Museo della Grande Guerra di Canove. Una visita da non perdere

Canove è una delle sei frazioni di Roana, una cittadina tra i boschi di conifere dell’Altopiano di Asiago. Ospita, presso la sede dell’ex stazione ferroviaria, un museo dedicato alla prima guerra mondiale che è un vero gioiello per organizzazione e modalità espositiva e per la preziosità dei reperti che ospita. Voluto nel 1972 da alcuni abitanti del posto che volevano diffondere la storia della prima guerra mondiale combattuta sull’Altopiano di Asiago, è un museo di ottimo pregio, che raccoglie una gran quantità di reperti molto belli, sia che si tratti di oggetti che di armi che di fotografie e carte topografiche: il museo è una visita da non perdere non soltanto per ricordare il centenario della Grande Guerra, ma per avere una visione chiara del conflitto non soltanto dal punto di vista italiano.

Il confine con l’Austria era molto vicino, infatti, e molti dei reperti esposti nelle teche provengono da ciò che è stato trovato in quota, che è stato donato dalle famiglie e dalla gente che ha sopportato il peso immane di una vera e propria tragedia. Il Ministero della Difesa ha poi donato due cannoni, vari fucili ed armi. Le fotografie sono originali, accanto a mappe, pagine di quotidiani dell’epoca e una vasta serie di riproduzioni delle tavole dell’artista Beltrame, edite da “Domenica del Corriere” in occasione del cinquantenario dall’ingresso in guerra dell’Italia.

Interessanti i ramponi da ghiaccio, le some e i basti dei muli, le racchette da neve per gli animali, sci e chiodi da alpinismo, un proiettile da 420 mm, il più grande calibro austro-ungarico usato in questa zona, alto 160 centimetri e contenente 70 chili di esplosivo. Ci sono le pompe per l’acqua potabile in trincea, fornelli, completi per cucina da campo, autopompe dei vigili del fuoco, materiali da medicazione sul campo, slitte anche con le coperte di pelliccia, divise, effetti personali come piastrine di riconoscimento, medagliette votive, lettere, pipe, monete, cartoline. Non mancano molte armi, elmetti di vario tipo e di varie appartenenze militari, circa duemila fotografie che permettono di capire l’organizzazione sul campo, la volontà aggressiva dei nostri nemici e la difficoltà di difesa, pur tuttavia eroica e riuscita da parte italiana.

Un museo altamente didattico, adatto ad essere visitato dagli studenti, ma visto con attenzione anche da molti turisti, italiani e stranieri, e da molti bambini, coadiuvati nella comprensione dai genitori.

Davvero un museo utile, ben fatto, con pezzi difficilmente trovabili altrove, ma organizzato come testimonianza viva, che parla attraverso oggetti veri, realmente usati dai protagonisti di quella che è diventata l’Europa unita.

 

Alessia Biasiolo

 

Moena Bike Festival

e-bike tour Forte di Someda 

Sarà un lungo weekend di sport, divertimento e gusto, quello in programma da venerdì 7 settembre a domenica 9 settembre a Moena, in Val di Fassa. L’ 11° Val di Fassa Marathon verrà infatti anticipata da numerosi eventi collaterali che catalizzeranno l’attenzione di atleti e pubblico durante tutto il fine settimana.

Da venerdì fino a domenica pomeriggio, presso il Bike Village vicino al Teatro Navalge, sarà grande protagonista lo Street Food “La strada delle bollicine” con diversi food track e tante proposte gourmet a base di prodotti locali come il formaggio Puzzone, lo speck Felicetti, la pasta Felicetti, lo spumante Trento doc e i vini della cantina Toblino, il tutto sempre accompagnato da eventi music live.

Street food Festival

Sabato mattina alle ore 9:00 si svolgerà l’e-bike tour sulle tracce della Grande Guerra, un’escursione guidata ad anello nel magnifico panorama della Catena di Bocche dedicata a tutti gli appassionati di e-bike, in compagnia delle vecchie glorie della MTB e dei campioni sportivi della Val di Fassa. L’itinerario si snoderà tra la Val di Fassa, il Parco di Paneveggio e il Passo San Pellegrino toccando i luoghi più suggestivi che sono stati teatro della Prima Guerra Mondiale, le cannoniere austriache al Lusia, le trincee e le linee del fronte italiano al Passo San Pellegrino, con tappa in quota per una sana merenda di montagna a base di prodotti tipici.

