane materiale. La gente è felice perché ha trovato qualcuno che procura loro
il cibo senza dover faticare. Non coglie ciò che va oltre il segno. Anche noi cristiani rischiamo di fermarci all’esteriorità della pratica religiosa e dimenticarci di entrare
in relazione con Colui che nei segni è significato.

15. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. La folla è spinta dall’interesse materiale e vuole afferrare Gesù, impossessarsi di lui per avere sempre a disposizione ciò di cui ha bisogno. Vuole un Messia secondo le proprie proiezioni e i propri desideri. Vuole piegarlo a proprio uso e consumo, renderlo un oggetto. Gesù cerca la gloria del Padre, non la propria gloria. È venuto per “farsi pane”, non per diventare il re terreno che esercita il potere sugli altri per dominarli. Non si sente capito e non vuole essere frainteso né dai suoi discepoli né dalla folla. Si allontana, va in disparte, si ritira (dal greco “anachoréo” da cui deriva “anacoreta”), va in alto sul monte. Nella solitudine si incontra con il Padre e non desidera altro che essere una cosa sola con Lui e realizzare in tutto la sua volontà. Anche noi cristiani dobbiamo compiere un cammino di libertà dai titoli umani, dalla carriera, dal riconoscimento pubblico, senza asservire Dio ai nostri interessi. La solitudine ci consente di approfondire l’intimità con il Signore, di scrutare il cuore per capire qual è il motivo del nostro esistere. Saziandoci alla mensa della Parola e del Pane di Vita diventiamo con Cristo uniti al Padre e impariamo che l’esistenza ci è data per essere donata. Ci realizziamo come persone solo se condividiamo ciò che abbiamo. Solo così diventiamo capaci di amare i fratelli e di camminare con loro verso la Patria del Cielo, nutriti da Colui che si fa Pane per noi.


Suor Emanuela Biasiolo

Santissima Trinità

ANNO B–MATTEO 28,16-20

In quel tempo, 16. gli undici discepoli, andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. La domenica dopo la Pentecoste è dedicata alla Santissima Trinità. “Il mistero della Santissima Trinità è il mistero centrale della fede e della vita cristiana. È il mistero di Dio in se stesso. È quindi la sorgente di tutti gli altri misteri della fede; è la luce che li illumina”(Catechismo della Chiesa Cattolica n. 234). La relazione d’amore che intercorre tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo è la base della nostra fede. La Trinità non è un concetto astratto, non è una teoria filosofica, non è un’idea, ma è una relazione a cui noi partecipiamo. Il nostro Dio non è solitudine, non è un motore immobile che spinge l’universo, non è un osservatore estraneo della creazione e delle creature. Il nostro Dio è Amore, comunione, legame, incontro. Dio è un’unica vita divina, ma vissuta nella pluralità, nell’armonia di Tre Persone unite da un unico amore: Dio è “uno”(cfr. Deuteronomio 6,4), ma è nello stesso tempo comunione “plurale”. Dio si è unito all’umanità in modo indissolubile perché all’interno della Trinità il Figlio, Risorto e glorioso, ha portato la nostra umanità. La Trinità si apre alla relazione con noi per riversare la sovrabbondanza d’amore che intercorre tra le Tre Persone. A nostra volta, siamo chiamati a riversare amore su quanti avviciniamo. Il brano evangelico di questa domenica riporta gli ultimi versetti del Vangelo di Matteo. Egli scrive per i cristiani provenienti dall’ebraismo che si sentono perseguitati dai giudei ed hanno bisogno di un sostegno nella fede. Matteo afferma che Gesù è davvero il Messia,venuto a realizzare le promesse fatte dai profeti. All’inizio del suo Vangelo, l’evangelista Matteo presenta Gesù come il “Dio con noi-Emmanuele”. Al termine del Vangelo Gesù afferma: “Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.Sia all’inizio che alla fine, dunque, Dio è presentato come il “sempre Presente”. I versetti del brano odierno ci presentano l’ultima apparizione di Gesù risorto agli Undici discepoli.“Andarono in Galilea”: Gesù era apparso per primo alle donne e a loro aveva chiesto di dire ai discepoli di andare in Galilea per vederlo nuovamente. Proprio in Galilea Gesù aveva chiamato i primi discepoli. La Galilea diventa, perciò, il luogo della riconferma della chiamata a seguirlo:prima nella vita pubblica, ora nella fede. Ad ogni chiamata corrisponde una missione e per questo i discepoli sono inviati al mondo. “Sul monte”:notiamo che gli avvenimenti importanti avvengono sempre sulla montagna, luogo privilegiato per l’incontro con Dio in tutte le culture, anche in quella ebraica. Mosè riceve le tavole della legge sul Sinai; Gesù si trasfigura su un monte; su un monte proclama le beatitudini; su un monte moltiplica i pani; su una collina (un monticulus–Golgota –luogo di sepoltura di Adamo -secondo la tradizione),fuori Gerusalemme, viene crocifisso; sul monte appare agli Undici.17. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. “Si prostrarono”: il prostrarsi è l’atteggiamento di chi crede e di chi accoglie la presenza di Dio. I discepoli, che prima l’avevano abbandonato ed erano fuggiti, ora sono riuniti tutti ai piedi di Gesù, sono inginocchiati con la faccia a terra, lo adorano, lo riconoscono come Dio. “Essi però dubitarono”: il dubbio nasce dal fatto che la presenza divina è talmente grande da oltrepassare la capacità umana di comprensione. Gli apostoli non sono uomini ingenui, creduloni. Si pongono domande, dubitano, ma quando approdano alla fede diventano testimoni coraggiosi e fedeli fino alla morte. La comunità cristiana degli anni ottanta, quando scrive Matteo, viene rafforzata proprio dalla testimonianza di uomini che, da increduli, diventano credenti. Tutti noi attraversiamo momenti di dubbio e di smarrimento. Gesù, però, non si ferma alla nostra fatica, si fa vicino,in modo delicato e senza imporsi,e ci accompagna nel cammino di fede e di annuncio. Ci consegna il Vangelo, nonostante le nostre incertezze e le nostre debolezze.18. Gesù si avvicinò e disse loro: “A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra”. L’autorità di Gesù è nata dalla sua identità con Dio Padre. Il potere di cui parla questo versetto è la forza di amore di Dio: non ha niente a che fare conil significato di violenza, oppressione e sopruso dei potenti della terra. La potenza di Gesù è il “motore”interiore, il movente della missione degli apostoli.19. “Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”, “Andate”: questo è il comando di Cristo. Gli Undici discepoli paurosi, devono lasciare le loro sicurezze, la città di Gerusalemme, e spingersi fino ai confini della terra per annunciare a tutti i popoli che sono amati da Dio.“Fate discepoli tutti i popoli”: il discepolo era colui che condivideva concretamente la vita con il proprio maestro e imparava nella quotidianità i suoi insegnamenti. Noi siamo discepoli di Cristo se ascoltiamo la sua Parola e se condividiamo la nostra vita con la sua, lasciando che il suo pensiero, il suo comportamento, il suo insegnamento diventino vita della nostra vita. Il discepolato dura tutta la vita perché non finiremo mai di imparare ad amare alla scuola del nostro Maestro, Cristo Signore.“Battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”: Cristo ci ha rivelato che Dio è nostro Padre, per cui siamo tutti fratelli e sorelle. Essere battezzato nel nome di qualcuno significava, a quel tempo, assumere l’impegno pubblico di osservarne l’insegnamento. Venire battezzato nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo significava allora e significa oggi assumere pubblicamente l’impegno di vivere il Vangelo, vincere il male, vivere da figli e figlie di Dio, essere disposti a dare la vita per testimoniare la fede professata.“Battezzare” significa “immergere”nell’acqua, simbolo dell’immersione della morte e risurrezione di Gesù, nello Spirito che rimette i peccati, ma in questo versetto (unico nel Nuovo Testamento)significa anche“immersione nella Trinità”.20. insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».Gesù incarica i suoi discepoli di una missione triplice: far discepoli tutti i popoli, battezzarli e insegnare loro tutto quello che Lui aveva comandato.“Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”: Gesù afferma di essere Dio: “Io sono”.Come Dio è sempre accanto a noi: è la grande promessa del nostro Salvatore,che non ci abbandona mai. Incarnato per noi, morto per noi, risorto per noi, asceso al Cielo per noi, non termina la sua missione, ma è con noi per sempre! È questa certezza che fa scaturire la forza e il coraggio della missione ai testimoni di ieri e di oggi, al punto che tanti cristiani (migliaia e migliaia) non esitano a spargere il proprio sangue per la fedeltà al Vangelo anche nel ventunesimo secolo. Questo versetto esprime una densità teologica altissima: è la fede del popolo di Dio nel Nome di Dio, cioè nella presenza di Dio in mezzo a noi, espressa dal suo stesso nome YHWH, che noi pronunciamo come Yahwhè: “Egli è in mezzo a noi”. Il nome Yahwhè appare, solamente nell’Antico Testamento, più di settemila volte. È una presenza intima, liberatrice, amica. Con il tempo Dio era stato visto come un padrone severo, distante, terribile, ma Gesù lo rivela veramente come Padre buono, pieno di tenerezza. “Abbà! Padre Nostro!”. Dio si fa conoscere in Gesù. È Gesù la chiave di lettura per leggere l’Antico Testamento in modo corretto. Per adorare il mistero della Santissima Trinità abbiamo bisogno di ribadire la nostra certezza di essere abitati dalle Tre Persone che non ci abbandonano mai, che sono sempre con noi! Questa è la nostra fede. Andiamo dunque ad immergere il mondo nel mare di Dio, andiamo a testimoniare che vale la pena vivere d’amore e per amore, andiamo a manifestare la comunione che esiste all’interno della Trinità, quella comunione che possiamo già vivere qui e ora sulla terra: “Ho trovato il mio cielo sulla terra, perché il cielo è Dio e Dio è nella mia anima. Il giorno in cui l’ho compreso, tutto per me si è illuminato” (Santa Elisabetta della Trinità -1880/1906). Ogni volta che facciamo il Segno della Croce, rinnoviamo con consapevolezza il nostro “sì”al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. La nostra vita sarà più felice e più bella, nell’attesa della piena visione beatifica in Cielo.

