Mendini al Centro Saint-Bénin di Aosta

MENDINI

La mostra “Alessandro Mendini. Empatie. Un viaggio da Proust a Cattelan”, un omaggio all’architetto e designer milanese tra i più celebri a livello internazionale, curata da Alberto Fiz, è organizzata dall’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Autonoma Valle d’Aosta, in collaborazione con l’Atelier Mendini, ad Aosta fino al prossimo 26 aprile.

L’Atelier Mendini ha ideato un allestimento spettacolare e coinvolgente composto da una serie di strutture verticali policrome, simili a paraventi, collocate nella navata centrale dell’ex-chiesa sconsacrata, in grado di modificare radicalmente la percezione dello spazio e la sua fruizione.

Sono oltre 80 le opere esposte tra dipinti, disegni, progetti, sculture, mobili, oggetti d’arredo creati dall’inizio degli anni Settanta sino a oggi in un percorso che si caratterizza per una serie di incontri e contaminazioni con grandi esponenti della letteratura, del design e dell’arte. Ne emerge un viaggio romanzesco quanto affascinante dove tra gli spazi del Centro Saint-Bénin fanno la loro comparsa i dialoghi con Marcel Proust, Ettore Sottsass, Kazimir Malevich, Alberto Savinio, Frank Stella e Maurizio Cattelan. Mendini si rivolge a ciascuno di questi autori considerandoli parte integrante del suo processo creativo. “Con questa esposizione dedicata ad Alessandro Mendini – dichiara l’Assessore Emily Rini – intendiamo presentare al pubblico un’iniziativa d’eccellenza nell’ambito dell’arte contemporanea, che costituirà il fiore all’occhiello della stagione culturale invernale ad Aosta. Personalità di caratura internazionale, Mendini ha ideato espressamente per il Centro Saint-Bénin di Aosta un progetto espositivo originale, di cui siamo particolarmente orgogliosi, che consente di rileggere il suo percorso creativo in chiave inedita e rappresenta un viaggio nella storia dell’arte moderna e contemporanea.” E, come afferma il curatore della mostra Alberto Fiz, “ Mendini, nella costruzione della sua famiglia allargata, riflette con ironia e leggerezza sugli stili creando un universo integrato dove Stella va a bracceto con Cattelan, Malevich conversa con Savinio, mentre Proust e Sottsass giocano con gli alfabeti Non ci sono veti o divieti in un progetto dove l’unico comune denominatore è rappresentato dalle continue disseminazioni del grande burattinaio che ogni volta si sviluppa una differente forma di empatia. ” Emblematico è il caso di Marcel Proust a cui è legata una delle opere più famose di Mendini la Poltrona Proust del 1978 proposta in mostra insieme a numerose altre declinazioni (lo è, ad esempio, la Poltrona Proust Geometrica del 2009) dove appare evidente come la ridefinizione dell’elemento di arredo passi attraversa la letteratura assumendo un aspetto mentale in un ricordo che si materializza intorno all’idea della decorazione puntinista di Georges Seurat e Paul Signac.

