Gilgamesh rivive a Brescia

Un nuovo spettacolo per la stagione di prosa del CTB Teatro Stabile di Brescia, in collaborazione con Viartisti Teatro, al debutto al Teatro Sociale di Brescia lo scorso 11 dicembre per la Rassegna Altri Percorsi. Testo di Letizia Russo, con elaborazione drammaturgica di Pietra Selva e Massimo Verdastro, per la regia di Pietra Selva, lo spettacolo ha visto in scena cinque attori: Massimo Verdastro, Domenico Castaldo, Gloria Liberati, Raffaella Tomellini, Marco Intraia, con movimenti scenici curati da Renato Cravero che ha eseguito anche la ricerca musicale.

Letizia Russo, drammaturga, emersa giovanissima ed allenata a lavorare sulle potenzialità degli attori, ha affrontato in questo lavoro un argomento originale, l’epopea sumerica del re Gilgamesh, risalente a circa quattromila anni fa. Gilgamesh, re della città di Uruk, è potente, giovane e forte, ma non è amato dai suoi sudditi per la sua prepotenza, la volontà di fare propri uomini e donne in procinto delle nozze, per poter vantare una nuova tacca di conquista sul suo muro. Per tale motivo, i suoi sudditi implorano gli dei di aiutarli e proteggerli dalle angherie del giovane e questi inviano ad Uruk un amico per Gilgamesh, Enkidu. Nemico perfetto, il selvaggio Enkidu deve punire il re diventando il suo unico amico, con il quale finalmente il re despota può condividere quei sentimenti e quelle avventure che solo con un amico si possono vivere. Fino al giorno in cui Enkidu fosse morto, lasciando a Gilgamesh il senso di sconforto non soltanto per la solitudine, ma per la perdita di quella parte di sé che ora sa di possedere, senza doverla cercare, superficialmente, in altri. In questo modo così severo, lezione di vita che soltanto gli dei potevano pensare così giusta e crudele, Gilgamesh capisce di non essere eterno al punto che quando cercherà di conoscere il segreto per la vita eterna, gli sfuggirà di mano, non essendone comunque degno. Gli dei, infatti, avrebbero potuto premiarlo se si fosse comportato diversamente, ma le sue nefandezze dovevano essere punite non soltanto con la giusta dose di dolore e sacrificio, quanto con la presa di coscienza del proprio limite. Il senso profondo espresso dal lavoro viene reso in modo leggero, fin troppo, indugiando su forme moderne di rappresentazione in cui soltanto le movenze dei due lottatori Gilgamesh ed Enkidu al loro incontro, danno forza. Vignette di varietà con umorismo scontato, tolgono l’incanto epico alla vicenda, ma aggiungono battute evitabili, soprattutto nei luoghi comuni sulle donne e le mogli, francamente di dubbio gusto nella dinamica complessiva dell’opera. La rivisitazione con richiami omerici e onirici, ma anche del varietà televisivo, è azzeccata, ma a tratti la recitazione è melensa. Il parallelo tra gli dei immortali Utanapisti ed Erminia e l’immortalità degli attori di teatro, risulta sminutiva per questi ultimi, perché soprattutto l’aria di Erminia li rende semplici comparse anche volendone ridere, più che mostri sacri della recitazione su modello lieve e pregnante felliniano. Il lavoro perde in efficacia proprio laddove scende di tono: non bastano le musiche e i giochi di luce sul tulle che separa gli attori dagli spettatori a dare sogno, serve anche maggiore incisività, pari almeno alle movenze che si sono dimostrate ottime e all’impianto complessivo sostanzialmente accettabile. Nel complesso comunque sufficientemente divertente e da vedere.

 

Alessia Biasiolo

 

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