Suor Emanuela Biasiolo

Mio Signore e mio Dio

II DOMENICA DI PASQUA DELLA “DIVINA MISERICORDIA” – ANNO B GIOVANNI 20,19-31

19. La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».

20. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Nella prima domenica dopo la Pasqua, l’ottavo giorno, il Vangelo di Giovanni ci presenta due apparizioni di Gesù ai discepoli: una avvenuta la stessa domenica di Pasqua, a seguito della scoperta del sepolcro vuoto; una avvenuta la settimana successiva, esattamente dopo otto giorni. Sono due avvenimenti diversi, ma strettamente collegati, perciò considerati insieme. L’apparizione avviene in luogo chiuso, dove era stata celebrata l’Ultima Cena con Gesù, il primo giorno dopo il sabato, alla sera. “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato”: è il “giorno del Signore”, il “Dies Domini” (domenica) (cfr. Apocalisse 1,10). Fin dall’inizio i discepoli si riuniscono il giorno dopo il sabato, la domenica. Proprio la domenica diventerà il giorno più importante della settimana e sostituirà il sabato, giorno sacro dei Giudei. “Mentre le porte erano chiuse”: Gesù non è un’ipotesi, non è un’idea astratta, non è una teoria: è il Cristo glorioso, risorto dopo la passione e la morte e ora vivo per sempre, libero dai vincoli del tempo e dello spazio. Per questo entra a porte chiuse. La paura ha dominato interamente i discepoli che sono scappati tutti nel momento della prova, della passione del Signore, per timore di essere anch’essi coinvolti e condannati nel processo sommario che è stato intentato contro il Maestro. Gesù accompagna la sua venuta con l’annuncio della pace. Anche la domenica sera, tre giorni dopo la crocifissione di Gesù, i discepoli sono ritirati in luogo chiuso per “paura dei giudei”, per non farsi notare e non rischiare di essere riconosciuti. Avevano condiviso tre anni della vita pubblica con il Maestro, a stretto contatto con Lui, ma non sono riusciti a stargli accanto nel momento della prova. Essi ora attendono che il clima si distenda, che ritorni calma e sicurezza per poter tornare alle loro case in Galilea. “Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro”: Gesù si presenta ai suoi discepoli. Non li rimprovera per averlo abbandonato. Secondo il Vangelo di Giovanni, due discepoli avevano seguito Gesù: uno che era rimasto a Lui accanto, fin sotto la croce; l’altro è Pietro, che appena fu riconosciuto come discepolo del Maestro, aveva rinnegato il Signore ed era scappato. I discepoli avevano già ricevuto l’annuncio da Maria di Magdala. Pietro e Giovanni avevano confermato le sue parole, ma tutto ciò non basta per fugare la paura. In mezzo allo spavento e allo smarrimento generale, Gesù si fa presente e si ferma. Il suo stare è segno di una volontà duratura di comunione con i suoi discepoli. Egli è Risorto, cioè glorioso e vivente, è il Kyrios, il Signore vittorioso, che vuole mantenere la relazione con i suoi discepoli. “Pace a voi”: quello del Risorto non è un augurio, ma è proprio il dono della pace che aveva promesso quando i discepoli erano addolorati per la sua assenza. È la pace portata dal Messia, che libera da ogni paura, dal male, dalla morte. È la pace, ottenuta con la passione del Signore. È la pace in senso biblico che significa piena riconciliazione degli uomini con Dio e tra di loro. “Mostrò loro le mani e il costato”: quando ci viene richiesto di dichiarare la nostra identità mostriamo i documenti (carta di identità o passaporto o patente…). Gesù dichiara la sua identità mostrando le prove della sua crocifissione, i fori lasciati dai chiodi e la lacerazione al costato provocata da un soldato romano per accertarsi della sua morte (solo Giovanni ricorda questo particolare). Per sempre il nostro Dio porterà nel suo corpo risorto i segni della passione e del suo infinito amore per noi. “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”: la presenza di Gesù fuga ogni dubbio e ogni paura dei discepoli. Tutto diviene pieno di luce e di gioia. Il profeta Isaia aveva parlato di gioia descrivendo il banchetto divino. Nello stesso modo gli evangelisti trascrivono le parole di Gesù che, nei discorsi di addio, aveva preannunciato la gioia escatologica.

21. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

22. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo;

23. a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. “Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi!””: Gesù conferma una seconda volta il dono della pace, con una presenza apportatrice della rivoluzionaria manifestazione di Risorto. È inaudito che un morto risorga, e risorga vittorioso! Egli attira, incoraggia e costruisce la comunità. Le parole sono poche e misurate, ma efficaci, cioè realizzano ciò che esprimono: Gesù non solo annuncia la pace, ma la dona effettivamente. “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”: apparendo ai suoi, Gesù rinnova il mandato di andare ad annunciare a tutti l’amore del Padre. Cristo è mandato dal Padre e tutti noi partecipiamo della sua stessa missione, perché siamo legati a Lui come i tralci alla vite. La volontà di Dio Padre è che tutti si salvino. Tutti noi cristiani, discepoli di oggi, pieni di misericordia, di coraggio e di forte fedeltà dobbiamo annunciare il Vangelo nella società, tanto bisognosa di speranza, di spiritualità, di amore. “Alitò su di loro”: questo gesto di Gesù è unico nel Nuovo Testamento. Richiama il soffio di Dio nella creazione dell’uomo (Genesi 2,7). È l’inizio di una creazione nuova. Gesù infonde nei discepoli forza e coraggio, alitando lo Spirito Santo. Il suo respiro diventa il respiro dei discepoli; il suo perdono diventa per i discepoli possibilità di perdonare tutti; i suoi sentimenti diventano la forza propulsiva dell’azione evangelizzatrice. Saranno essi a continuare la missione di Cristo nel tempo, con la forza dello Spirito. È lo Spirito la forza della Chiesa nello scorrere dei secoli. “Ricevete lo Spirito Santo”: in questo momento Gesù infonde lo Spirito per una missione particolare. A Pentecoste lo Spirito scenderà su tutto il popolo di Dio, “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”: Gesù, come Dio, trasmette ai suoi discepoli e alla sua Chiesa, per successione apostolica, il potere di perdonare i peccati commessi dopo il Battesimo con la grazia del sacramento della riconciliazione.

24. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

25. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo”: “Didimo” significa “fratello gemello”. Si desume, pertanto, che l’apostolo Tommaso avesse un fratello gemello. Si parla sempre dei Dodici, in realtà sono rimasti Undici, dopo la morte di Giuda. Tommaso risulta essere una persona dubbiosa e facile a scoraggiarsi. Possiamo identificarci con lui tutte le volte che la nostra fede vacilla. L’importante è riprendersi e confidare nel Signore, proclamandolo nostro Signore e nostro Dio, ricominciando sempre daccapo dopo ogni debolezza. “Non era con loro quando venne Gesù”: non sappiamo il motivo dell’assenza di Tommaso. Dobbiamo tuttavia capire che solo la comunione e l’esperienza fatta insieme sono di aiuto alla fede. “Abbiamo visto il Signore!”: la gioia dell’incontro con il Signore non può essere trattenuta. I discepoli, testimoni oculari, ne fanno parte a Tommaso, anche se egli non esulta con loro. “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”: Tommaso vuole fare esperienza diretta di Gesù, così come l’hanno fatta gli altri discepoli. Non gli basta credere alla loro parola. Vuole sentire la voce del Maestro, vuole toccarlo, vuole un contatto inequivocabile. Vuole essere sicuro che sia Lui veramente, non un’autosuggestione, non vuole sbagliarsi ed illudersi. Per credere, chiede di toccare le feritoie lasciate dai chiodi della crocifissione, prova del martirio e dell’amore più grande possibile del Cristo, “Servo sofferente”. Gesù aiuta il suo discepolo Tommaso, conosce la sua disponibilità a credere, lo incontra direttamente, dissolve i suoi dubbi. Apriamoci anche noi ad accogliere il Signore quando si manifesta. Lasciamoci afferrare da Cristo, in modo che ci tocchi dentro, ci conquisti.

26. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”.

27. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso”. Passano otto giorni. È nuovamente il giorno dopo il sabato, la domenica. I discepoli sono nuovamente insieme e stavolta c’è anche Tommaso. Gesù non si stanca di offrirci occasioni per riconoscerlo, pur se abbiamo tanti dubbi. Ci viene ancora incontro, ci guarda negli occhi, ci incoraggia e ci offre l’opportunità di abbandonarci a Lui con fiducia. “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”: quando siamo nel dubbio, Gesù ci viene incontro, entra in dialogo con noi, ha compassione e ci dona la tranquillità della fede. Usa dei segni per farci progredire. Come ha fatto con Tommaso, ci fa compiere un percorso di adesione e di conversione, in modo che sia autentica la nostra esperienza di Cristo. Nulla ci può più fermare quando siamo abitati dalla Sua Presenza. “Mettila nel mio costato”: Gesù ha per sempre il petto aperto, ferito dalla lancia del soldato che ha constatato la sua morte. Nel corpo di Cristo rimarranno per sempre i segni indelebili del suo amore per noi, che è giunto fino a dare la vita, fino al punto più alto dell’amore che Dio poteva dimostrare all’umanità, formata da creature ribelli, libere anche di rifiutarlo, ma sempre da Lui amate infinitamente.

28. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”.

29. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. “Mio Signore e mio Dio!”: Giovanni non dice se Tommaso ha messo la mano nelle ferite del Cristo. Dice solo che crede ed esclama: “Mio Signore e mio Dio!”. Non ha più bisogno di toccare: ora il Signore è con Lui e nulla conta più. Probabilmente vedendo il Signore glorioso, Tommaso sarà caduto in ginocchio in segno di umile adorazione, professando la propria fede con slancio forte e appassionato. “Mio Signore e mio Dio!” è la più grande espressione di fede pasquale in Cristo di tutto il Vangelo. Gesù è riconosciuto e adorato come Dio. Non si schermisce come aveva fatto con i Giudei quando lo accusavano ingiustamente. Tommaso ha compreso veramente e con amore che Egli è Dio. “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”: sembra un delicato rimprovero verso Tommaso. Anche nella fede ci sono gradi diversi di crescita, fino a credere senza pretese di segni, senza conferme eclatanti, come puro dono ricevuto e come risposta di totale fiducia. Noi cristiani di duemila anni dopo Cristo, abbiamo la gioia di sentirci “toccati” da Cristo nell’Eucaristia e nei sacramenti in cui Egli opera. Non vediamo, ma crediamo: è questa la nostra beatitudine fin da questa vita: esultiamo “di gioia indicibile e gloriosa” (1 Pietro 1,8).

30. Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.

31. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Giovanni conclude il brano affermando che sono state scritte pochissime cose rispetto a quelle che sono avvenute. Sicuramente indirizza il lettore a considerare tutta la storia alla luce dell’evento pasquale. Ora la storia continua attraverso la testimonianza dei discepoli. Il suo scopo non era di scrivere una vita completa di Gesù, ma di dimostrare che Gesù è il Cristo, il Messia, il Liberatore, il Figlio di Dio. Siamo di fronte alla risurrezione, evento più importante della storia: Dio si fa uomo, muore e risorge per amore nostro. È una notizia di una straordinaria importanza, ma rischia di lasciarci indifferenti a causa dell’abitudine. Ricordiamoci che, come cristiani, senza la risurrezione, la nostra fede è vana: “Se Cristo non è risorto è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede… e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Corinzi 15,14.17). Chiediamo al Signore di rispondere al mandato di annunciare e testimoniare la sua risurrezione, la misericordia del Padre, la salvezza e il perdono per tutti gli uomini e tutte le donne del mondo. Proclamiamo che Cristo è veramente la via, la verità e la vita, aurora senza tramonto, sole di giustizia e di pace. Nella domenica della Divina Misericordia, Cristo riversa su di noi la pienezza della grazia e la larghezza del suo perdono. Si china per dirci che valiamo, che siamo figli di Dio, che siamo importanti per Lui. Ci annuncia la salvezza ottenuta grazie alle sue sofferenze, accolte e offerte per amore. Chiediamo di rimanere nel suo amore, legati come tralci alla vite. La sua pace ci aiuterà a superare le debolezze, ad affrontare i dubbi e a rispondere alla chiamata specifica che abbiamo ricevuto, in attesa di giungere a lodarlo in eterno con tanti fratelli che avremo portato a Lui con la nostra testimonianza. Lo vedremo faccia a faccia ed esclameremo: “Mio Signore e mio Dio!”.

Suor Emanuela Biasiolo

La pietra ribaltata domenica di Pasqua Risurrezione del Signore

ANNO B – GIOVANNI 20, 1-9

1. Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Sembrava tutto finito il venerdì, verso il tramonto, con la deposizione di Gesù nel sepolcro. Inizia, invece, il mattino più importante della storia: è il mattino di Pasqua. Secondo gli storici, questi eventi potrebbero essere accaduti il 7 e il 9 aprile dell’anno 30. È il primo giorno della settimana, quello che i cristiani chiamano la “domenica” (dies Domini, giorno del Signore), che sostituisce il giorno sacro per eccellenza (il sabato) degli ebrei. La risurrezione è avvenuta senza testimoni: solo il Padre, Cristo e lo Spirito sono stati i protagonisti di questo evento divino. Il Vangelo e gli Atti degli Apostoli ci riferiscono quello che i testimoni hanno visto “dopo” la risurrezione, ci narrano di quando hanno mangiato con Lui, quando hanno parlato con Lui, nelle apparizioni del Risorto. Questa domenica il vangelo di Giovanni ci presenta Maria di Magdala, sola (diversamente dagli altri sinottici che parlano di donne al plurale), che si reca al sepolcro. Esce quando è ancora buio: buio in senso fisico, ma soprattutto spirituale. Non ci viene detto che avesse olii aromatici da usare per la sepoltura, come ci riferiscono altri evangelisti riguardo alle altre donne. Maria non va per ungere il corpo, va solo spinta dal suo amore umano per il Signore Gesù, che l’aveva liberata da “sette demoni” (cfr. Luca 8,2). Va con il dolore per il vuoto che sente nell’anima. Pensa a Gesù posto nel sepolcro e sente il bisogno di farsi presente ancora a colui che ha tanto amato, non vuole separarsi da lui, nemmeno da morto. Non si parla di visione di angeli, come in altri brani dei sinottici.

2. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Maria di Magdala corre da Pietro, da colui che riconosce come il punto di riferimento della comunità dei discepoli, e dà l’allarme: il corpo di Gesù non c’è più. Fin qui termina la scena con Maria di Magdala. Il Vangelo parlerà ancora di lei successivamente, quando, tornata al sepolcro, si sentirà chiamare dal Risorto (Giovanni 20,16). “L’altro discepolo, quello che Gesù amava”: questo personaggio è presente solo nel Vangelo di Giovanni. Su di lui sono state fatte varie ipotesi. La più accreditata è che egli sia l’evangelista, perché i dettagli riferiti sono unici e vissuti in prima persona. Sembra consolidato, però, che egli non abbia composto materialmente il quarto Vangelo, ma che sia stato redatto dai suoi discepoli e da essi attribuito a Giovanni. L’espressione “L’altro discepolo, quello che Gesù amava” è stata coniata riflettendo sull’amore privilegiato che intercorre fra Gesù e Giovanni. Nei passaggi in cui si dice più semplicemente, “l’altro discepolo” o “il discepolo”, è mancata l’aggiunta dei redattori. “Hanno portato via il Signore dal sepolcro”: il timore di Maria di Magdala è fondato sul fatto che spesso avvenivano furti di cadavere, al punto che l’imperatore romano aveva emanato specifiche ordinanze per contenere il fenomeno. Perfino l’evangelista Matteo (cfr. 28, 11-15) afferma che i capi dei sacerdoti utilizzano la scusa del furto della salma per gettare discredito sulla risurrezione di Cristo. Quando Maria di Magdala giunge al sepolcro, vede la pietra, che prima chiudeva il sepolcro, ribaltata, aperta. Il corpo del Maestro non c’è più, ma non capisce cosa sia successo: è troppo grande l’evento per essere comprensibile subito. Maria di Magdala pensa che il corpo sia stato trafugato. Non ha ancora compreso che Gesù è risorto: è troppo grande un tale pensiero perché nessun uomo fino ad allora era tornato in vita dopo la morte. “Il Signore”: questo titolo è utilizzato da Giovanni solo in riferimento al Risorto nei racconti pasquali. Implica il riconoscimento della sua divinità ed evoca l’onnipotenza divina. “Non sappiamo dove l’hanno posto”: la frase rimanda alle parole di Gesù in cui Egli disse che non si poteva conoscere il luogo dove si sarebbe recato. Altro richiamo è alla sepoltura sconosciuta di Mosè (Deuteronomio 34, 10). Se Maria di Magdala e le altre donne non fossero andate al sepolcro, come avremmo avuto la notizia della risurrezione? È una domanda che ci poniamo per considerare che solo chi è pieno di amore e delicato di animo va a cercare l’amato (cfr. la sposa nel Cantico dei Cantici), sfidando le guardie, affrontando i rischi.

3. Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.

4. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.

5. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Anche in questi versetti si parla di persone che corrono: corre il discepolo amato, più veloce, più giovane, più pieno di amore. Corre Pietro e giunge dopo. Giovanni vede le bende, si ferma, non entra nel sepolcro, attende Pietro di cui riconosce l’autorità, a cui deve rispetto per l’anzianità e per il primato tra i discepoli.

6. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,

7. e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

8. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Pietro entra, vede (si sta facendo giorno, per cui la luce consente di vedere bene) le bende per terra e il sudario (stoffa usata per coprire direttamente il corpo), piegato in parte. Vi è precisione e ordine. Questi dettagli aiutano a capire che non si tratta di trafugamento del corpo, perché i ladri avrebbero portato via il cadavere come si trovava. Per sfasciarlo ci sarebbe voluto molto tempo; infatti bende e sudario aderivano perfettamente al corpo del defunto. Nella risurrezione Cristo Risorto abbandona tutto ciò che si riferisce alla sua sepoltura. Non ne ha più bisogno. Il suo corpo ora è glorioso! “Entrò anche l’altro discepolo vide e credette”: per la legge ebraica è necessaria la testimonianza oculare di almeno due persone, due uomini (non contava la testimonianza delle donne). Pertanto la testimonianza di Pietro e di Giovanni è vera: sono due uomini che constatano la stessa realtà e la testimoniano. I due discepoli hanno bisogno di vedere per credere, così come ne avrà bisogno il discepolo Tommaso che si sentirà dire: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Giovanni 20,29). È tipico di Giovanni usare questo binomio riferito alla risurrezione di Cristo: “vedere e credere”. Egli ci addita il modello del credente: è “il discepolo amato”, che riesce a comprendere la verità di Dio attraverso gli eventi quotidiani concreti. Fede in Cristo, come Dio, e visione del Risorto vanno di pari passo. Per fare esperienza del risorto abbiamo bisogno di sostenerci reciprocamente nella fede: l’amore ardente di Maria di Magdala, che sfida le guardie e va nel buio a cercare il suo Maestro; la lentezza di Pietro pentito, che però poi corre; l’intuizione perspicace e rispettosa di Giovanni, che indica e attende. Dobbiamo aiutarci a cercare le tracce del nostro Signore, i segni che lo rivelano vivo. Proprio perché diversi, stiamo uniti nella fede che ci accomuna e scopriremo che il Risorto è accanto a noi, oggi, come allora (cfr. C. M. Martini, Il vangelo secondo Giovanni, Roma 1980, 157-158).

9. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. In questo versetto Giovanni comunica l’importanza di conoscere la Parola, di fare memoria di quanto Gesù aveva già preannunciato: Egli doveva patire e poi risuscitare. La Parola illumina l’evento e l’evento conferma la Parola. I primi cristiani rileggono tutta la scrittura a partire dalla Risurrezione. Trovano così conferma che il Messia non poteva terminare la vita in modo fallimentare, tragico e umiliante. Capiscono che la gloria di Dio è diversa da quella umana: non la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ma l’essere ultimi con gli ultimi per portarli alla pienezza della vita. I discepoli erano stati accanto a Gesù, ma hanno avuto difficoltà a credere in Lui. Quando, però, credono alla sua risurrezione, diventano testimoni autentici, capaci di dare la vita: proclamano allo scoperto che Gesù è vivo; escono dal Cenacolo; affrontano apertamente le minacce, le torture e la morte, perché la notizia della Vita Nuova di Cristo valichi i secoli, i millenni, ogni angolo della terra. Sul loro esempio apriamoci alla salvezza, crediamo nel Risorto, annunciamolo nel nostro ambiente, senza paura, ma con coraggiosa convinzione, con cambiamento radicale di vita. “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Colossesi, 3,1). È sulla fede nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte che si gioca il cristianesimo. La risurrezione non è un evento accaduto una volta e basta: la passione, la croce e la risurrezione sono contemporanee a noi, perché chi vive in Cristo è unito a Lui anche nel suo mistero di dolore e di risurrezione oggi, ora, qui. Egli continua a risorgere dal fondo di ogni miseria umana, di ogni storia, di ogni morte. Egli semina respiro nuovo, vita gioiosa, speranza senza limiti, fiducia incrollabile nei solchi dell’umanità di ogni tempo. Gesù è Colui che risorge nel passato, nel presente e nel futuro perché Lui è un eterno “ORA”. È Luce che illumina, inebria e riscalda; è libertà che scioglie le bende; è guarigione delle ferite da cui è scaturito il sangue portatore di salvezza eterna; è vita che dissolve la morte; è il respiro del nostro essere che non può vivere senza di Lui; è l’esodo da questo mondo al Padre, dove saremo con Lui per sempre.

Suor Emanuela Biasiolo

Davvero quest’uomo era figlio di Dio!

