Secondo A.I. legislazione antistupro inadatta in molti Paesi europei

Un rapporto di Amnesty International ha rivelato che le leggi della maggior parte degli stati europei non riconoscono che un rapporto sessuale privo di consenso sia uno stupro. Si tratta di legislazioni inadeguate che, insieme alla pericolosa cultura della colpevolizzazione della vittima, perpetuano l’impunità in tutta Europa. Amnesty International ha esaminato le leggi sullo stupro in 31 stati europei scoprendo che solo in otto casi la definizione di stupro contempla il mancato consenso. Nella vasta maggioranza dei casi lo stupro è riconosciuto tale solo in presenza di violenza fisica, minaccia o coercizione.

“Sebbene movimenti come #MeToo abbiano ispirato molte donne a raccontare le loro esperienze, rimane la triste constatazione che in Europa lo stupro è ampiamente sotto-denunciato a causa del continuo timore di non essere credute, mentre spesso coloro che si rivolgono alla giustizia vengono tradite da leggi antiquate e dannose e comportamenti sprezzanti da parte delle autorità giudiziarie”, ha dichiarato Anna Błuś, ricercatrice di Amnesty International sull’Europa occidentale e sui diritti delle donne.

“Le leggi hanno il potere di rafforzare la giustizia e influenzare i comportamenti. Ma un sondaggio dopo l’altro mostra che le persone ancora pensano che se la vittima è ubriaca, indossa abiti succinti o non si ribella fisicamente, allora non si tratta di stupro. E invece un rapporto sessuale senza consenso è uno stupro, punto e basta. Fino a quando i governi non adegueranno le loro leggi a questa elementare realtà, gli stupratori continueranno a rimanere impuniti”, ha aggiunto Anna Błuś.

Secondo l’ultimo sondaggio dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, una donna su 20 in Europa è stata stuprata a partire dall’età di 15 anni: nove milioni. Nonostante questi dati scioccanti, pochi stati europei considerano seriamente questo reato nelle leggi, come invece dovrebbe essere. Dei 31 stati su cui si è basata la ricerca di Amnesty International solo Belgio, Cipro, Germania, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Regno Unito e Svezia definiscono lo stupro come un rapporto sessuale privo di consenso. La Svezia ha modificato la legge solo negli ultimi mesi, a seguito di una campagna durata anni di Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani. Gli altri stati monitorati da Amnesty International sono Austria, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera e Ungheria.

In tutti questi stati la definizione legale di stupro prevede la violenza fisica, la minaccia di usare la forza, la coercizione o l’incapacità della vittima di difendersi. Quel che è peggio, alcuni stati considerano il rapporto sessuale senza consenso un reato distinto e meno grave, lasciando così intendere alla gente che il “vero stupro” si verifica solo quando c’è violenza fisica. Ad esempio, in Croazia la “relazione sessuale senza consenso” comporta una pena massima di cinque anni di carcere, la metà di quella prevista per lo stupro. In alcuni stati le leggi sullo stupro e la violenza sessuale sono ancora concepite in termini riferiti all’onore o alla morale, come a dire che la società ha il diritto di controllare il corpo delle donne. A Malta, i reati sessuali sono inseriti tra quelli che “colpiscono il buon andamento delle famiglie”.

Definizioni di stupro basate sull’assenza del consenso e riforme legislative non sono certo la soluzione definitiva per affrontare e prevenire questo reato così tanto diffuso ma possono costituire un significativo punto di partenza.

Ogni persona, a prescindere dal suo genere, può essere vittima di uno stupro ma si tratta di un reato che colpisce in modo sproporzionato le donne e le ragazze. Come chiarisce il rapporto di Amnesty International, le donne che si rivolgono alla giustizia non sono ostacolate solo da leggi antiquate: spesso subiscono pregiudizi, colpevolizzazioni, stereotipi negativi e sovente proprio da quei funzionari che dovrebbero dare loro sostegno e indagare e punire i reati di violenza sessuale.

Nell’ultimo anno, in molti stati le donne si sono unite per protestare in occasione di casi di stupro che hanno raggiunto le cronache nazionali e per chiedere migliore protezione da parte dei loro governi.

Questo è avvenuto ad aprile in Spagna, dopo che cinque uomini accusati dello stupro di gruppo di una donna sono stati giudicati colpevoli del reato meno grave di abuso sessuale, proprio grazie a una legislazione antiquata e nonostante il tribunale avesse rilevato che non c’era stato consenso. In Irlanda molte donne hanno postato immagini dei loro indumenti intimi su Twitter unitamente all’hashtag #ThisIsNotConsent per esprimere solidarietà nei confronti di una ragazza di 17 anni il cui tanga era stato esibito in tribunale dalla difesa di colui che l’aveva stuprata e che poi è stato assolto dal reato di stupro. I prossimi stati a cambiare legislazione potrebbero essere Spagna, Portogallo e la Danimarca, i cui governi hanno affermato pubblicamente di essere aperti alla discussione sulle modifiche alla definizione legale di stupro. “Lo stupro è una grave violazione dei diritti umani che dovrebbe essere sempre riconosciuta a live llo legislativo come un reato grave”, ha sottolineato Anna Błuś.

“Modificando le leggi e ponendo fine alla colpevolizzazione delle vittime e agli stereotipi di genere nei procedimenti giudiziari, i governi europei potranno assicurare che la prossima generazione di donne non debba mai domandarsi se la colpa dello stupro sia stata sua e non debba mai dubitare che i responsabili verranno puniti. Soprattutto, potranno garantire alle donne maggiore protezione dallo stupro”, ha concluso Anna Błuś.

