Invasione dell’Ucraina. Verona si attiva

Di ora in ora cambia l’agenda istituzionale scaligera. Il dramma che sta vivendo il popolo ucraino colpisce al cuore anche Verona e la città si unisce per la pace, preparandosi anche a rispondere all’emergenza umanitaria.

Il sindaco Federico Sboarina, accompagnato dal vicesindaco Luca Zanotto, dall’assessore Nicolò Zavarise e dal consigliere delegato alla Famiglia Anna Leso, ha incontrato il Vescovo, monsignor Giuseppe Zenti e il direttore della Caritas veronese monsignor Gino Zampieri. Un appuntamento, quello nel palazzo del Vescovado, chiesto con urgenza per condividere un percorso in grado di supportare i cittadini ucraini, sia quelli che vivono a Verona che quanti potrebbero arrivare dal confine. Ma anche per unire la comunità laica e quella ecclesiale in una preghiera per la pace. L’Amministrazione comunale ha dato la propria disponibilità a reperire fin da ora spazi per l’accoglienza di eventuali profughi, assieme alla Caritas diocesana che gode di contatti diretti con la Caritas nazionale e quella dell’Ucraina. E a mettere a disposizione una mediatrice culturale per i bisogni di chi scappa dalla guerra, ma anche gli ucraini che vivono a Verona che sono 651, principalmente donne. “Faremo tutto quello che è nelle nostre possibilità – ha detto Sboarina -. Se sarà necessario metteremo insieme le forze per rispondere all’emergenza umanitaria. La situazione drammatica vissuta in queste ore dal popolo ucraino è sotto gli occhi di tutti, vogliamo per questo condividere un percorso di pace assieme all’istituzione ecclesiastica. Come fatto durante la pandemia ci affidiamo alla preghiera e anche al lavoro di squadra. Prepariamoci fin da ora ad aiutare i profughi che dovessero arrivare a Verona non solo attraverso i canali umanitari, ma anche da soli, in macchina. Garantiremo spazi per l’accoglienza e l’ausilio di mediatori culturali. Fino a pochi giorni fa le diplomazie erano al lavoro, deve riprendere la ricerca del dialogo per fermare la follia della guerra che ha già fatto vittime innocenti. Quello che sta succedendo alle porte di casa nostra avrà conseguenze dirette molto complicate anche per la nostra comunità, già messa in ginocchio dall’emergenza economica e dai rincari. Questa è una guerra che nessuno vuole e può permettersi, siamo vicini anche alla preoccupazione delle tante donne ucraine che sono a Verona per il lavoro e che adesso hanno mariti e figli in pericolo”. “Le diplomazie hanno sottovalutato quanto stava succedendo – ha detto monsignor Zenti -. Il mondo è un villaggio, se si incendia una capanna tutte le altre sono a rischio. Imperdonabile che un capo di Stato accenda la miccia. Una decisione catastrofica e irrazionale a discapito di tutti, russi compresi. Speriamo riprendano presto le vie della diplomazia, la guerra è sempre iniqua”. “Pronti a sostenere il popolo ucraino che sta soffrendo per la guerra – hanno sottolineato il vicesindaco Zanotto e l’assessore Zavarise -. Di fronte ai carri armati, ai bombardamenti, alle immagini e alle notizie che stanno arrivando in queste ore dall’Ucraina non si può che esprimere un forte sentimento di condanna. Chi è attaccato va aiutato e ci auguriamo che la diplomazia si attivi per fermare il prima possibile la guerra. Come città abbiamo il dovere di metterci a disposizione sin da subito del popolo ucraino, siamo pronti a dare il massimo a sostegno a chi  oggi  sta soffrendo”. “A Verona abbiamo 651 residenti provenienti dall’Ucraina, se allarghiamo alla provincia diventano 1.672, l’80 per cento sono donne che hanno lasciato casa e famiglia per trovare un lavoro – ha aggiunto Leso -. Sono tutte molto preoccupate, anche pensando alle sorti dei loro familiari. Per questo ci stiamo attivando per mettere a disposizione una mediatrice culturale che possa sostenerle in questo momento drammatico”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Ogni albero si riconosce dal suo frutto

VIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – LUCA 6,39-45
In quel tempo, 39. Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: “Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Nel Vangelo di questa domenica siamo chiamati a riflettere sulla coerenza che il Signore chiede a noi, suoi discepoli. Egli ci mette in guardia circa i falsi maestri che anche oggi si ergono ad insegnare dall’alto di presunte ideologie innovative e deliranti. Ci insegna a fare autocritica, a prendere consapevolezza del nostro niente, della debolezza delle nostre azioni, dell’incapacità a compiere il bene che vorremmo fare. L’atteggiamento di condanna verso il prossimo è un male da estirpare con forza e con coraggio perché ci allontana dall’amore verso il Padre che ci considera tutti figli suoi e ci distanzia dai fratelli, che non siamo autorizzati a giudicare. “Può forse un cieco guidare un altro cieco?”: secondo l’evangelista Luca, il cieco che pretende di insegnare ad un altro è il cristiano che condanna il fratello, lo giudica e non perdona. Chi non ha sperimentato la debolezza e il perdono successivo alla caduta, non riesce a capire la situazione degli altri. Chi si sente giusto impone pesanti fardelli al prossimo, secondo una giustizia umana rigida e asfissiante. Quando pretendiamo di giudicare il mondo senza capirlo e amarlo, non siamo più luce, né sale, ma severi giudici che non rivelano il volto misericordioso di Dio. Non possiamo nessuno dirci guida di un altro: l’unica Guida è il Signore Gesù, Luce del mondo, Via, Verità e Vita. Possiamo, però, essere un suo riflesso, e, se ci lasciamo toccare dalla Sua misericordia, possiamo donarla agli altri.
40. Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. Impariamo da questo versetto del Vangelo ad ascoltare la voce di Dio e la Sua Parola. Non possiamo ritenerci più intelligenti e più capaci del nostro Maestro. Il cristiano, immerso in una società difficile e contraddittoria, è soggetto alla tentazione di credere più giusto percorrere vie diverse da quelle indicate dal Signore. Può pensare che la propria intuizione sia migliore di quella che Egli rivela nel suo Vangelo. Gesù non può che guidarci verso la vera Via e la vera Vita. È necessario fare discernimento e poi affidarsi totalmente a Dio, nella fede. Dobbiamo, perciò, fare un salto, perché Dio ci chiede di cambiare la nostra vita, di donargli quella parte di noi che, invece, vorremmo conservare. Per questo abbiamo bisogno di umile preghiera e di sincera disponibilità a lasciare che Dio intervenga e sovverta i nostri pensieri e le nostre vie, certi che non ci chiederà mai nulla di superiore alle nostre forze.
41. Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Luca mette in guardia la sua comunità dal giudizio verso gli altri. Non dobbiamo indagare se gli altri osservano o no la legge. Pensiamo erroneamente che sia la società, la parrocchia, il coniuge, la comunità a dover cambiare. Invece il cambiamento parte da ciascuno di noi. Capita di applicare la Parola del Signore ad una persona che, secondo noi, non la vive. Sappiamo noi quanta fatica sta facendo nel suo cammino? Possiamo conoscere quanto sforzo l’altro impiega per vincere se stesso e per rialzarsi ogni volta che cade? Invece di puntare il dito, cominciamo a pentirci della nostra vita incoerente. Chiediamo allo Spirito Santo di aiutarci a capire quanto dobbiamo cambiare in noi stessi e apriamoci alla sua azione.
42. Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello. Nel rapporto con i fratelli e le sorelle di fede dovremmo avere una tale confidenza da metterli in guardia riguardo a comportamenti da migliorare. Evitiamo, però, di criticare senza prima fare autocritica, evitiamo di correggere prima di autocorreggerci. L’umile atteggiamento caritatevole vince ogni superba condanna dell’altro. Lasciamoci umiliare, ma non umiliamo mai l’altro. Nella Chiesa, famiglia dei figli di Dio, dovremmo crescere nella correzione fraterna fatta come scambio reciproco di misericordia, nella serena tensione a un cammino di adesione sempre maggiore a Gesù. Spesso non accettiamo i limiti dell’altro, perché non sappiamo accettare noi stessi con i nostri limiti, che vorremmo superare, ma che non siamo capaci di fare. “Ipocrita”: in questo caso il termine indica non “finzione”, ma “protagonismo”: è l’atteggiamento dell’attore che nel teatro greco era il protagonista della scena, utilizzando una maschera che amplificava la voce. È l’atteggiamento del fariseo che, nella parabola di Luca, ritiene di essere “a posto”, a differenza di colui che si batte il petto, riconoscendo il proprio stato di peccato. Il disprezzo dell’altro va contro la misericordia e la bontà di Dio. “Pagliuzza”: il termine gioca sulla somiglianza fra pagliuzza e frutto. Chi osserva la “pagliuzza” (kárphos), non porta “frutto” (karpós). Se condanniamo gli altri, non potremo essere veri figli e fratelli. La misericordia, infatti, consiste nel dare agli altri la vita nuova che Dio ci dà con il suo perdono, la sua accoglienza, il suo abbraccio di ripristino della nostra dignità dopo aver sbagliato.
43. Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono.

44. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini,
né si vendemmia uva da un rovo. Gesù utilizza immagini molto semplici che tutti capiscono. La qualità di un albero si evince dal frutto che produce. Gli esperti di scienze naturali sanno capire dai semi, dalle foglie, dai frutti che si trovano per terra quale genere di pianta abbiano davanti. Così noi, se abbiamo sentimenti buoni, se coltiviamo pensieri di bontà e di fiducia, se il nostro comportamento è frutto di assimilazione della Parola di Dio produrremo frutti di vita eterna e saremo testimoni dell’Amore. Le nostre azioni sono espressione della nostra persona, scaturiscono dalla nostra identità. “Albero”: è un richiamo all’albero del bene e del male (cfr. Genesi 3,6), nel paradiso terrestre, che è
diventato un principio della morte. È un richiamo, inoltre, al legno della croce da cui è scaturito il frutto della salvezza, del sacrificio di Cristo. All’albero della morte si contrappone l’albero della vita, che guarisce da ogni male e dà sempre frutti buoni (cfr. Apocalisse 22,1). “Uva”: nel linguaggio biblico l’uva rappresenta la pienezza della vita. Possiamo ricevere solo da Cristo, che è la vera vite (cfr. Giovanni 15,1) e portare, grazie a Lui, frutti. “Rovo”: questa pianta è cara a Luca perché richiama il passo biblico in cui Mosè ebbe la rivelazione di Dio al roveto ardente: “L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava. Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”. Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!” (Esodo 3,2-4).
45. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda”. Tutti sanno riconoscere se una persona è buona dal fatto che ripete continuamente gesti buoni. Se ci lasciamo possedere dalla misericordia di Dio e dalla sua carità, diventeremo segno della Sua presenza. È necessario che si lasciamo purificare e trasformare il cuore, affinché diventi un cuore di carne, pieno di misericordia verso noi stessi (quanto è difficile perdonare se stessi!) e verso i fratelli che sbagliano: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne” (Ezechiele 36,26). Dobbiamo metterci dal punto di vista di Dio, che vede con misericordia ciascuno di noi, che non si spaventa della miseria umana. Egli scruta le intimità dell’anima e sa vedere la possibilità di ravvedimento, di superamento, di conversione che c’è nel profondo di ognuno. Da Lui scaturisce la forza per una novità di vita: “Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” (Isaia 43,19). “Ecco, io sono il Signore Dio di ogni essere vivente; qualcosa è forse impossibile per me?” (Geremia 32,27). Non c’è disastro che Dio non possa trasformare in bene.
Se lasciamo fare a Dio, se ci sentiamo accolti, amati, perdonati, rigenerati, se ci affidiamo totalmente a Lui, Egli farà della nostra vita un capolavoro. Dio non è limitato dalla nostra situazione, Egli è onnipotente: “Nulla è impossibile a Dio” (Luca 1,37). Diventeremo alberi buoni che danno frutti buoni perché scorre in noi la linfa della Misericordia di Dio.
Suor Emanuela Biasiolo

Sulla tua Parola getterò le reti

V DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – LUCA 5,1-11
In quel tempo, 1. mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennésaret, Il Vangelo riporta il fatto della pesca miracolosa e la chiamata dei primi discepoli. Luca utilizza il materiale che già si trova nel Vangelo di Marco, ma lo elabora con originalità. Il luogo dell’evento è la città costiera di Cafarnao, che si trova lungo il mare (lago) di Galilea (o di Tiberiade), dove Gesù è ospite di Simone, nella sua casa. La folla fa ressa attorno a Gesù, tanto da opprimerlo. È espressione del mondo che riconosce il suo bisogno di salvezza ed è assetato della Parola di Dio.
2. vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti.
Quello di oggi è un brano parallelo a quello di Marco 1,16-20, però si differenzia perché i pescatori non riparano le reti: non si sono lacerate, perché non hanno pescato nulla.
3. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra. Sedette e
insegnava alle folle dalla barca. Gesù sale sulla barca di Simone (colui che sarà Pietro), si fa trasportare al largo dalla riva. Gesù si fida di Simone. Salire sulla barca è segno di vicinanza e di volontà di stabilire un rapporto, di offrire la propria presenza rassicurante.
Egli è sempre sulla barca della Chiesa, anche in mezzo ai pericoli delle tempeste. Il Signore è con lei e, dal suo interno, proclama la Parola di Dio.
Gesù sale anche sulla barca della nostra vita, se noi siamo disponibili ad accoglierlo.
“Lo pregò di scostarsi un poco da terra”: lo stratagemma di andare al largo consente a Gesù di farsi ascoltare dalla gente assiepata sulla riva.
4. Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Gesù impartisce un ordine inconsueto a Pietro: gettare le reti in pieno giorno è assolutamente inopportuno perché i pesci non abboccano con la luce. I pescatori hanno lavorato tutta la notte, hanno sperimentato la vanità dei loro sforzi e ora hanno bisogno del loro riposo. Gesù, invece, ordina di gettare le reti, anche se sono già stanchi e anche se è giorno.
5. Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti».
Pietro fa resistenza: da pescatore esperto sa che non si pesca di giorno e che il falegname Gesù non ha nulla da insegnargli riguardo al suo mestiere. Tuttavia fa un grande atto di fede, si abbandona ad un comando umanamente irragionevole e si fida. È il primo atto di fede da parte di Pietro e il primo presentato dall’evangelista Luca nel suo racconto.
“Sulla tua parola getterò le reti”: Pietro fa un grande atto di fede. Obbedisce a un ordine assurdo perché si fida di Gesù. La fede è andare oltre alla razionalità, la supera con la fiducia nella Parola di Dio. Quando Dio ordina qualche cosa sa dove vuole guidare il suo interlocutore e lo sostiene con la sua Grazia.
Crediamo a Gesù anche quando nulla ci farebbe pensare che Egli abbia ragione. Affidarsi a Lui è il segno più grande della nostra fiducia e della nostra confidenza. Abbandonarsi alla sua azione è fonte di pace e lievito che fa fruttificare la nostra vita, che rende abbondante la nostra “pesca”, che rende fruttuoso il nostro lavoro.

6. Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. 7. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare.
La fede di Pietro ha contagiato anche i compagni di lavoro. Il risultato è strabiliante, la pesca è abbondantissima, le reti si lacerano per l’enorme quantità di pesci, tanto che sono necessari i rinforzi. Pietro dirige il lavoro, altri compagni lo aiutano, altri ancora vengono chiamati successivamente.
La Chiesa è formata da persone con compiti diversi, ma con l’unica vocazione che è quella di seguire Gesù. Solo insieme possiamo testimoniare la fedeltà di Dio alle sue promesse e godere della sua Presenza. Sull’esempio di Pietro, anche noi dobbiamo essere sicuri che insieme con Gesù diventiamo invincibili e che Egli rende possibile l’impossibile.
8. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». 9. Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto. In parallelo possiamo leggere l’esperienza di Mosè al Sinai. Egli si prostra quando Dio si manifesta nel roveto ardente, che arde e non brucia. È l’atteggiamento dell’orante che si trova di fronte a una
straordinaria presenza divina. Di fronte alla pesca miracolosa, Pietro capisce la distanza che esiste tra Dio e la creatura, tra Gesù e lui, povero pescatore di Galilea. “Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù”: Pietro riconosce la straordinarietà dell’evento e si
getta ai piedi di Gesù per ringraziarlo e, soprattutto, per dichiarare che Lui è l’inviato di Dio. Il suo intervento sovrasta ogni possibilità umana, pertanto riconosce è Gesù è il Signore. “Sono un peccatore”: non significa che Pietro sia un uomo moralmente traviato, ma vuol dire che sente tutto l’abisso della sua debolezza nei confronti della potenza di Dio.
Gesù sceglie Pietro per la fiducia che ha dimostrato. In Pietro sceglie ciascuno di noi. Ci chiede di confidare in Lui e di appoggiarci alla sua forza. Colui che ci chiama è anche Colui che ci sostiene nella missione che ci affida. Sua è la Chiesa, suo è il mondo, suoi siamo noi e Lui è il nostro Tutto. Non sono le qualità umane che ci fanno grandi davanti a Dio, ma la nostra fede in Lui. Evitiamo di sentirci autosufficienti, di basarci sulla nostra intelligenza, di crederci sapienti: in Gesù tutte le categorie umane sono capovolte. Egli può farci ottenere una grande pesca anche dopo una notte infruttuosa. Fidiamoci e, come Pietro, adoriamo in ginocchio il nostro Salvatore.
10. così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedèo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». Rispetto al Vangelo di Marco, in Luca manca la figura di Andrea. Gesù si rivolge a Simone e gli dà l’incarico di sottrarre gli uomini dal male, di “pescarli” per dare loro la vita. Mentre i pesci fuori
dall’acqua muoiono, gli uomini, fuori dai flutti del peccato, si salvano e vivono. Ecco la missione, che inizia con il mandato: “Non temere!”. Da questo momento la vita di Pietro cambia totalmente. Quando Gesù ci afferra, dobbiamo voltare pagina: non siamo più quelli di prima! Gesù “tira fuori” Pietro e i discepoli da una pesca fallimentare che li scoraggia e li deprime. Successivamente ordina loro di fare altrettanto: “tirare fuori” gli uomini da situazioni di angoscia per portarli alla salvezza. Dopo aver sperimentato la Misericordia, Pietro e gli altri discepoli sono pronti ad annunciarla, a dire che non è tutto perduto quando nella vita si tocca con mano la propria fragilità e/o il proprio peccato. Con Dio possiamo sempre “voltare pagina” e ricominciare una vita nuova. Toccati dalla Misericordia, dobbiamo diventare misericordiosi.

