Il Cortile di Castelvecchio dedicato a Magagnato e Scarpa

Il Cortile della piazza d’Armi del Museo di Castelvecchio è intitolato alla memoria di Licisco Magagnato e Carlo Scarpa, ideatori ed esecutori, tra il 1958 e il 1964, dell’importante restauro e riallestimento del museo scaligero. È stata questa l’ultima tappa dell’ampio programma di eventi realizzato quest’anno dal Comune in occasione del centenario della nascita di Magagnato. Storico dell’arte e direttore dei Musei e delle Gallerie veronesi dal 1955 al 1986, Magagnato è oggi una fra le figure intellettuali più rappresentative dello sviluppo del sistema museale cittadino. L’apposizione della targa commemorativa è stata effettuata alla presenza dell’assessore alla Cultura Francesca Briani. Sono intervenuti anche Tobia Scarpa, figlio di Carlo Scarpa e Alba Di Lieto, responsabile Archivio Scarpa Musei Civici.

Promossi dal direttore Licisco Magagnato e realizzati dall’architetto Carlo Scarpa tra il 1958 e il 1964, costituiscono un punto di riferimento della felice stagione museografica italiana del secondo dopoguerra. Il Museo di Castelvecchio, infatti, offre una testimonianza esemplare del dialogo tra la committenza pubblica e illuminata di un direttore di museo e di un maestro dell’architettura, la cui memoria si salda tangibilmente nella doppia intitolazione del giardino di Castelvecchio.

“Continuare a dare memoria è fondamentale – dichiara l’assessore Briani –, in particolare quando si mantiene vivo il ricordo di quelle figure che hanno contribuito a rendere Verona lo straordinario patrimonio culturale che oggi conosciamo e ammiriamo. A Licisco Magagnato e a Carlo Scarpa viene dedicato il Cortile della piazza d’Armi in quanto luogo simbolo della lungimirante progettualità e della sintonia ed amicizia che si creò tra il direttore e l’architetto”.

Licisco Magagnato è direttore del Museo Civico di Bassano del Grappa tra il 1951 e il 1955. Dal 1955 al 1986, è alla guida dei civici Musei e Gallerie d’Arte di Verona.
Tra il 1958 e il 1964 è protagonista, con l’architetto Carlo Scarpa, del restauro e del riallestimento del Museo di Castelvecchio, secondo un progetto d’avanguardia tra i più rappresentativi della museografia del Novecento. Protagonista della resistenza vicentina e poi membro del Partito d’Azione e quindi del Partito Repubblicano, si dimostra sempre profondamente coinvolto nella vita politica, sociale e culturale del Paese e contribuisce alla creazione del Ministero dei Beni Culturali, istituito nel 1974, e nel 1977 è nominato vicepresidente del Comitato di settore per i Beni artistici e storici del ministero. Libero docente di Storia dell’Arte dal 1967, di-venta professore incaricato stabilizzato di Storia dell’Arte presso la facoltà di Economia e Commercio (Corso di Lingue) dell’Università di Padova (sede distaccata di Verona) a partire dall’anno accademico 1970-1971.

Tra il 1970 e il 1973 apre il Museo degli Affreschi, intitolato a G.B. Cavalcaselle, e la Casa di Giulietta. Nel 1982 riapre al pubblico il Museo Lapidario Maffeiano, su progetto dell’architetto Arrigo Rudi; avvia il restauro dell’isolato e del Palazzo Emilei Forti, su progetto dell’architetto Libero Cecchini. Come studioso, è attento a un ampio ventaglio di argomenti di storia dell’arte, con particolare riferimento all’arte veneta, a partire dagli studi sul Teatro Olimpico di Vicenza e su Jacopo Bassano, a temi palladiani e sulla storia dell’arte, la cultura, la trattatistica dal Medioevo al Settecento.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

L’antenna di Guglielmo Marconi esposta a Palazzo Barbieri

L’icona più importante delle comunicazioni nel terzo millennio è in mostra nel pronao di Palazzo Barbieri. È stata infatti posizionata lì l’antenna dalla quale il premio Nobel Guglielmo Marconi fece partire le prime onde elettromagnetiche. Fino a fine gennaio 2022 si potrà ammirare il simbolo della comunicazione tecnologica che, negli anni, si è sempre più evoluto fino all’attuale Wifi.

A custodire il prezioso simbolo, il Museo della radio di Verona che l’ha messo a disposizione di curiosi, appassionati e turisti nel centro della città. Sul supporto dell’antenna e sul cancelletto davanti al pronao sono stati posti due QR Code che, se inquadrati con telefono cellulare o tablet, permettono di ascoltare un messaggio registrato dalla figlia di Gulglielmo Marconi, la principessa Elettra.

La stessa Elettra è intervenuta per un saluto telefonico all’inaugurazione fatta dall’assessore alla Smart city e Innovazione tecnologica Francesca Toffali, dalla consigliera comunale Paola Bressan, dal presidente del Museo della radio Francesco Chiantera e dal fondatore Alberto Chiantera. È inoltre intervenuta la classe 5^ della scuola primaria dell’Istituto Seghetti.

“Ringrazio a nome di tutta l’Amministrazione il Museo della radio per averci dato la possibilità di esporre l’antenna – ha detto l’assessore Toffali -. Credo che sia importante scoprire quale sia l’origine delle nostre telecomunicazioni, tanto utilizzate, a volte anche fin troppo. Tutto però è iniziato da questa antenna, è un’importante occasione per tutti avere la possibilità di ammirarla”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Restauro della Cappella Espiatoria di Monza

La Cappella Espiatoria è il monumento voluto da Vittorio Emanuele III, figlio e successore di Umberto I, a Monza per commemorare il luogo in cui il padre venne ucciso dall’anarchico Gaetano Bresci il 29 luglio 1900. Un edificio che racconta un momento importante della storia del Novecento, e che oggi è nuovamente oggetto di interventi che puntano a migliorane la conservazione e ad ampliarne la fruizione da parte della cittadinanza.