Il costo di partecipazione di € 35,00 comprende l’utilizzo degli impianti di risalita, l’accompagnamento di una guida qualificata, la gustosa pausa in quota, il pacco gara della Val di Fassa Marathon, un buono aperitivo omaggio da utilizzare presso lo street food “la strada delle bollicine” nel Bike Village e un voucher sconto per l’entrata alla Mostra Gran Vera che si trova presso il teatro Navalge. Su prenotazione saranno a disposizione anche alcune E-Bike MTB al costo promozionale di € 30,00.

Sempre sabato alle ore 15:00 al parco “Vischia de Sach” di Soraga, a pochi minuti di macchina dal centro di Moena, avrà luogo la Mini Soraga Ramp, gara di mountain bike per bambini e ragazzi dai 6 ai 16 anni, mentre la sera alle ore 21:00 ci sarà la presentazione ufficiale dell’11° Val di Fassa Marathon con il saluto delle autorità e la straordinaria partecipazione dei top riders di ieri che consegneranno i pettorali ai campioni iscritti alla gara. Seguirà e l’esibizione adrenalinica di Bike Trial a cura del Racing Team Fiemme e Fassa.

ATC (anche per le fotografie)

Il romanzo de lemienotizie.com. La quarta pagina

Ecco la quarta pagina del romanzo scritto per lemienotizie.com. In questo caso la pagina è completa. Segui nei prossimi giorni la continuazione.

Quarta pagina.

Era sempre stato un fanatico nazista. Forse un perché non avrebbe saputo trovarlo e trovarlo perché, poi. Bastava avere qualcosa in cui credere che lo facesse sentire bene dentro. E nel suo dentro l’idea di essere nazista ci stava bene. Piano piano aveva tagliato i capelli, aveva trovato da mettere mimetiche o completi neri, aveva preso anche un certo modo di fare marziale, meno sciallo di quanto non fosse abituato, con la bottiglia di birra in mano il sabato sera a cazzeggiare da qualche parte senza alcun ideale. Ecco, adesso beveva la stessa birra, sempre dalla bottiglietta, ma l’ideale l’aveva. Aveva conosciuto un sacco di gente come lui, ma anche qualcuno di più tosto: qualcuno che gli aveva detto che doveva leggere, informarsi e formarsi su tutte le fantastiche idee naziste che potevano andare bene anche adesso, oggi. E questo non gli piaceva. Leggere, studiare… Aveva lasciato perdere presto, perché stare seduto tra i banchi e rispettare le regole non era davvero il suo forte. Ma il nazismo era tutta un’altra cosa. Lì le regole ci sono e le rispetti. E soprattutto le fai rispettare agli altri. Adesso c’era il problema di leggere il libro del Capo, un libro grosso, ci avrebbe messo un po’. Ma come dire agli altri che non era capace di leggere bene un libro così importante per la causa? Solo che ogni volta che stava in camera sua, nel caos totale che non aveva niente di simile alle camerate ordinate di un soldato ordinato del nuovo ordine neonazista, non riusciva a concentrarsi per leggere. Si sdraiava sul letto e sentiva il cane abbaiare. Metteva la cuffie con la musica, e sentiva il cane abbaiare. Si spostava sul divano con la tele accesa e sentiva il cane abbaiare. Comunque lui si proponesse di mettersi ad imparare il vangelo nazi, sentiva il cane abbaiare. Porte e finestre aperte o chiuse che fossero, il cane si sentiva abbaiare lo stesso. Sempre. Doveva esserci una soluzione. Doveva eliminarlo. Doveva eliminare tutti i cani che gli impedivano di concentrarsi a leggere il libro fondamentale per la sua formazione personale. Come fare? Probabilmente non si poteva sparare ad un cane o fare qualcosa del genere per eliminarlo. Che poi non sapeva nemmeno dove fosse, si sentiva abbaiare, ma non proprio vicino a casa sua. Quindi avrebbe dovuto cercarlo e trovarlo per toglierlo di torno. Non sapeva bene da che parte cominciare, e trovare la soluzione nel libro non era possibile, perché non riusciva a leggerlo con tutto quel chiasso. Si vergognava anche a chiedere agli altri cosa pensassero, perché l’idea di porre come problema un cane che abbaiava, non gli sembrava molto macho, idoneo all’idea di se stesso che quel tipo di politica gli aiutava ad avere. Sembrava una soluzione senza fine. Ma forse la fine stava arrivando.

©Alessia Biasiolo per lemienotizie.com. Riproduzione vietata.

