Quello che è di Dio

Commento al Vangelo XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A – MATTEO 22,15-21

In quel tempo, 15. i farisei se ne andarono e tennero consiglio per vedere come cogliere in fallo Gesù nei suoi discorsi.

Il brano della liturgia di questa XXIX Domenica riporta la prima di tre dispute architettate contro Gesù da parte dei capi religiosi, che già avevano decretato di condannarlo a morte e cercavano solo il momento favorevole.

Dopo le precedenti tre parabole circa il rifiuto di Israele di accogliere l’Inviato di Dio, ora i farisei si ritirano e convocano il Sinedrio. Lo scopo è congegnare una trappola per “prendere al laccio con una parola”, che noi traduciamo con “cogliere in fallo”, Gesù. Basta solo una parola, una contraddizione, confermata da due testimoni, perché una persona sia condannata.

16. Mandarono dunque da lui i propri discepoli, con gli erodiani, a dirgli: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno.

I capi dei farisei si guardano bene dall’esporsi direttamente. Inviano i loro discepoli e fanno alleanza con i nemici erodiani.

Gli erodiani, del partito del re Erode, collaboravano con il potere di Roma. Erano considerati una maledizione dai farisei. Nonostante erodiani e farisei fossero nemici, pur di contrapporsi a Gesù, si alleano fra di loro.

“Non guardi in faccia a nessuno”: con un’adulazione vorrebbero indurre Gesù ad opporsi al potere di Cesare per avere modo di accusarlo presso di lui o i suoi rappresentanti.

17. Dunque, dì a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

“È lecito o no pagare il tributo a Roma?”: il senso è: “Fai gli interessi degli invasori o quelli della tua gente? Stai dalla parte dei Romani o del tuo popolo?”.

In qualsiasi modo avesse risposto, Gesù avrebbe rischiato la vita: se avesse affermato che non era lecito pagare il tributo, sarebbe stato ucciso dai Romani o dagli erodiani loro sostenitori; se avesse detto che era necessario pagare il dovuto, sarebbe stato trucidato dagli Zeloti, patrioti che volevano

riscattare la Palestina dal dominio romano, attraverso la violenza.

I Romani avevano conquistato la Palestina nel 6 a.C. ed avevano imposto a tutti gli abitanti della Giudea, della Samaria e dell’Idumea una tassa per ogni persona (uomini, donne, schiavi). Il pagamento di questa tassa era la condizione essenziale per vivere in pace e per godere dei diritti come sudditi e cittadini dell’impero. Erano tenuti a versarla quanti avessero l’età compresa fra i dodici e i sessantacinque anni.

La tassa si chiamava “census” e corrispondeva alla ricompensa di un bracciante per una giornata di lavoro. “Cesare” di cui si parla è l’imperatore Tiberio Cesare, colui che regnò a Roma dal 14 al 37 dopo Cristo.

18. Ma Gesù, conoscendo la loro malizia, rispose: «Ipocriti, perché volete mettermi alla prova?». Gesù apostrofa gli interlocutori, dal momento che era evidente l’intenzione di tendergli un tranello. Li chiama “ipocriti”, cioè falsi, perché fingono di essere persone giuste ed integerrime, mentre in

realtà vivono nell’ingiustizia e nell’iniquità. l termine “ipocrita” deriva dalla parola greca “hypokrités” che significa “attore”. Nel teatro della Grecia antica gli attori erano chiamati “ipocriti” perché interpretavano una parte, facendo finta di essere un personaggio diverso da ciò che erano in realtà.

19. «Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi gli presentarono un denaro. L’intenzione di Matteo non è quella di regolare i rapporti fra i fedeli e lo Stato, quanto di far capire la grande capacità di Gesù nel superare i tranelli che gli tendono gli avversari. In modo molto intelligente, Gesù evita di rispondere direttamente, per non cadere nel tranello. Si fa portare una moneta, quella coniata apposta dai Romani per pagare il tributo. Gliela danno subito, segno che era facilmente reperibile.

È importante ricordare che la disputa avviene all’interno del Tempio di Gerusalemme, dove non poteva essere ammesso nulla con effigie umana, nemmeno monete coniate con le sembianze dell’imperatore. Il lavoro dei cambiavalute era stato pensato apposta per ovviare a questo divieto.

I nemici di Gesù, tuttavia, tengono con sé la moneta raffigurante l’imperatore, incuranti della legge.

Mostrano la moneta proibita, gli osservanti sono i primi ad infrangere la legge. Dichiarano di amare Dio e invece il loro dio è il denaro. Si smascherano da soli.

20. Egli domandò loro: «Questa immagine e l’iscrizione di chi sono?». 21. Gli risposero: «Di Cesare». Allora disse loro: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare, e a Dio quello che è di Dio!». Gesù esamina la moneta. Vi è riportata l’effigie dell’imperatore Tiberio. L’iscrizione dice: “Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto, sommo sacerdote”. Nell’altro lato della moneta è raffigurata sua madre Livia, come dea della pace. Un’interpretazione del secondo comandamento dichiara idolatrica una moneta raffigurante un imperatore che si dichiara dio.

Gesù afferma che tutti i vantaggi derivanti dalla presenza dei Romani in territorio palestinese devono essere loro retribuiti, pagando il tributo di cui hanno il diritto. Tuttavia non deve essere considerato assoluto il potere di Cesare; infatti, per quanto grande, è solo un potere temporale. “Rendere a Dio ciò che è di Dio”: l’uomo appartiene a Dio, è creato a sua immagine e somiglianza; deve essere in relazione con Lui e dedicargli la sua vita, restituendo quanto da Lui ha ricevuto, perché Egli, Creatore e Signore, ne ha il diritto. Se usiamo di beni e servizi della società, non possiamo esimerci dal contribuire alla realizzazione dei beni comuni a tutti. Se usufruiamo di strade, ospedali, scuole, tutela dell’ambiente, ecc. dobbiamo compartecipare alla spesa, pagando le giuste tasse, senza evaderle. L’equilibrio sta nella giusta misura tra libertà dal potere e sostegno per il bene comune; tra contribuire al bene comune e libertà di pensiero e di azione.

Le cose della società appartengono allo Stato, ma noi siamo di Dio, siamo iscritti nel suo cuore, siamo disegnati sul palmo delle sue mani.

Gesù ci insegna a non venderci al potere, a non lasciarci intimorire da esso.

Rimaniamo ancorati a Colui che ci ha generati per una vita bella e piena. Egli è il Creatore, il Padre che non ci lascia mancare nulla e che desidera solo la nostra felicità.

Se saremo convinti di questo dono immenso, diventeremo figli lieti di restituire il nostro amore all’Amore; il nostro volere al Sommo Bene; il respiro a Colui che è l’origine della Vita; tutto quanto abbiamo ricevuto, al Mittente.

