Passeggiata per santuari 4. Roma

La madre di tutte le chiese è san Giovanni in Laterano, a Roma. Appena viene eletto un nuovo Papa, egli si deve recare in questa bellissima chiesa per prenderne possesso, essendo la cattedrale di Roma, di cui il Papa è vescovo. Accanto alla chiesa c’è il Palazzo del Laterano, sede del vicario del Papa, della curia e degli uffici pastorali della diocesi di Roma. L’interno della basilica è dominato dal ciborio monumentale che sovrasta l’altare maggiore, dietro al quale c’è un mosaico dorato del 1291; il ciborio dovrebbe custodire le reliquie di Pietro e Paolo, mentre per altri, reliquie preziose sono in altri altari. Si tratta di un pezzo della tavola dove san Pietro aveva celebrato la messa e il legno su cui Gesù aveva celebrato l’ultima cena. La chiesa è lunga 130metri, suddivisa in cinque navate. Nella navata centrale sono presenti le statue dei dodici apostoli, con un soffitto dorato a cassettoni. In questa basilica venne aperta la prima porta santa nel 1423, durante il Giubileo di quell’anno, indetto da papa Martino V. Qui c’è anche un frammento di affresco di Giotto che raffigura papa Bonifacio VIII, il papa che indisse il primo Giubileo della storia, nel 1300. L’antica porta trecentesca oggi è chiusa da una lastra di bronzo di Floriano Bodini, discepolo di Messina, collocata tra gli stipiti durante il Giubileo del 2000. La Scala Santa si trova dall’altro lato della Piazza del Laterano: una scala di 28 gradini che si percorre soltanto in ginocchio, secondo la devozione portati a Roma da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, nel 326. Dovrebbero essere i gradini del palazzo di Pilato, percorsi da Cristo durante il suo calvario. Salita la Scala Santa si arriva alla Cappella dei Papi, il Sancta santorum, dove si prega l’immagine del Santissimo, filo conduttore di tutta la visita alla basilica laterana. Bellissima anche la facciata della chiesa realizzata da Alessandro Galilei nel 1732, dove troneggia la statua di Cristo Risorto.

Da San Giovanni in Laterano si può andare a visitare la basilica di San Pietro, ammirando le 284 colonne doriche sormontate da 140 statue di santi che compongono la piazza del Bernini. Lo spazio era stato pensato per le celebrazioni e studiato come un abbraccio a tutti coloro che arrivano nella chiesa madre della cristianità. Splendore del Barocco, l’interno della basilica è ricco di opere d’arte. L’altare della Cattedra di Pietro con la famosa vetrata dello Spirito Santo; il baldacchino con le colonne tortili di Bernini che protegge l’altare delle celebrazioni sopra la tomba di Pietro, raggiungibile scendendo una scalinata. Famosa anche la statua di San Pietro in Cattedra, pare di Arnolfo di Cambio, con il piede consunto dalla devozione dei fedeli che la toccano passandovi davanti. E forse ancor più famosa è la stata della “Pietà” di Michelangelo, completata dallo stesso quando aveva solo 23 anni. Nella chiesa si trova anche la tomba di Giovanni Paolo II. La cupola di San Pietro, detta il cupolone dai romani, è enorme. 42 metri di diametro, 130 di altezza, progettata da Michelangelo che qui lavorò fino alla morte, avvenuta nel 1564. La cupola è stata finita nel 1593.

 

