A.I. Gli stati dell’Unione Europea hanno ricollocato solo il 28,7 per cento dei richiedenti asilo assegnati

Gli stati dell’Unione europea sono ampiamente venuti meno all’impegno di ricollocare i richiedenti asilo provenienti dalla Grecia e dall’Italia. Questa è l’accusa di Amnesty International, alla vigilia del termine dei due anni di durata dello schema europeo di ricollocazione.
“Due anni dopo aver accettato quello schema, la maggior parte degli stati dell’Unione europea ha abdicato alle sue responsabilità abbandonando rifugiati e richiedenti asilo in Italia e Grecia”, ha dichiarato Iverna McGowan, direttrice dell’Ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.
“Non si trattava unicamente di fare qualcosa di buono, bensì di un vero e proprio obbligo legale nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo. Gli stati dell’Unione europea devono rispettare i loro impegni, altrimenti rischieranno di essere portati di fronte alla Corte europea e di subire dure conseguenze”, ha aggiunto McGowan.
Polonia e Ungheria non hanno accolto neanche un richiedente asilo dall’Italia e dalla Grecia. La Slovacchia, che ha invano cercato di contestare lo schema ricorrendo alla Corte europea, ha accettato solo 16 dei 902 richiedenti asilo che le erano stati assegnati; la Repubblica Ceca solo 12 su 2691.
La Spagna ha rispettato solo il 13,7 per cento della quota assegnata, il Belgio il 25,6, l’Olanda il 39,6 e il Portogallo il 49,1.
Malta è l’unico stato dell’Unione europea ad aver raggiunto la quota assegnata. Lo stesso hanno fatto due stati non-UE, Norvegia e Liechtenstein, che avevano aderito volontariamente allo schema, accogliendo rispettivamente 1500 e 10 richiedenti asilo.
Tra gli stati che si sono comportati meglio figurano la Finlandia (1951 richiedenti asilo accolti, il 94,5 per cento della quota assegnata) e l’Irlanda (459 richiedenti asilo accolti, il 76,5 della sua quota).
Amnesty International continua a chiedere ai governi europei di raddoppiare gli sforzi per raggiungere le quote loro assegnate dallo schema di ricollocazione e di accogliere singole persone necessitanti di protezione e che attualmente si trovano in Italia e Grecia attraverso altri strumenti, quali i permessi di lavoro e procedure rapide di ricongiungimento familiare.
Lo schema di ricollocazione, nel settembre 2015, intendeva offrire ai richiedenti asilo la possibilità di ricostruire le loro vite in condizioni di sicurezza, dopo essere sopravvissuti alla guerra, alla persecuzione e a un viaggio pericoloso verso l’Europa.
In Grecia, dove migliaia di richiedenti asilo senza richiesta di ricongiungimento familiare restano intrappolati dal marzo 2016, quando è stato chiuso il confine con la Macedonia, la ricollocazione è uno dei pochi strumenti ufficiali a disposizione per la maggior parte delle persone che vogliono muoversi in condizioni di sicurezza verso altri paesi europei.

I richiedenti asilo che sono arrivati sulle isole greche dopo l’accordo UE-Turchia del 20 marzo 2016, sono stati illegalmente esclusi dallo schema di ricollocazione e molti di loro restano bloccati nel luogo dove sono approdati.
“Chiunque sia arrivato in Grecia e in Italia prima della scadenza dello schema dovrebbe essere inserito nello schema di ricollocazione. Se ciò fosse stato già fatto, oltre a consentire a richiedenti asilo di vivere in sicurezza e dignità, avrebbe alleviato la pressione e migliorato la situazione sulle isole greche, dove nei mesi estivi gli arrivi sono aumentati”, ha commentato McGowan.
Secondo Amnesty International, dopo la scadenza dello schema di ricollocazione i governi europei dovranno continuare a ricollocare tutti coloro che ne hanno diritto, coerentemente agli obblighi assunti nel settembre 2015.
I dati della Commissione europea sulle ricollocazioni sono online all’indirizzo:
https://ec.europa.eu/home-affairs/sites/homeaffairs/files/what-we-do/policies/european-agenda-migration/press-material/docs/state_of_play_-_relocation_en.pdf

Amnesty International Italia

Nuovo rapporto di A.I. sul Messico

La combinazione deleteria di un sistema giudiziario difettoso, gli agenti di polizia non addestrati e l’impunità in generale incoraggiano detenzioni arbitrarie e portano alla tortura, alle esecuzioni e alle sparizioni forzate, ha dichiarato Amnesty International lanciando un nuovo rapporto. “Falsi sospetti: le detenzioni arbitrarie della polizia in Messico” dimostra come la polizia in Messico trattiene costantemente le persone per estorcere confessioni in modo arbitrario. Inoltre, spesso si portano prove cercando di dimostrare che si sta facendo qualcosa per affrontare la criminalità o punire gli individui per il loro attivismo dei diritti umani. Il rapporto si basa su interviste confidenziali con i membri della polizia e del sistema giudiziario.

