Robot killer

Più di tre persone su cinque in 26 paesi si oppongono allo sviluppo dei robot killer, armi autonome in grado di individuare e uccidere obiettivi senza l’intervento umano. È questo il risultato di un sondaggio commissionato nel 2018 dalla Campaign to Stop Killer Robots.
Il sondaggio, condotto da Ipsos MORI, ha evidenziato che:
– nei 26 paesi oggetto dell’indagine del 2018, oltre tre persone su 5 (61%) sono contrarie allo sviluppo di sistemi di armi autonome letali;
– due terzi (66%) di coloro che si oppongono alle armi autonome letali sono particolarmente preoccupati che “si oltrepassi una linea morale e che le macchine siano autorizzate ad uccidere”;
– oltre la metà (54%) delle persone contrarie hanno espresso preoccupazione perché queste armi non potrebbero essere ritenute responsabili e processate per le loro azioni;
– rispetto a un’indagine quasi identica svolta in 23 paesi nel gennaio 2017, in cui il 56% degli intervistati si era dichiarato contrario alle armi autonome letali, l’opposizione è in crescita;
– oltre la metà degli intervistati contrari ai robot killer sono in Cina (60%), Russia (59%), Regno Unito (54%), Francia (59%) e Stati Uniti (52%).
La Campaign to Stop Killer Robots è una coalizione globale di Ong, tra cui Amnesty International, impegnata per mettere al bando tutte le armi completamente autonome.
Il sondaggio mostra che gli stati che si oppongono al divieto di impiegare robot killer non sono assolutamente in sintonia con l’opinione pubblica. Essi invece dovrebbero proteggere le persone dalla miriade di rischi che i robot killer pongono e non lanciarsi in una nuova corsa agli armamenti che potrebbe avere conseguenze terribili.
C’è ancora tempo, sebbene non molto, per fermare lo sviluppo e la proliferazione di armi totalmente autonome. I governi dovrebbero tenere conto dei risultati di questo sondaggio e avviare con la massima urgenza negoziati per un nuovo trattato che vieti queste orribili armi. È l’unico modo per garantire il rispetto del diritto internazionale e rispondere alle preoccupazioni etiche e di sicurezza che riguardano il fatto di delegare a delle macchine il diritto di vita o di morte.
Amnesty International chiede il divieto totale dello sviluppo, della produzione e dell’impiego di sistemi di armamento totalmente autonomi, in considerazione dei gravi rischi che presentano per i diritti umani, il diritto umanitario e la sicurezza. L’impiego di armi autonome senza un controllo umano significativo ed efficace violerebbe il diritto alla vita e altri diritto umani, oltre a creare un vuoto in materia di responsabilità se, una volta dispiegate, queste armi fossero in grado di prendere decisioni autonome sull’uso della forza letale.

Attualmente 28 Stati sono favorevoli alla messa al bando delle armi totalmente autonome. Austria, Brasile e Cile hanno ufficialmente proposto l’avvio di un negoziato urgente su uno “strumento giuridico vincolante che garantisca un controllo umano significativo sulle funzioni cruciali dei sistemi di armamento autonomi”.
In occasione della riunione annuale della Convenzione sulle armi convenzionali del novembre 2018 a Ginevra, una minoranza di Stati ha invocato la procedura del consenso per respingere progressi diplomatici importanti. In quella occasione Russia, Israele, Corea del Sud e Stati Uniti hanno dichiarato che non appoggeranno negoziati per un nuovo trattato.
I risultati del sondaggio mostrano che oltre la metà degli intervistati in Russia (59%) e negli Stati Uniti (52%) sono contrari ai “robot killer”. Oltre la metà delle persone si sono dichiarate contrarie alle armi autonome in Cina (60%), in Corea del Sud (74%) e nel Regno Unito (54%), tra i principali paesi di produzione e sviluppo di questa tecnologia.
Il sondaggio realizzato da Ipsos MORI è stato commissionato dalla Campaign to Stop Killer Robots e si è svolto nel dicembre 2018. La dimensione del campione era tra 500 e 1000 persone per ogni paese.
Per maggiori informazioni: https://www.stopkillerrobots.org/