Alessia Biasiolo

Passeggiata per santuari 3. L’abbazia riconsacrata da Paolo VI

L’abbazia di Montecassino sorge su un colle di 500 metri di altitudine in provincia di Frosinone. La chiesa abbaziale è il cuore del complesso, davanti alla quale c’è un chiostro dei benefattori con le statue dei papi che ne sostennero la costruzione. Il chiostro inferiore è del Bramante, collegato con una scala monumentale a quello superiore. La Loggia del Paradiso permette di vedere il panorama della vallata del Liri. Il chiostro d’ingresso sorge dove Benedetto fondò il primo monastero e dove scrisse la sua regola che è alla base del monachesimo occidentale; lì il corpo di Benedetto riposa, sepolto in una cripta. Benedetto giunse a Montecassino dopo aver lasciato Subiaco, dove era scampato ad un tentativo di avvelenamento forse subito da alcuni confratelli, pertanto il monastero risale al 529 e venne distrutto nel 577 dai Longobardi, poi sai Saraceni nell’883 e ancora da un terremoto nel 1349. Malgrado tutto, i resti di san Benedetto e di santa Scolastica non sono mai stati distrutti o traslati. I comandanti alleati durante la seconda guerra mondiale, pensando che l’abbazia fosse nascondiglio dei tedeschi, decisero di raderla al suolo bombardandola. Fu un errore strategico imperdonabile sia per la distruzione dell’abbazia, sia per la tattica militare, dato che l’operazione rallentò l’avanzata verso Roma. Era il 15 febbraio 1944 e tutto venne ridotto in polvere: un ordigno di contraerea si conficcò nei gradini davanti all’urna di bronzo che conserva i resti di san Benedetto e santa Scolastica, sotto l’altare maggiore, ma non esplose e i resti dei santi furono salvati. Dopo la guerra, l’abbazia è rinata dov’era e com’era, riconsacrata da papa Paolo VI il 24 ottobre 1964. Se prima l’interno della chiesa dedicata a Santa Maria Assunta e a San Benedetto era un trionfo del Barocco, la ricostruzione è stata fedele, con l’utilizzo di 80 tipi diversi di marmo compresi i frammenti che si sono riusciti a recuperare dopo il bombardamento. Sono andati perduti gli affreschi delle volte e quello della controfacciata, di Luca Giordano, ma oggi si può ammirare l’affresco “La gloria di San Benedetto” di Pietro Annigoni del 1979. Nella cappella di Maria Assunta, ricostruita con marmi originali, c’è l’unica tela salvatasi dalla distruzione, un dipinto di Paolo De Matteis del 1690. Il coro di legno di noce che chiude la navata, del 1692-1708, è stato riportato all’antico splendore. Le pareti lasciate bianche vogliono ricordare la tragedia della guerra. L’abbazia è aperta tutto l’anno e i monaci la fanno visitare su prenotazione. Il Museo è ricco di opere d’arte e di testimonianze sul bombardamento e la ricostruzione.

 

Alessia Biasiolo

Passeggiata per santuari 2

La cattedrale è la chiesa principale di Bari, in pieno centro della città vecchia e sede dell’arcivescovo metropolita di Bari-Bitonto, a poche centinaia di metri dalla basilica di San Nicola. La cattedrale sorge sul luogo di un antico duomo bizantino distrutto nel 1156 dal re di Sicilia Guglielmo I il Malo, che rase al suolo la città risparmiando solo la basilica di San Nicola. Sotto gli Svevi, nel 1171, il vescovo Rainaldo fece costruire, sulle rovine del duomo, la cattedrale attuale, consacrata a Santa Maria Assunta il 4 ottobre 1292. Il nome abituale con il quale viene chiamata la chiesa è Duomo di San Sabino. All’interno è stato riportato l’aspetto romanico originario dopo un imponente restauro degli anni Sessanta.

La navata è retta da colonne bizantine; il ciborio sopra l’altare maggiore è del 1233, opera di Alfano da Termoli. Il fonte battesimale è in pietra antica. Nella cattedrale viene venerata l’icona bizantina della Madonna Odegitria (dal greco “la madre che indica la via della salvezza”), sull’altare maggiore della cripta dove venne incoronata il 26 febbraio 1984 da papa Giovanni Paolo II; nella cripta sono conservate anche le reliquie di san Sabino, vescovo di Canosa, traslate nel 950 a Bari.

Sotto la navata centrale si trova il sito archeologico sistemato nel 2009: si tratta di un’antica chiesa paleocristiana del V secolo, con il cosiddetto mosaico di Timoteo del V-Vi secolo. Vicino si può visitare il Museo della Cattedrale.