 

L’ala dell’Arena di Verona, stabilizzata da Morandi, monitorata

L’ala dell’Arena, stabilizzata negli anni 1954-1955 con un pionieristico progetto dell’ingegner Riccardo Morandi, dal 2012 è monitorata quotidianamente, grazie ad un sistema altamente innovativo di osservazione statica e dinamica. Tutti i dati vengono registrati e, grazie ad una convenzione con l’Università di Padova, vi è una lettura continua dei movimenti non solo dell’ala ma anche del resto dell’anfiteatro.

Il sistema di acquisizione dati è composto da 16 sensori di accelerazione, 20 di spostamento e 4 di temperatura e umidità, connessi con metodologia wireless e mediante cavi a più centraline. Nel corso degli ultimi anni questa tecnologia ha permesso la registrazione delle oscillazioni in occasione di eventi sismici rilevanti, come nel gennaio 2012, e delle sollecitazioni indotte dall’uso dell’anfiteatro, in particolare durante gli spettacoli di extra lirica. Finora tutte le indagini hanno dato esito positivo e non hanno segnalato criticità.

La strumentazione è concepita in maniera da controllare la tendenza deformativa di alcuni elementi strutturali dell’Arena, con particolare riferimento a situazioni locali di danneggiamento o fessurazione. Tale controllo consente anche di comprendere come possono incidere le stagioni e i fenomeni atmosferici.

L’intervento di rinforzo del ‘54-‘55 aveva disposto all’interno di ciascun pilastro una apposita armatura di acciaio armonico ad alta prestazione collocata in idonea forometria verticale. L’armatura è stata poi posta in tensione con martinetti idraulici, inducendo uno stato di tensione permanente sull’elemento lapideo stabilizzando così il manufatto.

Nel 1996, inoltre, era stata condotta con esito positivo una accurata indagine a mezzo di martinetti piatti per accertare la persistenza dello stato di tensione. Successivamente nel 2010-2011 l’indagine era stata ripetuta per verificare l’eventuale decadimento del sistema. Contestualmente era stata realizzata una modellazione numerica dell’intera Ala con idoneo software per comparare dati teorici a dati sperimentali rilevati in sito.

“L’Arena è il gioiello cittadino e pertanto è in cima alle nostre priorità – spiega l’assessore ai Lavori pubblici Luca Zanotto -. Oltre al costante e quotidiano monitoraggio strutturale, ricordo che da novembre partirà il cantiere di ristrutturazione dell’anfiteatro, finanziato con Art Bonus. In 5 anni è prevista la manutenzione straordinaria con la sigillatura dei gradoni, un nuovo impianto elettrico, nuovi servizi igienici in tutto il monumento e un adeguamento degli spazi interni. Il cantiere ogni anno sarà aperto da novembre a marzo. La sfida sarà quella di gestire i lavori nei mesi invernali per consentire poi la funzionalità dell’Arena durante la stagione estiva per gli spettacoli”.

 

Roberto Bolis

Visitare Villa Manzoni a Lecco

Interno di Villa Manzoni

Lecco è una ridente cittadina lombarda che si specchia su “quel braccio del lago di Como”, incorniciato da montagne che si prestano ad essere vissute da escursionisti arrampicatori per sentieri tracciati di vari gradi di difficoltà. E non si può pensare a Lecco senza riferimenti ad Alessandro Manzoni e al celeberrimo “I Promessi Sposi” che per le stradine dei bravi, per l’abitato di Pescarenico, per il lago e per i monti ai quali Lucia diede l’addio, nacque qui. Tappa privilegiata per gli amanti della letteratura è Villa Manzoni, edificio della famiglia di Alessandro dal Seicento, dove nacque suo padre che con il fratello ristrutturarono la villa per darle l’aspetto neoclassico attuale, con terreni circostanti a viti e a gelsi, fondamentali per l’allevamento, diffuso all’epoca, dei bachi da seta.

Alessandro Manzoni, autore de “I Promessi Sposi” (precisazione d’obbligo, dato che era omonimo del nonno), vendette la villa alla famiglia Scola nel 1818; rimase degli Scola fino al 1975, quando l’ultima erede la donò al Comune di Lecco perché ne rimanesse un museo.

