La Mole Vanvitelliana, la casa di KUM! Festival

Fino a domani, domenica 18 ottobre, la Mole Vanvitelliana di Ancona ospita un’edizione speciale di KUM! Festival, la manifestazione dedicata alla cura e alle sue diverse pratiche con la direzione scientifica di Massimo Recalcati e il coordinamento scientifico del filosofo Federico Leoni, quest’anno in un’edizione particolare proprio sul tema della La Cura. Il simbolismo del luogo sarà amplificato da tre giornate di riflessione sull’emergenza socio-sanitaria in cui specialisti della clinica – psicoanalisti, psichiatri, medici – ma anche a filosofi, scrittori, architetti e virologi si occuperanno del drammatico momento attuale che il mondo vive con la pandemia, nella convinzione che solo analizzare e capire le dinamiche permette poi di guarire.

Ancona è stata sin dall’antichità uno snodo chiave per le attività commerciali e lo è ancora tutt’oggi grazie al suo rinomato porto turistico. Proprio nel porto della città è situata la Mole: iniziata da Luigi Vanvitelli nel 1732 su commissione di Papa Clemente XII e ultimata nel 1743, sorge su un’isola artificiale di forma pentagonale, una metaforica linea di continuità tra la terraferma e il mare aperto. Originariamente era un lazzaretto che salvaguardava la salute pubblica ospitando depositi e alloggi per merci e persone in quarantena che arrivavano al porto da zone ritenute non sicure: ecco perché fu costruito su un’isola artificiale fuori dal territorio cittadino. La Mole rappresenta, quindi, la casa ideale del festival, che quest’anno più che mai è emblema della Cura.

Delos (anche per le fotografie di Zitti)

 

I Giardini dell’Isola Bella a Stresa

I giardini dell’Isola Bella, nati per volontà dei proprietari Borromeo dell’Isola, come già abbiamo scritto, sono celebri nel mondo come giardini barocchi all’italiana, con decori, statue, varietà botaniche, fontane, obelischi che ne fanno una mostra a cielo aperto. Si visitano dopo essere entrati a Palazzo Borromeo e solo in questo modo si comprende come fossero un giardino di una casa, ma anche la volontà di estasiare e sorprendere gli ospiti ai quali, dopo le varie spettacolarità domestiche, erano riservati scorci panoramici unici, aree fresche dove camminare e riposare d’estate e dove ammirare la potenza dei padroni di casa, oltre alla loro cultura e alla loro volontà di interessarsi di ogni aspetto della vita.

Il Teatro Massimo, come veniva chiamato un tempo, è il monumento più importante del giardino, con statue di Carlo Simonetta che vanno dal 1667 al 1677. Al punto più alto la personificazione di Arte e Natura con l’Unicorno, simbolo araldico della famiglia Borromeo. L’Unicorno è cavalcato da Amore, o da Onore secondo altre versioni. Non mancano le statue che raffigurano il lago, Verbano, e i fiumi Ticino e Po. Ai lati del monumento le statue che rappresentano aria, acqua, fuoco e terra.

Di fronte al Teatro c’è il Giardino d’Amore, con siepi di bosso all’italiana e vasi di agrumi. La Serra Elisa, degli inizi dell’Ottocento, ospita piante esotiche e varietà botaniche rare. Non mancano le voliere con i pappagallini.

Dal 2002 i giardini sono inseriti nel circuito della Royal Horticultural Society.

 

Alessia Biasiolo

Palazzo Borromeo sull’Isola Bella

 La Sala Musica, dove si è svolta la Conferenza di Stresa nel 1935

Tra il patrimonio racchiuso nel bellissimo Palazzo dell’isola sul lago Maggiore, una citazione particolare la meritano la Sala della Musica, in cui spicca un pianoforte e, soprattutto, il tavolo attorno al quale, nel 1935, i rappresentanti del Regno d’Italia, di Gran Bretagna e Francia cercarono un accordo per contrastare le mire espansionistiche della Germania hitleriana in quello che verrà ricordato come il “fronte di Stresa”. La Sala delle due Alcove o detta anche della Regina, dall’aspetto originario come la Sala delle Medaglie e la Sala del Trono.