11. E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. È avvenuto l’incontro di Gesù con Pietro. È avvenuta la trasformazione. Da questo versetto, però, sappiamo che anche gli altri discepoli vengono affascinati dal Signore, al punto che abbandonano tutto per seguire il Maestro. Non sappiamo dopo quanto tempo hanno lasciato tutto; forse hanno
compiuto un processo di discernimento. Quello che importa è che i discepoli hanno avuto
un’esperienza forte nella loro esistenza e dall’incontro con Cristo tutto è cambiato.
Seguire Cristo senza condizioni è possibile quando ci si sente profondamente amati da Lui, quando si ascolta in profondità la Sua Voce che parla nella coscienza. Questa esperienza fa maturare una decisione forte di perseverare fino alla morte nella scelta del Signore, a costo di lasciare le proprie sicurezze, le proprie certezze, le proprie opinioni, la propria cultura. Amati da Cristo, oggetto del suo amore senza misura, crediamo su di Lui, per sempre, con un abbandono totale, frutto di una fede provata, alimentata dalla preghiera e cementata da scelte operative conseguenti al “sì” iniziale.
Pietro ci dice che vale la pena essere tutti di Dio e di gettare sempre la rete anche quando sembra assurdo, perché, sulla parola di Gesù, il risultato è assicurato. E saremo “pescatori di uomini”, saremo persone che trasmettono la salvezza di Dio, perché ne abbiamo fatto l’esperienza, perché abbiamo ottenuto misericordia. Raccontiamo a tutti le meraviglie che ha compiuto in noi!
Suor Emanuela Biasiolo

Il Verbo si fece carne

II DOMENICA DOPO NATALE – GIOVANNI 1,1-18
1. In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Meditiamo il prologo del Vangelo di Giovanni, pagina teologicamente e poeticamente molto profonda, in cui il quarto evangelista presenta Cristo fin dalla sua preesistenza presso il Padre. È necessario applicarsi con calma e concentrazione su questi versetti che sono da contemplare più con il cuore che con l’intelligenza. “In principio”: Giovanni fa un chiaro riferimento all’inizio della creazione “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Genesi 1,1). Nello stesso tempo dichiara che il Cristo esiste da sempre, non creato, vivente prima dell’inizio. “Il Verbo”: il termine è tradotto con “Parola”. Giovanni riunisce la cultura ebraica e greca e parla di Cristo come il Logos (in greco). Secondo i Greci antichi il Logos è la “ragione immanente del mondo” che compenetra l’universo. Per gli Ebrei invece il Verbo è la Sapienza personificata (Siracide 24 e Proverbi) che scende sulla terra. “Era presso Dio”: alcuni esegeti traducono VERSO anziché PRESSO intendendo così il dialogo che esiste in Dio tra il Padre e il Figlio. “Il Verbo era Dio”: il Verbo che preesiste fin dal principio è Dio. Dopo l’Incarnazione si potrà parlare di Dio come Padre e Figlio in relazione fra loro grazie all’Amore. Il Figlio è uguale al Padre, ma è distinto dal Padre. Il Verbo / La Parola / il Figlio c’era già prima che il mondo avesse inizio. Tutto ciò che esiste non viene dal caso, ma grazie al Verbo.
2. Egli era, in principio, presso Dio: Si veda il versetto precedente. Dal momento che la Parola è Dio, chi accoglie la Parola è inserito in Dio. Se accogliamo Cristo viviamo anche con Lui nel Padre e siamo in dialogo e in relazione di amore con la Trinità stessa: Padre, Figlio e Spirito, che è Amore.
3. tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Ora Giovanni parla del Verbo / Parola che esce da sé. Il Padre crea l’universo attraverso la Parola. La Parola continua a creare e rinnova tutto l’esistente in modo dinamico e sempre nuovo. Ogni evento accade grazie alla Parola, che guida la storia verso la salvezza definitiva di gioia e di felicità. La creazione, come dice il termine, è CREATA, ha un’origine. Il Logos / la Parola, invece è senza inizio. “Senza di lui nulla è stato fatto”: secondo lo stile ebraico, per accentuare il significato lo si ripete in diversi modi. Questo versetto significa che fin dall’inizio vi è un solo Dio creatore che crea ogni cosa.
4. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; La Parola dona la vita e rende tutto ciò che esiste partecipe della vita di Dio. Il creato non può sussistere senza la vita che viene dal Padre ed è comunicata dal Figlio. Senza il soffio creativo di Dio noi non esistiamo e non possiamo continuare a vivere, che lo sappiamo o no. “Era la luce”: se vogliamo dare un significato alla nostra vita dobbiamo vivere in Dio e lasciarci guidare da Lui, Luce che illumina la nostra esistenza.
5. la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. La luce indica la VITA che scaturisce dall’atto creatore di Dio. Le tenebre sono originate dal rifiuto della Luce, non sono preesistenti alla Luce. Il frutto delle scelte sbagliate precipita l’uomo in una NON–LUCE che diventa NON– VITA, cioè morte. “Le tenebre non l’hanno vinta”: Gesù, che è la Luce, non è stato sconfitto dalle tenebre della morte. Chi rifiuta la Parola di Gesù, però, rimane nelle tenebre, resta cieco: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (Giovanni 9,39). È una libera scelta dell’uomo quella di seguire la Luce o precipitare nelle tenebre.
6. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. L’evangelista Giovanni prosegue il discorso sul Logos / Parola, quasi interrompendolo e presenta Giovanni Battista come il testimone della Luce, del Logos presente nel mondo. “Uomo mandato da Dio”: l’espressione rievoca la vocazione dei profeti: Mosè, Isaia, Geremia, scelti e mandati da Dio per annunciare la salvezza. È un richiamo anche al profeta annunciato da Malachia
3,1: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti”. “Il suo nome era Giovanni”: Giovanni significa “dono o grazia di Dio, ma anche Dio ha esaudito, il Signore è misericordioso”. Connota un carattere gentile, ma anche fermo e deciso.
7. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. La finalità della testimonianza di Giovanni è che tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi riconoscano la Luce della Vita, che è Cristo. Per mezzo di Lui, chi crede ha la possibilità di entrare in dialogo con Dio.
8. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Giovanni è solo colui che prepara la venuta del Messia, non è lui la Luce. L’evangelista ha grande stima di Giovanni, ma chiarisce che solo Gesù è l’atteso, così che non si confondano le due figure.
9. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. In contrapposizione con le false luci apparse nel mondo, con i falsi idoli adorati dai popoli antichi, Cristo è la luce vera, Colui che illumina il cammino di ogni uomo e di ogni donna nella sua singolarità. Ogni persona, infatti, ha insito nel cuore, il desiderio irresistibile di raggiungere la verità, il bene, il bello e il buono. Ogni uomo, infatti, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e da Lui amato con predilezione.
10. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Il Verbo / Parola è rivolto al mondo e ha il compito di portare il mondo al Padre per avere la felicità senza fine. L’umanità, ognuno di noi, ha la grande responsabilità di scegliere se accogliere o meno l’amore gratuito di Dio, se aprirsi alla Luce, o nascondersi per non vederla, o voltare le spalle al Creatore. Purtroppo questo è avvenuto nel passato e anche al giorno d’oggi: chi nega Dio si vota alla morte; chi accoglie Dio ha la speranza di vederlo faccia a faccia nella vita senza fine.
11. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. Il Logos / Parola è venuto nel mondo in mezzo al suo popolo, scelto appositamente, non un popolo qualsiasi, ma quello con cui aveva una particolare relazione e predilezione. Nonostante questo è stato rifiutato e ha patito il dolore del rifiuto proprio da parte di coloro da cui si aspettava corrispondenza.
12. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome. Nell’umanità esiste una parte che accoglie la Luce, che crede nel nome di Gesù. A costoro è dato il potere di diventare figli di Dio. La fede trasforma la finitezza dell’uomo e lo inserisce nella divinità di Dio, grazie al Figlio. A chi crede viene data una dignità che non finisce, viene donata la figliolanza in Dio, a qualunque popolo e a qualunque epoca appartenga. “A quelli che credono nel suo nome”: credere nel nome di Gesù significa consegnargli la propria stessa vita.
13. i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. Chi crede nel Nome di Gesù diventa figlio di Dio e l’appartenenza a Lui supera l’origine storica in un popolo determinato (non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo) e in un tempo specifico.
14. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Da questo versetto si comprende il significato di tutti quelli precedenti: il Logos / Verbo, si incarna nella storia, non lascia sola l’umanità sofferente, senza senso, senza direzione, senza speranza. Cristo assume la condizione di fragilità, di miseria e di precarietà degli uomini e addita l’orizzonte di vita eterna che cambia l’esistenza, permette la conoscenza del Padre, perché è Lui a rivelarlo. “Si fece carne”: Cristo non appare nel mondo come una visione eterea, evanescente. Assume un corpo, con tutto ciò che comporta la debolezza della fisicità di un uomo: bisogno di nutrimento, di riposo, di apprendimento graduale delle leggi della vita… “Venne ad abitare in mezzo a noi”: Cristo si mette alla pari con noi e sperimenta cosa significhi per una persona la fatica del vivere. Gesù diventa uomo reale e concreto e nella sua debolezza rivela la Gloria. Non poteva diventare più grande di quanto è; ha scelto di diventare più piccolo, l’Infinito che si contrae nel finito, lo assume e lo porta in Dio. Tutto questo per Amore, per solo Amore.
15. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”. L’evangelista ribadisce che Gesù è più importante di Giovanni. Probabilmente vuole dirimere dispute tra i cristiani del primo secolo. Nella sua umiltà Giovanni aveva affermato fin dall’inizio della sua predicazione che la superiorità di Gesù era tale, che lui si riteneva indegno addirittura di fare il servizio di schiavo: slegargli i calzari. “Era prima di me”: Gesù è prima di Giovanni perché come Dio è preesistente alla creazione; è la Parola stessa di Dio.
16. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Dalla Vita di Gesù è scaturita la salvezza per tutti coloro che lo hanno accolto. Più allarghiamo il cuore ad accoglierLo, più Lui ci riempie e ci dona grazia su grazia. “Grazia su grazia”: secondo alcuni esegeti la prima grazia sarebbe la creazione, la seconda l’incarnazione. Secondo altri significa una grazia dopo l’altra. Per altri ancora si tratta prima della Legge di Mosè e poi dell’Incarnazione.
17. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Giovanni confronta Mosè (la Legge) e Gesù (la Verità). Nella storia prima c’è stato Mosè e poi Gesù, ma Gesù è molto più importante. Egli trascende l’esperienza del popolo di Israele e porta a compimento la storia. Non esiste opposizione, ma perfezionamento, completamento e superamento. Non viene rinnegato nulla del passato, ma portato a compimento, perché le esperienze precedenti aiutano l’uomo a crescere e a progredire. Non c’è contrapposizione tra l’Antico e il Nuovo Testamento.
18. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. “Dio, nessuno lo ha mai visto”: per la Bibbia Dio è trascendente e nessuno può vederlo. Nell’ultimo versetto del prologo, Giovanni ribadisce che il Figlio rivela il Padre e ci permette di conoscerlo, anche se la visione completa e definitiva potremo averla solo dopo la morte, che è il velo che ci separa da Lui. Per vedere il volto di nostra madre, dobbiamo nascere. Per vedere il volto di Dio, dobbiamo morire. Ecco che per il cristiano la morte è un passaggio alla vita, alla festa dell’Incontro senza fine.
Nell’Eucaristia Cristo ha voluto venire ad abitare dentro di noi per cui possiamo accogliere l’Infinito, anche se non possiamo vederlo con i nostri occhi di carne. “Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre”: questa espressione indica che il Figlio è in intimità assoluta con il Padre: “Io e il Padre siamo uno” (cfr. Giovanni 10,29). “Lo ha rivelato”: con l’Incarnazione, se ascoltiamo e obbediamo al Figlio, possiamo conoscerLo, grazie alla sua vita, ai suoi gesti, alle sue parole. Se Gesù non si fosse incarnato, sarebbe stato impossibile ogni comunicazione diretta con Dio e noi vivremo senza alcuna speranza. Nessuna scienza, infatti, riuscirà mai a fare in modo che il cuore dell’uomo sia appagato. Solo Dio può appagare la sete più profonda del cuore umano. Riflettendo sul Verbo = Parola, dobbiamo supporre che se qualcuno parla, ci deve essere chi ascolta. Se uno parla e l’altro ascolta, vuole dire che ci sono due persone in relazione fra loro. Nella comunicazione, una persona si esprime e l’altra accoglie dentro di sé il messaggio. L’accoglienza del messaggio nasce dall’amore, per cui chi parla sa di essere amato e accolto da chi ascolta. È un ascolto accogliente e corrisposto. Per mezzo della fede, se ascoltiamo Dio, noi suoi figli, entriamo in una relazione di amore e facciamo spazio dentro di noi per accogliere quanto Lui ci comunica e così viene in noi la Luce. Per semplificare: quando ascoltiamo Dio diventiamo come la terra che accoglie il seme, che in noi fruttifica e genera altra vita. Chiediamo al Padre, che ci ha creati a sua immagine e che ci ha redenti con la sua Grazia, di accogliere, ascoltare, obbedire al Figlio che ci manifesta la vita divina. In Lui, possiamo trovare compimento al nostro desiderio di vedere il Volto di Dio. Dio si è fatto carne: questa è la nostra gioia, che durerà per sempre.
Suor Emanuela Biasiolo