MENDINI ok

“L’oggetto deve produrre primariamente un pensiero ancor prima di una funzione in una progressiva ipotesi utopica destinata al raggiungimento di una sintesi possibile”, afferma Mendini che nello “spazio” Proust al Centro Saint-Bénin ha voluto proporre una serie di opere che si connettono direttamente con la celebre poltrona, come un grande dipinto astratto o persino un vassoio “proustiano” su cui fanno la loro comparsa i cavatappi di Anna G. e Alessandro M. creando, in tal modo, un girotondo imprevedibile di segnali e di messaggi. Lo stesso principio vale per il suprematista russo Kazimir Malevich la cui teoria del colore viene applicata da Mendini a Neo Malevic, una scultura in cartapesta dipinta a mano che ha le vaghe sembianze di un totem africano. La figura geometrica viene trasformata dal processo antropomorofo rendendo l’immagine ambigua e imprevedibile. Ma il desiderio irrefrenabile di sviluppare la componente tridimensionale della pittura investe anche Alberto Savinio che entra nella sfera dell’architettura senza per questo perdere la sua caratteristica visionarietà. Da un celebre dipinto realizzato dal pittore romano nel 1930 L’isola dei giocattoli, Mendini, nel suo fare rabdomantico, estrapola un arco monumentale che diventa lo scrigno delle cose segrete. Ma anche un luogo di passaggio tra realtà e utopia. L’Archetto domestico di 240 centimetri di altezza fa la sua incursione in mostra proponendo un dialogo inedito con un grande dipinto, in stile saviniano realizzato nel 1986. Se, come afferma Mendini “la mitologia è fonte infinita di utopie”, il percorso dell’esposizione prosegue attraverso la messa in scena di un altro colloquio particolarmente ricco d’implicazioni, quello con l’amico Ettore Sottsass con cui Mendini ha condiviso il desiderio di liberare il design da ogni ipotesi di funzionalismo restituendo agli oggetti un’anima scanzonata e ribelle. Sin dalla seconda metà degli anni settanta, fianco a fianco durante l’epoca di Alchimia, sono stati loro a dare un apporto fondamentale ad una nuova estetica, non più schiava del progetto ma libera da condizionamenti dove la composizione nasce da segni visivi adatti ad invadere ogni cosa scivolando su una specchiera o arrampicandosi su Clarabella, un grande mobile-totem verticale del 2013 alto oltre due metri in legno laccato dipinto a mano esposto al Centro Saint-Bénin. La mostra prevede anche l’incontro con Frank Stella, protagonista dell’arte americana e anticipatore del movimento minimalista da cui, in seguito, prenderà le distanze. Il fil rouge che unisce Mendini e Stella è il Groninger museum nella cittadina olandese di Groningen inaugurato nel 1994. L’edificio, che poggia sull’acqua come una nave e ha una straordinaria assonanza con l’Isola dei giocattoli di Savinio, è stato concepito da Mendini come un complesso polimaterico dove architettura, design e pittura trovano una nuova coniugazione. Per questo straordinario progetto ha collaborato anche Frank Stella che avrebbe dovuto realizzare il Padiglione di Arte Antica. Ma la sua proposta, troppo provocatoria e azzardata, caratterizzata da un tetto ondulato con due grandi foglie sovrapposte e da un pavimento inclinato, è rimasta sulla carta. Oggi il progetto utopico e visionario di Stella viene esposto in mostra in uno spazio dove compaiono elementi naturali stilizzati accanto ad una serie di sculture realizzate da Mendini che suggeriscono la forma della stella in un rimando sussurrato all’artista. E citando Friedrich Nietzsche si potrebbe affermare: “Da quali stelle siamo caduti per incontrarci qui?”. Di fronte ad un outsider come Frank Stella non poteva che trovare posto Maurizio Cattelan. Con lui Mendini (entrambi si sono fatti ritrarre con le mani conserte e il cappello da sombrero, quasi fossero una copia affiatata dei B movie) ha dato vita ad un duetto gustoso accostando la miniatura della sua celebre Scivolavo, la sedia inclinata verso terra del 1975, esempio emblematico del controdesign, con la reinterpretazione fotografica che ne ha fatto Cattelan utilizzando la Scivolavo come specchio conturbante e sensuale. Ma non c’è dubbio che la strana coppia (si conoscono da oltre vent’anni e Mendini ha collaborato con i suoi disegni al catalogo della mostra torinese Shit and Die curata da Cattelan) ha molti punti di contatto e osservando Corpo vincolato del 1975 con Mendini legato non si può che pensare ad un altro corpo vincolato, quello del gallerista di Cattelan appeso al muro con lo scotch in un lavoro del 1999. “Il paradosso è garanzia di pensiero”, afferma Mendini rivolgendosi a Cattelan ma forse anche a se stesso, come dimostrano i lavori fotografici realizzati dal designer negli anni settanta esposti in mostra come la lampada che non fa luce, il