La Madonna è venerata anche a Pompei, nel santuario della Beata Vergine del Rosario, l’immagine della quale viene supplicata due volte l’anno sul sagrato della chiesa per dare la possibilità a tutti i fedeli arrivati da tutta la Campania di assistere alla preghiera. La prima pietra della chiesa venne messa l’8 maggio del 1887 grazie a Bortolo Longo che sentì, ad un certo punto della propria vita, una voce dirgli: “Se vuoi la salvezza propaga il Rosario. Chi lo fa si salva”. Il primo miracolo avvenne nel 1876, quando una bambina di dodici anni di Napoli guarisce dall’epilessia; poi la costruzione del santuario, al quale guardano fedeli di tutto il mondo, e di molte opere di carità che vi gravitano attorno.

Secondo la tradizione, poi, la casa della Vergine è in Italia. Infatti, nel maggio 1291, per salvarla dalla conquista dei turchi, gli angeli trasportano la casa di Maria da Nazareth a Tersatto, in Croazia. Da lì, prese il volo il 9 dicembre 1296 per arrivare vicino a Recanati, su un colle ricco di alloro e per questo chiamato Loreto. Recenti studi confermano che i mattoni delle pareti della casa e la malta che li tiene uniti, provengono dalla zona di Nazareth e gli storici ritengono che l’edificio potrebbe essere stato davvero la casa di Maria, forse smontata e trasportata via nave per sottrarla all’arrivo dei turchi in Terrasanta.

È per questo che la festa della Vergine lauretana è anticipata dalla cosiddetta “Venuta” che si celebra nella notte tra il 9 e il 10 dicembre, per una tradizione molto antica che si fa risalire al 1617, quando il cappuccino Tommaso da Ancona promosse l’accensione di falò in tutte le campagne delle Marche e limitrofi per salutare l’arrivo della Santa Casa, tradizione che permane tuttora.

La basilica-santuario pensata per custodire la Santa Casa è iniziata nel ‘400 in stile gotico per finire in stile cinquecentesco con una facciata rinascimentale: contiene al suo interno, sotto la cupola costruita tra il 1499 e il 1500 da Giuliano da Maiano e Giuliano da Sangallo (al tempo la seconda cupola più grande del mondo dopo quella di Brunelleschi del duomo di Firenze), un secondo santuario cuore della devozione lauretana, la Santa Casa di Maria trasportata da Nazareth; essa è rivestita da un involucro architettonico di marmo progettato da Donato Bramante nel 1509 per volere di papa Giulio II e realizzato da Andrea Sansovino. Le pareti originarie della casa misurano 9 metri per 4; sull’altare c’è la statua della Vergine di Loreto con in braccio Gesù Bambino che sostituisce l’originale del XIV secolo distrutta da un incendio; è stata scolpita in legno del Libano proveniente dai giardini vaticani e donato da papa Pio XI. È la patrona dei viaggiatori in aereo, come venne proclamata da Benedetto XV il 24 marzo 1920, e la principale patrona delle Marche.

(continua)

Alessia Biasiolo

Passeggiata per santuari

La stagione si presta per le escursioni vicino o fuoriporta e il pretesto che prendiamo sono i luoghi di fede e i santuari italiani, motivo di gite o pellegrinaggi, per chi crede o è curioso, ma anche per conoscere e approfondire la storia patria.

Iniziamo dal Sud, precisamente da Palermo, dove la cattedrale dedicata alla Vergine Assunta, in pieno centro storico, custodisce le spoglie di Federico II di Svevia, di Ruggero II, di Costanza d’Altavilla figlia di Ruggero e madre di Federico (compare anche nella “Divina Commedia” di Dante), di Costanza d’Aragona moglie di Federico, tra gli altri. La cattedrale è stata dichiarata nel 2015 Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO nel percorso tra le grandi architetture testimoni delle culture che hanno dominato la Sicilia: l’arabo-musulmana e la normanna-cattolica. Infatti, dove sorge la chiesa, già c’era un luogo di culto cristiano ai tempi dell’impero romano, e le più antiche strutture arrivate sino a noi sono nella cripta, di origine bizantina. L’edificio venne trasformato in moschea durante la dominazione araba e con i normanni acquisì l’impianto generale attuale esterno, mentre l’interno è stato rifatto nel Settecento, sotto la dominazione borbonica. La navata della cattedrale risale al 1184, la cupola alla fine del Settecento. Nel 2013 ha accolto le spoglie di don Pino Puglisi, assassinato dalla mafia nel 1993 e dichiarato beato. L’ingresso alla chiesa è libero; quindi ci sono da visitare le aree monumentali del tesoro, la cripta, le tombe reali e la passeggiata sui tetti con biglietto d’ingresso.