Amnesty International Italia

Aasia Bibi libera

Accogliendo con favore la decisione della Corte suprema del Pakistan di confermare la sentenza di assoluzione per Aasia Bibi, la contadina cristiana condannata a morte nel 2010 per blasfemia, Rimmel Mohydin, responsabile delle campagne di Amnesty International sull’Asia meridionale, ha rilasciato questa dichiarazione:
“Aasia Bibi deve finalmente tornare in libertà e il suo incubo deve finire. Dopo nove anni dietro le sbarre per un reato non commesso, è difficile considerare il verdetto di oggi come una sorta di giustizia. Ma almeno questo le dovrebbe consentire di riunirsi con la sua famiglia e di cercare riparo in uno stato di sua scelta”.
“Le autorità pachistane devono respingere e indagare sui tentativi di intimidire la Corte suprema. Devono proteggere le minoranze religiose, i giudici e gli altri rappresentanti del governo da ogni minaccia di violenza”.
“Il vergognoso ritardo nel ripristinare i diritti di Aasia Bibi rende ancora più necessario l’annullamento, nei tempi più rapidi possibili, delle leggi sulla blasfemia e di ogni altra norma che discrimini le minoranze religiose e ponga le loro vite a rischio”.
Alla fine di ottobre del 2018 la Corte suprema aveva assolto Aasia Bibi da ogni accusa e ordinato il suo rilascio immediato. Di fronte alle proteste e alle minacce di parte dell’opinione pubblica, il governo aveva fatto un passo indietro, impedendo ad Aasia Bibi di lasciare il paese fino a quando la Corte suprema non avesse esaminato la richiesta di revisione del caso. Da allora, la donna era rimasta sotto protezione.
Le leggi sulla blasfemia sono vaghe, generiche e coercitive. Vengono usate per prendere di mira le minoranze religiose, compiere atti di violenza e perseguire vendette private. Le persone accusate, spesso sulla base di prove inesistenti, fanno fatica a veder riconosciuta la loro innocenza mentre gruppi di facinorosi minacciano le forze di polizia, i testimoni, i procuratori, gli avvocati e i giudici.

Amnesty International Italia

Le cose da scoprire, i perché di una civiltà

Leggiamo il parere personale di un viaggiatore.

L’attrazione è fortissima, e non ce ne accorgiamo subito, perché il fascino della cultura araba è veramente coinvolgente. Ho visitato quasi tutti i Paesi arabi dal 1980 e sono riuscito a penetrare la cultura che a noi italiani e europei risulta così difficile da comprendere. Per questi e altri motivi che cercherò di illustrare in questo breve articolo, la civiltà che circonda la nostra Europa, è spesso guardata da noi con quella superficialità da primi della classe. Ricordo bene invece, come il mio professore di arabo, un marocchino serio e preparato, un giorno dopo le prime difficoltà nello studio delle prime lezioni, mi disse: “Se vuoi capire la lingua araba, devi pensare al contrario”. E aveva ragione! Ho avuto molta fortuna nella ricerca di capire gli usi e i costumi di questa etnia che si estende praticamente dall’Iraq e dall’Arabia Saudita fino al Regno Alawita del Marocco affacciato sull’Oceano Atlantico. Così sono riuscito ad entrare nelle case e a carpire la fiducia di molti locali, che altrimenti non avrebbero raccontato ad un europeo sperduto le loro tradizioni cui sono legatissimi e che fino a pochi anni fa, venivano tramandate oralmente. Insomma, come si dice, avevo perfettamente il polso della situazione. Gli Arabi non sono tutti Musulmani (si pensi all’Iraq dove c’era il Patriarcato Caldeo o al Libano dove esiste ancora oggi un Patriarca Cristiano-Maronita). Se prendiamo invece in esame propriamente i musulmani, ci accorgiamo che  questi sono riusciti ad islamizzare diverse parti dell’Asia e dell’Africa con alcune comunità che si sono insediate dove non ti aspetteresti di incontrarle, ad esempio in alcune città della lontana Colombia  in Venezuela e, perché no, nel più grande Paese musulmano del mondo, l’Indonesia. Andando in giro  nei mercatini e parlando nei caffè, ho avuto molte occasioni di riuscire ad ottenere tante informazioni che mi hanno aiutato nei viaggi successivi a capire immediatamente le situazioni in cui mi sono venuto a trovare. In questo modo, sono riuscito ad approfondire la conoscenza di un mondo così bello e allo stesso tempo così complesso. Da subito, ci si accorge che la maggior parte delle idee del sociale e del culturale ha una stretta relazione con il motivo religioso che diventa il leít-motiv.