 

La Sala del Trono, particolare

Il Palazzo conserva decine di quadri di grande pregio, tra i quali copie dei maestri del passato, come di moda nei secoli scorsi, tra i quali Tiziano, Correggio, Raffaello e lo loro scuole. In modo particolare, le opere sono esposte nella Galleria Berthier del Palazzo.

Non mancano libri, arazzi, stucchi, marmi, statue che conducono al Salone Nuovo, dove è esposta la mostra, di cui già abbiamo scritto, su Vitaliano VI Borromeo.

Non manca un ricordo di Napoleone Bonaparte, in soggiorno sull’isola come furono numerose personalità dei secoli scorsi, tra i quali numerosi scrittori che hanno immortalato nelle loro opere e nei loro diari questo angolo di paradiso italiano. Pregevoli sono le raccolte di suppellettili e di arredi per la tavola, con ceramiche e vetri.

Tavolino dono di papa Leone XII

Interessante il tavolino rotondo intarsiato con motivi floreali, dono del papa Leone XII a Giberto Borromeo, ambasciatore dell’imperatore Francesco I d’Austria presso la Santa Sede nel 1825. Alcuni lampadari delle stanze sono in cristallo di Boemia, altri sono in vetro di Murano. Gli stucchi dei soffitti e delle pareti non mancano di interesse, in modo particolare quando riproducono i simboli della famiglia, come l’unicorno. Notevoli anche le collezioni di burattini e di giocattoli.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

Le grotte di Palazzo Borromeo

Particolare di una grotta

Palazzo Borromeo sull’Isola Bella di Stresa, chiamata un tempo Isola inferiore, sorge sui terreni che furono comperati da Giulio Cesare Borromeo già nel Cinquecento, essendo già proprietario della vicina Isola Madre, dove sorge un omonimo palazzo. Abitata da pescatori, l’isola prese il nome di Isabella d’Adda, moglie di Carlo III Borromeo, diventata poi Bella per semplicità. Con ulteriori acquisizioni, il conte divenne proprietario dell’intero isolotto, sul quale fece iniziare la costruzione del palazzo nel 1632, mentre iniziava la predisposizione per i giardini, creando dei terrazzamenti. Per questo fu necessario organizzare un trasporto di terra, dalla terraferma, con le barche, in modo da dare l’impressione che l’isola diventasse una nave nel lago Maggiore. I lavori dovettero essere sospesi a causa della peste che colpì il territorio, la famosa peste citata da Alessandro Manzoni, ma ripresero con Vitaliano VI e il fratello, il cardinale Giberto Borromeo.

 

La Venere di Vincenzo Monti

Interessanti una serie di stanze verso il giardino, decorate a grotta: sono sei ambienti illuminati dalla luce naturale che furono completamente ricoperti di ciottoli, madreperle, concrezioni, marmi e vari stucchi, per sorprendere gli ospiti alla moda del tempo. Nelle stanze era comodo trascorrere le calde giornate estive, data la frescura generata dai rivestimenti e dalla posizione che godeva della fresca brezza lacustre. La realizzazione completa degli ambienti impiegò più di un secolo e tutti i Borromeo che ereditarono il maniero proseguirono nella scelta di creare queste stanze curiose e stupefacenti. Vennero arredate con statue, una delle quali indiana dei primi secoli riproducente una divinità, oppure la Venere nuda di Vincenzo Monti, imitazione della Ninfa dormiente di Antonio Canova, che creò imbarazzo ai proprietari del Palazzo per le rimostranze di un ospite.

