La verità sulla morte di Cangrande Della Scala

È stata una malattia genetica rara, più precisamente la Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo, a portare alla morte, in soli tre giorni, Cangrande della Scala, signore di Verona. Nessun assassinio dunque, come una certa tradizione ha sostenuto per secoli. Il 22 luglio 1329, Cangrande morì a Treviso, appena trentottenne, in conseguenza di una rara malattia genetica. A svelarlo sono state le analisi condotte dal Laboratorio di Genomica Funzionale del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona, diretto dal professor Massimo Delledonne. Un’indagine genetica mai eseguita prima sul DNA di una mummia. Il DNA di Cangrande è stato estratto in collaborazione con il Laboratorio di Antropologia Molecolare e Paleogenetica dell’Università di Firenze, coordinato dal prof. David Caramelli e dalla prof.ssa Martina Lari, esperti nell’estrazione di DNA antico.

Questo sforzo congiunto fra gli esperti del Museo di Storia Naturale e Università degli Studi di Verona e di Firenze ha permesso di dimostrare come sia possibile analizzare con altissima precisione i geni di un DNA così antico, sfruttando procedure diagnostiche all’avanguardia, per giungere a una diagnosi clinica certa, anche quando le fonti storiche sono scarse. Utilizzando le nuove tecnologie di sequenziamento diagnostico applicate nei più avanzati centri di ricerca a persone malate per migliorare la diagnosi, la prognosi e la cura delle malattie a base genetica, è stato possibile non solo ricostruire l’informazione custodita nel DNA di Cangrande della Scala, ma anche riconoscere le condizioni patologiche che hanno determinato la sua morte.

I risultati della storica indagine sono stati presentati a Verona, al Museo di Storia Naturale, dal sindaco Federico Sboarina e dall’assessore alla Cultura Francesca Briani. Presenti il direttore dei Musei civici Francesca Rossi. Ad illustrare la ricerca, per l’Università di Verona Massimo Delledonne – Dipartimento di Biotecnologie e Alessandro Salviati – Dipartimento di Biotecnologie, per l’Università di Firenze David Caramelli – Dipartimento di Biologia. Presenti Ettore Napione dell’Ufficio Unesco del Comune di Verona, che ha curato parte dei riscontri storici dello studio, e Leonardo Latella del Museo di Storia Naturale.

“Una giornata storica per la città di Verona – sottolinea il sindaco –. Attraverso uno studio genetico mai eseguito prima su campioni di mummia risalenti a 700 anni fa è stato possibile svelare molti aspetti della vita e della morte di una delle figure storiche più importanti della nostra città. La morte di Cangrande oggi non è più un mistero. Contrariamente a quanto sospettato per secoli, il Signore di Verona non fu assassinato, ma morì per cause naturali o, più correttamente, per una malattia genetica. Un risultato straordinario, frutto di un lavoro di squadra importante, che ha visto collaborare in stretta sinergia il Comune di Verona, con la direzione dei Musei civici, e le Università di Verona e Firenze. Il primo risultato concreto dopo la firma, a gennaio 2020, del protocollo tra Comune e Università, per una collaborazione stretta e operativa volta a sviluppare innovazione, sostenibilità ed efficienza in più settori e per valorizzare il patrimonio storico-culturale della città. Infatti è stato possibile chiarire, con prove scientifiche documentate, nell’anno del 700 anniversario dalla morte di Dante, aspetti ancora segreti della vita del grande Signore della Scala, amico del Sommo Poeta”.

Un momento della presentazione dei risultati scientifici

“Si mette così la parola fine – afferma l’assessore alla Cultura del Comune di Verona, Francesca Briani – ad uno dei misteri che ancora circondano la Signoria Scaligera, la famiglia che accolse l’esiliato Dante in città e che il poeta ricorda nella Divina Commedia. Un processo scientifico emozionante che, per la prima volta, ha portato all’osservazione approfondita del DNA di Cagrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità identificare nuove ed interessanti informazioni storiche sulla sua vita e, in particolare, morte. Questo progetto scientifico rappresenta uno dei principali appuntamenti calendarizzati nel corso di quest’anno in occasione delle celebrazioni dantesche”.

“La scelta di affidare i resti di Cangrande della Scala al Museo di Storia Naturale – sottolinea la Direttrice dei Musei Civici di Verona, Francesca Rossi – venne dettata dal fatto che la conservazione dei materiali biologici richiede particolari accortezze, già previste per le collezioni del Museo, in particolari quelle zoologiche. Attraverso questo straordinario progetto è stato finalmente possibile completare il percorso di analisi sui reperti custoditi dal 2004 e giungere a risultati scientifici certi, che svelano le cause della morte di Cangrande della Scala”.

Una prima estrazione, eseguita su frammenti di fegato, non ha reso possibile il sequenziamento clinico. È stata quindi effettuata una seconda estrazione, da un piccolo frammento di falange. Anche in questo caso la quantità di DNA estratto presentava DNA contaminante. Una percentuale di DNA umano più elevata consentiva però di portare avanti un percorso di analisi.

Il laboratorio di Genomica Funzionale dell’Università di Verona ha dunque deciso di applicare una tecnica di laboratorio attualmente utilizzata per la diagnosi clinica di pazienti affetti da malattie genetiche, che ha permesso di catturare in modo specifico i circa 35 milioni di basi del DNA che contengono i geni umani, eliminando così il DNA contaminante.

Cangrande è stato quindi “sequenziato” come se si trattasse di un paziente dei nostri giorni, e l’analisi bioinformatica degli 83 milioni di sequenze prodotte ha portato alla ricostruzione del 93.4% dei suoi geni, un valore davvero molto elevato.