Sulle rocce del Monte Pellegrino, il promontorio che separa la città dal mare, invece, ci sono le grotte abitate da santa Rosalia. Figlia dei conti Sinibaldi, Rosalia è nata a Palermo verso il 1130 e sceglie molto giovane di diventare eremita. Cerca il silenzio delle grotte del bosco di Santo Stefano di Quisquina per dodici anni e poi di Monte Pellegrino per altri otto, per meditare e pregare fino alla morte, avvenuta intorno al 1165. La statua posta nel santuario a lei dedicato la ritrae con una mano dietro l’orecchio, nella posizione di invito all’ascolto e di ascolto in cui sono state trovate le sue ossa. Il suo corpo è rimasto sul Monte, definito da Goethe il più bello del mondo, sino al 15 luglio 1624, quando una donna lo scoprì, dopo che Rosalia era apparsa al popolo per indicare dove lo avrebbe trovato. Il vescovo del tempo, Giannettino Doria, era scettico, quindi la santa confermò la veridicità del ritrovamento ad un saponaro del posto. Il 9 giugno 1625, mentre la peste affliggeva la città, una processione delle spoglie della santa per le strade di Palermo vide varie guarigioni e la peste finì il 15 luglio successivo. Rosalia viene proclamata patrona di Palermo. Il santuario nella roccia in via Pietro Bonanno, a circa 8 chilometri dal centro cittadino, è diventato luogo di studio sulla vita di Rosalia, luogo di culto visitato da cristiani e non e da non credenti. Vi si può salire a piedi dalla “Acchianata di Munti Piddirinu” e da lì si vede il golfo di Mondello e Palermo, l’Isola delle Femmine e Ustica. Al tramonto, le pietre diventano rosa.

(continua)

Alessia Biasiolo

 

Museo della Grande Guerra di Canove. Una visita da non perdere

Canove è una delle sei frazioni di Roana, una cittadina tra i boschi di conifere dell’Altopiano di Asiago. Ospita, presso la sede dell’ex stazione ferroviaria, un museo dedicato alla prima guerra mondiale che è un vero gioiello per organizzazione e modalità espositiva e per la preziosità dei reperti che ospita. Voluto nel 1972 da alcuni abitanti del posto che volevano diffondere la storia della prima guerra mondiale combattuta sull’Altopiano di Asiago, è un museo di ottimo pregio, che raccoglie una gran quantità di reperti molto belli, sia che si tratti di oggetti che di armi che di fotografie e carte topografiche: il museo è una visita da non perdere non soltanto per ricordare il centenario della Grande Guerra, ma per avere una visione chiara del conflitto non soltanto dal punto di vista italiano.

Il confine con l’Austria era molto vicino, infatti, e molti dei reperti esposti nelle teche provengono da ciò che è stato trovato in quota, che è stato donato dalle famiglie e dalla gente che ha sopportato il peso immane di una vera e propria tragedia. Il Ministero della Difesa ha poi donato due cannoni, vari fucili ed armi. Le fotografie sono originali, accanto a mappe, pagine di quotidiani dell’epoca e una vasta serie di riproduzioni delle tavole dell’artista Beltrame, edite da “Domenica del Corriere” in occasione del cinquantenario dall’ingresso in guerra dell’Italia.