Cresceva in sapienza, età e grazia

PRIMA DOMENICA DOPO NATALE

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE-ANNO C-LUCA 2,41-52 41.

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. La prima domenica dopo Natale celebriamo la festa della Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. La Liturgia ci propone di guardare al mistero di Gesù che si fa uomo e ha bisogno di tutto: affetto, nutrimento, vestiario. Deve imparare a camminare, parlare, leggere proprio come un qualunque bambino che nasce sulla terra. La sua relazione all’interno della Famiglia di Nazareth, attualizzazione terrena dell’amore che intercorre tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, è fondata sulla comunione. Il brano odierno fa da sfondo a tutto l’insegnamento e il comportamento di Gesù, che si reca a Gerusalemme con Maria e Giuseppe. Era impegno di ogni ebreo osservante recarsi nella città santa almeno tre volte all’anno. L’obbligo diminuiva ad una sola volta per chi abitava molto lontano.

42. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa.
A dodici anni un giovane ebreo diventava, e diventa ancora oggi, adulto con la cerimonia del bar mitsvah (“il figlio del precetto”). Era ed è tenuto ad osservare tutti i comandamenti della Legge, anche i più difficili. Gesù si reca con Maria e Giuseppe a compiere i riti prescritti.
43. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a
Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; i lunghi viaggi venivano fatti in carovana per aiutarsi a vicenda nelle difficoltà, per sostenersi nelle fatiche del viaggio. Vi erano molte persone e il ragazzo poteva stare sia con i parenti che con il gruppo dei ragazzi. Luca ci racconta il particolare dello smarrimento di Gesù. Il racconto è abbastanza inverosimile perché sembra strano che alla partenza della carovana i genitori non si siano accorti della sua
assenza.
45. non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
L’intento dell’evangelista è teologico: vuole spiegarci che la vera patria di Gesù non è Nazareth, ma Gerusalemme. È qui che si realizza il mistero di Dio e Gesù deve restare nel luogo che gli compete come vero Messia. I genitori tornano indietro a cercarlo, carichi di angoscia, in mezzo alla confusione, alle persone, alle carovane, alle masserizie.

46. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. Gesù si trova nel tempio come discepolo che ascolta e interroga per imparare le cose di Dio. Solitamente i maestri insegnavano sotto i portici del cortile esterno ed utilizzavano il metodo della domanda e della risposta, per aiutare l’apprendimento.
“Dopo tre giorni”: il riferimento ai tre giorni potrebbe nascondere l’allusione alla passione, morte e risurrezione di Cristo. Maria e Giuseppe sono provati dalla ricerca durata così a lungo. Gesù si lascia cercare e vuole che lo troviamo per poi cercarlo ancora, così fino all’incontro finale. La ricerca alimenta il desiderio, purifica le intenzioni, vince la pigrizia, apre alla gioia.

47. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Luca insiste a mettere in risalto la persona di Gesù, il suo interesse per le Scritture, la capacità intellettiva, la sapienza che dimostra. Successivamente, verrà detto che, divenuto adulto, insegna con autorità, destando meraviglia nel popolo (cfr. Luca 4,32).
48. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Maria rimprovera Gesù per essersi allontanato senza avvisare. In queste poche parole sono racchiusi
il dolore per il distacco, l’angoscia della perdita, la fatica della ricerca, la delusione per un figlio che non fa riferimento ai genitori prima di agire. Luca afferma che Maria e Giuseppe non avevano ancora capito la portata della vita del Figlio. Essi capiscono solo gradatamente, nonostante l’annuncio degli angeli la notte di Betlemme alla nascita
del Bambino. Il fatto che stanno vivendo supera ogni comprensione e non riescono a capire subito il disegno di Dio su di lui, che resta misterioso. “Restarono stupiti”: Maria e Giuseppe si aprono con stupore a quanto sta avvenendo, scrutano ogni
comportamento di Gesù nell’intento di penetrare maggiormente nel mistero che hanno davanti ma che non possono possedere. Anche noi vediamo ma non afferriamo mai dio, perché Lui ci sovrasta anche se, nello stesso tempo, è con noi.
“Angosciati, ti cercavamo”: l’angoscia come segno della privazione da Gesù è il sentimento che dovrebbe afferrare anche noi quando dovessimo trovarci per strade diverse dalle sue. La fede nella sua misericordia è la forza che ci fa ritrovare il Signore.
49. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Maria e Giuseppe sono sottoposti alla prova del buio della perdita di Gesù; Egli non è un figlio qualunque, ma il Figlio di Dio, il Verbo della Vita, che è stato loro affidato. Il ritrovamento genera una gioia incontenibile, all’interno della quale non manca il rimprovero per un allontanamento senza preavviso. Gesù risponde al rimprovero di Maria obbligando lei e Giuseppe a compiere un salto di qualità, a porsi in un’altra dimensione. Più che il legame con loro, conta al di sopra di tutto il legame con il Padre e la missione da compiere. Gesù è nel Tempio, è nella sua casa, che gli spetta di diritto perché è la dimora del Padre. Al di sopra di tutto deve compiere il progetto per cui è stato inviato. Egli è la Parola incarnata. “Io devo occuparmi”: Luca pone in risalto il verbo “devo”, segno della sua adesione totale a quello che il Padre dispone per lui. Il programma della sua vita è compiere la salvezza voluta dal Padre suo. Il suo amore è tale che diventa connaturale obbedire: ““devo” perché voglio”. I genitori non devono bloccare le aspirazioni più importanti che albergano nel cuore di un figlio, ma assecondarle, aiutandolo nelle scelte perché siano sempre verso il Vero, il Bene, il Bello, il Giusto.

50. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Maria e Giuseppe non comprendono il significato delle parole pronunciate da Gesù. Hanno sperimentato le normali difficoltà di comprensione dell’altro, come avviene in una famiglia comune. Ogni persona è unica e porta dentro di sé un segreto che non può essere compreso subito da chi la attornia. Luca invita chi legge ad approfondire la comprensione del mistero di Cristo, Verbo Incarnato. Non basta una lettura superficiale. Occorre lo sforzo di andare oltre.

51. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. Gesù manifesta qual è la sua missione, poi torna a vivere l’esperienza di crescita umana e di fede secondo la progressione e la gradualità tipiche di ogni fanciullo. Si sottomette alla legge della vita, che comporta la paziente acquisizione di conoscenze, di comportamenti, di competenze. Maria medita, attende di capire, non ha fretta di giungere a conclusioni. Si lascia portare da Dio e
condurre dove Lui vuole, come una credente qualsiasi che attende la rivelazione di Dio.
52. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Per diventare uomo completo, maturo e responsabile, Gesù deve compiere un cammino di crescita, comune a tutti gli esseri umani. Quando dobbiamo procedere nelle tenebre “accecanti” di una vita ordinaria non dobbiamo temere il buio e la fatica. Verrà il momento in cui la luce splenderà sul nostro cammino e sarà gioia piena, completo raggiungimento della visione beatifica che ci attende. L’importante è mantenere vivo il
nostro rapporto con Dio, crescere davanti a Lui. Verrà il momento dell’incontro in cui svanirà l’angoscia dello smarrimento, scaturirà il giubilo del ritrovamento e saremo pienamente appagati nella gioia senza fine.