Analisi successive hanno permesso di identificare 249 varianti associate a malattie da cui è stato possibile riconoscere due mutazioni diverse nel gene dell’enzima lisosomiale α-glucosidasi acida. La malattia che deriva dalla disfunzione di questo enzima è una glicogenosi, in questo caso la Glicogenosi tipo II. Nei casi ad esordio tardivo, come quello riconducibile a Cangrande, la malattia si evidenzia in una scarsa resistenza alla fatica fisica, difficoltà respiratoria, debolezza muscolare e crampi, fratture ossee spontanee e cardiopatia. La morte dei pazienti adulti è spesso quasi improvvisa, come accaduto a Cangrande, deceduto dopo solo tre giorni di malattia.

Alcune opere storiche hanno messo in luce piccoli indizi compatibili con questa patologia, relativi a soste forzate nel corso di tragitti a cavallo abbastanza brevi, ad improvvisi malesseri e, forse, anche alla preferenza per l’uso dell’arco rispetto alla spada. Il quadro clinico della morte di Cangrande è pertanto compatibile con la malattia di Glicogenosi tipo II ad esordio tardivo.

Il medico di Cangrande, nel tentativo di contrastare questa debolezza, somministrò dosi eccessive di digitale (una sostanza utilizzata come cardiotonico) e questo fece pensare ad un avvelenamento, tanto che il medico venne impiccato di lì a poco. Oggi sappiamo che quella somministrazione era ben lungi dall’intento di avvelenare il Principe.

In ambito storico sono riportati alcuni dei momenti più critici della salute di Cangrande. Prima crisi, il 17 settembre 1314, all’età di 23 anni, dopo una cavalcata veloce il Signore di Verona è costretto a lasciare il cavallo e viene trasferito su un carro. Seconda crisi, il 25 agosto 1320, a 29 anni, ferito ad una coscia fu trasportato all’accampamento, dove si riprese e ritornò in battaglia. In realtà, dalle autopsie effettuate sul corpo non sono state riscontrate cicatrici sulla coscia, ciò fa supporre si trattasse di altri sintomi, sempre riconducibili alla malattia. Terza crisi, il 4 luglio 1325, all’età di 34 anni, in una cavalcata da Verona verso Vicenza, Cangrande fu colto da improvviso malore e fu riportato a Verona, dove peggiorò, rimanendo tra la vita e la morte per dieci giorni e poi malato per mesi. Quarta crisi, il 18 luglio 1329 si ammala e dopo tre giorni muore. Era il 22 luglio 1329, Cangrande aveva 38 anni.

Un’indagine partita da lontano. Esattamente dal 12 febbraio del 2004 quando, per decisione del Comune e i civici Musei d’Arte, fu organizzata la ricognizione e l’apertura dell’arca funebre di Cangrande della Scala, che portò ad identificare il corpo mummificato dello scaligero, più o meno nelle medesime condizioni in cui era già stato rinvenuto all’interno della cassa nell’apertura del 1921 (in occasione del VI centenario della morte di Dante Alighieri). Il corpo del Principe fu sottoposto ad una serie di indagini scientifiche e autoptiche prima di essere nuovamente riposti nell’arca che li aveva preservati per secoli.

Parte dei materiali biologici, in particolare il fegato e alcune falangi del piede, furono inviate all’Università di Pisa per ulteriori indagini biomediche. Nei primi mesi del 2007, i reperti furono restituiti e depositati presso il Museo di Storia Naturale perché venissero conservati e resi disponibili per futuri ulteriori studi.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Ritrovato a Verona un muro perimetrale del Forte Clam austriaco

Foto storica di Forte Clam

Ritrovamento importante durante i lavori in corso all’ex Manifattura Tabacchi per la rigenerazione del complesso. Gli scavi hanno portato alla luce una piccola porzione di muro perimetrale del Forte Clam, realizzato dagli Austriaci nel 1850 all’interno delle opere di fortificazione del Quadrilatero. Un vero e proprio ‘gigante’, come si evince dalle mappe e dai disegni storici, la cui superficie superava i 22 mila metri quadrati.

Il reperto diventerà parte integrante della valorizzazione del complesso dell’ Ex Manifattura Tabacchi e soprattutto sarà messo a disposizione della cittadinanza, con un progetto ad hoc che permetterà di conoscere e approfondire la storia recente della città e le affinità con quella attuale.

L’idea è quella di creare, in questa parte di area, un parco archeologico dedicato ai resti del forte austriaco; la posizione strategica del complesso e le sue destinazioni contribuiranno alla massima visibilità del reperto, che sarà ammirato da tutti i viaggiatori che vi passeranno davanti in treno o in auto, ma anche da chi si recherà negli spazi pubblici previsti dal progetto, come la grande piazza o l’area verde.

La stretta connessione con l’area dell’ex Scalo Merci e quindi con il futuro Central Park rappresenta infine un ulteriore elemento di prestigio a favore dell’area e di ciò che vi sorgerà.

Parte del muro ritrovato

Dal recupero dell’area ex Manifattura Tabacchi dipende anche lo sviluppo della fiera, che avrà a disposizione nuovi parcheggi e servizi dedicati, oltre ad una riqualificazione delle aree esterne che, con camminamenti e percorsi ad hoc, creeranno un tutt’uno tra i due poli. Ne beneficeranno anche i quartieri limitrofi, grazie alle opere compensative e agli interventi viabilistici che miglioreranno la qualità della vita dei cittadini.

Uno dei punti di forza della rigenerazione dell’area è la presenza della parte storica, quella vincolata e da preservare, che diventa un valore aggiunto straordinario. Agli elementi già presenti come la grande ciminiera e l’archeologia industriale, ora si aggiunge il muro del forte austriaco, un patrimonio da valorizzare per mantenere la memoria di un luogo che fa parte della storia della città, e che rivivrà grazie ad un’architettura contemporanea ma rispettosa del costruito e del suo pregresso.