Non vi è festa, momento della giornata, circostanza sociale, politica o culturale che non abbia questi legami.

Per questo motivo, se pensiamo al Califfato, non dobbiamo di certo soffermarci all’odierna rappresentazione dello Stato islamico (Daesh in arabo) L’Isis infatti, si è autoproclamato califfato, ed erano almeno 90 anni che non sentivamo questa parola: l’ultimo califfato fu abolito nel 1924 da Mustafa Kemal Ataturk in Turchia. Lo Stato a cavallo fra Siria e Iraq, ci viene spesso presentato in maniera superficiale con poche informazioni e qualche volta distorte ad arte. La capacità di seduzione del Califfato contemporaneo è coinvolgente in particolare per quanti si lasciano ammaliare dalla promessa di un ordine ottenuto attraverso la coercizione e la violenza. Il vero Califfo negli anni di massimo splendore del califfato, fu invece, un personaggio mitico ma realmente esistito nell’antica Mesopotamia Harùn Al-Rasheed protagonista delle Mille e una notte il quale, regnò a Bagdad nei secoli di massimo splendore del grande Califfato. La società in questi anni così importanti, era divisa in quattro classi:

– gli Arabi musulmani, che detenevano il potere;

– i Mawali, cioè gli infedeli convertiti all’Islam;

– i Dhimmi, adepti di altre religioni tollerate dal Corano, che godevano della protezione dei musulmani in cambio del pagamento di un tributo;

– da ultimi, gli schiavi.

Quindi c’era una convivenza pacifica e regolamentata nei minimi dettagli. Ricordo di aver proposto negli anni Novanta a un editore un libro su queste tematiche, ma la poca lungimiranza, lo ha fatto optare per un cortese rifiuto. Detto per inciso, erano gli anni Novanta quando in Algeria venivano sterminate intere famiglie a colpi di scimitarra e di coltello. Non era propriamente la festa del montone la più grande ricorrenza musulmana che ricorda il sacrificio di Abramo, fermato all’ultimo momento da Dio che riconoscendo la sua fede, ha voluto salvare la vita dell’unico figlio tanto atteso dal Patriarca e da sua moglie Rebecca. Molti non conoscono per esempio che la famiglia araba è matriarcale, anche se è sempre l’uomo a contare e a decidere come avveniva ai tempi di Gesù. Molti credendo di offrire un gesto di galanteria, allungano la mano ad una donna, che viene sistematicamente ritirata da quest’ultima non per scortesia, ma solo perché è la mano di un estraneo che non fa parte della famiglia. Ricordo a tal proposito la sorpresa di una dirigente parzialmente velata, incontrata in un hotel importante vicino Muskat la capitale dell’Oman, poiché non avevo allungato la mano come era consuetudine dello straniero di turno, e le ho spiegato che questo mi era stato insegnato durante una delle mie esperienze in Marocco. Per questi e altri motivi, un’Europa sonnolenta e superficiale ha lasciato correre molto tempo prima di accorgersi con grande sorpresa di aver ospitato il suo assassino in casa. D’altronde, la parola assassino, deriva proprio dall’arabo e precisamente da una tribù detta per l’appunto assassini. Le cose sono state preparate con molta cura e senza fretta, metodo tipico degli arabi che non hanno mai fretta e aspettano il momento opportuno per passare all’azione. Quante persone, sapevano con esattezza il significato del termine talebano? Molti lo utilizzavano a sproposito e comunque in contesti sbagliati. Talebano deriva propriamente dalla parola araba talib che significa nient’altro che studente. Ho potuto incontrare personalmente ragazzi e ragazze che mi chiedevano un visto per andare in Italia, ma alla domanda su cosa volessero fare una volta arrivati nel nostro Bel Paese, rispondevano: “Non lo so”. La mia replica era sempre la stessa, “Allora rimani in Marocco!”. Di certo i bombardamenti degli europei e degli americani, hanno contribuito ad inasprire il clima, ma i viaggi in Italia Belgio Francia e Spagna avevano spesso, per non dire quasi sempre, un unico scopo, quello di inserire nella società il migrante e quindi di fare in modo che fosse pronto al momento opportuno per l’azione preparata secondo i dettami del Corano e sotto la guida dei cosiddetti fratelli guida, cioè gli Iman. Ricordo bene quando tutto questo è iniziato, ne parlavo con gli amici anche di una certa cultura e questi mi rispondevano: “Sei esagerato!”. Certo l’uomo che ascolta le notizie e legge i giornali è di sicuro informato, ma non riesce ad avere il polso della situazione come chi sta vivendo queste esperienze direttamente, quindi non può comprendere lo svolgimento di fatti che risultano a lui così lontani. A tal proposito, non va dimenticato che la Guerra Santa o jihad che dir si voglia, è un dovere! Vi siete mai chiesti perché il testo sacro preveda di avere fino a quattro mogli? Bene, chi faceva la guerra erano gli uomini e naturalmente, molti morivano, per cui era previsto che il fratello o il cugino o il miglior amico si prendesse cura della donna rimasta vedova. Inoltre, la conquista in nome di Allah è un’azione collettiva. La jihad, nella sua forma di guerra santa, risponde a tre requisiti, scrive lo storico Jean Flori:

– essere condotta in nome di una religione con la promessa di essere ricompensati dopo la morte in battaglia;

– essere una guerra di conquista al fine di stabilire la legge islamica;

– essere proclamata da un’autorità religiosa.

Oltre a queste tradizioni, sono da ricordare un dettame sempre del Corano, che prescrive di pregare 5 volte al giorno con una serie di minuziosi consigli, per esempio se sei in viaggio e non hai la direzione de La Mecca, pregherai più a lungo, una volta arrivato a casa. Tutto ciò per aiutare soprattutto le popolazioni sedentarie a mettere in funzione la peristalsi intestinale. Per questo motivo, è vietata la carne di maiale e il vino, dal momento che l’Islam è nato in una zona della terra dove gran parte è deserto e quindi le temperature sono calde durante tutto l’anno, non certo per paura che, come poteva avvenire una volta, il maiale trasmettesse un parassita come la tenia.  Se chiederete ad un musulmano perché la preghiera in moschea si fa il venerdì, riceverete le risposte più variegate, dal fatto che il Profeta si sia inchinato per la prima volta proprio il venerdì al fatto che, siccome gli ebrei pregano il sabato, non ci sarebbero dovute essere sovrapposizioni. Purtroppo sappiamo bene come è andata a finire!

Come molti sappiamo, il Ramadan è il mese del digiuno, ma alcune persone ne sono esenti, come gli ammalati e naturalmente i guerrieri. Fra l’altro questo mese dell’anno Islamico è sempre stato il più fecondo, per alcune ragioni importanti. La diminuzione fino a due ore di lavoro che può essere applicata a chi non mangia e non beve assolutamente dall’alba al tramonto e una fecondità senza confronti negli altri mesi del calendario lunare.

Quante persone fino a qualche anno fa conoscevano l’arabo ed erano quindi in grado di capire i sermoni carichi di violenza che venivano pronunciati senza controllo nella preghiera ad Allah nel giorno sacro proprio il venerdì? Quante persone sono state in grado di dire no alla conversione all’Islam tollerante, senza un background adeguato? E da ultimo, quanti si sono lasciati convertire dalla rete, dove fino a poco tempo fa non c’era un controllo capillare come oggi?

Possiamo fare come con gli Ebrei un concordato? O diventerebbe un Islam-concordato e poi una sola parola, Islam? A tal proposito, quanti sono informati che il terreno concesso per l’edificazione di una Moschea non verrà più restituito allo stato perché vengono applicate alcune clausole che prevedono come quel terreno sarà parte della comunità islamica tollerante per sempre?

Ancora, siamo sicuri che i nostri fratelli Musulmani ci vogliano convertire solo per andare dritti in Paradiso? Quanto siamo consapevoli che, comunque convertiti, saremo sempre dei convertiti, e quindi Musulmani di serie B?

