Mio Signore e mio Dio

II DOMENICA DI PASQUA DELLA “DIVINA MISERICORDIA” – ANNO B GIOVANNI 20,19-31

19. La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!».

20. Detto questo, mostrò loro le mani e il costato. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Nella prima domenica dopo la Pasqua, l’ottavo giorno, il Vangelo di Giovanni ci presenta due apparizioni di Gesù ai discepoli: una avvenuta la stessa domenica di Pasqua, a seguito della scoperta del sepolcro vuoto; una avvenuta la settimana successiva, esattamente dopo otto giorni. Sono due avvenimenti diversi, ma strettamente collegati, perciò considerati insieme. L’apparizione avviene in luogo chiuso, dove era stata celebrata l’Ultima Cena con Gesù, il primo giorno dopo il sabato, alla sera. “La sera di quello stesso giorno, il primo dopo il sabato”: è il “giorno del Signore”, il “Dies Domini” (domenica) (cfr. Apocalisse 1,10). Fin dall’inizio i discepoli si riuniscono il giorno dopo il sabato, la domenica. Proprio la domenica diventerà il giorno più importante della settimana e sostituirà il sabato, giorno sacro dei Giudei. “Mentre le porte erano chiuse”: Gesù non è un’ipotesi, non è un’idea astratta, non è una teoria: è il Cristo glorioso, risorto dopo la passione e la morte e ora vivo per sempre, libero dai vincoli del tempo e dello spazio. Per questo entra a porte chiuse. La paura ha dominato interamente i discepoli che sono scappati tutti nel momento della prova, della passione del Signore, per timore di essere anch’essi coinvolti e condannati nel processo sommario che è stato intentato contro il Maestro. Gesù accompagna la sua venuta con l’annuncio della pace. Anche la domenica sera, tre giorni dopo la crocifissione di Gesù, i discepoli sono ritirati in luogo chiuso per “paura dei giudei”, per non farsi notare e non rischiare di essere riconosciuti. Avevano condiviso tre anni della vita pubblica con il Maestro, a stretto contatto con Lui, ma non sono riusciti a stargli accanto nel momento della prova. Essi ora attendono che il clima si distenda, che ritorni calma e sicurezza per poter tornare alle loro case in Galilea. “Venne Gesù, si fermò in mezzo a loro”: Gesù si presenta ai suoi discepoli. Non li rimprovera per averlo abbandonato. Secondo il Vangelo di Giovanni, due discepoli avevano seguito Gesù: uno che era rimasto a Lui accanto, fin sotto la croce; l’altro è Pietro, che appena fu riconosciuto come discepolo del Maestro, aveva rinnegato il Signore ed era scappato. I discepoli avevano già ricevuto l’annuncio da Maria di Magdala. Pietro e Giovanni avevano confermato le sue parole, ma tutto ciò non basta per fugare la paura. In mezzo allo spavento e allo smarrimento generale, Gesù si fa presente e si ferma. Il suo stare è segno di una volontà duratura di comunione con i suoi discepoli. Egli è Risorto, cioè glorioso e vivente, è il Kyrios, il Signore vittorioso, che vuole mantenere la relazione con i suoi discepoli. “Pace a voi”: quello del Risorto non è un augurio, ma è proprio il dono della pace che aveva promesso quando i discepoli erano addolorati per la sua assenza. È la pace portata dal Messia, che libera da ogni paura, dal male, dalla morte. È la pace, ottenuta con la passione del Signore. È la pace in senso biblico che significa piena riconciliazione degli uomini con Dio e tra di loro. “Mostrò loro le mani e il costato”: quando ci viene richiesto di dichiarare la nostra identità mostriamo i documenti (carta di identità o passaporto o patente…). Gesù dichiara la sua identità mostrando le prove della sua crocifissione, i fori lasciati dai chiodi e la lacerazione al costato provocata da un soldato romano per accertarsi della sua morte (solo Giovanni ricorda questo particolare). Per sempre il nostro Dio porterà nel suo corpo risorto i segni della passione e del suo infinito amore per noi. “E i discepoli gioirono al vedere il Signore”: la presenza di Gesù fuga ogni dubbio e ogni paura dei discepoli. Tutto diviene pieno di luce e di gioia. Il profeta Isaia aveva parlato di gioia descrivendo il banchetto divino. Nello stesso modo gli evangelisti trascrivono le parole di Gesù che, nei discorsi di addio, aveva preannunciato la gioia escatologica.

21. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”.

22. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo;

23. a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”. “Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi!””: Gesù conferma una seconda volta il dono della pace, con una presenza apportatrice della rivoluzionaria manifestazione di Risorto. È inaudito che un morto risorga, e risorga vittorioso! Egli attira, incoraggia e costruisce la comunità. Le parole sono poche e misurate, ma efficaci, cioè realizzano ciò che esprimono: Gesù non solo annuncia la pace, ma la dona effettivamente. “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”: apparendo ai suoi, Gesù rinnova il mandato di andare ad annunciare a tutti l’amore del Padre. Cristo è mandato dal Padre e tutti noi partecipiamo della sua stessa missione, perché siamo legati a Lui come i tralci alla vite. La volontà di Dio Padre è che tutti si salvino. Tutti noi cristiani, discepoli di oggi, pieni di misericordia, di coraggio e di forte fedeltà dobbiamo annunciare il Vangelo nella società, tanto bisognosa di speranza, di spiritualità, di amore. “Alitò su di loro”: questo gesto di Gesù è unico nel Nuovo Testamento. Richiama il soffio di Dio nella creazione dell’uomo (Genesi 2,7). È l’inizio di una creazione nuova. Gesù infonde nei discepoli forza e coraggio, alitando lo Spirito Santo. Il suo respiro diventa il respiro dei discepoli; il suo perdono diventa per i discepoli possibilità di perdonare tutti; i suoi sentimenti diventano la forza propulsiva dell’azione evangelizzatrice. Saranno essi a continuare la missione di Cristo nel tempo, con la forza dello Spirito. È lo Spirito la forza della Chiesa nello scorrere dei secoli. “Ricevete lo Spirito Santo”: in questo momento Gesù infonde lo Spirito per una missione particolare. A Pentecoste lo Spirito scenderà su tutto il popolo di Dio, “A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”: Gesù, come Dio, trasmette ai suoi discepoli e alla sua Chiesa, per successione apostolica, il potere di perdonare i peccati commessi dopo il Battesimo con la grazia del sacramento della riconciliazione.

24. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù.

25. Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò». “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo”: “Didimo” significa “fratello gemello”. Si desume, pertanto, che l’apostolo Tommaso avesse un fratello gemello. Si parla sempre dei Dodici, in realtà sono rimasti Undici, dopo la morte di Giuda. Tommaso risulta essere una persona dubbiosa e facile a scoraggiarsi. Possiamo identificarci con lui tutte le volte che la nostra fede vacilla. L’importante è riprendersi e confidare nel Signore, proclamandolo nostro Signore e nostro Dio, ricominciando sempre daccapo dopo ogni debolezza. “Non era con loro quando venne Gesù”: non sappiamo il motivo dell’assenza di Tommaso. Dobbiamo tuttavia capire che solo la comunione e l’esperienza fatta insieme sono di aiuto alla fede. “Abbiamo visto il Signore!”: la gioia dell’incontro con il Signore non può essere trattenuta. I discepoli, testimoni oculari, ne fanno parte a Tommaso, anche se egli non esulta con loro. “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò”: Tommaso vuole fare esperienza diretta di Gesù, così come l’hanno fatta gli altri discepoli. Non gli basta credere alla loro parola. Vuole sentire la voce del Maestro, vuole toccarlo, vuole un contatto inequivocabile. Vuole essere sicuro che sia Lui veramente, non un’autosuggestione, non vuole sbagliarsi ed illudersi. Per credere, chiede di toccare le feritoie lasciate dai chiodi della crocifissione, prova del martirio e dell’amore più grande possibile del Cristo, “Servo sofferente”. Gesù aiuta il suo discepolo Tommaso, conosce la sua disponibilità a credere, lo incontra direttamente, dissolve i suoi dubbi. Apriamoci anche noi ad accogliere il Signore quando si manifesta. Lasciamoci afferrare da Cristo, in modo che ci tocchi dentro, ci conquisti.

26. Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: “Pace a voi!”.

27. Poi disse a Tommaso: “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”. “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso”. Passano otto giorni. È nuovamente il giorno dopo il sabato, la domenica. I discepoli sono nuovamente insieme e stavolta c’è anche Tommaso. Gesù non si stanca di offrirci occasioni per riconoscerlo, pur se abbiamo tanti dubbi. Ci viene ancora incontro, ci guarda negli occhi, ci incoraggia e ci offre l’opportunità di abbandonarci a Lui con fiducia. “Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!”: quando siamo nel dubbio, Gesù ci viene incontro, entra in dialogo con noi, ha compassione e ci dona la tranquillità della fede. Usa dei segni per farci progredire. Come ha fatto con Tommaso, ci fa compiere un percorso di adesione e di conversione, in modo che sia autentica la nostra esperienza di Cristo. Nulla ci può più fermare quando siamo abitati dalla Sua Presenza. “Mettila nel mio costato”: Gesù ha per sempre il petto aperto, ferito dalla lancia del soldato che ha constatato la sua morte. Nel corpo di Cristo rimarranno per sempre i segni indelebili del suo amore per noi, che è giunto fino a dare la vita, fino al punto più alto dell’amore che Dio poteva dimostrare all’umanità, formata da creature ribelli, libere anche di rifiutarlo, ma sempre da Lui amate infinitamente.

28. Rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”.

29. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”. “Mio Signore e mio Dio!”: Giovanni non dice se Tommaso ha messo la mano nelle ferite del Cristo. Dice solo che crede ed esclama: “Mio Signore e mio Dio!”. Non ha più bisogno di toccare: ora il Signore è con Lui e nulla conta più. Probabilmente vedendo il Signore glorioso, Tommaso sarà caduto in ginocchio in segno di umile adorazione, professando la propria fede con slancio forte e appassionato. “Mio Signore e mio Dio!” è la più grande espressione di fede pasquale in Cristo di tutto il Vangelo. Gesù è riconosciuto e adorato come Dio. Non si schermisce come aveva fatto con i Giudei quando lo accusavano ingiustamente. Tommaso ha compreso veramente e con amore che Egli è Dio. “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno!”: sembra un delicato rimprovero verso Tommaso. Anche nella fede ci sono gradi diversi di crescita, fino a credere senza pretese di segni, senza conferme eclatanti, come puro dono ricevuto e come risposta di totale fiducia. Noi cristiani di duemila anni dopo Cristo, abbiamo la gioia di sentirci “toccati” da Cristo nell’Eucaristia e nei sacramenti in cui Egli opera. Non vediamo, ma crediamo: è questa la nostra beatitudine fin da questa vita: esultiamo “di gioia indicibile e gloriosa” (1 Pietro 1,8).

30. Molti altri segni fece Gesù in presenza dei suoi discepoli, ma non sono stati scritti in questo libro.

31. Questi sono stati scritti, perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome. Giovanni conclude il brano affermando che sono state scritte pochissime cose rispetto a quelle che sono avvenute. Sicuramente indirizza il lettore a considerare tutta la storia alla luce dell’evento pasquale. Ora la storia continua attraverso la testimonianza dei discepoli. Il suo scopo non era di scrivere una vita completa di Gesù, ma di dimostrare che Gesù è il Cristo, il Messia, il Liberatore, il Figlio di Dio. Siamo di fronte alla risurrezione, evento più importante della storia: Dio si fa uomo, muore e risorge per amore nostro. È una notizia di una straordinaria importanza, ma rischia di lasciarci indifferenti a causa dell’abitudine. Ricordiamoci che, come cristiani, senza la risurrezione, la nostra fede è vana: “Se Cristo non è risorto è vana la nostra predicazione ed è vana anche la nostra fede… e voi siete ancora nei vostri peccati” (1 Corinzi 15,14.17). Chiediamo al Signore di rispondere al mandato di annunciare e testimoniare la sua risurrezione, la misericordia del Padre, la salvezza e il perdono per tutti gli uomini e tutte le donne del mondo. Proclamiamo che Cristo è veramente la via, la verità e la vita, aurora senza tramonto, sole di giustizia e di pace. Nella domenica della Divina Misericordia, Cristo riversa su di noi la pienezza della grazia e la larghezza del suo perdono. Si china per dirci che valiamo, che siamo figli di Dio, che siamo importanti per Lui. Ci annuncia la salvezza ottenuta grazie alle sue sofferenze, accolte e offerte per amore. Chiediamo di rimanere nel suo amore, legati come tralci alla vite. La sua pace ci aiuterà a superare le debolezze, ad affrontare i dubbi e a rispondere alla chiamata specifica che abbiamo ricevuto, in attesa di giungere a lodarlo in eterno con tanti fratelli che avremo portato a Lui con la nostra testimonianza. Lo vedremo faccia a faccia ed esclameremo: “Mio Signore e mio Dio!”.

Suor Emanuela Biasiolo

La pietra ribaltata domenica di Pasqua Risurrezione del Signore

ANNO B – GIOVANNI 20, 1-9

1. Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Sembrava tutto finito il venerdì, verso il tramonto, con la deposizione di Gesù nel sepolcro. Inizia, invece, il mattino più importante della storia: è il mattino di Pasqua. Secondo gli storici, questi eventi potrebbero essere accaduti il 7 e il 9 aprile dell’anno 30. È il primo giorno della settimana, quello che i cristiani chiamano la “domenica” (dies Domini, giorno del Signore), che sostituisce il giorno sacro per eccellenza (il sabato) degli ebrei. La risurrezione è avvenuta senza testimoni: solo il Padre, Cristo e lo Spirito sono stati i protagonisti di questo evento divino. Il Vangelo e gli Atti degli Apostoli ci riferiscono quello che i testimoni hanno visto “dopo” la risurrezione, ci narrano di quando hanno mangiato con Lui, quando hanno parlato con Lui, nelle apparizioni del Risorto. Questa domenica il vangelo di Giovanni ci presenta Maria di Magdala, sola (diversamente dagli altri sinottici che parlano di donne al plurale), che si reca al sepolcro. Esce quando è ancora buio: buio in senso fisico, ma soprattutto spirituale. Non ci viene detto che avesse olii aromatici da usare per la sepoltura, come ci riferiscono altri evangelisti riguardo alle altre donne. Maria non va per ungere il corpo, va solo spinta dal suo amore umano per il Signore Gesù, che l’aveva liberata da “sette demoni” (cfr. Luca 8,2). Va con il dolore per il vuoto che sente nell’anima. Pensa a Gesù posto nel sepolcro e sente il bisogno di farsi presente ancora a colui che ha tanto amato, non vuole separarsi da lui, nemmeno da morto. Non si parla di visione di angeli, come in altri brani dei sinottici.

2. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Maria di Magdala corre da Pietro, da colui che riconosce come il punto di riferimento della comunità dei discepoli, e dà l’allarme: il corpo di Gesù non c’è più. Fin qui termina la scena con Maria di Magdala. Il Vangelo parlerà ancora di lei successivamente, quando, tornata al sepolcro, si sentirà chiamare dal Risorto (Giovanni 20,16). “L’altro discepolo, quello che Gesù amava”: questo personaggio è presente solo nel Vangelo di Giovanni. Su di lui sono state fatte varie ipotesi. La più accreditata è che egli sia l’evangelista, perché i dettagli riferiti sono unici e vissuti in prima persona. Sembra consolidato, però, che egli non abbia composto materialmente il quarto Vangelo, ma che sia stato redatto dai suoi discepoli e da essi attribuito a Giovanni. L’espressione “L’altro discepolo, quello che Gesù amava” è stata coniata riflettendo sull’amore privilegiato che intercorre fra Gesù e Giovanni. Nei passaggi in cui si dice più semplicemente, “l’altro discepolo” o “il discepolo”, è mancata l’aggiunta dei redattori. “Hanno portato via il Signore dal sepolcro”: il timore di Maria di Magdala è fondato sul fatto che spesso avvenivano furti di cadavere, al punto che l’imperatore romano aveva emanato specifiche ordinanze per contenere il fenomeno. Perfino l’evangelista Matteo (cfr. 28, 11-15) afferma che i capi dei sacerdoti utilizzano la scusa del furto della salma per gettare discredito sulla risurrezione di Cristo. Quando Maria di Magdala giunge al sepolcro, vede la pietra, che prima chiudeva il sepolcro, ribaltata, aperta. Il corpo del Maestro non c’è più, ma non capisce cosa sia successo: è troppo grande l’evento per essere comprensibile subito. Maria di Magdala pensa che il corpo sia stato trafugato. Non ha ancora compreso che Gesù è risorto: è troppo grande un tale pensiero perché nessun uomo fino ad allora era tornato in vita dopo la morte. “Il Signore”: questo titolo è utilizzato da Giovanni solo in riferimento al Risorto nei racconti pasquali. Implica il riconoscimento della sua divinità ed evoca l’onnipotenza divina. “Non sappiamo dove l’hanno posto”: la frase rimanda alle parole di Gesù in cui Egli disse che non si poteva conoscere il luogo dove si sarebbe recato. Altro richiamo è alla sepoltura sconosciuta di Mosè (Deuteronomio 34, 10). Se Maria di Magdala e le altre donne non fossero andate al sepolcro, come avremmo avuto la notizia della risurrezione? È una domanda che ci poniamo per considerare che solo chi è pieno di amore e delicato di animo va a cercare l’amato (cfr. la sposa nel Cantico dei Cantici), sfidando le guardie, affrontando i rischi.

3. Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.

4. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.

5. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Anche in questi versetti si parla di persone che corrono: corre il discepolo amato, più veloce, più giovane, più pieno di amore. Corre Pietro e giunge dopo. Giovanni vede le bende, si ferma, non entra nel sepolcro, attende Pietro di cui riconosce l’autorità, a cui deve rispetto per l’anzianità e per il primato tra i discepoli.

6. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,

7. e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

8. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Pietro entra, vede (si sta facendo giorno, per cui la luce consente di vedere bene) le bende per terra e il sudario (stoffa usata per coprire direttamente il corpo), piegato in parte. Vi è precisione e ordine. Questi dettagli aiutano a capire che non si tratta di trafugamento del corpo, perché i ladri avrebbero portato via il cadavere come si trovava. Per sfasciarlo ci sarebbe voluto molto tempo; infatti bende e sudario aderivano perfettamente al corpo del defunto. Nella risurrezione Cristo Risorto abbandona tutto ciò che si riferisce alla sua sepoltura. Non ne ha più bisogno. Il suo corpo ora è glorioso! “Entrò anche l’altro discepolo vide e credette”: per la legge ebraica è necessaria la testimonianza oculare di almeno due persone, due uomini (non contava la testimonianza delle donne). Pertanto la testimonianza di Pietro e di Giovanni è vera: sono due uomini che constatano la stessa realtà e la testimoniano. I due discepoli hanno bisogno di vedere per credere, così come ne avrà bisogno il discepolo Tommaso che si sentirà dire: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Giovanni 20,29). È tipico di Giovanni usare questo binomio riferito alla risurrezione di Cristo: “vedere e credere”. Egli ci addita il modello del credente: è “il discepolo amato”, che riesce a comprendere la verità di Dio attraverso gli eventi quotidiani concreti. Fede in Cristo, come Dio, e visione del Risorto vanno di pari passo. Per fare esperienza del risorto abbiamo bisogno di sostenerci reciprocamente nella fede: l’amore ardente di Maria di Magdala, che sfida le guardie e va nel buio a cercare il suo Maestro; la lentezza di Pietro pentito, che però poi corre; l’intuizione perspicace e rispettosa di Giovanni, che indica e attende. Dobbiamo aiutarci a cercare le tracce del nostro Signore, i segni che lo rivelano vivo. Proprio perché diversi, stiamo uniti nella fede che ci accomuna e scopriremo che il Risorto è accanto a noi, oggi, come allora (cfr. C. M. Martini, Il vangelo secondo Giovanni, Roma 1980, 157-158).

9. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. In questo versetto Giovanni comunica l’importanza di conoscere la Parola, di fare memoria di quanto Gesù aveva già preannunciato: Egli doveva patire e poi risuscitare. La Parola illumina l’evento e l’evento conferma la Parola. I primi cristiani rileggono tutta la scrittura a partire dalla Risurrezione. Trovano così conferma che il Messia non poteva terminare la vita in modo fallimentare, tragico e umiliante. Capiscono che la gloria di Dio è diversa da quella umana: non la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ma l’essere ultimi con gli ultimi per portarli alla pienezza della vita. I discepoli erano stati accanto a Gesù, ma hanno avuto difficoltà a credere in Lui. Quando, però, credono alla sua risurrezione, diventano testimoni autentici, capaci di dare la vita: proclamano allo scoperto che Gesù è vivo; escono dal Cenacolo; affrontano apertamente le minacce, le torture e la morte, perché la notizia della Vita Nuova di Cristo valichi i secoli, i millenni, ogni angolo della terra. Sul loro esempio apriamoci alla salvezza, crediamo nel Risorto, annunciamolo nel nostro ambiente, senza paura, ma con coraggiosa convinzione, con cambiamento radicale di vita. “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Colossesi, 3,1). È sulla fede nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte che si gioca il cristianesimo. La risurrezione non è un evento accaduto una volta e basta: la passione, la croce e la risurrezione sono contemporanee a noi, perché chi vive in Cristo è unito a Lui anche nel suo mistero di dolore e di risurrezione oggi, ora, qui. Egli continua a risorgere dal fondo di ogni miseria umana, di ogni storia, di ogni morte. Egli semina respiro nuovo, vita gioiosa, speranza senza limiti, fiducia incrollabile nei solchi dell’umanità di ogni tempo. Gesù è Colui che risorge nel passato, nel presente e nel futuro perché Lui è un eterno “ORA”. È Luce che illumina, inebria e riscalda; è libertà che scioglie le bende; è guarigione delle ferite da cui è scaturito il sangue portatore di salvezza eterna; è vita che dissolve la morte; è il respiro del nostro essere che non può vivere senza di Lui; è l’esodo da questo mondo al Padre, dove saremo con Lui per sempre.

Suor Emanuela Biasiolo

Davvero quest’uomo era figlio di Dio!