Particolare della Sesta grotta con la cavalcata e la Rocca di Arona

Una stanza racchiude un reperto antico, una piroga dell’Età del ferro ritrovata sulle sponde del lago Maggiore, accanto a teche contenenti urne cinerarie, vasellame e altri oggetti di antiche sepolture locali, oppure il modello dello storico Bucintoro veneziano. Non mancano statue di samurai, con la moda orientaleggiante di alcuni periodi, accanto alle bardature dei cavalli di famiglia. Li ammiriamo nella Sesta grotta, che conserva la cosiddetta “cavalcata” con stemmi Borromeo, Barberini e Odescalchi. Si tratta dei finimenti dei cavalli utilizzati dalla famiglia in occasione delle cerimonie ufficiali. Li utilizzò Giberto IV quando venne nominato vescovo di Novara nel 1713, poi Renato III Borromeo, in occasione del suo matrimonio, nel 1743, con Marianna Odescalchi. La Sala ospita anche il modellino della Rocca di Arona, distrutta da Napoleone Bonaparte nel 1800. Era la Rocca nella quale nacque Carlo Borromeo nel 1538, il futuro santo.

Alessia Biasiolo

La conquista dell’Impero e le leggi razziali tra cinema e memoria

1938, Diversi, Giorgio Treves

Il numero Venti degli Annali AAMOD è in uscita con un nuovo approfondimento tematico: sul catalogo online di Effigi edizioni è disponibile (e in libreria dai primi di settembre) la pubblicazione del volume “La conquista dell’Impero e le leggi razziali tra cinema e memoria”, realizzato in seguito all’omonima manifestazione svoltasi nel 2018 alla Casa del Cinema di Roma.

Si tratta di un numero monografico, coordinato da Paola Scarnati e a cura di Carlo Felice Casula, Giovanni Spagnoletti e Alessandro Triulzi, incentrato sulla memoria del nostro passato coloniale, tuttora disattesa in Italia. Nel ricordo e studio di tali momenti della nostra storia – tra imprese e asprezze – si tenta di recuperarne gli aspetti intrinseci per poter analizzare in maniera più consapevole la stessa complessa società contemporanea e di coglierne le sfide offerte al nostro vivere e convivere.

Il volume, strutturato in due parti – vuole dare un contributo significativo tanto sulla fisionomia dell’impero italiano nell’Africa Orientale quanto sugli apparati e gli stilemi del consenso. Nella prima parte sono infatti indagate le stratificazioni della memoria e degli immaginari in Italia e nel Corno d’Africa, con documenti che indagano sugli ambigui rapporti tra generi, abitazioni di coloni e sudditi, scuola e rapporti sociali filtrati e diffusi da un forte razzismo istituzionale. Nella seconda parte sono invece analizzati i film di maggior successo del pubblico di allora, insieme ai sorvegliati documentari e cinegiornali dell’Istituto Luce risalenti agli anni Trenta e Quaranta del XX secolo, e alla rinnovata attenzione dell’attuale produzione del cinema documentario e di finzione su tali temi e fenomeni.

Il volume è stato realizzato con il contributo della Direzione Generale Biblioteche e Diritto d’Autore – Mibact.

 

Elisabetta Castiglioni (anche per l’immagine)

 

 

Attraverso il DNA di Cangrande della Scala nuove verità storiche sulla sua vita e la sua morte

La falange di un piede ed un pezzo di fegato. Sono questi i campioni biologici acquisiti dai resti di Cangrande della Scala e su cui, per la prima volta, sarà effettuato uno studio completo del DNA. Un processo di esamina complesso che, attraverso i reperti di tessuto osseo e di tessuto epatico, conservati al Museo di Storia Naturale, permetterà di analizzare la sequenza genetica del Cangrande.

Il progetto di studio, che si concluderà nel 2021, sfrutterà quindi l’analisi del genoma, o più semplicemente della totalità del DNA, per supportare e integrare la ricostruzione storica della vita del grande scaligero, amico del poeta Dante Alighieri e, dallo stesso, celebrato in un canto della Divina Commedia.

Il gruppo scientifico dopo il prelievo del DNA di Cangrande della Scala

L’indagine storico-scientifica, denominata ‘Il genoma di Cangrande della Scala: il DNA come fonte storica’, rientra fra gli eventi celebrativi del settimo centenario della morte del sommo poeta ed è promossa dal Comune di Verona, attraverso i Musei di Castelvecchio e di Storia Naturale, insieme all’Università di Verona – Dipartimento di Biotecnologie, nell’ambito dei Joint projects cofinanziati dall’ateneo.