La culla di Alessandro Manzoni

La visita porta ad atmosfere andate, ma anche a piccole delusioni contemporanee. Pur ospitando alcuni abiti del film televisivo prodotto nel 1989 e diretto da Salvatore Nocita, alcune copie di documenti interessanti, il plastico della zona con l’abitato di Pescarenico nel 1799, quadri che illustrano il paesaggio dal tempo di stesura del romanzo, un paio di arredi del battesimo del letterato, la sua culla posta nella sala detta “cucina” e che alla parete ospita anche cinque tele secentesche forse appartenenti allo studio di Pietro Manzoni, padre dello scrittore; stanze con fuochi e alcuni arredi originali di quando Manzoni vendette la villa, un lampadario in vetro di Murano acquistato da Giulia Beccaria, sua madre, tutto sommato non si respira il clima da ambiente manzoniano che ci si aspetta, trepidanti nell’andare a Lecco proprio per quello.

Curiosità intorno al celebre romanzo manzoniano

Alcune copie del romanzo in varie edizioni e pannelli che ricordano la storia di Manzoni e del romanzo, non tolgono che si potrebbe impreziosire la visita con copie recenti e non sdrucite dal tempo e dalla luce di vecchi documenti quasi illeggibili nelle teche; fotografie o immagini dei protagonisti della celebre vicenda, tratti da tante rivisitazioni; documenti o copie di documentazione d’archivio comunale dei tempi e molto, molto altro, dati i magazzini italiani zeppi di reperti (anche della storia risorgimentale che interseca i motivi delle opere del nostro) che non vedremo forse mai e che potrebbero essere chiesti in deposito per rendere più affascinante la visita ad un luogo che, comunque, ha un suo fascino, essendo non solo la casa dove Manzoni ha vissuto l’infanzia, l’adolescenza e la prima giovinezza, ma il centro attorno al quale la famosa storia letteraria è nata.

La sala numero VIII, o sala da pranzo, ha un bel soffitto a stucchi settecenteschi con scene delle quattro stagioni e propone alcune curiosità manzoniane, come la raccolta di punti con le figurine del romanzo, ma poco accattivanti per il visitatore meno preparato. Bella la cappella, mentre le cantine non vengono fatte visitare.

Al piano superiore, peraltro non accessibile a portatori di handicap, la Galleria comunale d’Arte propone interessanti opere degli autori locali o che hanno operato a Lecco. Adiacente la biblioteca specializzata sul territorio lecchese e la Lombardia.

Per quanto il personale addetto sia gentile, manca un certo appeal ad un luogo che potrebbe davvero essere magico, per fare respirare l’aria manzoniana davvero tra stanze nelle quali ci si immagina un personaggio perso a creare pagine che hanno rapito le esistenze di tante generazioni in tutto il mondo.

 

Alessia Biasiolo (anche per le foto)

 

 

Festival della Mente XV edizione

 

La quindicesima edizione del Festival della Mente, il primo festival in Europa dedicato alla creatività e alla nascita delle idee, si svolge a Sarzana dal 31 agosto al 2 settembre con la direzione di Benedetta Marietti. Il festival è promosso dalla Fondazione Carispezia e dal Comune di Sarzana.

Tre giornate in cui più di 60 ospiti italiani e internazionali propongono incontri, letture, spettacoli, laboratori e momenti di approfondimento culturale, indagando i cambiamenti, le energie e le speranze della società di oggi e rivolgendosi con un linguaggio sempre accessibile al pubblico ampio e intergenerazionale che è la vera anima del festival.

39 gli incontri per esplorare, attraverso punti di vista molteplici, proposte originali e discipline diverse, il tema del 2018: il concetto di comunità.

«Il concetto di “comunità” da una parte ha l’ambizione di riuscire a cogliere quello che è lo Zeitgeist, lo spirito del tempo, dall’altra può essere declinato in modi diversi, riflettendo così la multidisciplinarietà della manifestazione» spiega Benedetta Marietti «Cosa significa nel mondo attuale la parola “comunità”? Se ne sente ancora il bisogno? E si riuscirà a mantenerne intatte le caratteristiche principali: solidarietà, appartenenza, rispetto e libertà? Attraverso la pluralità e l’eterogeneità delle voci di scienziati, umanisti, artisti, e una divulgazione leggera e appassionante, il Festival della Mente cercherà anche quest’anno di trasmettere l’emozione della condivisione del sapere e di fornirci gli strumenti per interpretare la realtà di oggi, sempre più sfuggente e contraddittoria».

Il programma prevede sempre una sezione per bambini e ragazzi, un vero e proprio festival nel festival con 20 eventi e 4 workshop didattici, curato da Francesca Gianfranchi e realizzato con il contributo di Crédit Agricole Carispezia.