 

Suor Emanuela Biasiolo

È scomparsa la fotografa dei Beatles

Astrid Kirchherr, la fantastica e innovativa artista tedesca “fotografa” dei Beatles, ci ha lasciati.

Assieme a Klaus Voormann, il grande artista e musicista, Astrid Kirchherr contribuì in modo determinante all’irrefrenabile ascesa dei Beatles verso il successo. Klaus li aveva visti e sentiti suonare, per caso, esattamente 60 anni fa, al KaiserKeller 36 un locale notturno della Grosse Freiheit di Amburgo. Poi ci portò pure Astrid, che era la sua fidanzata e lei fu travolta dall’entusiasmo all’istante. Da quel momento ebbe inizio la storia musicale “pop” più bella di tutti tempi! La ricordiamo con le parole di Rolando Giambelli (anche per la fotografia).

Rolando Giambelli con “il celebre scatto fotografico a John Lennon che Astrid Kirchherr autografò e che esponemmo al nostro Beatles Museum ospitato dal 2009 presso il mitico “Museo della Mille Miglia” a Brescia”

“Per me che ho trasformato l’altra mia grande passione per la fotografia, in mestiere, aver conosciuto ed incontrato più volte Astrid Kirchherr, la fotografa i cui scatti dei Beatles hanno contribuito a trasformarli in icone viventi, aver lavorato con lei e con il suo staff è stato ed è tuttora per me motivo di grande orgoglio e soddisfazione. Fin dal nostro primo incontro a Liverpool, con Astrid e con il suo gallerista di allora, Ulf Kruger, concordammo in pochi istanti con un sorriso e con una stretta di mano le modalità per portare le sue preziosissima fotografie dei Beatles in Italia.

Nel 2000, a Rimini, in occasione di un grandioso evento beatlesiano, allestimmo la mostra dal titolo “THE HAMBURG DAYS” di Astrid Kirchherr, al mitico Grand Hotel, proprio quello di “Amarcord”  di Federico Fellini, grazie anche al prezioso aiuto del nostro Fab amico Claudio Cardelli e con grande gioia dell’allora sindaco Alberto Ravaioli. A Rimini invitammo, tra altro, anche il primo batterista dei Beatles, Pete Best con la Band, che Astrid conosceva molto bene! C’erano pure Alf Bicknell il mitico autista dei Fab Four e Gordon Millings: il sarto dei Beatles erede del grande Dougie.

Allestimmo, poco dopo, la mostra di Astrid presso il famoso Museo Ken Damy di Fotografia a Brescia, dove, per l’inaugurazione, tenemmo un concerto con i Beatops ripreso dal TG2.

Un’altra volta nel 2001 esponemmo le foto di Astrid che arrivavano puntualmente da Amburgo, contenute in tre flight-case, addirittura all’estero, in Svizzera, a grande richiesta per la prima edizione dei Bellinzona Beatles Days, grazie i nostri carissimi amici, Graziano, Carlo, Mauro e da altri del Patriziato Cittadino che ci chiesero di collaborare con loro, dopo averci visto all’opera a Rimini a gestire ben 17 palcoscenici su tutta la riviera comunale e con i quali, felicemente, tutt’ora collaboriamo!

Successivamente, in occasione del Beatles Day 2001 a Brescia, allestimmo la mostra di Astrid alla Galleria Olmo Colmo, una location fantastica e piena di piante e fiori meravigliosi, che ora non c’è più, dove con Marco Zappa tenemmo un Fab concerto dedicato ad Astrid.

Grazie ancora al nostro indimenticabile Massimo Masini, che a Modena, sia come cittadino che come “beatlesiano d.o.c., ha lasciato “cose fantastiche” e ricordi indelebili, nel Dicembre 2001, con il supporto del Comune di Modena, guidato dall’allora Sindaco Giuliano Barbolini ed il sostegno entusiastico dell’Assessore in carica Stefano Bonaccini ed oggi rieletto Governatore dell’Emilia Romagna, con il quale avevamo realizzato le piste ciclabili cittadine dedicate ai Beatles, allestimmo pure la favolosa mostra fotografica dei Beatles ad Amburgo di Astrid Kirchherr al Caffè Letterario!

A Roma, nel 2002, per celebrare il 40° Anniversario del lancio della prima canzone “Love Me Do” dei Beatles, con il Patrocinio del Comune, e dell’allora Sindaco Walter Veltroni che era già da anni nostro associato “beatlesiano” oltre che dell’Assessore alla Cultura Gianni Borgna, su richiesta di un altro grande amico dei Beatlesiani, Vincenzo Mollica e dell’organizzatore di eventi Alessandro Nicosia, un bel giorno ricevetti proprio da Vincenzo Mollica l’indimenticabile telefonata con la quale mi chiedeva di  collaborare all’evento Beatlesiano che ritengo fra i più importanti della nostra carriera di fan! Oltre a far girare le beatle band su tre autocarri allestiti come palcoscenici per tutta Roma, ed altre “follie beatlesiane” collaborammo ad allestire la mostra di Astrid Kirchherr “THE HAMBURG DAYS” in maniera impeccabile nel mitico Museo di Roma in Trastevere.

All’inaugurazione della mostra, oltre al Sindaco Veltroni ed al suo storico Assessore Borgna, c’erano: Vincenzo Mollica, Adriano Mazzoletti che aveva seguito i Beatles nel 1965 in tour in Italia, per la RAI, c’era il grande musicista Nicola Piovani, ed il nostro caro amico Mario Pezzolla e c’era l’artista Milo Manara che realizzò il manifesto per l’evento “Quarantennale Love Me Do”; c’era Gianni Bisiach, giornalista di cui sono che intervistò per primo “assoluto” i Beatles a Londra nel 1963 per TV7 RAI e c’era il celeberrimo artista Alan Alridge che illustrò il libro più famoso delle Canzoni dei Beatles e infine il fotografo Harry Benson, autore per l’occasione della sua mostra “The Beatles Now and Then”.

Che altro dire!… fu un evento davvero memorabile e mi fermo qui… Infatti quella mostra di Astrid Kirchherr del 2002 a Roma fu proprio l’ultima che fummo in grado di proporre perché nel 2003, quando andammo ad Amburgo per incontrare Tony Sheridan, con cui eravamo da poco in amicizia, che già prima dei Beatles si era lanciato come “rocker” su Amburgo la bellissima città “anseatica” e che aveva spianato loro la strada facendogli registrare un disco con lui dal titolo “My Bonnie”, ci fece da guida turistica mostrandoci tutti i luoghi “sacri” beatlesiani di Amburgo, compreso il Kaiserkeller dove John, Paul, George, Pete e Stu furono “scoperti” da Klaus Voormann e da Astrid Kirchherr!…
Tony con sua moglie Anna, che guidava l’auto facendoci da Taxista per tutta Amburgo, ci portò  anche alla sede dell’organizzazione di Astrid che però era assente, ma mi vidi con piacere con Ulf Kruger che però mi diede subito la pessima notizia che Astrid, sollecitata da cospicue offerte per i diritti delle sue foto da parte di una nota agenzia internazionale di immagini e foto, glieli cedette… Dopo di che, per gli altissimi costi di noleggio, di assicurazione e quindi di trasferta, su dove  come allestire la mostra, che divenne proibitivo poter fare tutto ciò che avevo fatto fino a quel momento per diffondere a basso costo ma non per questo meno preziosa, la cultura fra la gente, nonostante la cura, la precisione e la puntualità che potevo mettere in tutti gli adempimenti che con i tedeschi, si sa, bisogna essere molto ligi!