Lo studio prosegue il percorso d’indagine avviato nel 2004 dalla Direzione Musei d’Arte e Monumenti che, in collaborazione con le Soprintendenze territoriali competenti, l’Università degli Studi di Verona, l’Università degli Studi di Pisa, l’Azienda Ospedaliera di Verona, promosse e coordinò l’apertura dell’arca di Cangrande della Scala e la ricognizione dei resti al suo interno. Reperti ancora perfettamente mantenuti e corrispondenti a quelli ritrovati nell’apertura eseguita nel 1921 e documentata dalla stampa da negativo su vetro di Luigi Cavadini.

Le ricerche scientifiche avviate nel 2004 permisero l’acquisizione, da parte del Museo di storia Naturale, di alcuni campioni biologici della mummia del principe e una prima analisi riguardante la sua effettiva conformazione fisica, lo stato di salute e le circostanze che lo portarono alla morte. Allora, però, la ricerca sul DNA non fu possibile. Oggi, invece, grazie alle moderne tecniche e agli avanzati processi d’indagine è stata possibile l’estrazione di campioni di molecole sufficientemente integre da consentire l’analisi dell’intero genoma, riducendo al minimo gli artefatti e i danni dovuti a contaminazioni e all’età.

l prelievi dei campioni biologici sono stati eseguiti, in ambiente sterile, al Museo di Storia Naturale alla presenza dell’assessore alla Cultura Francesca Briani, del Rettore dell’Università di Verona Pier Francesco Nocini, del direttore dei Musei Civici Francesca Rossi e del genetista Massimo Delledonne, componente del Dipartimento di Biotecnologie dell’Università di Verona. Presenti, anche il Curatore della sezione di zoologia del Museo di Storia Naturale Leonardo Latella e il Curatore delle collezioni d’arte medievale e moderna del Museo di Castelvecchio Ettore Napione.

“Un momento emozionante – sottolinea l’assessore Briani –. Non capita tutti i giorni di poter tenere in mano dei reperti così preziosi e di poter far parte di un gruppo di lavoro che, per la prima volta, consentirà l’osservazione approfondita del DNA di Cagrande. Un secondo step di studio che, dopo l’acquisizione dei campioni realizzata nel 2004, completa il percorso di analisi sulla mummia del principe scaligero, dandoci la possibilità di scoprire nuove ed interessanti informazioni storiche sulla sua vita e, in particolare, morte. Il progetto scientifico è uno dei principali appuntamenti che saranno realizzati sul territorio cittadino in occasione delle celebrazioni dantesche”.

“Un progetto dallo straordinario interesse storico – precisa la direttrice Rossi –. Finalmente, i reperti custoditi dal 2004 dal Museo di Storia Naturale, potranno completare il loro percorso di analisi ed offrire, con dati scientifici certi, importanti novità sulla vita di questo illustre veronese”.

“Dopo la realizzazione del primo vero calco del cranio del Cangrande, che mi ha visto personalmente protagonista alcuni anni fa con la mia equipe medica – ricorda Nocini –, l’Università di Verona è coinvolta a pieno titolo in un nuovo straordinario appuntamento con la storia. Questa nuova analisi scientifica, infatti, chiarirà ulteriormente le importanti qualità fisiche del Cangrande che, per i suoi tempi, si tratta di un uomo del 1300, presentava una struttura fisica imponente, caratterizzata da un’altezza oltre il 1,70 e una struttura cranica di ampie dimensioni”.

“E’ una scommessa scientifica – dichiara il genetista Delledonne – che il Comune, con i suoi Musei Civici, e l’Università hanno accettato per rendere possibile un’indagine genetica davvero particolare. Questi frammenti, da cui sarà estratto il DNA del Cangrande, ci consentiranno infatti di tracciare un quadro genetico dell’uomo e un approfondita analisi sul suo stato di salute”.
Roberto Bolis (anche per la fotografia)

 

Una giornata a Palazzo Pianetti di Jesi

La visita di Jesi può occupare alcune ore, oppure alcuni giorni. Indichiamo le attrattive culturali principali di Palazzo Pianetti (via XV settembre, 10), sede dei Musei Civici, come il Museo Archeologico che presenta reperti secondo un ordine cronologico in tre sezioni, riservate alla Preistoria, la Protostoria e l’Età romana. Molti i pezzi interessanti, tra cui reperti della civiltà picena di Monteroberto e Castelbellino, con le fornaci di Campo Boario e le statue di età giulio-claudia scoperte a Jesi. Il museo si trova al piano terra del Palazzo, dov’erano le scuderie.