Interessanti i ramponi da ghiaccio, le some e i basti dei muli, le racchette da neve per gli animali, sci e chiodi da alpinismo, un proiettile da 420 mm, il più grande calibro austro-ungarico usato in questa zona, alto 160 centimetri e contenente 70 chili di esplosivo. Ci sono le pompe per l’acqua potabile in trincea, fornelli, completi per cucina da campo, autopompe dei vigili del fuoco, materiali da medicazione sul campo, slitte anche con le coperte di pelliccia, divise, effetti personali come piastrine di riconoscimento, medagliette votive, lettere, pipe, monete, cartoline. Non mancano molte armi, elmetti di vario tipo e di varie appartenenze militari, circa duemila fotografie che permettono di capire l’organizzazione sul campo, la volontà aggressiva dei nostri nemici e la difficoltà di difesa, pur tuttavia eroica e riuscita da parte italiana.

Un museo altamente didattico, adatto ad essere visitato dagli studenti, ma visto con attenzione anche da molti turisti, italiani e stranieri, e da molti bambini, coadiuvati nella comprensione dai genitori.

Davvero un museo utile, ben fatto, con pezzi difficilmente trovabili altrove, ma organizzato come testimonianza viva, che parla attraverso oggetti veri, realmente usati dai protagonisti di quella che è diventata l’Europa unita.

 

Alessia Biasiolo

 

Visitare Villa Manzoni a Lecco

Interno di Villa Manzoni

Lecco è una ridente cittadina lombarda che si specchia su “quel braccio del lago di Como”, incorniciato da montagne che si prestano ad essere vissute da escursionisti arrampicatori per sentieri tracciati di vari gradi di difficoltà. E non si può pensare a Lecco senza riferimenti ad Alessandro Manzoni e al celeberrimo “I Promessi Sposi” che per le stradine dei bravi, per l’abitato di Pescarenico, per il lago e per i monti ai quali Lucia diede l’addio, nacque qui. Tappa privilegiata per gli amanti della letteratura è Villa Manzoni, edificio della famiglia di Alessandro dal Seicento, dove nacque suo padre che con il fratello ristrutturarono la villa per darle l’aspetto neoclassico attuale, con terreni circostanti a viti e a gelsi, fondamentali per l’allevamento, diffuso all’epoca, dei bachi da seta.

Alessandro Manzoni, autore de “I Promessi Sposi” (precisazione d’obbligo, dato che era omonimo del nonno), vendette la villa alla famiglia Scola nel 1818; rimase degli Scola fino al 1975, quando l’ultima erede la donò al Comune di Lecco perché ne rimanesse un museo.

La culla di Alessandro Manzoni

La visita porta ad atmosfere andate, ma anche a piccole delusioni contemporanee. Pur ospitando alcuni abiti del film televisivo prodotto nel 1989 e diretto da Salvatore Nocita, alcune copie di documenti interessanti, il plastico della zona con l’abitato di Pescarenico nel 1799, quadri che illustrano il paesaggio dal tempo di stesura del romanzo, un paio di arredi del battesimo del letterato, la sua culla posta nella sala detta “cucina” e che alla parete ospita anche cinque tele secentesche forse appartenenti allo studio di Pietro Manzoni, padre dello scrittore; stanze con fuochi e alcuni arredi originali di quando Manzoni vendette la villa, un lampadario in vetro di Murano acquistato da Giulia Beccaria, sua madre, tutto sommato non si respira il clima da ambiente manzoniano che ci si aspetta, trepidanti nell’andare a Lecco proprio per quello.

Curiosità intorno al celebre romanzo manzoniano

Alcune copie del romanzo in varie edizioni e pannelli che ricordano la storia di Manzoni e del romanzo, non tolgono che si potrebbe impreziosire la visita con copie recenti e non sdrucite dal tempo e dalla luce di vecchi documenti quasi illeggibili nelle teche; fotografie o immagini dei protagonisti della celebre vicenda, tratti da tante rivisitazioni; documenti o copie di documentazione d’archivio comunale dei tempi e molto, molto altro, dati i magazzini italiani zeppi di reperti (anche della storia risorgimentale che interseca i motivi delle opere del nostro) che non vedremo forse mai e che potrebbero essere chiesti in deposito per rendere più affascinante la visita ad un luogo che, comunque, ha un suo fascino, essendo non solo la casa dove Manzoni ha vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza, ma il centro attorno al quale la famosa storia letteraria è nata.