tavolo di vetro a forma di bara, il bicchiere da cui non si può bere, la pacifica Armatura per violino e violinista o il Monumentino da casa dove la sedia domestica diventa un trono nell’esaltazione ironica dell’oggetto banale. Ma cos’è un’opera d’arte? Secondo Cattelan “è la vita con le parti noiose tagliate”. Un’affermazione che Mendini è pronto a sottoscrivere e lo conferma anche il fumetto dedicato ai due da Massimo Giacon. L’esposizione è accompagnata da un ampio catalogo monografico in italiano e francese edito da Silvana Editoriale con interventi di Andrea Branzi, Germano Celant, Alberto Fiz, Daria Jorioz e una raccolta di testi di Alessandro Mendini. Architetto, designer e artista, Alessandro Mendini è nato a Milano nel 1931. L’architettura non era un suo sogno di ragazzo. In realtà desiderava fare il cartoonist o forse anche il pittore, fatto sta che nel 1959 si ritrova laureato in architettura. Lo Studio Nizzoli Associati è il suo primo luogo di lavoro. Nel 1970 abbandona la progettazione architettonica per dedicarsi al giornalismo specializzato in architettura e design. Dirige la rivista Casabella dal 1970 al 1976 e l’anno successivo fonda Modo che guida fino al 1979. E’ Giò Ponti, quello stesso anno, a consegnargli la direzione di Domus incarico che prosegue sino al 1985. A distanza di 25 anni, da marzo 2010 riprende per dodici mesi e dodici numeri la direzione della rivista. Negli anni settanta Mendini prende parte a gran parte delle esperienze di radical design che vedono la luce in questo periodo. Nel 1973 è tra i fondatori di Global Tools, un gruppo che fa parte del controdesign e si oppone con forza alla tradizione proponendo tematiche nuove come il corpo, la nuova edilizia, la comunicazione sociale e individuale. I membri del movimento si riuniscono nella redazione di Casabella. Nel 1979 gli viene assegnato il Compasso d’Oro per la sua attività di approfondimento teorico. In questi anni pubblica anche libri che raccolgono le sue idee: Paesaggio Casalingo (1978), Addio Architettura (1981) e Progetto Infelice (1983). Nel 1979 entra nello Studio Alchimia, fondato nel 1973 da Alessandro Guerriero, che punta alla creazione di oggetti con riferimenti alla cultura popolare e al kitsch, al di fuori della produzione industriale e della loro funzionalità. Una sfida nei confronti dei principi progettuali per inseguire il sogno alchimistico, per trasformare anche il materiale più povero in oggetti di valore. Con lui lavorano, tra gli altri, Ettore Sottsass e Michele De Lucchi. Nel 1981 vince con Alchimia un altro Compasso d’Oro per la realizzazione del Mobile Infinito. Nel 1989 apre, con il fratello Francesco, l’Atelier Mendini a Milano. Realizza oggetti, mobili, ambienti, pitture, installazioni, architetture. Collabora con compagnie internazionali come Alessi, Philips, Cartier, Bisazza, Swatch, Hermès, Venini ed è consulente di varie industrie, anche nell’Estremo Oriente, per l’impostazione dei loro problemi di immagine e di design. E’ membro onorario della Bezabel Academy of Arts and Design di Gerusalemme, è Chevaler des Arts et des Lettres in Francia, ha ricevuto l’onorificenza dell’Architectural League di New York e la Laurea Honoris Causa al Politecnico di Milano. E’ stato professore di design alla Hochschule fur Angewandte Kunst a Vienna ed è professore onorario all’Academic Council of Guangzhou Academy of Fine Arts in Cina. Ha organizzato diverse esposizioni e seminari in Italia e all’estero. I suoi lavori si trovano in vari musei, nella collezione permanente del Gilmar Paper Company, al Museo d’Arte Moderna di New York, negli archivi dell’Università di Parma e al centro Pompidou di Parigi. Con l’Atelier Mendini ha operato in diversi paesi progettando, tra l’altro, le fabbriche Alessi a Omegna, la nuova piscina olimpionica a Trieste, alcune stazioni della metropolitana e il restauro della Villa Comunale a Napoli, il Byblos Art Hotel-Villa Amistà a Verona, i nuovi uffici di Trend Group a Vicenza, il recupero di tre aree industriali con edifici destinati a spazi commerciali, uffici, residence e abitazioni a Milano Bovisa, la passeggiata a mare di Catanzaro Lido; una torre a Hiroshima in Giappone; il Museo di Groningen in Olanda; un quartiere a Lugano in Svizzera; il palazzo per gli uffici Madsack ad Hannover e un edificio commerciale a Lörrach in Germania, e altri edifici in Europa e negli Stati Uniti. In Corea l’Atelier Mendini ha progettato la sede della Triennale di Milano a Incheon, e a Seoul sviluppa vari lavori di architettura, di interni e di design. Quest’anno gli è stato conferito il suo terzo Compasso d’Oro, alla Carriera, l’European Prize for Architecture 2014 a Chicago e la Laurea Honoris Causa dall’Accademia di Belle Arti di Wroclaw in Polonia.

