Comfoter dona a Verona un cannone 1911

Anche Verona avrà il suo monumento agli Artiglieri. Fino ad oggi assente dal territorio comunale, sarà realizzato utilizzando un cannone calibro 75/27 modello 1911, donato ufficialmente dal Comfoter al Comune.

Il manufatto di artiglieria, usato durante la seconda Guerra Mondiale, troverà posto in via Velino, in zona Santa Lucia, nello spazio riconvertito al posto della vecchia fontana che si trovava in stato di degrado.

A siglare in via formale la cessione a titolo gratuito del cannone, sono stati l’assessore alle Strade e Giardini Marco Padovani e il Generale di Corpo d’Armata Amedeo Sperotto, Comandante delle Forze Operative Terrestri di Supporto, nella sala Radetzki di Palazzo Carli. Presente anche il vice presidente provinciale dell’associazione Artiglieri Giuseppe Fratton.

“Non posso che ringraziare il generale Sperotto per la sensibilità dimostrata – commenta l’assessore Padovani -, frutto anche del percorso di collaborazione e dialogo intrapreso negli ultimi mesi tra Amministrazione e Comfoter. Per la città è un grande regalo, non solo per il valore storico del manufatto, ma anche per ciò che rappresenta nella memoria collettiva. Per questo abbiamo deciso di utilizzarlo per ricordare tutti gli artiglieri che hanno sacrificato la loro vita per la patria. L’obiettivo è inaugurarlo a ridosso del prossimo 15 giugno, giorno in cui ogni anno si celebra la Festa dell’Artiglieria”.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Quaresima di chiese. Santa Maria del Carmine a Brescia

Gli affreschi della chiesa di Santa Maria del Carmine di Brescia creano una prospettiva dell’anima affascinante. Nella luce soffusa delle tre navate che costituiscono l’interno della costruzione, si percepiscono creazioni degne di quel cielo che si vuole popolato di persone, santi, artisti del tempo mai passato. La navata centrale presenta una volta decorata con finta architettura prospettica di fine Cinquecento, con la gloria celeste e la Santa Trinità tra schiere di angeli e santi, mentre Sant’Alberto viene assunto in cielo. Nel medaglione sopra l’entrata è la Vergine a vestire l’abito carmelitano, come il santo.

I carmelitani erano arrivati a Brescia per volere del vescovo Balduino Lambertini della Cecca di Bologna che li aveva conosciuti in Oriente. Lo scopo del vescovo era assicurare che un quartiere trascurato della città avesse il giusto pastore, soprattutto tra le schiere di artigiani che erano andati via via popolando gli spazi accanto alle mura, pochi dei quali avevano fatto fortuna tanto da abitare una casa in muratura e non di legno e paglia.

Siamo nel 1346 e comincia a sorgere il complesso del monastero, incontrando sin da subito il favore della popolazione e del Comune. Infatti, arrivarono i finanziamenti per bei lavori d’affresco attorno al chiostro, forse dovuti alla misericordiosa opera di assistenza che i carmelitani assicurarono ai malati di peste che, nel 1348, colpì anche la città di Brescia, divenendo tristemente famosa. Nel secolo successivo i frati ottennero la gestione del lazzaretto di San Bartolomeo. Intorno alla metà del Quattrocento, per un certo distacco dalla regola dell’Ordine, il vescovo di Brescia sostituì i carmelitani con la Congregazione di Mantova che tendeva a riportare l’Ordine alle origini della nascita e che rimasero in città fino alla soppressione napoleonica del 1797.

La chiesa venne costruita addossata al muro del monastero, con la posa della prima pietra il 5 maggio 1429, abbastanza capace perché di un ordine mendicante, e adatta ad ospitare le riunioni dell’Ordine carmelitano, la popolazione in aumento e le tombe delle famiglie nobili che volevano restare da quella parte della città. La costruzione durò a lungo, con alcune variazioni rispetto al progetto originario, e diventa la seconda più grande di Brescia, dopo la chiesa dei santi patroni Faustino e Giovita.

La Corporazione degli Orefici scelse la chiesa del Carmine come la sede della propria cappella, essendo degli artigiani tra quelli che popolavano il quartiere: fecero costruire ed affrescare la Cappella di Sant’Eligio. Della costruzione originaria con volta a crocera ad arco acuto, tra altre, rimane la Cappella Averoldi, così chiamata dalla tomba di Giovanni Pietro Averoldi murata sulla parete di sinistra, e affrescata da Vincenzo Foppa. A lui viene ascritto il bel crocefisso che funge da pala d’altare, così come i quattro evangelisti della volta. Notevoli sono anche l’opera di Monti della Cappella attigua, detta dei Santi Innocenti, che raffigura l’adorazione dei Magi e dei pastori, mentre di Pietro Marone è la pala d’altare rappresentante la Strage degli Innocenti.