 

Amnesty International Italia

 

Write for Rights 2018

Da ormai sedici anni, Amnesty International Italia, insieme a numerose altre sezioni dell’organizzazione nel mondo, si mobilita per far sentire la voce di prigionieri di coscienza, difensori dei diritti umani, vittime di sparizione forzata, condannati a morte e persone che hanno subìto e ancora subiscono processi iniqui, torture, sgomberi forzati o in favore di chi non ha accesso ai diritti fondamentali.
Ogni anno, gli attivisti, le scuole amiche dei diritti umani e i sostenitori di Amnesty International in tutto il mondo scrivono milioni di lettere, o raccolgono milioni di firme, per coloro i cui diritti umani vengono minacciati. Fino al 21 dicembre 2018 si potrà partecipare, insieme a milioni di persone di oltre 80 paesi nel mondo, alla maratona globale di raccolta firme e invio di appelli in favore di donne che si battono (o si sono battute) per i diritti umani.
In ogni parte del mondo, le donne che difendono i diritti umani affrontano abusi, minacce, intimidazioni e violenza senza precedenti. Quando le donne denunciano e reclamano i loro diritti o i diritti di altri gruppi e minoranze corrono dei seri pericoli perché sfidano i pregiudizi culturali e sociali e rappresentano una minaccia per i poteri forti. Le donne che difendono i diritti umani sono prese di mira dai membri delle comunità, dalle organizzazioni politiche o da gruppi religiosi e talvolta dai governi stessi, perché sostengono posizioni diverse. Nonostante i rischi che sono costrette ad affrontare, le donne si rifiutano di rimanere in silenzio e continuano a essere in prima linea nella battaglia per i diritti umani.
Quest’anno le attivazioni della “Write for Rights” riguardano:
Atena Daemi, condannata a 7 anni di carcere in Iran, per essersi opposta alla pena di morte nel suo Paese;
Nawal Benaissa, una tra le voci principali del movimento popolare hirak in Marocco, minacciata per la sua campagna online in favore del cambiamento;
Nonhle Mbuthuma, che in Sudafrica si oppone allo sfruttamento della sua terra da parte di un’azienda estrattiva;
Valquiria, separata alla frontiera con gli Stati Uniti da suo figlio Abel senza alcun motivo.
Inoltre continueremo a chiedere al governo del Brasile “chi ha ucciso Marielle Franco?”, impegnata da sempre nella difesa dei più deboli nelle favelas di Rio de Janeiro e a quello di Malta giustizia per la giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa per aver denunciato la corruzione delle più alte cariche di governo nel suo Paese.
Anche i più piccoli potranno partecipare alla “Write for rights”, scrivendo messaggi di solidarietà e inviando disegni per Gulzar Duishenova, una giovane donna Kirghisa che si batte per i diritti delle persone con disabilità.
Nell’ambito di questa iniziativa, Amnesty International Italia ospiterà due speaking tour, il primo dal 1° al 7 dicembre vedrà la partecipazione di Ahmed Abdallah, esponente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, che fornisce consulenza legale alla famiglia di Giulio Regeni e il secondo, dal 10 al 19 dicembre, ospiterà Shackelia Jackson e Sandra Linton che, in Giamaica, conducono campagne per la verità e la giustizia in favore di vittime di violazioni da parte delle forze di polizia.
É possibile partecipare alla campagna di raccolta firme “Write for Rights 2018” su amnesty.it

Amnesty International Italia

Russia: multe ai media indipendenti, ONG e attivisti

Amnesty International ha denunciato l’ultimo assalto ai diritti umani in Russia attraverso un’ondata di multe ingiuste, eccessive e dall’effetto soffocante nei confronti dei media indipendenti, delle Ong e dei difensori dei diritti umani.
“Ancora una volta le autorità russe prendono di mira organizzazioni e individui indipendenti, in questo caso colpendole con multe soffocanti. Utilizzando tutta una serie di leggi repressive, le autorità di Mosca elevano multe esorbitanti una dopo l’altra in quello che appare un attacco coordinato per porre fine alle attività di coloro che le criticano”, ha dichiarato Natalia Zviagina, direttrice dell’ufficio moscovita di Amnesty International.
L’ultimo destinatario di questi attacchi mirati è il settimanale “Tempi nuovi”, uno degli organi di stampa più critici della Russia: il 26 ottobre la rivista è stata multata di 22.250.000 rubli (circa 290.000 euro) per “non avere fornito informazioni sui fondi ricevuti”. Si tratta della multa più alta finora emessa nei confronti dei media in Russia.
Nel 2017 “Tempi nuovi” era stato costretto a interrompere la diffusione dell’edizione cartacea per il crollo delle inserzioni pubblicitarie, dopo che la rivista era stata definita sleale nei confronti del governo. Ora, con questa multa, il settimanale è vicino alla bancarotta.
Sempre il 26 ottobre la Fondazione Andrey Rylkov, un noto organismo che chiede riforme nelle politiche di contrasto alla droga, è stato multato di 800.000 rubli (circa 10.400 euro) per aver “fatto propaganda a sostanze narcotiche” in una pubblicazione che si occupa di accesso ai servizi sanitari per le persone che usano droghe.
“La stessa strategia viene contemporaneamente usata nei confronti di coloro che esprimono opinioni dissidenti su una vasta gamma di temi politici”, ha aggiunto Zviagina.
Pochi giorni fa un tribunale ha imposto una multa insolitamente alta (un milione di rubli, equivalenti a 13.000 euro) a Transparency International Russia, giudicata colpevole di aver diffamato una persona molto vicina al presidente Putin.
Al contempo, i tribunali russi evitano ampiamente di proteggere i difensori dei diritti umani dagli attacchi alla loro reputazione portati avanti dai mezzi d’informazione controllati dallo stato.
Nel mese di ottobre Sergei Zykov, difensore dei diritti umani di Yekaterinburg (nella regione degli Urali) e Aleksandr Kunilovsky, un attivista dell’opposizione di Tyumen (nella Siberia settentrionale) sono stati multati rispettivamente di 300.000 e 290.000 rubli (circa 3900 euro e circa 3800 euro) per aver violato le norme, ingiustamente restrittive, sulle manifestazioni pubbliche.
“Chiediamo alle autorità russe di porre immediatamente fine a questo feroce assalto alle organizzazioni della società civile e di cessare di usare leggi repressive per elevare multe esorbitanti”, ha concluso Zviagina.
Ulteriori informazioni
“Tempi nuovi”, la Fondazione Andrey Rylkov e Transparency International Russia stanno subendo crescenti pressioni da parte delle autorità russe, soprattutto perché ricevono fondi dall’estero.