Dopo il ritrovamento circa un mese fa, il manufatto è stato oggetto di un primo intervento di pulizia e di messa in sicurezza. “Un ritrovamento che certifica quanto la nostra città sia incredibile – ha detto il sindaco -. Trovare un reperto di questo tipo in una zona come Verona sud ha davvero dell’incredibile e conferma quanto questa città sia storica in tutte le sue parti, anche fuori le mura. Un’opera che darà lustro a questo importante intervento di riqualificazione, che si inserisce perfettamente nella nostra visione di rigenerazione urbana, che punta al vero recupero delle aree dismesse per reinserirle nel tessuto urbano. Nel caso specifico dell’ex Manifattura Tabacchi, parliamo di un’area a ridosso non solo della fiera ma anche dell’ex Scalo Merci in cui sorgerà il grande parco cittadino. Si va concretamente verso la direzione di spostare a sud il baricentro della città, non è più scritto solo sulle carte, ora ci sono i cantieri a dimostrarlo e soprattutto i tempi certi. La deadline è fissata alle Olimpiadi invernali di Cortina 2026. Tra meno di cinque anni saranno completati i progetti per il ribaltamento del casello di Verona sud, la statale 12, il Central Park, tutti strategici per il grande evento olimpico e che cambieranno completamente il volto di questa parte di città”.

Le informazioni storiche fornite dall’architetto Meneghelli, descrivono il muro rinvenuto come ‘il piccolo tratto di un gigante’. Si tratta del ritrovamento di una parte della grande fortezza che fino al 1809 proteggeva l’accesso alla città per chi proveniva da sud, al crocevia fra la strada “Claudia Augusta”, la “Postumia” e quella che corrisponde all’attuale viale del Lavoro e che si sviluppava in un’area di 22.650 metri quadrati. La fortezza era circondata da un muro di 150 metri, alto 5 metri e circondato da un fossato profondo 7 metri, simile a quello che circonda ancora il centro della città. Al centro, su una collina artificiale si ergeva una torre d’artiglieria semicircolare alta 32 metri. Questa difesa militare è entrata in disuso nel 1809 quando venne concepita l’idea di fare della strada d’accesso a Verona un boulevard alberato. Nel 1847 venne costruita la stazione di Porta Nuova che sostituì quella di Porta Vescovo e venne stabilito definitivamente l’ingresso alla città da sud. Con l’annessione del Veneto all’Italia nel 1866 l’intera area subì una trasformazione che la porterà all’assetto urbanistico di cui abbiamo ancora la testimonianza.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

L’Arsenale di Verona si avvia a diventare spazio pubblico fruibile

Tre colpi di ruspa e un grande boato. È così che, in pochi minuti, è stata demolita la prima costruzione non soggetta a vincolo architettonico all’ex arsenale, sgretolandosi in cocci di muro e polvere.

Ora i lavori non si fermeranno più. La tabella di marcia è ben definita, si procede su più livelli per completare la riqualificazione del compendio il prima possibile. Da una parte le demolizioni delle palazzine non vincolate, che lasceranno il posto al grande polmone verde che sorgerà sull’area; dall’altra il restauro e la messa in sicurezza delle coperture, che partiranno a breve dopo l’affidamento dei lavori alla ditta appaltatrice. Nel frattempo va avanti speditamente la parte progettuale, in particolare quella relativa alla Corte Ovest che sarà la prima ad essere restaurata. Qui, infatti, si trasferirà l’Accademia di Belle Arti, e proprio dalla scuola sono in arrivo i dettagli definitivi che andranno ad integrare e completare la proposta elaborata dallo studio di progettazione Politecnica, che ha vinto la gara per il primo lotto di recupero conservativo dell’arsenale.

A breve si saprà il nome della ditta che si aggiudicherà i lavori per il rifacimento dei tetti e il consolidamento statico della Corte Centrale e degli edifici laterali, quelli cioè per i quali l’intervento sulle coperture è indispensabile per mettere in sicurezza gli immobili e permettere l’esecuzione del lavori successivi. Sono i tetti più ammalorati, in certi punti addirittura mancanti o danneggiati da grosse infiltrazioni. Si vedranno quindi anche le impalcature, si parte da questi edifici ma l’obiettivo dell’amministrazione è sfruttare un importante ribasso sui costi di progettazione per inserire nel primo lotto di interventi il rifacimento di tutte le coperture dell’Arsenale e non solo di quelle più ammalorate delle Corti centrali, est ed ovest, programmate dall’inizio.

Corte Ovest. Come detto, sarà la prima ad essere riqualificata e ad entrare in funzione, con il trasferimento delle attività dell’Accademia di Belle Arti. Ciò per effetto dell’iter avviato dal Comune con il bando per la vendita di Palazzo Verità Montanari, attuale sede dell’Accademia, che fornirà le risorse necessarie a restaurare gli spazi della Corte Ovest e ad adeguarli alle esigenze di studenti e corpo docenti. Il valore di vendita di Palazzo Montanari è stimato in circa 10 milioni di euro.

Corte Est. Il progetto definitivo assegna a questa quota di compendio una destinazione a mercato alimentare coperto. Già studiati e definiti i dettagli tecnici relativi agli accessi, al carico/scarico delle merci, alla logistica per l’approvvigionamento. I progettisti si stanno confrontando con i proprietari del mercato coperto di Modena, le cui caratteristiche e finalità corrispondono a quelle pensate per la struttura veronese. La palazzina antistante diventerà uno spazio per eventi.

Palazzina di Comando. Per il cuore del compendio è stata privilegiata la destinazione culturale e museale, collegata direttamente con il Museo di Castelvecchio. Buona parte degli spazi saranno infatti a disposizione dei Musei civici e delle loro esigenze, di archivio ma anche di attività e laboratori.