Abbiamo già scritto di Sant’Alberto, carmelitano, che doveva essere raffigurato in ogni chiesa dell’Ordine dal ‘500 e al quale è stata dedicata un’altra Cappella, così come troviamo nella bellissima chiesa anche l’altare di Santa Maria Maddalena de Pazzi, anch’ella dell’Ordine carmelitano, vissuta a Firenze nel Quattrocento, raffigurata in un lavoro di Rossimi dell’Ottocento che sostituì una tela del Guercino.

Nella chiesa troviamo un trionfo di marmi di vari colori, sapientemente lavorati, così come il portale ligneo che è stato portato all’interno per evitare ulteriori danneggiamenti atmosferici e furti delle pregevoli formelle di legno intagliato che lo compongono, essendo stato sostituito da un portale di legno di fattura più semplice.

Alla fine del ‘400, arrivò in città, grazie a padre Martinoni, l’icona greco-bizantina su tavola della Madonna delle Brine, posizionata nel mezzo di un eccezionale apparato marmoreo dove è devotamente venerata.

Altra ancona marmorea splendida accoglie l’opera di Palma il Giovane dedicata a San Michele Arcangelo che scaccia gli Angeli ribelli dal Paradiso, con accanto due statue dei patroni Faustino e Giovita. Senza dimenticare il coro, l’organo, le altre meravigliose opere che rendono la chiesa un vero gioiello, una citazione particolare va per il compianto sul Cristo morto ligneo, una Pietà composta da dieci statue accolte in una Cappella a lato dell’altare maggiore. Di scuola lombarda, attribuite a Guido Mazzoni, sono databili agli inizi del ‘500.

Non manca la statua della Beata Vergine del Monte Carmelo, lignea settecentesca, con lo scapolare, e un’altra più recente.

La cura della chiesa è anche merito dell’Associazione Amici Chiesa del Carmine, Onlus.

 

Alessia Biasiolo

Centenario Lions Club Inernational

Melvine Jones fondò negli Stati Uniti, nel 1917, i Lions Club International, un’associazione umanitaria di service club che si è rapidamente diffusa in tutto il mondo. Giovane dirigente di Chicago impiegato in una compagnia di assicurazioni, Jones era socio e segretario del Club of Business Men of Chicago, associazione professionale incentrata ad ottenere il benessere economico. In lui, però, andò diffondendosi la sensazione che fosse necessario adoperarsi per il bene dell’umanità, così il suo appello venne accolto dal Business Circle of Chicago sviluppando l’idea. Il 7 giugno del 1917 venne fondata l’associazione tra i circoli partecipanti al progetto che assunse il nome di “Associazione dei Lions Club”, il cui primo congresso si tenne nell’ottobre dello stesso anno a Dallas. In quella sede venne preso l’impegno di non operare per il benessere economico dei soci.

Il termine Lions è un acronimo che significa “Liberty Intelligence Our Nation’s Safety”, cioè “Libertà, intelligenza, sicurezza della nostra nazione”. Il simbolo è una lettera L maiuscola d’oro in un’area circolare blu con due teste di leone, una rivolta a destra e una a sinistra, simbolo della fierezza del passato e della fiducia nel futuro. Nel 1931, nella rivista associativa, venne pubblicata una nota in cui si spiegava come il leone fosse sempre stato simbolo di tutto quanto è buono, e per quel motivo venne scelto il termine per battezzarne la compagine. Il leone, infatti, è coraggioso, forte, attivo e fedele, tutte qualità che ben rappresentavano ciò che i membri del club volevano simboleggiare. Soprattutto la fedeltà, attraverso i secoli, alle più alte sfere dell’etica umana, capaci di travalicare i confini umani nel tempo.

Scopo associativo è, infatti, servire la comunità attivamente attraverso i propri circoli e i legami tra i circoli stessi, discutendo di ogni aspetto della vita umana, esclusa la politica e la religione, promuovendo la comprensione tra i popoli.

Nel 1925, la scrittrice sordo-cieca Helen Keller convinse l’associazione a diventare “cavalieri dei non vedenti della crociata contro le tenebre” e così quella data vide l’inizio dell’impegno a favore dei ciechi.

L’espansione iniziò soprattutto con gli anni Cinquanta anche fuori dai confini americani, verso Europa e Asia. Il primo club in lingua italiana fu fondato nel 1950 a Lugano, mentre il primo club italiano lo si ebbe a Milano nel 1951. Nel 1959, si tenne il Congresso di Rapallo che divise l’Italia in cinque distretti; ora sono diventati 17. Ogni distretto dei Lions è nominato con un numero: quello italiano è il 108 seguito da lettere alfabetiche maiuscole per identificare l’area, e altre se necessario, ad esempio la Lombardia settentrionale è indicata 108 Ib1. Anche in Italia una delle attività più diffuse è in favore dei ciechi, dal libro parlato, alla raccolta di occhiali usati. Il progetto si chiama Vision 2020 e, insieme all’OMS, ha come obiettivo di ridurre la cecità di almeno 100 milioni di persone entro il 2020.