E così dovrò attendere fino al 2017 per rivedere quelle bellissime, care e vecchie foto di Astrid Kirchhherr, che ho attaccato e staccato da tanti muri… Furono esposte a Bologna, proprio in centro a Palazzo Fava, Palazzo delle Esposizioni, grazie a Maurizio Guidoni di Ono Art, che “autonomamente” allestì la favolosa mostra “Astrid Kirchherr with the Beatles” che ripercorreva il periodo di Amburgo che John Lennon definì il miglior periodo dei Beatles!  E se anche la nostra parte in questa esposizione è stata soltanto quella di dare il nostro sostegno e patrocinio “culturale” ci ha fatto, come sempre, un immutato ed immenso piacere…

Grazie, cara Astrid Kirchherr… che sei andata finalmente a raggiungere il tuo amato Stu, magari un po’ stu…fo di stare sempre lì con i vecchi compagni di banda, John e George…

Ti ricorderemo per sempre!”. R. G.

So che cercate Gesù. Auguri con il Vangelo di Matteo

1. Ora, dopo il sabato, all’alba del primo giorno della settimana, venne Maria Maddalena e l’altra Maria a osservare la tomba.

È domenica di Risurrezione! Gesù ha lasciato il sepolcro, quel sepolcro in cui era stato deposto da Giuseppe di Arimatea. Abbiamo bisogno della speranza che ci infonde il Signore con la sua risurrezione. Abbiamo bisogno di risorgere dai nostri sepolcri, toccati dal Dio della Vita.

La liturgia permette di scegliere il Vangelo di Giovanni o questo di Matteo.

I sommi sacerdoti avevano avuto cura di far porre delle guardie da Pilato per controllare che il corpo non venisse trafugato.

All’alba del primo giorno della settimana le donne vanno al sepolcro. Sono: Maria Maddalena e l’altra Maria, identificata con la madre di Giacomo e di Giuseppe (cfr. Matteo 27,56).

Era usanza per i Giudei vegliare la tomba di una persona cara fino al terzo giorno dopo la morte per essere sicuri che la sepoltura non fosse stata prematura. Le due donne avevano osservato il riposo del sabato e il mattino della domenica tornano al sepolcro.

2. Ed ecco, vi fu un gran terremoto; infatti un angelo del Signore, sceso dal cielo e avvicinatosi, rotolò la pietra e si sedeva sopra di essa.

In Matteo le donne sono testimoni dell’apertura del sepolcro mentre sta avvenendo.

Il terremoto è una costante sia nella narrazione della morte di Gesù, sia nella trasfigurazione sia nella risurrezione. È segno di un avvenimento di natura apocalittica.

In questo racconto vi è un solo angelo che si rivolge a due donne. La sua funzione non è solo quella di parlare, ma anche di agire: fa rotolare la pietra posta davanti al sepolcro.

3. Era il suo aspetto come folgore e la sua veste bianca come la neve.

L’evangelista Matteo non parla del corpo del Risorto, ma elenca le caratteristiche dell’angelo: splendente e bianchissimo. Sono gli stessi elementi presenti anche nella trasfigurazione che evidenziano le caratteristiche di un corpo che è ormai glorioso.

4. Ora, per timore di lui le guardie tremarono e divennero come morte.

Le guardie tremano per la paura e svolgono, pertanto, un servizio inutile. Non si parla della risurrezione di Gesù, ma ci sono tutte le prerogative per capire la straordinarietà dell’evento.

5. Ma l’angelo, prendendo la parola, disse alle donne: «Non temete, voi; so, infatti, che cercate Gesù, il crocifisso.

L’angelo tranquillizza le donne con le parole “Non temete”. Parla di Gesù, il Crocifisso: da quando Egli ha subito il martirio della croce, la divinità porta impresse per sempre le ferite dei chiodi, anche da Risorto. Il nostro Dio porta in sé le prove del suo infinito amore per noi. È stato trapassato dai chiodi per amore e lo sarà per sempre. Non possiamo dubitare del Suo amore perché nelle sue mani, nei suoi piedi, nel suo costato ci sono i sigilli che sanciscono l’amore per noi, spinto fino alle estreme conseguenze.

6. Non è qui; infatti è risuscitato, come aveva detto. Venite, vedete il luogo dove giaceva.

Ecco l’annuncio pasquale: “È risuscitato come aveva predetto”. Matteo si riferisce sempre alle parole precedentemente pronunziate, in modo da confermare con i fatti le profezie annunciate.

Il sepolcro vuoto è un segno della risurrezione, ma non ne è una prova. Di fronte al sepolcro tutti siamo chiamati a prendere posizione: credere o non credere.

7. E, partendo presto, dite ai suoi discepoli che è risuscitato dai morti, ed ecco, vi precede in Galilea, là lo vedrete! Ecco, ve (l’)ho detto».

L’angelo conclude le sue parole con l’invio delle donne: devono andare ad annunciare ai discepoli che Gesù è risorto. Dà l’indicazione circa il luogo dove i discepoli potranno trovarlo, Lui che torna ad essere il loro Maestro. Le parole “Ecco ve l’ho detto” richiamano la profezia di Ezechiele 37: “L’ho detto e lo farò”.

8. E, essendo andate presto dal sepolcro, con timore e grande gioia, corsero ad annunziarlo ai suoi discepoli.

Matteo riferisce che le donne diventano coraggiose testimoni della risurrezione, diversamente da Marco che sottolinea la loro paura e il loro silenzio.

9. Ed ecco, Gesù andò loro incontro dicendo: «Gioite!». Esse, avvicinatesi, gli presero i piedi e si prostrarono dinanzi a lui

Le donne hanno la gioia di incontrare il Risorto che va loro incontro e dice “Gioite”. Reagiscono prostrandosi, gesto di adorazione riservato solo a Dio, così come avevano fatto i Magi a Betlemme: le donne adorano il Cristo Risorto, i Magi adorarono il Dio fatto uomo (cfr. anche Matteo 2,1-12 che riferisce l’adorazione dei Magi).