“Alessandro Mendini. Empatie. Un viaggio da Proust a Cattelan”, Aosta, Centro Saint-Bénin, Via Festaz 27, fino al 26 aprile 2015. Ingresso € 6,00 intero, € 4 ridotto, gratuito per i minori di 18 anni.

S. E.

 

Chiesta l’introduzione del reato di tortura in Italia

La richiesta è stata presentata da Amnesty International, Antigone, Arci, Cild e Cittadinanzattiva durante una conferenza tenutasi lo scorso 10 dicembre, nell’ambito dell’iniziativa “In silenzio contro la tortura”, promossa dalle stesse associazioni. La sede scelta è stata quella della Camera dei Deputati dove da marzo, quando fu approvato al Senato il disegno di legge per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale, il testo è fermo. Riccardo Noury, Susanna Marietti, Laura Liberto, Patrizio Gonnella, Francesca Chiavacci, intervenendo a nome delle associazioni promotrici dell’iniziativa, hanno ribadito l’importanza che, a 30 anni dall’adozione della Convenzione contro la tortura da parte delle Nazioni Unite e oltre 25 anni dopo la ratifica italiana, finalmente l’Italia si adegui agli standard internazionali approvando questa legge. Lo stesso hanno sottolineato nei propri interventi gli esponenti delle organizzazioni aderenti all’evento, nonché il cantante Piotta, testimonial del mondo dell’arte. In apertura di conferenza stampa Amnesty International ha consegnato alla vice Presidente del Senato, Linda Lanzillotta, le 16.000 firme raccolte per chiedere l’introduzione di questo reato. Un’iniziativa che anche Antigone ripeterà nelle prossime settimane consegnando le circa 15.000 firme on-line raccolte, che si vanno ad aggiungere alle 30.000 cartacee, raccolte dalla stessa associazione insieme a numerose altre. Nel ricevere le firme la senatrice ha ribadito l’impegno affinché l’Italia faccia proprio questo reato. Un impegno che hanno espresso e assunto anche i deputati presenti Gennaro Migliore (PD), Paolo Beni (PD), Davide Matiello (PD), Daniele Farina (SEL), Giulia Sarti (M5S), proprio a partire dal 15 dicembre quando in commissione giustizia si inizierà a discutere degli emendamenti al testo. L’auspicio che il disegno di legge venga approvato anche alla Camera è arrivato da Luigi Manconi, primo firmatario al Senato che, pur riconoscendo le modifiche peggiorative subite dal testo da lui proposto (in particolare per la configurazione del reato quale generico, anziché specifico, come raccomandato dalle Nazioni Unite), ha messo in guardia sul fatto che, se il testo venisse modificato alla Camera, al Senato poi non ci sarebbero i numeri e le forze per un’approvazione conforme, con il rischio che dovranno passare altri 25 anni senza questo reato. La conferenza è stata interrotta a metà dei suoi lavori quando i presenti si sono alzati in piedi e hanno osservato un minuto di silenzio contro la tortura. Un modo per controbattere al silenzio che, in questo quarto di secolo, è arrivato dalle istituzioni.