Corte Centrale. Vi si concentreranno i servizi e le funzioni destinate ai giovani, spazi per gli anziani e le famiglie, luoghi per l’innovazione e la tecnologia, l’arte e la creatività, la sostenibilità e l’ambiente.

L’iter dal 2017 ad oggi. La data di inizio del processo di riqualificazione dell’ex arsenale è il 30 settembre 2017, con la revoca in Consiglio comunale del project financing approvato dall’Amministrazione precedente. Da allora, la macchina comunale incaricata di portare aventi l’iter non si è mai fermata, nemmeno durante il lockdown e il difficile periodo legato alla pandemia.

Nel 2018 è stata avviata la concertazione con la città e i principali stake holders per raccogliere le indicazioni sulle funzioni dell’area che fosse il più condiviso possibile e, soprattutto, che rimanesse di proprietà pubblica. Priorità, questa, non solo del sindaco e della giunta, ma anche della popolazione, come emerso dal confronto portato avanti in più e diverse modalità e che si è concretizzato con l’istituzione dell’apposita commissione Arsenale.

Sempre nel 2018 gli uffici comunali hanno predisposto il progetto preliminare relativo al recupero complessivo del compendio; è stata adottata la variante urbanistica e sono stati effettuati i lavori per mettere in sicurezza i tetti delle palazzine più ammalorate, propedeutici ai lavori conservativi.

Nel 2019 è stato completato il progetto esecutivo per il rifacimento delle coperture di tutto il compendio, è stata avviata la campagna di bonifica di tutta l’area ed è stata indetta la gara europea per la progettazione definitiva dell’ex Arsenale nel suo complesso. Nel 2020, nonostante l’emergenza sanitaria, l’iter è andato avanti spedito, raggiungendo gli obiettivi prefissati dal cronoprogramma. La progettazione definitiva è stata assegnata allo studio Politecnica di Modena, che ha vinto la gara europea. Al progetto sta lavorando un pool di 60 professionisti. È stato presentato il progetto esecutivo del primo lotto, quello per le nuove coperture e delle demolizioni autorizzate dalla Regione. Durante l’estate è stata inaugurata la prima porzione di area verde che andrà a formare il parco pubblico. Si tratta del parco archeologico ricavato sopra il park Arsenale, la cui lavorazione ha portato alla luce una serie di reperti archeologici tra cui i resto di un mulino romano, elementi già visibili al pubblico e che aggiungono ulteriore valore all’area e al suo recupero. In autunno è stata fatta la gara per per appaltare i lavori del primo lotto. Realizzate le opere impiantistiche propedeutiche alle demolizioni, che sono iniziate oggi.

Roberto Bolis

A Ferrara il ‘Giorno del Ricordo 2021. Istria, Fiume e Dalmazia’

Fino a martedì 16 febbraio sono in programma a Ferrara le iniziative cittadine per celebrare il ‘Giorno del Ricordo 2021. Istria, Fiume e Dalmazia – ricordo di un esodo‘. La ricorrenza del 10 febbraio è stata istituita dalla Repubblica italiana (art. 1 Legge n. 92 del 30 marzo 2004) al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale.

Il calendario di appuntamenti nasce a cura dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia insieme a Prefettura di Ferrara-Ufficio Territoriale del Governo, Comune di Ferrara-Museo del Risorgimento e della Resistenza, Associazione Nazionale Partigiani Cristiani-sezione di Ferrara e Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara con il patrocinio del Comune di Ferrara.

DOMENICA 14 FEBBRAIO 2021- ORE 10,30 – Ferrara – Basilica di San Francesco via Terranuova – angolo via Savonarola

Alla Santa Messa domenicale, celebrata da Sua Eccellenza Mons. Gian Carlo Perego Arcivescovo di Ferrara/Comacchio, saranno ricordate le genti dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia, costrette ad abbandonare la loro terra, ove da secoli erano presenti, nel secondo dopoguerra. Lettura finale della “Preghiera per l’Infoibato”, scritta da Sua Eccellenza Mons. Antonio Santin, Vescovo della Diocesi di Trieste e Capodistria dal 1938 al 1975.

MARTEDI’ 16 FEBBRAIO – ORE 10,15 – Incontro in video compresenza – Istituto comprensivo F. De Pisis di Ferrara

Tema dell’incontro “Le foibe e l’esodo degli istriani, fiumani e dalmati”. Ne parlano Flavio Rabar, esule da Fiume e Presidente del Comitato di Ferrara dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la Dott. ssa Antonella Guarnieri, storica e Responsabile del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara.

A fianco delle iniziative del programma ufficiale, listituto di Storia Contemporanea esporrà sui propri social (YouTube: istituto di storia contemporanea di Ferrara, Instagram:@isco.fe, e condiviso come link su Facebook: Iscoferrara e Twitter:@iscoferrara) la mostra “Le tragedie del confine orientale. Fascismo – Foibe – Esodo“, realizzata da Bruno Enriotti, direttore della Fondazione Memoria della Deportazione.


Alessandro Zangara

Restaurata Porta Nuova a Verona

Porta Nuova a restauro finito

La bellezza di Porta Nuova dopo il restauro lascia senza fiato. Così, i veronesi, non l’hanno mai vista, tant’è che questo è il primo vero intervento conservativo realizzato su tutto il manufatto negli ultimi decenni. I lavori più recenti risalgono infatti a più di 20 anni fa, limitati alla pulizia dei paramenti e al disboscamento delle erbacce.