10. Allora Gesù dice loro: «Non temete; andate, annunziate ai miei fratelli che vadano nella Galilea, e là mi vedranno».

Di nuovo Gesù dice alle donne di non temere. È un modo per mettere in evidenza l’annuncio solenne della risurrezione e l’impegno dei discepoli di andare in Galilea per poterlo vedere.

Se nell’Eucaristia siamo uniti a Cristo possiamo risorgere ogni momento e non fermarci al male che tenta di avvinghiarci per distoglierci da Dio. Anche noi possiamo vedere il Signore Risorto ogni volta che andiamo oltre le apparenze e sappiamo cogliere una Presenza che riempie il cuore di gioia.

Cristo continua a risorgere qui e ora. Assume le profondità di un’umanità ferita e dilaniata dal male per portarla, risanata e pacificata, nel Regno del Padre Suo e nostro. Non più macigni che sigillano i sepolcri, ma esplosione di vita nuova.

Quando compiamo il passaggio dalla nostra debolezza alla potenza di Dio, è Pasqua; dalla nostra finitudine alla sua immensità, è Pasqua; dal nostro peccato alla sua tenera misericordia, è Pasqua; dalla nostra sofferenza alla sua gioia, è Pasqua; dalle tenebre alla luce, è Pasqua; dall’angoscia all’abbandono in Colui che per sempre ci dice: “Ho sofferto per te e ho vinto per te. Saremo sempre insieme nel mio Regno”, è Pasqua.

Buona Pasqua!

Suor Emanuela Biasiolo

 

Rapporto 2019 di Amnesty International sulle Americhe

Nel 2019 milioni di persone sono scese in strada nelle Americhe per protestare contro gli alti livelli di violenza, disuguaglianza, corruzione e impunità o sono state costrette a lasciare i loro paesi in cerca di salvezza. In risposta, gli stati della regione hanno stroncato le proteste e il diritto d’asilo, in completo spregio dei loro obblighi nazionali e internazionali.
È quanto ha dichiarato da Amnesty International, lanciando il suo rapporto sui diritti umani nel 2019 nelle Americhe.

“Nel 2019 abbiamo assistito a un rinnovato assalto ai diritti umani in buona parte della regione. Leader intolleranti e sempre più autoritari hanno fatto ricorso a tattiche ancora più violente per impedire alle persone di protestare o di cercare salvezza in altri paesi. Ma abbiamo anche visto giovani ergersi dalla parte dei diritti e pretendere il cambiamento, dando luogo a manifestazioni di massa. Il loro coraggio di fronte alla feroce repressione di stato ci fa sperare che le nuove generazioni non saranno prevaricate”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.
“Il 2020 si prospetta come un ulteriore anno di rivolte sociali, instabilità politica e distruzione ambientale e dunque la lotta per i diritti umani è più urgente che mai. E non c’è dubbio che i leader politici che predicano odio e divisione nel tentativo di demonizzare e minacciare i diritti degli altri si troveranno dal lato sbagliato della storia”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
Nel 2019 movimenti di protesta, spesso guidati da giovani, si sono riuniti intorno alle richieste di trasparenza e rispetto dei diritti umani in paesi quali Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Haiti, Honduras, Portorico w Venezuela. Invece di creare meccanismi per promuovere il dialogo e prendere in considerazione le richieste dei manifestanti, le autorità hanno risposto impiegando tattiche repressive e sempre più militarizzate.
La repressione in Venezuela è stata particolarmente acuta: le forze di sicurezza del presidente Nicolás Maduro hanno commesso crimini di diritto internazionale e gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari e uso eccessivo della forza, che potrebbero costituire crimini contro l’umanità. In Cile, l’esercito e la polizia hanno intenzionalmente colpito i manifestanti per scoraggiare il dissenso, uccidendo almeno quattro persone e ferendone migliaia di altre.
In totale, nel contesto delle proteste, sono state uccise almeno 202 persone: 83 ad Haiti, 47 in Venezuela, 35 in Bolivia, 22 in Cile, otto in Ecuador e sei in Honduras.
L’America Latina si è dimostrata ancora una volta la regione più pericolosa al mondo per i difensori dei diritti umani: le persone impegnate nella protezione dei diritti della terra, dei territori e dell’ambiente sono risultate le più esposte a omicidi mirati, criminalizzazione, sfollamento forzato e minacce. La Colombia è rimasto il paese più letale, con almeno 106 omicidi, per lo più di leader contadini, nativi e di discendenza africana, nel contesto di un conflitto armato interno ancora intenso.
Il Messico è stato uno dei paesi più mortali al mondo per i giornalisti, almeno 10 dei quali sono stati uccisi. Il numero degli omicidi ha raggiunto livelli record ma la risposta delle autorità si è basata sulle fallimentari strategie sicuritarie del passato, attraverso la militarizzazione della Guardia nazionale  e l’approvazione di preoccupanti leggi sull’uso della forza.