La sala numero VIII, o sala da pranzo, ha un bel soffitto a stucchi settecenteschi con scene delle quattro stagioni e propone alcune curiosità manzoniane, come la raccolta di punti con le figurine del romanzo, ma poco accattivanti per il visitatore meno preparato. Bella la cappella, mentre le cantine non vengono fatte visitare.

Al piano superiore, peraltro non accessibile a portatori di handicap, la Galleria comunale d’Arte propone interessanti opere degli autori locali o che hanno operato a Lecco. Adiacente la biblioteca specializzata sul territorio lecchese e la Lombardia.

Per quanto il personale addetto sia gentile, manca un certo appeal ad un luogo che potrebbe davvero essere magico, per fare respirare l’aria manzoniana davvero tra stanze nelle quali ci si immagina un personaggio perso a creare pagine che hanno rapito le esistenze di tante generazioni in tutto il mondo.

 

Alessia Biasiolo (anche per le foto)

 

 

Visitare Aquileia

 

Aquileia è un gioiello da visitare. Tutta la cittadina, ricchissima di resti romani, merita un’attenta passeggiata, a partire dalla Basilica all’ombra della quale riposa il cimitero monumento storico della prima guerra mondiale.

Colonia latina fondata nel 181 a.C. su un insediamento celtico da cui deriva il nome (forse perché sulle rive del fiume Aquilis o Akilis), avanzatissima scolta romana, venne nel tempo rinforzata di uomini e famiglie. Già nel 148 a.C. arrivava ad Aquileia la Via Postumia che partiva da Genova, e altre furono le vie importanti che lambivano o si diramavano dalla città; la Basilica stessa era costeggiata da una via romana. L’edificio custodisce uno dei più importanti complessi pavimentali a mosaico esistenti al mondo, di 760 mq come neanche Roma ne aveva; l’Aula Nord e l’Aula Sud appartengono ad un complesso fatto costruire dal vescovo Teodoro (inizialmente ancora in modo “clandestino”, una parte dedicato alla chiesa, quasi mascherata, e l’altro a luogo di cultura e studio), diventato lecito dopo l’Editto di Milano emanato da Costantino nel 313 d.C. L’aumentato numero di fedeli fece sì che le proporzioni del complesso diventassero sempre più vicine a quello che vediamo ora, frutto di vari rimaneggiamenti secolari, cinque, dopo la distruzione della prima chiesa, a seguito dell’incendio durante l’invasione di Attila nel 452, ma che mantenne quasi intatto il meraviglioso pavimento del quarto secolo, portato alla luce tra il 1909 e il 1912.