Alessia Biasiolo

I Musei delle Armi di Brescia e Gardone Valtrompia

Pistola presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

Per trovare le armi adoperate nei duelli e nella propria difesa personale da Margherida de’ Tolomei, come letto nel libro “L’amante alchimista” di cui abbiamo scritto, ci si può recare in provincia di Brescia a visitare due dei musei più interessanti sulle armi, uno dei quali costituisce la collezione europea privata più importante, il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, sito nel Castello di Brescia.

Lì troviamo, infatti, una daga cinquecentesca del tipo descritto nel libro di Isabella della Spina, accanto a bellissime armature di fanti e di cavalieri, oltre che a numerose alabarde, sempre del Cinquecento. Non mancano armi di anni precedenti, così come di successive, dove fanno bella mostra di sé le armi da fuoco, di varia epoca.

Revolver presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La progressione dello sviluppo delle armi da fuoco la si può vedere, e imparare, nel Museo delle Armi e della Tradizione armiera di Gardone Valtrompia, patria della famosa Beretta armi.

Sin dall’antichità, però, il luogo, ricco di minerali nei dintorni e di acqua, è famoso per la lavorazione del ferro e, quindi, per la produzione di armi bianche e, poi, da fuoco appunto.

Nelle prime sale del Museo si possono seguire le fasi dell’evoluzione storica delle armi, soprattutto quelle da fuoco del ‘500. Si tratta di armi da caccia, da difesa e militari, di cui è spiegato in pannelli didattici molto interessanti il funzionamento. In un secondo livello, invece, è possibile vedere come si passa dalla fusione del ferro al maglio e alla lavorazione delle canne dei fucili, oltre allo sviluppo della lavorazione dei calci per arrivare all’arma confezionata e utilizzabile. In questo settore è possibile vedere anche alcune riproduzioni di armi utilizzate nei film, fiore all’occhiello dell’attuale produzione armiera, spesso manuale, della Valtrompia. Sono alcune le ditte specializzate nel produrre armi per film di Clint Eastwood, i mitici Far West, ma anche armi per i film “I pirati dei caraibi”, Colt di sceriffi e armi bianche. Interessante anche un raro fucile Balilla per bambino, del 1934, con baionetta innestata.

Revolver cinematografici Uberti presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La parte più tecnica del percorso riguarda lo sviluppo del metodo di sparo del proiettile che passò dall’utilizzo della miccia all’uso della piastra con sviluppo del cane, fino all’uso del fulminato di mercurio e dello sviluppo del sistema di accensione a luminello. Tutti questi sistemi erano volti a ridurre il rischio che la polvere da sparo prendesse fuoco in momenti non utili al possessore dell’arma, che la miccia si spegnesse o che il processo di caricamento dell’arma fosse troppo lento per essere efficace. Quindi l’accensione a luminello andò a sostituire la già moderna pietra focaia che, invece di aspettare di dar fuoco ad una miccia, attraverso un sistema di sfregamento della pietra portava le necessarie scintille per accendere la polvere che avrebbe espulso il proiettile. Nel Museo si possono vedere alcune armi “ridotte”, cioè in cui il sistema a pietra focaia è stato sostituito da quello a luminello per evitare la spesa, soprattutto per gli eserciti, di cambiare tutta la dotazione.

Riproduzione di un maglio, Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

A Gardone Valtrompia è presente anche un fucile alla garibaldina. Per armare i garibaldini vennero istituiti due fondi nel 1860, uno denominato “Fondo per un milione di fucili” e l’altro “Comitato centrale di soccorso a Garibaldi”. Il Fondo permise l’acquisto di fucili francesi e prussiani trasformati a luminello, e fucili inglesi Enfield modello 1853. Le armi del Fondo non raggiunsero subito le truppe garibaldine partite per la Sicilia, ma rimasero nel deposito di Milano fino a che non fosse stato firmato l’ordine di Cavour. Così, furono basilari i fondi americani per le armi all’eroe dei due Mondi, il “New York Garibaldi Found Commitee” e “Italian National Commitee”. I soldati di Garibaldi quindi erano equipaggiati con le armi più disparate, comprese le armi Colt di cui 291 rivoltelle, 59 carabine a rotazione e 23.500 fucili trasformati con brevetto Colt. Alcune di quelle armi furono acquistate direttamente negli Stati Uniti e altre vennero donate dallo stesso Colt per la causa di Garibaldi. Per la prima volta le armi Colt vennero usate nella battaglia di Milazzo, ma vennero subito considerate pericolose e quindi abbandonate. Nel Museo è ben spiegato perché.