Sul luogo del regicidio, Giuseppe Sacconi, l’architetto cui Casa Savoia aveva commissionato l’Altare della Patria a Roma ed anche la Tomba di Re Umberto al Pantheon, progettò un monumento visibile da lontano, che ad ogni 29 luglio doveva illuminarsi, come ricordo e monito.

In basso una cripta a croce greca, ricca di preziosi marmi e mosaici. Questi ultimi, sul modello del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna, raffigurano cieli stellati su cui si stagliano i vari stemmi dei Savoia. Alle pareti sono ancora poste le corone in bronzo inviate da tutto il mondo come omaggio al re defunto. Al centro, un cippo in marmo nero commemora il punto esatto in cui avvenne l’attentato. Anche la Cappella, sovrastante, è decorata da mosaici raffiguranti angeli, busti di santi e beati della dinastia dei Savoia, mentre il pavimento è realizzato con marmi colorati antichi.

A coronamento è una stele in pietra d’Oggiono, alta 35 metri, poggiata su un colossale basamento circolare.  Nella sua parte bassa si ammira una Pietà in bronzo dello scultore Ludovico Pogliaghi, voluta dalla Regina Margherita mentre alla sommità è conclusa da un cuscino bronzeo sul quale poggiano lo scettro, il Collare dell’Annunziata, la corona dei Savoia, oggetti tutti fortemente legati alla dinastia.

La Cappella Espiatoria – ricordo di un evento che segnò la storia d’Italia ma anche importante testimonianza dell’architettura italiana del primo ‘900 – ha da subito mostrato problemi di conservazione ma, caduti i Savoia, non ha più ricevuto le cure costanti di cui necessitava. Datano a partire dagli anni Ottanta gli interventi più sistematici, voluti dalla allora Soprintendenza ai Monumenti della Lombardia. Proprio le fragilità strutturali, legate sia alle modalità costruttive che ai materiali scelti, hanno imposto però una nuova revisione complessiva, che prelude ad un progetto di costante manutenzione programmata.

“L’anno della svolta è il 2015, quando il museo viene affidato all’allora Polo Museale della Lombardia (ora Direzione regionale Musei della Lombardia del Ministero alla Cultura), ribadendone la vocazione museale. Questo ha significato lavorare in contemporanea per la salvaguardia conservativa e per una migliore fruizione da parte del pubblico” sottolinea Emanuela Daffra, Direttore Regionale.

“Gli interventi di “pronto soccorso” hanno coinvolto la cancellata di ingresso e l’Esedra, mentre un cantiere studio dal 2018 ha posto sotto la lente di ingrandimento il paramento murario esterno in pietra di Oggiono, da sempre una delle fragilità maggiori dell’edificio. Contestualmente – continua la dottoressa Daffra – si è affrontato il nodo cruciale dell’accessibilità e dell’abbattimento- per quanto possibile – delle barriere architettoniche, con la realizzazione di servizi per i visitatori, di corrimano per le scalinate che portano alla cripta e al giardino, dove una rampa accompagna il visitatore all’interno dell’area verde”.

L’attenzione si è concentrata sulle parti decorative esterne a mosaico di ciottoli bicromi, bianchi e neri, e sulla pietra di rivestimento. In sequenza sono state restaurate sette campate dell’esedra e attualmente è in allestimento un nuovo cantiere che permetterà di concludere l’intera area nord della struttura.

“Con Barbara Galli, allora direttrice del museo, si è posta anche attenzione al parco-giardino, protagonista di un progetto di riallestimento che ha interessato gli arredi, i percorsi e le essenze vegetali. Mi preme sottolineare la messa a disposizione di panchine, con l’inserimento, nel 2020, di una seduta rossa, per sottolineare l’impegno della Direzione sugli obiettivi posti dall’agenda 2030 dell’Onu e, nello specifico, per la campagna contro la violenza sulle donne. L’area è stata inoltre dotata di un sistema di telecamere per mettere in sicurezza l’intero complesso museale”.

“Oggi, grazie anche alla piena collaborazione del Comune di Monza e di associazioni presenti sul territorio– conclude la Direttrice – possiamo affermare che l’intero Complesso Monumentale della Cappella Espiatoria è monitorato, che era l’aspetto che più ci premeva e – azione altrettanto importante – è stato reso accessibile e più aperto alla cittadinanza, riconosciuto come partner di iniziative variegate.

“La relazione con le attività commerciali e le industrie presenti sul territorio, oltre che con enti ed associazioni, è stata una chiave fondamentale per radicare la presenza del complesso nell’area monzese e per avvicinare la cittadinanza tutta al Cappella Espiatoria”, conferma Barbara Galli, che dal 2019 al novembre 2021 è stata direttrice del complesso.

“Ne è prova il costante favore del pubblico che è passato dai 1025 ingressi del 2015 ai 12.137 del 2019. E quest’anno, pur con le chiusure e il contingentamento, contiamo già oltre quattromila presenze. È il segno che la direzione imboccata è corretta e che non dobbiamo fermarci. Per questo abbiamo già programmato e finanziato – annuncia ancora la Dott.ssa Emanuela Daffra – passi ulteriori. Innanzitutto il restauro del cancello e, più avanti, del magnifico complesso musivo interno della Cappella, possibile perché è stato mitigato il problema delle infiltrazioni di acque meteoriche, causa dei danni. Anche sull’insieme delle corone bronzee, oggetto di una sistematica campagna fotografica e di inventariazione, è partito il progetto conservativo, e sugli spazi verdi prevediamo ulteriori messe a punto ed il loro inserimento in un più ampio progetto educativo”.

Ora il compito di portare avanti questi progetti e continuare nella direzione imboccata spetta a Giuseppina Di Gangi, architetto che già ha prestato servizio presso Pinacoteca di Brera e Biblioteca Braidense come responsabile di progetti architettonici e di restauro e allestimenti, dal mese di novembre subentrata a Barbara Galli nella direzione del Complesso Monumentale della Cappella Espiatoria.