DOMENICA DELLE PALME – ANNO B – MARCO 14,1-15,47 Capitolo 14 Congiura dei capi contro Gesù 1. Mancavano due giorni alla Pasqua e agli Azzimi, e i capi dei sacerdoti e gli scribi cercavano il modo di catturarlo con un inganno per farlo morire. 2. Dicevano infatti: «Non durante la festa, perché non vi sia una rivolta del popolo». Siamo all’inizio della Settimana Santa, la Domenica delle Palme o della Passione di Gesù. Siamo chiamati a ripercorrere il dramma del suo dolore accolto per amore, a considerare il suo rifiuto, la sua condanna: dolore morale prima che fisico, perché non c’è niente di peggio di sentirsi circondati da ostilità, sfiducia, odio. La festa del suo ingresso come trionfatore l’aveva visto osannato dai bambini, dal popolo. Mantelli, rami, tutto serviva a fare festa. Sembrava che le insidie fossero superate. Invece … Il trionfo avverrà, ma dopo la passione, l’umiliazione, lo spasimo e la morte. Coloro che detengono il potere lo attendono per eliminarlo, hanno già deciso di condannarlo. Sono i sacerdoti, gli anziani, gli scribi, i farisei, i sadducei, gli erodiani, i romani. L’intento di Marco è provocare una conversione nei cristiani per i quali scrive, offrire le basi per resistere con coraggio alle persecuzioni, senza desistere. Il suo stile scarno è attento al messaggio più che ai dettagli. È espressione della memoria orante che spinge il lettore a prendere posizione di fronte a Gesù. Il suo amore e il suo perdono superano la sconfitta e il fallimento dei discepoli e anche i nostri fallimenti. L’importante è rialzarci sempre da ogni caduta. I dodici eletti (i discepoli chiamati proprio uno ad uno da Gesù stesso) fuggono: c’è chi tradisce Gesù, chi lo rinnega; tutti lo abbandonano. Al contrario, ci sono personaggi che rimangono nella storia perché si sono lasciati attirare dall’amore, pur non facendo parte della comunità degli apostoli: la donna anonima di Betania, Simone di Cirene (è costretto ad aiutare Gesù, ma fa sempre di più dei discepoli che, invece, sono scappati via), il centurione (pagano), le donne (Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo, Salomé e tante altre), Giuseppe di Arimatea (membro del sinedrio che rischia tutto chiedendo il corpo di Gesù). Meditiamo su quanto Gesù è stato fedele nonostante la terribile prova che ha dovuto affrontare, solo, abbandonato da tutti. Associamoci in spirito al dolore del Servo Sofferente, che soffre per nostro, per mio amore. Rileggiamo i fatti alla luce della risurrezione: “Non è qui: è risorto”. A Betània: gesto profetico di una donna 3. Gesù si trovava a Betània, nella casa di Simone il lebbroso. Mentre era a tavola, giunse una donna che aveva un vaso di alabastro, pieno di profumo di puro nardo, di grande valore. Ella ruppe il vaso di alabastro e versò il profumo sul suo capo. 4. Ci furono alcuni, fra loro, che si indignarono: «Perché questo spreco di profumo? 5. Si poteva venderlo per più di trecento denari e darli ai poveri!». Ed erano infuriati contro di lei. 6. Allora Gesù disse: «Lasciatela stare; perché la infastidite? Ha compiuto un’azione buona verso di me. 7. I poveri infatti li avete sempre con voi e potete far loro del bene quando volete, ma non sempre avete me. 8. Ella ha fatto ciò che era in suo potere, ha unto in anticipo il mio corpo per la sepoltura. 9. In verità io vi dico: dovunque sarà proclamato il Vangelo, per il mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche quello che ha fatto». Al tempo di Gesù, per chi moriva in croce non era prevista la sepoltura, né poteva essere imbalsamato. La donna che giunge in casa di Simone, il lebbroso, viene e unge il corpo di Gesù in anticipo, prima della sua condanna, della sua passione e della sua morte. È un atto di fede in Gesù, riconosciuto come il Servo sofferente di Dio, chiamato a morire in croce. Ella accetta che la missione di Gesù termini in questo modo ignominioso e brutale, è in piena sintonia con il Maestro di cui è discepola fedele. Ha completa fiducia nella sua opera di salvezza, diversamente da Pietro che, invece, si scandalizza quando Gesù annuncia che dovrà patire. Gesù è il solo a capire la donna, approva il suo gesto, la difende dai presenti e l’addita a tutti i discepoli di tutti i tempi come modello ed esempio. Gesù venduto da Giuda 10. Allora Giuda Iscariota, uno dei Dodici, si recò dai capi dei sacerdoti per consegnare loro Gesù. 11. Quelli, all’udirlo, si rallegrarono e promisero di dargli del denaro. Ed egli cercava come consegnarlo al momento opportuno. Al tempo in cui Marco scrive il vangelo, vi erano discepoli che temevano le persecuzioni, per cui pensavano di andarsene e, magari, denunciare i loro compagni di fede, a scopo di trarne vantaggio economico. Sappiamo dagli altri evangelisti che Giuda concorda in trenta denari il prezzo del tradimento, il prezzo di uno schiavo. Giuda è stato scelto da Gesù, insieme con gli altri Undici, tuttavia, anche se è stato accanto a Lui, non lo capisce, non accetta il suo stile, non assume la sua logica. Da questa incomprensione scaturiscono il male, il tradimento, la tragedia. Preparativi per la cena pasquale 12. Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». 13. Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. 14. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: «Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?». 15. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». 16. I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Nella notte di pasqua, gli ebrei, che venivano da tutte le parti del paese, portavano un agnello per offrirlo in sacrificio al tempio, poi si riunivano in casa per una celebrazione intima. La cena pasquale era presieduta dal padre di famiglia. Si faceva memoria della liberazione dall’Egitto, origine del popolo di Dio. Mangiavano l’agnello e benedicevano il Signore per la particolare protezione loro riservata. Facendo memoria ogni anno, consentivano alle nuove generazioni di venire in contatto con le proprie radici, con il proprio passato. Nella celebrazione venivano utilizzati molti simboli: erbe amare, agnello arrostito solo parzialmente, pane non fermentato, calice di vino, ed altro. Durante la celebrazione, il figlio minore doveva chiedere al padre: “Papà, perché questa notte è diversa dalle altre? Perché mangiamo erbe amare? Perché l’agnello è mal cotto? Perché il pane non è fermentato?” Ed il padre rispondeva, raccontando i fatti del passato: “Le erbe amare ci permettono di sperimentare la durezza e l’amarezza della schiavitù. L’agnello mal cotto evoca la rapidità dell’azione divina che libera il popolo. Il pane non fermentato indica il bisogno di rinnovamento e di conversione costanti. Ricorda anche la mancanza di tempo per preparare il tutto, essendo assai rapida l’azione divina”. Gesù non ha dove poter celebrare la festa di pasqua, ha bisogno di un ambiente in prestito, forse in affitto o forse messo a disposizione da un discepolo. Gesù, per non correre rischi, non rivela il luogo preciso dove preparare la pasqua, sapendo che Giuda ha già preso accordi per venderlo. “Vi mostrerà al piano superiore una grande sala”: questo luogo è rimasto nella memoria della prima comunità come il luogo della prima Eucaristia. Gesù presiede la cerimonia e celebra la pasqua insieme ai suoi discepoli, la sua comunità, che prende il posto della sua famiglia. Dopo l’Ascensione del Signore Gesù i discepoli tornano a riunirsi proprio in quel luogo e così anche il giorno di Pentecoste. Uno di voi mi tradirà 17. Venuta la sera, egli arrivò con i Dodici. 18. Ora, mentre erano a tavola e mangiavano, Gesù disse: «In verità io vi dico: uno di voi, colui che mangia con me, mi tradirà». 19. Cominciarono a rattristarsi e a dirgli, uno dopo l’altro: «Sono forse io?». 20. Egli disse loro: «Uno dei Dodici, colui che mette con me la mano nel piatto. 21. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo, dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Siamo in un contesto di grande familiarità, intimità e fiducia, in occasione di una celebrazione importante. Gesù non viene tradito da una persona esterna, ma da uno dei suoi intimi. Non pronuncia il nome di chi lo sta per vendere, ma dà le informazioni utili a identificarlo. Forse vuole lasciargli ancora una possibilità per evitare il male che sta per commettere. Gesù celebra la Pasqua 22. E, mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». 23. Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. 24. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. 25. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». All’interno della celebrazione pasquale, il presidente aveva una certa libertà rituale. Gesù, che presiede la celebrazione nel Cenacolo, introduce una variante sostanziale: offre se stesso. Gesù dà un nuovo significato ai simboli del pane e del vino. Nel distribuire il pane dice: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo dato per voi!” Nel distribuire il calice con il vino dice: “Prendete e bevete, questo è il mio sangue sparso per voi e per molti.” È consapevole che si tratta dell’ultimo incontro, della sua “ultima cena”, perciò afferma: “Io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio”. Nell’Ultima Cena dobbiamo cogliere il senso del gesto eucaristico: la passione non è un evento subito per caso, non è frutto di un destino ineluttabile voluto da Dio. Gesù si consegna liberamente e anticipa ai discepoli quello che avverrà, in modo che ne siano consapevoli. Avrebbe potuto salvarsi allontanandosi, avrebbe potuto smettere di predicare e di dire cosa spiacevoli contro i capi religiosi, avrebbe potuto evitare di compiere miracoli. Invece rimane fedele al Padre e porta a termine la sua missione. Egli si fa pane spezzato, come la sua vita troncata precocemente poche ore dopo; vino versato nel calice, come il suo sangue colato dalla croce a lavare il male dell’umanità. In questo dono totale si esprime tutta l’esistenza di Cristo, Dio fatto dono per noi. L’Eucaristia è il più grande dono, che sostiene il nostro cammino di pellegrini nel mondo. È il pegno della vita futura, è Cristo stesso che non ci lascia mai soli. Anche nel più grande dolore, Gesù continua ad amare, si dona anche a Giuda che lo tradisce, anche ai discepoli che lo abbandonano. Gesù annuncia l’abbandono dei discepoli 26. Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi. 27. Gesù disse loro: «Tutti rimarrete scandalizzati, perché sta scritto: Percuoterò il pastore e le pecore saranno disperse. 28. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea». 29. Pietro gli disse: «Anche se tutti si scandalizzeranno, io no!». 30. Gesù gli disse: «In verità io ti dico: proprio tu, oggi, questa notte, prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». 31. Ma egli, con grande insistenza, diceva: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dicevano pure tutti gli altri. Gesù si avvia al monte degli Ulivi e annuncia che tutti lo abbandoneranno. Pietro presume delle proprie forze e afferma che è disposto a tutto per Lui. Vuole davvero bene a Gesù, ma crede di poter essere fedele, contando solo suo entusiasmo. Fallirà miseramente, rinnegando il Maestro, ma il suo dolore gli ottiene il perdono. Sarà successivamente reintegrato nella fiducia e diverrà il primo responsabile della Chiesa. Chi è troppo sicuro di se stesso e presume di farcela da solo finisce miseramente per sperimentare il fallimento. È grazia sperimentare l’abisso del proprio niente perché in quel momento è possibile alzare lo sguardo per chiedere misericordia. Gesù è pronto ad accogliere chiunque faccia ritorno a Lui: Egli è misericordia infinita, forza di chi è debole, coraggio del disperato, perdono eterno del peccatore pentito. Cristo è la nostra speranza; è luce nelle tenebre; è riparo nella tempesta; è soccorso nel naufragio; è avvocato nel tribunale degli uomini accusatori. “Dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea”: i discepoli vengono avvisati che la morte sarà vinta. Nonostante questo non riescono ad essere fedeli, scappano tutti, abbandonano il loro Maestro, ma costui non rompe il rapporto con loro. Anzi. Dà appuntamento in Galilea, nello stesso luogo dove li aveva chiamati tre anni prima a seguirlo. Al Getsèmani 32. Giunsero a un podere chiamato Getsèmani ed egli disse ai suoi discepoli: «Sedetevi qui, mentre io prego». 33. Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. 34. Disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate». 35. Poi, andato un po’ innanzi, cadde a terra e pregava che, se fosse possibile, passasse via da lui quell’ora. 36. E diceva: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu». 37. Poi venne, li trovò addormentati e disse a Pietro: «Simone, dormi? Non sei riuscito a vegliare una sola ora? 38. Vegliate e pregate per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». 39. Si allontanò di nuovo e pregò dicendo le stesse parole. 40. Poi venne di nuovo e li trovò addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti, e non sapevano che cosa rispondergli. 41. Venne per la terza volta e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Basta! È venuta l’ora: ecco, il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani dei peccatori. 42. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Nel momento dell’agonia, Gesù sente il bisogno di una presenza consolatrice, di un sostegno umano. Sceglie tre amici, testimoni della sua trasfigurazione, ma essi non resistono alla stanchezza e lo lasciano solo, nonostante che per bene tre volte sia andato da loro a supplicarli. Il loro amicizia non ha saputo affrontare la prova e miseramente si è dissolta. Solitudine, angoscia, agonia: elementi che potevano indurre Gesù a tirarsi indietro, invece, con la forza della preghiera, prosegue fino in fondo la sua adesione alla volontà del Padre, l’Abbà tanto amato. Gesù viene arrestato 43. E subito, mentre ancora egli parlava, arrivò Giuda, uno dei Dodici, e con lui una folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti, dagli scribi e dagli anziani. 44. Il traditore aveva dato loro un segno convenuto, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo e conducetelo via sotto buona scorta». 45. Appena giunto, gli si avvicinò e disse: «Rabbì» e lo baciò. 46. Quelli gli misero le mani addosso e lo arrestarono. 47. Uno dei presenti estrasse la spada, percosse il servo del sommo sacerdote e gli staccò l’orecchio. 48. Allora Gesù disse loro: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. 49. Ogni giorno ero in mezzo a voi nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Si compiano dunque le Scritture!». 50. Allora tutti lo abbandonarono e fuggirono. 51. Lo seguiva però un ragazzo, che aveva addosso soltanto un lenzuolo, e lo afferrarono. 52. Ma egli, lasciato cadere il lenzuolo, fuggì via nudo. È terribile pensare a Giuda, al suo tradimento, mascherato da un bacio, da un gesto di amicizia. Sappiamo che Gesù l’ha chiamato “amico”: era uno dei suoi, lo aveva scelto come gli altri. Forse sperava fino all’ultimo che rinsavisse. Il comportamento di Giuda è avvolto nel mistero, ma qualunque colpa dovessimo commettere non dovremmo mai lasciarci prendere dallo sconforto, dal rimorso, al punto da procurarci la morte. Gesù è venuto per salvarci e tutti, come Pietro, possiamo ottenere il perdono se lo chiediamo con umile fiducia, con lacrime di pentimento. Gesù è abbandonato da tutti, è solo, ma è signore della situazione: si consegna e afferma: “Si compiano dunque le Scritture!”. Al momento della loro chiamata i discepoli “abbandonato tutto, seguirono Gesù” (Marco 1,18-20). Al momento della passione, invece, “abbandonato Gesù, fuggirono tutti” (Marco 1,18-20). Nel momento dell’entusiasmo si lasciano trascinare da Cristo. Nel momento della prova fuggono. Prendiamo coscienza della nostra debolezza, ma appoggiamoci sulla fedeltà di Cristo risorto che, sempre con noi tutti i giorni fino alla fine del mondo, ci dà la forza per ricominciare. I discepoli, forti della misericordia ricevuta, evangelizzano il mondo e danno anche la vita per il loro Maestro. Quella storia, che sembrava terminata quel venerdì di passione, è giunta fino a noi e ci dà il coraggio di sfidare l’epoca odierna e quella futura, annunciando a tutti che l’amore di Dio è più forte del buio, della crisi, della morte. Gesù davanti al tribunale ebraico 53. Condussero Gesù dal sommo sacerdote, e là si riunirono tutti i capi dei sacerdoti, gli anziani e gli scribi. 54. Pietro lo aveva seguito da lontano, fin dentro il cortile del palazzo del sommo sacerdote, e se ne stava seduto tra i servi, scaldandosi al fuoco. 55. I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. 56. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. 57. Alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui, dicendo: 58. «Lo abbiamo udito mentre diceva: «Io distruggerò questo tempio, fatto da mani d’uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d’uomo»». 59. Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. 60. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all’assemblea, interrogò Gesù dicendo: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». 61. Ma egli taceva e non rispondeva nulla. Di nuovo il sommo sacerdote lo interrogò dicendogli: «Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?». 62. Gesù rispose: «Io lo sono! E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo». 63. Allora il sommo sacerdote, stracciandosi le vesti, disse: «Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? 64. Avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». Tutti sentenziarono che era reo di morte. 65. Alcuni si misero a sputargli addosso, a bendargli il volto, a percuoterlo e a dirgli: «Fa’ il profeta!». E i servi lo schiaffeggiavano. Di fronte alle più grandi autorità religiose del suo tempo (sommo sacerdote, anziani, scribi che formano il tribunale o sinedrio) Gesù tace. Non ha l’avvocato difensore, i suoi l’hanno abbandonato, è consegnato ai nemici. Nel Vangelo di Marco, Gesù ha continuato a nascondere la sua identità e ha ordinato di non manifestarla. Ora che è il momento di rivelare chi è veramente. Converge qui tutto il Vangelo di Marco: Gesù rompe il silenzio: “Io sono”. Sono le stesse parole pronunciate da Dio quando Mosè, al roveto ardente, gli chiede il nome (cfr. Esodo 3,14). Per questo il sacerdote le ritiene una bestemmia, perché Gesù si fa come Dio. “E vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire con le nubi del cielo”: l’espressione “Figlio dell’uomo” rivela la concretezza umana della persona di Gesù. Dio non è lontano, ma è vicino: condivide la storia degli uomini, le fatiche, i patimenti, il dolore, la morte. Pietro rinnega Gesù 66. Mentre Pietro era giù nel cortile, venne una delle giovani serve del sommo sacerdote 67. e, vedendo Pietro che stava a scaldarsi, lo guardò in faccia e gli disse: «Anche tu eri con il Nazareno, con Gesù». 68. Ma egli negò, dicendo: «Non so e non capisco che cosa dici». Poi uscì fuori verso l’ingresso e un gallo cantò. 69. E la serva, vedendolo, ricominciò a dire ai presenti: «Costui è uno di loro». 70. Ma egli di nuovo negava. Poco dopo i presenti dicevano di nuovo a Pietro: «È vero, tu certo sei uno di loro; infatti sei Galileo». 71. Ma egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quest’uomo di cui parlate». 72. E subito, per la seconda volta, un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola che Gesù gli aveva detto: «Prima che due volte il gallo canti, tre volte mi rinnegherai». E scoppiò in pianto. Pietro nega per ben tre volte di conoscere Gesù e lo fa anche imprecando e giurando. Nemmeno di fronte all’evidenza dei testimoni si arrende. Capisce il male commesso solo quando canta il gallo, come gli aveva preventivato il Signore. Umilmente piange, riconoscendo il suo enorme peccato. Il rinnegamento di Pietro è simbolo di quanto è grande la nostra debolezza umana, di quanto anche per noi è difficile essere fedeli a Cristo. Ma se ci nutriamo dei sacramenti, se ascoltiamo la Parola, se diamo tempo all’adorazione, avremo la forza per cercare sempre gli occhi misericordiosi di Cristo che ci chiedono di accogliere il suo perdono! È Lui per primo che ce lo offre, nonostante la sofferenza che gli procura il nostro misconoscerlo davanti agli uomini. Capitolo 15 Gesù davanti a Pilato 1. E subito, al mattino, i capi dei sacerdoti, con gli anziani, gli scribi e tutto il sinedrio, dopo aver tenuto consiglio, misero in catene Gesù, lo portarono via e lo consegnarono a Pilato. 2. Pilato gli domandò: «Tu sei il re dei Giudei?». Ed egli rispose: «Tu lo dici». 3. I capi dei sacerdoti lo accusavano di molte cose. 4. Pilato lo interrogò di nuovo dicendo: «Non rispondi nulla? Vedi di quante cose ti accusano!». 5. Ma Gesù non rispose più nulla, tanto che Pilato rimase stupito. Lo consegnò perché fosse crocifisso. 6. A ogni festa, egli era solito rimettere in libertà per loro un carcerato, a loro richiesta. 7. Un tale, chiamato Barabba, si trovava in carcere insieme ai ribelli che nella rivolta avevano commesso un omicidio. 8. La folla, che si era radunata, cominciò a chiedere ciò che egli era solito concedere. 9. Pilato rispose loro: «Volete che io rimetta in libertà per voi il re dei Giudei?». 10. Sapeva infatti che i capi dei sacerdoti glielo avevano consegnato per invidia. 11. Ma i capi dei sacerdoti incitarono la folla perché, piuttosto, egli rimettesse in libertà per loro Barabba. 12. Pilato disse loro di nuovo: «Che cosa volete dunque che io faccia di quello che voi chiamate il re dei Giudei?». 13. Ed essi di nuovo gridarono: «Crocifiggilo!». 14. Pilato diceva loro: «Che male ha fatto?». Ma essi gridarono più forte: «Crocifiggilo!». 15. Pilato, volendo dare soddisfazione alla folla, rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso. Nessuno può dire che Dio è lontano, dal momento che si è talmente abbassato da essere tradito, venduto, scambiato al posto di un malfattore, condannato innocente. Tutti i perseguitati, i condannati, i crocifissi della terra possono trovare in Gesù la comprensione, la solidarietà, la forza e la vittoria perché Gesù è passato attraverso tutte queste prove. Gesù insultato 16. Allora i soldati lo condussero dentro il cortile, cioè nel pretorio, e convocarono tutta la truppa. 17. Lo vestirono di porpora, intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo. 18. Poi presero a salutarlo: «Salve, re dei Giudei!». 19. E gli percuotevano il capo con una canna, gli sputavano addosso e, piegando le ginocchia, si prostravano davanti a lui. 20. Dopo essersi fatti beffe di lui, lo spogliarono della porpora e gli fecero indossare le sue vesti, poi lo condussero fuori per crocifiggerlo. I romani trattano Gesù come un personaggio anti-romano. Lo scherniscono mettendogli una corona in testa, ma di spine. La regalità di Gesù si esprime nell’annientamento, nell’umiliazione, nella burla, a cui risponde soffrendo in silenzio. Il nostro peccato di orgoglio e di presunzione è vinto dal Re che soffre ingiurie per amore. “Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre” (Filippesi 2,8). Crocifissione di Gesù 21. Costrinsero a portare la sua croce un tale che passava, un certo Simone di Cirene, che veniva dalla campagna, padre di Alessandro e di Rufo. 22. Condussero Gesù al luogo del Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», 23. e gli davano vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese. 24. Poi lo crocifissero e si divisero le sue vesti, tirando a sorte su di esse ciò che ognuno avrebbe preso. 25. Erano le nove del mattino quando lo crocifissero. 26. La scritta con il motivo della sua condanna diceva: «Il re dei Giudei». 27. Con lui crocifissero anche due ladroni, uno a destra e uno alla sua sinistra. [ 28] L’evangelista Marco mette in evidenza che Gesù rimane sempre più solo, fino all’ultimo momento in cui anche il Padre sembra abbandonarlo. Tuttavia sappiamo che, come Dio, Gesù è unito al Padre e allo Spirito: Dio non può abbandonare Dio! Un uomo lo aiuta per costrizione: Simone di Cirene, un padre di famiglia; porta la croce fino sul Calvario. Gesù è crocifisso come un emarginato, come un criminale, per essersi fatto re: “Re dei Giudei”. Questa è l’accusa infondata. Viene ridicolizzato dai capi. Due malfattori sono ai suoi lati: testimoni di come muore Dio per amore! Il dolore innocente è il mistero insondabile che attraversa la storia. È la perla preziosa che salva l’umanità, che sconfigge l’odio, che riduce in briciole l’egoismo. La crocifissione è per noi una parola scontata, ma pensiamoci bene a cosa vuole dire lasciarsi trafiggere da uomini impietosi con chiodi enormi, noi che ci lamentiamo per un nonnulla! 29. Quelli che passavano di là lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, 30. salva te stesso scendendo dalla croce!». 31. Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui e dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! 32. Il Cristo, il re d’Israele, scenda ora dalla croce, perché vediamo e crediamo!». E anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano. Gesù dona tutto se stesso fino in fondo, non scende dalla croce, non dà prova di potenza, non si lascia prendere dalla rabbia e dalla voglia di farsi vedere per quello che vale davvero! Non cede alla tentazione come facciamo noi! Dio non scende dalla croce, non ripudia la parola data. È solidale con ogni uomo crocifisso, provato dalla malattia, dall’ingiustizia, dal dolore, dalla povertà. Dio entra nella storia e la assume completamente, tanto che, proprio assumendola, la redime. Se fosse fuggito, la morte non sarebbe stata sconfitta. Se avesse fatto un atto di potenza, non ci avrebbe redenti. Unito a noi in tutto, ci porta con sé nel Cielo, dal Padre suo e nostro. Agonia e morte di Gesù 33. Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. 34. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: «Eloì, Eloì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». 35. Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Ecco, chiama Elia!». 36. Uno corse a inzuppare di aceto una spugna, la fissò su una canna e gli dava da bere, dicendo: «Aspettate, vediamo se viene Elia a farlo scendere». 37. Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. Gesù muore come un impostore, fuori dalla città, appeso tra cielo e terra, con una morte inflitta a coloro che sono ritenuti nemici, delinquenti. Gesù patisce una passione d’amore, amore per il Padre, amore per ciascuno di noi. Si è sentito umanamente abbandonato, ma ha creduto fino in fondo all’amore del Padre e si è consegnato a Lui. Gesù spira e nel suo emettere l’ultimo alito dà a noi lo Spirito che ci consente di gridare: “Tu sei il nostro Signore! Tu hai dato la vita per noi! Grazie, nostro Salvatore!”. La morte è stata vinta dalla Vita e il suo trionfo dura per l’eternità! 38. Il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo. 39. Il centurione, che si trovava di fronte a lui, avendolo visto spirare in quel modo, disse: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!». I discepoli, che hanno condiviso anni di vita con lui, non capiscono il Maestro. Una donna anonima, con la sua sensibilità tutta femminile, invece, lo comprende. Ora un centurione romano, pagano, capisce finalmente chi è veramente l’Uomo appeso alla croce! Esperto di condanne crudelissime, abituato a vedere persone spasimare in una morte atroce, capisce che quest’Uomo è diverso. Solo Dio può morire perdonando, solo Dio può amare fino all’estremo, solo Dio vince la violenza assumendola, invece di rispondere al male con male ancora maggiore. Possiamo stare vicino a persone e non comprenderle. Tutto dipende dalla sensibilità, dall’apertura di mente e di cuore. Non fermiamoci mai alle apparenze, superiamo i pregiudizi, guardiamo con gli occhi di Dio alle persone e agli eventi. Egli guarda tutto e tutti con amore. Siamo frutto di un atto d’amore, dell’amore più grande. Siamo amati senza meritarcelo, siamo amati gratuitamente! Alcune donne presso la croce 40. Vi erano anche alcune donne, che osservavano da lontano, tra le quali Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo il minore e di Ioses, e Salome, 41. le quali, quando era in Galilea, lo seguivano e lo servivano, e molte altre che erano salite con lui a Gerusalemme. La caratteristica delle donne discepole è riassunta in questi tre verbi: “seguivano”, “servivano”, “erano salite”. Le donne seguono Gesù a rischio della vita, servono come Gesù ha insegnato, salgono a Gerusalemme per essere testimoni della morte e risurrezione. Per vivere il nostro Battesimo ed essere discepoli veri dobbiamo seguire Gesù a qualsiasi costo, servire Lui nei fratelli anche nel sacrificio di noi, salire con Gesù sulla croce per partecipare alla redenzione e risorgere con Lui. Sepoltura di Gesù 42. Venuta ormai la sera, poiché era la Parasceve, cioè la vigilia del sabato, 43. Giuseppe d’Arimatea, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anch’egli il regno di Dio, con coraggio andò da Pilato e chiese il corpo di Gesù. 44. Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, gli domandò se era morto da tempo. 45. Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46. Egli allora, comprato un lenzuolo, lo depose dalla croce, lo avvolse con il lenzuolo e lo mise in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra all’entrata del sepolcro. 47. Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano a osservare dove veniva posto. L’amore incondizionato di Gesù supera il tradimento, la negazione e la fuga degli amici. Ama gratuitamente come il Padre ama. Niente può separarci dal suo amore: “Né potenze, né altezza, né profondità, ne alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore!” (Romani 8,39). Le donne hanno sempre seguito Gesù con fedeltà e ora, da lontano, osservano il luogo dove Gesù è stato posto. Accompagnano Giuseppe di Arimatea che ha chiesto il permesso di seppellire Gesù. Queste annotazioni sono preziose perché indicano che sono testimoni della sepoltura di Gesù. Le donne (non stimate dalla mentalità ebraica) sono pronte a rendergli l’ultimo ed estremo segno di amore, andando a cospargere il suo corpo di profumo, appena trascorso il giorno di sabato. Da loro scaturirà l’annuncio della fede la domenica di Pasqua. L’amore è sepolto nelle profondità della terra, è nel sepolcro come tutti i comuni mortali. La pietra rotolata è il sigillo che accerta la morte. Ma la Vita non è sconfitta, la morte non ha l’ultima parola! Già ci prepariamo all’alba del mattino di Pasqua!