Come ogni anno, linfa del festival saranno i 500 giovani volontari, molti dei quali coinvolti in un progetto di alternanza scuola-lavoro, che con generosa energia contribuiscono a creare quel clima di festa e condivisione che si respira nelle piazze e nelle strade di Sarzana durante il festival.

 

Delos (anche per la foto)

 

CANTI FELICE: una conversazione con Luciano Chessa

Luciano Chessa, foto di Melesio Núñez

Com’è strano che per un disco così minimale – voce, chitarre e elettronica ridotte all’osso – ci sia così tanto da dire, ma quando l’autore è una personalità come Luciano Chessa, tutto torna. E torna all’insegna dell’italiano, che non hai dimenticato nonostante tu viva in America da tanti anni.

Peyrano, il disco di canzoni che precede Canti felice, fu registrato a fine anni ’90: prima del mio trasferimento in California. Come ho spiegato già in altre occasioni, smisi di scrivere canzoni perché da una parte mi sembrava avesse poco senso esprimermi in italiano davanti ad un pubblico anglosassone, e dall’altra constatai in prima persona che in Italia i pochi produttori interessati al tipo di musica che io scrivevo non avrebbero potuto pubblicare miei lavori senza un impegno da parte mia a promuovere le uscite discografiche con esibizioni dal vivo. Si sarebbe trattato di un suicidio editoriale, cosa che John Vignola in buona sostanza mi disse per far retromarcia, dopo che aveva espresso il desiderio di pubblicare il mio Peyrano.

In seguito ho riconsiderato queste posizioni. Un primo ripensamento avvenne in occasione di una collaborazione tra me e Vinicio Capossela durante il suo tour in California nel 2009. Per lui feci una revisione dei testi in inglese che lui usava per presentare i vari brani, oltre che la traduzione in inglese della sua Santissima dei Naufragati che poi su suo invito cantammo a due voci (lui in italiano e io in inglese, in eco) al Bimbo’s 365 di San Francisco, lo storico club in cui iniziò la carriera Rita Hayworth (Rita Cansino) e in cui ora cantano Adele e Jill Scott. Cantare in italiano davanti ad un pubblico straniero non sembrava fosse un così grande ostacolo, soprattutto quando introduzioni in inglese ai brani ben fatte (modestia a parte) offrivano al pubblico quel minimo di contesto utile per seguire il concerto ed emozionarsi. Negli anni mi sono poi reso conto che stavo rientrando in Europa per concerti spesso anche tre volte all’anno (ora che mi sto trasferendo a New York queste visite sono destinate ad aumentare); inoltre – questa è forse la ragione più importante – scrivere canzoni mi stava maledettamente mancando.

In questo processo Lapo Boschi di Skank Bloc Records è stato decisamente il principale artefice: è stato lui, tentatore, a riattizzare quel desiderio mai sopito. “Fu come soffiare sul fuoco”: e così dopo avermi prima chiesto di aggiungere almeno un brano originale alla raccolta di outtakes o brani dal vivo del 2014 che è Entomologia (il brano in questione si intitola Sul Viale delle Olimpiadi), e poi suggerito di preparare un altro disco, il fuoco si è riacceso.

Un fuoco riacceso che ti ha consentito di ripartire, evidentemente con familiarità, da un preciso punto.

Mi ha molto sorpreso il fatto che ho ripreso esattamente dal punto in cui avevo interrotto il lavoro in quaderni: testi pronti e mai musicati sono stati musicati (Vedutisti sbiaditi, Se spirasse), testi appena iniziati sono stati stesi integralmente (de Il velo avevo solo il primo endecasillabo, oltre che ovviamente l’idea del brano). Riaprire quei quaderni mi riportava d’incanto alla fine degli anni ’90: al 30 Agosto del 1998, per esattezza: data in cui abbandonai il campo e partii per la California per iniziare il dottorato. Una sorta di Pompei dell’anima in cui tutti i miei sentimenti erano rimasti fissati in quella data e perfettamente cristallizzati: insetti nell’ambra. Eppure in questo processo di completamento (almeno a quanto posso dire), non sento affatto uno iato.

Che differenze ci sono tra i precedenti lavori Peyrano ed Entomologia e il nuovo Canti felice?