“Il sistema giudiziario in Messico è completamente inadatto allo scopo e per questo sta deludendo il larga misura la popolazione”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe. “La polizia sembra trattenere le persone per nessun altro motivo se non per fingere che siano state intraprese azioni per combattere la criminalità. In definitiva non raggiunge nulla e mette tutti nel paese in pericolo di violazioni dei diritti umani, inclusi torture e altri maltrattamenti”.

Le detenzioni arbitrarie possono facilmente portare ad altre violazioni dei diritti umani, come la tortura, la sparizione forzata e le esecuzioni extragiudiziali. Il 25 febbraio 2016, gli agenti di polizia di X-Can, una piccola comunità nella penisola dello Yucatán nel Messico meridionale, hanno arrestato arbitrariamente José Adrián, un ragazzo disabile di 14 anni, e lo hanno accusato di lanciare pietre alla loro macchina. Gli agenti di polizia non hanno detto a José Adrián perché è stato arrestato e non hanno contattato la sua famiglia. Invece, lo hanno picchiato, gli hanno tolto la camicia e l’hanno ammanettato. Poi lo hanno portato in una vicina stazione di polizia dove lo hanno appeso per le manette e lo hanno picchiato mentre era sospeso per costringerlo a confessare. Quando i genitori di José Adrián lo hanno finalmente trovato, sono stati invitati a pagare circa 138 dollari per il danno all’auto e 39 dollari come ammenda. Le autorità locali hanno detto che se non avessero pagato, José Adrián non sarebbe stato rilasciato, perciò alla fine hanno messo insieme i soldi e pagato l’ammenda. La famiglia ha presentato una denuncia dinanzi alla Commissione per i diritti umani statali e alla Procura di Stato, ma 18 mesi dopo ancora non sono stati informati di eventuali sviluppi nell’inchiesta. Nel giugno 2016, il Messico ha applicato un nuovo codice procedurale in tutto il paese, che ha dato alla polizia più poteri per condurre indagini. Il codice ha lo scopo di accelerare le indagini penali. In pratica, tuttavia, la legge non viene correttamente applicata, con molti agenti di polizia non adeguatamente formati e che non rispettano la premessa fondamentale della presunzione di innocenza – un diritto umano fondamentale. In un’ammissione sconvolgente, un agente di polizia ha dichiarato ad Amnesty International che non ritiene importante rendere i detenuti consapevoli dei loro diritti umani.

Ciò richiama l’atteggiamento di un gran numero di funzionari dell’applicazione della legge che violentemente e ingiustamente violano i diritti umani delle persone con cui interagiscono. I membri della magistratura non solitamente non mettono in dubbio la fonte delle prove presentate dalla polizia, anche se sanno che in molti casi la polizia presenta elementi di prova per incriminare le persone, specialmente nei crimini legati a rapine, armi e traffico di droga. Molti membri della magistratura, la polizia e l’ufficio del procuratore generale hanno denunciato ad Amnesty International la mancanza di risorse (incluso personale, veicoli, telefoni e esperti forensi) per risolvere i delitti. I membri della magistratura hanno ammesso di affrontare la pressione dei loro superiori, e persino dell’esecutivo, per deliberare in un determinato modo in casi rilevanti. Lo studente universitario e attivista per i diritti umani Enrique Guerrero Aviña sta languendo in una prigione federale di massima sicurezza nello stato di Jalisco, da quando è stato arrestato illegalmente dalla polizia federale in borghese a Città del Messico nel maggio 2013. Dal momento del suo arresto, Enrique è stato picchiato e umiliato. È stato poi portato in una località non identificata dove è stato torturato con pugni, soffocamenti e minacce alla sua famiglia, mentre veniva interrogato circa il suo lavoro sui diritti umani. Il  giorno dopo, è stato portato all’ufficio del procuratore generale dove è stato torturato di nuovo mentre la polizia cercava di costringerlo a confessare un rapimento – cosa che ha rifiutato di fare. È stato poi interrogato e accusato di essere coinvolto nella criminalità organizzata e in un rapimento insieme altre dodici persone che avevano a loro volta detto di essere state torturate per confessare. Enrique rimane ancora in detenzione preventiva, quattro anni dopo il suo arresto.

“Questa ricerca dimostra che tutti sono a rischio di detenzione arbitraria in Messico, e che si è più a rischio se si è poveri, si indossano abiti sbagliati o si lavora per difendere i diritti umani. Il sistema messicano sembra essere progettato per fare tutto ciò che serve per mantenere le carceri piene. Questo deve cambiare, e cambiare velocemente”. Il rapporto “Falsi sospetti: le detenzioni arbitrarie della polizia in Messico” è disponibile all’indirizzo: http://www.amnesty.it/messico-le-detenzioni-arbitrarie-affliggono-sistema-giudiziario

Amnesty International Italia

“Nemici dello Stato”. La situazione dei difensori dei DD.UU. in Iran secondo A.I.

Da quando nel 2013 Hassan Rouhani è stato eletto alla presidenza dell’Iran, gli organismi di sicurezza e il potere giudiziario del paese stanno portando avanti una feroce repressione contro i difensori dei diritti umani, demonizzando e imprigionando chi ha il coraggio di stare dalla parte dei diritti. Lo ha denunciato Amnesty International nel rapporto “Nella ragnatela della repressione: difensori dei diritti umani sotto attacco in Iran”.