Suor Emanuela Biasiolo

Chi ama la propria vita la perde

V DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO B – GIOVANNI 12,20-33

In quel tempo, 20. tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Il brano di questa quinta domenica di Quaresima è collocato subito dopo l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, nella terza e ultima Pasqua vissuta da Gesù a Gerusalemme. I sacerdoti ormai avevano deciso di condannarlo a morte. Egli annuncia la sua imminente passione. Per Giovanni l’innalzamento in croce e tutto il mistero del dolore costituiscono l’ora della passione, della morte feconda, della glorificazione di Cristo. Il senso del brano è l’apertura della salvezza a tutte le genti, cominciata già con Gesù. I Greci, di cui si parla in questo versetto, sono dei proseliti (cfr. Atti 10,2 e 13,16), persone che onorano Dio secondo la religione ebraica, pur non essendo né ebrei né circoncisi. Avevano sentito parlare di Gesù, della sua predicazione fatta con autorevolezza, del suo stile profetico. La loro ricerca ha bisogno di essere portata a maturazione. Gli uomini di tutti i tempi anelano a conoscere la Sorgente della vita, hanno bisogno di infinito e lo cercano, anche senza parole. Persino quanti dicono di non aver bisogno di Dio, hanno sete di Lui. Se solo trovano testimoni credibili, si lasciano attirare e abbracciare dal Padre che li attende con cuore trepidante. Se lasciamo spazio a Dio, diverremo sua dimora, Egli si rivelerà per mezzo nostro e gli altri vorranno incontrarlo.

21. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù».

22. Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. I Greci, che vogliono conoscere da vicino Gesù, si rivolgono a Filippo (nome greco) probabilmente perché parlava la loro lingua, venendo da Betsàida. Filippo è titubante: era contro la legge che un rabbi incontrasse un pagano nella città santa; era una mancanza di rispetto delle norme della purità. Per questo motivo Filippo si consiglia con Andrea (chiamato per primo alla sequela secondo il Vangelo di Giovanni 1,37-40). Insieme accompagnano i Greci da Gesù. Fin da questo momento si coglie la dinamica della testimonianza collegiale dei primi apostoli, che fanno discernimento e sono uniti nell’annuncio.

23. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. Gesù sembra non rispondere alla domanda dei Greci accompagnati da Filippo e Andrea. In realtà afferma che proprio per il suo sacrificio tutte le nazioni potranno godere i frutti della salvezza e giungere alla fede. È la fede che consente di vedere Gesù. “È venuta l’ora”: Gesù ha piena consapevolezza dell’imminenza della sua morte tragica. È pure consapevole che essa coincide con la sua glorificazione. Sa che la sua vita sta per terminare ed è giunto il momento decisivo che dà inizio alla salvezza dell’umanità di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Diversamente dagli altri sinottici, Giovanni fa un approfondimento teologico, rivelando la portata dell’evento a cui Cristo va incontro. Non si limita a riferire un fatto di cronaca.

24. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. “In verità, in verità”: è una formula solenne che viene utilizzata per introdurre un’affermazione di grande importanza. “Se il chicco di grano …”: parlando del seme che muore, Gesù sottolinea la necessità della sua imminente morte violenta. Il riferimento al grano richiama il discorso sul pane di vita. Gesù utilizza gli elementi più semplici della natura per far capire come in ogni realtà, anche la più piccola, è impressa la legge della vita, che trasforma una realtà in un’altra più grande, grazie al dono di sé. Gesù è il pane di vita perché è il seme che dà tutto. Come avviene per un chicco: solo spaccandosi, sepolto nella terra, nascosto agli occhi di tutti, può liberare tutta la sua vitalità e dare origine a una nuova pianta, da cui fuoriesce la spiga carica di nuovi semi. È una legge biologica, inscritta dal Creatore, ma è anche simbolo della vita spirituale. Per diventare fecondo per la salvezza del mondo, Gesù accetta la sofferenza e la morte, che diventa una semina per una vita nuova per tutti. Gesù è venuto a portare la vita abbondante (Giovanni 10,10), a dare gloria a Dio tramite il dono di sé. La morte è solo un passaggio per realizzare la vita in pienezza, è una trasformazione: il seme che diventa spiga. Nella Liturgia dei Defunti si dice giustamente: “la vita non è tolta ma trasformata”. Non perdita, ma espansione. Come discepoli di Cristo, siamo chiamati a partecipare alla sua opera di redenzione. Se ci associamo al suo sacrificio, se ci nascondiamo agli occhi di tutti, se elargiamo l’energia insita in noi, diventeremo spiga, farina, pane per la vita del mondo, come il nostro Maestro.

25. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. “Chi ama la propria vita”: la contrapposizione tra vita terrena e vita eterna è rafforzata dai verbi odiare/perdere contrapposti ad amare/conservare. Siamo chiamati a dare tutto, a scapito anche della vita, pur di essere fedeli alla nostra vocazione di comunione con Dio. Per Giovanni, infatti, la vita vera, quella eterna, è la comunione con Dio. La risposta di Gesù ai Greci non risiede in un ragionamento filosofico sterile, ma si realizza nel suo esempio di vita donata, messa a servizio di tutti, realizzata attraverso un’offerta totale. La vera morte non è quella fisica, ma è la sterilità di chi non dà, di chi non si spende per gli altri.

26. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Gesù dice chiaramente che seguire Lui vuol dire ripercorrere lo stesso cammino di dono fino alla fine, di partecipazione alla sua sorte. La ricompensa che Egli prospetta è l’unione con il Padre. Se vogliamo essere come il nostro Maestro, dobbiamo vincere l’attaccamento a noi stessi, alle nostre cose, ai nostri progetti, alla nostra vita per assimilare nei nostri sentimenti, atteggiamenti, comportamenti le stesse scelte di Cristo.

27. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!

28. Padre, glorifica il tuo nome». In questo versetto e in quelli successivi, chiamati “il Getsemani del IV Vangelo”, Giovanni evangelista presenta un collegamento forte tra la morte e la glorificazione, anticipa la preghiera di Gesù nell’orto degli Ulivi (descritta dagli altri evangelisti), afferma la piena adesione di Cristo alla volontà del Padre. Egli chiede di essere aiutato ad affrontare la prova estrema, a sostenere la lotta, nella certezza che ne uscirà salvo. Come uomo sente tutta la ripugnanza di fronte alla morte, prova la ribellione della carne davanti al dolore imminente. Ma Egli prega, si rivolge al Padre (cfr. Matteo 6,9) con assenso di Figlio e con obbedienza assoluta. La morte è la conseguenza logica della sua fedeltà al progetto del Padre, del suo orientamento di vita. È divenuta necessaria per suggellare il suo “Amen”. A differenza dei sinottici, Gesù non chiede di essere liberato dalla prova. Venne allora una voce dal cielo: “L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!”.