DOMENICA DELLE PALME – ANNO B – MARCO 14,1-15,47 Capitolo 14 Congiura dei capi contro Gesù 1. Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». Siamo all’inizio della Settimana Santa, la Domenica delle Palme o della Passione di Gesù. Siamo chiamati a ripercorrere il dramma del suo dolore accolto per amore, a considerare il suo rifiuto, la sua condanna: dolore morale prima che fisico, perché non c’è niente di peggio di sentirsi circondati da ostilità, sfiducia, odio. La festa del suo ingresso come trionfatore l’aveva visto osannato dai bambini, dal popolo. Mantelli, rami, tutto serviva a fare festa. Sembrava che le insidie fossero superate. Invece … Il trionfo avverrà, ma dopo la passione, l’umiliazione, lo spasimo e la morte. Coloro che detengono il potere lo attendono per eliminarlo, hanno già deciso di condannarlo. Sono i sacerdoti, gli anziani, gli scribi, i farisei, i sadducei, gli erodiani, i romani. L’intento di Marco è provocare una conversione nei cristiani per i quali scrive, offrire le basi per resistere con coraggio alle persecuzioni, senza desistere. Il suo stile scarno è attento al messaggio più che ai dettagli. È espressione della memoria orante che spinge il lettore a prendere posizione di fronte a Gesù. Il suo amore e il suo perdono superano la sconfitta e il fallimento dei discepoli e anche i nostri fallimenti. L’importante è rialzarci sempre da ogni caduta. I dodici eletti (i discepoli chiamati proprio uno ad uno da Gesù stesso) fuggono: c’è chi tradisce Gesù, chi lo rinnega; tutti lo abbandonano. Al contrario, ci sono personaggi che rimangono nella storia perché si sono lasciati attirare dall’amore, pur non facendo parte della comunità degli apostoli: la donna anonima di Betania, Simone di Cirene (è costretto ad aiutare Gesù, ma fa sempre di più dei discepoli che, invece, sono scappati via), il centurione (pagano), le donne (Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo, Salomé e tante altre), Giuseppe di Arimatea (membro del sinedrio che rischia tutto chiedendo il corpo di Gesù). Meditiamo su quanto Gesù è stato fedele nonostante la terribile prova che ha dovuto affrontare, solo, abbandonato da tutti. Associamoci in spirito al dolore del Servo Sofferente, che soffre per nostro, per mio amore. Rileggiamo i fatti alla luce della risurrezione: “Non è qui: è risorto”. A Betània: gesto profetico di una donna 3. Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5. Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6. Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. 7. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». Al tempo di Gesù, per chi moriva in croce non era prevista la sepoltura, né poteva essere imbalsamato. La donna che giunge in casa di Simone, il lebbroso, viene e unge il corpo di Gesù in anticipo, prima della sua condanna, della sua passione e della sua morte. È un atto di fede in Gesù, riconosciuto come il Servo sofferente di Dio, chiamato a morire in croce. Ella accetta che la missione di Gesù termini in questo modo ignominioso e brutale, è in piena sintonia con il Maestro di cui è discepola fedele. Ha completa fiducia nella sua opera di salvezza, diversamente da Pietro che, invece, si scandalizza quando Gesù annuncia che dovrà patire. Gesù è il solo a capire la donna, approva il suo gesto, la difende dai presenti e l’addita a tutti i discepoli di tutti i tempi come modello ed esempio. Gesù venduto da Giuda 10. Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. 11. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno. Al tempo in cui Marco scrive il vangelo, vi erano discepoli che temevano le persecuzioni, per cui pensavano di andarsene e, magari, denunciare i loro compagni di fede, a scopo di trarne vantaggio economico. Sappiamo dagli altri evangelisti che Giuda concorda in trenta denari il prezzo del tradimento, il prezzo di uno schiavo. Giuda è stato scelto da Gesù, insieme con gli altri Undici, tuttavia, anche se è stato accanto a Lui, non lo capisce, non accetta il suo stile, non assume la sua logica. Da questa incomprensione scaturiscono il male, il tradimento, la tragedia. Preparativi per la cena pasquale 12. Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13. Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». 15. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16. I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Nella notte di pasqua, gli ebrei, che venivano da tutte le parti del paese, portavano un agnello per offrirlo in sacrificio al tempio, poi si riunivano in casa per una celebrazione intima. La cena pasquale era presieduta dal padre di famiglia. Si faceva memoria della liberazione dall’Egitto, origine del popolo di Dio. Mangiavano l’agnello e benedicevano il Signore per la particolare protezione loro riservata. Facendo memoria ogni anno, consentivano alle nuove generazioni di venire in contatto con le proprie radici, con il proprio passato. Nella celebrazione venivano utilizzati molti simboli: erbe amare, agnello arrostito solo parzialmente, pane non fermentato, calice di vino, ed altro. Durante la celebrazione, il figlio minore doveva chiedere al padre: “Papà, perché questa notte è diversa dalle altre? Perché mangiamo erbe amare? Perché l’agnello è mal cotto? Perché il pane non è fermentato?” Ed il padre rispondeva, raccontando i fatti del passato: “Le erbe amare ci permettono di sperimentare la durezza e l’amarezza della schiavitù. L’agnello mal cotto evoca la rapidità dell’azione divina che libera il popolo. Il pane non fermentato indica il bisogno di rinnovamento e di conversione costanti. Ricorda anche la mancanza di tempo per preparare il tutto, essendo assai rapida l’azione divina”. Gesù non ha dove poter celebrare la festa di pasqua, ha bisogno di un ambiente in prestito, forse in affitto o forse messo a disposizione da un discepolo. Gesù, per non correre rischi, non rivela il luogo preciso dove preparare la pasqua, sapendo che Giuda ha già preso accordi per venderlo. “Vi mostrerà al piano superiore una grande sala”: questo luogo è rimasto nella memoria della prima comunità come il luogo della prima Eucaristia. Gesù presiede la cerimonia e celebra la pasqua insieme ai suoi discepoli, la sua comunità, che prende il posto della sua famiglia. Dopo l’Ascensione del Signore Gesù i discepoli tornano a riunirsi proprio in quel luogo e così anche il giorno di Pentecoste. Uno di voi mi tradirà 17. Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19. Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20. Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. 21. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Siamo in un contesto di grande familiarità, intimità e fiducia, in occasione di una celebrazione importante. Gesù non viene tradito da una persona esterna, ma da uno dei suoi intimi. Non pronuncia il nome di chi lo sta per vendere, ma dà le informazioni utili a identificarlo. Forse vuole lasciargli ancora una possibilità per evitare il male che sta per commettere. Gesù celebra la Pasqua 22. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. 25. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». All’interno della celebrazione pasquale, il presidente aveva una certa libertà rituale. Gesù, che presiede la celebrazione nel Cenacolo, introduce una variante sostanziale: offre se stesso. Gesù dà un nuovo significato ai simboli del pane e del vino. Nel distribuire il pane dice: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo dato per voi!” Nel distribuire il calice con il vino dice: “Prendete e bevete, questo è il mio sangue sparso per voi e per molti.” È consapevole che si tratta dell’ultimo incontro, della sua “ultima cena”, perciò afferma: “Io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”. Nell’Ultima Cena dobbiamo cogliere il senso del gesto eucaristico: la passione non è un evento subito per caso, non è frutto di un destino ineluttabile voluto da Dio. Gesù si consegna liberamente e anticipa ai discepoli quello che avverrà, in modo che ne siano consapevoli. Avrebbe potuto salvarsi allontanandosi, avrebbe potuto smettere di predicare e di dire cosa spiacevoli contro i capi religiosi, avrebbe potuto evitare di compiere miracoli. Invece rimane fedele al Padre e porta a termine la sua missione. Egli si fa pane spezzato, come la sua vita troncata precocemente poche ore dopo; vino versato nel calice, come il suo sangue colato dalla croce a lavare il male dell’umanità. In questo dono totale si esprime tutta l’esistenza di Cristo, Dio fatto dono per noi. L’Eucaristia è il più grande dono, che sostiene il nostro cammino di pellegrini nel mondo. È il pegno della vita futura, è Cristo stesso che non ci lascia mai soli. Anche nel più grande dolore, Gesù continua ad amare, si dona anche a Giuda che lo tradisce, anche ai discepoli che lo abbandonano. Gesù annuncia l’abbandono dei discepoli 26. Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. 28. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». 29. Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». 30. Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». 31. Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri. Gesù si avvia al monte degli Ulivi e annuncia che tutti lo abbandoneranno. Pietro presume delle proprie forze e afferma che è disposto a tutto per Lui. Vuole davvero bene a Gesù, ma crede di poter essere fedele, contando solo suo entusiasmo. Fallirà miseramente, rinnegando il Maestro, ma il suo dolore gli ottiene il perdono. Sarà successivamente reintegrato nella fiducia e diverrà il primo responsabile della Chiesa. Chi è troppo sicuro di se stesso e presume di farcela da solo finisce miseramente per sperimentare il fallimento. È grazia sperimentare l’abisso del proprio niente perché in quel momento è possibile alzare lo sguardo per chiedere misericordia. Gesù è pronto ad accogliere chiunque faccia ritorno a Lui: Egli è misericordia infinita, forza di chi è debole, coraggio del disperato, perdono eterno del peccatore pentito. Cristo è la nostra speranza; è luce nelle tenebre; è riparo nella tempesta; è soccorso nel naufragio; è avvocato nel tribunale degli uomini accusatori. “Dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea”: i discepoli vengono avvisati che la morte sarà vinta. Nonostante questo non riescono ad essere fedeli, scappano tutti, abbandonano il loro Maestro, ma costui non rompe il rapporto con loro. Anzi. Dà appuntamento in Galilea, nello stesso luogo dove li aveva chiamati tre anni prima a seguirlo. Al Getsèmani 32. Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35. Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. 36. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». 37. Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38. Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39. Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Nel momento dell’agonia, Gesù sente il bisogno di una presenza consolatrice, di un sostegno umano. Sceglie tre amici, testimoni della sua trasfigurazione, ma essi non resistono alla stanchezza e lo lasciano solo, nonostante che per bene tre volte sia andato da loro a supplicarli. Il loro amicizia non ha saputo affrontare la prova e miseramente si è dissolta. Solitudine, angoscia, agonia: elementi che potevano indurre Gesù a tirarsi indietro, invece, con la forza della preghiera, prosegue fino in fondo la sua adesione alla volontà del Padre, l’Abbà tanto amato. Gesù viene arrestato 43. E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». 45. Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. 46. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. 47. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. 48. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. 49. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». 50. Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. 51. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. 52. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo. È terribile pensare a Giuda, al suo tradimento, mascherato da un bacio, da un gesto di amicizia. Sappiamo che Gesù l’ha chiamato “amico”: era uno dei suoi, lo aveva scelto come gli altri. Forse sperava fino all’ultimo che rinsavisse. Il comportamento di Giuda è avvolto nel mistero, ma qualunque colpa dovessimo commettere non dovremmo mai lasciarci prendere dallo sconforto, dal rimorso, al punto da procurarci la morte. Gesù è venuto per salvarci e tutti, come Pietro, possiamo ottenere il perdono se lo chiediamo con umile fiducia, con lacrime di pentimento. Gesù è abbandonato da tutti, è solo, ma è signore della situazione: si consegna e afferma: “Si compiano dunque le Scritture!”. Al momento della loro chiamata i discepoli “abbandonato tutto, seguirono Gesù” (Marco 1,18-20). Al momento della passione, invece, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti” (Marco 1,18-20). Nel momento dell’entusiasmo si lasciano trascinare da Cristo. Nel momento della prova fuggono. Prendiamo coscienza della nostra debolezza, ma appoggiamoci sulla fedeltà di Cristo risorto che, sempre con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo, ci dà la forza per ricominciare. I discepoli, forti della misericordia ricevuta, evangelizzano il mondo e danno anche la vita per il loro Maestro. Quella storia, che sembrava terminata quel venerdì di passione, è giunta fino a noi e ci dà il coraggio di sfidare l’epoca odierna e quella futura, annunciando a tutti che l’amore di Dio è più forte del buio, della crisi, della morte. Gesù davanti al tribunale ebraico 53. Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. 55. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. 57. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58. «Lo abbiamo udito mentre diceva: «Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo»». 59. Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. 60. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61. Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». 62. Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». 63. Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64. Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. 65. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. Di fronte alle più grandi autorità religiose del suo tempo (sommo sacerdote, anziani, scribi che formano il tribunale o sinedrio) Gesù tace. Non ha l’avvocato difensore, i suoi l’hanno abbandonato, è consegnato ai nemici. Nel Vangelo di Marco, Gesù ha continuato a nascondere la sua identità e ha ordinato di non manifestarla. Ora che è il momento di rivelare chi è veramente. Converge qui tutto il Vangelo di Marco: Gesù rompe il silenzio: “Io sono”. Sono le stesse parole pronunciate da Dio quando Mosè, al roveto ardente, gli chiede il nome (cfr. Esodo 3,14). Per questo il sacerdote le ritiene una bestemmia, perché Gesù si fa come Dio. “E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”: l’espressione “Figlio dell’uomo” rivela la concretezza umana della persona di Gesù. Dio non è lontano, ma è vicino: condivide la storia degli uomini, le fatiche, i patimenti, il dolore, la morte. Pietro rinnega Gesù 66. Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote 67. e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68. Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. 69. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». 70. Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». 71. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». 