Porta Nuova a restauro finito

A settembre erano stati tolti i teli dalla facciata del monumento che guarda verso il corso, oggi è stata la volta degli altri tre lati, pronti per mostrarsi ai cittadini e ai turisti che presto torneranno a Verona. I lavori del corposo restauro che ha interessato la principale porta d’ingresso cittadina sono infatti definitivamente finiti. Iniziati ufficialmente nell’ottobre 2019, avrebbero dovuto concludersi entro l’estate scorsa. Tuttavia, lo stop forzato causato dal Covid e le limitazioni imposte dalla pandemia, hanno ritardato solo di qualche mese la consegna dell’opera, grazie anche ad una forte accelerata sui tempi del cantiere.

La Porta di ingresso alla città è stata protagonista del primo restauro con sponsor realizzato su un monumento cittadino. Una formula che, per effetto del Decreto legislativo del 18 aprile 2016 (articoli 19 e 115), ha permesso all’Amministrazione di avvalersi della formula della ‘sponsorizzazione tecnica’, ottenendo così il restauro completamente gratuito dell’edificio storico, per un’operazione a vantaggio dei veronesi ma anche dei turisti. Il tutto, a costo zero per il Comune.

Foto di gruppo di Sindaco, Assessori e Soprintendenti davanti alla Porta

Le spese del restauro sono state infatti a carico del Raggruppamento temporaneo che si è aggiudicato il bando per la sponsorizzazione tecnica riguardante l’intervento di Porta Nuova, con a capo la ditta The Media S.r.l., leader a livello nazionale nel settore sponsor, Tieni Costruzioni 1836 S.r.l. incaricata dell’esecuzione dei lavori e DMA Associati S.r.l. per la parte dei servizi tecnici.

Circa un milione di euro il costo dei lavori, progettazione compresa. Un restauro complesso e minuzioso, che non ha risparmiato nemmeno un centimetro della Porta. Dalla rimozione delle erbacce e delle sterpaglie presenti tra i muri e sul tetto, alla rimessa in pristino delle masse lapidee, dalla sigillatura al restauro conservativo, fino alla ripresa del colore naturale delle murature, ogni piccolo intervento ha contribuito al risultato finale.

Un ruolo da protagonista nel restituire splendore al monumento l’avrà poi l’illuminazione. Le luci infatti, pur tenendo conto delle peculiarità specifiche di Porta Nuova, sono state progettate per diventare elemento di design, con installazioni realizzate apposta per Verona. Viste le peculiarità storico e artistiche del monumento, il progetto di conservazione e valorizzazione è stato vagliato dalla Soprintendenza, che ne ha seguito l’evoluzione per gli aspetti di competenza.

Porta Nuova prima dei restauri

Completata la parte esterna, l’attenzione può spostarsi all’interno, più di 3 mila metri quadrati di superficie da ripulire e riprogettare, per rendere la Porta omogenea e usufruibile, attraverso un progetto che la renda visitabile in sicurezza, tetto compreso.

Un recupero davvero bellissimo e naturale, che ha ridato a Porta Nuova il suo antico splendore ma preservandone le caratteristiche originali – ha detto il sindaco-. E’ un intervento a cui tenevamo parecchio e che abbiamo realizzato nonostante i mesi di difficoltà legati alla pandemia. Anche questo è un segnale di ciò che stiamo facendo per restituire ai veronesi e ai tanti turisti che arriveranno una città sempre più bella e fruibile. Ricordo che erano davvero decenni che non si interveniva su questo monumento, negli anni passati ci si limitava a qualche pulizia o a liberare la Porta dalle erbacce. Questo è uno dei simboli cittadini, il biglietto da visita per chi arriva a Verona, era impensabile lasciarlo nell’incuria. Valore aggiunto del progetto è che, grazie alla formula della sponsorizzazione, non è costato un euro all’Amministrazione. Ora possiamo concentrarci su come renderla fruibile e valorizzarla ancora di più”.

“Dopo un breve stop forzato durante il lockdown, i lavori su Porta Nuova sono ripresi spediti per recuperare il tempo perso – spiega Zanotto, assessore ai Lavori Pubblici-.E’ stato fatto un lavoro senza precedenti, tenendo conto che avevamo a che fare con un monumento di elevato pregio e per il quale sono state necessarie le dovute cautele. Stiamo giù ragionando sugli interni, su come procedere per un restauro che riguardi Porta Nuova nella sua totalità, l’ideale sarebbe utilizzare la formula della sponsorizzazione anche per questi spazi. L’obiettivo finale è certamente quello di aprire il monumento al pubblico”.

Quando un anno fa sono arrivato a Verona, la Porta era già impacchettata per il restauro – ha aggiunto il soprintendente Tinè-. Oggi la vediamo finalmente sgombra dai ponteggi, che tuttavia hanno consentito un lavoro davvero curato, filologico, complicato, che è stato strettamente seguito dai nostri funzionari insieme al Comune e alle ditte incaricate. Condivido la prospettiva dell’Amministrazione di farla diventare di nuovo ‘porta’, una sorta di hub veronese in cui si prende contatto con la storia della città”.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

La Giornata della Memoria a Verona

Il carro della Memoria in Piazza Bra, a Verona

Il carro della memoria staziona in piazza Bra, di fonte al Liston. Vi rimarrà fino al 30 gennaio, per ricordare il Giorno della Memoria, ciò che tale ricorrenza rappresenta e in particolare i veronesi morti nei campi di concentramento e sterminio.

Quest’anno, a causa del Covid, il carro non sarà aperto al pubblico, perciò non verrà montata la scala di accesso. Tuttavia il vagone ferroviario rimarrà in piazza Bra fino al 30 gennaio, un simbolo silenzioso per ricordare tutte le vittime dell’Olocausto.

Come accaduto per tutte le cerimonie ufficiali celebrate durante l’emergenza sanitaria, anche le iniziative in programma per il Giorno della Memoria saranno in forma ristretta, in presenza delle sole autorità istituzionali, come previsto dalle misure per il contenimento del virus.