Le speranze che le riforme annunciate da Rouhani nella prima campagna elettorale fossero sono state deluse: decine di attiviste e attivisti per i diritti umani, spesso etichettati come “agenti stranieri” e “traditori” dai mezzi d’informazione statali, sono stati processati e condannati per false accuse di reati contro la “sicurezza nazionale”. Alcuni di loro sono stati condannati a oltre 10 anni di carcere solo per aver preso contatti con le Nazioni Unite, l’Unione europea od organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International. “È amaramente ironico constatare che mentre le autorità iraniane vanno fiere del miglioramento delle relazioni con l’Onu e l’Unione europea, soprattutto a seguito dell’accordo sul nucleare, i difensori dei diritti umani che contattano quelle stesse istituzioni vengono trattati come criminali”, ha dichiarato Philip Luther, direttore di Amnesty International per la ricerca e l’advocacy su Medio Oriente e Africa del Nord. “Invece di diffondere il pericoloso mito che i difensori dei diritti umani costituiscono una minaccia per la sicurezza nazionale, le autorità iraniane dovrebbero prendere in considerazione i legittimi problemi che quelle donne e quegli uomini sollevano. Si tratta di persone che hanno rischiato tutto per costruire una società più umana ed equa ed è agghiacciante che siano state punite in modo così feroce per questo coraggio”, ha aggiunto Luther. Amnesty International ha chiesto all’Unione europea, che nel 2016 aveva annunciato l’intenzione di rilanciare il dialogo bilaterale con l’Iran sui diritti umani, di denunciare nel modo più netto la persecuzione ai danni dei difensori dei diritti umani nel paese. “La comunità internazionale, e soprattutto l’Unione europea, non deve rimanere in silenzio rispetto all’oltraggioso trattamento dei difensori dei diritti umani in Iran”, ha sottolineato Luther. “Invece di blandire le autorità iraniane, l’Unione europea dovrebbe chiedere in maniera ferma il rilascio immediato e incondizionato di tutte le persone in carcere per il loro pacifico impegno in favore dei diritti umani e la cessazione del ricorso al potere giudiziario per ridurle al silenzio”, ha proseguito Luther. Il rapporto di Amnesty International fornisce un quadro completo della repressione che ha preso di mira difensori dei diritti umani impegnati in campagne fondamentali e descrive 45 storie di attivisti contro la pena di morte, per i diritti delle donne e quelli delle minoranze, avvocati, sindacalisti e persone che chiedono verità, giustizia e riparazione per le esecuzioni extragiudiziali di massa e le sparizioni forzate degli anni Ottanta.

La stretta finale nei confronti dei difensori dei diritti umani Negli ultimi quattro anni le autorità giudiziarie iraniane hanno sempre più spesso applicato le vaghe e ampiamente generiche norme sulla sicurezza nazionale e, allo stesso tempo, aumentato profondamente l’entità delle condanne inflitte ai difensori dei diritti umani. Il capo della magistratura è nominato dalla Guida suprema. Di caso in caso, molte persone sono state condannate a lunghi periodi di carcere, a volte di oltre 10 anni, per azioni che neanche avrebbero dovuto essere considerate reati: aver preso contatti con le Nazioni Unite, l’Unione europea, organi d’informazione, organizzazioni sindacali internazionali o gruppi per i diritti umani all’estero, tra cui Amnesty International. Uno dei casi più emblematici, anche perché si trova in gravi condizioni di salute, è quello di Arash Sadeghi, un attivista per i diritti umani che sta scontando una condanna a 19 anni di carcere per “reati” quali aver comunicato con Amnesty International e aver inviato informazioni al Relatore speciale delle Nazioni Unite sull’Iran e a parlamentari europei sulla situazione dei diritti umani nel paese. Nonostante le sue critiche condizioni di salute, le autorità gli negano il trasferimento in un ospedale esterno al carcere per rappresaglia contro uno sciopero della fame che Sadeghi ha portato avanti tra ottobre 2016 e gennaio 2017 per protestare contro la detenzione di sua moglie, Golrokh Ebrahimi Iraee, “colpevole” di aver scritto un racconto sulla lapidazione. La nota difensora dei diritti umani Narges Mohammadi, già direttrice del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran, sta scontando una condanna a 16 anni di carcere per il suo lavoro in favore dei diritti umani. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti è stato avviato dopo che aveva incontrato, in occasione della Giornata internazionale delle donne del 2014, l’allora responsabile della politica estera europea, Catherine Ashton. Raheleh Rahemipour è stata condannata a un anno di carcere dopo che le Nazioni Unite avevano chiesto alle autorità iraniane informazioni sulla sparizione forzata del fratello e della nipote durante gli anni Ottanta. “Siamo di fronte al minaccioso e deliberato tentativo delle autorità iraniane di isolare i difensori dei diritti umani dal mondo esterno e d’impedir loro di contrastare la narrativa ufficiale sulla situazione dei diritti umani nel paese”, ha sottolineato Luther. Anche i sindacalisti, come Esmail Abdi e Davoud Razavi, hanno subito intimidazioni e il carcere per aver preso contatti con organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione internazionale del lavoro. Non va meglio ai difensori dei diritti delle minoranze. Alireza Farshi, esponente della minoranza azera, è stato condannato a 15 anni di carcere per “reati” tra cui aver scritto all’Unesco per chiedere l’organizzazione di un evento in occasione della Giornata internazionale della lingua madre.