29. La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: “Un angelo gli ha parlato”.

30. Disse Gesù: “Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Come nell’episodio della Trasfigurazione, la voce dal cielo conferma la piena protezione del Padre, la sua certa condiscendenza verso il Figlio, obbediente fino alla morte. Gesù già è sicuro dell’amore del Padre, ma la manifestazione è una conferma per la folla presente. La forza di Cristo non è nell’applauso e nell’acclamazione della folla, ma è nel suo rapporto con il Padre, nell’intensità della sua comunione divina.

31. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Giovanni ribadisce che la vittoria è sicura: Gesù vince il maligno e viene glorificato. Egli è il frumento caduto nel solco della terra che viene trasformato in una spiga carica di frutti. Al di là dell’immagine, Gesù è la fonte della nostra salvezza, Colui che ci ha aperto le porte del Cielo e ci immette nella comunione trinitaria. La sospensione sulla croce diventa un vero innalzamento: Cristo è posto bene in vista, perché tutti possano vedere l’infinito amore con il quale ci ha amati. “Attirerò tutti a me”: la croce diventa un trono dal quale, come una calamita, Cristo ci attira tutti, senza alcuna distinzione. L’“attirare” di Cristo avviene per amore; amore che ha generato schiere di discepoli, di testimoni che hanno dato la vita sul suo esempio, che hanno dato senso al loro esistere.

33. Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire. Giovanni ribadisce che la morte di Gesù è conforme alla volontà del Padre che lo vuole glorificare. La croce è lo strumento per far capire agli uomini quanto è grande l’amore di Dio, è lo strumento che glorifica il Figlio di Dio perché, innalzato sul patibolo, possa indicare per sempre la strada per il cielo: la fede in Dio e il suo amore verso di Lui e i fratelli. Come discepoli di Cristo, seguiamo il nostro Maestro e Redentore anche nei momenti difficili e oscuri della prova, della sofferenza, del rifiuto, dell’incomprensione, della malattia, del dolore fisico e morale, certi che Lui ci è accanto. Non fermiamoci mai alla fatica, ma guardiamo il Crocifisso e gridiamo: “Grazie per il tuo immenso amore per me! Se Tu hai dato la vita per me, vuol dire che sono prezioso ai tuoi occhi!”. Nulla e nessuno, allora, ci potranno impedire di compiere la volontà di Dio fino in fondo!

Suor Emanuela Biasiolo

Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito

IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE – ANNO B – GIOVANNI 3,14-21

14. In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, La quarta Domenica di Quaresima è chiamata Domenica in Laetare perché la liturgia ci invita alla gioia di saperci amati da Dio Padre. Egli ha tanto amato il mondo da mandare il Figlio per salvare gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi e ammetterli alla piena comunione con Lui. Il Vangelo presenta la seconda parte dell’incontro di Gesù con Nicodemo e il monologo che compendia il mistero della salvezza. La riflessione che scrive Giovanni è una interpretazione che va “oltre”, una visione più profonda che appartiene solo a chi ha fede in Cristo. Dio ci accoglie sempre come suoi figli, qualunque sia la nostra situazione o la nostra condizione. Il Padre ama il Figlio e il Figlio non desidera altro che rispondere all’amore che riceve dal Padre. Noi viviamo perché siamo amati e perché ogni momento Dio ci dona il respiro, il battito del cuore, la luce dell’intelligenza per conoscerlo di più e amarlo di più. Il suo amore ci spinge ad amare gli altri perché non possiamo fare altro che donare quanto riceviamo. Il suo amore è traboccante ed eccedente. “Come Mosè innalzò il serpente”: il serpente innalzato su un’asta da Mosè nel deserto portava salvezza a chiunque l’avesse guardato. Così Gesù deve essere innalzato sulla croce per portare salvezza, come dicono i Padri della Chiesa. Per i primi cristiani il verbo “innalzato” equivale a “glorificato”. Proprio con il suo innalzamento sulla croce, Cristo libera dalla morte. “Così bisogna che sia innalzato”: l’innalzamento di Gesù avviene quando è appeso alla croce. Nel momento della più ignominiosa delle morti si rivela lo splendore della sua gloria. Soffre per amore. Perdona per amore. Muore per amore. Crocifisso e glorioso: due aspetti di un unico mistero di amore. Al rifiuto più grande risponde l’amore più grande ancora. “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Giovanni 12,32); “Quando avrete innalzato il Figlio dell’uomo”, ossia lo avrete fisicamente messo in croce, “allora conoscerete che Io Sono” (cfr Esodo 3,14). Giovanni evangelista ha visto morire Gesù (vigilia della Pasqua, 7 aprile anno 30), è stato testimone dei suoi supplizi, era presente al disprezzo dei carnefici. È stato anche testimone, però, della risurrezione, per cui può dire con cognizione di causa che “era necessario”, “bisognava” (necessitas) che Gesù patisse tutto questo per entrare nella gloria e per salvarci. Era la strada obbligatoria per essere creduto. Giovanni evangelista penetra il mistero e afferma che la croce è una gloria, mentre per i sinottici è una tortura, un supplizio, un’infamia. Sono letture diverse dell’unico evento. Anche per noi, discepoli del Signore, quello che sembra un fallimento e una tragedia può diventare un evento che cambia la vita in meglio. Per questo dobbiamo sempre approfondire la nostra fede e stare uniti a Dio come tralci alla vite. Egli ci fa conoscere le profondità della Verità, perché Lui è Verità. “Il Figlio dell’uomo”: l’espressione ebraica designa l’essere umano nella sua condizione creaturale di fronte a Dio (cfr. Salmo 8,5; 80,18; Ezechiele 2,1; ecc.); assume pertanto il significato di un essere che fa parte “della stirpe umana”, nella sua situazione di caducità, di esposizione alla sofferenza e alla morte. Nei Vangeli, Gesù preferisce utilizzare questa espressione quando parla di se stesso. Rivela che Egli è veramente entrato nella storia come uomo, che è solidale con la condizione di fragilità di noi creature limitate e finite. Nel libro di Daniele 7,13 il “Figlio dell’uomo” designa un personaggio che viene dalle nubi del cielo e che ha il potere di esprimere il giudizio finale. Pertanto il “Figlio dell’uomo” è il Messia, l’Inviato di Dio che, venendo nella gloria, alla fine dei tempi, giudicherà il mondo e l’umanità.

15. “perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna”. Giovanni in questo versetto afferma che chi crede in Gesù ha la vita eterna. L’unica condizione è “credere”. A somiglianza degli Israeliti che, per essere salvati, dovevano guardare il serpente di bronzo innalzato, così noi cristiani, per avere la salvezza, dobbiamo alzare gli occhi e guardare a Gesù Cristo innalzato sulla croce, glorificato e risuscitato.

16. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Questo versetto costituisce il nucleo centrale del Vangelo di Giovanni: Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio. Per Dio siamo talmente importanti che non ha esitato a dare quanto aveva di più prezioso e di più caro: il proprio Figlio. Ciascuno può affermare che è amato da Dio alla pari di quanto Egli ha amato Gesù. Non solo l’umanità è amata, ma tutta la creazione, perché Dio è per sua natura Amore. “Dio infatti ha tanto amato il mondo”: è un’affermazione presente solo nel Vangelo di Giovanni. Il verbo indica un’azione che è iniziata nel passato, ma che continua nel presente. Per “mondo” si può intendere la terra, il nostro pianeta, l’universo creato, ma anche “tutta l’umanità, tutto l’essere umano”. L’amore di Dio è la fonte da cui scaturisce tutta l’opera della creazione e tutta la salvezza. Siamo amati da Dio e nulla ci può distogliere dal Suo amore. “Il mondo sappia che li hai amati come hai amato me” (Giovanni 17,23): il Padre ama ciascuno di noi come ha amato il Figlio, al di là di ogni nostra debolezza, di ogni nostro peccato. Ognuno di noi è il figlio prediletto di Dio. Non siamo noi ad amare Dio, ma è Lui che ama noi. “Da dare il Figlio unigenito”: Dio manda il Figlio a compiere la missione nel mondo. Lo dà a noi come Padre. Infatti Dio non è un Dio inaccessibile, ma Colui che ci dà la vita e che continua a darci l’ossigeno del suo amore. “Figlio unigenito”: il riferimento è al figlio di Abramo, Isacco, figlio unico e tanto amato (cfr. Genesi 22). Credere nel Figlio di Dio è già avere la vita eterna. “Vita eterna”: la nostra esperienza di vita è una realtà che finisce con la morte. La vita che non finisce mai, la vita eterna, è un’esperienza che ci viene donata da Cristo. Per noi cristiani “Gesù Cristo è la vita eterna”. Fin da ora, Egli, Risorto e vivente, è presente accanto a noi, lo sarà anche nella morte, e al di là della morte. Egli è pronto ad abbracciarci per essere sempre con Lui. Vista da quest’ottica, la vita eterna può essere non solo una speranza, ma anche un desiderio. La consapevolezza del dover attraversare il tunnel della morte incute angoscia, ma non siamo soli: nulla può separarci dal suo amore (cfr. Romani 8,35).

17. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Lo stesso versetto precedente viene ribadito in forma negativa, allo scopo di rafforzare il concetto fondamentale, già espresso. Lo scopo è chiaro: Dio vuole che tutta l’umanità partecipi alla sua stessa vita. Cristo ci presenta Dio come Padre tenero e non come giudice severo. Egli non condanna il mondo, ma lo salva. “Non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo”: Dio non vuole condannare il mondo, ma vuole che tutti “abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Giovanni 10,10). Non dobbiamo pensare a un Dio che prepara processi contro di noi. Egli attende la nostra risposta per abbracciarci con tutto il suo amore di Padre. Impariamo da Lui non a convertire gli altri, ma ad amarli; non a cambiare il mondo, ma ad amarlo dal di dentro, così com’è. Non condanniamo gli altri e tanto meno noi stessi perché sappiamo di essere tutti amati e perdonati in partenza.

18. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. Giovanni continua a sviluppare il tema del giudizio, collegato alla fede nel Figlio unigenito di Dio. Se crediamo in Gesù abbiamo fin da ora la vita. Se non crediamo in Lui, scegliamo la morte definitiva. Credere o non credere all’amore dipende solo da noi. La salvezza non viene data o tolta da Dio: Dio vuole che tutti siamo salvi, ma sta a noi operare la scelta di aderire a Lui o di autoescluderci dalla salvezza. Come fare per avere la vita eterna? Semplicemente credendo nel Figlio Gesù, perché, accogliendo Lui, siamo già accolti dal Padre. Se non crediamo, siamo già giudicati da noi stessi e ci autoescludiamo dalla salvezza. Non c’è nessun giudizio, nessuna condanna né da parte di Dio né da parte del Figlio, perché Dio è amore e dove c’è l’amore non c’è né giudizio né condanna. L’esclusione dall’amore avviene solo per nostra libera scelta.

19. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. In questo versetto viene denunciata la situazione dell’umanità che preferisce il male al bene, le tenebre alla luce. Il problema nasce dal fatto che l’uomo che non crede si comporta da malvagio e compie opere malvagie. Chi crede compie anche opere buone.

20. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.

21. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». “Chiunque infatti fa il male, odia la luce”: chi opera il male lo fa nelle tenebre, nel nascondimento. Quando parla di opere, Giovanni evangelista, intende “L’opera di Dio è che crediate in Colui che egli ha mandato” (Giovanni 6, 29). Quello che Dio si aspetta dall’uomo è la fede nel Figlio di Dio. Essere nella verità significa lasciarsi conquistare dalla Parola e aderire con fede a Dio, attraverso Cristo. La nostra libertà consiste nell’accettare o nel rifiutare Cristo. Siamo chiamati alla luce e siamo veramente realizzati come persone se ci apriamo alla fede, dalla quale scaturiscono le opere di bene. “Chi fa la verità viene verso la luce”: Giovanni annuncia che ad ogni uomo è offerta la salvezza, perché in tutti c’è un seme immesso da Dio Creatore, un desiderio profondo di Lui. Chi è fedele a Dio, accetta anche Gesù, il Figlio suo diletto. Al tempo dell’evangelista Giovanni, le comunità cristiane perseguitate traggono forza da queste parole di speranza e di luce. Gesù è più forte del mondo: “Voi avrete tribolazioni nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!” (Giovanni 16,33). Anche noi, cristiani del ventunesimo secolo, abbiamo bisogno di questa luce, di questo incoraggiamento per superare le prove della vita che talvolta sono terribili. Siamo chiamati a credere che veramente siamo oggetto dell’amore di Dio, amore talmente grande che per noi ha dato il Figlio. Non siamo soli, non siamo abbandonati, ma siamo figli pensati, voluti, benedetti, amati dal Padre. Questa certezza ci dia consolazione, speranza, fiducia nell’affrontare la fatica dell’esistere, nell’accettare con pazienza le nostre fragilità, nel rialzarci dalle nostre cadute, perché Dio ama noi suoi figli anche quando siamo imbrattati dal fango. Ci rialza, ci attira a sé, ci fa risplendere della sua stessa luce, e ci rinvigorisce con la sua stessa vita. All’amore di Dio possiamo rispondere solo con un libero consenso personale. Possiamo scegliere di rifiutare la Luce e autocondannarci al vuoto, al male, al nulla, alle tenebre. Viceversa, possiamo scegliere Dio e vivere fin da ora un’esistenza felice, nella luce della verità, nell’amore aperto verso tutti, nell’attesa di incontrarlo un giorno faccia a faccia, nella beatitudine eterna.

Suor Emanuela Biasiolo

Guarì molti

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -ANNO B -MARCO1,29-39

In quel tempo, Gesù,

29. uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. Nella quinta domenica del tempo ordinario la liturgia ci presenta una giornata “tipo” di Gesù:una guarigione in famiglia, il risanamento di molti malati, la preghiera solitaria e silenziosa, la sua partenza dalla città. Con Gesù ci sono i primi quattro discepoli, coloro che Egli aveva chiamato mentre, da comuni pescatori, lavoravano lungo le rive del lago di Tiberiade (o di Galilea). È sabato, giorno riservato a Dio. Dopo essere stato nella sinagoga con i suoi discepoli,Gesù esce e si avvia con loro verso la casa di Pietro. Dal Vangelo di Giovanni, sappiamo che Simon Pietro era originario di Betsaida (cr. Giovanni1,44: “Filippo era di Betsàida, della città di Andrea e di Pietro”). Sembra che si sia stabilito a Cafarnao,nella casa della suocera, dopo il matrimonio. Per la prima comunità cristiana la casa era il luogo dell’incontro liturgico e della catechesi. Da qui limportanza di essere riuniti insiemenella chiesa domestica: la casa.

30. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei.Gesù si trova davanti alla suocera di Pietro che è malata. Il verbo greco utilizzato da Marco indicache la suocera era stata colpita da una malattia grave, per cui aveva anche la febbre. L’intervento di Gesù è pertanto di vitale importanza: non si trattadi una indisposizione passeggera, ma di pericolo di vita.Subito gli parlarono di lei”: gli apostoli si rivelano preoccupati per la vita di questa persona cara. Gesù ascolta il grido di aiuto che gli rivolgiamo per il bene dei lontani, ma anche deivicini: Egli ha a cuore tutto ciò che anche a noi sta a cuore.

31. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.Il miracoloavvienein un contesto familiare, caso unico nei vangeli. Marco non riferisce alcun dialogo: la donna non parla, Pietro non parla, i discepoli non parlano, Gesù non parla. Ci sono solo verbi di azione: Gesù si avvicina, la prende per mano,la tocca senza paura di farsi contagiare,la fa alzare (il verbo è lo stesso usato per la risurrezione): gesti di grande tenerezza e umanità. Agiscedi sua propria forza, non fanessuna invocazionee nessuna preghiera.La suocera si trova improvvisamente guarita. La prova della guarigione è il fatto che si mette a servire gli ospiti. Come con la suocera di Pietro, Gesù si china sul nostro male e ci fa rialzare, grazie allinvocazione della comunità che, in maniera corale, implora la guarigione.La fece alzare:luomo in posizione eretta indica che ha dignità. Guarire vuol dire essere in grado di dare, di servire, di poter continuare ad amare. Nella lotta contro il male e la malattia non siamo soli: Gesù ci tiene per mano, fino a quando entreremo nel Regno dove “non ci sarà più la morte, né il lutto, né il lamento, né il dolore, quando Dio asciugherà le lacrime dai nostri occhi” (cfr. Apocalisse 21,4 Isaia 25,8). La guarigione è finalizzata al bene della persona ed è un dono per mettersi ancora a servizio degli altri.Noi, piccoli e finiti, siamo sorretti da Dio grande ed infinito, che ama la vita, non la morte, che ci rialza e ci restituisce il vigore per continuare a servire. Con questo miracolo Dio manifesta la sua volontà di salvezza verso l’uomo.

32. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti imalati e gli indemoniati.

33. Tutta la città era riunita davanti alla porta.

Marco riassume tutti gli avvenimenti come se fossero accaduti in una solagiornata.Nel giorno di sabato gli ebrei dovevano astenersi da tutti i lavori. Il giorno era considerato terminato dopo il tramonto del sole, allo spuntare della prima stella. Terminato il sabato, dopo il tramontoappunto,la gente porta a Gesùgli ammalati e i posseduti, perché Eglili risani.Queste categorie di persone sono le più escluse, considerateimpure dalla religioneed emarginate dalla comunità. Secondo la mentalitàdellepoca, erano rifiutate anche da Dio.Gesù accoglie tutti, risana, riammette nella comunità. La guarigione, anche in questo caso, è finalizzata alreinserimento nella vita sociale, perché siamo creati per la comunione e per vivere insieme nellaiuto scambievole. La notizia della guarigione della suocera di Pietro si era ormai diffusa e tutti sperano di ottenere lo stesso risanamento. Gesù guarisce, prega, annuncia. Si lascia commuovere dal dolore del mondo, si lascia interpellare dalla sofferenza delle persone. Risanando i malati e gli indemoniati consente il reinserimento nella vita sociale e il recupero della piena dignità. Come sui malati di Cafarnao, Gesù posa il suo sguardo anche sul nostro male, fisico, morale o spirituale che possa essere. Dobbiamo avere fiducia che Egli interviene sempre. Quando noi ci aspetteremmo soltanto una guarigione fisica ed esteriore, Egli scava più a fondo e radica il suo intervento in profondità: sanare ilcuore dalla solitudine, dallo scoraggiamento, dalla depressione, dal non senso,vale più di mille guarigionidel corpo.Andiamo anche noi da Gesù per presentargli le nostre infermità. Egli èpronto a guarirci con la grazia della sua misericordia, già innestata in noi con ilBattesimo. Consideriamo spesso che siamo dei salvati inviati a salvare, come prolungamento della carità di Cristo stesso.

34. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.Marco fa notare che tanti ammalati vanno da Gesù, ma Egli non risana tutti, ma “molti”. Gesù manifesta il Regno di Dio, ma non è sufficiente avvicinarsi a lui,costretti da unproblema. Ci vuole la convinzione e la fede che Lui è il Signore!.

35. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava.Marco evidenzia Gesù orante: è la preghiera solitaria e notturna la forza per l’attività diurna, per il suo spendersi a favore dei bisognosi, per la predicazione del Regno, per il compimento della sua missione.Conla preghiera, Gesù tiene vivo il suo rapporto con il Padree il senso delsuo spendersi per gli altri.Gesù cerca il tempo e cerca il luogo adatto per parlare con il Padre suo e nostro. Oltre alla preghiera quotidianae a quella prescritta (era appena stato in quel giorno di sabatonella sinagoga),sente necessità della preghiera personale, senza distrazioni e senza testimoni.Se anche noi avessimo questa sete di stare a tu per tu con Dio, attingeremmo da Lui la sorgente inesauribile di gioia inestinguibile. Inventiamo spazi per riossigenare la nostra anima, riserviamoci tempi per dire a Dio che prima di tutto viene Lui!Ancoriamo la vita in Dio così nessunaforza contraria potrà mai abbatterci.

36. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce.

37. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!».Gesù si spende per tutti, ma sa recuperare le energie spirituali nella preghiera solitaria. I discepoli, però, non capiscono il suo atteggiamento e lo invitano a tornare in mezzo alla gente che lo cerca, lo acclama, lo desidera.Perché andarsene nel momento della fama, della gloria?Non capiscono le sue scelte, non è come se lo immaginavano.È il primo caso di incomprensione tra Gesù e i discepoli.Gesù supera il ragionamento umano con la premuradivina di rispondere ai bisognidi tutti gli uomini, non solo di un piccolo gruppo. Anche noi dobbiamo stare attenti a non lasciarci lusingare dalla logica umana.Dobbiamo purificare con la preghiera le scelte da compiere in modo che siano secondo la volontà del Padre.

38. Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».Gesù non cerca il successo personale, non si esalta per l’acclamazione della folla, non èvenuto per una sola piccola porzione di persone. Egli allargail suo raggio di azione a tutti i luoghi e a tutte le genti. Non può limitarsi: deve predicare altrove. Gesù guarda sempre oltre, abbraccia tutti, cerca i lontani, si preoccupa di coloro che sono dimenticati da tutti.Sentiamoci sempre avvolti da questa sollecitudine di Cristo che ci cerca ovunque e che nel fare questo ci rivela il Padre, per il quale ognuno di noi è un figlio unico, degno di essere cercato, accolto, amato, salvato!

39. E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.L’azione di Gesù partedalle sinagoghe,porta il suo messaggioproprio al popolo ebreoper primo. Il brano termina con l’indicazione di Gesù pellegrino per le strade della Galilea. Lo vediamo instancabile nell’annunciare l’amore di cui ognuno è oggetto da parte di Dio. Impariamo da Gesù ad accostarci alle persone che sono nella malattia, nella sofferenza, nella prova per sostenerle con la nostra vicinanza, con la preghiera, con l’intercessione, con un cuore capace di condividere, di comprendere, di incoraggiare,di confidare nella forza delSignore sempre accanto a ciascuno di noi.Impariamo da Gesù a vivere sempre in intima orante sintonia con la volontà del Padre, così saremo fecondi di bene per quanti ci accostano.

Suor Emanuela Biasiolo

Taci, esci da lui

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -ANNO B –MARCO 1,21-28
In quel tempo, 21. Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao]insegnava.Il brano odierno presenta alla nostra meditazione l’insegnamento e l’esorcismo praticato da Gesù a Cafarnao(in ebraico significa letteralmente: villaggio di Nahum), cittadina a nord del lago di Tiberiade, che si trova in un luogo di passaggio tra la Palestina, il Libano e l’Assiria.Gli abitanti sono provenienti da vari popoli, prevalentemente pagani.Marco, nel suo Vangelo,scritto negli anni settanta dopo Cristo,catechizza le sue comunità per aiutarle a capire come annunciare concretamente la Buona Novella.Descrive cosa fa Gesù nella sua giornata “tipo”.Dopo aver lasciato Nazareth, Gesù abitaa Cafarnao, ospite nella casa diSimone (Pietro), nelle soste tra un itinerario e l’altro in Galilea e in Giudea.Egli non è più da solo, ma vive con una comunità che lo segue(il brano della domenica precedente ha, infatti, presentato la chiamata dei primi discepoli).Gesù partecipa abitualmente alla preghiera del sabato, come ogni pio israelita, nella sinagoga della città, per obbedire al comandamento di santificare il settimo giorno (cfr. Esodo 20,8-11; Deuteronomio 5,12-15). Avveniva normalmente cheun ebreo credente(compiuti di tredici anni)laico,come Gesù,venissechiamato a leggere le Scritture ed eventualmente a commentarle.Tuttavial’insegnamento di Gesù è particolare. L’evangelista non ci riferisce i contenuti del suo insegnamento, a differenza diLuca (cfr. Luca 4,16-21).
22. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Lo stupore dei fedeli nella sinagoga nasce dal fatto che Gesù insegna in modonuovo,cioè con parole accompagnate ad azioni che le confermano;econ autorità (exousia), cioè non solo spiegando la legge, come fanno gli scribi, ma con un insegnamento che sgorgada lui stesso, dai suoi gesti, dal suo modo di guardare, ascoltare, guarire le persone.Gesù attiral’attenzione, perché la sua parola viene dalle profondità del cuore, esprime convinzione e passione. Il suo insegnamentoscaturisce dall’intimità silenziosa con il Padre, da una coerenza tra proclamazione e vita. Gesù non seduce per l’erudizione e le citazioni, ma perché arriva al cuore di chi ascolta, che ne resta scosso, ferito, convinto, consolato.Egli ha autorità, cioè è credibile, perché realizza ciò che dice.
23. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare,
24. dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. Inizia l’episodio dell’uomo indemoniato, un uomo in cui il demonio opera in modo particolare, opponendosi allo Spirito Santodi Dio. Il dialogo avvienetra lo spirito impuro e Gesù(non tra l’uomo e Gesù). “Uomo posseduto”:una persona dichiarata impura non poteva presentarsi davanti a Dio per pregare e non poteva ricevere la benedizione promessa da Dio ad Abramo, se non dopo essersi purificata, secondo molte norme da osservare, che rendevano quasi impossibile la riammissione nella società.“Che c’è tra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il Santo di Dio!”.Il maleteme la presenzadi Cristo, si sente minacciato perché Gesù gli toglie la possibilità di continuare a dominare l’uomo. “Io so chi tu sei”:il primo riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio viene da un demonio. Il male sa benissimo chi è Dio e chi è il suo inviato.

“Santo di Dio”: il malegrida la verità, svelail nome di Gesù. Secondo un’altra spiegazione, al tempo di Gesù, gli ebrei pensavano che il demonio fosse la causa della malattia, della morte e del peccatoe venivano, perciò, praticati esorcismi. Nello scontro fra il terapeuta e la forza del male, era molto importante conoscere il nome. Per questo motivo, anche nell’episodio riportato in questo brano del Vangelo di Marco, lo spirito maligno attacca Gesù chiamandolo per nome, tentando di possederloe dominarlo.“Spirito impuro”:l’espressione ricorre dodici volte in Marco, insieme al nome “demonio”.All’evangelista Marco interessa far sapere che l’autorità di Gesù si rivela, fin dall’inizio della sua vita pubblica, nonsolo nell’insegnamento, ma anche nei suoi interventi, storicamente testimoniati, contro lo spirito del male. In seguito Gesù verrà accusato dai suoi avversari proprio a causa della sua attivitàdi esorcista (cfr. Marco 3,22).Impariamo anche noi cristiani a non farci vincere dal potere del male che vuole alienarci, distaccarci dal Signore, facendoci credere che è bene ciò che è male, oppure convincendoci circa la non gravità del male.Sono tentazioni che si superano solo con il contatto quotidiano con la Parola e con i sacramenti.

25. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. Gesù comanda al male di lasciare l’uomo, rivela la sua potenza. Gesù è il vero liberatore che guarisce le profonde ferite dell’umanità.Caratteristica di Marco è “il segreto messianico”, cioè il divieto di manifestare l’identità di Gesù prima cheegli compia la sua missione.Per la prima volta Gesù ordina di tacere e lo fa aun demonio, che vorrebbe manipolare il potere del suo nome divino. Gesù non vuole essere riconosciuto troppo velocemente Figlio di Dio, perché si aderisca a Lui per convinzione, non per entusiasmo, non per i suoi prodigi. Solo quando sarà appeso alla croce il centurione proclamerà: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Marco 15,39).Anche noi dobbiamo seguire Cristo non perché siamo trasportati dall’entusiasmo di un momento, ma perché consapevoli di essere partecipi della sua figliolanza divina e della sua missione, che porta alla croce, alla morte, alla risurrezione.

26. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. L’ordine perentorio imposto da Gesù costringe il demonio ad andarsene.La riuscita dell’esorcismo rivela l’identità di Cristo e conferma la sua potenza (basileia)reale, il suo potere sovrano su ogni realtà.“Straziandolo e gridando forte”:Marco accentua la lotta tra il potere del male e il potere di Dio.La vittoria riportata da Gesù conferma la buona notizia e rendecredibilela sua parola.L’uomo viene liberato: questo è ciò che sta a cuore a Cristo, la nostra liberazione dal male e dal dominio dello spirito cattivo. Egli ci restituisce lacapacità di vivere con coscienza e libertà. Se seguiamo Cristo dobbiamo assumere la sua mentalità, allontanarci dallo spirito impuro e saper andare anche controcorrente, contro quanto propina la società permissiva,consumistica ed alienante.

27. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. I presenti rimangono stupiti di tutto ciò che sta accadendo, sia per l’insegnamento sia per gli interventi di Gesù. Marco ci invita a vedere in Lui il Profeta, atteso da Israele, in quanto i segni della sua azione sono quelli attribuiti dai profeti al Messia. In tutta l’attività di Gesù si estende la sua lotta contro il male e il demonio. Questo e altri episodi di esorcismo ci dannouna manifestazione tangibile.

28. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.Marco sottolinea che è talmente grande l’esperienza vissuta dai presenti che la fama di Gesù,come predicatore, come profeta ecome taumaturgo,si diffonde oltre i confini della città di Cafarnao e abbraccia tutta la regionedella Galilea.Anche noi cristiani dovremmo essere persone capaci di suscitare stupore per l’azione di Dio:“Non sonopiù io che vivo, ma Cristo vive in me”; per l’amore fraterno: “Guardate comesi amano”;per la coerenza di vita: “Ecco un uomo in cui non c’è falsità”.Il Cristo risorto è la nostra forza, il nostro Liberatore. Egli ci rende invincibili, se solo aderiamo a Lui con tutto il cuore.Consapevoli di essere da Lui abitati, possiamo sconfiggere il male e liberare a nostra volta gli altri.Dobbiamo essere testimonicoraggiosidiDio, vivo e presente con noi fino alla fine dei tempi. Non dobbiamo aver paura, dunque, dello spirito impuro, perché con la forza di Dio non ci lasceremo vincere dal male, ma vinceremo con il Bene il male.

