Twitter non rispetta i diritti delle donne secondo A.I.

Nel giorno in cui Twitter celebra i 12 anni trascorsi dal primo tweet, Amnesty International lancia una campagna per denunciare che l’azienda non previene la violenza e le molestie online contro le donne.
Nonostante l’impegno a essere più trasparente nei suoi sforzi per migliorare la “salute” delle conversazioni sulla sua piattaforma, Twitter non mette a disposizione informazioni significative su come gestisce le segnalazioni di violenza e molestie.
Amnesty International ha pubblicato il 21 marzo scorso una nuova ricerca sull’esperienza fatta dalle donne sulla piattaforma Twitter, da cui emerge come la recente affermazione che l’azienda “sta dalla parte delle donne in ogni parte del mondo” suoni vuota di fronte alla costante incapacità della piattaforma di proteggere le donne dalla violenza e dalle molestie.
Il nuovo rapporto, intitolato “#ToxicTwitter: violenza e molestie online contro le donne”, illustra come l’azienda non rispetti i diritti umani delle donne a causa della sua inefficace e inadeguata reazione alla violenza e alle molestie. Il rapporto include una serie di raccomandazioni concrete su come Twitter potrebbe diventare un luogo più sicuro per le donne.
“Le donne hanno il diritto di vivere libere dalla discriminazione e dalla violenza, sia online che offline. Ma lasciando che le molestie nei loro confronti aumentino, Twitter sta compromettendo quel diritto. Nonostante le ripetute promesse di ripulire la piattaforma, molte donne quando aprono Twitter trovano minacce di morte e di stupro e offese razziste od omofobe”, ha dichiarato Azmina Dhrodia, ricercatrice di Amnesty International su Tecnologia e diritti umani.
“Le nostre ricerche hanno mostrato che Twitter non fornisce rimedi adeguati alle donne che subiscono violenza e molestie sulla piattaforma. L’azienda deve fare molto di più per rispettare i diritti umani delle donne”, ha aggiunto Dhrodia.
Nel corso di questo mese, il direttore generale di Twitter Jack Dorseyha chiesto pubblicamente aito, impegnandosi a rendere la compagnia pienamente trasparenze sui suoi sforzi per migliorare la “salute” delle conversazioni sulla piattaforma. Tuttavia, nonostante varie richieste di Amnesty International, Twitter ha rifiutato di mettere a disposizione informazioni significative su come gestisce le segnalazioni di violenza e molestie.
“È importante che Jack Dorsey chieda aiuto e pareri su questo tema, ma il rifiuto di Twitter di mettere a disposizione informazioni significative su come gestisce le segnalazioni di violenza e molestie rende arduo sapere come affronta il problema. Twitter dovrebbe prendere alcune misure di tipo proattivo, per esempio e come minimo impegnarsi a rispondere alle utenti che segnalano le molestie”, ha proseguito Dhrodia.

Twitter ha fatto sapere di non essere d’accordo con le conclusioni della ricerca di Amnesty International. In una dichiarazione, l’azienda ha dichiarato di “non poter cancellare odio e pregiudizio dalla società”, di aver fatto oltre 30 cambiamenti negli ultimi 16 mesi per migliorare la sicurezza e di aver aumentato il numero delle azioni intraprese nei confronti di tweet molesti. La compagnia ha reiterato il suo rifiuto di fornire informazioni su come gestisce le segnalazioni di molestie, spiegando che “gli strumenti per segnalare sono spesso usati in modo inappropriato”.
Amnesty International ammette che il contesto è importante quando si condividono dati grezzi ma non c’è nulla che possa impedire a Twitter di fornire l’uno e gli altri, e le responsabilità dell’azienda in tema di diritti umani implicano il dovere di essere trasparenti quando si gestiscono segnalazione di violenza e molestie.
“Twitter ha ripetutamente cercato di deviare l’attenzione dalle sue responsabilità, rilanciando sul più ampio tema dell’odio e del pregiudizio nella società. Il punto è che all’azienda non stiamo chiedendo di risolvere i problemi del mondo, ma di introdurre cambiamenti concreti per dimostrare veramente che le molestie contro le donne non sono le benvenute su Twitter”
, ha replicato Dhrodia.
Il rapporto di Amnesty International si basa su un mix di ricerca quantitativa e qualitativa condotta negli ultimi 16 mesi e su interviste a 86 donne e persone di genere non binario tra cui giornalisti, esponenti politici e utenti comuni del Regno Unito e degli Usa, circa la loro esperienza di fronte al fatto che Twitter non ha preso sul serio le loro segnalazioni di molestie.
Le regole di Twitter sui comportamenti d’odio vietano la violenza e le molestie contro le donne e la piattaforma è dotata di un sistema di segnalazione degli account o dei tweet che violano quelle politiche.
Tuttavia, secondo il rapporto di Amnesty International, Twitter non fa sapere agli utenti come interpreta e applica queste regole o come forma i moderatori a rispondere alle segnalazioni di violenza e molestie. Il rapporto termina affermando che le regole sono applicate in modo incoerente e che talvolta non c’è reazione alle segnalazioni: ciò rende i contenuti molesti ancora visibili nonostante violino le regole della piattaforma.
Miski Noor, una specialista di genere non conforme che si occupa di comunicazione nella rete globale Black Lives Matter, ha affermato:
“Twitter deve dire se sta dalla parte delle persone o no. Twitter ha il potere di cambiare il modo in cui le donne affrontano le molestie e addirittura il potere di evitarle. Dopo tutto, quello spazio è coordinato dalla piattaforma, che dunque ha il potere di cambiare le nostre esperienze online”.