Processi gravemente irregolari Tutti i difensori dei diritti umani le cui storie sono illustrate nel rapporto di Amnesty International sono stati condannati al termine di processi gravemente irregolari celebrati dai tribunali rivoluzionari. Spesso, i processi sono estremamente brevi. Nel marzo 2015 Atena Daemi e Omid Alishenas, due attivisti per l’abolizione della pena di morte, sono stati condannati, rispettivamente, lei a 14 anni e lui a 10 anni di carcere al termine di un processo durato 45 minuti. In appello entrambe le condanne sono state ridotte a sette anni. I processi nei confronti dei difensori dei diritti umani si svolgono generalmente in un clima di paura di cui fanno le spese anche gli avvocati, limitati nelle visite o nella corrispondenza riservata coi loro clienti e ostacolati nell’accesso agli atti giudiziari. Difensori dei diritti umani che hanno osato denunciare le torture e i processi irregolari hanno a loro volta subito intimidazioni, radiazioni e condanne. Il noto avvocato per i diritti umani Abdolfattah Soltani è stato condannato a 13 anni di carcere, nel 2011, a causa del suo coraggioso impegno, anche col Centro per i difensori dei diritti umani.

Il rapporto “Nella ragnatela della repressione: difensori dei diritti umani sotto attacco in Iran” è disponibile all’indirizzo: www.amnesty.it/nemici-dello-stato-in-un-rapporto-di-amnesty-international-laccanimento-delliran-contro-i-difensori-dei-diritti-umani

Amnesty International Italia

 

Censura digitale in Egitto secondo A.I.

Un tentativo di eliminare gli ultimi spazi rimasti a disposizione per le voci critiche e la libertà d’espressione: così Amnesty International ha definito l’assalto alla libertà digitale in corso dal 24 maggio in Egitto. Da quel giorno, secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, sono stati bloccati almeno 63 siti, 48 dei quali dedicati all’informazione. Tra i primi a essere censurati è stato Mada Masr, portale indipendente di qualità noto per le sue analisi profondamente critiche nei confronti del governo egiziano. Il 10 giugno è stato bloccato l’accesso alla piattaforma globale Medium. L’11 giugno è stata la volta del siti Albedaiah, diretto dal giornalista indipendente Khaled al Balshy, Elbadiland Bawabit e Yanair.   “L’attuale giro di vite nei confronti dei media digitali è un’ulteriore dimostrazione che le vecchie tattiche poliziesche dello stato egiziano sono ancora attuali. Persino nei peggiori momenti della repressione ai tempi di Mubarak le autorità non avevano impedito l’accesso a tutti i portali informativi indipendenti”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Le autorità egiziane sembrano avere nel mirino gli ultimi spazi rimasti a disposizione per la libera espressione. Con quest’ulteriore mossa stanno dimostrando fino a che punto sono pronti ad arrivare per impedire ai cittadini egiziani di accedere a notizie, analisi e opinioni indipendenti sul loro paese. Chiediamo che il blocco sia annullato immediatamente”, ha proseguito Bounaim. Il 24 maggio, oltre a Mada Masr, sono stati bloccati anche Daily News Egypt, Elborsa e Masr al Arabia. Le autorità non hanno chiarito quali attività illegali stessero svolgendo e non hanno fornito dettagli sulla base legale del provvedimento. In alcune interviste, funzionari del governo hanno fatto generico riferimento al “sostegno al terrorismo” e alla “pubblicazione di notizie false”. Il giorno dopo, la stampa egiziana ha citato una “agenzia sovrana” (termine col quale s’indica l’intelligence egiziana) che aveva giustificato i provvedimenti invocando il “contrasto al terrorismo” e accusando – senza fornire alcuna prova – il Qatar di sostenere alcuni dei portali bloccati. La maggior parte dei blocchi riguarda portali d’informazione ma sono compresi anche siti da cui possono essere scaricati programmi come VPN e TOR. Amnesty International è stata in grado di verificare che solo uno dei siti bloccati era collegato a gruppi che usano o promuovono la violenza. Molti dei portali bloccati erano diventati un rifugio per quelle voci critiche egiziane che non potevano più andare in televisione o scrivere sui giornali, l’una e le altre finite sotto il rigido controllo statale da quando il presidente Abdel Fattah al-Sisi è salito al potere. Il portale Mada Masr è stato indomito nel denunciare costantemente le violazioni dei diritti umani, come le detenzioni arbitrarie, i processi iniqui, la repressione contro le Ong, le esecuzioni extragiudiziali e la pena di morte. La sua direttrice, Lina Attallah, ha detto ad Amnesty International di ritenere che il sito sia stato bloccato perché pubblica notizie basate su ricerche approfondite e fonti verificate: “Pubblichiamo quello che le autorità non vogliono che la gente legga”, ha detto. “Il governo egiziano pare voler sfruttare i recenti attentati compiuti dai gruppi armati per chiudere gli ultimi spazi di libertà e ridurre al silenzio le voci critiche. Ancora una volta, le autorità usano la sicurezza nazionale per praticare una totale repressione”, ha commentato Bounaim. “Invece di attaccare le voci critiche e indipendenti, l’Egitto dovrebbe rispettare la sua Costituzione e il diritto internazionale che lo obbligano a non imporre limitazioni arbitrarie alla libertà d’espressione e a proteggere il diritto di ogni persona a cercare, ricevere e condividere informazioni”, ha sottolineato Bounaim. La Costituzione egiziana vieta la censura dei mezzi d’informazione, salvo che in tempo di guerra e di mobilitazione militare, protegge la libertà d’espressione e di stampa tanto in forma cartacea quanto digitale e riconosce il diritto di tutti i cittadini a utilizzare i mezzi e gli strumenti di telecomunicazione. Le ragioni legali e i poteri sulla base dei quali il governo egiziano ha bloccato i siti sono ambigui e non è chiaro se siano state applicate le leggi ordinarie – che già prevedono la censura per motivi di sicurezza nazionale – o le disposizioni dello stato d’emergenza, dichiarato per tre mesi il 9 aprile a seguito degli attentati contro due chiese a Tanta ed Alessandria. Un’ora dopo gli attentati, le autorità avevano confiscato le copie del quotidiano Albawaba, che aveva chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno per non aver saputo impedirli. Lo stato d’emergenza conferisce al governo ampi poteri di sorveglianza e di censura. Il 10 aprile il presidente del parlamento, Ali Albel’al, ha annunciato che questi poteri avrebbero riguardato anche Twitter, Facebook e YouTube, piattaforme usate a suo dire dai “terroristi” per comunicare tra loro e ha minacciato di procedimenti giudiziari gli autori di reati informatici. Le vaghe disposizioni della legge anti-terrorismo prevedono condanne fino a 15 anni per i responsabili di siti usati per promuovere “idee terroristiche” e consentono alle autorità di bloccare siti sospettati di promuovere il “terrorismo”. Due dei siti bloccati, Daily News Egypt ed Elborsa, appartengono alla Business News Company, già munita di licenza governativa. Nel novembre 2016, tuttavia, il governo ha congelato i suoi patrimoni accusandola di legami con la Fratellanza musulmana, senza fornire alcuna prova. Da allora i 230 dipendenti non ricevono lo stipendio. I rappresentanti di molti dei siti bloccati hanno presentato esposti al Sindacato dei giornalisti, al Consiglio nazionale della stampa, al ministro delle Comunicazioni e alla procura generale senza ricevere finora alcuna risposta. Mada Masr si è rivolto a un tribunale amministrativo ma il suo appello non è stato ancora preso in esame.