Mercoledì 27 gennaio alle ore 9 sarà deposta una corona al monumento ai Deportati in piazza Bra. Le autorità si sposteranno poi in Gran Guardia dove si susseguiranno gli interventi ufficiali di Prefettura, Comune e Consulta scolastica provinciale. Sarà poi il turno dell’oratrice ufficiale, Camilla Brunelli; a seguire la proiezione del video “Il Balente” dedicato a Vittore Bocchetta, realizzato da ANED e dai ragazzi e ragazze del servizio civile presso ANED. La cerimonia si concluderà con il canto della preghiera ebraica per le anime dei defunti El Male Rachami, a cura del cantore della Sinagoga di Verona Angel Harkatz.

Non sarà possibile partecipare alla cerimonia, che sarà trasmessa in streaming sia sul portale del Comune di Verona che sulle pagine dell’Ufficio Territoriale del Governo di Verona.

Nel pomeriggio, a partire dalla 15, ci saranno le deposizioni delle corone di alloro al Cimitero Ebraico in via Badile; a seguire al Sacrario del Cimitero Monumentale e infine sotto la scultura “Filo spinato” in piazza Isolo.

La cerimonia quindi si terrà in forma ristretta, alla presenza delle sole autorità istituzionali, ma sarà trasmessa in streaming sia sul portale del Comune di Verona che sul sito della Prefettura. Tutti i cittadini, quindi, potranno prendere parte alla commemorazione, anche se a distanza.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Torre della Catena tornerà a vivere

Era il casello Nord di Verona nel Milletrecento, quando l’allora autostrada era il fiume Adige. Chi arrivava in città doveva pagare il dazio e solo allora poteva oltrepassare la catena che dalla Torretta al centro del fiume veniva tesa tra l’argine destro e quello sinistro. Torre della Catena, a pochi metri da ponte Risorgimento, prende il nome da qui, dalla funzione per la quale è stata costruita nel XIV secolo come parte del sistema difensivo.

È forse l’unico edificio storico rimasto intatto e integro durante i secoli, l’unico che ha resistito alle distruzioni e ai bombardamenti delle guerre mondiali. Uno stato di conservazione che ha quasi dell’incredibile, se si pensa che ad ogni piena dell’Adige viene parzialmente sommerso. Lo stato di salute di Torre della Catena è oggetto di analisi e verifiche da parte degli uffici dell’Edilizia monumentale. Dal dicembre 2019, infatti, a seguito dell’accordo di valorizzazione stipulato con l’Agenzia del Demanio, il manufatto è diventato a tutti gli effetti di proprietà del Comune, che può disporne liberamente l’utilizzo.

Un’opportunità che l’Amministrazione è intenzionata a cogliere e valorizzare, rendendo Torre della Catena fruibile e facendola conoscere a cittadini e turisti.

Ciò anche in virtù del masterplan per la valorizzazione del sistema difensivo cittadino che sarà redatto nei prossimi mesi e che sarà inserito nella Variante 29, di cui mura, forti e bastioni rappresentano un tassello qualificante.

Si procede per step. È stato verificato lo stato di salute dell’edificio, con il sopralluogo organizzato sul posto con i gommoni del Canoa Club, che si è reso disponibile a traghettare il gruppo di lavoro. Sul mezzo acquatico sono saliti gli assessori all’Edilizia Monumentale Luca Zanotto e alla Pianificazione urbanistica Ilaria Segala, insieme ad alcuni tecnici degli uffici muniti degli strumenti per effettuare i rilievi necessari.

Ma già da un primo esame ad occhio nudo è emerso che Torre della Catena gode di buona salute, a livello strutturale come di conservazione. Le reti apposte una decina di anni fa dal Genio Civile lo hanno riparato dal degrado, salvaguardandone anche la stanza interna. Le uniche criticità sono rappresentate dai grossi rami che si sono depositati sul fiume e che potrebbero danneggiare le fondamenta, e la mancanza di un attracco sicuro e agevole, che andrà certamente studiato e concordato con la Soprintendenza in base alle progettualità che verranno studiate per riqualificare la struttura.

Soddisfatti di ciò che hanno visto durante il sopralluogo gli assessori Zanotto e Segala.

È stata davvero una piacevole sorpresa vedere il buono stato di conservazione in cui si trova la Torre – ha detto Zanotto -. Sono secoli che questo piccolo edificio militare sopporta la piena dell’Adige, con le acque che ogni volta ne invadono la stanza interna. Una resistenza davvero notevole, tanto che è forse uno dei pochi beni originali che si è conservato intatto nel corso dei secoli. Il passaggio definitivo dal Demanio al Comune ci permette di poterlo valorizzare, prima era però necessario capirne lo stato di conservazione e valutare eventuali interventi di manutenzione. Il sopralluogo ha certificato che l’edifico è a posto, faremo altri rilievi ma i dati raccolti sono sufficienti per iniziare a progettarne la valorizzazione. Tenerlo fermo vuol dire lasciarlo al deterioramento del tempo, un’ipotesi che non vogliamo contemplare. Valuteremo come renderlo fruibile al meglio, tenendo conto delle sue caratteristiche e delle potenzialità dal punto di vista turistico”.

“Torre della Catena rientra nel sistema fortificato di Verona per il quale l’Amministrazione ha intrapreso un importante processo di valorizzazione – ha aggiunto l’assessore Segala -. Anche questo edificio militare sarà quindi inserito nella Variante 29 e nello specifico masterplan che approfondirà i dettagli e le nuove destinazioni d’uso per valorizzare al meglio questi elementi storici e renderli fruibili ai cittadini, molti dei quali ne ignorano ancora l’esistenza o l’esatta collocazione all’interno del tessuto cittadino. Valuteremo insieme alla Soprintendenza quali finalità si addicono meglio per Torre della Catena, di sicuro va studiato un attracco più agevole, che permetterebbe di usare l’edificio a scopi dimostrativi e turistici”.