L’interno della Basilica misura 65×29 metri, è a croce latina, a tre navate divise da colonne romane di riporto, due transetti, presbiterio elevato, soffitto a carena di nave in stile gotico, immortale come la volle il patriarca Popone (1019-1042). Tra le scene, risaltano figure di fattura squisitamente elegante come i benefattori: una donna con il capo velato e gli occhi molto grandi, lo sguardo penetrante pur se col vestito dimesso, come a voler sottolineare l’importanza della bellezza interiore e non dell’esteriorità; lo stesso dicasi per un benefattore dallo sguardo fiero, il piglio che esce dalle tessere e arriva a noi con la vividezza del suo spirito. Varie persone in atteggiamento offertoriale, molti motivi floreali e di frutta, molti animali soprattutto uccelli di varia specie. Le offerenti portano primizie con scioltezza e gesti vivaci. La Pax romana, o Vittoria cristiana, è raffigurata da una ragazza bionda con le ali celesti, indossante una tunica talare smanicata e allacciata ai fianchi, le braccia ornate di braccialetti, una corona d’alloro nella mano destra e una palma nella sinistra, una corba piena di pane e forse accanto un’altra con dell’uva (il mosaico qui è rovinato), ad indicare come il simbolo romano sia stato cristianizzato. Sublime la storia di Giona, raffigurata nella sua interezza a rappresentare la morte e resurrezione di Cristo; la scena inizia, infatti, con Giona ingoiato da un mostro marino mentre un orante è presente sulla barca. Moltissimi i pesci attorno, anche in questo caso di varia tipologia e raffigurati con grande precisione; angeli tirano le reti intorno alla pietra sepolcrale di Poppone, mentre in un tondo si legge una dedica a Teodoro che fece la chiesa con il suo gregge, importante documento del 319, dopo la morte del vescovo, perché indica la presenza di una grossa comunità riunitasi attorno al suo pastore già prima che ci fosse l’autorizzazione dell’Editto milanese. Le tessere del mosaico, qui, sembrano voler imitare il guizzo dei pesci, mentre poi Giona si riposa beatamente all’ombra di un pergolato di zucche, con i pesci d’attorno che o scappano o lottano, quasi a simboleggiare la difficoltà di essere sopravvissuto al fondale marino e, quindi, alla vita e alla morte prima della beatitudine eterna. Bellissimo il Buon Pastore, rappresentato da un giovane vestito con una tunica con maniche, una mantellina rossa e calzari con fasce curali, sollevato da terra e con sulle spalle un agnello, mentre nella mano destra ha una siringa. Ai suoi piedi un altro agnello che lo guarda fiducioso. L’insieme del mosaico è stupefacente e lascia il visitatore ammaliato da una bellezza senza tempo e sopravvissuta a secoli di lotte e distruzione, testimonianza vivente (è proprio il caso di dirlo) di cosa la fede e l’amore per l’arte e la cultura possa fare. Dietro alla Basilica, il cimitero dei soldati della prima guerra mondiale, omaggiato da D’Annunzio che ne scrisse una dedica (Salmi 2, 1915), riposa nella quiete, mentre il campanile di 73 metri vigila amorevole.

Tra il 27 a.C. e il 14 d.C., sotto l’imperatore Augusto, Aquileia diviene il centro amministrativo ed economico più importante della X Regio Venetia et Histria, mentre durante l’impero di Diocleziano (284-305), la città diventa sede del comandante della flotta dell’alto Adriatico e del governatore della Venetia, così come nel 381 ospiterà il Concilio contro l’arianesimo condotto dal vescovo Ambrogio. Di tutto il fasto romano si conservano i resti in giro per la città, dove sono molti gli scavi ancora attivi, mentre i bellissimi musei sono carichi di testimonianze uniche. È il caso del Museo Archeologico Nazionale e Gallerie Lapidarie, tra i maggiori dell’Italia settentrionale, sorto nel 1882 nella villa austriaca Cassis Faraone, oppure il Museo paleocristiano di Monastero. Nel 1936, come si usava, è stato ricostruito il Foro romano, di forma allungata e ampio, ben 56×139 metri. Il colonnato era notevole, a sorreggere un portico sotto il quale si aprivano botteghe e luoghi d’incontro dove amministrare la giustizia, trattare affari ed esprimere la politica. Dove scorreva il fiume Natisone-Torre, il cui corso venne poi deviato, navigabile per una decina di chilometri, si ammira una banchina di circa 300 metri, in pietra d’Istria, con doppio piano di carico, vari magazzini, rampe e accessi alla città: era il porto fluviale che permetteva ad Aquileia di ricevere merci da tutto il bacino del Mediterraneo. Da lì le mercanzie proseguivano verso le varie parti dell’impero. Il fondo Cossar permise poi di ritrovare alcuni mosaici bellissimi, come “Europa sul toro”, ora conservati in un museo. Molte sono le sepolture di notevole fattura che si trovano in città e lungo gli assi stradali come quello della via Annia. Le sontuose sepolture monumentali risalgano al primo secolo dopo Cristo, ma non solo.

Una città di imparare e da non perdere.

 

Alessia Biasiolo (anche per credit fotografici)