Suor Emanuela Biasiolo

Amerai

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 12,28-34
In quel tempo, 28. si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Il brano del Vangelo presenta l’incontro di Gesù con uno scriba che, a differenza degli avversari che volevano condannare a morte Gesù, si dimostra aperto al dialogo e desideroso di capire l’essenza della Legge, sfrondata da tanti legalismi. Per comprendere questo testo, è necessario conoscere che erano stati individuati nella Torah addirittura 613 precetti del Signore, suddivisi in 365 negativi e 248 positivi. I rabbini
raccomandavano di osservarli tutti, sia che fossero facili o difficili da mettere in pratica.
29. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore;
La risposta di Gesù è diretta e si riferisce alla preghiera che ogni ebreo maschio doveva recitare mattina e sera: “Shemà Israel”, “Ascolta Israele”, cioè il versetto tratto dal libro del Deuteronomio 6,4. Queste parole erano scritte e racchiuse nei contenitori (filatteri) che gli ebrei si legavano sulla fronte o alle braccia al momento della preghiera. Il significato è molto importante: il popolo ebreo è grato a Dio per essere stato eletto da Lui con predilezione e dichiara di sceglierlo come unico Signore e Dio. In mezzo a popoli pagani e politeisti (come per esempio quella greca), gli ebrei si distinguono per avere un Dio solo.
“Il Signore nostro Dio è l’unico Signore”: il nostro Dio non è un idolo fatto da mani d’uomo a cui si attribuiscono poteri soprannaturali. Il nostro Dio è l’Unico Signore, Creatore, Salvatore, Padre.
30. amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Nella versione di Marco troviamo il comando di amare Dio non solo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la forza (come nel testo della Scrittura), ma anche con tutta la mente (dianoia), intesa come forza dell’intelletto. Questo elenco insiste sul fatto che è tutta la persona a dover orientarsi a Dio per compiere la sua volontà con tutte le capacità umane. Non basta riservare qualche momento soltanto a Lui, ma sempre dobbiamo avere l’intenzione di dargli gloria e obbedienza, che scaturisce dall’amore. “Amerai il Signore tuo Dio”: Dio, il nostro Creatore, ci chiede l’elemosina di amarlo perché Egli è innamorato di noi. Mentre gli altri popoli si rivolgono a Dio per propiziarselo, per timore, noi siamo chiamati a rivolgerci a Lui in un rapporto di figliolanza.
“Con tutto il tuo cuore”: il cuore per gli ebrei è il luogo da cui scaturisce ogni desiderio e ogni azione. Dobbiamo amare Dio nella concretezza di scelte operative, ma anche in modo esclusivo: Lui prima di tutto, senza concorrenti. “Con tutta la tua anima”: questo termine sta per “energia vitale” che abbiamo dentro come persone viventi. La motivazione della nostra azione deve essere l’amore, che ci porta al dono, al servizio, al
perdono. Come Cristo ha dato tutto se stesso, tutta la sua vita, così anche noi dobbiamo fare nei riguardi suoi e dei nostri fratelli. “Con tutta la tua mente”: l’intelligenza ci consente di approfondire la conoscenza di Colui che amiamo, la Sua Parola, per incontrarLo.
“Con tutta la tua forza”: siamo chiamati a diventare amore, solo amore. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo concentrare tutte le nostre energie fisiche, psichiche e morali, investire il nostro essere nel servizio del prossimo, nel perdonare senza limiti, nel costruire relazioni di fraternità.

31. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi”. Riferendosi al libro del Levitico (19,18), Gesù allarga il comandamento dell’amore al prossimo, verso il quale dobbiamo avere la stessa cura che avremmo per noi stessi. La fonte dell’amore è Dio stesso. L’amore per Lui e per gli altri diventa la sintesi di tutta la Legge, della prima e della seconda tavola che Mosè aveva ricevuto sul Sinai. “Il secondo è questo”: il secondo comandamento sgorga dal primo, ma non è secondario. È sempre l’unico amore, che deriva dalla stessa fonte e che si esprime in due direzioni, come due facce della stessa medaglia. Alcuni commentatori fanno notare che dovremmo specificare che sono tre gli oggetti del nostro amore: Dio, noi stessi, gli altri. Chi non ama se stesso, non si accoglie nella sua realtà, nella sua debolezza e fragilità, nella sua ricchezza, non può amare gli altri. “Amerai il prossimo”: il nostro deve essere un amore di donazione, che non si appropria dell’altro, che non lo soggioga, che non lo opprime, ma che lo aiuta a diventare più persona, capace a sua volta di amare e di essere amato. Amare è dare la vita, come ha fatto Cristo, in modo gratuito, senza secondi fini, senza attendersi alcuna ricompensa, senza essere ricambiati. L’amore è una decisione e si decide di amare anche quando l’emotività spingerebbe a fare diversamente. “Come te stesso”: il principio della vita cristiana è credere di essere amati da Dio. Coscienti che Dio ama ciascuno di noi, dobbiamo nutrire solo amore dentro il nostro cuore, da riversare sui nostri fratelli. Amati anch’essi da Dio, diventano altri noi stessi. Noi non possiamo odiare noi stessi, perché siamo amati da Dio. Non possiamo odiare gli altri, perché anch’essi sono amati da Dio. Nel comandamento dell’Amore si riassume tutta la Legge. Un solo comandamento diviso in due, al posto dei 613 precetti degli ebrei del tempo di Gesù. “Non c’è altro comandamento più grande di questi”: siccome “Pieno compimento della legge è l’amore” (Romani 13,10), amando Dio e gli altri sostituiamo tutte le norme e i precetti. Chi ama dimentica se stesso, chi ama supera il male, non tiene conto di quello che dicono sul suo conto, non si vendica dei torti subiti… amare è perdonare, elargire, mettersi a disposizione senza calcolo. Chi ama dedica tempo, attenzione; previene i bisogni, si dona senza calcolo.
32. Lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33. amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.
Lo scriba capisce che Gesù ha risposto alla perfezione e si dichiara d’accordo con Lui. Aggiunge il particolare che l’amore di Dio e del prossimo “vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Si tratta di una dichiarazione di grande importanza, posta sulle labbra di un osservante giudeo, fatta sul piazzale del Tempio: è in pieno accordo con la posizione dei profeti di tutto l’Antico Testamento. Nello stesso tempo è in netto contrasto con l’usanza di compiere sacrifici di animali. “Vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”: amare Dio è il culto spirituale che Egli si aspetta da noi. Egli non chiede, come nell’antica mentalità, di spargere il sangue di tori, di capri, ecc. Chiede di essere amato sopra ogni cosa, donando goccia a goccia, respiro dopo respiro, battito dopo battito la nostra vita, come offerta a Lui gradita.
34. Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. È una gioia per Gesù poter lodare lo scriba che, onesto e veramente fedele a Dio, risponde saggiamente. Il Regno di Dio è presente, perché lo scriba riconosce la potenza di Dio che agisce qui e ora nella storia. Per questo non è lontano dal Regno. “Nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”: espressione che sottolinea il contrasto tra l’ipocrisia dei nemici di Gesù che lo cercavano solo per tendergli un tranello e aver modo di accusarlo. Diversamente, invece, lo scriba cerca la verità e il cuore della Legge. Per questo Gesù lo apprezza molto. La risposta che Gesù dà allo scriba è molto sapiente ed esaustiva. Porre domande ora è superfluo. Ricevuta la risposta, non rimane che il silenzio. Ora dobbiamo solo vivere quanto abbiamo imparato. La nostra vita consiste nell’accogliere l’amore di Dio e nel rispondere al suo amore. Dio non ci chiede di obbedire a un codice legislativo, ma ci indica in un unico comandamento, diviso in due, la strada per la felicità. Iniziamo ogni giorno daccapo la grande avventura della vita e, a vele spiegate, andiamo incontro all’Amore, unico senso del nostro esistere, inestinguibile Sorgente del nostro amare.