La violenza delle armi ha continuato a essere uno dei maggiori problemi di diritti umani negli Usa, con troppe armi in giro e leggi inadeguate per tenerne traccia e tenerle lontane dalle mani di persone con intenzioni offensive.
Una nuova normativa annunciata dall’amministrazione Trump nel gennaio 2020 ha reso più semplice l’esportazione di fucili d’assalto, pistole stampate in 3-D, munizioni e altro materiale, diffondendo la violenza delle armi oltreconfine, soprattutto in altri stati delle Americhe.
Analogamente, il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha firmato una serie di decreti che, tra i vari effetti che ne sono derivati, hanno ammorbidito le norme per il possesso e l’uso delle armi da fuoco.
Il numero delle persone fuggite negli ultimi anni dalla crisi dei diritti umani del Venezuela ha raggiunto la cifra, senza precedenti nelle Americhe, di 4,8 milioni ma Perù, Ecuador e Cile hanno risposto introducendo nuovi criteri restrittivi per gli ingressi e rimandando illegalmente indietro venezuelani bisognosi di protezione internazionale.
Più a nord, il governo Usa ha usato il sistema giudiziario contro i difensori dei diritti dei migranti, ha imprigionato illegalmente bambini migranti e ha attuato nuove misure per attaccare e limitare massicciamente l’accesso all’asilo, in violazione dei suoi obblighi internazionali.
Proprio mentre le persone in fuga da una violenza persistente e diffusa cercavano di trovare protezione negli Usa, l’amministrazione Trump le ha rimandate indietro ponendole in pericolo. Decine di migliaia di persone sono state costrette ad attendere il proprio destino in Messico, in condizioni di rischio, sulla base dei “Protocolli per la protezione dei migranti”, meglio noti come le politiche del “Rimani in Messico”.
Gli Usa hanno impedito a un numero sempre maggiore di richiedenti asilo il diritto all’assistenza, applicando programmi segreti di espulsione rapida. Hanno anche fatto pressioni sui paesi vicini perché violassero i diritti dei richiedenti asilo, facendo firmare con le maniere forti a paesi come Guatemala, El Salvador e Honduras una serie di mal concepiti e fittizi accordi sui “paesi terzi sicuri”.
Dopo la minaccia dell’amministrazione Trump di imporre nuovi dazi doganali, il governo del Messico non solo ha accettato di ricevere e rimandare forzatamente indietro richiedenti asilo ai sensi dei “Protocolli per la protezione dei migranti”, ma ha anche dispiegato l’esercito per impedire ai migranti centroamericani di attraversare il suo territorio per arrivare alla frontiera con gli Usa.
L’impunità è rimasta la norma in tutta la regione. Il governo del Guatemala ha compromesso l’accesso alla giustizia delle vittime di gravi violazioni dei diritti umani ponendo fine alle attività della Commissione internazionale contro l’impunità, seguito nel gennaio 2020 da quello dell’Honduras che ha annunciato la fine della Missione di sostegno alla lotta contro la corruzione e l’impunità.
Le preoccupazioni per l’ambiente sono aumentate in tutta la regione. L’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli USA dall’accordo di Parigi e gravi crisi ambientali hanno colpito i popoli nativi in Brasile, Bolivia, Perú ed Ecuador. Le politiche anti-ambientaliste del presidente brasiliano Bolsonaro hanno alimentato i devastanti incendi dell’Amazzonia e non hanno protetto i popoli nativi dal disboscamento illegale e dall’espansione degli allevamenti di bestiame che sono alla base delle appropriazioni di territorio.
Entrato ufficialmente in carica all’inizio del 2019, Bolsonaro ha immediatamente tradotto in pratica la sua retorica contraria ai diritti umani attraverso una serie di provvedimenti amministrativi e legislativi che hanno messo a rischio i diritti di ogni persona. Nel frattempo, l’emblematico omicidio della difensora dei diritti umani Marielle Franco, avvenuto nel 2018, è rimasto irrisolto.

Nonostante alcuni progressi e la crescita di vari movimenti per i diritti delle donne, la violenza di genere è rimasta diffusa in tutte le Americhe. Nella Repubblica Dominicana la polizia ha continuato a stuprare e umiliare le lavoratrici del sesso con modalità equiparabili alla tortura.

Ben pochi progressi sono stati fatti dal punto di vista dei diritti sessuali e riproduttivi. Le autorità di El Salvador hanno proseguito a criminalizzare le donne e le ragazze che hanno dovuto fare ricorso a interventi ostetrici di emergenza, soprattutto quelle provenienti da ambienti svantaggiati, attraverso il divieto totale di abortire. In Argentina, è stato registrato un parto ogni tre ore di bambine di età inferiore ai 15 anni, la maggior parte delle quali a seguito di gravidanze forzate causate dalla violenza sessuale.
Alla fine del 2019, 22 stati americani avevano firmato il trattato regionale sui diritti ambientali noto come Accordo di Escazú. Nel febbraio 2020 l’Ecuador è stato l’ottavo stato ad averlo ratificato. Mancano solo tre ratifiche perché entri in vigore.
Negli Usa, a novembre, un tribunale dell’Arizona ha assolto il volontario umanitario Scott Warren dall’accusa di aver “nascosto” due migranti cui aveva fornito cibo, acqua e un posto per dormire. In precedenza, a febbraio, un giudice federale aveva annullato la sentenza nei confronti di altri quattro volontari per accuse analoghe.
L’assoluzione di Evelyn Hernandez, condannata per omicidio aggravato dopo aver subito un intervento ostetrico di emergenza, è stata un’altra vittoria dei diritti umani in El Salvador, sebbene la procura abbia presentato appello.
Le donne e le ragazze sono state in prima fila nei movimenti, prevalentemente guidati dai giovani, che sono scesi in piazza per i diritti umani. Grandi manifestazioni femministe hanno avuto luogo in Argentina, Messico e Cile.
“Questa onda verde di donne e ragazze che chiedono il rispetto dei diritti sessuali e riproduttivi e la fine della violenza di genere pare inarrestabile. Da Santiago del Cile a Washington DC, l’inno di protesta ‘Uno stupratore sulla tua strada’ è stato la colonna sonora della solidarietà nel 2019 e ha ridato slancio all’ottimismo per un 2020 in cui si possano ottenere dei risultati”, ha sottolineato Guevara-Rosas.
“Entriamo in un nuovo decennio e non possiamo consentire ai governi delle Americhe di ripetere gli errori del passato. Invece di limitare diritti conquistati a duro prezzo, chiediamo loro di rafforzarli e di collaborare per creare una regione in cui ognuno possa vivere in libertà e dignità”, ha concluso Guevara-Rosas.