L’articolo 13.15.1 del codice dei reati amministrativi, usato contro “Tempi nuovi”, è entrato in vigore nel 2015 nel contesto di una campagna contro gli organi d’informazione indipendenti, costretti a ricorrere a fondi esteri a causa dell’insufficienza dei finanziamenti nazionali disponibili in loro favore.
La Fondazione Andrey Rylkov è stata inserita nel 2016, da parte del ministero della Giustizia, nell’elenco degli “agenti stranieri”. Da allora, il suo bilancio si è fortemente ridotto a causa dell’insufficienza delle fonti di finanziamento interne.

Amnesty International Italia

 

Rapporto di A.I. sulla Polonia

In un nuovo rapporto intitolato “Il potere della piazza: proteggere il diritto di protesta pacifica”, Amnesty International ha dichiarato che nonostante le leggi repressive, la mano dura delle forze di polizia, le misure di sorveglianza, le intimidazioni e i procedimenti giudiziari, in Polonia tante persone continuano a scendere in piazza con coraggio per manifestare in favore dei loro diritti e contro le minacce allo stato di diritto.
“Il rifiuto dei manifestanti di rimanere in silenzio è una prova di resistenza. Le autorità polacche li minacciano di arresti e condanne, gli agenti di polizia a volte li picchiano e li maltrattano. Molte persone sono poste sotto sorveglianza e le proteste pacifiche sono criminalizzate in modo crescente”, ha dichiarato Gauri van Gulik, direttrice per l’Europa di Amnesty International.
“Continuando a riempire le piazze, le persone sfidano le politiche di demonizzazione e leggi sempre più repressive che intendono ridurle al silenzio”, ha aggiunto van Gulik.
Dal 2016 decine di migliaia di persone sono scese in strada per protestare contro leggi repressive nei confronti dei diritti delle donne e pericolose per l’indipendenza del potere giudiziario. Si sono trovate di fronte un’esibizione di forza e misure restrittive contro il loro diritto di essere visti e ascoltati. In centinaia sono finiti in carcere per poi affrontare lenti procedimenti giudiziari.
Nell’aprile 2017 è entrato in vigore un emendamento alla Legge sulle manifestazioni che di fatto vieta di sfilare nel centro di Varsavia quando nei pressi siano in corso raduni in favore del governo. L’emendamento è stato applicato col pugno di ferro. Tra aprile 2017 e marzo 2018 il governatore della provincia di Mazovia ha vietato 36 manifestazioni in programma a Varsavia. Nel 2017 il tribunale di Varsavia Centro ha ricevuto 632 atti relativi a contro-manifestanti che avevano violato la legge, mentre l’anno prima non ne aveva ricevuto alcuno.
Le autorità spesso garantiscono un trattamento preferenziale alle manifestazioni in favore del governo e a quelle nazionaliste. Questa priorità è confermata dal modo in si comportano le forze di polizia, che tollerano regolarmente le violenze e le intimidazioni dei gruppi di estrema destra e nazionalisti ai danni dei contro-manifestanti. Al contrario, le manifestazioni pacifiche contro il governo sono affrontate con la mano dura e con incriminazioni.
Amnesty International ha documentato casi di uso eccessivo della forza da parte della polizia, su cui poco è stato fatto per accertare le responsabilità.
Una donna di 60 anni che aveva partecipato alla “Protesta in nero” contro il pressoché totale divieto d’aborto, è intervenuta per fermare un poliziotto che stava picchiando un uomo a terra ed è stata a sua volta colpita alla testa da un altro agente.

“Sono svenuta e quando ho ripreso conoscenza, mi sono ritrovata in una pozza d’acqua. Qualcuno era seduto sopra di me e sentivo la gente urlare ‘Lasciatela andare!’. Poi sono svenuta di nuovo”, ha raccontato ad Amnesty International.
Nonostante avesse presentato denuncia per lievi lesioni al cranio, il caso è stato archiviato per mancanza di prove.
Oltre ad aver inasprito le leggi sull’esercizio della libertà di manifestare, il governo ha esteso i poteri di sorveglianza. Un emendamento alla Legge sulla polizia approvato nel 2016 ha ampliato detti poteri in assenza di adeguate salvaguardie, fino a estenderli a casi estranei a indagini penali. Vi sono prove che i poteri di sorveglianza siano stati usati nei confronti di persone coinvolte nell’organizzazione e nella partecipazione a manifestazioni pacifiche.
I tribunali finora hanno ampiamente tutelato il diritto alla libertà di manifestazione pacifica e di espressione, ma la situazione potrebbe cambiare presto a seguito delle riforme apportate nel 2017 al sistema giudiziario che ne hanno gravemente compromesso l’indipendenza sottoponendolo al controllo e all’influenza della politica.
Tra coloro che potrebbero subire le conseguenze c’è uno studente di 19 anni arrestato dopo aver chiesto a un agente di polizia nome, grado e ragioni per cui stava eseguendo identificazioni durante una protesta in corso a Varsavia nel marzo 2018. Il ragazzo è stato accusato di aggressione a un funzionario di polizia e teme un procedimento iniquo. “Non so come andrà a finire: questi sono gli ultimi giorni dell’indipendenza del potere giudiziario”, ha dichiarato ad Amnesty International.
I giudici sono fortemente sotto pressione. Chi ha protestato contro la sottomissione al potere politico ha già subito rappresaglie come ad esempio procedimenti disciplinari.
Il giudice Dominik Czeszkiewicz, sottoposto a un procedimento del genere per aver difeso il diritto di manifestazione pacifica, ha detto ad Amnesty International: “È veramente difficile lavorare in queste condizioni. Non posso battermi contro l’intero sistema. So che mi colpiranno. Non so chi, dove e quando”.
“Manifestare pacificamente è un diritto che in Polonia è minacciato gravemente. Il potere della piazza è uno strumento fondamentale di controllo del potere dello stato. Il governo polacco deve proteggere il diritto di tutti coloro che vogliono manifestare per difendere i loro diritti”, ha commentato van Gulik.
“Le autorità polacche devono cessare di criminalizzare le proteste, annullare le limitazioni sproporzionate alla libertà di manifestazione e di espressione e garantire l’indipendenza del potere giudiziario in modo da assicurare la protezione di tutti i diritti umani”, ha concluso van Gulik.
Il rapporto “Il potere della piazza: proteggere il diritto di protesta pacifica” è disponibile online all’indirizzo: https://www.amnesty.org/en/documents/EUR37/8525/2018/en/