Cenni storici

La Torre della Catena è un edificio militare costruito nel corso del XIV secolo sul letto dell’Adige come parte del sistema difensivo scaligero della città di Verona. La torre, ora in disuso, si trova tra il ponte Catena e il ponte Risorgimento.

Tra il 1321 e il 1325 il principe veronese Cangrande della Scala commissionò al maestro Calzaro l’edificazione della cinta muraria di destra Adige, che si attestava sul fiume in prossimità di una più antica cortina che proteggeva il borgo di San Zeno, lungo la quale si apriva tra l’altro, in prossimità del fiume, l’antica porta Fura.

Pochi metri all’esterno della porta, la cortina turrita scaligera si protende ad angolo per formare lo sperone sporgente sulla riva fluviale, che sosteneva un capo della catena di sbarramento a monte della città. Una torre costruita nel mezzo del fiume, sosteneva gli altri capi della catena. Questa, che serviva per il controllo militare e doganale, garantiva lo sbarramento alle imbarcazioni che navigavano sull’Adige provenienti da nord: poteva essere alzata a filo d’acqua, quando di notte non si voleva che le merci entrassero in città. Il sistema di catene era ancora in funzione durante l’amministrazione della Repubblica i Venezia, per impedire il contrabbando o per evitare atti militari ostili. L’assetto definitivo venne raggiunto nel 1840.

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

L’età del jazz

Finita la prima guerra mondiale, alla quale gli Stati Uniti parteciparono dall’aprile 1917, l’unico Paese che si ritrovava florido erano proprio gli U.S.A. che approfittarono della nuova presenza sul panorama politico ed economico mondiale per attivare le proprie attività economico-finanziarie. Il Paese, infatti, non aveva vissuto episodi bellici sul proprio territorio che si trovava senza danni, con le fabbriche in piena attività. La produzione industriale, infatti, era stata ben ripagata dalla guerra, ed ora era impegnata a rifornire i Paesi europei bisognosi di tutto. Inoltre, la catena di montaggio, ben applicata da Henry Ford alla produzione di automobili, ad esempio, garantiva la realizzazione di utilitarie per la famiglia tipo americana a basso prezzo. L’acquisto dell’auto, al quale si aggiungevano la radio e gli elettrodomestici, poteva essere effettuata con pagamenti a rate, assoluto volano per l’economia. La società americana si vide in un momento di lusso e agio impensabili solo pochi anni prima e nacque, così, l’idea dell’American way of Life, stile di vita americano che ebbe effetti in tutto il mondo.

Contemporaneamente la produzione agricola iniziò a pieno regime, dato che le forniture per l’Europa erano sempre maggiori, grazie anche ai piani di prestito economico quinquennali messi in atto dai governi. Pertanto, anche il comparto agricolo americano, molto sviluppato, visse un’epoca di prosperità. Il periodo che va dalla fine della guerra al 24 ottobre 1929 si chiama “anni ruggenti”, con notevole sviluppo dell’industria culturale, soprattutto editoriale, la nascita di nuovi giornali, la produzione di letteratura di pregio, di film trasmessi nei nuovi cinema, compresi i nuovi cortometraggi di Walt Disney (che produsse il primo lavoro con protagonista Topolino), e notevole impulso alla musica, grazie al più alto tenore di vita degli americani. In quegli anni, i neri americani, ancora discriminati, cominciarono a farsi conoscere come ottimi musicisti e strepitosi cantanti, tanto che si diffuse la moda di andare ad assistere alle loro performance anche in locali vietati perché in aree ghettizzate. I bianchi più aperti cominciarono ad amare il nuovo genere musicale che più diffusamente si ascoltava negli Stati del Nord, e che soprannominò gli “anni ruggenti” come “età del jazz”. Saranno gli anni in cui il grande autore Francis Scott Fitzgerald pubblico “Il grande Gatsby” e che videro il cambiamento di ruolo della donna, più presente nella vita pubblica, a completamento dell’impegno suffragista degli anni precedenti al conflitto soprattutto. Il periodo di sfolgorante vitalità per gli Stati Uniti non significava che tutta la popolazione ne beneficiasse. Era il caso, appunto, degli afro-americani che erano discriminati e ghettizzati ancora, così come fu il periodo che vide la nascita della setta segreta razzista Ku Klux Klan. Nel frattempo, alla luce del maggior potere d’acquisto, molti soggetti trascorrevano il tempo libero nei bar, aumentando il tasso di alcolismo contro il quale si schierarono alcune confessioni religiose protestanti, gli industriali compreso Ford, e buona parte della popolazione. Il forte dibattito che ruotava intorno al problema scaturì il Volsted Act, la legge che proibiva il consumo e successivamente la produzione e la vendita di alcolici. Una delle peggiori leggi mai varate, perché portò alla nascita del contrabbando su larga scala e al potere delle bande di gangster che diverranno famose intorno ai nomi di Al Capone e di Lucky Luciano.