Amnesty International Italia

Rapporto 2019 di Amnesty International sull’Asia

Un’ondata di proteste guidate dai giovani ha sfidato la crescente repressione e il complessivo giro di vite nei confronti della libertà di espressione e di manifestazione pacifica in tutta l’Asia.
Lo ha dichiarato oggi Amnesty International in occasione della pubblicazione del rapporto “I diritti umani nella regione Asia – Pacifico: cosa è successo nel 2019”, che descrive e analizza la situazione dei diritti umani in 25 stati e territori.
Il rapporto descrive come una nuova generazione di attivisti abbia contrastato politiche brutali contro il dissenso, la narrazione tossica dei social media e un’ampia censura politica.
“Il 2019 in Asia è stato un anno di repressione, ma anche di resistenza. Se i governi hanno cercato di demolire le libertà fondamentali, le persone hanno reagito e i giovani sono stati in prima fila in questa lotta”, ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore di Amnesty International per l’Asia orientale, l’Asia sudorientale e il Pacifico.
“Dagli studenti di Hong Kong protagonisti di un movimento di massa contro la crescente influenza cinese a quelli che in India sono scesi in strada contro le politiche antimusulmane, dai giovani elettori della Thailandia confluiti in un nuovo partito di opposizione ai manifestanti che a Taiwan hanno chiesto l’uguaglianza delle persone Lgbti, le proteste popolari guidate dai giovani, in piazza come nella Rete, hanno sfidato l’ordine costituito”, ha aggiunto Bequelin.
La sfida di Hong Kong, conosciuta in ogni parte del mondo
Cina e India, le due principali potenze asiatiche, hanno dato il là alla repressione col loro palese rifiuto dei diritti umani. Il sostegno di Pechino alla proposta di una Legge sull’estradizione a Hong Kong, che avrebbe dato al governo locale il potere di estradare sulla terraferma persone ricercate dalle autorità cinesi, ha scatenato proteste di massa di dimensioni senza precedenti.
Da giugno, i cittadini di Hong Kong sono costantemente scesi in strada per chiedere giustizia per le violente tattiche della polizia che hanno compreso l’uso indiscriminato dei gas lacrimogeni, arresti arbitrari e maltrattamenti e torture durante la detenzione. Questa sfida all’ordine costituito si è ripetuta in ogni parte del continente.
In India, milioni di persone hanno contestato pacificamente una nuova legge che discrimina i musulmani; in Indonesia le persone hanno protestato contro una serie di leggi che minacciano le libertà pubbliche; in Afghanistan, i manifestanti hanno rischiato la vita per chiedere la fine del decennale conflitto; in Pakistan il Movimento Pashtun Tahaffuz, rigorosamente nonviolento, ha sfidato la repressione mobilitando l’opinione pubblica contro le sparizioni forzate e le esecuzioni extragiudiziali.
La repressione contro il dissenso
Alle manifestazioni pacifiche e agli atti di dissenso le autorità statali hanno spesso reagito in modo vendicativo.
I governi dell’Asia sudorientale hanno preso duri provvedimenti per ridurre al silenzio gli oppositori e mettere il bavaglio ai mezzi d’informazione. I manifestanti sono andati incontro agli arresti in Vietnam, Laos, Cambogia e Thailandia; numerosi di loro sono stati uccisi in Indonesia ma i responsabili tra le forze di sicurezza non sono stati individuati né tantomeno arrestati; in Pakistan e Bangladesh attivisti e giornalisti sono stati colpiti da leggi draconiane che limitano la libertà d’espressione e criminalizzano le espressioni di dissenso online.
Sempre a Hong Kong le forze di polizia hanno impiegato tattiche indiscriminate e sconsiderate per stroncare le proteste pacifiche, compreso l’uso della tortura in carcere, ma le richieste di un’indagine adeguata sulla loro condotta non è stata ancora accolta.
“Il tentativo dei governi di stroncare ogni espressione critica e di sopprimere la libertà di espressione è stata brutale, come prevedibile, e coloro che hanno osato sfidare questa repressione hanno spesso pagato un prezzo elevato”, ha commentato Biraj Patnaik, direttore di Amnesty International per l’Asia meridionale.
“Agli asiatici viene detto che i loro desideri di una società più equa sono fantasie, che le disparità economiche non possono essere modificate, che il riscaldamento globale è inesorabile e le catastrofi naturali inevitabili. Soprattutto, viene detto loro che sfidare questa narrativa non sarà tollerato”, ha sottolineato Patnaik.
Un nazionalismo intollerante contro le minoranze
In India e Cina il mero rischio di assistere a un’insubordinazione nelle aree ufficialmente autonome è stato sufficiente per scatenare reazioni a tutta forza da parte dello stato e per definire le minoranze come una “minaccia alla sicurezza nazionale”.
Nella provincia cinese dello Xinjiang, fino a un milione di appartenenti all’etnia uigura e ad altre minoranze etniche musulmane sono stati chiusi a forza nei cosiddetti campi per la “deradicalizzazione”.
Lo statuto di autonomia del Kashmir, l’unico stato dell’India con una popolazione in maggioranza musulmana, è stato annullato e le autorità hanno imposto il coprifuoco, tagliato l’accesso a tutte le forme di comunicazione e arrestato dirigenti politici locali.
Nello Sri Lanka, dove all’indomani degli attentati di Pasqua si è scatenata la violenza antimusulmana, l’elezione del presidente Gotabaya Rajapaska ha affievolito le speranze in un progresso nel campo dei diritti umani. Un altro sedicente uomo forte, il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte, ha proseguito la sua omicida “guerra alla droga”.
I governi hanno cercato di giustificare la repressione demonizzando i loro critici come pedine di “forze straniere”, rafforzandola attraverso sofisticate operazioni sui social media. Né l’Associazione economica delle nazioni del sudest asiatico né l’Associazione sudasiatica per la cooperazione regionale, i due principali organismi regionali, hanno provato a chiamare i loro membri a rispondere delle loro azioni, neanche quando sono state commesse gravi violazioni dei diritti umani.
È stato il Tribunale penale internazionale a indagare sui crimini contro l’umanità commessi nel 2017 dall’esercito di Myanmar contro i rohingya. Il tribunale sta anche indagando sulle migliaia di omicidi commessi dalla polizia nelle Filippine mentre è in corso un appello contro la sua decisione di non autorizzare indagini sui crimini di guerra e sui crimini contro l’umanità in Afghanistan.
Nel frattempo, le crudeli politiche di detenzione oltremare portate avanti dall’Australia hanno lasciato rifugiati e richiedenti asilo a languire in condizioni mentali e fisiche sempre peggiori sulle isole di Manus (Papua Nuova Guinea) e Nauru.
Progressi contro ogni pronostico
Chi ha preso la parola per denunciare le atrocità è stato regolarmente punito ma la sua azione ha fatto la differenza. Vi sono stati molti esempi di tentativi riusciti di ottenere progressi nel campo dei diritti umani.
A Taiwan una campagna di lungo periodo ha fatto sì che i matrimoni fra persone dello stesso sesso diventassero legali; nello Sri Lanka avvocati e attivisti hanno avuto successo nell’impedire la ripresa delle esecuzioni capitali; le autorità di Brunei hanno dovuto rinunciare a introdurre una legge che avrebbe punito con la lapidazione l’adulterio e le relazioni sessuali tra uomini; per la prima volta il primo ministro della Malesia, Najib Razak, ha dovuto comparire in giudizio per l’accusa di corruzione; il governo del Pakistan ha assunto l’impegno di agire contro il cambiamento climatico e l’inquinamento; per la prima volta due donne sono state nominate giudici della Corte suprema delle Maldive.
Infine, a Hong Kong, la forza delle proteste ha costretto il governo a ritirare la proposta di Legge sull’estradizione. E, dopo mesi di mancati provvedimenti contro i responsabili delle violenze contro i manifestanti, le proteste vanno avanti.
“Le persone che hanno preso parte alle proteste del 2019 in Asia hanno conosciuto il sangue ma non sono state spezzate; sono state sgomberate ma non sono state ridotte al silenzio. Tutte insieme, hanno lanciato la sfida a quei governi che continuano a violare i diritti umani allo scopo di rafforzare la loro presa sul potere”, ha concluso Bequelin.

Amnesty International Italia

Giornata Internazionale della Donna

Anche se non in manifestazioni esterne, la Giornata dell’8 marzo deve essere celebrata e, perché no, festeggiata.

La chiamiamo Festa della Donna, pensiamo si tratti di comperare mimosa e cioccolatini, ma in realtà è una Giornata ONU per riflettere sulla condizione femminile in tutto il mondo, anche ricordando la manifestazione prettamente femminile sotto il Palazzo d’Inverno dello zar, che ha fatto sì che la Giornata venisse decretata internazionalmente da celebrare in un unico giorno in tutto il mondo, quel 23 febbraio russo che corrispondeva all’8 marzo nel mondo dal calendario gregoriano.