Amnesty International Italia

Rapporto 2016/2017 di Amnesty International

Gli esponenti politici che brandiscono la retorica deleteria e disumanizzante del “noi contro loro” stanno creando un mondo sempre più diviso e pericoloso: è questo l’allarme lanciato da Amnesty International durante la presentazione del Rapporto 2016-2017, pubblicato in Italia da Infinito Edizioni.
Il Rapporto contiene una dettagliata analisi della situazione dei diritti umani in 159 paesi e segnala che gli effetti della retorica del “noi contro loro”, che sta dominando l’agenda in Europa, negli Usa e altrove nel mondo, stanno favorendo un passo indietro nei confronti dei diritti umani e rendendo pericolosamente debole la risposta globale alle atrocità di massa.
“Il 2016 è stato l’anno in cui il cinico uso della narrativa del ‘noi contro loro’, basata su demonizzazione, odio e paura, ha raggiunto livelli che non si vedevano dagli anni Tenta dello scorso secolo. Un numero elevato di politici sta rispondendo ai legittimi timori nel campo economico e della sicurezza con una pericolosa e divisiva manipolazione delle politiche identitarie allo scopo di ottenere consenso”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.
“La fabbrica che produce divisione e paura ha assunto una forza pericolosa nelle questioni mondiali. Da Trump a Orbán, da Erdo?an a Duterte, sempre più politici che si definiscono anti-sistema stanno brandendo un’agenda deleteria che perseguita, usa come capri espiatori e disumanizza interi gruppi di persone”, ha proseguito Shetty.
“Le odierne politiche di demonizzazione spacciano vergognosamente la pericolosa idea che alcune persone siano meno umane di altre, privando in questo modo interi gruppi di persone della loro umanità. Così si rischia di dare via libera ai lati più oscuri della natura umana”, ha messo in guardia Shetty.
Le politiche di demonizzazione favoriscono passi indietro nei confronti dei diritti umani
I profondi cambiamenti politici del 2016 hanno messo in evidenza quanto la retorica dell’odio possa far emergere il lato oscuro della natura umana. La tendenza mondiale verso politiche sempre più aggressive e divisive è stata ben illustrata dalla velenosa retorica utilizzata da Donald Trump nella sua campagna elettorale. Tuttavia, anche in altre parti del mondo i leader politici hanno puntato sulla paura, sulle accuse e sulla divisione per conquistare il potere.
Questa retorica sta avendo un impatto sempre più forte sulle politiche e sulle azioni di governo. Nel 2016 i governi hanno chiuso gli occhi di fronte a crimini di guerra, favorito accordi che pregiudicano il diritto a chiedere asilo, approvato leggi che violano la libertà di espressione, incitato a uccidere persone per il solo fatto di essere accusate di usare droga, giustificato la tortura e la sorveglianza di massa ed esteso già massicci poteri di polizia.