Amnesty International Italia

Bambini “normalizzati”?

I bambini nati con caratteristiche sessuali che non si adattano alle norme femminili o maschili rischiano di essere sottoposti a una serie di procedure mediche non necessarie, invasive e traumatiche in violazione dei loro diritti umani, ha dichiarato Amnesty International. Utilizzando casi studio documentati in Danimarca e in Germania, il rapporto “In primo luogo, non ferire” indica come gli obsoleti stereotipi di genere determinino interventi chirurgici non urgenti, invasivi e irreversibili ai danni di bambini intersessuati – il termine comunemente usato per coloro che hanno variazioni di alcune caratteristiche sessuali quali cromosomi, genitali e organi riproduttivi. “Queste cosiddette procedure di ‘normalizzazione’ vengono condotte senza la completa conoscenza degli effetti potenzialmente dannosi a lungo termine che producono sui bambini”, ha dichiarato Laura Carter, ricercatrice di Amnesty International sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. “Stiamo parlando di incisioni che vengono fatte su tessuti sensibili, con conseguenze per tutta la vita, tutto a causa degli stereotipi su ciò a cui un ragazzo o una ragazza dovrebbe assomigliare. La domanda è a chi giova, perché la nostra ricerca mostra che si tratta di esperienze incredibilmente tristi”. Il rapporto spiega come procedure mediche non di emergenza, tipicamente eseguite su neonati e bambini di età inferiore ai 10 anni, sono in corso in Danimarca e Germania, nonostante la mancanza di ricerche mediche a sostegno della necessità di un intervento chirurgico. Si stima che fino all’1,7% della popolazione globale abbia variazioni di caratteristiche sessuali, la stessa percentuale delle persone con i capelli rossi. Sulla base di interviste con persone intersessuate, professionisti medici in Danimarca e Germania, nonché gruppi di sostegno e di difesa in tutta Europa, Amnesty International ha riscontrato prove che i bambini nati con variazioni delle loro caratteristiche sessuali sono stati sottoposti a procedure quali: · operazioni per nascondere una clitoride allargata, che causano rischi di danni al nervo, cicatrici e dolori · chirurgia vaginale o vaginoplastica, che può includere più interventi chirurgici nel tempo su bambini piccoli per creare o ampliare un’apertura vaginale · gonadectomia – la rimozione delle gonadi (compresi i tessuti ovarici o testicolari) – che è irreversibile e comporta la necessità di trattamenti ormonali a vita · operazioni di riparazione di ipospadia – interventi chirurgici per riposizionare l’uretra sull’apice del pene, che viene eseguita per creare un pene che sia considerato funzionale ed esteticamente normale. Questi interventi possono portare a una serie di complicazioni per tutta la vita. Queste procedure mediche sono talvolta medicalmente necessarie per proteggere la vita o la salute di un bambino, ma ciò non sempre avviene. Molte delle persone intervistate da Amnesty International circa le loro esperienze o quelle dei loro figli hanno parlato del trauma fisico e mentale che hanno sofferto, sia all’epoca degli interventi chirurgici che in seguito. “Quando penso a quello che è accaduto, sono sconvolto, perché non si trattava di qualcosa che spettava ad altri decidere – si sarebbe potuto aspettare”, ha detto H. dalla Danimarca, che ha parlato con Amnesty International sotto anonimato. Ha scoperto per caso di essere stato operato  per ipospadia all’età di cinque anni quando ha avuto accesso alle sue vecchie cartelle cliniche. “Mi sento triste quando penso al fatto che sia considerato necessario operare questi bambini solo perché altre persone pensano che dovrebbe essere fatto”.