Quindi festeggiamo, tutti, senza permettere a niente e a nessuno di farcelo dimenticare. Anche se stiamo chiusi tra le mura domestiche e sorridiamo dietro ad una mascherina.

la Redazione

Rapporto di Amnesty International sull’Arabia Saudita

Un nuovo rapporto pubblicato da Amnesty International mostra come, nonostante tutta la loro retorica sulle riforme, le autorità dell’Arabia Saudita stiano usando il Tribunale speciale come un’arma per ridurre sistematicamente al silenzio il dissenso.
In occasione della pubblicazione del rapporto, Amnesty International ha lanciato una campagna per chiedere il rilascio immediato e incondizionato di tutti i difensori dei diritti umani in carcere solo per aver esercitato il loro diritto alla libertà d’espressione.
Il rapporto documenta l’enorme impatto dei processi di fronte al Tribunale speciale nei confronti di difensori dei diritti umani, scrittori, economisti, giornalisti, figure religiose, riformisti e attivisti politici, compresi quelli appartenenti alla minoranza sciita, che hanno subito dure condanne, anche alla pena di morte, per vaghe accuse basate sulle leggi antiterrorismo e contro i reati informatici.
Il rapporto è basato su un ampio esame di atti processuali, di dichiarazioni del governo e di norme nazionali così come su interviste ad attivisti, avvocati e persone legate ai casi approfonditi nel testo.
Amnesty International ha scritto alle autorità saudite il 12 dicembre 2019 e ha ricevuto un’unica replica dalla Commissione governativa sui diritti umani nella quale si forniscono sommarie informazioni su norme e procedure vigenti ma non si risponde direttamente sui casi presentati nel rapporto.
“Il governo saudita sfrutta il Tribunale speciale per dare una falsa idea di legalità sull’uso distorto delle norme antiterrorismo per ridurre al silenzio chi lo critica. Ogni fase dei procedimenti di fronte al Tribunale speciale è segnata da violazioni dei diritti umani, quali il negato accesso alla difesa, la detenzione senza contatti col mondo esterno e le condanne emesse solo sulla base di ‘confessioni’ estorte con la tortura”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice di Amnesty International per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.
“Le nostre ricerche sbugiardano la nuova immagine riformista che l’Arabia Saudita sta cercando di promuovere: il governo usa un organo giudiziario come il Tribunale speciale per sopprimere spietatamente coloro che hanno il coraggio di esprimere opposizione, difendere i diritti umani o chiedere riforme autentiche”, ha aggiunto Morayef.
La retorica governativa sulle riforme, aumentata dopo la nomina del principe della corona Mohammed bin Salman, è profondamente in contrasto con la situazione reale dei diritti umani nel paese. Proprio mentre introducevano provvedimenti in favore dei diritti delle donne, le autorità avviavano un duro giro di vite nei confronti delle attiviste più note che per anni avevano lottato per quelle riforme e di altri cittadini che spingevano per un cambiamento.
Il Tribunale speciale è stato istituito nell’ottobre 2008 per processare imputati di reati di terrorismo. Dal 2011 è stato sistematicamente usato per giudicare persone incriminate in modo del tutto vago di reati di terrorismo che spesso non sono altro che pacifiche azioni politiche.