L’impatto delle molestie
Come tutti gli attori economici, Twitter ha la responsabilità di rispettare i diritti umani, tra cui il diritto di vivere liberi dalla discriminazione e dalla violenza e il diritto alla libertà di espressione e di opinione. La ricerca di Amnesty International mostra tuttavia che non contrastando in modo efficace la violenza e le molestie da parte dei suoi utenti, Twitter sta contribuendo a ridurre al silenzio le donne sulla sua piattaforma.
Nel 2017 Amnesty International ha intervistato 4000 donne in otto paesi: oltre tre quarti (il 76 per cento) di quelle che avevano subito molestie e intimidazioni su un social media avevano cambiato il loro comportamento online, ad esempio nel 32 per cento dei casi rinunciando a postare le loro opinioni su determinati argomenti.
Secondo Amnesty International le donne di colore, quelle appartenenti alle minoranze etniche o religiose, le donne Lgbti, le persone di genere non binario e le donne con disabilità sono prese di mira più delle altre. In questo modo persone già marginalizzate vengono tenute fuori dalla conversazione pubblica.
La giornalista statunitense Imani Gandy ha dichiarato: “Vengo molestata in quanto donna e poi ulteriormente molestata in quanto donna nera. Se a una donna la chiamano puttana, a me chiamano puttana negra. Qualunque identità possano individuare, la usano contro di te. Qualunque offesa possano sfruttare contro un gruppo marginalizzato, lo sfruttano”.
Verso un’esperienza meno tossica
Il rapporto di Amnesty International contiene raccomandazioni concrete per rendere Twitter un luogo più sicuro e meno tossico per le donne, tra le quali:
– rendere pubblici esempi specifici di violenza e molestie che non saranno tollerati;
– condividere i dati sui tempi di risposta alle segnalazioni di molestia, fissare degli obiettivi e riferire regolarmente;
– assicurare che le decisioni prese per restringere i contenuti siano in linea col diritto internazionale dei diritti umani e con i relativi standard.
Twitter dovrebbe inoltre concentrare gli sforzi per mettere in grado gli stessi utenti di contribuire a migliorare l’esperienza sulla piattaforma, ad esempio creando campagne di sensibilizzazione sulle diverse opzioni disponibili in termini di sicurezza e privacy.
“Negli ultimi mesi abbiamo assistito a un’ondata di solidarietà e di attivismo da parte delle donne di tutto il mondo, e non c’è dubbio che Twitter abbia avuto un ruolo importante in movimenti come #MeToo”, ha commentato Dhrodia.
“Le recenti iniziative di Twitter indicano che l’azienda vuole essere parte di questo cambiamento, ma le donne non ci credono. Se non prenderà ulteriori misure concrete contro la violenza e le molestie online sulla sua piattaforma, Twitter non potrà sostenere credibilmente di stare dalla parte delle donne”, ha concluso Dhrodia.
Il rapporto #ToxicTwitter: violenza e molestie online contro le donne è online all’indirizzo:
https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2018/03/20164406/ToxicTwitter-report-EMBARGOED-21-MARCH.pdf

L’appello da firmare sul sito di Amnesty International è online al seguente link:
https://www.amnesty.it/stop-alla-violenza-online-su-toxictwitter/