Il grosso dei brani di Peyrano e di Entomologia sono stati scritti in una fase in cui mi piaceva lavorare con altri musicisti e avevo un gruppo, e sono stati scritti per il gruppo e con in mente concerti dal vivo. Includono poi le prime canzoni che ho scritto (un esempio è Dubbio). Questa fase costituiva un’antitesi al mondo della musica classico-contemporanea dal quale di fatto provenivo. Si tratta di un percorso non lineare, il mio, come si può notare dando un’occhiata alle date di composizione di alcuni brani (in Petrolio ne trovi scritti nel 1983 e 1987: e quindi brani che precedono le mie prime canzoni, scritte verso la fine degli anni ’80).

Dopo gli anni di Peyrano, e una volta arrivato negli Stati Uniti, l’attività è ritornata sulla composizione sperimentale. E se pure questa attività ha incluso  arrangiamenti di alcune mie canzoni in un contesto da camera o orchestrale (Il pedone dell’aria, Strelitzie…), in questo periodo il lavoro sul contemporaneo ha preso il sopravvento (ho scritto due opere, ho iniziato il lavoro con l’Orchestra of Futurist Noise Intoners, eccetera…).

In un brano di EntomologiaSul Viale delle Olimpiadi – c’è una sorta di anticipazione del clima di Canti felice. E in linea di massima è possibile rinvenire una continuità tra i lavori.

Sul Viale delle Olimpiadi, il brano istigato da Lapo, rappresentava allora una sintesi delle mie esperienze dei 20 anni precedenti: canzoni in italiano + musica sperimentale/contemporanea/ noise. È una sorta di prova generale di quello che sarà il mondo di Canti felice: voci, chitarra e una linea di noise. Unica differenza è che in Canti felice ho deciso di utilizzare un filo di suono elettronico (principalmente sinusoidi e rumore bianco) invece che il violoncello rumorista.

A parte le molte differenze, secondo me vale la pena sottolineare la continuità d’idee. Carpe, per esempio, il brano-manifesto che apriva Humus, o Insetti nell’ambra, o il brano di chiusura Stelleradio, erano già registrati con voci, chitarra e noise (in questo caso realizzato con una chitarra elettrica distorta da fischiare). Sia Humus che Canti felice sono nati in una fase in cui ho preferito suonare da solo, e sono stati registrati nello stesso modo; ciò nonostante, lo sviluppo di idee e temi ha continuato anche in album principalmente registrati in studio con un gruppo, come Peyrano ed Entomologia.

Inoltre Peyrano, composto e registrato negli anni ’90 (e quindi in tempi in cui mostrare un’apertura nei confronti della canzone d’autore italiana veniva – da parte dalle figure più “hard-edge” della scena – considerato alto tradimento) includeva la cover di Ulisse coperto di sale. Brano del periodo d’oro di Lucio Dalla, quello con i formidabili testi di Roberto Roversi, iniziai a suonarlo dal vivo con il mio gruppo dopo aver incontrato Dalla durante i miei anni di Università a Bologna. Le cover di Giurato e Battisti in Canti felice e altre (di Tenco, Bertè (Fossati), Mannoia (Cavallo), eccetera) non incluse nella tracklist finale di Canti felice testimoniano lo svilupparsi di questa mia passione per la canzone d’autore italiana.

Canzone d’autore, ma anche letteratura, penso a La Spendula che evoca elementi dannunziani…

Ho ricomposto Fiori di Plastica, un brano scritto a quattro mani con Marco Pinna, amico e collaboratore dai tempi del liceo, alla luce del mio primo viaggio in Brasile, e ho chiesto sempre a Marco, ora docente di latino, di partecipare alla mia fantasiosa missione: forgiare il “Sassarese illustre” con una traduzione in sassarese di La Spendula. Si tratta del sonetto che Gabriele D’Annunzio stese quando visitò la cascata della Spendula, nei pressi di Villacidro, durante il noto viaggio in Sardegna con Edoardo Scarfoglio (questo ben prima del duello tra i due, in cui Scarfoglio ferì il Vate offeso della parodia della sua Isaotta Guttadauro, che nel Corriere di Roma veniva ferocemente trasformata in Risaotta al pomodauro).

La scelta di D’Annunzio non dovrebbe sorprendere, se si considera che già in Peyrano avevo musicato l’amato Carducci. Ma un poeta vivente non l’avevo ancora musicato: e così la vera novità è per me l’aver musicato Certe volte di Pasquale Panella, testo che lui ha scritto per me ed è a me scherzosamente diretto, ad iniziare dal riferimento alla città in cui ho lavorato per vent’anni, San Francisco.

Eccoci arrivati al titolo, che proviene proprio da Panella!