Due Musei da visitare e che presentano interessanti attività didattiche per capire lo storico, fondamentale lavoro del maglio che nella Valle, per La Via del Ferro, fa bella mostra di sé.

 

Alessia Biasiolo

 

Coco Chanel e la Grande Guerra

Gabrielle Bonheur Chanel era del 1883, figlia di un ambulante e della figlia di un locandiere che l’ebbe prima di essere sposata. Dopo una serie di gravidanze, la donna morì quando Gabrielle era una bambina, così il padre tornò a casa dai genitori che tuttavia, non potendo occuparsi di tutti i bambini, li affidarono alle monache. Pare che proprio l’esperienza dalle monache abbia ispirato alla futura stilista di moda l’amore per l’austerità e il bianco e nero. Giunto il momento di lasciare l’orfanotrofio, Gabrielle e la sorella Julie vennero mandate a Notre Dame per apprendere le arti domestiche. Nel 1901, Gabrielle lavorava come commessa a Moulin, in un negozio di biancheria dove perfezionò le basi di cucito apprese dalle monache.

In quegli anni, sembra che la ragazza abbia assunto il nome di Coco dal titolo di una canzone con cui si esibiva in un caffè chantant. E presso un caffè chantant, nel 1904, Coco conobbe il suo primo amante, Etienne de Balsan che divenne il suo primo finanziatore. Figlio di imprenditori tessili, Etienne portò Coco a vivere con lui nel suo castello e fu lui ad assecondarle l’idea di lavorare e di aprire un laboratorio di cappelli a Parigi. Quando erano di moda cappelli ampi e sontuosi, Chanel disegnò semplici cappelli di paglia e fiori che cominciarono a divulgarsi grazie agli amici di Etienne.

Al castello dell’amante, Chanel incontrò Boy Capel, industriale del carbone con cui ella andò a vivere a Parigi: grazie a Boy aprì la boutique in 31 Rue Cambon. Lì oltre ai cappelli cominciò a vendere maglioni e gonne. Diventava una vera creatrice di moda. Il primo vestito in velluto nero e colletto bianco lo abbiamo nel 1912. Nel ’13 aprì un negozio nella località balneare di Deauville, accanto ai lussuosi Casinò e Hotel Normandie.

Le famiglie ricche di Francia trascorrevano l’estate a Deauville e comperavano i cappellini di Coco. Fu lì che si ispirò ai marinai per realizzare alcuni dei suoi capi più famosi. Allo scoppio della prima guerra mondiale l’attività decollò, anche grazie a Capel che, rifornendo gli alleati di carbone, era a contatto con personalità influenti, diventando consigliere del primo ministro francese Clemenceau. Consigliò a Coco di non chiudere il negozio al mare: là molte francesi, all’occupazione da parte della Germania, andavano a dedicarsi ad attività di assistenza, acquistando un abbigliamento semplice e comodo, molto più dei soliti ampi vestiti.

Il 15 luglio 1915 Coco aprì un altro negozio sulla costa atlantica della Francia, lontano dalle linee del fronte, al confine con la Spagna neutrale con la quale cominciò il commercio. Nel 1916 Chanel acquistò dall’industriale tessile Rodier jersey lavorato a macchina e cominciò a creare nuovi capi: se prima il jersey era usato solo per la biancheria, adesso ecco nuovi vestiti che rivoluzionarono, in un momento in cui la donna cominciava a percepirsi diversamente dagli stereotipi, il concetto di vestiario femminile.

 