Diritti umani a rischio Secondo Amnesty International, l’attuale approccio al trattamento dei bambini intersessuati in Danimarca e Germania non riesce a proteggere i diritti umani dei bambini, compresi quelli alla riservatezza e al più alto livello di salute raggiungibile. Anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno esplicitamente condannato tali pratiche. Hanno inoltre ripetutamente classificato interventi chirurgici inutili in bambini intersessuati come pratiche nocive e in violazione dei diritti del bambino. “Le autorità danesi e tedesche stanno venendo meno al loro dovere di proteggere questi bambini. Con l’attuale mancanza di ricerca medica e conoscenza in questo settore, le decisioni che cambiano la vita e quelle irreversibili non dovrebbero essere prese quando il bambino è troppo piccolo per poter dire la sua su quello che gli viene fatto”, ha aggiunto Laura Carter. Amnesty International invita i legislatori e i professionisti medici di entrambi i Paesi a garantire che nessun bambino sia sottoposto a trattamenti non urgenti, invasivi e irreversibili. Le decisioni dovrebbero essere rinviate fino a quando la persona interessata non sia in grado di prendere parte in modo significativo alle scelte su ciò che viene fatto al suo corpo. Amnesty International chiede inoltre che i medici siano formati sulla differenze fisiche e di genere, le autorità smettano di perpetuare stereotipi di genere nocivi e la Germania e la Danimarca assicurino che coloro che hanno subìto un intervento non necessario ricevano un risarcimento.

Il rapporto “In primo luogo, non ferire” è online all’indirizzo: http://www.amnesty.it/bambini-danesi-tedeschi-deturpati-interventi-chirurgici-invasivi-normalizzare-sesso/

Casi studio: gli autori del rapporto hanno intervistato 16 persone in Danimarca e in Germania con variazioni di caratteristiche sessuali e otto genitori di bambini con queste variazioni, sulle loro esperienze. In alcuni casi i nomi sono stati modificati per proteggere le identità. https://www.amnesty.org/en/latest/campaigns/2017/05/intersex-rights/

Amnesty International Italia

Frontiera USA-Messico, il “limbo pericoloso” dei rifugiati secondo Amnesty International

Il viaggio già di per sé pericoloso di decine di migliaia di rifugiati è stato reso più mortale dal decreto del presidente Usa Trump su immigrazione e controlli alla frontiera e dalle irresponsabili politiche adottate dal Messico.

Lo ha denunciato Amnesty International in un rapporto intitolato “Di fronte a un muro: violazioni dei diritti dei richiedenti asilo da parte di Usa e Messico”.

Il rapporto descrive il catastrofico impatto delle politiche e delle prassi che determinano respingimenti illegali di richiedenti asilo alla frontiera e che minacciano la detenzione illegale di migliaia di altre famiglie, compresi bambini e neonati, nei centri per immigrati degli Usa. “Usa e Messico sono complici in un reato, quello di dar luogo a una grave catastrofe dei diritti umani. Gli Usa stanno edificando un sistema a tenuta stagna per impedire che le persone ricevano la protezione internazionale di cui hanno bisogno. Il Messico è fin troppo contento di avere il ruolo di guardiano”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe. “Con la sua strategia del muro, il presidente Trump non si rende conto che si tratta di persone che, se vogliono vivere, non hanno altra scelta che quella di lasciare le loro case. Il muro, i discutibili decreti e l’espansione dei centri di detenzione per migranti non impediranno alle persone di cercare riparo negli Usa ma renderanno i loro viaggi attraverso il deserto, il mare o i fiumi ancora più mortali”, ha proseguito Guevara-Rosas. “In questo triste gioco al gatto e al topo, gli unici a perdere sono le centinaia di migliaia di persone che cercano disperatamente scampo dai livelli estremi e mortali di violenza di El Salvador, Guatemala e Honduras. Invece di spingerle verso una morte probabile, gli Usa dovrebbero annullare il decreto sulla sicurezza della frontiera e adottare politiche in materia d’immigrazione del tutto nuove”, ha aggiunto Guevara-Rosas.