I prossimi obiettivi riguarderanno l’avvio del cantiere di restauro sul paramento murario dell’edificio che prenda le mosse dal cantiere studio già citato, l’ulteriore miglioramento dell’accessibilità che intende rimuovere anche le barriere percettive e cognitive, il miglioramento del sistema di illuminazione dell’area esterna e interna, lo studio e il restauro del patrimonio mobile.

“La Cappella Espiatoria è un monumento che deve diventare centrale nei percorsi turistici della città. spiega il Sindaco Dario Allevi. È un luogo che racconta una parte importante della nostra storia, una testimonianza che abbiamo il dovere di far conoscere ai turisti e agli stessi monzesi, soprattutto ai più giovani. L’obiettivo è costruire un « sistema» attorno alla Cappella Espiatoria formato da enti e associazioni in grado di rafforzare il legame tra il museo e il territorio e aumentarne, in questo modo, il suo appeal. Per questo condividiamo con entusiasmo il progetto di restauro promosso e sviluppato dalla Direzione Regionale Musei Lombardia. Oggi, per sostenere la cultura e sviluppare il turismo, è fondamentale fare rete”.

S.E.

Il restauro del capitello di Mizzole

L’affresco del capitello votivo a Mizzole sarà restaurato e restituito alla comunità nella sua bellezza originaria. Ciò grazie alla proposta di sussidiarietà presentata da una cittadina ‘attiva’ residente in zona.

Il piccolo affresco del 1767, raffigura l’immagine sacra della Madonna ed è parte integrante del capitello votivo presente all’angolo fra via Danieli e via Fenzo a Mizzole, all’inizio del sentiero 1 dorsale Preafita.

Se nel suo complesso la struttura del capitello si presenta in buono stato di conservazione, l’intera superficie pittorica del dipinto, invece, mostra una patina di sporco depositato nel tempo, che ne offusca la visione generale dell’opera. L’affresco è maggiormente rovinato nella parte inferiore, dove sono evidenti abrasioni e cadute di colore, ben visibili anche agli occhi meno esperti dei cittadini comuni.

Per ridare splendore al piccolo monumento, la signora Alessandra Favotto, questo il nome della cittadina attiva, si è rivolta al Comune per capire come contribuire al restauro del capitello, mantenendone l’identità storica, culturale e territoriale. Il recupero sarà realizzato da una restauratrice professionista, che è stata coinvolta nel progetto e che metterà a disposizione le proprie competenze.

Con la collaborazione degli Uffici tecnici della Circoscrizione 8^, la proposta di collaborazione sarà definita nelle prossime settimane attraverso un Patto di sussidiarietà, lo strumento che permette ai cittadini di diventare parte attiva nella cura della propria città.

“L’impegno dei cittadini attivi del Comune di Verona non smette di stupire – sottolinea l’assessore al Decentramento Marco Padovani –. Continuano a manifestarsi, in un crescendo di disponibilità e di amore per la cosa pubblica, le collaborazioni per la gestione e la presa in cura di tanti spazi e beni comuni. Il restauro di questo capitello è fra le risposte tangibili di questa grande sensibilità, che si concretizza grazie alla disponibilità di una professionista che dona alla comunità passione, competenze e parte del proprio tempo. Un gesto davvero altruistico, che l’Amministrazione non può che ringraziare, in attesa di inaugurare il capitello restaurato”.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

“Le pietre ci parlano ancora”: a Ferrara

“Le pietre ci parlano ancora” è il volume digitale realizzato per ComunEbook, promosso dal Comune di Ferrara e dal Liceo scientifico A.Roiti. “La documentazione raccolta nel volume – ha spiegato il responsabile Ufficio Ricerche Storiche Francesco Scafuri – riguarda lapidi ed epigrafi che si trovano nel centro storico, suddiviso in due zone (quella medievale, a sud fino al confine con l’asse Giovecca-Cavour, e quella rinascimentale) oltre a una ripartizione dell’immediata periferia soprattutto nella zona a sud della città. La lettura può diventare occasione per cittadini e turisti dotati di smartphone di seguire percorsi alternativi e un po’ fuori dagli schemi, a piedi o in bicicletta, osservando le lapidi e i monumenti di pregio nell’atmosfera magica di strade e piazze”. “Sulla base di questo lavoro di documentazione – dice l’assessore a Lavori Pubblici, Piano Strategico e RecoveryFund Andrea Maggi – è mia intenzione dare il via a una serie di interventi per restaurare le epigrafi, delle quali nel volume è indicato anche lo stato di conservazione e il livello leggibilità. Queste iscrizioni, fatte su marmo o su pietra, sono motivo di conoscenza di fatti storici e personaggi rilevanti per la città ma anche per tanti turisti, che attraverso questa forma di scrittura permangono e continuano a trasmettere informazioni storiche e culturali nel presente e nel futuro”. Il docente del Liceo scientifico Roiti, Mario Sileo, ha infine sottolineato come la cura di questo volume abbia offerto ai suoi allievi “un’importante occasione per realizzare a scuola i Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento (ex Alternanza scuola-lavoro), lavorando su qualcosa di monumentale, lapideo e materiale, che è molto importante per i ragazzi abituati a usare quasi esclusivamente srmartphone e computer, rivelando loro una realtà fisica sulla quale non si erano mai soffermati.  Gli studenti, inoltre, traducendo in un programma informatico il lavoro fatto dagli autori, hanno inoltre potuto mettere insieme la cultura scientifica con quella umanistica, cogliendo quindi il collegamento importante tra queste discipline”.
All’incontro con i giornalisti erano presenti inoltre le coautrici Marcella Moggi e Mihaela Zamurca con Cristina Fiorentini dei Sistemi Informativi.