Alessia Biasiolo

Furti di guerra. Letterari

Se la polizia italiana era impegnata a contrastare la criminalità durante la prima guerra mondiale, proprio per tutelare il cosiddetto fronte interno, in Francia non andava meglio per chi inseguiva il famoso ladro Arsène Lupin, italianizzato in Arsenio Lupin. Nato dalla penna di Maurice Leblanc nel 1905, Arsène continuava a modo suo l’impresa di Robin Hood, cercando di mantenere la sua nomea di gentiluomo malgrado sapesse mettere a segno colpi sensazionali. Sono proprio degli anni di guerra: “La scheggia d’obice” (1915) e “Il triangolo d’oro” (1917) tra i molti altri romanzi che lo vedono protagonista. Arséne sembra sia nato come contraltare del famoso investigatore Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle, visto anche il titolo di uno dei romanzi di Leblanc “Herlock Sholmes arriva troppo tardi”. Autore di novelle di buon calibro, ma di scarso successo, Leblanc trovò spazio letterario proprio grazie al suo ladro gentiluomo, al quale dedicò tutta la sua carriera, senza stancarsene fino agli anni Trenta del Novecento. Nel 1921 ottenne anche la Legion d’Onore per la sua opera omnia. Elegantissimo, affascinante, simpatico, trasformista al punto da non farsi riconoscere impersonando svariate persone, Lupin è agile, sportivo, prestigiatore e pratico di arti marziali. Dotato di un’intelligenza superiore alla stragrande maggioranza delle persone, sfrutta la sua furbizia, lo charme, l’audacia, la grande cultura soprattutto in opere d’arte, per svolgere il suo lavoro come una missione, non solo per sé, ma anche per i bisognosi, oppure per raddrizzare situazioni ingarbugliate, o dove vige un’ingiustizia da sistemare. La sua morale è non ricorrere mai alla violenza, perché l’astuzia è quello che lo intriga maggiormente, sfidando, e battendo sistematicamente, il suo rivale, l’ispettore Garimard, e appunto l’investigatore inglese Herlock Sholmes, chiaramente un riferimento al celebre detective Holmes. Probabilmente l’ispirazione dello scrittore la si deve a un ladro vero, Marius Jacob, personaggio divenuto quasi leggendario nelle cronache francesi del tempo. Di certo il fascino del personaggio di Leblanc non ha perso il suo smalto se nel 2012 è uscito un altro romanzo postumo, scritto nel 1936, e se di Lupin abbiamo imparato le fattezze grazie ai cartoni animati. Il fumettista giapponese Mankey Punch ha creato, infatti, “Lupin III” per i suoi manga, che sono poi diventati anche una serie di cartoni animati. Anche Kaito Kid è un ladro gentiluomo creato dal giapponese Gosho Aoyama e di lui si dice che sia l’emulo di Arsène. Ma Arsenio era diventato un fumetto già nel 1948, per diverse serie. Poi è diventato un personaggio televisivo in serie di telefilm interpretato da Georges Descrières, Francois Dunoyer, Romani Duris; è diventato pièce teatrali o radiofoniche. Nel 2005 ebbe la celebrazione del centenario della sua nascita come evento soprattutto a Étretat, in Francia, Insomma, per i ladri letterari la fortuna sembra intramontabile.

Alessia Biasiolo

Pubblicità e alimenti nel Ventennio italiano

La Germania non poteva non guardare anche all’Italia per le proprie scelte alimentari in epoca nazista.

La ricaduta del giovedì nero statunitense sull’Europa, influì fortemente anche sul Belpaese: nel 1929 eravamo nella seconda decade dell’autarchia e in periodo di forte protezionismo doganale.

La piazza più importante per la vetrina dei prodotti italiani, e autarchici, era senz’altro Milano, in cui le merci venivano propagandate più ampiamente.