Suor Emanuela Biasiolo

Lasciate che i bambini vengano a me

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 10, 2-16
In quel tempo, 2. alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie.
Il Vangelo di questa domenica ci propone due riflessioni: una sul matrimonio nelle sue negatività (divorzio e adulterio) e una sui bambini. Il filo conduttore fra i due temi è la necessità di superare i legalismi e abbandonarsi con fiducia a Dio, con l’atteggiamento semplice di un bambino.
La scena avviene in Giudea, al di là del Giordano, nella zona della Perea. Gesù parte da Cafarnao e si dirige a Gerusalemme per l’ultima tappa del suo viaggio. Subisce espressamente controversie da parte dei farisei, preludio della sofferenza che incontrerà successivamente a Gerusalemme. “Per metterlo alla prova”: i farisei pongono a Gesù volutamente una domanda trabocchetto sulla questione dell’adulterio. È un chiedere per tentare, è un atteggiamento che viene dal maligno.
Probabilmente il problema dell’adulterio era molto sentito nella comunità dell’evangelista Marco, ma posta in questi termini la questione era evidentemente tesa a cogliere in fallo il Maestro.
“Se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie”: era scontato presso molti popoli che la donna venisse comprata dalla sua famiglia, come si comprava qualsiasi altro bene. Essa diveniva proprietà dell’uomo, che ne poteva disporre a piacimento e anche disfarsene in qualsiasi momento. Non era e non è questo il disegno di Dio.
3. Ma egli rispose loro: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. 4. Dissero: “Mosè ha permesso di scrivere un atto di ripudio e di ripudiarla”. I farisei chiedono se è lecito ripudiare la moglie con l’intento di aggirare la legge. Gesù corregge il discorso ponendo un’altra domanda: “Che cosa vi ha ordinato Mosè?”. C’è molta differenza tra chiedere se è permesso commettere adulterio oppure stare al comandamento dato da Dio a Mosé:
“Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che ella non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via dalla casa” (Deuteronomio 24,1). Si contrapponevano due correnti di pensiero. Il rabbino Shammaj (rigorista) riteneva che la donna avrebbe commesso peccato di lussuria sposando un altro uomo, dopo essere stata ripudiata. Dichiarava che non si potesse, pertanto, ripudiare. In questo modo tutelava la donna. Il rabbino Hillel, invece, era più permissivo ed ammetteva il ripudio da parte del marito, anche per futili mancanze commesse dalla donna nei confronti del consorte (per esempio una minestra bruciata). In questo caso la donna era abbandonata e diveniva oggetto di possesso di un altro uomo.
5. Gesù disse loro: “Per la durezza del vostro cuore egli scrisse per voi questa norma.
La legge mosaica mirava a mitigare le conseguenze del divorzio, per renderle meno nefaste. La legge non sempre è espressione di una volontà divina, ma può essere proiezione di una durezza di cuore, può essere una legge contro l’uomo. Siamo chiamati a essere fedeli allo spirito della legge, che è la salvezza della persona. Dio non vuole contrapposizione tra il cuore o la legge, vuole l’armonia nella libertà e nella gioia dei suoi figli. “Per la durezza del vostro cuore”: in questo versetto viene utilizzato il termine “durezza” o sclerocardia. Ha il significato di cuore indurito, segno di una fissità che impedisce a sé e agli altri di giungere a Dio. Ne parlano i profeti, che invitano il popolo di Israele ad ascoltare la voce del Signore. Gesù supera la legge: fa un miracolo di sabato (cfr. Marco 3,5); affronta la durezza dei discepoli e la loro incapacità di capire il fatto della moltiplicazione dei pani (cfr. Marco 6,52) e di credere alla risurrezione del Signore (Marco 16,14). “Egli scrisse per voi questa norma”: Mosé aveva regolamentato il divorzio per limitare i danni e non per legittimare una situazione di male.

6. Ma dall’inizio della creazione (Dio) li fece maschio e femmina;
Per comprendere l’importanza della relazione uomo-donna è necessario fare riferimento al progetto originario di Dio Creatore, che ha voluto l’uomo come persona sessuata: maschio e femmina (Genesi 1,27); esseri simili e diversi nello stesso tempo. Due esseri che trovano la loro pienezza nella relazione. La relazione è pensata per l’aiuto fra i coniugi, per la fecondità e per la procreazione, non per il possesso né per lo sfruttamento. È questo il messaggio che Gesù trasmette e che fa superare ogni tipo di casistica farisaica. Ci ricorda che il matrimonio alla luce della fede è unico e indissolubile e l’uomo non deve dividere quello che Dio ha congiunto.
7. per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due diventeranno una carne sola. 8. Così non sono più due, ma una sola carne. 9. Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto». I legami naturali con la famiglia di origine (il marito lasciava la sua famiglia e si univa al clan della moglie) sono superati dalla vocazione a diventare una carne sola (Genesi 2,24), che non è soltanto l’unione fisica dei corpi, ma anche condivisione della stessa vita, della coabitazione, della progettualità comune, dell’educazione dei figli, delle gioie e dei dolori, del sostegno nella malattia: tutti aspetti che iniziano con il patto matrimoniale. Oltre a tutto questo, il matrimonio è un mistero che si esprime pienamente nell’amore assoluto per Dio, in cui l’uomo realizza se stesso. “L’uomo lascerà suo padre e sua madre” (Genesi 2,24): nel linguaggio mistico, i Padre della Chiesa hanno visto il Cristo che abbandona il Padre, lascia la sua dimora, le sue prerogative, viene sulla terra e assume una carne umana, in condizione di servo. Egli realizza il progetto di Dio dopo il fallimento di Adamo. “I due diventeranno una carne sola”: il riferimento è sempre al libro della Genesi. L’uomo e la donna sono in relazione, si accolgono vicendevolmente. Sono immagine della Trinità, perché sono distinti, ma uniti da un unico amore. Dio, nel Figlio, ha sposato la nostra umanità e ciascuno di noi. Per questo motivo è necessario che il vincolo matrimoniale sia unico e indivisibile, a testimonianza
dell’amore indissolubile di Dio che, in Gesù, è fedele fino alle estreme conseguenze, fino alla morte di croce.
“Dunque l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”: congiungere significa porre sotto lo stesso giogo (in greco synezeuxen, in latino coniugare). Un giogo è una trave di legno che si lega al collo di due buoi unendoli tra di loro e al carico che devono trainare. Per camminare insieme devono avere lo stesso passo e la stessa direzione. Così gli sposi cristiani vanno verso Cristo aiutandosi a vicenda, in un comune progetto, in una stessa direzione. Il divieto di divorzio nasce dalla volontà di Dio che vuole gli sposi in una relazione indissolubile: non si può camminare da soli nella vita dal momento in cui si è contratto un impegno con un’altra persona. Così ogni cristiano deve accettare di porsi sotto il giogo che Cristo, come condivisione della sua stessa sorte e partecipazione alla sua stessa vita. Non sappiamo la reazione dei farisei alle affermazioni del Maestro. Sappiamo, però, che anche in seguito cercheranno nuovi capi d’accusa contro di Lui per arrestarlo.
10. A casa, i discepoli lo interrogavano di nuovo su questo argomento. 11. E disse loro: “Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; 12. e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio”.
I discepoli sono persone che desiderano capire bene l’insegnamento del loro Maestro e nell’intimità della comunità chiedono spiegazioni, come si fa con una persona verso la quale si nutre grande confidenza. La particolarità dell’insegnamento di Gesù sta nel fatto che non solo il marito poteva ripudiare la moglie (mentalità ebraica), ma anche la moglie poteva ripudiare il marito (mentalità greco-romana). Non è possibile, tuttavia, a nessuno dei due ripudiare l’altro coniuge, in quanto, contraendo una nuova unione, si esporrebbe se stessi e l’altro ad una situazione di grave adulterio.

Suor Emanuela Biasiolo

Chi non è contro di noi è per noi

XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 9,38-43.45.47-48
In quel tempo, 38. Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva».
Il brano di Vangelo della liturgia odierna viene denominato “piccolo catechismo della comunità”, raccolta di insegnamenti che invitano ad essere attenti ai membri più piccoli e più deboli.
Nel primo versetto si coglie come i discepoli si sentono talmente legati e appartenenti a Gesù da escludere chiunque interferisca nelle attività che essi ritengono riservate a loro esclusivamente.
I taumaturghi del tempo antico erano soliti invocare il nome di qualcuno ritenuto potente, così da ottenere il miracolo richiesto. Gesù, invece, opera miracoli in virtù della potenza propria. I suoi discepoli, successivamente, opereranno nel suo nome.
“Giovanni disse a Gesù”: il discepolo Giovanni è colui che Gesù amava. Qualche esegeta intravede la tensione tra costui, che rappresenta la chiesa carismatica, e la Chiesa istituzionale. Altri pensano che Giovanni sia intervenuto a denunciare chi operava miracoli, ma non apparteneva alla comunità di Gesù, semplicemente a causa del suo carattere impulsivo e focoso (era denominato “figlio del tuono”- Marco 3,17).
“Nel tuo nome”: solo nel nome di Gesù è possibile avere la salvezza: “In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati” (Atti 4,12).
“Scacciava demòni”: chi è di Dio ha il compito di sconfiggere il male invocando il suo nome. Non è necessario, però, che appartenga alla comunità dei discepoli, come invece essi pretendevano. “Volevamo impedirglielo”: secondo alcune interpretazioni i discepoli erano gelosi di colui che era riuscito a scacciare il demonio, mentre essi avevano fallito. Anche Giosuè, figlio di Nun, voleva impedire a Eldad e a Medad di profetizzare perché non erano andati alla tenda del raduno. Mosè aveva risposto a Giosué: “Sei tu geloso per me? Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito”.
39. Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: 40. chi non è contro di noi è per noi.
La risposta di Gesù non si fa attendere: chi opera miracoli nel suo nome, anche se non appartiene al ristretto gruppo dei suoi discepoli, vuol dire che riconosce la sua potenza e la sua autorità. Gesù esorta a uscire da una mentalità chiusa e settaria, ad accogliere chiunque si presenti nel Suo nome, senza ritenersi detentori del monopolio della Grazia.
“Non glielo impedite”: chi ama veramente, gode del bene degli altri, delle azioni buone che essi compiono. Non dobbiamo essere gelosi, non dobbiamo possedere il prossimo, non dobbiamo escludere chi non appartiene alla nostra cerchia, etnia, mentalità, estrazione sociale o politica. Dobbiamo rispettare chi fa il bene anche se non appartiene alla Chiesa: il Regno di Dio è più vasto della Chiesa e non coincide con nessun gruppo. L’importante è seguire l’Amore, l’importante è fare il bene: se imposteremo così la nostra vita, se rispetteremo chiunque si prodighi per fare di questa terra un giardino, se loderemo Dio che gli ispira questo desiderio saremo autentici figli del Padre e fratelli fra noi.
Chiunque opera il bene viene da Dio e dobbiamo permettergli di agire in suo nome. La terra sarebbe un paradiso se ogni uomo facesse un’azione buona, offrisse un sorriso, desse un po’ d’acqua e un po’ di pane a chi non ne ha, accogliesse chi ha perso tutto. Anche il deserto dei cuori, allora, fiorirebbe.