L’Islam, dicono i cosiddetti Musulmani moderati, è una religione di pace, ma come mai allora dopo Mohamed l’Unico Profeta l’Inviato, nominati i quattro Califfi in ossequio al numero magico, sì proprio il quattro, subito uno di loro venne ucciso? Infatti così l’Islam si è subito diviso in Sanniti, circa il novanta per cento, e gli sciiti seguaci di Alì che sono preminenti in Siria Iran e Iraq, all’incirca il 10 per cento. Sempre a proposito di conversione all’unica Fede, cui saremo tutti prima o poi chiamati a obbedire, non deve stupire il fatto che l’Islam si compirà quando verrà pregato ai quattro angoli della terra, cioè dappertutto. Quindi poche illusioni sugli insegnamenti del testo Sacro dei Musulmani che, come è affermato dagli Iman, non è interpretabile, poiché alla fine saremo chiamati, obtorto collo, ad una conversione collettiva o ad una morte sicura, per infedeltà o apostasia. Il progetto è quello di istituire un califfato in Iraq e in tutto l’Oriente. Per riuscire in tal modo a controllare e governare questa entità. Così si potrà estendere la legge islamica in ogni continente. Per restaurare infine il potere e la gloria dell’Islam sunnita. Quello delle armate del Profeta.

 

Bruno Bertucci

Pena di morte: voto ONU a favore dell’abolizione

Un numero record di stati membri delle Nazioni Unite ha votato, il 17 dicembre, a favore della risoluzione che chiede una moratoria sulle esecuzioni in vista dell’abolizione della pena di morte.
Dei 193 stati membri delle Nazioni Unite, 121 hanno votato a favore della settima risoluzione presentata dal Brasile e sponsorizzata da 83 stati alla sessione plenaria dell’Assemblea generale a New York; 35 hanno votato contro e 32 si sono astenuti.
Nel dicembre 2016 i voti a favore erano stati 117. Per la prima volta Dominica, Libia, Malaysia e Pakistan hanno votato a favore, mentre Antigua e Barbuda, Guyana e Sud Sudan sono passati dal voto contrario all’astensione.
Guinea Equatoriale, Gambia, Mauritius, Niger e Ruanda hanno ripreso la loro posizione abolizionista, a differenza di quanto fatto nel 2016. Nauru è passata dal voto favorevole al voto contrario, Bahrein e Zimbabwe dall’astensione al voto contrario e Congo e Guinea dal voto a favore all’astensione.
“Il fatto che un numero record abbia votato in favore della fine delle esecuzioni mostra che l’abolizione globale della pena di morte sta diventando un’inevitabile realtà. Un mondo libero dalla pena di morte è più vicino che mai”, ha dichiarato Chiara Sangiorgio, esperta sulla pena di morte di Amnesty International.
“Questo voto significa che un numero sempre maggiore di paesi vuole intraprendere passi per porre fine una volta per tutte a questa punizione crudele, inumana e degradante”, ha aggiunto Sangiorgio.
“Il voto mostra anche il crescente isolamento dei 35 stati che hanno votato contro la risoluzione. Gli stati che ancora mantengono in vigore la pena capitale dovrebbero istituire immediatamente una moratoria sulle esecuzioni, quale primo passo verso l’abolizione”, ha concluso Sangiorgio.
Nel 1945, anno di fondazione delle Nazioni Unite, solo otto degli allora 51 stati membri avevano abolito la pena di morte. Nel 2017 le esecuzioni hanno avuto luogo in soli 22 stati membri, l’11 per cento del totale.

Amnesty International Italia

 

Secondo A.I. legislazione antistupro inadatta in molti Paesi europei

Un rapporto di Amnesty International ha rivelato che le leggi della maggior parte degli stati europei non riconoscono che un rapporto sessuale privo di consenso sia uno stupro. Si tratta di legislazioni inadeguate che, insieme alla pericolosa cultura della colpevolizzazione della vittima, perpetuano l’impunità in tutta Europa. Amnesty International ha esaminato le leggi sullo stupro in 31 stati europei scoprendo che solo in otto casi la definizione di stupro contempla il mancato consenso. Nella vasta maggioranza dei casi lo stupro è riconosciuto tale solo in presenza di violenza fisica, minaccia o coercizione.