Palazzo Pianetti è un esempio di architettura settecentesca, iniziato su commissione della nobile famiglia Pianetti di Jesi. Venne ristrutturato nell’Ottocento per il matrimonio di Vincenzo Pianetti con una Azzolino. Al primo piano la Galleria degli Stucchi, uno dei massimi esempi di rococò dell’Italia centrale, e le stanze decorate con le Storie di Enea. Al secondo piano le sale e i salotti, le camere da letto e i bagni, tutto decorato con temi ottocenteschi. Il cortile interno vanta un bel giardino all’italiana. Al piano nobile anche la Pinacoteca Civica, con opere di carattere religioso dal XV al XIX secolo, provenienti anche da varie chiese cittadine, per depositi, lasciti, donazioni. Tra i vari quadri, un gruppo di opere di Lorenzo Lotto, databili tra il 1512 e il 1535. Interessanti anche i vasi del Settecento provenienti dall’antico ospedale di Jesi, circa duecento pezzi in ceramica.

La Gallerie d’Arte contemporanea ha una buona quantità di opere di pregio, dalla seconda metà dell’Ottocento fino ad oggi. Grazie al “Premio Città di Jesi-Rosa Papa Tamburi”, sono arrivate alla Galleria numerose opere, arricchite anche in occasione della mostra “La ruota del Lotto” del 1981, quando artisti come Pistoletto e Ontani lasciarono al museo alcune opere. Palazzo Pianetti è aperto dal martedì alla domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16 alle 19; orario continuato dal terzo sabato di giugno alla terza domenica di settembre, dalle 10 alle 19. Lunedì chiuso eccetto se festivo.

Jesi vanta anche la Casa Museo Colocci Vespucci, la Biblioteca Planettiana, il Museo per le Arti della Stampa, il Museo Federico II stupor mundi, il Museo Diocesano e le sale museali di Palazzo Bisaccioni.

 

Alessia Biasiolo

Il sacrario militare di Verona è aperto

Il sacrario militare di Verona, all’interno del cimitero monumentale, apre le porte alla città. Ogni secondo fine settimana del mese, il sabato e la domenica dalle 9 alle 18 (le 17 in inverno), il monumento che custodisce le spoglie di 3.915 caduti della Grande Guerra sarà visitabile a chiunque voglia riscoprire questo luogo di memoria e conoscere la storia e le storie legate alla vita e alla morte di migliaia di giovani soldati, non solo veronesi.

L’apertura è resa possibile grazie ad un protocollo d’intesa siglato tra il Commissariato generale per le onoranze ai caduti e l’ANA nazionale.

“Questo nuovo impegno ci riempie di orgoglio. Il sacrario militare di Verona è un luogo che merita di essere riscoperto. Dagli studenti e dalle scolaresche che studiano questo periodo storico ma non solo. Il nostro obiettivo è far conoscere a tutti il sacrificio dei nostri soldati e commemorarli. Dopo tanti anni, finalmente, iniziamo con l’apertura continuativa del sito: per ora è fissata a due giorni al mese ma a seconda delle richieste valuteremo come e quando implementare l’offerta”, spiega il presidente dell’ANA Verona Luciano Bertagnoli presentando l’iniziativa.