Per la prima volta il Comune di Ferrara pubblica un censimento aggiornato relativo alle epigrafi della città, con particolare riferimento a quelle lapidi che si trovano sui prospetti di case e palazzi. Si tratta di un volume digitale dal titolo “Le pietre ci parlano ancora. Alla scoperta di Ferrara e dei suoi personaggi tra epigrafi e iscrizioni”, leggibile con pc, tablet o smartphone, scaricabile da http://www.comunebookferrara.it, fortemente voluto dagli assessori Andrea Maggi e Marco Gulinelli, che ne hanno curato la prefazione e l’introduzione. Gli autori sono Francesco Scafuri e Marcella Moggi dell’ufficio comunale Ricerche Storiche presso il Servizio Beni Monumentali, congiuntamente a Mihaela Zamurca, laureanda dell’Università degli Studi di Ferrara, la quale, grazie ad un tirocinio curriculare ha potuto collaborare con l’ufficio comunale, che ha coordinato le attività di ricerca e realizzato la pubblicazione. Particolarmente efficace la produzione digitale di questo nuovo e-book, curata dal prof. Mario Sileo, docente del Liceo Scientifico ‘A. Roiti’ di Ferrara, assieme ai suoi studenti, nell’ambito del progetto editoriale nato dalla partnership fra l’Amministrazione e l’istituto scolastico, che negli ultimi anni ha diffuso altre interessantissime opere su argomenti ferraresi. Nel “libro elettronico”, attraverso la puntuale trascrizione delle epigrafi, accompagnata da una ricca documentazione fotografica, si possono cogliere tantissime notizie interessanti su fatti e personaggi legati a Ferrara, offrendo la possibilità ai lettori di conoscere l’esatta collocazione delle lapidi nel centro storico e il loro contenuto grazie a schede digitali efficaci e di facile lettura. L’opera rappresenta, altresì, un’ulteriore occasione per cittadini e turisti dotati di smartphone che vogliano vivere la città seguendo percorsi alternativi e un po’ fuori dagli schemi, a piedi o in bicicletta, osservando le lapidi e i monumenti di pregio nell’atmosfera magica di strade e piazze.
Naturalmente questo e-book offre la possibilità di seguire molteplici percorsi di ricerca, digitando ad esempio il nome di un personaggio, la denominazione di un edificio, un fatto, un evento, piuttosto che una data. Lo studio, poi, si è spinto anche sul versante patrimoniale, indicando sia le proprietà degli edifici, sia gli enti o le associazioni che hanno apposto materialmente le lapidi. La rilevazione di ciascun manufatto, effettuata da settembre a novembre 2020, ha consentito di riportare altresì alcuni dati essenziali in ciascuna scheda, come quelli riguardanti lo stato di conservazione delle lapidi o il grado di leggibilità delle epigrafi. Le targhe lapidee che si trovano sui prospetti di chiese, conventi, ed ex edifici di culto non sono state analizzate in questo studio, se non quelle che ad avviso degli autori sono significative per la città o soltanto curiose. Pertanto, l’e-book è stato pensato come uno strumento che può essere facilmente aggiornato e implementato, non solo dal Comune di Ferrara ma anche da altri enti, istituzioni e associazioni cui competono la manutenzione e il restauro delle lapidi. Un altro elemento di novità rispetto alla bibliografia sull’argomento, pur puntuale e interessante, è rappresentato dalla trascrizione di diverse iscrizioni latine, alcune delle quali tradotte in italiano allo scopo di offrire al lettore nuove occasioni di approfondimento.

Alessandro Zangara (anche per l’immagine)

I fossili di Bolca candidati UNESCO

Dalla città di Verona a Bolca, attraverso un itinerario fotografico suggestivo, realizzato per valorizzare fascino, importanza ed unicità dei fossili della Val d’Alpone e della Valle del Chiampo, in corsa per la candidatura Unesco. È questo l’obiettivo della pubblicazione ‘I luoghi dell’Eocene marino. Val d’Alpone e Alta Valle del Chiampo’, realizzata dall’associazione temporanea di scopo ‘Val d’Alpone – faune, fiore e rocce del Cenozoico’, per supportare il dossier di candidatura ed accresce la comprensione di questo particolare territorio, sede dello straordinario patrimonio fossile conosciuto ed ammirato in tutto il mondo. Nel 2017, in virtù di tale obiettivo, si è costituita l’associazione temporanea, che si è occupata della stesura del dossier e della realizzazione, con il contributo della Regione Veneto, del report fotografico raccolto nella pubblicazione. All’associazione, rappresentativa di tutto il territorio interessato dai giacimenti di Bolca, aderiscono anche altre realtà ed enti che abbracciano il progetto, tra cui il Comune di Verona. Tappa cruciale del percorso di riconoscimento e momento conclusivo di un iter lungo e complesso, l’invio al Ministero dell’Ambiente, a fine febbraio 2021, del dossier di candidatura.

Il volume descrive con immagini e parole le terre al confine tra il veronese e il vicentino, che conservano preziosi reperti fossili. Lo fa partendo da Verona, città già riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco nel 2000, per arrivare a Bolca, luogo simbolo della paleontologia mondiale. Due sono i percorsi scelti per arrivare in questi luoghi; il primo attraversa la via Postumia, l’antica via consolare romana che fiancheggia l’abbazia benedettina/olivetana di Villanova di San Bonifacio, il secondo passa per gli alti pascoli della Lessinia, un altipiano iscritto nel Registro Nazionale dei paesaggi storici. Seguendo i due itinerari si giunge in un territorio meraviglioso e misterioso, che rimane legato ai valori della terra nel rispetto della natura.

“I più importanti reperti fossili della Val d’Alpone – dichiara l’assessore ai rapporti con l’UNESCO Toffali – si trovano al Museo di Storia Naturale. Più di 9 mila quelli provenienti dai giacimenti di Bolca, un altro migliaio dal monte Costale e dagli altri siti della vallata. Un patrimonio unico e straordinario, che fa del Museo e della città di Verona un punto di riferimento per tutta la comunità scientifica mondiale. Un valore bene documentato anche nella pubblicazione, che rappresenta uno dei tanti lavori di ricerca realizzati per la candidatura. Un viaggio fotografico affascinante, che mostra tutta la bellezza ed importanza di un territorio dal grandissimo valore scientifico, storico e paesaggistico”.