Nell’anno che ha preceduto le registrazioni, Lapo Boschi mi ha organizzato dei concerti dal vivo. In occasione di un concerto luganese, ho deciso di includere la cover di Vocazione di Enzo Carella. Carella ha un’ottima dizione, ma alcuni termini proprio non riuscivo a decifrarli. E così ho scritto a Pasquale Panella, con cui sono in contatto da oltre una decina d’anni, per chiedere lumi. Pasquale mi manda una missiva alquanto dettagliata in cui non solo mi scioglie gli enigmi, ma mi analizza l’intero testo. Al che io ringrazio e lui replica con un one-liner che recita: «Si figuri: canti felice» (con Pasquale ci diamo del lei, cosa che trovo deliziosamente inattuale). E così nell’immaginare un titolo appropriato per queste 12 canzoni – di cui tre su testi di Panella – lo scanzonato, sfacciato candore di quel congiuntivo esortativo panelliano mi è parso perfetto.

Il lato B di Canti Felice – perchè stiamo sempre ragionando in termini di facciate di una cassetta – è composto da pezzi non tuoi…

Cover collezionate negli anni sono state selezionate: Carella, Battisti, Giurato e due traduzioni dall’inglese (Donovan e Syd Barrett) che mi hanno portato via molto tempo perché mi ero risoluto a rendere non solo il significato, ma anche l’esatta prosodia e perfino i suoni degli originali (con Opel in particolare, il conto era aperto da anni, e credo di averlo finalmente chiuso.)

Nel registrare il materiale, decisi di fare un disco diviso in due lati: uno di brani originali e uno di cover, ma in cui la rigidità di questo schema si stemperasse in echo e rimandi, grazie ad un dialogo tra il materiale stesso (Panella per esempio ricorre in Certe volte, Gabbianone e Vocazione). La scarna semplicità degli arrangiamenti fatti solo di voci, chitarre e sintetizzatore Aardvark disegnato dall’amico Matt Ingalls per iPhone, dona all’insieme l’ulteriore collante.

Gabbianone firmato Battisti/Panella, storico inedito, risalente al 1986. Perchè lo hai scelto?

Perchè è un brano stupefacente eppure a mio avviso non è noto quanto meriterebbe. Purtroppo è relegato nel sottoscala del sottoscala della produzione battistiana. Se il materiale Battisti/Panella è di nicchia, Gabbianone è di nicchia al quadrato. Questo mi intristiva.

La fase “bianca” di Battisti, quella dei cinque dischi con Panella, è ancora oggi oggetto di culto, tu sei uno di quei musicisti che ama in modo particolare i lavori della maturità battistiana. Secondo te quali sono le peculiarità di dischi come Don Giovanni e Hegel?

Come Panella ha notato in un’intervista recente a proposito della copertina, Don Giovanni è separato dai dischi bianchi perché nel disegno di copertina c’è un punto di rosso. Forse è per questo che il discorso di Don Giovanni si sviluppa nel disco stesso, mentre i quattro successivi sembrano fare un discorso loro proprio… Ma mentre scrivo queste parole ripenso alla continuità tra Don Giovanni e l’Apparenza: la centralità della tastiera e le molte parentele, somiglianze… (Equivoci Amici/Per altri motivi), eccetera. E la teoria cede il posto alla vertigine.

Questi dischi sfuggono. Restano in testa, e nel cuore, e ti sfuggono al tempo stesso. Li ascolti e li riascolti all’infinito: una mise-an-abîme. Si sa: gli specchi opposti non si esauriscono mai. E allora perché non immergersi nel piacere di ascoltare questa musica e questi testi accoppiarsi? Mi fa godere quanta cura c’è nel loro lavoro. Un argine che ci ripara dalla sciatteria.

Scrivo e mi viene in mente il nuovo libro di Daniela Cascella, Singed: libro in cui l’autrice cerca di ricordare una canzone tra mille canzoni spazzate via da un incendio che ha bruciato il suo appartamento londinese, riducendo in brandelli centinaia di libri e dischi. La ricerca di questa canzone, presente in maniera ossessionante nella memoria, diventa nel libro un pretesto per mettere in movimento una fascinosa spirale di risonanze e vibrazioni sonico-testuali. La canzone in questione è una delle canzoni chiave di Hegel.

Così accade: si ascoltano queste canzoni, magari anche superficialmente. Ma di colpo ci rendiamo conto che sono parte di noi, e iniziano a mancarci.