“Sebbene movimenti come #MeToo abbiano ispirato molte donne a raccontare le loro esperienze, rimane la triste constatazione che in Europa lo stupro è ampiamente sotto-denunciato a causa del continuo timore di non essere credute, mentre spesso coloro che si rivolgono alla giustizia vengono tradite da leggi antiquate e dannose e comportamenti sprezzanti da parte delle autorità giudiziarie”, ha dichiarato Anna Błuś, ricercatrice di Amnesty International sull’Europa occidentale e sui diritti delle donne.

“Le leggi hanno il potere di rafforzare la giustizia e influenzare i comportamenti. Ma un sondaggio dopo l’altro mostra che le persone ancora pensano che se la vittima è ubriaca, indossa abiti succinti o non si ribella fisicamente, allora non si tratta di stupro. E invece un rapporto sessuale senza consenso è uno stupro, punto e basta. Fino a quando i governi non adegueranno le loro leggi a questa elementare realtà, gli stupratori continueranno a rimanere impuniti”, ha aggiunto Anna Błuś.

Secondo l’ultimo sondaggio dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, una donna su 20 in Europa è stata stuprata a partire dall’età di 15 anni: nove milioni. Nonostante questi dati scioccanti, pochi stati europei considerano seriamente questo reato nelle leggi, come invece dovrebbe essere. Dei 31 stati su cui si è basata la ricerca di Amnesty International solo Belgio, Cipro, Germania, Irlanda, Islanda, Lussemburgo, Regno Unito e Svezia definiscono lo stupro come un rapporto sessuale privo di consenso. La Svezia ha modificato la legge solo negli ultimi mesi, a seguito di una campagna durata anni di Amnesty International e altre organizzazioni per i diritti umani. Gli altri stati monitorati da Amnesty International sono Austria, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Grecia, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Norvegia, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svizzera e Ungheria.

In tutti questi stati la definizione legale di stupro prevede la violenza fisica, la minaccia di usare la forza, la coercizione o l’incapacità della vittima di difendersi. Quel che è peggio, alcuni stati considerano il rapporto sessuale senza consenso un reato distinto e meno grave, lasciando così intendere alla gente che il “vero stupro” si verifica solo quando c’è violenza fisica. Ad esempio, in Croazia la “relazione sessuale senza consenso” comporta una pena massima di cinque anni di carcere, la metà di quella prevista per lo stupro. In alcuni stati le leggi sullo stupro e la violenza sessuale sono ancora concepite in termini riferiti all’onore o alla morale, come a dire che la società ha il diritto di controllare il corpo delle donne. A Malta, i reati sessuali sono inseriti tra quelli che “colpiscono il buon andamento delle famiglie”.

Definizioni di stupro basate sull’assenza del consenso e riforme legislative non sono certo la soluzione definitiva per affrontare e prevenire questo reato così tanto diffuso ma possono costituire un significativo punto di partenza.

Ogni persona, a prescindere dal suo genere, può essere vittima di uno stupro ma si tratta di un reato che colpisce in modo sproporzionato le donne e le ragazze. Come chiarisce il rapporto di Amnesty International, le donne che si rivolgono alla giustizia non sono ostacolate solo da leggi antiquate: spesso subiscono pregiudizi, colpevolizzazioni, stereotipi negativi e sovente proprio da quei funzionari che dovrebbero dare loro sostegno e indagare e punire i reati di violenza sessuale.

Nell’ultimo anno, in molti stati le donne si sono unite per protestare in occasione di casi di stupro che hanno raggiunto le cronache nazionali e per chiedere migliore protezione da parte dei loro governi.