“Un progetto fotografico realizzato per supportare il dossier di candidatura presentato lo scorso febbraio – spiega il presidente dell’associazione Bochese –, per far meglio conoscere la bellezza e le particolarità di questi luoghi, riserva straordinaria di un patrimonio paleontologico unico al mondo. Un tesoro di inestimabile valore che abbiamo la responsabilità di salvaguardare e valorizzare per trasmetterlo integro alle generazioni future. Il libro è solo l’ultima fatica di un percorso lungo cinque anni, durante i quali l’associazione ha lavorato per sensibilizzare e responsabilizzare l’intero territorio, in modo che prendesse consapevolezza dell’inestimabile valore paleontologico che possiede”.

Roberto Bolis

Nuove scoperte archeologiche: una tomba di famiglia

Nuove scoperte archeologiche all’interno dell’anfiteatro Arena, che non smette di stupire.

La donna sepolta in Arena nel periodo tardo antico, i cui resti sono stati ritrovati a dicembre nell’arcovolo 31, non è l’unica ad aver riposato per secoli all’interno del monumento. Gli archeologi della Soprintendenza hanno infatti rinvenuto altri resti umani all’arcovolo 10, tre scheletri che ora verranno estratti e portati in laboratorio per gli esami e le analisi specifiche.

Nulla esclude che sia una sorta di ‘tomba di famiglia’, ipotesi che troverebbe conferma nelle informazioni al momento a disposizione, che presumono una sepoltura di gruppo non casuale, bensì pianificata in virtù di un probabile legame di sangue tra le tre persone. Stando alle prime analisi, i tre scheletri sono riconducibili ad un adulto e a due adolescenti sui 16 anni. L’età dei più giovani si evince, anche ad occhio nudo, non solo dalla diversa lunghezza degli arti, che sono più corti rispetto a quelli dello scheletro adulto, ma anche dallo spessore delle ossa che risultano più minute, tant’è che solo verso i 18 anni arrivano ad assumere la loro forma definitiva. Quanto al sesso, lo scheletro più maturo era senza dubbio maschio, uno degli scheletri più giovani era femmina, resta da definire il terzo.

Di certo l’uomo adulto è vissuto nel dodicesimo secolo, una certezza che proviene da alcune monete rinvenute in una sorta di borsellino attaccato alla fibbia circolare. Le analisi numismatiche già effettuate confermano che si tratta di denari enriciani, una monetazione della Zecca di Verona che era l’unica in circolazione nel XII secolo, periodo in cui ha conosciuto la sua massima espansione arrivando fino a Venezia e nel Tirolo.

Esami più approfonditi saranno poi in grado di rivelare l’anno di sepoltura dei corpi e, eventualmente, la distanza tra una e l’altra. Gli archeologi fanno infatti notare che lo scheletro di uno dei due ‘adolescenti’ è in posizione meno  ribassata rispetto agli altri due, ma ciò potrebbe dipendere anche dalla scelta di scavare di meno per fare minor fatica. I corpi sono stati ritrovati in una grande fossa centrale squadrata, la giovane donna con la testa a sud, il maschio adulto con la testa a sud e il giovane di sesso da definire con la testa a nord. La donna è stata manomessa probabilmente a causa di una riapertura della tomba.

La scoperta èavvenuta nell’ambito degli importanti lavori di restauro che si stanno realizzando all’interno dell’anfiteatro, con un cantiere articolato che prevede la riqualificazione completa degli arcovoli. Dopo i ritrovamenti della della prima sepoltura a dicembre, la Soprintendenza ha disposto ulteriori approfondimenti archeologici per verificare se anche altri piccoli e stretti arcovoli interni fossero destinati a usi funerari come avvenuto per l’arcovolo ‘gemello’ interno numero 31. Si tratta di arcovoli di piccole dimensioni, chiusi e inutilizzati da decenni se non saltuariamente come deposito, che la Soprintendenza ha ben inteso potessero custodire importanti sorprese.

L’anfiteatro sta diventando un museo a cielo aperto, un mix di storia, cultura e spettacolo che deve essere valorizzato. In questo senso si rafforza l’ipotesi di realizzare in Arena un vero e proprio percorso museale, per rendere visibile ai visitatori il restauro e la storia del monumento, compresa la più recente funzione di teatro all’aperto per gli spettacoli di lirica e di musica pop. Nel frattempo il restauro finanziato con l’Art Bonus va avanti, procedendo in parallelo sulla parte conservativa e sull’opera ingegneristica con la realizzazione ex novo degli impianti idrico, fognario ed antincendio.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Un tesoro nascosto: i Graduali della Certosa di Pavia

Emanuela Daffra, Direttore regionale Musei Lombardia, annuncia la conclusione del restauro del cod. 822, magnifico esemplare miniato di “Graduale”, ovvero volume che raccoglie i canti delle messe che si susseguono nel Calendario Liturgico della Chiesa Cattolica.

Non si trattava di un libro ad uso personale, ma collettivo. Il codice veniva aperto, e via via sfogliato, su un alto leggio al centro del Coro, in modo che tutti monaci potessero, dai loro stalli, seguirne i testi e le annotazioni musicali, ammirandone anche le sfavillanti miniature.

Di questi colossali, preziosissimi, codici la ricca Certosa pavese ne vantava almeno 39, come ricorda l’inventario dei beni del monastero redatto il 16 dicembre 1782, al momento della sua soppressione.

Da quel momento iniziò la diaspora di uno dei più grandi giacimenti librari lombardi. La Biblioteca della Certosa riuniva, infatti, più di 10 mila volumi, tra codici miniati, manoscritti e incunaboli. Un insieme unico che prese in parte la via della biblioteca Braidense di Milano, in parte di quella Universitaria di Pavia disperdendosi poi lungo rivoli ancora ignoti. Era un patrimonio di grande ricchezza anche in termini di qualità, poiché sulle pagine dei volumi più antichi furono al lavoro i maggiori artisti e miniatori attivi per la corte dei Visconti prima e degli Sforza poi, grandi protettori del monastero pavese.

Le ricerche condotte nel tempo hanno reso possibile l’individuazione di molti tra i libri da coro. Tredici di essi, compreso il cod. 822, dopo vicende anche movimentate sono ora tra i beni del Museo della Certosa, uno dei dodici istituti statali affidati alla Direzione regionale Musei Lombardia e, come precisa Emanuela Daffra, saranno tutti oggetto di studio e restauro.