“Ministero della Difesa e Commissariato generale per le onoranze ai caduti, Comune e partecipate, Associazione nazionale alpini hanno operato in sinergia per valorizzare questo luogo sacro e i nostri caduti, per fare memoria e tenere aperto un monumento che altrimenti sarebbe accessibile solo a seguito di specifiche richieste”, plaude il tenente colonnello  Giuseppe Margoni del Commissariato generale per le onoranze ai caduti. Luoghi di raccoglimento e commemorazione, i cimiteri e sacrari militari in Italia sono circa 1.400, complessivamente 1.700 in tutto il mondo. E si tratta di spazi che ancora oggi, a distanza di decenni, ancora accolgono nuove spoglie che riemergono dai terreni di battaglia. Da inizio anno, solo sull’altopiano di Asiago, a fronte di lavori o anche di semplici escursioni, la terra ha restituito i resti di sei soldati della Grande Guerra. “È nostro compito prenderli in carico, fare rientrare le salme che ancora emergono all’estero, in Russia ma non solo. E dare loro degna sepoltura con gli onori militari”, spiega Margoni.

Gli alpini volontari dell’ANA Verona si alterneranno al Sacrario Militare anche per custodirlo e curarne la manutenzione ordinaria e saranno presenti con materiale informativo durante l’apertura. Il centro studi dell’ANA Verona, presieduto da Giorgio Sartori, è da anni in prima linea nella riscoperta dell’immenso patrimonio storico e umano che il sito rappresenta. Grazie a queste ricerche, “oggi di quei nomi e cognomi incisi sulle lapidi conosciamo anche paternità, luogo e data di nascita, reparto di appartenenza, luogo e data di morte di quei soldati. Il censimento ha certificato come la prima causa di morte non sia stata la battaglia in sé, quanto le epidemie dovute a condizioni di vita estreme. L’87% delle circa 4mila vittime ricordate al Sacrario Militare, sono infatti decedute a causa di malattie nei vari ospedali e ospedaletti da campo allestiti tra città e provincia”, ricorda Sartori.

ANA Verona

Passeggiata per santuari 4. Roma

La madre di tutte le chiese è san Giovanni in Laterano, a Roma. Appena viene eletto un nuovo Papa, egli si deve recare in questa bellissima chiesa per prenderne possesso, essendo la cattedrale di Roma, di cui il Papa è vescovo. Accanto alla chiesa c’è il Palazzo del Laterano, sede del vicario del Papa, della curia e degli uffici pastorali della diocesi di Roma. L’interno della basilica è dominato dal ciborio monumentale che sovrasta l’altare maggiore, dietro al quale c’è un mosaico dorato del 1291; il ciborio dovrebbe custodire le reliquie di Pietro e Paolo, mentre per altri, reliquie preziose sono in altri altari. Si tratta di un pezzo della tavola dove san Pietro aveva celebrato la messa e il legno su cui Gesù aveva celebrato l’ultima cena. La chiesa è lunga 130metri, suddivisa in cinque navate. Nella navata centrale sono presenti le statue dei dodici apostoli, con un soffitto dorato a cassettoni. In questa basilica venne aperta la prima porta santa nel 1423, durante il Giubileo di quell’anno, indetto da papa Martino V. Qui c’è anche un frammento di affresco di Giotto che raffigura papa Bonifacio VIII, il papa che indisse il primo Giubileo della storia, nel 1300. L’antica porta trecentesca oggi è chiusa da una lastra di bronzo di Floriano Bodini, discepolo di Messina, collocata tra gli stipiti durante il Giubileo del 2000. La Scala Santa si trova dall’altro lato della Piazza del Laterano: una scala di 28 gradini che si percorre soltanto in ginocchio, secondo la devozione portati a Roma da sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, nel 326. Dovrebbero essere i gradini del palazzo di Pilato, percorsi da Cristo durante il suo calvario. Salita la Scala Santa si arriva alla Cappella dei Papi, il Sancta santorum, dove si prega l’immagine del Santissimo, filo conduttore di tutta la visita alla basilica laterana. Bellissima anche la facciata della chiesa realizzata da Alessandro Galilei nel 1732, dove troneggia la statua di Cristo Risorto.