Amnesty International Italia

A Reggio Emilia una grande mostra su Piero della Francesca

Vi sono personaggi, nella storia dell’arte, che sono portatori di novità tali da innescare una vera e propria rivoluzione. Uno di questi è sicuramente Piero della Francesca che sarà protagonista della mostra “PIERO DELLA FRANCESCA. Il disegno tra arte e scienza”, curata da Filippo Camerota, Francesco Paolo Di Teodoro e Luigi Grasselli, in programma a Palazzo Magnani di Reggio Emilia dal 14 marzo al 14 giugno 2015. Attorno al Maestro di Sansepolcro aleggia da sempre un velo di mistero e di enigmaticità dovuto sia ai pochi documenti che lo riguardano, sia alla singolarità del suo linguaggio espressivo che coniuga, magicamente in equilibrio perfetto, la plasticità e la monumentalità di Giotto e Masaccio con una straordinaria capacità di astrazione e sospensione. Un’essenzialità e purezza di forme che trovano fondamento nei suoi interessi matematici e geometrici mirabilmente espressi nei trattati che ci ha lasciato: l’Abaco, il Libellus de quinque corporibus regularibus, il De Prospecitva pingendi e il da poco scoperto Archimede. Ed è proprio su questi preziosi testimoni dell’opera scritto-grafica di Piero, in specie sul De prospectiva pingendi, che la mostra di Palazzo Magnani prende corpo. “PIERO DELLA FRANCESCA. Il disegno tra arte e scienza”, presenta la figura del grande Maestro di Sansepolcro nella sua doppia veste di disegnatore e grande matematico. Per l’occasione sarà riunito a Palazzo Magnani – fatto straordinario, per la prima volta da mezzo millennio – l’intero corpus grafico e teorico di Piero della Francesca: i sette esemplari, tra latini e volgari, del De Prospectiva Pingendi (conservati a Bordeaux, Londra, Milano, Parigi, Parma, Reggio Emilia) i due codici dell’Abaco (Firenze), il Libellus de quinque corporibus regularibus (Città del Vaticano) e Archimede (Firenze). Ma la mostra non è ‘solo’ l’occasione, prima e unica, per ammirare tutte insieme le opere grafiche del Maestro di Sansepolcro (evento, di per sé, straordinariamente importante per gli studiosi d’ogni Paese); essa è anche un viaggio straordinario nel Rinascimento, unicità italiana che ha influenzato per secoli l’arte e il sapere dell’Occidente (e non solo) producendo i più grandi capolavori, oggi icone insuperate, della cultura figurativa mondiale e dell’immaginario collettivo. Un viaggio, commentato nell’audioguida da Piergiorgio Odifreddi, condurrà il visitatore tra le opere grafiche e pittoriche di Piero (sarà esposto il suo magnifico affresco staccato del “San Ludovico da Tolosa” del Museo di Sansepolcro) e tra i capolavori pittorici e grafici di altri grandi maestri del XV e XVI secolo quali Lorenzo Ghiberti, Ercole de’ Roberti, Domenico Ghirlandaio, Giovanni Bellini, Francesco di Giorgio, Albrecht Dürer, Bernardo Zenale, Antonio da Sangallo il Giovane, Baldassarre Peruzzi, Amico Aspertini, Michelangelo, e molti altri; opere concesse in prestito da prestigiose istituzioni italiane e straniere (Sbb-Pk Staatsbibliothek di Berlino, Bibliothèque Municipale di Bordeaux, Bibliothèque Nationale de France, British Museum, British Library, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, Galleria Nazionale dell’Umbria, Musei Vaticani, Biblioteca Medicea-Laurenziana, Biblioteca Nazionale di Firenze, Biblioteca Ambrosiana, Biblioteca Palatina di Parma, Galleria Estense di Modena, Museo Comunale di Sansepolcro … solo per citarne alcune). Fulcro dell’esposizione è l’esemplare del De Prospectiva Pingendi della Biblioteca “Panizzi” di Reggio Emilia, uno dei più importanti testimoni della fondamentale opera prospettica di Piero della Francesca. Il manoscritto, opera di un copista, reca numerose correzioni, note marginali ed estese aggiunte di mano di Piero. Esso fa fede del lavoro di continua revisione del testo e ospita nei suoi 110 fogli numerosi disegni di mano dell’artista: linee sottilissime che solcano le pagine del codice a illustrazione del testo, manifestando la straordinaria perizia grafica dell’autore. I cosiddetti “maestri della prospettiva”, ossia gli intarsiatori, fondarono la propria arte sul repertorio di temi e di immagini contenuto nel trattato e l’amicizia fraterna che legava Piero ai fratelli Lorenzo e Cristoforo Canozi da Lendinara, intarsiatori per eccellenza, fu degna della menzione di Luca Pacioli. Albrect Dürer dimostra in più luoghi dei suoi scritti la conoscenza del trattato di Piero, mentre Daniele Barbaro compilò addirittura gran parte del suo celebre trattato prospettico (1569) seguendo il De Prospectiva Pingendi. Se risale solo a Constantin Winterberg (1899) la notizia – mai dimostrata né rintracciata – che Leonardo, dopo aver saputo da Pacioli che Piero aveva compilato un trattato di prospettiva, rinunciò a redigerne uno suo, è però un fatto non trascurabile per la fortuna dell’opera maggiore pierfrancescana che si sia voluto sottolinearne l’eccezionalità e la novità con un paragone eccellente, che pone Piero teorico al di sopra di tutti i pittori prospettici della sua epoca. Le opere presenti in mostra – un centinaio tra dipinti, disegni, manoscritti, opere a stampa, incisioni, sculture, tarsie, maioliche e medaglie – accompagnano il visitatore in un percorso che segue a grandi linee le tematiche affrontate nei capitoli del De Prospectiva Pingendi e attraversare le sale sarà un po’ come sfogliarne le pagine. Si inizia dai principi geometrici e si prosegue con le figure piane, i corpi geometrici, l’architettura, la figura umana, la proiezione delle ombre e l’anamorfosi. La mostra è inoltre concepita come uno strumento e una “macchina didattica” che consente di entrare nell’arte e nella creatività di questo singolarissimo artista. I disegni del trattato sono trasformati in modelli tridimensionali per illustrare al meglio la logica delle loro costruzioni geometriche, mentre una serie di macchine matematiche dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia riproducono scientificamente gli strumenti della bottega dell’artista rinascimentale, permettendo al visitatore di toccare con mano e comprendere gli accorgimenti tecnici adottati dai pittori per sfruttare creativamente gli inganni della visione. Suggestive installazioni multimediali saranno parte integrante del percorso di mostra. Alcuni apparati multimediali e app di navigazione in realtà aumentata permetteranno di comprendere meglio la celebre “Città ideale” di Urbino, uno dei capolavori della prospettiva rinascimentale, necessario complemento della trattatistica prospettica. Per la realizzazione di questi supporti la Fondazione Palazzo Magnani si è avvalsa della preziosa collaborazione scientifica di Imago rerum team/Università Iuav di Venezia/dCP Dip. Culture del Progetto, del Dipartimento ricerche multimediali dell’Università politecnica della Marche. La mostra si svolgerà in Palazzo Magnani che tuttavia sarà al centro di una rete di luoghi e segni che coinvolgeranno l’intera città. Infatti, parte integrante del percorso di mostra sarà la Basilica di San Prospero dove gli stalli del coro cinquecentesco focalizzeranno l’attenzione sulla produzione emiliana di tarsie lignee. Atra tappa fondamentale è l’allestimento presso la sede centrale reggiana dell’Università di Modena e Reggio Emilia, di una nutrita sezione dedicata alle macchine matematiche che sarà interessata da laboratori per scuole, bambini, adolescenti e adulti. “PIERO DELLA FRANCESCA. Il disegno tra arte e scienza” è dunque un appuntamento imperdibile, di rilevanza internazionale, che consentirà di comprendere il linguaggio espressivo di Piero della Francesca – “Monarca a li dì nostri della pictura e architectura” come lo definì Luca Pacioli nella Divina proportione (1509) –, e di decifrare i codici di lettura della sua opera, gettando nuova luce su un artista che ha tramutato la scienza in arte e che ha saputo influenzare, a distanza di tempo, le Avanguardie del primo Novecento e la pittura Metafisica. PIERO DELLA FRANCESCA. Il disegno tra arte e scienza Palazzo Magnani Reggio Emilia 14 marzo – 14 giugno 2015 con il Patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo nell’ambito degli eventi culturali Expo Milano 2015 Orari: dal martedì alla domenica e festivi 10.00 – 19.00 sabato 10.00 – 22.30. Lunedì solo per le scuole. Aperture straordinarie 5 Aprile 2015 Domenica Pasqua, 6 Aprile 2015 Lunedì dell’Angelo, 25 Aprile 2015 Sabato Festa della Liberazione, 1 Maggio 2015 Venerdì Festa dei Lavoratori, 2 Giugno 2015 Martedì Festa della Repubblica per informazioni e prenotazioni: Palazzo Magnani – Biglietteria Tel. 0522 454437 – 444446 – info@palazzomagnani.it