L’intervento sul Codice 822, realizzato da Filippo Capellaro e Gianlorenzo Pignatti, è stato finanziato all’interno del progetto Sleeping Beauty della Direzione Generale Musei, che punta al recupero di opere non esposte per avviare percorsi di ricerca e valorizzazione anche all’estero. Con i medesimi fondi si è redatta anche la scheda conservativa di ciascuno dei tredici volumi superstiti.

“Questa indagine capillare- racconta Emanuela Daffra – è fondamentale: fornisce una road map per i futuri interventi, dettando le priorità e consentendo di delineare l’impegno finanziario necessario al restauro dell’intero gruppo. Ha anche evidenziato l’inadeguatezza dal punto di vista conservativo del mobile monumentale, fatto realizzare appositamente per contenere i volumi a fine Ottocento, quando rientrarono in Certosa. Se ne è perciò progettata la rifunzionalizzazione, affidata a Luciano Gritti, che permetterà conservazione ed esposizione corretta dei codici e sarà conclusa entro l’estate.

Grazie alla collaborazione dei monaci che gestiscono la Certosa a ottobre si aprirà eccezionalmente la biblioteca: una mostra presenterà il volume restaurato nel suo attuale contesto, il gigantesco contenitore che racchiude gli altri i tesori miniati ‘dormienti’.

Il restauro è stato accompagnato dalla ripresa fotografica ad altissima definizione – realizzata da Mauro Magliani – di ogni pagina tanto del graduale 822 quanto del gemello 814, restaurato alcuni anni fa dalle monache di Viboldone. Ogni codice, man mano che verrà restaurato, sarà documentato nel medesimo modo. Sarà così possibile sfogliare virtualmente l’intero corpus di libri, ‘ascoltare’ le musiche che su quei fogli sono annotate, confrontare le decorazioni con quelle di altri volumi della Certosa conservati altrove.”

Si tratta del primo passo di un progetto complessivo più ambizioso che si intende portare a termine nel 2024: la riunione, fisica o virtuale, attorno ai tredici tomi tutti restaurati, del meglio della biblioteca certosina. Contatti sono già stati avviati con le istituzioni che conservano i volumi per riaccogliere – almeno per lo spazio di una esposizione – in quella che era stata la loro casa tutti i codici miniati realizzati per il cenobio pavese. Attraverso il filo conduttore offerto dai volumi e dal loro confronto non solo si potrà fare chiarezza su autori e attribuzioni, ma soprattutto fare riemergere in una chiave inedita parte della storia di una delle Certose più grandi al mondo.

Al progetto stanno lavorando, accanto ad Emanuela Daffra e Barbara Galli, direttore del Museo della Certosa, Cristina Quattrini e Pierluigi Mulas, in partenariato con le istituzioni detentrici degli altri codici.

Sarà un racconto intrigante e spettacolare ma agile poiché, in linea con gli obiettivi di Sleeping Beauty, si vorrebbe diventasse itinerante.

S.E.

Ravenna dantesca: l’emozionante inedito di Federico Faruffini riconosciuto dopo 157 anni

Un disegno a inchiostro, un commosso tributo a Dante realizzato nel 1863: ha finalmente un nome l’artista che lasciò questa insolito omaggio su uno degli albi che per oltre un secolo hanno raccolto le firme dei visitatori nella tomba del poeta. È il pittore, incisore e fotografo Federico Faruffini (Sesto San Giovanni 1833 – Perugia 1869), vicino alla Scapigliatura, allievo di Giacomo Trecourt e amico di Tranquillo Cremona.

La biografia dell’artista lombardo, morto suicida nel 1869, racconta la storia di un genio tormentato e instabile, che ottenne successi a Parigi e Roma ma che non riuscì a venire a patti con i suoi demoni. Nel suo breve itinerario esistenziale raccolse meno di quanto il suo straordinario talento non meritasse ma fu all’insegna della continua sperimentazione e dell’insoddisfazione che si svolse la sua ricerca artistica: passò dalla pittura storica, che tentava di liberarsi dai canoni imposti dall’ormai ingombrante figura di Francesco Hayez, all’incisione e alla fotografia, sempre con originalità e dedizione. Fu apprezzato da molti contemporanei ma anche osteggiato da parte della critica ufficiale. Sono noti anche i suoi sentimenti patriottici, di stampo mazziniano, e la vicinanza alla famiglia Cairoli: suoi amici furono in particolare Ernesto (1833-1859), caduto nella battaglia di Varese e da lui ritratto in un celebre dipinto del 1862 (Pavia, Musei Civici del Castello Visconteo), e Benedetto (1825-1889), garibaldino, cospiratore e poi presidente del Consiglio, cui l’artista inviò l’ultima, drammatica lettera della sua vita, dopo la quale si uccise ingerendo cianuro. Era il 1869 e l’artista aveva solo 36 anni.

Ravenna, con questa nuova e autorevole aggiunta al ricco pantheon dei visitatori illustri della tomba di Dante, si conferma ancora di più come la capitale del “culto” dantesco tra Otto e Novecento e uno tra i luoghi più significativi per la costruzione dell’identità italiana negli ultimi due secoli. La testimonianza della visita di Federico Faruffini, svoltasi il 27 ottobre del 1863, si aggiunge alla narrazione di quelle effettuate da numerosissime personalità illustri, quali, tra gli altri, Vittorio Alfieri, Lord Byron, papa Pio IX e re Vittorio Emanuele II e costituisce l’ennesimo antecedente illustre del pellegrinaggio alla tomba che con le Feste Dantesche del 1908 si consolida e organizza definitivamente in un rituale che prosegue fino ai giorni nostri.

Faruffini, «sommo pittore» e «immortale», «era un raggio di luce elettrica in una sala illuminata dall’olio» (Carlo Dossi, Note azzurre). Sue opere sono nelle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte moderna di Roma, della Pinacoteca di Brera e della GAM di Milano, e ai Musei Civici di Pavia. Recentemente la sua regione d’origine gli ha dedicato un’importante mostra presso la Villa Borromeo d’Adda ad Arcore (MB): “Io guardo ancora il cielo. Federico Faruffini “, visitabile fino al 27 giugno.