Amnesty International Italia

Nuovo rapporto di A.I. sulla produzione di batterie elettriche

I principali produttori di apparecchi elettronici e veicoli alimentati da batterie elettriche non stanno ancora facendo abbastanza per fermare le violazioni dei diritti umani presenti nella catena dei fornitori di cobalto.
È questa l’accusa lanciata da Amnesty International, due anni dopo un suo rapporto che denunciava il collegamento tra le batterie elettriche e l’estrazione di cobalto tramite lavoro minorile nelle miniere della Repubblica Democratica del Congo.
Nel nuovo rapporto, intitolato “È tempo di ricaricare”, Amnesty International esamina se e come dal gennaio 2016 una serie di grandi aziende – tra le quali Apple, Samsung Electronics, Dell, Microsoft, BMW, Renault e Tesla – abbiano ottenuto miglioramenti nella modalità di estrazione del cobalto di cui si riforniscono. Se alcune di loro hanno fatto registrare passi avanti, altre non hanno fatto neanche il gesto di indagare sulla catena di fornitori della Repubblica Democratica del Congo.
“Le nostre indagini iniziali avevano concluso che il cobalto estratto in condizioni terribili da minori e adulti della Repubblica Democratica del Congo entrava nella catena di fornitori dei principali marchi mondiali. Quando avevamo contattato le aziende, avevamo riscontrato con grande allarme che molte non sapevano neanche da dove provenisse il cobalto presente nelle loro batterie”, ha dichiarato Seema Joshi, direttrice del programma Economia e diritti umani di Amnesty International.
“A quasi due anni di distanza, alcune delle più ricche e potenti aziende del mondo stanno ancora accampando scuse perché non hanno indagato sulla loro catena di fornitori. Persino quelle che lo hanno fatto, non rendono noti i rischi per i diritti umani e le violazioni che hanno riscontrato. Se le aziende non sanno da dove viene il cobalto, figuriamoci i loro clienti”, ha commentato Joshi.
“Questo è un momento fondamentale per cambiare le cose. Poiché il mercato delle batterie ricaricabili è in crescita, le aziende devono prendersi la responsabilità di dimostrare che non stanno facendo profitti sulla miseria di chi estrae il cobalto, in condizioni terribili, nella Repubblica Democratica del Congo”, ha sottolineato Joshi.
Una catena di fornitori priva di trasparenza
Più della metà della produzione mondiale di cobalto, un componente fondamentale delle batterie al litio, proviene dalla Repubblica Democratica del Congo e nel 20 per cento dei casi è estratto a mano. Amnesty International ha documentato casi di minori e adulti impegnati a estrarre il cobalto in tunnel strettissimi, costantemente a rischio di subire incidenti mortali e di contrarre gravi malattie polmonari. Il cobalto estratto in questo modo viene lavorato da un’impresa cinese, la Huayou Cobalt, per finire nelle batterie usate per alimentare apparecchi e auto elettriche.
Il rapporto di Amnesty International esamina gli eventuali progressi fatti dal gennaio 2016 – quando l’organizzazione per i diritti umani pubblicò la sua prima ricerca – dalla Huayou Cobalt e da 28 aziende potenzialmente in rapporti con l’azienda cinese o che comunque si ritiene acquistino cobalto estratto dalla Repubblica Democratica del Congo.
Le aziende sono state valutate sulla base di cinque criteri che riflettono standard internazionali, tra cui l’obbligo di svolgere i cosiddetti controlli di “due diligence” sulla catena dei fornitori e quello di essere trasparenti sui rischi collegati ai diritti umani. Per ogni criterio, Amnesty International ha espresso un giudizio che va da “nessuna azione” a “azione adeguata”.
Nessuna delle 29 aziende citate nel rapporto ha assunto azioni adeguate per rispettare gli standard internazionali, nonostante sapessero che i rischi per i diritti umani e le relative violazioni sono intrinsecamente associate all’estrazione del cobalto nella Repubblica Democratica del Congo.
Apple al primo posto, Microsoft indietro
Nel corso del 2017 Apple è diventata la prima azienda ad aver pubblicato la lista dei suoi fornitori di cobalto. Secondo le ricerche di Amnesty International, è l’azienda leader in tema di fonti di cobalto responsabili. Dal 2016, Apple sollecita Huayou Cobalt a identificare e rimediare alle violazioni dei diritti umani lungo la catena dei fornitori.
Dell e Hp hanno mostrato qualche segnale, iniziando a indagare sui fornitori legati a Huayou Cobalt e hanno adottato politiche più rigorose per individuare i rischi per i diritti umani e le violazioni collegate nella catena di fornitori del cobalto.
È allarmante, invece, che altre grandi aziende abbiano fatto ben pochi progressi.
Microsoft, per esempio, è tra le 26 compagnie che non hanno messo a disposizione informazioni sui loro fornitori, come le aziende che fondono e raffinano il cobalto. Ciò significa che Microsoft non è in linea neanche con i minimi standard internazionali.
Lenovo ha svolto azioni veramente minime per identificare i rischi per i diritti umani o per chiarire i suoi rapporti con Huayou Cobalt e la Repubblica Democratica del Congo.
Complessivamente, si rivela una mancanza di trasparenza: le aziende non rendono note le loro valutazioni sui rischi di violazione dei diritti umani nella catena dei fornitori né sugli eventuali controlli di “due diligence” effettuati da questi ultimi.
Per esempio, mentre Apple e Samsung Sdi hanno identificato le aziende che fondono il cobalto, non hanno però valutato i rischi per i diritti umani collegati alle attività di questi ultimi. Questo rende impossibile valutare se le responsabilità in termini di diritti umani siano rispettate o meno.
Il lato oscuro della tecnologia verde
La precedente ricerca di Amnesty International aveva rivelato il concreto rischio che cobalto estratto col lavoro minorile nella Repubblica Democratica del Congo finisse per alimentare le auto elettriche.
Il rapporto odierno denuncia che i produttori di veicoli elettrici si comportano peggio rispetto a quelli di altri settori quando si tratta di “pulire” le loro batterie.
Renault e Daimler sono valutati molto male, non avendo soddisfatto neanche i requisiti minimi su trasparenza e “due diligence”.
BWM è il produttore che si comporta meglio tra quelli esaminati, avendo introdotto alcuni miglioramenti nelle politiche e nelle prassi relative al cobalto, ma non hanno ancora reso noti i nomi delle aziende che fondono e raffinano il cobalto né hanno intenzione di rivelare quali valutazioni siano state fatte sulle prassi di “due diligence” delle aziende che fondono il cobalto.
“Il cobalto ha un ruolo fondamentale nelle soluzioni legate all’energia sostenibile: è un componente fondamentale nello sviluppo della cosiddetta tecnologia verde, come i parchi eolici e gli impianti per la produzione di energia solare. Ma la richiesta di cobalto rischia di sostenere anche le violazioni dei diritti umani”, ha dichiarato Joshua Rosenzweig, consulente di Amnesty International su Economia e diritti umani.
“Con la domanda di auto elettriche in crescita, è più importante che mai che le aziende che le producono si comportino in modo trasparente. Devono essere coinvolti anche i governi, che dovrebbero assumere iniziative di rilievo sulle catene di fornitori etiche, una priorità quando si tratta di attuare politiche verdi”, ha sottolineato Rosenzweig.
A seguito dell’attenzione generata dal rapporto di Amnesty International del gennaio 2016, il governo della Repubblica Democratica del Congo ha creato una commissione sul lavoro minorile nel settore minerario e ha redatto una nuova strategia destinata a non avere più minori impiegati nelle miniere artigianali entro il 2025. Se è ancora troppo presto per valutare l’impatto di questi provvedimenti, va notato che la strategia manca di un calendario, non prevede l’assegnazione di responsabilità precise e manca di un piano operativo di attuazione.
Huayou Cobalt, l’attore fondamentale di collegamento tra le miniere della Repubblica Democratica del Congo e le aziende esaminate dal rapporto di Amnesty International, ha fatto registrare alcuni passi avanti dal 2016 ed è diventato maggiormente trasparente. Tuttavia, resta difficile esaminare la qualità e l’efficacia dei suoi controlli di “due diligence”.
Cosa c’è ancora da fare
Le aziende hanno la responsabilità di identificare, prevenire, risolvere e rendere conto sulle violazioni dei diritti umani lungo la loro catena di fornitori.
La messa a disposizione delle valutazioni sui rischi per i diritti umani resta uno sviluppo fondamentale che nessuna delle aziende esaminate ha ancora intrapreso. Le aziende dovrebbero rendere note le violazioni dei diritti umani eventualmente identificate lungo la catena dei fornitori.
Laddove un’azienda abbia favorito il lavoro dei minori o degli adulti in condizioni terribili, o ne abbia tratto beneficio, essa dovrà rimediare al danno subito. Ciò significa agire insieme alle altre aziende e al governo locale per impedire le peggiori forme di lavoro minorile e sostenere la reintegrazione dei minori nella scuola, prendersi cura della loro salute e provvedere ai loro bisogni psicologici.
Ulteriori informazioni
Amnesty International ha scritto alle 29 aziende nell’ambito della sua ricerca e ha fornito loro l’opportunità di commentare le conclusioni preliminari. Le seguenti compagnie hanno espresso disaccordo per il punteggio loro assegnato su almeno uno dei cinque criteri-guida: Apple, BMW, Dell, Fiat-Chrysler, General Motors, HP, Hunan Shanshan, Microsoft, Sony, Tesla e Tianjin Lishen. Copie delle risposte integrali delle aziende sono a disposizione su richiesta.
Le domande rivolte alle aziende riflettono il quadro di riferimento in cinque punti sulla “due diligence” elaborato dall’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo nelle sue “Linee-guida sulla ‘due diligence’ sulla catena di fornitori responsabili di minerali provenienti da zone di conflitto e da aree ad alto rischio”.
Le cinque domande rivolte alle aziende da Amnesty International erano:
1. La sua azienda ha preso misure per ridurre i rischi per i diritti umani o rimediare ai danni prodotti nella sua catena di fornitori di cobalto?
2. La sua compagnia ha messo a disposizione informazioni sui rischi per i diritti umani e le violazioni dei diritti umani nella sua catena di fornitori di cobalto?
3. La sua compagnia ha svolto azioni per identificare le “strettoie” e identificare i rischi per i diritti umani e le violazioni dei diritti umani?
4. La sua compagnia ha rigidi sistemi e politiche in vigore per identificare e rimediare ai rischi per i diritti umani e alle violazioni lungo la catena di fornitori di cobalto?
5. La sua compagnia ha indagato sui suoi rapporti con la Repubblica Democratica del Congo e la Huayou Cobalt?
Il rapporto “Time to recharge: corporate action and inaction to tackle abuses in the cobalt supply chain” è online all’indirizzo:
https://www.amnesty.it/la-catena-dei-fornitori-cobalto-non-affronta-tema-del-lavoro-minorile/
Il quadro di riferimento in cinque punti sulla “due diligence” elaborato dall’Organizzazione per la cooperazione economica e lo sviluppo è online all’indirizzo:
https://www.oecd.org/corporate/mne/GuidanceEdition2.pdf