I governi se la sono presa anche con i rifugiati e i migranti, spesso visti come facili capri espiatori. Il Rapporto 2016-2017 di Amnesty International denuncia che 36 paesi hanno violato il diritto internazionale rimandando illegalmente rifugiati in paesi dove i loro diritti umani erano in pericolo.
Ultimamente, il presidente Trump ha tradotto in azione la sua odiosa campagna elettorale xenofoba firmando decreti per impedire ai rifugiati di ottenere il re-insediamento negli Usa e per vietare l’ingresso nel paese a persone in fuga dalla persecuzione e dalla guerra, come nel caso della Siria.
Contemporaneamente l’Australia ha inflitto di proposito sofferenze inaudite ai rifugiati intrappolati a Nauru e sull’isola di Manus, l’Unione europea ha firmato un accordo illegale e irresponsabile con la Turchia per rimandare indietro i rifugiati in un contesto insicuro e Messico e Usa hanno continuato a espellere persone dall’America centrale, dove la violenza ha raggiunto livelli estremi.
Cina, Egitto, Etiopia, India, Iran, Thailandia e Turchia hanno attuato massicce repressioni. Altri paesi hanno introdotto invadenti misure di sicurezza, come il prolungato stato d’emergenza in Francia e la legge catastrofica e senza precedenti sulla sorveglianza di massa nel Regno Unito. Un altro aspetto della “politica dell’uomo forte” è stato l’aumento della retorica contro le donne, contrastata in Polonia da enormi proteste, e contro le persone Lgbti.
“Invece di stare dalla parte dei diritti umani, molti leader hanno adottato un’agenda disumanizzante per finalità politiche, violando i diritti di gruppi presi come capri espiatori per ottenere consenso o per distrarre gli elettori dai fallimenti delle politiche economiche e sociali”, ha proseguito Shetty.
“Nel 2016 queste forme altamente deleterie di disumanizzazione sono diventate un elemento dominante nel panorama politico mondiale. I limiti di ciò che è accettabile sono stati spostati in avanti. Esponenti politici hanno vergognosamente legittimato ogni sorta di retorica e politica dell’odio basate sull’identità, favorendo la misoginia, il razzismo e l’omofobia”, ha accusato Shetty.
“I primi a essere presi di mira sono stati i rifugiati ma, se le cose andranno avanti così, toccherà anche ad altri e assisteremo a nuovi attacchi sulla base della razza, del genere, della nazionalità e della religione. Quando smettiamo di vedere l’altro come un essere umano con gli stessi diritti, siamo un passo più vicini all’abisso”, ha commentato Shetty.
Il mondo volta le spalle alle atrocità di massa  
Nel 2017 le crisi in corso peggioreranno a causa della debilitante assenza di leadership nel campo dei diritti umani. La politica del “noi contro loro” sta prendendo forma a livello internazionale, sostituendo al multilateralismo un ordine mondiale più aggressivo e basato sulla contrapposizione.
“La mancanza della volontà politica necessaria per esercitare pressione sugli stati che violano i diritti umani significa mettere a rischio i principi basilari dell’accertamento delle responsabilità per i crimini di massa e del diritto d’asilo”, ha spiegato Shetty.
“Anche gli stati che un tempo sostenevano di difendere i diritti umani nel mondo adesso sono troppo occupati a violarli al loro interno per pensare a chiamare gli altri a risponderne. Più paesi faranno un passo indietro rispetto agli impegni assunti sui diritti umani fondamentali, più ci sarà un effetto-domino che vedrà altri leader indebolire protezioni consolidate in materia di diritti umani”.
Stiamo assistendo a una lunga serie di crisi a fronte della scarsa volontà politica di affrontarle: Siria, Yemen, Libia, Afghanistan, America centrale, Repubblica Centrafricana, Burundi, Iraq, Sud Sudan e Sudan. Il Rapporto 2016-2017 di Amnesty International documenta crimini di guerra in almeno 23 paesi.
Nonostante queste sfide, l’indifferenza internazionale verso i crimini di guerra è diventata la norma; dal canto suo, il Consiglio di sicurezza rimane paralizzato dalle rivalità tra i suoi stati membri permanenti.
“All’inizio del 2017, molte delle principali potenze stanno perseguendo interessi nazionali più limitati a danno della cooperazione internazionale. Questo atteggiamento rischia di condurci verso un mondo più caotico e pericoloso”, ha rilevato Shetty.
“Un nuovo ordine mondiale in cui i diritti umani sono dipinti come un ostacolo agli interessi nazionali rende pericolosamente bassa la capacità di reagire ad atrocità di massa e lascia aperta la porta a violenze che ricordano i periodi più oscuri della storia umana”, ha aggiunto Shetty.
“La comunità internazionale ha già risposto con un assordante silenzio alle innumerevoli atrocità del 2016: dall’orrore di Aleppo in Siria alle migliaia di persone uccise dalla polizia delle Filippine in nome della ‘guerra alla droga’ fino all’uso delle armi chimiche e all’incendio di centinaia di villaggi nel Darfur, in Sudan. La grande domanda del 2017 è: quanto dovranno proseguire queste atrocità prima che il mondo faccia qualcosa?”, ha chiesto Shetty.
Chi starà dalla parte dei diritti umani?
In occasione del lancio del Rapporto 2016-2017, Amnesty International ha chiesto alle persone di ogni parte del mondo di resistere ai cinici tentativi di rimettere in discussione diritti umani consolidati da lungo tempo in cambio della vaga promessa di prosperità e sicurezza.
Nel 2017 la solidarietà globale e la mobilitazione dell’opinione pubblica saranno particolarmente importanti per difendere coloro che sfidano i poteri e difendono i diritti umani, spesso considerati dai governi una minaccia allo sviluppo economico, alla sicurezza o ad altre priorità.
Il Rapporto 2016-2017 di Amnesty International denuncia uccisioni di difensori dei diritti umani in 22 paesi: persone prese di mira per aver contrastato profondi interessi economici, aver difeso minoranze e piccole comunità o aver cercato di rimuovere gli ostacoli posti ai diritti delle donne e delle persone Lgbti. L’uccisione della nota leader nativa e difensora dei diritti umani Berta Cáceres in Honduras ha trasmesso un messaggio raggelante agli attivisti ma nessuno è stato portato di fronte alla giustizia.
“Non possiamo demandare passivamente ai governi il compito di difendere i diritti umani. Siamo noi, le persone, a dover agire. Poiché i politici sono sempre più intenzionati a demonizzare interi gruppi, oggi è chiaro come poche volte in passato che siamo tutti noi a doverci schierare, ovunque nel mondo, dalla parte dei valori fondamentali della dignità umana e dell’uguaglianza”, è l’appello lanciato da Shetty.
“Ogni persona dovrà chiedere ai suo governo di usare tutti i mezzi e l’influenza a sua disposizione per chiamare i responsabili delle violazioni dei diritti umani a rispondere delle loro azioni. In tempi bui, sono state le singole persone a fare la differenza: dal movimento per i diritti civili negli Usa a quello anti-apartheid in Sudafrica, dai gruppi per i diritti delle donne a quelli per i diritti delle persone Lgbti. Dobbiamo stare tutti insieme per raccogliere questa sfida, adesso”, ha concluso Shetty.
Panoramica
Nel 2016 Amnesty International ha documentato gravi violazioni dei diritti umani in 159 paesi. Qui di seguito sono descritti alcuni esempi dell’aumento e dell’impatto delle retoriche velenose e della repressione dell’attivismo e della libertà d’espressione:
Arabia Saudita: voci critiche, difensori dei diritti umani, attivisti per i diritti delle minoranze sono stati imprigionati e condannati per vaghe accuse come quella di “offesa alle istituzioni dello stato”. In Yemen, le forze della coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita hanno commesso gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui possibili crimini di guerra, bombardando scuole, mercati e moschee, uccidendo e ferendo migliaia di civili anche grazie ad armi fornite da Usa e Regno Unito e persino vietate a livello internazionale come le bombe a grappolo;
Bangladesh: invece di fornire protezione agli attivisti, ai giornalisti e ai blogger e indagare sui responsabili della loro uccisione, le autorità hanno intentato processi contro i giornalisti e gli oppositori anche a causa di un semplice post su Facebook;
Cina: è proseguita la repressione contro avvocati e attivisti, anche attraverso la detenzione senza contatti col mondo esterno, le confessioni trasmesse in televisione e le intimidazioni ai familiari;
Egitto: per indebolire, diffamare e ridurre al silenzio la società civile, le autorità hanno fatto ricorso a divieti di viaggio, restrizioni finanziarie e congelamento di conti bancari;
Etiopia: un governo sempre più intollerante nei confronti dei dissidenti ha usato le leggi anti-terrorismo e lo stato d’emergenza per reprimere giornalisti, difensori dei diritti umani, oppositori politici e soprattutto manifestanti, contro i quali è stato fatto ricorso alla forza eccessiva e letale;
Filippine: un’ondata di esecuzioni extragiudiziali ha fatto seguito alla promessa del presidente Duterte di uccidere decine di migliaia di persone sospettate di essere coinvolte nel traffico di droga;
Francia: le drastiche misure di sicurezza adottate nel contesto del prolungato stato d’emergenza hanno dato luogo a migliaia di perquisizioni, a divieti di viaggio e ad arresti;
Honduras: oltre a Berta Cáceres, sono stati uccisi altri sette attivisti per i diritti umani;
India: le autorità hanno usato leggi repressive per limitare la libertà d’espressione e ridurre al silenzio le voci critiche. Difensori e organizzazioni per i diritti umani hanno continuato a subire minacce e intimidazioni. Leggi oppressive sono state usate per ridurre al silenzio studenti, docenti, giornalisti e difensori dei diritti umani;
Iran: la repressione della libertà d’espressione, di associazione, di manifestazione pacifica e di fede religiosa è stata massiccia. Giornalisti, avvocati, blogger, studenti, attiviste per i diritti delle donne, registi e musicisti che avevano espresso critiche in modo pacifico sono stati condannati al termine di processi gravemente irregolari celebrati dai tribunali rivoluzionari;
Myanmar: decine di migliaia di rohingya, la minoranza tuttora priva di cittadinanza, sono stati sfollati nel corso di “operazioni di sgombero” nel contesto delle quali sono stati denunciati omicidi illegali, stupri e arresti arbitrati. La stampa controllata dal governo ha pubblicato articoli dal linguaggio gravemente disumanizzante;
Regno Unito: un’ondata di crimini d’odio ha fatto seguito al referendum sull’appartenenza all’Unione europea. Una nuova legge sulla sorveglianza ha garantito assai più ampi poteri all’intelligence e ad altre agenzie per la sicurezza per violare la privacy su scala massiccia;
Repubblica Democratica del Congo: attivisti per la democrazia sono stati arrestati arbitrariamente e, in alcuni casi, sottoposti a lunghi periodi di detenzione senza contatti col mondo esterno;
Russia: a livello nazionale, il governo ha stretto la morsa intorno alle organizzazioni non governative, ricorrendo sempre di più alla propaganda dei “soggetti indesiderabili” e degli “agenti stranieri”. Si è svolto il primo processo nei confronti di un’organizzazione non governativa sulla base della legge sugli “agenti stranieri” e decine di altre organizzazioni non governative che ricevono fondi dall’estero sono state aggiunte all’elenco. In Siria, il governo ha mostrato un completo disprezzo per il diritto internazionale umanitario;
Siria: è proseguita l’impunità per i crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale, tra cui gli attacchi indiscriminati e quelli diretti contro i civili, nonché gli estenuanti assedi delle popolazioni civili. La comunità nazionale dei difensori dei diritti umani è stata quasi del tutto azzerata: attivisti sono stati imprigionati, torturati, fatti sparire o costretti a fuggire all’estero;
Stati Uniti d’America: la campagna elettorale marcata da una retorica discriminatoria, misogina e xenofoba ha fatto sorgere forti dubbi sul peso effettivo dei futuri impegni nel campo dei diritti umani, a livello nazionale e internazionale;
Sudan: vi sono ampie prove che il governo abbia usato armi chimiche in Darfur. In altre regioni del paese, presunti oppositori sono stati arrestati e imprigionati. L’uso eccessivo della forza nella dispersione delle proteste ha provocato numerose vittime;
Sud Sudan: sono proseguiti i combattimenti, segnati da violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario, che hanno avuto conseguenze devastanti sulla popolazione civile;
Thailandia: i poteri di emergenza, la legge sulla diffamazione e quella sulla sedizione sono stati usati per limitare la libertà d’espressione;
Turchia: dopo il fallito colpo di stato, decine di migliaia di persone sono state arrestate, centinaia di organizzazioni non governative sono state sospese, i mezzi d’informazione hanno subito un drastico giro di vite e sono proseguite pesanti operazioni militari nelle aree curde;
Ungheria: la retorica governativa ha imposto un modello divisivo di politiche identitarie e un’oscura visione della “Fortezza Europa”, che si sono tradotti in sistematiche misure repressive contro i diritti dei migranti e dei rifugiati;
Venezuela: sono stati ridotti al silenzio quei difensori dei diritti umani che hanno denunciato la crisi umanitaria causata dall’incapacità del governo di garantire i diritti economici e sociali della popolazione.
In occasione del lancio del Rapporto 2016-2017 a Roma, Amnesty International Italia ha ribadito l’impegno a premere sul governo italiano affinché la normalità dei rapporti diplomatici con l’Egitto sia ripristinata solo se e quando si saranno ottenute tutta la verità sulla tortura e l’assassinio di Giulio Regeni, un’adeguata riparazione e la punizione di tutti i responsabili. L’organizzazione per i diritti umani ha annunciato, dopo quella del febbraio 2016, una nuova lettera a ENI, che più volte di recente ha espresso apprezzamento per l’Egitto, invitando l’azienda a sollecitare le autorità del Cairo a fare di più per avere la verità sulla morte di Giulio Regeni.
Amnesty International Italia ha anche reso noto il testo di una lettera, firmata insieme al senatore Luigi Manconi, a Patrizio Gonnella di Antigone e ad Antonio Gaudioso di Cittadinanza Attiva, indirizzata al ministro della Giustizia Andrea Orlando a proposito della perdurante inesistenza del reato di tortura nel codice penale.
Al ministro Orlando, al cui stimolo si deve il fatto che il tema sia nuovamente – dal 28 febbraio – all’ordine del giorno del parlamento, è stata sottolineata l’inutilità di riprendere la discussione sul testo all’esame del Senato, perché il contenuto è in contrasto con gli obblighi imposti dalla Convenzione Onu contro la tortura e perché, inoltre, l’approvazione di quel testo comporterebbe comunque un nuovo passaggio alla Camera dei Deputati.
Il governo – si legge nella lettera –  deve assumere un’iniziativa forte, finalizzata a introdurre davvero il reato di tortura con una definizione accettabile, e presentare a tal fine un emendamento al testo in discussione, e poi seguirne l’iter, promuovendo una rapida approvazione nell’attuale legislatura.
Il Rapporto 2016-2017 è interamente online su:
https://www.amnesty.it/rapporti-annuali/rapporto-annuale-2016-2017/