S.E.

A Vicenza “Tutankhamon, Caravaggio, Van Gogh”

Aperta a Vicenza, alla Basilica Palladiana, la già annunciata mostra “Tutankhamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento”, un’esposizione di capolavori, sensazioni, emozioni e simboli. Già il titolo richiama millenni di storia dell’uomo e dell’arte, appuntati in una mostra che indaga una vicenda antica, quella degli Egizi, ma soprattutto poi una seconda storia, dal Quattrocento al Novecento in pittura, lungo il suo versante struggentemente serale e notturno. Quella in cui alcuni artisti raffigurano una manciata di stelle o un chiaro di luna, come profonde corrispondenze dell’anima. Ma anche la notte come luogo nel quale si raccolgono alcuni grandi passaggi della storia dell’arte. Perché la notte in questa mostra non è solo fascino del naturalismo ottocentesco, da Turner e Friedrich fino agli impressionisti e poi Mondrian e Klee all’inizio del nuovo secolo. Non è solo il luogo in cui meravigliose storie sacre si raccontano, da Giorgione a Tiziano, da Caravaggio a El Greco. Ma è anche una notte fortemente spirituale, interiore, che giustifica così la presenza di straordinari pittori astratti da Rothko a De Staël, da Noland a Morris Louis. Ben 113 opere, spesso rare, divise in sei sezioni e provenienti da trenta musei e collezioni di tutto il mondo, musicano questo affascinante racconto sinfonico. Un poema che inizia lungo il Nilo, dove si sedimenta l’idea della notte del mondo oltre il mondo. È la notte abitata nel ventre delle Piramidi. Raccontata in mostra da reperti che, da soli, valgono il viaggio a Vicenza. Dal Museum of Fine Arts di Boston giunge per la prima volta in Italia un nucleo di tesori egizi: dal volto del re Menkaura a quello, celeberrimo, di Tutankhamon re bambino sino ai ritratti del Fayum, quando Egitto e Roma si avvicinano, a partire dal I secolo d. C. Questo il grande prologo. La seconda sezione, con molti capolavori da Giorgione a Caravaggio, da Tiziano a El Greco, da Tintoretto a Poussin, indugia sulla suggestiva atmosfera delle figure collocate in ambienti notturni, soprattutto seguendo la vita di Cristo dal momento della nascita fino alla crocifissione e alla deposizione nel sepolcro. Opere straordinarie soprattutto del Cinquecento e del Seicento sono al centro di questa parte. La terza sezione tocca alcuni dei vertici dell’incisione di tutti i tempi, in una sala nella quale, con sedici fogli in totale, si confrontano Rembrandt e Piranesi, il primo con i suoi celeberrimi soggetti religiosi, a cominciare dalla Stampa da cento fiorini fino alla visione delle Tre croci, il secondo con le altrettanto celebri immagini delle “Carceri”. La quarta sezione si sofferma invece sul paesaggio, dal momento del tramonto fino a quello in cui nel cielo si levano la luna e le stelle. Ovviamente il secolo raccontato è il XIX, poiché, dal periodo romantico fino all’impressionismo, questo è stato il tempo della natura serale e notturna. Sfilano alcuni dipinti indimenticabili di Turner e Friedrich, di Corot e Millet, dei grandi americani da Church a Homer, fino a Whistler, Monet, Pissarro, Van Gogh e poi Mondrian, Klee e Hopper nella prima parte del Novecento, fino a Kiefer nella seconda. La penultima sezione entra nel pieno Novecento, dove in due sale vengono disposti alcuni dei grandi della seconda parte del secolo, specialmente per quanto riguarda il versante astratto americano, da Morris Louis a Noland a Rothko. Ma anche pittori che si sono tenuti a cavallo tra figurazione e astrazione, come De Staël, fino a un altro grande americano come Andrew Wyeth, e poi López García e Guccione, per entrare nelle profondità della sera e della notte intesa come fatto soprattutto psicologico. Infine, la sesta e ultima sezione è un riassunto di tutti i temi affrontati e le opere indimenticabili si succedono, da Gauguin a Cézanne, da Caravaggio a Luca Giordano, da Van Gogh a Rothko ancora. Per una chiusura che lascia con il fiato sospeso, tra notti dello spirito, notti della vita e notti della natura.