Questo è avvenuto ad aprile in Spagna, dopo che cinque uomini accusati dello stupro di gruppo di una donna sono stati giudicati colpevoli del reato meno grave di abuso sessuale, proprio grazie a una legislazione antiquata e nonostante il tribunale avesse rilevato che non c’era stato consenso. In Irlanda molte donne hanno postato immagini dei loro indumenti intimi su Twitter unitamente all’hashtag #ThisIsNotConsent per esprimere solidarietà nei confronti di una ragazza di 17 anni il cui tanga era stato esibito in tribunale dalla difesa di colui che l’aveva stuprata e che poi è stato assolto dal reato di stupro. I prossimi stati a cambiare legislazione potrebbero essere Spagna, Portogallo e la Danimarca, i cui governi hanno affermato pubblicamente di essere aperti alla discussione sulle modifiche alla definizione legale di stupro. “Lo stupro è una grave violazione dei diritti umani che dovrebbe essere sempre riconosciuta a live llo legislativo come un reato grave”, ha sottolineato Anna Błuś.

“Modificando le leggi e ponendo fine alla colpevolizzazione delle vittime e agli stereotipi di genere nei procedimenti giudiziari, i governi europei potranno assicurare che la prossima generazione di donne non debba mai domandarsi se la colpa dello stupro sia stata sua e non debba mai dubitare che i responsabili verranno puniti. Soprattutto, potranno garantire alle donne maggiore protezione dallo stupro”, ha concluso Anna Błuś.

 

Amnesty International Italia

 

Write for Rights 2018

Da ormai sedici anni, Amnesty International Italia, insieme a numerose altre sezioni dell’organizzazione nel mondo, si mobilita per far sentire la voce di prigionieri di coscienza, difensori dei diritti umani, vittime di sparizione forzata, condannati a morte e persone che hanno subìto e ancora subiscono processi iniqui, torture, sgomberi forzati o in favore di chi non ha accesso ai diritti fondamentali.
Ogni anno, gli attivisti, le scuole amiche dei diritti umani e i sostenitori di Amnesty International in tutto il mondo scrivono milioni di lettere, o raccolgono milioni di firme, per coloro i cui diritti umani vengono minacciati. Fino al 21 dicembre 2018 si potrà partecipare, insieme a milioni di persone di oltre 80 paesi nel mondo, alla maratona globale di raccolta firme e invio di appelli in favore di donne che si battono (o si sono battute) per i diritti umani.
In ogni parte del mondo, le donne che difendono i diritti umani affrontano abusi, minacce, intimidazioni e violenza senza precedenti. Quando le donne denunciano e reclamano i loro diritti o i diritti di altri gruppi e minoranze corrono dei seri pericoli perché sfidano i pregiudizi culturali e sociali e rappresentano una minaccia per i poteri forti. Le donne che difendono i diritti umani sono prese di mira dai membri delle comunità, dalle organizzazioni politiche o da gruppi religiosi e talvolta dai governi stessi, perché sostengono posizioni diverse. Nonostante i rischi che sono costrette ad affrontare, le donne si rifiutano di rimanere in silenzio e continuano a essere in prima linea nella battaglia per i diritti umani.
Quest’anno le attivazioni della “Write for Rights” riguardano:
Atena Daemi, condannata a 7 anni di carcere in Iran, per essersi opposta alla pena di morte nel suo Paese;
Nawal Benaissa, una tra le voci principali del movimento popolare hirak in Marocco, minacciata per la sua campagna online in favore del cambiamento;
Nonhle Mbuthuma, che in Sudafrica si oppone allo sfruttamento della sua terra da parte di un’azienda estrattiva;
Valquiria, separata alla frontiera con gli Stati Uniti da suo figlio Abel senza alcun motivo.
Inoltre continueremo a chiedere al governo del Brasile “chi ha ucciso Marielle Franco?”, impegnata da sempre nella difesa dei più deboli nelle favelas di Rio de Janeiro e a quello di Malta giustizia per la giornalista Daphne Caruana Galizia, uccisa per aver denunciato la corruzione delle più alte cariche di governo nel suo Paese.
Anche i più piccoli potranno partecipare alla “Write for rights”, scrivendo messaggi di solidarietà e inviando disegni per Gulzar Duishenova, una giovane donna Kirghisa che si batte per i diritti delle persone con disabilità.
Nell’ambito di questa iniziativa, Amnesty International Italia ospiterà due speaking tour, il primo dal 1° al 7 dicembre vedrà la partecipazione di Ahmed Abdallah, esponente della Commissione egiziana per i diritti e le libertà, che fornisce consulenza legale alla famiglia di Giulio Regeni e il secondo, dal 10 al 19 dicembre, ospiterà Shackelia Jackson e Sandra Linton che, in Giamaica, conducono campagne per la verità e la giustizia in favore di vittime di violazioni da parte delle forze di polizia.
É possibile partecipare alla campagna di raccolta firme “Write for Rights 2018” su amnesty.it