Alessia Biasiolo

Il castello di Brescia “Luogo del cuore” FAI 2020

Particolare del castello di Brescia, plastico ferroviario ospitato in una delle sale del maniero

Ha raggiunto il terzo posto nella votazione, con 35.049 voti, lo spettacolare castello di Brescia, vera e propria macchina da guerra che da secoli domina il colle Cidneo cittadino. Già da tempo il castello era tra le segnalazioni degli italiani al FAI, ma stavolta la mobilitazione è stata corale, per ottenerne l’ingresso nella terna di siti degni di ricevere aiuto economico per il progetto di potenziamento in essere. Il complesso del castello bresciano è molto vasto e articolato in una serie di servitù militari, ampliate nei secoli e ricche di torri, camminamenti, stanze, depositi di armi munizioni e polvere da sparo. Il castello era stato reso autonomo in caso di assedio, con depositi di cibo, tra cui olio, e acqua, spazi per la guarnigione e i cittadini che vi cercavano rifugio, nonché abbastanza ampio per tenervi animali, da mangiare e per muoversi. Le mura merlate lo dichiarano visconteo, ma sono evidenti i poderosi interventi dei dominatori veneti, tanto quanto rilevanze di epoca romana, e si pensa anche precedenti. Luogo triste durante la presenza francese, ricordata soprattutto dal terribile Sacco di Brescia cinquecentesco, ma altrettanto funesta fu la dominazione austriaca, con la triste tanto quanto eroica epopea delle Dieci Giornate. In castello, infatti, vennero uccisi i rivoltosi cittadini che gli austriaci riuscirono a catturare e lì furono seppelliti, fino al trasferimento solenne dei resti nel camposanto di Via Milano chiamato Vantiniano, anni dopo il 1849. Viene definito “un unicum nello scenario italiano per dimensioni, ampiezza di aree verdi e posizione” ed ora potrà utilizzare i 30mila euro della posizione “di bronzo” della classifica che ha visto vincitore, al primo posto, castello e parco di Sammezzano a Regello (Firenze) e la ferrovia delle meraviglie Cuneo-Ventimiglia-Nizza secondo, mentre al quarto posto della gara, distanziata di quasi 10mila voti, c’era la Via delle Colleggiate di Modica.

Negli anni a mantenere vivo il castello di Brescia, oltre che ad ispezionarlo e pulirlo da erbacce e detriti di ogni sorta, ci hanno pensato gli speleologi dell’Associazione Speleologica Bresciana, che ha sempre organizzato visite didattiche per i meandri chiusii solitamente al pubblico.

Il potenziamento vorrebbe la realizzazione di un ascensore e altre opere che permettano, rispettando la struttura storica, di usufruire sempre di più non solo dello splendido panorama che si gode dalle altezze del castello, ma anche della deliziosa brezza estiva.

Alessia Biasiolo

Morire di virus in guerra

Nell’ottobre del 1918 iniziò quella che ricordiamo come la Battaglia di Vittorio Veneto che vide l’Italia riscattare la disfatta di Caporetto dell’anno precedente e, anche a costo del sacrificio dei ragazzi più giovani, nati nel 1899, vincere la Grande Guerra piegando il nemico austriaco. Quando i fanti entravano vittoriosi a Trento e a Trieste, portando il tricolore a sventolare laddove ancora non era arrivata la redenzione italiana, iniziava già a serpeggiare quella che diventerà famosa come la febbre spagnola. Dopo una guerra devastante, il mondo doveva fare i conti con un’epidemia influenzale senza precedenti, che colpì 500 milioni di persone causandone la morte di almeno 50milioni, il 3-5% della popolazione mondiale.

Chiamata spagnola perché si ebbero le prime notizie mediche dalla Spagna dove l’epidemia venne subito presa sul serio e messa sotto controllo, sembra abbia avuto origine negli Stati Uniti, diffondendosi soprattutto tra i militari che, poi, la portarono in Europa contribuendo a diffonderla rapidamente. In Francia, infatti, cominciarono a registrarsi casi in un ospedale militare, con febbre molto alta ed elevata mortalità, già alla fine del 1917, quando negli USA non erano stati circoscritti i casi manifestatisi in caserme e addirittura a New York, dove il virus sembra circolasse già dalla primavera. In Europa, le condizioni di guerra e anche degli ospedali da campo, l’uso di armi chimiche, la promiscuità non solo dei soldati, ma anche con animali, soprattutto in trincea, probabilmente contribuirono a mutare i virus influenzali, anche se non è escluso che il processo abbia avuto luogo in altre zone, per poi arrivare in Europa. Non è escluso che, come anche per altri casi, il virus della spagnola si sia evoluto da un virus aviario per poi mutare l’emoagglutinina e la neuramidasi in ceppo umano, anche se senz’altro l’alta virulenza della spagnola è da attribuirsi alle precarie condizioni di vita del tempo. Dopo anni di guerra, mancanza di cibo e denutrizione, scarsa igiene anche tra la popolazione per mancanza di acqua potabile o di accesso ad essa, abitazioni distrutte, miseria, ammassamento degli sfollati: tutto si sommava alla condizione dei militari e, quindi, alla probabilità che l’influenza tipica dei mesi invernali, portasse a peggiorare le condizioni di salute della popolazione mondiale.

L’impatto dell’influenza spagnola comportò la necessaria costruzione di ospedali di emergenza, da campo, dove ospitare le persone malate, molte delle quali non sopravvissero, così come vennero adibite a luoghi di cura strutture come scuole o chiese. Una delle particolarità fu che, se solitamente i più colpiti dall’influenza sono anziani e bambini, la spagnola del 1918 colpì prevalentemente persone giovani, come se non fossero mai entrate in contatto con un virus similare, se non lo stesso, tanto da non esserne per niente immuni, pertanto più esposte agli effetti nefasti del contagio. Bisogna inoltre considerate anche i frequenti viaggi motivati dalla guerra che portavano le persone a spostarsi più che in altri periodi, pertanto diffondendo più facilmente il virus responsabile della pandemia. Nessun angolo del pianeta venne risparmiato dall’influenza spagnola, tanto nei continenti quanto nelle isole; particolarmente forte si manifestò tra i nativi americani.

L’allarme cessò verso i primi mesi del 1919, quando la diffusione dei casi si fermò, lasciando dietro di sé più decessi del conflitto mondiale stesso.

Alessia Biasiolo