S. E.

‘900. Una Donazione

Presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea Raffaele De Grada è stata inaugurata una mostra voluta dal Comune di San Gimignano e inserita nei percorsi turistici di “Toscana verso Expo 2015” con l’organizzazione di Opera – Civita Group. L’esposizione ‘900. Una donazione documenta una preziosa collezione di opere d’arte di celebri artisti del Novecento italiano – Valerio Adami, Massimo Campigli, Carlo Carrà, Felice Casorati, Giorgio De Chirico, Filippo De Pisis, Renato Guttuso, Mario Mafai, Ennio Morlotti, Fausto Pirandello, Mario Sironi, Ardengo Soffici – recentemente pervenuta alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano, che testimonia in particolar modo del gusto collezionistico medio-alto borghese fra anni Sessanta e Ottanta del secolo scorso.

La donazione consta di tredici opere di rilevante valore artistico, che rappresentano stili peculiari degli autori, tra i massimi esponenti della pittura italiana del Novecento.

La collezione si deve alla munifica sensibilità ed al gusto collezionistico del suo appassionato donatore, Gianfranco Pacchiani (Firenze, 1923 – Roma, 2013), scrittore fiorentino vissuto a Roma.

Buona parte delle opere – di cui un gruppo risale agli anni ’30, un secondo agli anni ’50, per concludersi con un bel dipinto di Valerio Adami del 1979, eseguito a New York dall’artista al tempo del suo stretto dialogo con la Pop Art americana -, provengono dalla celebre Galleria romana di Giuseppe Zanini, abile caricaturista, amico di Federico Fellini e di molti tra i massimi artisti italiani del periodo, col quale Gianfranco Pacchiani intessé un fecondo rapporto di stima ed amicizia.

La donazione si aggiunge a quella della moglie di Gianfranco Pacchiani, Fiamma Pomponio, relativa ad un ampio corpo di opere d’arte dei secoli XIV-XX (maioliche, bronzi, sculture lignee), la quale arricchisce ulteriormente la già nutrita e poliedrica collezione di opere d’arte moderna e contemporanea presente all’interno dell’intero polo museale del Conservatorio di Santa Chiara, ospitante, oltre alla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea, anche il Museo Archeologico e la Spezieria di Santa Fina, e che sarà oggetto di un successivo progetto di valorizzazione espositiva da parte dei musei civici di San Gimignano.

La donazione si deve all’ideazione e all’intercessione del raffinato storico dell’arte Gabriele Borghini, sangimignanese a lungo vissuto a Roma – tra l’altro, già Soprintendente ai beni storici e artistici per le Province di Siena e Grosseto, nonché promotore e curatore di molteplici mostre e progetti culturali di grande respiro ed autore di numerosi volumi, cataloghi e contributi vari, anche in collaborazione con altri autorevoli storici dell’arte italiani, molti dei quali su artisti o contesti culturali di area senese e romana -, alla memoria del quale, non a caso, i coniugi Pacchiani hanno voluto dedicare la donazione familiare complessiva.

Il prezioso ruolo di Gabriele Borghini ed il suo stretto legame con San Gimignano, che ha contribuito nel corso degli anni ad un sensibile incremento del patrimonio storico artistico e ad una qualificata animazione delle attività culturali della città, saranno celebrati, in occasione dell’inaugurazione della mostra, con l’intitolazione allo storico dell’arte, da parte dell’Amministrazione Comunale, della sala principale delle esposizioni temporanee della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea.

La mostra non si limita a presentare i tredici dipinti oggetto della donazione, ma propone anche specifici apparati multimediali e didascalico-esplicativi in grado di introdurre i visitatori nel clima storico-artistico e nell’alveo biografico e cronologico nei quali è maturata la genesi delle opere e la vocazione creativa degli artisti, nell’ambito di un allestimento all’uopo accuratamente dedicato.