Amnesty International Italia

Che le riforme in Arabia Saudita siano vere

La decisione di consentire alle donne saudite di guidare è benvenuta ma dovrà essere seguita da molte altre riforme nel campo dei diritti delle donne: lo ha dichiarato Amnesty International alla vigilia del 24 giugno, quando il controverso divieto di guida verrà abolito.

Tuttavia, proprio le principali protagoniste della campagna contro il divieto di guida – come Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan e Aziza al-Yousef – sono tra le otto persone finite in carcere nelle ultime settimane a causa del loro impegno in favore dei diritti umani. Alcune di loro sono agli arresti da oltre un mese e rischiano un processo di fronte al tribunale antiterrorismo e una pena detentiva fino a 20 anni. 

Da anni, le attiviste per i diritti delle donne chiedono il diritto di poter guidare e la fine del sistema repressivo del tutore. 

Sulla base di questo sistema, le ragazze e le donne subiscono una sistematica discriminazione, tanto per legge quanto per prassi. Non possono viaggiare, lavorare, accedere all’istruzione superiore o sposarsi senza il consenso di un tutore di sesso maschile. Coloro che sposano cittadini stranieri non possono trasmettere la loro nazionalità ai figli, a differenza di quanto accade agli uomini sauditi. 

“L’abolizione del divieto di guida si deve alla determinazione e al coraggio mostrati dalle attiviste per i diritti umani sin dagli anni Novanta, raccolti da una nuova generazione di attiviste protagoniste della nuova fase della campagna iniziata nel 2011”, ha dichiarato Samah Hadid, direttrice delle campagne sul Medio Oriente di Amnesty International.

“Apprezziamo che finalmente le donne saudite possano essere al volante ma non dobbiamo dimenticare che in Arabia Saudita molte persone sono in carcere solo per aver difeso i diritti delle donne. Da questo punto di vista, l’abolizione del divieto di guida è un provvedimento lungamente dovuto ma dovrà essere seguito da riforme che pongano fine alla discriminazione nei confronti delle donne, che sono ancora oltraggiosamente trattate come cittadine di seconda classe”, ha aggiunto Hadid. 

“Se il principe della corona Mohammad bin Salman intende accreditarsi come un sincero riformatore, deve liberare come prima cosa gli attivisti e le attiviste per i diritti delle donne e includere gli uni e le altre, insieme ad altri rappresentanti della società civile, nel processo di riforma, che in primo luogo deve comprendere l’abolizione del sistema del tutore”, ha sottolineato Hadid. 

L’ultimo giro di vite nei confronti di coloro che difendono i diritti delle donne è iniziato proprio durante la campagna internazionale di pubbliche relazioni che intendeva presentare il principe della corona come un autentico riformatore. 

Il 19 maggio le autorità saudite e la stampa governativa hanno lanciato una campagna diffamatoria a mezzo stampa per screditare come “traditori” e “traditrici” cinque persone impegnate nella difesa dei diritti delle donne, accusate di aver formato una “cellula” allo scopo di minacciare la sicurezza dello stato mediante “contatti con entità straniere destinati a compromettere la stabilità e il tessuto sociale” della monarchia saudita. 

“La recente ondata repressiva ha avuto un effetto negativo sulla già drammatica situazione della libertà di espressione, di associazione e di manifestazione. Gli attivisti ci hanno riferito di aver paura di parlare. La campagna diffamatoria è una cosa senza precedenti, a dimostrazione che sempre più chi ha un punto di vista critico nei confronti dell’agenda ‘riformista’ non viene pubblicamente tollerato”, ha commentato Hadid. 