Suor Emanuela Biasiolo

Seguirono Gesù

II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – GIOVANNI 1,35-42
In quel tempo 35. Giovanni stava con due dei suoi discepoli 36. e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!».
La liturgia offre alla nostra meditazione un brano tratto dal Vangelo di Giovanni, per introdurre la vita pubblica di Gesù, come Messia e Figlio di Dio. È inserito all’interno del prologo e si può dividere in tre momenti: il primo ha al centro Giovanni Battista; il secondo è l’incontro con i discepoli e il loro passaggio da Giovanni a Gesù; il terzo è la testimonianza di Andrea che accompagna il fratello Simone (Pietro) da Gesù.
Nei primi due versetti c’è l’annuncio di Gesù come Agnello di Dio (Giovanni 1,29; Isaia 53; Esodo 12; Giovanni 19,36; Apocalisse 5,6.12).
“Giovanni stava”: indica un tempo ormai passato, trascorso. La sua missione è giunta al termine. Ora inizia quella del Messia.
“Fissa lo sguardo”: Giovanni “vede” il Messia, lo riconosce, lo indica e lo annuncia.
“Passava”: stiamo attenti a Gesù che passa lungo la nostra vita. Passa e ci incontra, ci guarda, ci offre il suo amore. Passa. Vuol dire che se non lo sappiamo attendere e fermare, Egli non ci obbliga, non si ferma, ma va oltre. Abbiamo la libertà di accostarlo o meno.
“Disse”: ora Giovanni proclama con sicurezza, dopo averne fatto l’esperienza, che Gesù è proprio l’Atteso.
“Agnello di Dio”: (in aramaico vuol dire sia servo sia agnello) il Battista indica Gesù come “Servo” oppure “Agnello di Dio”, richiamando la funzione del Servo sofferente di Isaia, colui che “si era addossato i nostri dolori… portava il peccato di molti” (Isaia 53,4.12). Gesù è il Messia, il Cristo, che si addossa il male dell’umanità per cancellarlo, lo assume su di sé per annientarlo. Il Battista parla di un agnello mite e indifeso che sconfigge le forze del male: “combatteranno contro l’Agnello (Cristo), ma l’Agnello li vincerà, perché è il Signore dei signori e il Re dei re” (Apocalisse 17,14). Richiama anche l’Agnello pasquale a cui non veniva spezzato alcun osso. Così avverrà al Crocifisso a cui non vengono infrante le gambe (cfr. Giovanni 19,36). In tutte le religioni si compiono sacrifici per ottenere la benevolenza divina. Invece Gesù non chiede sacrifici, si fa lui vittima sacrificale, sacrifica se stesso, versa il proprio sangue. Mentre nell’Antico Testamento ogni famiglia si procurava un agnello da sacrificare, uno all’anno, Gesù è il solo e Unico Agnello per tutti e tutti siamo chiamati a mangiare la sua carne e a bere il suo sangue per avere la salvezza. È chiaro il collegamento con l’Eucaristia.
La grandezza di Giovanni sta nella sua umiltà: sa di essere un precursore soltanto, sa che il suo battesimo è transitorio, sa che i suoi discepoli non sono suo possesso e li “traghetta” a Gesù, li consegna a Lui. C’è il passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza, dalle profezie alla venuta del Salvatore.
Anche noi cristiani siamo chiamati ad accompagnare le persone a Cristo, a non fermarle a noi stessi, ad indicare che Lui solo è l’obiettivo da raggiungere. Ricordiamoci sempre, in ogni situazione, che siamo strumenti, siamo mezzo e non fine; non siamo la meta, siamo solo la strada per raggiungerla.
37. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù.
L’evangelista Giovanni racconta la chiamata dei primi quattro discepoli. A differenza dei sinottici, l’episodio avviene in Giudea. I chiamati sono già persone in ricerca (non sono pescatori al lavoro come in Matteo 4,18-20, Luca 5,1-11e Marco 1,16-20).
“Sentendolo parlare così”: la sequela nasce dalla fede e la fede scaturisce dall’ascolto.
“Seguirono”: è un verbo che indica movimento, ma non solo fisico. Significa fare propri i sentimenti, gli obiettivi, gli atteggiamenti e i comportamenti stessi di Gesù, fino a partecipare alla sua stessa missione, fino in fondo, a costo della vita.
38. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa maestro -, dove dimori?”.
“Si voltò”: Gesù ha il suo itinerario, cammina lungo la sua strada, ma viene chiamato, si ferma, cambia programmi, è flessibile, si adatta alle esigenze di chi incontra. Troviamo il verbo “voltarsi” all’inizio della missione di Gesù e alla sua risurrezione: qui Gesù si volge verso i discepoli che lo seguono. In Giovanni 20,16 a voltarsi è la Maddalena: “Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro!”. Alcuni esegeti spiegano che Gesù “si voltò dal seno del Padre” e si è rivolto verso noi, si è incarnato: è un verbo teologico che si presta a molte riflessioni.
“Che cosa cercate?”: è la prima frase pronunciata da Gesù, riportata da Giovanni nel suo quarto vangelo. La ripeterà anche da risorto: “Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?” (Giovanni, 20,15)”. Gesù non chiede obbedienza cieca, non chiede adesione a leggi. Gesù chiede quali sono i desideri più profondi del cuore. Per rispondere a questa domanda anche noi dobbiamo entrare al centro di noi stessi, nelle profondità del nostro cuore, per domandarci quali sono i desideri più veri e profondi che ci animano. Se scopriamo che cosa ci manca, se il superfluo che abbiamo non risponde al nostro vero bisogno, capiremo che solo Gesù può colmare il vuoto che sentiamo dentro.
I discepoli di Giovanni rispondono a Gesù, nel tipico modo semitico, con una nuova domanda, e chiedono dove abita, dove si svolge la sua vita. In realtà hanno bisogno di stare con Lui per conoscerlo, capirlo, amarlo, seguirlo. Secondo il linguaggio teologico di Giovanni, “abitare” si ricollega al “dimorare” o “rimanere” del Figlio nel Padre e del Padre nel Figlio.
“Rabbì”: notiamo che fino a questo momento i discepoli si rivolgono a Gesù come ad uno dei tanti maestri itineranti di cui il popolo ebreo era ricco nella sua storia. Conoscendolo, giungeranno a chiamarlo Messia.
“Dove abiti?”: Non basta cercare Gesù. È necessario dimorare dove è lui, in casa sua, condividere la sua stessa vita, la sua stessa passione, la sua stessa missione. Ora Gesù abita dentro di noi: è nella profondità della nostra anima che Lui ora dimora e, uniti a Lui, siamo sempre “a casa”.
Chi cerchiamo, noi, persone del ventunesimo secolo? Gesù continua a chiedere anche oggi a me, a noi, chi e che cosa conta più di tutto. Cerchiamo risposte che accontentino il nostro quieto vivere, che appaghino la superficie del nostro essere, oppure una parola che ci scavi dentro e ci guidi all’eternità? Preferiamo la luce di una candelina (la risposta della ragione umana) oppure il Sole (Cristo) che può scaldare il nostro cuore per riempirlo di quell’amore che mette le ali ai piedi?
39. Disse loro “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio.
“Venite e vedrete”: dopo l’incontro con Gesù la vita cambia. I discepoli sono coinvolti in prima persona e devono mettersi in moto dietro a Lui, non possono stare comodi in pantofole sul divano (secondo l’espressione di papa Francesco). La vita di un discepolo è un continuo “andare”, un “ricominciare” senza fermarsi mai, perché il Maestro ci precede sempre e ci attira sempre un po’ più in là.
“Erano circa le quattro del pomeriggio”: l’esperienza di Cristo dei due discepoli si compie in un momento preciso: venire, vedere, credere. Ricordare l’orario è tipico di un evento che ha trasformato la vita. L’”Ora” è un elemento caratteristico del Vangelo di Giovanni. Culmina con l’Ora di Gesù, con il compimento della sua missione sulla terra, con la glorificazione sulla croce e la risurrezione.
I discepoli seguono Gesù e rimangono con Lui. Capiscono che non manca più nulla, perché in Lui c’è tutto quello che cercano: una prospettiva eterna; un amore senza calcoli e senza ricompense; un affetto gratuito fedele e sicuro; la verità e il senso dell’esistenza.
Se incontriamo davvero Cristo, anche a noi non interessano più le effimere offerte della società consumistica e le vane teorie dei pensatori atei. Noi cristiani siamo chiamati ad essere così: persone innamorate, che accettano di lasciarsi riempire dal divino, da un Dio incarnato che ci ama perdutamente.
40. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. 41. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo –
Ora Gesù è chiamato “Messia/Cristo”: l’esperienza vissuta si trasforma in riconoscimento e quindi, in annuncio per contagio. Il fratello di Andrea, Simone, viene accompagnato da Gesù grazie alla testimonianza ricevuta da chi ha sperimentato cosa vuol dire stare con Lui. In questo caso Giovanni attribuisce al fratello Andrea la professione di fede che i sinottici attribuiscono a Pietro.
42. e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.
“Lo condusse da Gesù”: Andrea aderisce a Cristo e desidera che anche il fratello viva la sua stessa esperienza diretta. Condurre a Gesù significa far trovare anche a Pietro la gioia provata nell’incontro con il Signore. Siamo anche noi trasmettitori di fede “per contagio”?
“Fissare lo sguardo”: significa letteralmente “guardare dentro”. Gesù legge in anticipo nel cuore di Pietro quello che lui diventerà in futuro: “sarai chiamato”. Noi siamo quello che siamo, ma Gesù vede già quello che potremo diventare, se accogliamo il suo amore.
I due racconti della chiamata di Andrea, prima, e di Pietro, dopo, hanno come centralità la persona di Gesù che affascina, attira al punto che i discepoli lo seguono per sempre. Gesù conferisce il primato a Pietro su tutta la comunità. Commenta Origene: “Gesù dice che egli si sarebbe chiamato Pietro, traendo questo nome dalla pietra che è Cristo, poiché come saggio viene da saggezza e santo da santità, così allo stesso modo Pietro dalla pietra”. Gesù dà un nome nuovo a Pietro e costui si consegna, così com’è, con i suoi limiti e con le sue grandi ricchezze di generosità, di entusiasmo, di coraggiosa risposta. Inizia una vita nuova basata sulla forza dell’amore di Dio.
Notiamo lo scambio di sguardi: Giovanni posa lo sguardo su Gesù; Gesù posa lo sguardo sui discepoli; i discepoli su Gesù; Gesù su Pietro (e in lui verso noi). È uno sguardo che penetra, conquista, dona pace e attira.
Ricordiamolo ogni momento della giornata: siamo importanti per Gesù: Egli ci vede, ci ascolta, si interessa a noi, ci offre il suo amore, muore in croce per la salvezza di ciascuno e di ogni fratello. Cosa risponderemo a tanto amore?

Suor Emanuela Biasiolo

Vi battezzerà in Spirito Santo

BATTESIMO DEL SIGNORE – ANNO B – MARCO 1,7-11
In quel tempo, 7. Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali».
In questa Domenica celebriamo il Battesimo di Gesù. Il Vangelo di Marco ci presenta Gesù che si trova presso il fiume Giordano, prima dell’inizio della sua predicazione. Vive una fase di passaggio: passa dalla “vita nascosta” a quella “pubblica”. Prende coscienza della propria identità e del compito che il Padre gli ha affidato nella storia.
Dio scende nella nostra umanità per farsi vicino, farsi accanto a noi, per offrirci la comunione con Lui, abbassandosi alla nostra portata, mendicando il nostro amore, immergendosi nell’acqua del Giordano come segno della sua partecipazione alla nostra condizione umana.
Dio si abbassa per innalzarci, Dio si umilia per portarci alla gloria.
“Viene dopo di me colui che è più forte di me”: Giovanni dichiara apertamente di non essere il Messia e di somministrare un battesimo inferiore a quello che Cristo stesso porterà. Siamo chiamati ad attendere sempre, ogni momento, colui che ha promesso di venire.
“Io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali”: il Cristo che viene è talmente grande, tanto che il più grande dei profeti non è degno di compiere il servizio più umile nei suoi confronti.
8. «Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
All’epoca di Gesù venivano utilizzati bagni o abluzioni come pratica quotidiana, in particolare tra gli Esseni di Qumran. Giovanni Battista riprende le pratiche già in uso, utilizza l’immersione (una volta sola in vita) a significare l’impegno morale di un cambiamento radicale della propria esistenza vita. Insegna, però, che il suo battesimo è solo la preparazione per un incontro più forte con Dio, alla venuta del Messia.
“Battesimo”: significa immersione completa della persona nell’acqua come bisogno di purificazione. È implicito il riferimento al passaggio del Mar Rosso: dalla schiavitù dell’Egitto alla libertà della Terra Promessa, dalla morte alla vita.
“Vi battezzerà in Spirito Santo”: Giovanni Battista annuncia il Cristo che ci immergerà nella vita stessa di Dio, grazie allo Spirito. Abbiamo un abissale bisogno di Dio e lo Spirito Santo viene a colmare il bisogno e il desiderio di Lui.
9. Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni.
“In quei giorni”: si parla del tempo in cui Giovanni Battista annunciava il desiderio di conversione, di attesa del Messia liberatore.
“Gesù”: il nome significa “Dio salva” (nome comune all’epoca). Il termine corrisponde non solo a ciò che Lui è ma anche a ciò che Lui fa.
“Da Nazaret”: è un paese piccolo, sconosciuto, senza segnalazioni storiche o geografiche di rilievo. Dio ha scelto il nascondimento, la vita ordinaria, semplice, per rivelarsi: questa è la grandezza di Dio!
“Della Galilea”: è una regione di confine, abitata da gente proveniente da tante regioni pagane confinanti, di ogni lingua e religione, perciò ritenuta contaminata.
“Fu battezzato”: Marco invita ad aver fede in Gesù, il Figlio di Dio, che dobbiamo riconoscere anche se si mette in fila come tutti i poveri mortali, peccatori. Gesù si fa solidale in tutto, fuorché nel peccato. Non dobbiamo aver paura del giudizio di Dio perché Egli si spoglia di tutto, si fa servo, per salvarci.
Il battesimo di Gesù è figura della sua morte. Si immerge nel peccato e nella nostra condizione umana, per farci risorgere; si immerge nel nostro male per sconfiggerlo e per guarirci.
“Da Giovanni”: il precursore non avrebbe mai pensato di dover battezzare il suo Dio e Signore. Grande è stata la sua sorpresa. Dio è talmente potente che si fa impotente.
10. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba.
“Uscendo dall’acqua”: mentre l’immersione simboleggia la morte, l’emersione simboleggia la vita nuova, oltre la morte. L’amore di Dio è più forte della morte.
“Vide squarciarsi i cieli”: è scritto nel libro del profeta Isaia: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi” (Isaia 63,19). Il popolo ebreo attendeva che il Cielo, chiuso per l’uomo, venisse aperto dal Salvatore.
“Lo Spirito scendere”: lo stesso Spirito che aleggiava sulle acque all’inizio della creazione, scende su Cristo e dà inizio alla nuova creazione, alla salvezza. Testimonia, inoltre, che davvero Cristo è l’Inviato dal Padre.
“Come colomba”: la colomba richiama l’arca di Noè, segno di una vita salvata dalle acque; richiama lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque all’inizio della creazione; richiama la potenza di Dio che, come su ali possenti, ha portato Israele attraverso il mar Rosso. La colomba è anche simbolo di Israele (cfr. Cantico dei Cantici 1,15).
11. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».
Il Padre si rivela e si manifesta attestando che Gesù è veramente “il” Figlio.
“Una voce”: sta per rivelazione.
“Tu sei il Figlio mio”: il Padre conferma suo Figlio. Gesù è il Figlio che ama veramente con tutto se stesso. Gesù è il Figlio anche quando è in fila con i peccatori. Gesù è il Figlio perché “non si vergogna di chiamarci fratelli” (Eb 2,11). Gesù è il Figlio anche quando muore tra i malfattori (15,39). È Colui che dona la vita per ogni uomo e per ogni creatura, non solo per i santi, ma anche per gli atei, senza differenza di religione, di razza…
“L’amato”: Gesù è l’unico, così come unico era Isacco (cfr. Genesi 22,2) nell’Antico Testamento.
“In te ho posto il mio compiacimento”: il Padre ribadisce l’identità di Gesù che è Cristo e Figlio, Salvatore e Signore proprio in quanto sacrificato e a servizio dei fratelli. Egli manifesta la verità del Padre finora inaccessibile: “Chi vede me, vede il Padre” (Gv 14,9).
Con il Battesimo siamo divenuti “figli di Dio nel Figlio”. Dio Padre si compiace anche di noi e anche noi siamo i suoi “prediletti”.
Stimiamo la nostra grande dignità e approfondiamo il nostro rapporto con il Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo, per vivere immersi nel mistero d’Amore della Trinità.
Suor Emanuela Biasiolo