La legge antiterrorismo, che presenta una formulazione del tutto generica e ampia di “terrorismo” e “reato di terrorismo”, contiene norme che criminalizzano la pacifica espressione delle idee.
Il rapporto di Amnesty International descrive l’attività del Tribunale speciale tra il 2011 e il 2019 attraverso l’analisi dei casi di 95 persone, per lo più uomini, processate, condannate o rinviate a giudizio.
Dei casi esaminati, 52 stanno scontando condanne da cinque a 30 anni e altri 11 sono tuttora sotto processo, sempre per l’esercizio pacifico della libertà di espressione o di associazione.
Tra i casi analizzati da Amnesty International, molti riguardano appartenenti alla minoranza sciita e comprendono anche imputati processati per “reati” che avrebbero commesso quando erano minorenni e che sono attualmente a rischio di esecuzione a seguito di processi gravemente irregolari.
Dal 2016 sono stati messi a morte almeno 28 esponenti della minoranza sciita, nella maggior parte dei casi condannati dal Tribunale speciale unicamente sulla base di “confessioni estorte con la tortura”.
Processi gravemente irregolari
Amnesty International ha esaminato accuratamente gli atti giudiziari di otto processi del Tribunale speciale che hanno riguardato 68 imputati della minoranza sciita, incriminati per lo più di aver preso parte a proteste antigovernative, e altre 27 persone processate per l’espressione pacifica delle loro idee e per il loro attivismo in favore dei diritti umani.
Rispetto a ognuno dei 95 imputati, l’organizzazione ha concluso che i processi sono stati gravemente irregolari. Le condanne, in molti casi alla pena capitale, sono state inflitte sulla base di accuse vaghe legate alla criminalizzazione dell’opposizione politica o per fatti di violenza.
Le accuse più comuni nei processi analizzati da Amnesty sono: “disobbedienza alla famiglia reale”, “messa in discussione dell’integrità dei funzionari dello stato e del sistema giudiziario”, “incitamento alla disobbedienza attraverso l’invito a manifestare” e “costituzione di un’organizzazione priva di autorizzazione”. Si tratta di atti protetti dai diritti alla libertà di espressione, di manifestazione e di associazione.
Ogni singolo imputato nei processi esaminati da Amnesty International non ha avuto accesso a un avvocato dal momento dell’arresto e per tutti gli interrogatori. Gli appelli contro le sentenze del Tribunale speciale si svolgono a porte chiuse in assenza degli imputati e degli avvocati.
Uno degli aspetti più sconvolgenti è l’affidamento privo di dubbi sulle “confessioni” estorte con la tortura. Almeno 20 sciiti processati dal Tribunale speciale sono stati condannati a morte sulla base di tali “confessioni” e 17 condanne sono state già eseguite.
Ridurre al silenzio i dissidenti pacifici
Praticamente tutte le voci indipendenti dell’Arabia Saudita (difensori dei diritti umani, scrittori, esponenti religiosi e altri ancora) stanno scontando lunghe condanne inflitte a partire dal 2011 dal Tribunale speciale o da altre corti oppure sono sotto processo per accuse relative alle loro attività pacifiche.
Il Tribunale speciale ha condannato tutti i fondatori dei gruppi indipendenti per i diritti umani, sciolti nel 2013. Tra questi, gli 11 fondatori dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici e altri difensori dei diritti umani quali Mohammad al-Otaibi, fondatore dell’Unione per i diritti umani, condannato a 14 anni per aver cercato di costituire un organismo indipendente per i diritti umani. Al-Otaibi è stato successivamente raggiunto da nuove accuse per aver comunicato con organizzazioni internazionali e aver cercato asilo politico all’estero.
Sotto processo di fronte al Tribunale speciale è anche Salman al-Awda, un religioso riformista arrestato nel settembre 2017 che rischia la pena di morte solo per aver esercitato in modo pacifico i suoi diritti alla libertà di espressione e di associazione.
Complessivamente, Amnesty International ha analizzato i processi e le condanne di 27 esponenti religiosi e considera 22 di loro prigionieri di coscienza di cui chiede l’immediato e incondizionato rilascio.
Stroncare il dissenso nella Provincia orientale
Dal 2011 oltre 100 sciiti sono stati processati dal Tribunale speciale per aver criticato pacificamente il governo nel corso di interventi pubblici o tramite i social media e per aver preso parte a proteste antigovernative. Erano accusati, in modo generico e vago, di aver organizzato o sostenuto proteste, aver preso parte ad azioni violente o aver spiato in favore dell’Iran.
Il 2 gennaio 2016 le autorità saudite hanno annunciato l’esecuzione di un noto religioso sciita, Nimr al-Nimr, noto per le sue critiche al governo. La sua esecuzione ha scatenato nuove proteste nella Provincia orientale. Nel luglio 2017 Youssuf al-Muhsikhass è stato messo a morte insieme a tre sciiti dopo un processo gravemente irregolare e nell’aprile 2019 c’è stata l’esecuzione di massa di 37 persone, per lo più sciite.
Il Tribunale sociale ha anche condannato a morte diversi imputati per reati commessi da minorenni a seguito di “confessioni” estorte con la tortura o sotto costrizione. Alcune condanne a morte sono state eseguite.
Tre minorenni al momento del reato (Ali al-Nimr, Abdullah al-Zaher e Dawood al-Marhoon), arrestati nel 2012 quando avevano 17, 16 e 17 anni per aver partecipato a proteste antigovernative e processati dal Tribunale speciale, rischiano l’esecuzione da un momento all’altro.
Occorrono riforme urgenti
Amnesty International sollecita l’immediato e incondizionato rilascio di tutti i prigionieri di coscienza e l’introduzione di riforme fondamentali alle procedure del Tribunale speciale in modo che possa condurre processi equi e tutelare gli imputati dalla detenzione arbitraria e dalla tortura.
L’organizzazione per i diritti umani chiede anche l’avvio di indagini indipendenti sulle denunce di maltrattamenti e torture in carcere e che sia fornita piena riparazione alle vittime della tortura e di altre violazioni dei diritti umani commesse da funzionari dello stato o da altri su loro comando.
“Se il re e il principe della Corona vogliono essere seri quando parlano di riforme, devono anzitutto rilasciare immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri di coscienza, assicurare che le loro condanne siano annullate e dichiarare una moratoria ufficiale su tutte le esecuzioni con la prospettiva di abolire la pena di morte”, ha concluso Morayef.
Nel marzo e nel settembre 2019 il Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani ha adottato dichiarazioni congiunte senza precedenti sull’Arabia Saudita individuando una serie di criteri su cui basare riforme sui diritti umani. Poiché nessuno di questi è stato rispettato, è necessario che gli stati membri del Consiglio continuino a seguire da vicino la situazione istituendo un meccanismo di monitoraggio e reportistica sulla situazione dei diritti umani.
Il rapporto “Muzzling critical voices: Politiced trials before Saudi Arabia’s Specialized Criminal Court” è online all’indirizzo:
https://www.amnesty.org/en/documents/mde23/1663/2020/en

 

Amnesty International Italia

Amnesty International apprezza l’annuncio della riforma del reato di violenza sessuale in Spagna

Il 3 marzo scorso il governo spagnolo ha annunciato una serie di misure per contrastare la violenza sessuale, tra cui la modifica della definizione giuridica di stupro.
“Apprezziamo l’annuncio del governo spagnolo, che rappresenta una vittoria delle sopravvissute allo stupro e delle innumerevoli donne che, con le loro proteste e azioni, hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di riforme legislative, politiche e di prassi”, ha dichiarato Monica Costa Riba, campaigner di Amnesty International.
La riforma del reato di violenza sessuale dovrebbe prevedere che il consenso s’intenderà negato a meno che la persona coinvolta “non abbia manifestato liberamente, attraverso atti esterni conclusivi e inequivocabili, in relazione alle circostanze, la propria volontà esplicita di partecipare all’atto”.
L’annuncio del governo spagnolo è arrivato dopo una serie di gravi casi di stupro di gruppo che il sistema giudiziario aveva affrontato in modo del tutto inadeguato. Tra questi, quello de “La Manada” (Il branco), che indignò tutta la Spagna, oggetto nel 2018 di una sentenza di un tribunale di primo grado che condannò cinque stupratori per il reato più lieve di abuso sessuale.
Questa modifica farà della Spagna il decimo stato su 31 analizzati da Amnesty International in Europa a dire chiaramente che il sesso senza consenso è stupro, in linea con le norme e con gli standard del diritto internazionale. È giunto il momento che altri stati europei seguano l’esempio”, ha“ sottolineato Costa Riba.
“Tra questi stati c’è anche l’Italia. A breve avvieremo una campagna per chiedere al parlamento di riformare la definizione giuridica di stupro, basando tale modifica sul criterio dell’assenza del consenso”, ha dichiarato Tina Marinari, campaigner di Amnesty International Italia.

Amnesty International Italia

 

L’appello alla squadra e ai tifosi del Bologna: “Sabato 22 tutti per Patrick Zaky!”

“Forza Bologna!” è una delle poche frasi che Patrick Zaky, lo studente egiziano dell’università Alma Mater Studiorum attualmente detenuto in Egitto, è riuscito a pronunciare prima dell’udienza che sabato 15 ha purtroppo confermato la sua permanenza in carcere almeno fino al 22 febbraio.
Per questo Amnesty International Italia, Sport 4 Society, UsigRAI e Riccardo Cucchi, presidente del premio “Sport e diritti umani”, hanno rivolto un appello alla squadra e ai tifosi del Bologna affinché – dopo l’affettuoso augurio di pronto ritorno allo stadio pubblicato dall’account ufficiale Twitter della società – in occasione della partita interna col Brescia sia mostrata nel modo più visibile possibile solidarietà nei confronti di Patrick Zaky, esponendo striscioni come “Forza Zaky”, “Patrick libero” ecc.
La partita, in programma sabato 22 febbraio alle ore 15, si svolgerà nello stesso giorno in cui una nuova udienza deciderà se prolungare la detenzione di Zaky o disporre la sua scarcerazione. 

L’appello “Libertà per Patrick” è online all’indirizzo:

https://www.amnesty.it/appelli/liberta-per-patrick/

 

Amnesty International Italia