“La repressione nei confronti di coloro che difendono i diritti delle donne e l’agghiacciante campagna diffamatoria tuttora in corso sono il segno che il principe della corona bin Salman vuole impedire che vi sia una narrazione diversa rispetto alle riforme nel paese”, ha proseguito Hadid. 

“Gli alleati dell’Arabia Saudita – soprattutto Usa, Regno Unito e Francia – non devono rimanere in silenzio di fronte alle gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani e alla repressione dell’attivismo per i diritti umani in corso nella monarchia del Golfo. La comunità internazionale deve premere sull’Arabia Saudita affinché cessi la repressione contro gli attivisti e le attiviste per i diritti umani”, ha concluso Hadid. 

Amnesty International ha intrapreso una campagna per chiedere il rilascio degli attivisti e delle attiviste per i diritti umani arrestati di recente.
La storia del movimento per il diritto di guidare 

Negli anni Novanta circa 40 donne salirono a bordo delle loro automobili e percorsero alla guida una delle strade principali della capitale Riad. Vennero fermate dalla polizia e sospese dal lavoro. 

Nel 2007 venne lanciata una campagna di lettere al defunto re Abdullah. L’anno successivo Wajeha al-Huwaider filmò se stessa alla guida e pubblicò il filmato su YouTube l’8 marzo, Giornata internazionale delle donne. Altre donne fecero lo stesso nel 2011: alcune vennero arrestate, una fu condannata a 10 anni, altre furono costrette a firmare un documento nel quale promettevano di desistere da ulteriori proteste. 

Nell’ottobre 2013 la campagna riprese slancio. Il sito venne hackerato e alcune attiviste ricevettero minacce. Ciò nonostante, decine di donne pubblicarono in rete filmati e fotografie in cui erano riprese mentre guidavano. Seguirono numerosi arresti, molti dei quali per brevi periodi di tempo.
Dopo l’annuncio, nel settembre 2017, della fine del divieto a partire dal 24 giugno 2018, molte protagoniste della campagna hanno ricevuto telefonate in cui venivano ammonite a non commentare pubblicamente la novità. 

 

Amnesty International Italia

 

Scuola… di cucina. Consigli e pareri degli under 18

Ospitiamo alcuni pareri raccolti tra ragazzi sul tipo di ristorazione che consigliano.

 

Ora parlo un po’ degli agriturismi.

Gli agriturismi hanno ristoranti che offrono pietanze molto buone e con sapori molto delicati.

Essi possiedono animali che vengono poi macellati per preparare pietanze nostrane.

Ci sono vari agriturismi, ma io sono andata in un agriturismo in Valle Sabbia.

Questo agriturismo lo consiglio perché i prezzi sono molto ragionevoli, è un bel locale, si mangia bene e c’è una visuale bellissima lì attorno.

                                                                                                                                             Lucrezia

Le mie esperienze passate in autogrill possiamo dire che sono state utili, perché ho trovato aspetti di cui non ci si accorge al primo impatto, ad esempio per il fattore igienico sono un po’ carenti.

Non in bagno, ma nella zona bar dove c’è quasi sempre sporco per terra e sui tavoli; poi alcune volte si possono trovare brioche, ma anche panini, che sono un po’ stantii; alla cassa sono molto lenti (spesso per il poco personale) quindi non comprate troppa roba, anche perché hanno prezzi più alti rispetto al normale.

A. C.

 

Io consiglio di andare al ristorante dove vendono solamente carne. Lo consiglio perché è molto buona; soprattutto consiglio la fiorentina: è una carne buonissima, oppure anche la carne di cavallo, solo che costa un po’ cara. Ci sono tutti piatti di carne che soddisfano per il gusto e se hai molta fame è un piatto abbondante che va assaporato. Io consiglierei di andare per cena perché per pranzo diventa troppo pesante. Sono molto buone anche le carni grigliate con aggiunta di peperoni e salse; la salsa più indicata è la salsa barbecue che si abbina molto con il sapore della carne, però è abbastanza piccante. Poi della carne ci sono vari tipi e di tutte le grandezze, come la fiorentina che è alta quasi due dita ed è molto grande. Consiglio molto questo tipo di ristorante: quando si vuole scegliere un buon ristorante di qualità scegliete quello che offre tutte portate di carne.

S. G.

 

La settimana scorsa sono andata a mangiare in un ristorante cinese a Brescia. È un ristorante né troppo grande né troppo piccolo. Si mangia molto bene e il cibo è di ottima qualità, e anche il servizio è ottimo. Servono solo cibo cinese come: spaghetti di soia alla griglia, ravioli, nuvole di granchio, involtini primavera e tante altre pietanze. A me personalmente piace molto il cibo cinese in generale e lì è molto buono. Se vi trovate vicino a Brescia vi consiglio molto la cucina cinese, anche se Brescia è patria di ottima cucina tradizionale.

V. C.

 

La steak house è un ristorante basato su carni di ogni tipo tra cui: bistecche, hamburger, costine, fiorentine, costate, ecc. con contorni di patate al forno o fritte, insalate crude e verdure cotte. È sconsigliata ai vegetariani. È un paradiso per chi ama la carne alla griglia o i panini farciti di hamburger succosi con le salse. Ci sono molte bibite a scelta, in bottiglia o alla spina. Ci vado sempre volentieri e ne esco sempre convinta e soddisfatta, con prezzi ragionevoli per bambini ed adulti, e con dolce finale di ogni tipo.

Miira

Ciao. Oggi sono a casa e non ho voglia di cucinare, così mi dirigo a Concesio, nel complesso che dà sulla rotatoria più vicina a Brescia. Cucinano il polletto sia piccante che normale: a me piace il polletto. Oltre a quello ci sono anche patatine e cotoletta, il bere a volontà. Ve lo consiglio perché è abbastanza economico; in estate, o anche in questi giorni di sole, è anche più accogliente perché c’è l’area fuori con sedute molto comode.

T. P.