Respingimenti e detenzioni illegali Dopo aver svolto un’estesa ricerca sul campo ai due lati della frontiera sin dal mese di febbraio, Amnesty International è giunta alla conclusione che le misure adottate dal presidente Trump per “fermare l’immigrazione” violano il diritto internazionale. Tra queste figurano il decreto del 25 gennaio sul rafforzamento della sicurezza alla frontiera e una serie di misure che consentono sia il ritorno forzato di persone in luoghi nei quali rischiano la morte che il crescente e illegale ricorso alla detenzione automatica di richiedenti asilo, in alcuni casi intere famiglie, per mesi. Richiedenti asilo incontrati da Amnesty International lungo la frontiera hanno denunciato che le nuove misure li hanno esposti al rischio di violenze ed estorsioni da parte di contrabbandieri propostisi per portarli negli Usa. Nelle zone desertiche dell’Arizona, dopo l’elezione di Trump, le morti di migranti sono raddoppiate. Secondo numerosi avvocati, migranti ed esponenti di organizzazioni non governative e per i diritti umani, i funzionari della Dogana e della Protezione della frontiera seguono la prassi illegale di rifiutare l’ingresso negli Usa ai richiedenti asilo. Un uomo che era fuggito dall’Honduras con moglie e figlia dopo che era stato aggredito e ferito da una banda criminale locale, ha raccontato ad Amnesty International che nel gennaio 2017 la famiglia è stata respinta sei volte in tre giorni al varco di McAllen, Texas, nonostante ogni volta avesse dichiarato di voler chiedere asilo. Nicole Ramos, un’avvocata statunitense che tra dicembre 2015 e aprile 2017 ha accompagnato 71 richiedenti asilo al punto di confine tra Tijuana e San Diego ha riferito ad Amnesty International che in quasi tutte le occasioni la polizia di frontiera ha cercato di negare l’ingresso o ha fornito informazioni sbagliate, ad esempio quella di tornare indietro e rivolgersi ai consolati statunitensi in Messico. Il decreto del 25 gennaio prevede l’aumento della capienza dei centri di detenzione per migranti e richiedenti asilo. Secondo il dipartimento per la Sicurezza interna, si prevedono fino a 33.500 letti in più, ossia quasi il raddoppio di quelli finora esistenti e in contrasto con la quota fissata dal Congresso di un massimo di 34.000 letti occupati al giorno. Quello che è già il più ampio sistema di centri di detenzione per migranti del mondo sarà dunque ancora più crudele. Amnesty International ha documentato casi di famiglie con bambini e neonati in detenzione per oltre 600 giorni. Nei prossimi mesi il Congresso discuterà il finanziamento di questo regime di crudeltà per il 2018. Tenere una persona nei centri di detenzione costa al governo Usa da 126 a 161 dollari al giorno, mentre misure alternative alla detenzione costano appena sei dollari al giorno.

Messico: il guardiano degli Usa? Secondo Amnesty International, il Messico non adempie alla sua responsabilità di dare protezione al numero sempre maggiore di persone provenienti dagli altri paesi dell’America centrale. Secondo dati ufficiali, nel 2016 in Messico sono state presentate 8788 domande d’asilo rispetto alle 1296 del 2013. Al 35 per cento dei richiedenti è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Il 91 per cento delle richieste proveniva da cittadini del “Triangolo settentrionale” ossia da El Salvador, Guatemala e Honduras, paesi piagati dalla violenza. L’agenzia Onu per i rifugiati stima che nel 2017 le richieste potrebbero arrivare a 20.000. Invece di fornire protezione a queste persone, il Messico le sta respingendo indietro verso situazioni di estremo pericolo. Nel 2016, secondo l’Istituto nazionale messicano per l’immigrazione, sono stati posti in detenzione 188.595 migranti irregolari, l’81 per cento dei quali provenienti da altri paesi dell’America centrale, e di questi ne sono stati rimandati indietro 147.370: il 97 per cento veniva da El Salvador, Guatemala e Honduras. Molti non erano neanche stati informati del diritto di chiedere protezione attraverso la domanda d’asilo. Un 23enne fuggito dall’Honduras cinque anni fa è stato rimandato indietro 27 volte. Dopo essere rimasto orfano a 13 anni, era stato obbligato a entrare in una banda criminale che poi, quando è scappato, ha iniziato a cercarlo per ucciderlo. “Ai messicani non interessa perché lasci il tuo paese. Si fanno beffe di te!” Un funzionario dell’Istituto nazionale per l’immigrazione dello stato meridionale del Chiapas ha detto ad Amnesty International: “Facciamo in modo da rendere il ritorno nei loro paesi il più rapido possibile”.
Amnesty International Italia

 