Il riconoscimento si deve a Benedetto Gugliotta, responsabile dell’Ufficio Tutela e valorizzazione dell’Istituzione Biblioteca Classense e curatore della mostra Inclusa est flamma. Ravenna 1921: il Secentenario della morte di Dante, all’interno della quale il disegno è attualmente esposto fino al 17 luglio prossimo.

Il percorso di Inclusa est flamma, che è una riflessione sull’ultimo centenario della morte di Dante (1921), è segnato dalla presenza di diversi albi di firme, usati un tempo nella tomba del poeta per raccogliere pensieri, omaggi o anche semplici firme di visitatori e visitatrici illustri o del tutto sconosciuti. In apertura il curatore ha collocato questo straordinario omaggio simbolico, un’opera d’arte giunta fin qui anonima e che poteva ben rappresentare l’affetto e l’attaccamento che gli italiani hanno provato per Dante nei secoli e per le più disparate ragioni. «In questo caso», afferma il dott. Gugliotta, «era evidente un’allusione alle lotte risorgimentali, in considerazione della data, quella sì, annotata in calce al disegno, e del verso riportato sul basamento del monumento ideale al poeta: “Libertà vo [sic] cercando…” (Purgatorio, canto I, v. 71), che è quasi un mantra del Risorgimento italiano che aspirava, con le sue diverse anime, alla liberazione della Patria e alla sua unità. Il disegno è stato notato già in passato e nel 1882 gli erano state dedicate parole non benevole dallo scrittore e critico letterario Adolfo Borgognoni, zio di Corrado Ricci, che con poca acutezza e senza ovviamente averne riconosciuto l’autore, lo definì “peggio che mediocre”». Nonostante gli ostacoli frapposti dalla pandemia, che ha comportato anche per la biblioteca un’intensificarsi degli sforzi tesi a non interrompere, anzi ad implementare e riprogettare i servizi per l’utenza, si è giunti dunque a questa straordinaria scoperta.

«Innumerevoli sono i nomi di persone illustri o comuni che, in settecento anni, sono venute a Ravenna per omaggiare la tomba di Dante, ricevendo ispirazione o trovando forza per sostenere i valori in cui credevano, da Boccaccio fino ai patrioti del Risorgimento», afferma Michele De Pascale, sindaco di Ravenna. «E le celebri tre parole “Libertà va cercando”, pronunciate da Virgilio davanti a Catone Uticense, furono un grido di battaglia anche durante la Resistenza e la lotta di Liberazione dal nazifascismo. La riscoperta del disegno di Federico Faruffini, grande ma sfortunato artista, testimonia ancora una volta quanto siano profonde le connessioni tra Dante e Ravenna e quanto Ravenna abbia significato nella storia del Paese».

«Ravenna, la città in cui Dante visse serenamente i suoi ultimi anni e in cui completò la Commedia, riscopre in questo Settecentenario il suo ruolo di autentica vestale del “culto” dantesco, che ha significativamente ispirato artisti e artiste, letterati e personalità di altissimo livello nazionali e internazionali», afferma Elsa Signorino, assessora alla Cultura del Comune di Ravenna. «Tale ruolo, così intenso e duraturo, non potrà che proseguire ben oltre le presenti celebrazioni e intensificarsi ulteriormente, considerando quanto Dante sia capace di parlare a uomini e donne superando ogni barriera di tempo e spazio».

Negli albi di firma, una dozzina di manoscritti che vanno dalla prima metà dell’Ottocento agli anni Settanta del Novecento, si riscontrano centinaia di firme illustri e molte migliaia di firme che, nel complesso, formano una fonte storica di primissimo ordine. Pio IXVittorio Emanuele II e tanti altri sovrani, d’AnnunzioEleonora Duse, Nazario Sauro, e poi ancora De GasperiEinaudiTommaso Landolfi, giù fino a Gino Bartali e Benigno Zaccagnini. Ma c’è anche Benedetto Cairoli: il presidente del Consiglio che, come ricordato, fu molto amico di Federico Faruffini e che qualche anno dopo omaggiò personalmente la tomba di Dante.

S.E.

La verità sulla morte di Cangrande Della Scala

È stata una malattia genetica rara, più precisamente la Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo, a portare alla morte, in soli tre giorni, Cangrande della Scala, signore di Verona. Nessun assassinio dunque, come una certa tradizione ha sostenuto per secoli. Il 22 luglio 1329, Cangrande morì a Treviso, appena trentottenne, in conseguenza di una rara malattia genetica. A svelarlo sono state le analisi condotte dal Laboratorio di Genomica Funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, diretto dal professor Massimo Delledonne. Un’indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’Università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico.

Questo sforzo congiunto fra gli esperti del Museo di Storia Naturale e Università degli Studi di Verona e di Firenze ha permesso di dimostrare come sia possibile analizzare con altissima precisione i geni di un DNA così antico, sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, per giungere a una diagnosi clinica certa, anche quando le fonti storiche sono scarse. Utilizzando le nuove tecnologie di sequenziamento diagnostico applicate nei più avanzati centri di ricerca a persone malate per migliorare la diagnosi, la prognosi e la cura delle malattie a base genetica, è stato possibile non solo ricostruire l’informazione custodita nel DNA di Cangrande della Scala, ma anche riconoscere le condizioni patologiche che hanno determinato la sua morte.

I risultati della storica indagine sono stati presentati a Verona, al Museo di Storia Naturale, dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi. Ad illustrare la ricerca, per l’Università di Verona Massimo Delledonne – Dipartimento di Biotecnologie e Alessandro Salviati – Dipartimento di Biotecnologie, per l’Università di Firenze David Caramelli – Dipartimento di Biologia. Presenti Ettore Napione dell’Ufficio Unesco del Comune di Verona, che ha curato parte dei riscontri storici dello studio, e Leonardo Latella del Museo di Storia Naturale.