Non temere Maria

LUCA 1,26-38
In quel tempo, 26. l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, 27. a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.
Per introdurci al Natale, così vicino, la liturgia della quarta Domenica di Avvento ci offre la meditazione del brano tratto dal Vangelo di Luca, anziché uno del Vangelo di Marco, come sarebbe consuetudine nell’anno B.
L’angelo Gabriele annuncia a Maria di Nazareth che l’Altissimo ha posto il suo sguardo su di lei. Solo il suo “Sì” può consentire la realizzazione del mistero dell’Incarnazione. Maria è il modello dell’attesa e dell’accoglienza, che siamo chiamati a seguire, perché la nostra vita sia irradiazione della presenza di Dio nel mondo. Abbiamo tutti la possibilità di esercitare la libertà di accogliere o di respingere il Salvatore nella nostra storia personale.
Questo brano è in parallelo con quello della nascita del Battista, collocato precedentemente, per cui consideriamo:
• due annunci: nascita di Giovanni Battista e nascita del Figlio di Dio;
• messaggero: angelo Gabriele in entrambi gli episodi;
• luoghi: il tempio, per Zaccaria, in un momento solenne; la casa, per Maria, nella quotidianità;
• tempo: (indicato nella parte omessa del primo versetto) sesto mese dal concepimento di Giovanni Battista;
• destinatari: Zaccaria, scettico; Maria, accogliente nella fede;
• due nascituri: Giovanni, precursore; Gesù, il Salvatore, il Figlio di Dio.
I protagonisti di questo brano sono: l’angelo Gabriele, inviato da Dio; Maria, “sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe”.
Il luogo dell’evento è sconosciuto, piccolo e ignoto. È citato nella Bibbia solo in questo brano: Nazareth (Luca lo chiama “città”). Si trova in una terra ai margini della Palestina, territorio dei lontani e degli impuri, in un villaggio insignificante, in una casa semplice e sconosciuta.
Dio è talmente grande che sceglie un luogo insignificante. Lui, l’Onnipotente, si fa mortale. Lui, il Forte, si fa debole. Lui il Divino, si fa terrestre. “Colui che era Dio svuotò se stesso, diventando uomo” (cf. Filippesi 2,6-7). Lui, il Vicino, si accosta ai lontani, agli emarginati dalla società.
Il primo protagonista dell’episodio è l’angelo Gabriele che, nel libro di Daniele, è presentato come colui che annuncia il tempo della salvezza (cfr. Daniele 8,16-17; 9,21-27); precedentemente aveva annunciato a Zaccaria la nascita di Giovanni (cfr. Luca 1,19; cfr. Tobia 12,15).
Sconosciuta è la destinataria dell’annuncio, una giovane donna, legalmente già sposata con Giuseppe. Secondo l’usanza ebraica doveva intercorrere del tempo prima che gli sposi vivessero insieme. In greco il termine “vergine” indica semplicemente una giovane ragazza. Più avanti, al v. 34, verrà esplicitamente dichiarato che è “vergine”.
Dio opera le sue scelte tra persone che non fanno parlare di sé, che abitano luoghi insignificanti, che vivono in modo semplice e umile. Ciò che attira lo sguardo di predilezione di Dio è l’umiltà e la fede accogliente della sua azione, vera, reale, tangibile attraverso i segni.
28. Entrando da lei, disse: “Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te”. 29. A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo.
“Entrando da lei”: l’espressione indica che l’angelo è entrato nella casa di Maria, non in un tempio solenne e prestigioso, ma nella dimora usuale, nella quotidianità. Anche a noi Dio parla attraverso le normali attività del vivere, senza effetti straordinari, nel comune dipanarsi del tempo, nello scorrere ripetitivo e monotono della vita semplice di ogni giorno.
“Rallegrati” (cfr. Sofonia 3,14 e Zaccaria 9,9): l’angelo rivolge a Maria un saluto non convenzionale, un invito alla gioia. È la gioia del Vangelo, del lieto annuncio, che pervade Maria. Anche noi, discepoli del Signore, possiamo essere pieni di gioia e rallegrarci perché il Suo sguardo è su di noi e la sua Presenza rallegra la nostra vita.
“Piena di grazia”: l’angelo non chiama Maria per nome, ma “piena di grazia”. Maria è colmata di grazia da parte di Dio, è beneamata, è “amata per sempre”, così come ognuno di noi, divenuto figlio di Dio nel Battesimo.
“Grazia”: il termine indicava il favore del re (Cantico dei Cantici 8,10; Ester 2,17; 8,5).
“Il Signore è con te!”: l’angelo si rivolge a Maria ricalcando il genere letterario dell’annuncio vocazionale rivolto ai grandi personaggi biblici.
“Fu molto turbata”: Maria riceve un saluto speciale, da un personaggio speciale, in modo molto speciale. Non può che essere turbata, ma, a differenza di Zaccaria, cerca di penetrare il significato di ciò che le sta avvenendo. Ella già vive un rapporto di grande fede e disponibilità a Dio, per cui desidera comprendere ciò che Egli desidera da lei (cfr. Luca 1,34 e 2,19).
30. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù”.
“Non temere”: in tutto l’Antico Testamento, quando Dio chiama una persona ad un particolare compito, la rassicura, le dice di non avere paura, perché Egli è il suo sostegno e la sua forza. Maria supera il timore con una illimitata fiducia nel Suo Signore.
“Gesù”: “il Signore salva”. Colui che nascerà è pertanto il Salvatore, il Messia promesso.
Scrive nelle “Orazioni” san Bernardo di Chiaravalle: “Hai sentito [o Maria] che concepirai e partorirai un figlio; hai sentito che ciò avverrà senza concorso di uomo, bensì per opera dello Spirito Santo. L’angelo aspetta la risposta: è ormai tempo che a Dio faccia ritorno colui che egli ha inviato. Anche noi aspettiamo, o Signora, la parola di misericordia, noi cui pesa miserevolmente la sentenza di condanna. Ecco che ti si offre il prezzo della nostra salvezza; se acconsenti, saremo liberati sul momento”.
32. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33. e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
L’angelo Gabriele ora spiega a Maria tutto ciò che riguarda la nascita di Gesù.
“Figlio dell’Altissimo”: il termine ricorda la promessa che il profeta Natan fa al re Davide, di una discendenza eterna (2 Samuele 7,12-16; Salmo 2,7; 89,27), perché da lui nascerà il Messia.
“Dell’Altissimo”: nell’Antico Testamento l’espressione viene usata per indicare Dio. Colui che nascerà, pertanto, è il Figlio di Dio.
“Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre”: Davide si era stabilito nella sua casa di cedro e sentiva il bisogno di costruirne una anche per il suo Dio, in sostituzione della tenda, in segno di amore e di nobile dedizione al suo Signore. Tuttavia è Dio che costruirà una casa a Davide nel senso che il suo nome durerà per sempre, grazie al fatto che dalla sua discendenza nascerà Gesù, il Cristo. Egli sarà la vera Casa di Dio, il vero Tempio.
“Egli regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe”: all’inizio sembra che il Salvatore regnerà solo su Israele, ma più avanti verrà detto che il suo è un regno universale ed eterno.
Gesù viene presentato con vari titoli per annunciare che in lui si compiono davvero le promesse di Dio.
34. Allora Maria disse all’angelo: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?”.
Maria riceve un annuncio straordinario, che nessuna donna non ha mai ricevuto e mai riceverà dopo di lei. Si chiede come possa avvenire, dal momento che non è possibile umanamente concepire e rimanere vergine. Anche noi possiamo porre domande a Dio, utilizzando tutta l’intelligenza, ma dobbiamo accettare di non comprendere appieno un disegno che va oltre la nostra capacità di comprensione. Nel rapporto con Dio è necessaria una incrollabile fiducia, nella certezza che Egli è la Verità e che mantiene ciò che promette.
35. Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio”.
Nella risposta, l’angelo afferma che Dio è talmente potente da intervenire in modo prodigioso. Utilizza l’immagine dell’“ombra”, che richiama la presenza di Dio (cfr. il racconto di Esodo 33,7-11): dopo la costruzione della tenda del convegno, una nube scendeva sull’arca dell’alleanza (cfr. Esodo 40,45; Numeri 9,18.22). Maria ora sta per diventare la nuova arca dell’alleanza, la nuova dimora dell’Altissimo.
Lo Spirito Santo agisce in Maria come aveva agito nella creazione (cfr. Genesi 1,2; Salmo 104,30) per generare la vita sulla terra. Ora Egli ricopre come ombra Maria, con la sua Presenza. È lo stesso Spirito che dovrà investire il Messia, secondo Isaia 11,1-6. Maria diventa il “luogo” in cui Dio raggiunge l’uomo, generando suo Figlio quale “Figlio nato da donna” (cfr. Galati 4,4).
“Sarà Santo”: la santità consiste nella totale appartenenza a Dio. Il termine indica la divinità di Gesù.
“Figlio di Dio”: non solo Gesù è il Messia, ma ha un rapporto del tutto particolare con Dio, essendo il Figlio. È dichiarata ancora una volta la divinità di Gesù.
36. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: 37. nulla è impossibile a Dio”.
In tutti gli annunci speciali dell’Antico Testamento viene dato un segno perché l’eletto abbia conferma della sua missione. Maria viene confermata con l’annuncio della nascita di Giovanni Battista da Elisabetta, sua parente.
“Nulla è impossibile a Dio”: Dio interviene in modo sorprendente e prodigioso, manifestando la sua Onnipotenza. Solo Dio poteva darci un Uomo che non è frutto della volontà umana o generato da una coppia.
Gesù è un dono che solo Dio poteva darci. Questo evento inaudito e impossibile per noi esseri umani, è avvenuto perché “tutto è possibile a Dio”.
38. Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si allontanò da lei.
“Serva del Signore”: come per tutti i personaggi biblici dell’Antico Testamento, è un titolo di gloria essere servo del Signore (cfr. Rut 3,9; 1 Samuele 25,41). La serva del re è la prima dopo il re, la persona di fiducia. Quindi Maria ha la dignità di colei che collabora all’azione creatrice di Dio.
“Avvenga per me secondo la tua parola”: Maria accetta con umiltà, fede e amore il suo essere scelta da Dio con predilezione particolare per portare a compimento il disegno di salvezza di Dio. Conoscendo la Bibbia, sa che ogni eletto va incontro ad una vita difficile e aperta alla fatica. Obbedisce nella fede, diventando modello per noi, discepoli del Signore, chiamati ogni giorno a lottare per scegliere la realizzazione del progetto di Dio, anziché il nostro.
Chiediamo a Dio di seguire l’esempio di Maria, perché anche noi possiamo accogliere il Cristo Salvatore con gioia grande, per donarlo al mondo. Rispondiamo al dono di amore che Dio concede a
ciascuno di noi con un “amen”, un sì disponibile, sull’esempio di Maria. Ella si consegna senza riserve a Dio che riconosce essere il Tutto per la sua vita.
Siamo chiamati a rimanere fedeli alle promesse fatte anche quando la prova tenta di spegnere il fuoco vibrante di amore che ha incendiato il nostro cuore, almeno per un momento nella vita. Siamo chiamati ad accogliere il Figlio di Dio. Ciò che è avvenuto duemila anni fa continua ad avvenire, perché il tempo è inserito nell’eternità di Dio, nel continuo “oggi”.
La nostra persona può diventare la casa in cui Gesù viene ad abitare, la Betlemme di Giudea, la dimora del Figlio dell’Altissimo. Contempliamo la grandezza e l’umile piccolezza della Sua Presenza in noi e in coloro che ci vivono accanto.
Accogliamo l’”Emmanuele” che desidera adagiarsi sulla povera paglia del nostro cuore. Diveniamo sua mangiatoia, pronti a lasciarci coinvolgere dal suo disegno d’amore, nell’umile dipanarsi del nostro quotidiano, abitato da Dio.
“Nulla è impossibile a Dio”! Egli può trasformarci in gioiosi annunciatori della salvezza, Egli può fare di noi la Sua dimora. Apriamoci a Lui, come Maria, senza timore, con illimitata fiducia.

Suor Emanuela Biasiolo