C’è anche Il tuffatore di Flavio Giurato…

Scoprii Giurato proprio con Il Tuffatore. Da ragazzino i tuffi erano il mio sport. Mi allenai per competere. Tentavo e fallivo: ma li adoravo. Nel 2007 ho scritto quello che considero uno dei miei più importanti brani pianistici, Louganis, che include il video di Terry Berlier e che ho eseguito in Australia, Argentina, Brasile, allo Stone di New York, per Monday Evening Concerts a Los Angeles… (in occasione del concerto di Los Angeles e della successiva ottima recensione nel LA Times, Greg Louganis – il più grande tuffatore di tutti i tempi e mio idolo negli anni 80 – mi scrisse un affettuoso messaggio di ringraziamento).

Nella nota che ho scritto per accompagnare l’esecuzione di Louganis, sostenevo che i tuffi sono fra le espressioni più belle e più alte che l’umanità abbia prodotto, e che sono perfetta metafora di un ciclo vitale. Tuffandosi si nasce, si muore e si rinasce. Un paio di anni dopo m’imbatto in un brano in cui Giurato scrive «Voglio essere un tuffatore per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria». Come poteva NON essere amore a prima vista?

È facile parlare di “lo-fi”, ma qui hai messo in campo una vera e propria “filosofia sonora” che valorizza l’integrità dei brani, ed è stato decisivo per te il luogo dove sono avvenute le registrazioni.

Molto ha giocato l’aver deciso di non registrare questo disco in studio come il mio precedente Petrolio, prodotto interamente nei Fantasy Studios di Berkeley, lo studio dei Creedence Clearwater Revival, e in cui registravano Bill Evans, McCoy Tyner, Isaac Hayes (ma che ha ospitato numerose produzioni italiane di Corrado Rustici degli anni ’80, tra Zucchero e Loredana Bertè).

La scommessa era questa: registrare Canti felice utilizzando lo stesso identico setup che negli anni ’90 usai per registrare il mio primo disco, Humus: stesso registratore 4 piste a cassetta (riparato per l’occasione), stessa chitarra, stesso microfono. È facile nascondersi dietro effetti, e produzioni. Ora come allora ho pensato: se questi brani valgono qualcosa, lo si potrà verificare soltanto se si azzerano i valori voluttuari di disturbo: solo questo potrà darci la misura di quanto si è effettivamente cresciuti. Ora come allora quindi, il fruscìo del nastro, la fragilità della voce, l’imprecisione delle esecuzioni non sono semplicemente una “feature”: diventano bandiera.

Decisivo è stato l’incanto dei luoghi in cui ho registrato: metà dei brani sono stati incisi a Joshua Tree, nel lato Californiano del deserto del Mojave, in un periodo in residenza alla Harrison House; il resto è stato registrato nei boschi di sequoie di Saratoga, sempre in California, in residenza a Villa Montalvo.

Anche Canti felice esce con Skank Bloc Records, ovviamente in cassetta.

Ci dai un tuo parere sulla “scuderia” di cui fai parte e sul supporto cassetta?

Mi piace lo spirito Skank Bloc e mi piacciono le varie produzioni: Insetti nell’ambra, Griselda Masalagiken, DJ Balli…

Nonostante l’etichetta sia parigina, la relazione con Bologna – città natale di Lapo e mia città italiana d’adozione – è centrale, a iniziare dal riferimento degli Scritti Politti. Poi mi piace come lavora Lapo: abbiamo fatto assieme il missaggio di Canti felice e trovo che il metodo di lavoro sviluppato e ora ben collaudato sia ottimo. Abbiamo lavorato in grande sintonia, e a questo punto non vedo l’ora di lavorare ancora ad altri progetti.

Quanto al discorso “cassetta”: il disco è stato registrato in cassetta con un 4 piste della Vestax che possiedo da metà anni ’90. Rimettere queste tracce masterizzate su supporto cassetta concettualmente chiude un ciclo. È stata questa un’idea di Lapo che non mi ha visto per niente opposto. L’umiltà del supporto mi sembra del tutto in sintonia con questa filosofia dell’azzeramento lo-fi quasi francescana: se i brani valgono qualcosa, il valore non dipenderà dalla vanità della veste.

Esistono tanti Luciano Chessa o ti senti sempre lo stesso, sia nel dirigere Lee Ranaldo e la New World Symphony, sia nel suonare chitarra e voce davanti a un microfono?

Io mi sento lo stesso Luciano Chessa. Da un certo punto di vista, tutti i palchi del mondo sono uguali.

 

Donato Zoppo