Da San Giovanni in Laterano si può andare a visitare la basilica di San Pietro, ammirando le 284 colonne doriche sormontate da 140 statue di santi che compongono la piazza del Bernini. Lo spazio era stato pensato per le celebrazioni e studiato come un abbraccio a tutti coloro che arrivano nella chiesa madre della cristianità. Splendore del Barocco, l’interno della basilica è ricco di opere d’arte. L’altare della Cattedra di Pietro con la famosa vetrata dello Spirito Santo; il baldacchino con le colonne tortili di Bernini che protegge l’altare delle celebrazioni sopra la tomba di Pietro, raggiungibile scendendo una scalinata. Famosa anche la statua di San Pietro in Cattedra, pare di Arnolfo di Cambio, con il piede consunto dalla devozione dei fedeli che la toccano passandovi davanti. E forse ancor più famosa è la stata della “Pietà” di Michelangelo, completata dallo stesso quando aveva solo 23 anni. Nella chiesa si trova anche la tomba di Giovanni Paolo II. La cupola di San Pietro, detta il cupolone dai romani, è enorme. 42 metri di diametro, 130 di altezza, progettata da Michelangelo che qui lavorò fino alla morte, avvenuta nel 1564. La cupola è stata finita nel 1593.

 

Alessia Biasiolo

Passeggiata per santuari 3. L’abbazia riconsacrata da Paolo VI

L’abbazia di Montecassino sorge su un colle di 500 metri di altitudine in provincia di Frosinone. La chiesa abbaziale è il cuore del complesso, davanti alla quale c’è un chiostro dei benefattori con le statue dei papi che ne sostennero la costruzione. Il chiostro inferiore è del Bramante, collegato con una scala monumentale a quello superiore. La Loggia del Paradiso permette di vedere il panorama della vallata del Liri. Il chiostro d’ingresso sorge dove Benedetto fondò il primo monastero e dove scrisse la sua regola che è alla base del monachesimo occidentale; lì il corpo di Benedetto riposa, sepolto in una cripta. Benedetto giunse a Montecassino dopo aver lasciato Subiaco, dove era scampato ad un tentativo di avvelenamento forse subito da alcuni confratelli, pertanto il monastero risale al 529 e venne distrutto nel 577 dai Longobardi, poi sai Saraceni nell’883 e ancora da un terremoto nel 1349. Malgrado tutto, i resti di san Benedetto e di santa Scolastica non sono mai stati distrutti o traslati. I comandanti alleati durante la seconda guerra mondiale, pensando che l’abbazia fosse nascondiglio dei tedeschi, decisero di raderla al suolo bombardandola. Fu un errore strategico imperdonabile sia per la distruzione dell’abbazia, sia per la tattica militare, dato che l’operazione rallentò l’avanzata verso Roma. Era il 15 febbraio 1944 e tutto venne ridotto in polvere: un ordigno di contraerea si conficcò nei gradini davanti all’urna di bronzo che conserva i resti di san Benedetto e santa Scolastica, sotto l’altare maggiore, ma non esplose e i resti dei santi furono salvati. Dopo la guerra, l’abbazia è rinata dov’era e com’era, riconsacrata da papa Paolo VI il 24 ottobre 1964. Se prima l’interno della chiesa dedicata a Santa Maria Assunta e a San Benedetto era un trionfo del Barocco, la ricostruzione è stata fedele, con l’utilizzo di 80 tipi diversi di marmo compresi i frammenti che si sono riusciti a recuperare dopo il bombardamento. Sono andati perduti gli affreschi delle volte e quello della controfacciata, di Luca Giordano, ma oggi si può ammirare l’affresco “La gloria di San Benedetto” di Pietro Annigoni del 1979. Nella cappella di Maria Assunta, ricostruita con marmi originali, c’è l’unica tela salvatasi dalla distruzione, un dipinto di Paolo De Matteis del 1690. Il coro di legno di noce che chiude la navata, del 1692-1708, è stato riportato all’antico splendore. Le pareti lasciate bianche vogliono ricordare la tragedia della guerra. L’abbazia è aperta tutto l’anno e i monaci la fanno visitare su prenotazione. Il Museo è ricco di opere d’arte e di testimonianze sul bombardamento e la ricostruzione.

 

Alessia Biasiolo