“Una giornata storica per la città di Verona – sottolinea il sindaco –. Attraverso uno studio genetico mai eseguito prima su campioni di mummia risalenti a 700 anni fa è stato possibile svelare molti aspetti della vita e della morte di una delle figure storiche più importanti della nostra città. La morte di Cangrande oggi non è più un mistero. Contrariamente a quanto sospettato per secoli, il Signore di Verona non fu assassinato, ma morì per cause naturali o, più correttamente, per una malattia genetica. Un risultato straordinario, frutto di un lavoro di squadra importante, che ha visto collaborare in stretta sinergia il Comune di Verona, con la direzione dei Musei civici, e le Università di Verona e Firenze. Il primo risultato concreto dopo la firma, a gennaio 2020, del protocollo tra Comune e Università, per una collaborazione stretta e operativa volta a sviluppare innovazione, sostenibilità ed efficienza in più settori e per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città. Infatti è stato possibile chiarire, con prove scientifiche documentate, nell’anno del 700 anniversario dalla morte di Dante, aspetti ancora segreti della vita del grande Signore della Scala, amico del Sommo Poeta”.

Un momento della presentazione dei risultati scientifici

“Si mette così la parola fine – afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani – ad uno dei misteri che ancora circondano la Signoria Scaligera, la famiglia che accolse l’esiliato Dante in città e che il poeta ricorda nella Divina Commedia. Un processo scientifico emozionante che, per la prima volta, ha portato all’osservazione approfondita del DNA di Cagrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità identificare nuove ed interessanti informazioni storiche sulla sua vita e, in particolare, morte. Questo progetto scientifico rappresenta uno dei principali appuntamenti calendarizzati nel corso di quest’anno in occasione delle celebrazioni dantesche”.

“La scelta di affidare i resti di Cangrande della Scala al Museo di Storia Naturale – sottolinea la Direttrice dei Musei Civici di Verona, Francesca Rossi – venne dettata dal fatto che la conservazione dei materiali biologici richiede particolari accortezze, già previste per le collezioni del Museo, in particolari quelle zoologiche. Attraverso questo straordinario progetto è stato finalmente possibile completare il percorso di analisi sui reperti custoditi dal 2004 e giungere a risultati scientifici certi, che svelano le cause della morte di Cangrande della Scala”.

Una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, non ha reso possibile il sequenziamento clinico. È stata quindi effettuata una seconda estrazione, da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso la quantità di DNA estratto presentava DNA contaminante. Una percentuale di DNA umano più elevata consentiva però di portare avanti un percorso di analisi.

Il laboratorio di Genomica Funzionale dell’Università di Verona ha dunque deciso di applicare una tecnica di laboratorio attualmente utilizzata per la diagnosi clinica di pazienti affetti da malattie genetiche, che ha permesso di catturare in modo specifico i circa 35 milioni di basi del DNA che contengono i geni umani, eliminando così il DNA contaminante.

Cangrande è stato quindi “sequenziato” come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica degli 83 milioni di sequenze prodotte ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, un valore davvero molto elevato.

Analisi successive hanno permesso di identificare 249 varianti associate a malattie da cui è stato possibile riconoscere due mutazioni diverse nel gene dell’enzima lisosomiale α-glucosidasi acida. La malattia che deriva dalla disfunzione di questo enzima è una glicogenosi, in questo caso la Glicogenosi tipo II. Nei casi ad esordio tardivo, come quello riconducibile a Cangrande, la malattia si evidenzia in una scarsa resistenza alla fatica fisica, difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, fratture ossee spontanee e cardiopatia. La morte dei pazienti adulti è spesso quasi improvvisa, come accaduto a Cangrande, deceduto dopo solo tre giorni di malattia.

Alcune opere storiche hanno messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco rispetto alla spada. Il quadro clinico della morte di Cangrande è pertanto compatibile con la malattia di Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo.

Il medico di Cangrande, nel tentativo di contrastare questa debolezza, somministrò dosi eccessive di digitale (una sostanza utilizzata come cardiotonico) e questo fece pensare ad un avvelenamento, tanto che il medico venne impiccato di lì a poco. Oggi sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe.

In ambito storico sono riportati alcuni dei momenti più critici della salute di Cangrande. Prima crisi, il 17 settembre 1314, all’età di 23 anni, dopo una cavalcata veloce il Signore di Verona è costretto a lasciare il cavallo e viene trasferito su un carro. Seconda crisi, il 25 agosto 1320, a 29 anni, ferito ad una coscia fu trasportato all’accampamento, dove si riprese e ritornò in battaglia. In realtà, dalle autopsie effettuate sul corpo non sono state riscontrate cicatrici sulla coscia, ciò fa supporre si trattasse di altri sintomi, sempre riconducibili alla malattia. Terza crisi, il 4 luglio 1325, all’età di 34 anni, in una cavalcata da Verona verso Vicenza, Cangrande fu colto da improvviso malore e fu riportato a Verona, dove peggiorò, rimanendo tra la vita e la morte per dieci giorni e poi malato per mesi. Quarta crisi, il 18 luglio 1329 si ammala e dopo tre giorni muore. Era il 22 luglio 1329, Cangrande aveva 38 anni.

Un’indagine partita da lontano. Esattamente dal 12 febbraio del 2004 quando, per decisione del Comune e i civici Musei d’Arte, fu organizzata la ricognizione e l’apertura dell’arca funebre di Cangrande della Scala, che portò ad identificare il corpo mummificato dello scaligero, più o meno nelle medesime condizioni in cui era già stato rinvenuto all’interno della cassa nell’apertura del 1921 (in occasione del VI centenario della morte di Dante Alighieri). Il corpo del Principe fu sottoposto ad una serie di indagini scientifiche e autoptiche prima di essere nuovamente riposti nell’arca che li aveva preservati per secoli.

Parte dei materiali biologici, in particolare il fegato e alcune falangi del piede, furono inviate all’Università di Pisa per ulteriori indagini biomediche. Nei primi mesi del 2007, i reperti furono restituiti e depositati presso il Museo di Storia Naturale perché venissero conservati e resi disponibili per futuri ulteriori studi.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)