“Chi non è contro di noi, è per noi”: se desideriamo essere veramente del Signore, non dobbiamo avere invidia per il bene compiuto dagli altri, dal momento che l’obiettivo per tutti è quello di riconoscerlo come Padre e di accoglierci e amarci fra noi. Gli altri non devono essere nostri antagonisti, ma fratelli da amare. Solo in questo modo possiamo creare l’unità dei figli di Dio.
41. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità io vi dico, non perderà la sua ricompensa. Dare un bicchiere d’acqua nel nome di Gesù a chi ha sete, è equivalente a darlo a Gesù stesso. La “ricompensa” è il termine che mette in relazione con il salario della parabola degli operai chiamati alle diverse ore del giorno (Matteo 20,1-16).
Attingiamo da questa affermazione di Gesù la valorizzazione del nostro piccolo, nascosto dono quotidiano, del nostro servizio umile e sconosciuto. Da ogni piccolo seme di bene scaturisce il futuro eterno. Dal dono concreto e disinteressato si evince se siamo davvero persone che cercano il Signore e non la carriera o il protagonismo.
42. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare.
In questo versetto è presente il termine “scandalo” che significa inciampo, causa di caduta. Dobbiamo evitare di essere motivo di perdita o di diminuzione della fede nei riguardi degli altri. Gesù è molto forte nel giudizio contro il colpevole, al punto che utilizza un’iperbole (hyperbolé, “eccesso”: è una figura retorica o un’espressione che consiste nell’esagerare la descrizione della realtà tramite espressioni che l’amplifichino, per eccesso o per difetto): “sarebbe meglio che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”. Non solo la violenza fisica, ma anche quella verbale o il cattivo esempio sono mezzi di diffusione del male e vanno combattuti con tutte le forze.
Gesù si identifica con i piccoli (Matteo 25,40.45): coloro che subiscono scandalo, abusi,
persecuzioni, violenza, fame, guerra, ingiustizia. Noi cristiani dovremmo essere coloro che riconoscono Gesù nel povero, nell’indifeso, in chi è senza diritti, senza casa, senza patria.
Chiediamoci se davvero lo facciamo e se siamo fari di luce nella notte del mondo oppure se meritiamo anche noi l’invettiva di Cristo: “è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”.
43. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. [44. dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue].
Per comprendere queste espressioni è necessario considerare che per la cultura ebraica le parti del corpo sono collegate con gli istinti umani. La mano (yàd) è la sede delle azioni, la parte del corpo che afferra, prende, ma anche uccide (cfr. Siracide 6,18). Gesù intende dire che bisogna troncare con decisione ogni azione cattiva contro il prossimo. Solo da un cuore buono può nascere un’azione buona. Gesù insegna a liberarsi dalle cattive inclinazioni, costi quello che costi. “Geenna”: la Geenna era il luogo in cui si riteneva che ci sarebbe stato il castigo finale. Dal punto di vista geografico è la valle di Hinnom, a sud di Gerusalemme, Nel passato era divenuta sede del culto a Moloh, che imponeva sacrifici umani di bimbi, prima sgozzati e poi bruciati, appunto, “facendoli passare per il fuoco” (2Re 23,10). Venne trasformata in discarica dove, per motivi igienici, continuamente ardeva il fuoco.
45. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna, [46. dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue].

Parlare di una parte del corpo per riferirsi a tutta la persona fa parte del linguaggio figurato. Il piede (règhel) può avere il significato di passo veloce di colui che porta buone notizie “sono belli, sui monti, i piedi del messaggero di buone notizie” (Isaia 52,7), ma anche, come in questo caso, vuol dire prendere una direzione sbagliata. Dirigere i nostri passi verso il Signore significa avere il coraggio di lasciare abitudini contrarie alla volontà di Dio. Dobbiamo chiederci se stiamo andando verso la Vita vera oppure se ci stiamo allontanando da Lui operando scelte contrarie.
47. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, a, [46. dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue].
Nella Bibbia l’occhio non è solo l’organo della vista, ma indica anche tutta la persona nella sua interiorità: “La lampada del corpo è l’occhio. Se dunque il tuo occhio è limpido, tutto il tuo corpo sarà illuminato; ma se il tuo occhio è malvagio, tutto il tuo corpo sarà nelle tenebre” (Matteo 6,22-23). Gesù in questo versetto ci dice che tutta la nostra persona deve essere luminosa, a partire dalla purezza delle intenzioni, dal vedere le cose con lo sguardo di Dio e non dal punto di vista materiale e umano, con trasparenza e senza secondi fini: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Matteo 5,8).
48. dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue».
Questo versetto si richiama al profeta Isaia “Quando gli adoratori usciranno, vedranno i cadaveri degli uomini che si sono ribellati a me; poiché il loro verme non morirà, e il loro fuoco non si estinguerà; e saranno in orrore a ogni carne” (Isaia 66,24). Egli prevedeva nuovi cieli e nuova terra, in cui tutti i popoli faranno la volontà di Dio e lo adoreranno, mentre chi si ribellerà a Dio soffrirà il supplizio continuo del verme (segno di decomposizione del corpo) e del fuoco (usato per distruggere i cadaveri), cioè condannati a un castigo senza fine. La crudezza del linguaggio usato da Gesù è giustificata dal fatto che vuole farci evitare le occasioni che ci distolgono dal nostro vero bene, per eliminarle. È necessaria una decisione radicale: tagliare con tutti gli impedimenti che ci separano da Gesù, dall’ascolto della sua Parola, dalla sequela convinta, dalla conformazione al suo stile di vita. Non dobbiamo colpevolizzare gli altri per il male che ci attornia: cominciamo noi stessi ad eliminarlo dal nostro cuore. Se perderemo la vita per Cristo, se la consumeremo nell’amore la salveremo. Se avremo il coraggio di lasciare le nostre inclinazioni cattive, se ci convertiremo dalle malvagità, se persevereremo nel bene godremo già qui sulla terra la pace interiore e nel futuro la vita eterna, che nessuno ci potrà togliere.
Suor Emanuela Biasiolo

Ultimo di tutti

XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 9,30-37

In quel tempo, 30. Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Nel Vangelo di questa Domenica ascoltiamo il secondo annuncio della Passione, Morte e Risurrezione di Cristo. Gesù si trova in Galilea con i suoi discepoli. Pur essendo in compagnia, in realtà è solo, perché essi non condividono il suo progetto di vita. La paura della croce frena i discepoli e l’ambizione li offusca la mente. Mentre Gesù parla della sua dipartita da questo mondo, essi discutono su chi è il più grande fra loro. Non capiscono e non accettano che il Messia debba soffrire. Attendono un conquistatore, invece Gesù si fa servitore. “Non voleva che alcuno lo sapesse”: forse l’intento di Gesù è quello di istruire i suoi discepoli e non vuole essere disturbato; oppure Gesù vuole evitare equivoci e pubblicità. 31. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Gesù è impegnato alla formazione dei discepoli che sono “suoi”: ha un rapporto privilegiato con loro e vuole prepararli ad affrontare gli eventi incombenti e gettare le basi per la futura evangelizzazione. “Il Figlio dell’uomo viene consegnato in mani di uomini”: il verbo utilizzato è “tradire” (dal latino tradĕre che significa “consegnare”, nel senso di “consegnare ai nemici”, di “consegnare con tradimento”). Lo stesso termine si trova in altri passi del Vangelo: Giuda consegna Gesù ai capi e ai soldati (Marco 14,44); i capi consegnano Gesù a Pilato (Marco 15,1); Pilato consegna Gesù ai crocifissori (Marco 15,15). In realtà è il Padre stesso che consegna Gesù agli uomini, nel senso che lo dona. Gesù si consegna a noi, ma nel senso che si offre. Dio Onnipotente si mette nelle mani degli uomini, alla loro mercé. Non impedisce loro di usare male la libertà di cui Egli stesso li ha dotati. Accogliamo il Figlio di Dio che si umilia nella condizione umana e si lascia trattare nel modo più infame. Gesù si dona a tutti, anche a chi lo rifiuta, anche a chi lo crocifigge. Il suo è Amore incondizionato, che rivela il Padre, sorgente dell’Amore senza fine, senza ricompensa. Accostiamoci con stupore all’Eucaristia in cui ogni giorno Gesù si consegna a noi e si fa nostro cibo. “Lo uccideranno”: Gesù ha la consapevolezza della sua fine, ignominiosa e terribile, che lo accomuna alla sorte di tutti i profeti, che hanno pagato con il sangue la fedeltà alla verità, a Dio. “Dopo tre giorni risorgerà”: con la risurrezione Gesù è glorificato perché è passato attraverso la morte. È proprio la morte l’inizio della sua glorificazione. 32. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. I discepoli non riescono a comprendere il messaggio di Gesù. La sua parola è forte e terribilmente dura. “Avevano timore di interrogarlo”: i discepoli non osano porre domande di chiarimento perché temono una reazione, un rimprovero, come quello che Gesù aveva rivolto a Pietro quando voleva dissuaderlo dalla sua missione. 33. Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Cafarnao è il luogo dove Gesù dimora, ospite di Pietro, da quando ha iniziato la sua predicazione. Nell’intimità della casa si rivolge ai discepoli per liberarli dall’orgoglio e dalla ricerca del successo, male oscuro che rovina l’anima. “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”: Gesù pone una domanda per aiutare i discepoli a prendere coscienza dei motivi che animano la loro sequela. Anche se vivono insieme con lui, hanno disposizioni d’animo molto difformi da quelle del Maestro. 34. Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Il silenzio dei discepoli è un mutismo negativo che impedisce di chiarire e di chiarirsi. Non osano palesare quanto alberga nel loro intimo: ricerca di prestigio, di potere, di notorietà. Gesù, invece, insegna uno stile di vita completamente opposto: servizio, umiltà, donazione totale. “Avevano discusso tra loro chi fosse il più grande”: i discepoli si lasciano prendere dall’orgoglio e dalla speranza di avere in futuro qualche vantaggio dal fatto che seguono Gesù. Non hanno ancora capito che seguire il Maestro vuol dire scendere dal piedistallo, dagli onori, dal protagonismo, dalla notorietà, dal potere, dalle sicurezze. Dobbiamo essere i primi nell’amore, nel servizio, nel dono, nello scomparire dopo aver dato tutto. Gesù ci invita a fare come Lui: scendere nell’umiltà, porsi all’ultimo posto, farsi piccoli. Gesù, il vero Grande, si abbassa, si umilia per farsi servo di tutti. Il suo primato si realizza nell’abbassarsi e giunge al culmine nell’innalzamento sulla croce. 35. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». Dio si è fatto nostro servo, Lui il primo di tutti, l’Onnipotente, si mette a servizio degli uomini che Lui ha creato! È per questa ragione che siamo chiamati ad essere servitori dei fratelli, sul suo esempio. “Sedutosi, chiamò i Dodici”: il fatto di sedersi è il tipico atteggiamento del maestro quando, con autorevolezza, insegna. Così fa Gesù quando chiama i suoi discepoli. “Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e servitore di tutti”: come discepoli di Gesù dobbiamo avere come distintivo l’umiltà, la piccolezza, la minorità. Sono queste virtù la base della vita fraterna, dell’umanità nuova, fatta di uomini e di donne che si accolgono e si servono nella semplicità, perché si riconoscono figli e figlie dello stesso Padre. Anche chi governa a vari livelli dovrebbe tenere presente queste parole di Gesù che continuano nei versetti successivi: “Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servo, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Marco 10,42-44). A capo di una istituzione dovrebbe esserci chi sa stare all’ultimo posto, chi è servo di tutti, non chi è più brillante, chi sa parlare di più, chi sa mettersi in mostra. Siamo chiamati a seguire l’umiltà del Verbo Incarnato. 36. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: Nella società ebraica il bambino (paidíon), non era considerato importante. Gesù, invece, lo prende a modello per i discepoli di tutti i tempi. Un bambino non vive senza l’aiuto degli altri, non può ripagare quello che riceve, non è autosufficiente in nulla, è dipendente, ha bisogno di tutto e di tutti. Può solo chiedere, abbandonarsi con fiducia, contare sull’amore dei propri genitori. 37. «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato». Gesù insegna ai suoi discepoli, alla folla, a ciascuno di noi che la grandezza sta nell’accogliere il piccolo, il debole, il fragile, l’immigrato, il malato, il disadattato. Egli si nasconde proprio negli ultimi, negli emarginati, negli scartati (come dice papa Francesco). Ogni uomo e ogni donna che nasce sulla terra riceve la missione di donarsi e di donare. La persona che apre il cuore all’accoglienza realizza la sua vocazione, che è quella di amare gratis, senza ricompensa. Se sappiamo accogliere chi ci è accanto, cresciamo nel dono e manifestiamo Dio, che è Amore. “E chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato”: Dio è Trinità, è relazione di Persone. Per la sua intima unione con il Padre, Gesù afferma che accogliendo Lui accogliamo il Padre. Meditiamo spesso la grande dignità di cui siamo oggetto: siamo figli nel Figlio. Amati di amore gratuito, accolti nella comunione trinitaria, viviamo nell’abbandono fiducioso in Dio, il Primo che si fa Ultimo, l’Onnipotente che si fa Debole, il Grande che si fa Piccolo.