Le interessanti opere della raccolta oltre a testimoniare un pregevole spirito collezionistico, pur non formando un compendio pienamente esaustivo del panorama artistico italiano della prima metà del Novecento, permettono di tratteggiare la temperie culturale e le più salienti e innovative modalità e correnti espressive dell’arte figurativa del periodo.

L’intrinseco valore estetico e storico-artistico della mostra non esauriscono tuttavia il rilievo di questo progetto culturale, che, come molte altre analoghe precedenti iniziative della Galleria, non si propone come evento effimero legato unicamente alla temporaneità dell’esposizione, bensì anche come qualificato e prestigioso accrescimento patrimoniale della già considerevole collezione della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di San Gimignano.

 

‘900 – Una Donazione, Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” di San Gimignano, Via Folgore da San Gimignano, 11

Fino al 30 agosto 2015

Orari

Fino al 31 marzo         11:00 – 17:30

1 aprile/30 agosto 09.30 – 19:00

1 Gennaio 12.30 – 17.30

 

Salvatore La Spina

 

Gilgamesh rivive a Brescia

Un nuovo spettacolo per la stagione di prosa del CTB Teatro Stabile di Brescia, in collaborazione con Viartisti Teatro, al debutto al Teatro Sociale di Brescia lo scorso 11 dicembre per la Rassegna Altri Percorsi. Testo di Letizia Russo, con elaborazione drammaturgica di Pietra Selva e Massimo Verdastro, per la regia di Pietra Selva, lo spettacolo ha visto in scena cinque attori: Massimo Verdastro, Domenico Castaldo, Gloria Liberati, Raffaella Tomellini, Marco Intraia, con movimenti scenici curati da Renato Cravero che ha eseguito anche la ricerca musicale.

Letizia Russo, drammaturga, emersa giovanissima ed allenata a lavorare sulle potenzialità degli attori, ha affrontato in questo lavoro un argomento originale, l’epopea sumerica del re Gilgamesh, risalente a circa quattromila anni fa. Gilgamesh, re della città di Uruk, è potente, giovane e forte, ma non è amato dai suoi sudditi per la sua prepotenza, la volontà di fare propri uomini e donne in procinto delle nozze, per poter vantare una nuova tacca di conquista sul suo muro. Per tale motivo, i suoi sudditi implorano gli dei di aiutarli e proteggerli dalle angherie del giovane e questi inviano ad Uruk un amico per Gilgamesh, Enkidu. Nemico perfetto, il selvaggio Enkidu deve punire il re diventando il suo unico amico, con il quale finalmente il re despota può condividere quei sentimenti e quelle avventure che solo con un amico si possono vivere. Fino al giorno in cui Enkidu fosse morto, lasciando a Gilgamesh il senso di sconforto non soltanto per la solitudine, ma per la perdita di quella parte di sé che ora sa di possedere, senza doverla cercare, superficialmente, in altri. In questo modo così severo, lezione di vita che soltanto gli dei potevano pensare così giusta e crudele, Gilgamesh capisce di non essere eterno al punto che quando cercherà di conoscere il segreto per la vita eterna, gli sfuggirà di mano, non essendone comunque degno. Gli dei, infatti, avrebbero potuto premiarlo se si fosse comportato diversamente, ma le sue nefandezze dovevano essere punite non soltanto con la giusta dose di dolore e sacrificio, quanto con la presa di coscienza del proprio limite. Il senso profondo espresso dal lavoro viene reso in modo leggero, fin troppo, indugiando su forme moderne di rappresentazione in cui soltanto le movenze dei due lottatori Gilgamesh ed Enkidu al loro incontro, danno forza. Vignette di varietà con umorismo scontato, tolgono l’incanto epico alla vicenda, ma aggiungono battute evitabili, soprattutto nei luoghi comuni sulle donne e le mogli, francamente di dubbio gusto nella dinamica complessiva dell’opera. La rivisitazione con richiami omerici e onirici, ma anche del varietà televisivo, è azzeccata, ma a tratti la recitazione è melensa. Il parallelo tra gli dei immortali Utanapisti ed Erminia e l’immortalità degli attori di teatro, risulta sminutiva per questi ultimi, perché soprattutto l’aria di Erminia li rende semplici comparse anche volendone ridere, più che mostri sacri della recitazione su modello lieve e pregnante felliniano. Il lavoro perde in efficacia proprio laddove scende di tono: non bastano le musiche e i giochi di luce sul tulle che separa gli attori dagli spettatori a dare sogno, serve anche maggiore incisività, pari almeno alle movenze che si sono dimostrate ottime e all’impianto complessivo sostanzialmente accettabile. Nel complesso comunque sufficientemente divertente e da vedere.

 

Alessia Biasiolo