Amnesty International Italia

A.I. Gli stati dell’Unione Europea hanno ricollocato solo il 28,7 per cento dei richiedenti asilo assegnati

Gli stati dell’Unione europea sono ampiamente venuti meno all’impegno di ricollocare i richiedenti asilo provenienti dalla Grecia e dall’Italia. Questa è l’accusa di Amnesty International, alla vigilia del termine dei due anni di durata dello schema europeo di ricollocazione.
“Due anni dopo aver accettato quello schema, la maggior parte degli stati dell’Unione europea ha abdicato alle sue responsabilità abbandonando rifugiati e richiedenti asilo in Italia e Grecia”, ha dichiarato Iverna McGowan, direttrice dell’Ufficio di Amnesty International presso le Istituzioni europee.
“Non si trattava unicamente di fare qualcosa di buono, bensì di un vero e proprio obbligo legale nei confronti di rifugiati e richiedenti asilo. Gli stati dell’Unione europea devono rispettare i loro impegni, altrimenti rischieranno di essere portati di fronte alla Corte europea e di subire dure conseguenze”, ha aggiunto McGowan.
Polonia e Ungheria non hanno accolto neanche un richiedente asilo dall’Italia e dalla Grecia. La Slovacchia, che ha invano cercato di contestare lo schema ricorrendo alla Corte europea, ha accettato solo 16 dei 902 richiedenti asilo che le erano stati assegnati; la Repubblica Ceca solo 12 su 2691.
La Spagna ha rispettato solo il 13,7 per cento della quota assegnata, il Belgio il 25,6, l’Olanda il 39,6 e il Portogallo il 49,1.
Malta è l’unico stato dell’Unione europea ad aver raggiunto la quota assegnata. Lo stesso hanno fatto due stati non-UE, Norvegia e Liechtenstein, che avevano aderito volontariamente allo schema, accogliendo rispettivamente 1500 e 10 richiedenti asilo.
Tra gli stati che si sono comportati meglio figurano la Finlandia (1951 richiedenti asilo accolti, il 94,5 per cento della quota assegnata) e l’Irlanda (459 richiedenti asilo accolti, il 76,5 della sua quota).
Amnesty International continua a chiedere ai governi europei di raddoppiare gli sforzi per raggiungere le quote loro assegnate dallo schema di ricollocazione e di accogliere singole persone necessitanti di protezione e che attualmente si trovano in Italia e Grecia attraverso altri strumenti, quali i permessi di lavoro e procedure rapide di ricongiungimento familiare.
Lo schema di ricollocazione, nel settembre 2015, intendeva offrire ai richiedenti asilo la possibilità di ricostruire le loro vite in condizioni di sicurezza, dopo essere sopravvissuti alla guerra, alla persecuzione e a un viaggio pericoloso verso l’Europa.
In Grecia, dove migliaia di richiedenti asilo senza richiesta di ricongiungimento familiare restano intrappolati dal marzo 2016, quando è stato chiuso il confine con la Macedonia, la ricollocazione è uno dei pochi strumenti ufficiali a disposizione per la maggior parte delle persone che vogliono muoversi in condizioni di sicurezza verso altri paesi europei.

I richiedenti asilo che sono arrivati sulle isole greche dopo l’accordo UE-Turchia del 20 marzo 2016, sono stati illegalmente esclusi dallo schema di ricollocazione e molti di loro restano bloccati nel luogo dove sono approdati.
“Chiunque sia arrivato in Grecia e in Italia prima della scadenza dello schema dovrebbe essere inserito nello schema di ricollocazione. Se ciò fosse stato già fatto, oltre a consentire a richiedenti asilo di vivere in sicurezza e dignità, avrebbe alleviato la pressione e migliorato la situazione sulle isole greche, dove nei mesi estivi gli arrivi sono aumentati”, ha commentato McGowan.
Secondo Amnesty International, dopo la scadenza dello schema di ricollocazione i governi europei dovranno continuare a ricollocare tutti coloro che ne hanno diritto, coerentemente agli obblighi assunti nel settembre 2015.
I dati della Commissione europea sulle ricollocazioni sono online all’indirizzo:
https://ec.europa.eu/home-affairs/sites/homeaffairs/files/what-we-do/policies/european-agenda-migration/press-material/docs/state_of_play_-_relocation_en.pdf

Amnesty International Italia

Nuovo rapporto di A.I. sul Messico

La combinazione deleteria di un sistema giudiziario difettoso, gli agenti di polizia non addestrati e l’impunità in generale incoraggiano detenzioni arbitrarie e portano alla tortura, alle esecuzioni e alle sparizioni forzate, ha dichiarato Amnesty International lanciando un nuovo rapporto. “Falsi sospetti: le detenzioni arbitrarie della polizia in Messico” dimostra come la polizia in Messico trattiene costantemente le persone per estorcere confessioni in modo arbitrario. Inoltre, spesso si portano prove cercando di dimostrare che si sta facendo qualcosa per affrontare la criminalità o punire gli individui per il loro attivismo dei diritti umani. Il rapporto si basa su interviste confidenziali con i membri della polizia e del sistema giudiziario.