Suor Emanuela Biasiolo

Apriti!

XXIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 7,31-37

In quel tempo, Gesù, 31. uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidone, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli. Gesù si reca in Galilea dopo la guarigione della figlia della donna siro-fenicia (pagana). Durante questo viaggio Gesù guarisce un sordomuto. Il racconto di questo miracolo ha la struttura dell’esorcismo battesimale in uso nella Chiesa antica fino ai nostri giorni. Le indicazioni geografiche sono confuse, come fossero state scritte da chi non conosce bene i luoghi geografici palestinesi. Dal punto di vista teologico, Gesù intende proprio rimanere in terra pagana, presso gente che è più ricettiva del suo messaggio. I “lontani” sono più aperti all’annuncio rispetto ai “vicini”. Quando riconosciamo che non meritiamo di essere amati, più accogliamo con riconoscenza e stupore il dono immensamente grande che riceviamo. Quando, invece, ci sentiamo autosufficienti, ci tagliamo fuori dalla Grazia. “Tiro – Sidone”: sono località in piena zona pagana, a nord della Galilea. “Decapoli”: significa “Dieci Città”, una regione di dieci città nel sudest della Galilea. Vi abitavano genti pagane. 32. Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Non viene specificato chi sono le persone che portano a Gesù un sordomuto: forse parenti, forse amici? Comunque sia, fanno un gesto di carità verso il malato e di grande fiducia in Cristo. Costoro pregano Gesù di guarirlo: non hanno pretese, ma esprimono fiduciosa certezza che la loro richiesta sia esaudita. L’atto di imporre la mano è il gesto tipico di chi possiede il potere soprannaturale di scacciare le malattie e il male. “sordomuto”: la persona sordomuta è contemporaneamente affetta da sordità e da mutismo. Chi è sordo dalla nascita non ha acquisito la lingua parlata, quindi non è in grado di comunicare. Questo sordomuto raffigura il popolo di Israele che non ascolta il Messia atteso, non parla il linguaggio di Dio, ma può convertirsi se si lascia sanare da Gesù. Sordomuti siamo anche noi quando non ascoltiamo la Parola di salvezza che Dio ci rivolge e non testimoniano agli altri le meraviglie di cui siamo oggetto. 33. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; Gesù prende in disparte la persona in modo che rimanga segreta la modalità di guarigione. Non ha paura di diventare impuro: secondo la concezione legalista della legge ebraica, chi toccava un impuro o un pagano rimaneva contaminato e diventava automaticamente impuro. Gesù va oltre la legge perché per lui la persona vale più di ogni cosa. Gesù tocca gli orecchi con le dita e la lingua con la saliva. È un momento di attenzione riservata solo al malato, è un coinvolgimento di Gesù nella situazione di colui che ha bisogno. È un momento di intimità e di tenerezza, non un freddo intervento distaccato, a distanza. 34. guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: “Effatà”, cioè: “Apriti!”. Alzare gli occhi al cielo significa invocare la potenza di Dio. “Emise un sospiro”: indica comunicare la forza prodigiosa che promana dalla profondità dell’essere. Alcuni esegeti accostano questo sospiro all’emissione dell’ultimo respiro di Gesù sulla croce: sanare ognuno di noi, a Gesù, costa la vita. “Effatà”: taluni avevano interpretato questo termine come una parola magica. Marco traduce subito per evitare equivoci e spiega che vuol dire “Apriti!”. Gesù rivolge questo comando non agli organi malati, ma alla persona malata. Ora quest’ultima non è più chiusa in se stessa, ma può comunicare con gli altri, uscire dal suo mondo isolato ed entrare in relazione. Gesù accompagna il gesto con la sua Parola efficace: “Apriti”. È la Parola che realizza ciò che dice e produce una trasformazione. Se offriamo a Gesù il nostro cuore indurito e stanco, Egli può trasformarlo e renderlo capace di donare e di amare. Abbiamo a disposizione la grazia dei sacramenti che prolungano l’azione di Gesù. Attingiamo a questo immenso tesoro! 35. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. Gesù interviene e istantaneamente la persona è guarita completamente: riesce a udire e a parlare. Alcuni esegeti spiegano che la parola della croce, il gemito di Gesù, è capace di vincere ogni chiusura e di guarirci da ogni sordità, da ogni mutismo, da ogni paralisi, da ogni morte. Gesù apre la sua azione ai pagani e così vuole che facciano anche i suoi discepoli: “Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura” (Marco 16,15). Gesù ha cura per tutto l’uomo e vuole che sia felice: non guarisce i malati per avere altri discepoli, per suo interesse, ma perché gli uomini siano liberi, felici, guariti, abbiano pienezza di vita: “Gloria di Dio è l’uomo vivente” (S. Ireneo). 36. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano Come in tutto il Vangelo di Marco, Gesù chiede il silenzio di fronte ai suoi interventi; tuttavia è talmente grande la grazia ottenuta che l’interessato non può trattenere la gioia incontenibile di aver sperimentato la misericordia di Dio. 37. e, pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”. Nel Libro della Genesi si parla della creazione e si dice che “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Genesi 1,31). Il profeta Isaia descrive la salvezza messianica: “Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e saranno sturati gli orecchi dei sordi” (Isaia 35,5). Il versetto del Vangelo compendia entrambe queste citazioni e dimostra che Gesù è il Messia atteso, che rinnova la creazione. Ognuno di noi è chiamato a ripercorrere lo stesso cammino del popolo ebreo per passare dalla chiusura a Dio all’apertura al suo Amore. A volte possono essere altri che pregano al posto nostro, che ci presentano al Signore, perché può capitare di trovarci in situazioni tanto difficili da non avere la forza di presentarci noi, da soli, a Gesù. A nostra volta, possiamo essere strumenti della grazia e intercedere perché gli altri possano essere risanati. Dobbiamo farci prossimo di chiunque è nel bisogno e presentarlo a Dio con la fiducia nel Suo intervento. Abbiamo bisogno che il Signore Gesù ci venga in soccorso e ci doni la salvezza, apra le nostre orecchie perché ascoltiamo la sua parola, sciolga la nostra lingua perché annunciamo le sue meraviglie. Tutta l’umanità che soffre ha bisogno di annunciatori della salvezza di Dio. Chiediamo al Signore di essere coloro che vivono il grande comandamento dell’ascolto per diventare strumenti del Suo Amore: “Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo. Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Deuteronomio 6,4-5). Per essere cristiani autentici dobbiamo fare silenzio e dedicare tempo, in solitudine, ad ascoltare Gesù, perché la sua Parola diventi la forza del nostro cammino. Vedremo, così, realizzarsi in noi e negli altri le meraviglie della salvezza.

Suor Emanuela Biasiolo