Rifugiati siriani necessitano assistenza, secondo Amnesty International

Amnesty International ha accusato le autorità marocchine di non adempiere ai loro obblighi internazionali di dare protezione ai rifugiati. Il caso riguarda 25 rifugiati siriani intrappolati in un’area desertica al confine tra Marocco e Algeria, cui viene negato l’accesso alla procedura d’asilo e la sempre più urgente assistenza umanitaria.
I 25 siriani, tra cui 10 bambini, sono bloccati da due mesi in una zona cuscinetto in territorio marocchino, a un chilometro dall’oasi di Figuig e a cinque chilometri dal Beni Ounif, in Algeria. Finora sono riusciti a sopravvivere grazie a forme di assistenza informali favorite dalla polizia di frontiera del Marocco, che avrebbe però cambiato atteggiamento a partire dal 2 giugno e che finora non ha consentito l’ingresso nella zona alle organizzazioni per i diritti umani e di assistenza umanitaria, compreso l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).
“Negando all’Unhcr di incontrare i rifugiati, le autorità marocchine stanno venendo meno ai loro obblighi internazionali. Si tratta di rifugiati fuggiti dal bagno di sangue e dai bombardamenti della Siria cui il governo del Marocco deve garantire il diritto di chiedere asilo”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice delle ricerche sull’Africa del Nord di Amnesty International.
Il 30 maggio l’Unhcr ha espresso preoccupazione per “le condizioni in rapido deterioramento di questo gruppo di vulnerabili rifugiati siriani”, chiedendo ai governi del Marocco e dell’Algeria di garantirgli un percorso sicuro.
Il governo marocchino ha finora smentito che i rifugiati siriani si trovino nel suo territorio. Amnesty International ha esaminato mappe e immagini satellitari e, anche grazie alle coordinate Gps, ha potuto accertare che i 25 rifugiati siriani si trovano effettivamente all’interno del Marocco.
L’Unhcr non opera in quella zona e può solo registrare i richiedenti asilo in un ufficio di Rabat, la capitale marocchina. I rifugiati che si trovano in Marocco possono registrarsi presso un piccolo numero di partner locali in altre zone del paese ma nessuno di loro si trova nell’area di confine.
Due dei 25 rifugiati siriani soffrono di pressione alta e uno ha problemi ai reni ma le autorità marocchine non hanno fornito loro alcuna cura medica né hanno consentito l’accesso ai medici delle organizzazioni per i diritti umani che hanno provato a raggiungerli. I rifugiati dormono in rifugi improvvisati che non li preservano da temperature che arrivano anche s 45 gradi e dalla minaccia di attacchi dei serpenti.
Il gruppo si era inizialmente mosso dal Libano verso il Sudan, poi si era diretto in Libia e in seguito in Algeria con l’intenzione di entrare in Marocco. Dopo un primo tentativo, fallito, di raggiungere Figuig, il 17 aprile erano stati respinti nella zona cuscinetto. Il 22 aprile le autorità marocchine hanno accusato l’Algeria di aver costretto un gruppo di rifugiati siriani a entrare in Marocco. Il giorno dopo le autorità algerine hanno accusato quelle marocchine di aver respinto il gruppo in territorio marocchino.
Il 5 giugno, 10 dei 25 rifugiati siriani sono riusciti ad arrivare a Figuig ma sono stati bloccati e costretti a tornare nella zona cuscinetto.
“Invece di rimandare i rifugiati siriani nella zona cuscinetto, blindata e desertica, in condizioni sempre peggiori, le autorità marocchine dovrebbero fornire assistenza umanitaria d’urgenza e permettere alle agenzie di soccorso umanitario di raggiungerli per rendersi conto delle loro necessità. Non può esservi alcuna giustificazione per negare ai rifugiati l’accesso al cibo e all’acqua”, ha sottolineato Morayef.
Il 2 giugno le autorità algerine hanno annunciato che avrebbero accolto i rifugiati siriani per motivi umanitari, consentito all’Unhcr di fornire assistenza e facilitato i ricongiungimenti familiari di coloro che hanno parenti legalmente residenti in paesi europei. I 25 rifugiati siriani preferirebbero tuttavia registrarsi in Marocco, dato che quattro di loro hanno parenti in questo paese e vorrebbero trasferirvisi. Gli altri 21 desiderano ottenere il ricongiungimento familiare in Svezia, Belgio e Germania dove hanno stretti legami di parentela.
Il 5 giugno una delegazione algerina comprendente rappresentanti della Mezzaluna algerina, di Unhcr Algeria e di autorità locali ha raggiunto la zona cuscinetto nei pressi di Beni Ounif per cercare di fornire assistenza umanitaria. Queste persone sono rimaste sul lato algerino del confine e hanno invitato i rifugiati ad attraversare il confine, promettendo loro che avrebbero potuto registrarsi in Algeria. I rifugiati hanno deciso di rimanere nella zona cuscinetto dal lato marocchino della frontiera.
Amnesty International ha sollecitato le autorità marocchine a non mettere in pericolo la vita dei 25 rifugiati lasciandoli nella zona cuscinetto in condizioni durissime e senza assistenza umanitaria. Il governo del Marocco dovrebbe farli entrare nel suo territorio e consentire loro di esercitare il diritto a chiedere asilo presso l’ufficio dell’Unhcr in Marocco.

Amnesty International Italia