“Il sistema giudiziario in Messico è completamente inadatto allo scopo e per questo sta deludendo il larga misura la popolazione”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe. “La polizia sembra trattenere le persone per nessun altro motivo se non per fingere che siano state intraprese azioni per combattere la criminalità. In definitiva non raggiunge nulla e mette tutti nel paese in pericolo di violazioni dei diritti umani, inclusi torture e altri maltrattamenti”.

Le detenzioni arbitrarie possono facilmente portare ad altre violazioni dei diritti umani, come la tortura, la sparizione forzata e le esecuzioni extragiudiziali. Il 25 febbraio 2016, gli agenti di polizia di X-Can, una piccola comunità nella penisola dello Yucatán nel Messico meridionale, hanno arrestato arbitrariamente José Adrián, un ragazzo disabile di 14 anni, e lo hanno accusato di lanciare pietre alla loro macchina. Gli agenti di polizia non hanno detto a José Adrián perché è stato arrestato e non hanno contattato la sua famiglia. Invece, lo hanno picchiato, gli hanno tolto la camicia e l’hanno ammanettato. Poi lo hanno portato in una vicina stazione di polizia dove lo hanno appeso per le manette e lo hanno picchiato mentre era sospeso per costringerlo a confessare. Quando i genitori di José Adrián lo hanno finalmente trovato, sono stati invitati a pagare circa 138 dollari per il danno all’auto e 39 dollari come ammenda. Le autorità locali hanno detto che se non avessero pagato, José Adrián non sarebbe stato rilasciato, perciò alla fine hanno messo insieme i soldi e pagato l’ammenda. La famiglia ha presentato una denuncia dinanzi alla Commissione per i diritti umani statali e alla Procura di Stato, ma 18 mesi dopo ancora non sono stati informati di eventuali sviluppi nell’inchiesta. Nel giugno 2016, il Messico ha applicato un nuovo codice procedurale in tutto il paese, che ha dato alla polizia più poteri per condurre indagini. Il codice ha lo scopo di accelerare le indagini penali. In pratica, tuttavia, la legge non viene correttamente applicata, con molti agenti di polizia non adeguatamente formati e che non rispettano la premessa fondamentale della presunzione di innocenza – un diritto umano fondamentale. In un’ammissione sconvolgente, un agente di polizia ha dichiarato ad Amnesty International che non ritiene importante rendere i detenuti consapevoli dei loro diritti umani.

Ciò richiama l’atteggiamento di un gran numero di funzionari dell’applicazione della legge che violentemente e ingiustamente violano i diritti umani delle persone con cui interagiscono. I membri della magistratura non solitamente non mettono in dubbio la fonte delle prove presentate dalla polizia, anche se sanno che in molti casi la polizia presenta elementi di prova per incriminare le persone, specialmente nei crimini legati a rapine, armi e traffico di droga. Molti membri della magistratura, la polizia e l’ufficio del procuratore generale hanno denunciato ad Amnesty International la mancanza di risorse (incluso personale, veicoli, telefoni e esperti forensi) per risolvere i delitti. I membri della magistratura hanno ammesso di affrontare la pressione dei loro superiori, e persino dell’esecutivo, per deliberare in un determinato modo in casi rilevanti. Lo studente universitario e attivista per i diritti umani Enrique Guerrero Aviña sta languendo in una prigione federale di massima sicurezza nello stato di Jalisco, da quando è stato arrestato illegalmente dalla polizia federale in borghese a Città del Messico nel maggio 2013. Dal momento del suo arresto, Enrique è stato picchiato e umiliato. È stato poi portato in una località non identificata dove è stato torturato con pugni, soffocamenti e minacce alla sua famiglia, mentre veniva interrogato circa il suo lavoro sui diritti umani. Il  giorno dopo, è stato portato all’ufficio del procuratore generale dove è stato torturato di nuovo mentre la polizia cercava di costringerlo a confessare un rapimento – cosa che ha rifiutato di fare. È stato poi interrogato e accusato di essere coinvolto nella criminalità organizzata e in un rapimento insieme altre dodici persone che avevano a loro volta detto di essere state torturate per confessare. Enrique rimane ancora in detenzione preventiva, quattro anni dopo il suo arresto.

“Questa ricerca dimostra che tutti sono a rischio di detenzione arbitraria in Messico, e che si è più a rischio se si è poveri, si indossano abiti sbagliati o si lavora per difendere i diritti umani. Il sistema messicano sembra essere progettato per fare tutto ciò che serve per mantenere le carceri piene. Questo deve cambiare, e cambiare velocemente”. Il rapporto “Falsi sospetti: le detenzioni arbitrarie della polizia in Messico” è disponibile all’indirizzo: http://www.amnesty.it/messico-le-detenzioni-arbitrarie-affliggono-sistema-giudiziario

Amnesty International Italia

“Nemici dello Stato”. La situazione dei difensori dei DD.UU. in Iran secondo A.I.

Da quando nel 2013 Hassan Rouhani è stato eletto alla presidenza dell’Iran, gli organismi di sicurezza e il potere giudiziario del paese stanno portando avanti una feroce repressione contro i difensori dei diritti umani, demonizzando e imprigionando chi ha il coraggio di stare dalla parte dei diritti. Lo ha denunciato Amnesty International nel rapporto “Nella ragnatela della repressione: difensori dei diritti umani sotto attacco in Iran”.