72. E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto. Pietro nega per ben tre volte di conoscere Gesù e lo fa anche imprecando e giurando. Nemmeno di fronte all’evidenza dei testimoni si arrende. Capisce il male commesso solo quando canta il gallo, come gli aveva preventivato il Signore. Umilmente piange, riconoscendo il suo enorme peccato. Il rinnegamento di Pietro è simbolo di quanto è grande la nostra debolezza umana, di quanto anche per noi è difficile essere fedeli a Cristo. Ma se ci nutriamo dei sacramenti, se ascoltiamo la Parola, se diamo tempo all’adorazione, avremo la forza per cercare sempre gli occhi misericordiosi di Cristo che ci chiedono di accogliere il suo perdono! È Lui per primo che ce lo offre, nonostante la sofferenza che gli procura il nostro misconoscerlo davanti agli uomini. Capitolo 15 Gesù davanti a Pilato 1. E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 3. I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». 5. Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. Lo consegnò perché fosse crocifisso. 6. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 10. Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». 13. Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14. Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15. Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Nessuno può dire che Dio è lontano, dal momento che si è talmente abbassato da essere tradito, venduto, scambiato al posto di un malfattore, condannato innocente. Tutti i perseguitati, i condannati, i crocifissi della terra possono trovare in Gesù la comprensione, la solidarietà, la forza e la vittoria perché Gesù è passato attraverso tutte queste prove. Gesù insultato 16. Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. 17. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. 18. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». 19. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. 20. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. I romani trattano Gesù come un personaggio anti-romano. Lo scherniscono mettendogli una corona in testa, ma di spine. La regalità di Gesù si esprime nell’annientamento, nell’umiliazione, nella burla, a cui risponde soffrendo in silenzio. Il nostro peccato di orgoglio e di presunzione è vinto dal Re che soffre ingiurie per amore. “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2,8). Crocifissione di Gesù 21. Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. 22. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 23. e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. 24. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. 25. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». 27. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. [ 28] L’evangelista Marco mette in evidenza che Gesù rimane sempre più solo, fino all’ultimo momento in cui anche il Padre sembra abbandonarlo. Tuttavia sappiamo che, come Dio, Gesù è unito al Padre e allo Spirito: Dio non può abbandonare Dio! Un uomo lo aiuta per costrizione: Simone di Cirene, un padre di famiglia; porta la croce fino sul Calvario. Gesù è crocifisso come un emarginato, come un criminale, per essersi fatto re: “Re dei Giudei”. Questa è l’accusa infondata. Viene ridicolizzato dai capi. Due malfattori sono ai suoi lati: testimoni di come muore Dio per amore! Il dolore innocente è il mistero insondabile che attraversa la storia. È la perla preziosa che salva l’umanità, che sconfigge l’odio, che riduce in briciole l’egoismo. La crocifissione è per noi una parola scontata, ma pensiamoci bene a cosa vuole dire lasciarsi trafiggere da uomini impietosi con chiodi enormi, noi che ci lamentiamo per un nonnulla! 29. Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30. salva te stesso scendendo dalla croce!». 31. Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32. Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Gesù dona tutto se stesso fino in fondo, non scende dalla croce, non dà prova di potenza, non si lascia prendere dalla rabbia e dalla voglia di farsi vedere per quello che vale davvero! Non cede alla tentazione come facciamo noi! Dio non scende dalla croce, non ripudia la parola data. È solidale con ogni uomo crocifisso, provato dalla malattia, dall’ingiustizia, dal dolore, dalla povertà. Dio entra nella storia e la assume completamente, tanto che, proprio assumendola, la redime. Se fosse fuggito, la morte non sarebbe stata sconfitta. Se avesse fatto un atto di potenza, non ci avrebbe redenti. Unito a noi in tutto, ci porta con sé nel Cielo, dal Padre suo e nostro. Agonia e morte di Gesù 33. Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 35. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». 37. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Gesù muore come un impostore, fuori dalla città, appeso tra cielo e terra, con una morte inflitta a coloro che sono ritenuti nemici, delinquenti. Gesù patisce una passione d’amore, amore per il Padre, amore per ciascuno di noi. Si è sentito umanamente abbandonato, ma ha creduto fino in fondo all’amore del Padre e si è consegnato a Lui. Gesù spira e nel suo emettere l’ultimo alito dà a noi lo Spirito che ci consente di gridare: “Tu sei il nostro Signore! Tu hai dato la vita per noi! Grazie, nostro Salvatore!”. La morte è stata vinta dalla Vita e il suo trionfo dura per l’eternità! 38. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». I discepoli, che hanno condiviso anni di vita con lui, non capiscono il Maestro. Una donna anonima, con la sua sensibilità tutta femminile, invece, lo comprende. Ora un centurione romano, pagano, capisce finalmente chi è veramente l’Uomo appeso alla croce! Esperto di condanne crudelissime, abituato a vedere persone spasimare in una morte atroce, capisce che quest’Uomo è diverso. Solo Dio può morire perdonando, solo Dio può amare fino all’estremo, solo Dio vince la violenza assumendola, invece di rispondere al male con male ancora maggiore. Possiamo stare vicino a persone e non comprenderle. Tutto dipende dalla sensibilità, dall’apertura di mente e di cuore. Non fermiamoci mai alle apparenze, superiamo i pregiudizi, guardiamo con gli occhi di Dio alle persone e agli eventi. Egli guarda tutto e tutti con amore. Siamo frutto di un atto d’amore, dell’amore più grande. Siamo amati senza meritarcelo, siamo amati gratuitamente! Alcune donne presso la croce 40. Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41. le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. La caratteristica delle donne discepole è riassunta in questi tre verbi: “seguivano”, “servivano”, “erano salite”. Le donne seguono Gesù a rischio della vita, servono come Gesù ha insegnato, salgono a Gerusalemme per essere testimoni della morte e risurrezione. Per vivere il nostro Battesimo ed essere discepoli veri dobbiamo seguire Gesù a qualsiasi costo, servire Lui nei fratelli anche nel sacrificio di noi, salire con Gesù sulla croce per partecipare alla redenzione e risorgere con Lui. Sepoltura di Gesù 42. Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, 43. Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. 44. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. 45. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. 47. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto. L’amore incondizionato di Gesù supera il tradimento, la negazione e la fuga degli amici. Ama gratuitamente come il Padre ama. Niente può separarci dal suo amore: “Né potenze, né altezza, né profondità, ne alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore!” (Romani 8,39). Le donne hanno sempre seguito Gesù con fedeltà e ora, da lontano, osservano il luogo dove Gesù è stato posto. Accompagnano Giuseppe di Arimatea che ha chiesto il permesso di seppellire Gesù. Queste annotazioni sono preziose perché indicano che sono testimoni della sepoltura di Gesù. Le donne (non stimate dalla mentalità ebraica) sono pronte a rendergli l’ultimo ed estremo segno di amore, andando a cospargere il suo corpo di profumo, appena trascorso il giorno di sabato. Da loro scaturirà l’annuncio della fede la domenica di Pasqua. L’amore è sepolto nelle profondità della terra, è nel sepolcro come tutti i comuni mortali. La pietra rotolata è il sigillo che accerta la morte. Ma la Vita non è sconfitta, la morte non ha l’ultima parola! Già ci prepariamo all’alba del mattino di Pasqua!

Suor Emanuela Biasiolo