La propaganda evidenziava una vita moderna, emancipata, simbolo di una borghesia che stava vivendo, almeno sulla carta, un periodo favorevole. Le tasse aumentavano e le crisi produttive erano sempre dietro l’angolo, ma l’idea di avere una classe borghese imprenditorialmente forte, era suffragata da forti prese di posizione della Confindustria, dalla nascita o crescita di gruppi industriali, dal forte aumento di adepti dei gruppi sindacali. Su tutto, una visione futurista del prodotto e della pubblicità, che porterà alla sostituzione del cartellonista come interprete delle necessità commerciali delle aziende, con artisti scelti o selezionati dalle aziende stesse per pubblicizzare i propri prodotti secondo una visione aziendale frutto di strategia messa in atto a tavolino, ancor prima di realizzare il prodotto stesso. Le aziende cominciarono proprio a cavallo tra le due guerre mondiali a cercare una propria identità distintiva sugli altri prodotti, a volere creare un segno per lasciarlo. Risorsa indiscussa per le aziende italiane fu proprio il Futurismo, determinato auto-promotore, i cui seguaci erano profondamente consapevoli dell’importanza della pubblicità, soprattutto per abbattere le barriere tra alta e bassa società. I futuristi che lavorarono per la pubblicità furono molti, da Marinetti che creò pubblicità per Snia Viscosa, oppure Farfa che creò per Ferrania, mentre Fiat Balilla scelse di essere rappresentata dal Futurismo di Diulgheroff. Fu però Fortunato Depero ad essere il più innovativo grafico del movimento: collaborò con la Davide Campari dal 1924 al 1939, creando per l’azienda di bevande non soltanto pubblicità, ma anche oggetti, come pupazzi, lampade, vassoi e la bottiglia icona Campari Soda. Inoltre, Depero ha progettato per la Campari chioschi e architetture pubblicitarie, ideando delle vere e proprie opere d’arte con l’aiuto dell’azienda: il libro bullonato, ad esempio, venne realizzato proprio grazie all’aiuto di Davide Campari. L’insegnamento l’artista lo traeva dai musei, dalle grandi opere del passato, sosteneva, perché tutta l’arte dei secoli passati, secondo Depero, era improntata all’esaltazione (del guerriero, del religioso, delle cerimonie, delle vittorie), in chiave pubblicitaria, per fare restare nella memoria dei contemporanei e dei posteri qualcosa. Sempre secondo Depero, “i prodotti nostri hanno bisogno di un’arte nuova altrettanto splendente, altrettanto meccanica e veloce, esalatrice della dinamica, della pratica, della luce, delle materie nostre”. L’arte pubblicitaria, secondo il futurista, poteva poi essere piazzata dovunque, per terra, sui muri, nei treni, nelle vetrine, ed essere colorata, moltiplicata, non sepolta nei musei, ma viva. Quindi le aziende dovevano avere l’intelligenza strategica di usare il valore artistico della funzione pubblicitaria per costruire qualcosa di unico sul mercato e distinguersi in ogni dove. Depero teneva presente, poi, che anche le persone erano cambiate, non camminavano più avendo il tempo di leggere un manifesto sul muro, ma sfrecciavano veloci in treno e in automobile o su un autobus, di certo più veloce del tram. Quindi bisognava creare pubblicità belle, colorate, veloci da leggere e da capire, funzionali al prodotto. La scuola dell’Art Decò fu fondamentale: le linee potevano e dovevano essere diagonali, le lettere grandi e maiuscole, la novità doveva catturare l’attenzione. Depero applicò queste innovazioni per la Campari, ma anche per Unica, Strega, San Pellegrino, Presbitero, Schering, non limitandosi al disegno, ma a riflettere gli umori politici del Paese, le nuove prospettive verso un’arte unica. Spesso nelle pubblicità venivano ricordati l’esotico, il dogma, le teorie sulla razza, testimoniando il complesso rapporto tra aziende, politica e arte futurista. Gli oggetti delle pubblicità diventano grandi, ingombranti: devono colpire lo spettatore, il visitatore delle fiere. Colpire l’immaginario della persona comune, piccola, con un’immagine di grandezza che, se è vero che era politica in quel tempo in Italia, era quanto più la raffigurazione di come si poteva diventare se si acquistava, se ci si impossessava proprio di quel prodotto. Alla Fiera di Milano, ad esempio, accanto ai prodotti alimentari si esponevano opere che avevano lo scopo di stupire e impressionare positivamente: carri armati, maschere antigas, apparati antiaerei, aerei, camere-rifugio antiaereo, ma anche i più moderni mezzi per comunicare come la macchina per scrivere e, soprattutto, il telefono. Anche questo grande, come nella pubblicità della Stipel. L’oggetto doveva e poteva fare sentire potenti, grandi come doveva esserlo l’Italia in quei frangenti storici. Quali erano i prodotti alimentari pubblicizzati in Italia? Possiamo darne solo qualche esempio, scelto tra quelli che richiamano i cibi citati nei precedenti articoli. Un grande fermento ruotava attorno alle proteine animali: molti stand fieristici o manifesti pubblicitari erano dedicati ai grassi, sia per l’alimentazione che non, in modo da studiarne le proprietà e gli usi, e di sostenere la diffusione di grassi animali come di surrogati. È il