Le speranze che le riforme annunciate da Rouhani nella prima campagna elettorale fossero sono state deluse: decine di attiviste e attivisti per i diritti umani, spesso etichettati come “agenti stranieri” e “traditori” dai mezzi d’informazione statali, sono stati processati e condannati per false accuse di reati contro la “sicurezza nazionale”. Alcuni di loro sono stati condannati a oltre 10 anni di carcere solo per aver preso contatti con le Nazioni Unite, l’Unione europea od organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International. “È amaramente ironico constatare che mentre le autorità iraniane vanno fiere del miglioramento delle relazioni con l’Onu e l’Unione europea, soprattutto a seguito dell’accordo sul nucleare, i difensori dei diritti umani che contattano quelle stesse istituzioni vengono trattati come criminali”, ha dichiarato Philip Luther, direttore di Amnesty International per la ricerca e l’advocacy su Medio Oriente e Africa del Nord. “Invece di diffondere il pericoloso mito che i difensori dei diritti umani costituiscono una minaccia per la sicurezza nazionale, le autorità iraniane dovrebbero prendere in considerazione i legittimi problemi che quelle donne e quegli uomini sollevano. Si tratta di persone che hanno rischiato tutto per costruire una società più umana ed equa ed è agghiacciante che siano state punite in modo così feroce per questo coraggio”, ha aggiunto Luther. Amnesty International ha chiesto all’Unione europea, che nel 2016 aveva annunciato l’intenzione di rilanciare il dialogo bilaterale con l’Iran sui diritti umani, di denunciare nel modo più netto la persecuzione ai danni dei difensori dei diritti umani nel paese. “La comunità internazionale, e soprattutto l’Unione europea, non deve rimanere in silenzio rispetto all’oltraggioso trattamento dei difensori dei diritti umani in Iran”, ha sottolineato Luther. “Invece di blandire le autorità iraniane, l’Unione europea dovrebbe chiedere in maniera ferma il rilascio immediato e incondizionato di tutte le persone in carcere per il loro pacifico impegno in favore dei diritti umani e la cessazione del ricorso al potere giudiziario per ridurle al silenzio”, ha proseguito Luther. Il rapporto di Amnesty International fornisce un quadro completo della repressione che ha preso di mira difensori dei diritti umani impegnati in campagne fondamentali e descrive 45 storie di attivisti contro la pena di morte, per i diritti delle donne e quelli delle minoranze, avvocati, sindacalisti e persone che chiedono verità, giustizia e riparazione per le esecuzioni extragiudiziali di massa e le sparizioni forzate degli anni Ottanta.

La stretta finale nei confronti dei difensori dei diritti umani Negli ultimi quattro anni le autorità giudiziarie iraniane hanno sempre più spesso applicato le vaghe e ampiamente generiche norme sulla sicurezza nazionale e, allo stesso tempo, aumentato profondamente l’entità delle condanne inflitte ai difensori dei diritti umani. Il capo della magistratura è nominato dalla Guida suprema. Di caso in caso, molte persone sono state condannate a lunghi periodi di carcere, a volte di oltre 10 anni, per azioni che neanche avrebbero dovuto essere considerate reati: aver preso contatti con le Nazioni Unite, l’Unione europea, organi d’informazione, organizzazioni sindacali internazionali o gruppi per i diritti umani all’estero, tra cui Amnesty International. Uno dei casi più emblematici, anche perché si trova in gravi condizioni di salute, è quello di Arash Sadeghi, un attivista per i diritti umani che sta scontando una condanna a 19 anni di carcere per “reati” quali aver comunicato con Amnesty International e aver inviato informazioni al Relatore speciale delle Nazioni Unite sull’Iran e a parlamentari europei sulla situazione dei diritti umani nel paese. Nonostante le sue critiche condizioni di salute, le autorità gli negano il trasferimento in un ospedale esterno al carcere per rappresaglia contro uno sciopero della fame che Sadeghi ha portato avanti tra ottobre 2016 e gennaio 2017 per protestare contro la detenzione di sua moglie, Golrokh Ebrahimi Iraee, “colpevole” di aver scritto un racconto sulla lapidazione. La nota difensora dei diritti umani Narges Mohammadi, già direttrice del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran, sta scontando una condanna a 16 anni di carcere per il suo lavoro in favore dei diritti umani. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti è stato avviato dopo che aveva incontrato, in occasione della Giornata internazionale delle donne del 2014, l’allora responsabile della politica estera europea, Catherine Ashton. Raheleh Rahemipour è stata condannata a un anno di carcere dopo che le Nazioni Unite avevano chiesto alle autorità iraniane informazioni sulla sparizione forzata del fratello e della nipote durante gli anni Ottanta. “Siamo di fronte al minaccioso e deliberato tentativo delle autorità iraniane di isolare i difensori dei diritti umani dal mondo esterno e d’impedir loro di contrastare la narrativa ufficiale sulla situazione dei diritti umani nel paese”, ha sottolineato Luther. Anche i sindacalisti, come Esmail Abdi e Davoud Razavi, hanno subito intimidazioni e il carcere per aver preso contatti con organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione internazionale del lavoro. Non va meglio ai difensori dei diritti delle minoranze. Alireza Farshi, esponente della minoranza azera, è stato condannato a 15 anni di carcere per “reati” tra cui aver scritto all’Unesco per chiedere l’organizzazione di un evento in occasione della Giornata internazionale della lingua madre.

Processi gravemente irregolari Tutti i difensori dei diritti umani le cui storie sono illustrate nel rapporto di Amnesty International sono stati condannati al termine di processi gravemente irregolari celebrati dai tribunali rivoluzionari. Spesso, i processi sono estremamente brevi. Nel marzo 2015 Atena Daemi e Omid Alishenas, due attivisti per l’abolizione della pena di morte, sono stati condannati, rispettivamente, lei a 14 anni e lui a 10 anni di carcere al termine di un processo durato 45 minuti. In appello entrambe le condanne sono state ridotte a sette anni. I processi nei confronti dei difensori dei diritti umani si svolgono generalmente in un clima di paura di cui fanno le spese anche gli avvocati, limitati nelle visite o nella corrispondenza riservata coi loro clienti e ostacolati nell’accesso agli atti giudiziari. Difensori dei diritti umani che hanno osato denunciare le torture e i processi irregolari hanno a loro volta subito intimidazioni, radiazioni e condanne. Il noto avvocato per i diritti umani Abdolfattah Soltani è stato condannato a 13 anni di carcere, nel 2011, a causa del suo coraggioso impegno, anche col Centro per i difensori dei diritti umani.