Amnesty International Italia

Russia: multe ai media indipendenti, ONG e attivisti

Amnesty International ha denunciato l’ultimo assalto ai diritti umani in Russia attraverso un’ondata di multe ingiuste, eccessive e dall’effetto soffocante nei confronti dei media indipendenti, delle Ong e dei difensori dei diritti umani.
“Ancora una volta le autorità russe prendono di mira organizzazioni e individui indipendenti, in questo caso colpendole con multe soffocanti. Utilizzando tutta una serie di leggi repressive, le autorità di Mosca elevano multe esorbitanti una dopo l’altra in quello che appare un attacco coordinato per porre fine alle attività di coloro che le criticano”, ha dichiarato Natalia Zviagina, direttrice dell’ufficio moscovita di Amnesty International.
L’ultimo destinatario di questi attacchi mirati è il settimanale “Tempi nuovi”, uno degli organi di stampa più critici della Russia: il 26 ottobre la rivista è stata multata di 22.250.000 rubli (circa 290.000 euro) per “non avere fornito informazioni sui fondi ricevuti”. Si tratta della multa più alta finora emessa nei confronti dei media in Russia.
Nel 2017 “Tempi nuovi” era stato costretto a interrompere la diffusione dell’edizione cartacea per il crollo delle inserzioni pubblicitarie, dopo che la rivista era stata definita sleale nei confronti del governo. Ora, con questa multa, il settimanale è vicino alla bancarotta.
Sempre il 26 ottobre la Fondazione Andrey Rylkov, un noto organismo che chiede riforme nelle politiche di contrasto alla droga, è stato multato di 800.000 rubli (circa 10.400 euro) per aver “fatto propaganda a sostanze narcotiche” in una pubblicazione che si occupa di accesso ai servizi sanitari per le persone che usano droghe.
“La stessa strategia viene contemporaneamente usata nei confronti di coloro che esprimono opinioni dissidenti su una vasta gamma di temi politici”, ha aggiunto Zviagina.
Pochi giorni fa un tribunale ha imposto una multa insolitamente alta (un milione di rubli, equivalenti a 13.000 euro) a Transparency International Russia, giudicata colpevole di aver diffamato una persona molto vicina al presidente Putin.
Al contempo, i tribunali russi evitano ampiamente di proteggere i difensori dei diritti umani dagli attacchi alla loro reputazione portati avanti dai mezzi d’informazione controllati dallo stato.
Nel mese di ottobre Sergei Zykov, difensore dei diritti umani di Yekaterinburg (nella regione degli Urali) e Aleksandr Kunilovsky, un attivista dell’opposizione di Tyumen (nella Siberia settentrionale) sono stati multati rispettivamente di 300.000 e 290.000 rubli (circa 3900 euro e circa 3800 euro) per aver violato le norme, ingiustamente restrittive, sulle manifestazioni pubbliche.
“Chiediamo alle autorità russe di porre immediatamente fine a questo feroce assalto alle organizzazioni della società civile e di cessare di usare leggi repressive per elevare multe esorbitanti”, ha concluso Zviagina.
Ulteriori informazioni
“Tempi nuovi”, la Fondazione Andrey Rylkov e Transparency International Russia stanno subendo crescenti pressioni da parte delle autorità russe, soprattutto perché ricevono fondi dall’estero.

L’articolo 13.15.1 del codice dei reati amministrativi, usato contro “Tempi nuovi”, è entrato in vigore nel 2015 nel contesto di una campagna contro gli organi d’informazione indipendenti, costretti a ricorrere a fondi esteri a causa dell’insufficienza dei finanziamenti nazionali disponibili in loro favore.
La Fondazione Andrey Rylkov è stata inserita nel 2016, da parte del ministero della Giustizia, nell’elenco degli “agenti stranieri”. Da allora, il suo bilancio si è fortemente ridotto a causa dell’insufficienza delle fonti di finanziamento interne.

Amnesty International Italia