caso della margarina, che ebbe vasta diffusione dalla seconda metà degli anni Venti, soprattutto quando era necessaria per sostituire il carente burro. Achille Luciano Mauzan aveva curato, nel 1926, una pubblicità per la Società Anonima Angelo Arrigoni di Crema. Le società anonime erano pullulate in Italia soprattutto dai primi anni del Novecento, quando la quasi improvvisa ripresa economica aveva convinto della bontà del tramutare imprese anche di stampo artigianale in Società Anonime appunto, poi in Società per Azioni. Non che il burro non si usasse più, certo, come recitavano le cremerie Zatti Verderi Chiesi di S. Ilario D’Enza nel 1935: “Esigete Super Burro”, di pura panna, mentre c’era il patriottico “Burro Vittoria”, sempre finissimo di pura panna. Era il momento dell’estratto per brodo, salutare, economico e capacissimo di sostituire spese per acquistare la carne e per cuocerla. Le ditte produttrici erano molte, dalla Liebig che aveva messo a punto la ricetta per il mitico dado per brodo, al “Vero estratto di carne australiano Arrigoni” di Genova, in vasetti e dadi (1925), all’estratto di carne “Food” del 1925, che diverrà ben presto troppo “straniero”; al “Nutreina” dei Laboratori Scientifici di Milano (1925), al “Bovis” della ditta Luciani (1930), all’estratto di carne “Texas” (1935), che rispondeva ai migliori requisiti fissati dalle norme vigenti, prodotto dalla ditta Italiana Texas a Milano. Molto successo l’ebbe anche l’estratto Wührer (1924, 1931), dell’omonima ditta produttrice di birre di Brescia. L’estratto, infatti, di brodo di manzo o di pollo, veniva prodotto accanto allo stabilimento birrario di Viale della Bornata nella Leonessa d’Italia. La produzione di birra in Italia aveva, in quel momento, andamento altalenante: l’aumento delle accise indeboliva le vendite della bevanda, ma allo stesso tempo convincevano lo Stato che l’incasso in tasse era penalizzato se si esagerava nella tassazione anche per rispondere alla domanda di maggiori controlli verso l’abitudine di ubriacarsi di molti operai durante i giorni liberi. La birra italiana Wührer, che aveva incamerato molte altre aziende tra cui la Birra Italia, era in grado di competere con le birre straniere, soprattutto bavaresi e austriache, pertanto ben si piazzava nelle vendite, e anche l’estratto per brodo omonimo ebbe un notevole successo. Accanto alle birre italiane, soprattutto dalla seconda metà degli anni Trenta e fino al 1941-1942, proprio alla Fiera di Milano, la quarta per importanza mondiale, si trovarono le birre tedesche, esposte in interessanti stand dove la mescita e l’assaggio erano seguiti da un folto pubblico di giornalisti. La presenza degli stand tedeschi non era stata vista di buon occhio da tutti, specialmente da chi, già non essendo allineato alla politica fascista, ma troppo in vista per subirne le conseguenze, aveva contestato o comunque non aveva digerito affatto la presa di posizione sulle leggi razziali. La visita dei padiglioni fieristici milanesi che, appunto, costituivano quanto di più interessante e moderno circolava sulle piazze mondiali, avveniva sempre anche da parte delle autorità, tra le quali il re Vittorio Emanuele III, il duca d’Aosta, molti ambasciatori stranieri, molte autorità civili e militari, tra cui spiccavano annualmente il ministro Starace, Vittorio Mussolini e altri, accompagnati da gerarchi fascisti e poi anche nazisti. Se è vero che il Re prediligeva visitare gli stand dell’aeronautica, ad esempio, o delle bellissime vetture Balilla, è anche vero che per la Fiera giravano bellissime signorine, vestite in tailleur, che portavano con sé cestini di caramelle al miele Ambrosoli (1939); che pubblicizzavano i tortellini o la stessa birra. L’Amaretto di Saronno o i biscotti Lazzaroni divennero i testimoni dell’evoluzione della società in corso: la famosa scatola Lazzaroni di biscotti, molto inglese nella fattezza così come era inglese il sapore dei biscotti stessi, non doveva mancare nei salotti buoni delle città italiane. I biscotti e le caramelle cominciarono a spopolare, simbolo proprio della rinascita economica del primo dopoguerra: aziende come Saiwa, fondata a Genova da Pietro Marchese, o Elah nata da Francesco Ferdinando Moliè nel 1909, sempre più producevano preparati per budini, creme da tavola e dessert vari. Lazzaroni veniva pubblicizzata, nel 1934, da trampolieri, mentre Elah scelse l’abitudine degli animali esotici, come l’elefante. Magnesia S. Pellegrino aveva invece scelto lo struzzo, mentre altri si accontentavano delle più caserecce capre. Animali che circolavano per le fiere vivi, naturalmente, con la pubblicità montata addosso (1935), oppure su eleganti calessini che essi stessi tiravano. Sempre per restare in tema, quasi l’Italia non fosse toccata dalla miriade di ricerche scientifiche sulle carie da zuccheri, oppure sulla necessità della dieta povera di zuccheri che spesso venivano sbandierate nell’alleata Germania, Unica, che produceva la famosissima caramella Nougatine ricoperta di cioccolato fondente, utilizzava la sagoma di un nero delle colonie (1931) per la propria pubblicità. Avevamo poi Pernigotti (dal 1868) per il torrone, Venchi dal 1878 per la produzione di praline, Perugina (fondata nel 1907) che negli anni Venti si affermerà con il famoso Bacio. Battaglie per la conquista dei mercati a suon di cioccolatini, ma anche di panettone: nel 1919, Angelo Motta apre a Milano un piccolo laboratorio che diverrà un’industria e anche questo tipo di produzione diverrà campo di battaglia, contro Gioacchino Alemagna nel 1921 e con il figlio di questi Alberto poi, per conquistare sempre più acquirenti. Sarà la Perugina a scegliere di investire, per prima, nella radio per la propria pubblicità. Finanzierà con Buitoni la realizzazione di due serie di puntate di una rivista radiofonica intitolata “I quattro moschettieri”, liberamente tratta dal libro di Alexandre Dumas. L’idea ebbe un successo clamoroso, tanto che diverrà “I quattro moschettieri in pallone”: quattro personaggi in maschera scenderanno sulla Fiera di Milano in pallone e circa centomila persone si raduneranno intorno agli stand delle due aziende ideatrici dell’iniziativa. Il clamore fu tale che le produzioni si moltiplicarono, e a queste si unì quella del famoso feroce Saladino (personaggio molto amato dalla retorica di regime), il quale ebbe la sua fetta di successo grazie soprattutto alla raccolta di figurine, con le quali si doveva appunto dare la caccia a quella che raffigurava il mitico personaggio da battere con le novelle “crociate”. I tempi volevano poi, oltre ad un popolo italiano forte (grazie al riso, ad esempio, alla pastina all’uovo, alla pasta glutinata, al VOV, all’olio d’oliva Sasso, alla farina alimentare Carlo Erba, al massimo ricostituente per bambini “Eutrofina”, al vital nutrimento ROM, e molto altro) delle donne dedite alla casa, alla cura della prole, al decoro che poteva garantire una nazione forte e con solide basi. Rivolta alle donne era la pubblicità delle macchine per scrivere, dato che il lavoro di segretaria ben si addiceva ad un signorina, e così Marcello Dudovich disegnerà il manifesto per la Olivetti nel 1925, mentre lo studio Boggeri curerà quello per la stessa azienda nel 1934. Passiamo da una ragazza semplice, dal rossetto rosso e abito immacolato, all’avvenente e seducente, elegante signora degli anni Trenta, in cappello a larga tesa blu, capace di guardare al futuro. Naturalmente erano rivolte prevalentemente alle donne le pubblicità della moda, quando le novità si ammiravano a La Rinascente, dal nome dannunziano del 1917, con pubblicità sempre con lo scopo di illustrare una sana morale borghese. Le donne erano eleganti, benestanti, quasi mai massaie, lavoratrici o contadine e gli uomini erano sicuri di sé, appartenenti ad una classe borghese dominatrice. Come nei film degli anni Venti, le giovinette delle immagini erano snob, studiavano in collegio privato, vivevano in ville lussuose e bevevano champagne telefonando alle amiche per organizzare partite a tennis o gite a prendere il sole, in automobili decappottabili dai motori rombanti. Andava mitizzata la vita vista dal basso, dal provincialismo di gran parte d’Italia che doveva guardare alla borghesia fascista, in questo caso, come a simbolo a cui aspirare. Da un lato la modernità e dall’altro l’autarchia, la miseria delle piccole città e delle campagne, il mito della guerra, pubblicizzato da slogan come “Ali fasciste sul mondo”, “Lavoro e armi”. La moda doveva non solo colpire e incuriosire, attirare acquirenti con le novità, ma anche trovare soluzioni sempre nuove, soprattutto con la difficoltà di approvvigionamento di tessuti a seguito dell’embargo. Proprio questo momento fu foriero per l’Italia di ulteriore creatività: venne prodotta la seta artificiale, il rayon, ma anche lo sniafiocco (il cotone nazionale), l’albene, il selenal, il tessile per l’indipendenza, il lanital, fibra prodotta dalla Snia Viscosa, tratta dalla caseina e pubblicizzata come la “nostra lana” o i “tessuti dell’impero”. Nel 1937, tutte queste nuove fibre tessili venivano prodotte in 7 milioni di chili in Italia, ad indicare come l’impegno all’indipendenza dagli altri Paesi avesse creato un volano per l’industria. Il rayon utilizzato per la produzione delle calze da donna, divenne idea anche per i manifesti, come quelli del 1934 ritraenti una figura di donna in poltrona a cui venivano messe in risalto le lucentissime gambe, seducenti grazie alle calze di rayon. Che arrivava con le “5000miglia del Rayon” (Federico Seneca, 1935). Interessante l’insegna della De Angeli-Frua, produttrice di tessuti, che dichiarava che i loro prodotti “Vincono le sanzioni”. Mano a mano che la creazione pubblicitaria si approfondiva, più gli stili si intersecavano. Futurismo e Cubismo si intrecciavano e i contrasti cromatici diventavano eleganti, la sintesi creava una magia unica, teatrale.

La pubblicità italiana del Ventennio ritraeva un Paese dedito a crearsi nazione forte, autoritaria più che autorevole, per imporsi sugli altri e nelle colonie come punto di riferimento e faro di cultura in senso stretto e politico. Di certo, una propensione a dettare legge a tavola c’era e, per questi versi, per fortuna è anche rimasta.

 

Alessia Biasiolo