Il rapporto “Nella ragnatela della repressione: difensori dei diritti umani sotto attacco in Iran” è disponibile all’indirizzo: www.amnesty.it/nemici-dello-stato-in-un-rapporto-di-amnesty-international-laccanimento-delliran-contro-i-difensori-dei-diritti-umani

Amnesty International Italia

 

Censura digitale in Egitto secondo A.I.

Un tentativo di eliminare gli ultimi spazi rimasti a disposizione per le voci critiche e la libertà d’espressione: così Amnesty International ha definito l’assalto alla libertà digitale in corso dal 24 maggio in Egitto. Da quel giorno, secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, sono stati bloccati almeno 63 siti, 48 dei quali dedicati all’informazione. Tra i primi a essere censurati è stato Mada Masr, portale indipendente di qualità noto per le sue analisi profondamente critiche nei confronti del governo egiziano. Il 10 giugno è stato bloccato l’accesso alla piattaforma globale Medium. L’11 giugno è stata la volta del siti Albedaiah, diretto dal giornalista indipendente Khaled al Balshy, Elbadiland Bawabit e Yanair.   “L’attuale giro di vite nei confronti dei media digitali è un’ulteriore dimostrazione che le vecchie tattiche poliziesche dello stato egiziano sono ancora attuali. Persino nei peggiori momenti della repressione ai tempi di Mubarak le autorità non avevano impedito l’accesso a tutti i portali informativi indipendenti”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Le autorità egiziane sembrano avere nel mirino gli ultimi spazi rimasti a disposizione per la libera espressione. Con quest’ulteriore mossa stanno dimostrando fino a che punto sono pronti ad arrivare per impedire ai cittadini egiziani di accedere a notizie, analisi e opinioni indipendenti sul loro paese. Chiediamo che il blocco sia annullato immediatamente”, ha proseguito Bounaim. Il 24 maggio, oltre a Mada Masr, sono stati bloccati anche Daily News Egypt, Elborsa e Masr al Arabia. Le autorità non hanno chiarito quali attività illegali stessero svolgendo e non hanno fornito dettagli sulla base legale del provvedimento. In alcune interviste, funzionari del governo hanno fatto generico riferimento al “sostegno al terrorismo” e alla “pubblicazione di notizie false”. Il giorno dopo, la stampa egiziana ha citato una “agenzia sovrana” (termine col quale s’indica l’intelligence egiziana) che aveva giustificato i provvedimenti invocando il “contrasto al terrorismo” e accusando – senza fornire alcuna prova – il Qatar di sostenere alcuni dei portali bloccati. La maggior parte dei blocchi riguarda portali d’informazione ma sono compresi anche siti da cui possono essere scaricati programmi come VPN e TOR. Amnesty International è stata in grado di verificare che solo uno dei siti bloccati era collegato a gruppi che usano o promuovono la violenza. Molti dei portali bloccati erano diventati un rifugio per quelle voci critiche egiziane che non potevano più andare in televisione o scrivere sui giornali, l’una e le altre finite sotto il rigido controllo statale da quando il presidente Abdel Fattah al-Sisi è salito al potere. Il portale Mada Masr è stato indomito nel denunciare costantemente le violazioni dei diritti umani, come le detenzioni arbitrarie, i processi iniqui, la repressione contro le Ong, le esecuzioni extragiudiziali e la pena di morte. La sua direttrice, Lina Attallah, ha detto ad Amnesty International di ritenere che il sito sia stato bloccato perché pubblica notizie basate su ricerche approfondite e fonti verificate: “Pubblichiamo quello che le autorità non vogliono che la gente legga”, ha detto. “Il governo egiziano pare voler sfruttare i recenti attentati compiuti dai gruppi armati per chiudere gli ultimi spazi di libertà e ridurre al silenzio le voci critiche. Ancora una volta, le autorità usano la sicurezza nazionale per praticare una totale repressione”, ha commentato Bounaim. “Invece di attaccare le voci critiche e indipendenti, l’Egitto dovrebbe rispettare la sua Costituzione e il diritto internazionale che lo obbligano a non imporre limitazioni arbitrarie alla libertà d’espressione e a proteggere il diritto di ogni persona a cercare, ricevere e condividere informazioni”, ha sottolineato Bounaim. La Costituzione egiziana vieta la censura dei mezzi d’informazione, salvo che in tempo di guerra e di mobilitazione militare, protegge la libertà d’espressione e di stampa tanto in forma cartacea quanto digitale e riconosce il diritto di tutti i cittadini a utilizzare i mezzi e gli strumenti di telecomunicazione. Le ragioni legali e i poteri sulla base dei quali il governo egiziano ha bloccato i siti sono ambigui e non è chiaro se siano state applicate le leggi ordinarie – che già prevedono la censura per motivi di sicurezza nazionale – o le disposizioni dello stato d’emergenza, dichiarato per tre mesi il 9 aprile a seguito degli attentati contro due chiese a Tanta ed Alessandria. Un’ora dopo gli attentati, le autorità avevano confiscato le copie del quotidiano Albawaba, che aveva chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno per non aver saputo impedirli. Lo stato d’emergenza conferisce al governo ampi poteri di sorveglianza e di censura. Il 10 aprile il presidente del parlamento, Ali Albel’al, ha annunciato che questi poteri avrebbero riguardato anche Twitter, Facebook e YouTube, piattaforme usate a suo dire dai “terroristi” per comunicare tra loro e ha minacciato di procedimenti giudiziari gli autori di reati informatici. Le vaghe disposizioni della legge anti-terrorismo prevedono condanne fino a 15 anni per i responsabili di siti usati per promuovere “idee terroristiche” e consentono alle autorità di bloccare siti sospettati di promuovere il “terrorismo”. Due dei siti bloccati, Daily News Egypt ed Elborsa, appartengono alla Business News Company, già munita di licenza governativa. Nel novembre 2016, tuttavia, il governo ha congelato i suoi patrimoni accusandola di legami con la Fratellanza musulmana, senza fornire alcuna prova. Da allora i 230 dipendenti non ricevono lo stipendio. I rappresentanti di molti dei siti bloccati hanno presentato esposti al Sindacato dei giornalisti, al Consiglio nazionale della stampa, al ministro delle Comunicazioni e alla procura generale senza ricevere finora alcuna risposta. Mada Masr si è rivolto a un tribunale amministrativo ma il suo appello non è stato ancora preso in esame.

Amnesty International Italia

Bambini “normalizzati”?

I bambini nati con caratteristiche sessuali che non si adattano alle norme femminili o maschili rischiano di essere sottoposti a una serie di procedure mediche non necessarie, invasive e traumatiche in violazione dei loro diritti umani, ha dichiarato Amnesty International. Utilizzando casi studio documentati in Danimarca e in Germania, il rapporto “In primo luogo, non ferire” indica come gli obsoleti stereotipi di genere determinino interventi chirurgici non urgenti, invasivi e irreversibili ai danni di bambini intersessuati – il termine comunemente usato per coloro che hanno variazioni di alcune caratteristiche sessuali quali cromosomi, genitali e organi riproduttivi. “Queste cosiddette procedure di ‘normalizzazione’ vengono condotte senza la completa conoscenza degli effetti potenzialmente dannosi a lungo termine che producono sui bambini”, ha dichiarato Laura Carter, ricercatrice di Amnesty International sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. “Stiamo parlando di incisioni che vengono fatte su tessuti sensibili, con conseguenze per tutta la vita, tutto a causa degli stereotipi su ciò a cui un ragazzo o una ragazza dovrebbe assomigliare. La domanda è a chi giova, perché la nostra ricerca mostra che si tratta di esperienze incredibilmente tristi”. Il rapporto spiega come procedure mediche non di emergenza, tipicamente eseguite su neonati e bambini di età inferiore ai 10 anni, sono in corso in Danimarca e Germania, nonostante la mancanza di ricerche mediche a sostegno della necessità di un intervento chirurgico. Si stima che fino all’1,7% della popolazione globale abbia variazioni di caratteristiche sessuali, la stessa percentuale delle persone con i capelli rossi. Sulla base di interviste con persone intersessuate, professionisti medici in Danimarca e Germania, nonché gruppi di sostegno e di difesa in tutta Europa, Amnesty International ha riscontrato prove che i bambini nati con variazioni delle loro caratteristiche sessuali sono stati sottoposti a procedure quali: · operazioni per nascondere una clitoride allargata, che causano rischi di danni al nervo, cicatrici e dolori · chirurgia vaginale o vaginoplastica, che può includere più interventi chirurgici nel tempo su bambini piccoli per creare o ampliare un’apertura vaginale · gonadectomia – la rimozione delle gonadi (compresi i tessuti ovarici o testicolari) – che è irreversibile e comporta la necessità di trattamenti ormonali a vita · operazioni di riparazione di ipospadia – interventi chirurgici per riposizionare l’uretra sull’apice del pene, che viene eseguita per creare un pene che sia considerato funzionale ed esteticamente normale. Questi interventi possono portare a una serie di complicazioni per tutta la vita. Queste procedure mediche sono talvolta medicalmente necessarie per proteggere la vita o la salute di un bambino, ma ciò non sempre avviene. Molte delle persone intervistate da Amnesty International circa le loro esperienze o quelle dei loro figli hanno parlato del trauma fisico e mentale che hanno sofferto, sia all’epoca degli interventi chirurgici che in seguito. “Quando penso a quello che è accaduto, sono sconvolto, perché non si trattava di qualcosa che spettava ad altri decidere – si sarebbe potuto aspettare”, ha detto H. dalla Danimarca, che ha parlato con Amnesty International sotto anonimato. Ha scoperto per caso di essere stato operato  per ipospadia all’età di cinque anni quando ha avuto accesso alle sue vecchie cartelle cliniche. “Mi sento triste quando penso al fatto che sia considerato necessario operare questi bambini solo perché altre persone pensano che dovrebbe essere fatto”.

Diritti umani a rischio Secondo Amnesty International, l’attuale approccio al trattamento dei bambini intersessuati in Danimarca e Germania non riesce a proteggere i diritti umani dei bambini, compresi quelli alla riservatezza e al più alto livello di salute raggiungibile. Anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno esplicitamente condannato tali pratiche. Hanno inoltre ripetutamente classificato interventi chirurgici inutili in bambini intersessuati come pratiche nocive e in violazione dei diritti del bambino. “Le autorità danesi e tedesche stanno venendo meno al loro dovere di proteggere questi bambini. Con l’attuale mancanza di ricerca medica e conoscenza in questo settore, le decisioni che cambiano la vita e quelle irreversibili non dovrebbero essere prese quando il bambino è troppo piccolo per poter dire la sua su quello che gli viene fatto”, ha aggiunto Laura Carter. Amnesty International invita i legislatori e i professionisti medici di entrambi i Paesi a garantire che nessun bambino sia sottoposto a trattamenti non urgenti, invasivi e irreversibili. Le decisioni dovrebbero essere rinviate fino a quando la persona interessata non sia in grado di prendere parte in modo significativo alle scelte su ciò che viene fatto al suo corpo. Amnesty International chiede inoltre che i medici siano formati sulla differenze fisiche e di genere, le autorità smettano di perpetuare stereotipi di genere nocivi e la Germania e la Danimarca assicurino che coloro che hanno subìto un intervento non necessario ricevano un risarcimento.

Il rapporto “In primo luogo, non ferire” è online all’indirizzo: http://www.amnesty.it/bambini-danesi-tedeschi-deturpati-interventi-chirurgici-invasivi-normalizzare-sesso/

Casi studio: gli autori del rapporto hanno intervistato 16 persone in Danimarca e in Germania con variazioni di caratteristiche sessuali e otto genitori di bambini con queste variazioni, sulle loro esperienze. In alcuni casi i nomi sono stati modificati per proteggere le identità. https://www.amnesty.org/en/latest/campaigns/2017/05/intersex-rights/

Amnesty International Italia