Trasporto cargo: Save scommette su Brescia

Il Gruppo Save scommette sull’aeroporto di Brescia per potenziare il trasporto cargo e di riuscire nei prossimi anni ad affiancare a Malpensa e Fiumicino il nome di Brescia. «Abbiamo un piano di investimenti, che presenteremo nei prossimi mesi all’Enac, sicuramente entro quest’anno».

Lo ha detto Giovanni Rebecchi, direttore della pianificazione strategica e lo sviluppo del business aviation di Save, la società quotata al mercato telematico azionario di Borsa Italiana, che opera nella gestione degli aeroporti, fra cui Venezia, Treviso e Charleroi, in Belgio, e che da ottobre 2014 detiene il 40,3% del capitale della Aeroporto Valerio Catullo di Verona spa.

«Abbiamo in questo momento un sistema di quattro aeroporti nel Nord-Est – ha specificato Rebecchi -. Quello di Brescia è posizionato perfettamente al centro di un’area produttiva molto importante, con un’operatività di dogana in grado di coprire 7 giorni su 7 e 24 ore al giorno. Il sito bresciano è inoltre inserito in un tessuto infrastrutturale connesso a una rete importante di autostrade e può contare, su 2.000 metri cubi di celle a temperatura controllata».

L’obiettivo è quello di «posizionare l’aeroporto di Brescia in modo complementare rispetto a Malpensa, di gran lunga il più importante scalo cargo in Italia». Secondo Rebecchi, «le linee di business sono tre: courier, general cargo e traffico passeggeri».

Con la rete aeroportuale del Nord Est Save può contare su un traffico di oltre 13 milioni di passeggeri e quasi 100.000 tonnellate di merci. «È questo il sistema che vogliamo sviluppare», ha rimarcato Rebecchi. Senza alcuna volontà di penalizzare il Catullo. «Pensiamo di poter crescere su entrambi gli aeroporti di Brescia e Verona. Così come siamo cresciuti storicamente su Venezia e su Treviso», ha assicurato.

L’agroalimentare potrà giocare un ruolo strategico nell’operazione. «È in questo comparto che vediamo le prime opportunità, dove abbiamo dei deal potenziali – ha spiegato. A noi manca molto la parte di import e dovremo in qualche modo reperirlo, perché il tema del bilanciamento del carico è molto importante».

Nell’ottica del potenziamento del commercio internazionale, Verona è un’area di primaria importanza. Non ha dubbi il prof. Luca Lanini, docente di Logistica e supply chain management all’Università Cattolica di Piacenza-Cremona. «Verona è un sistema territoriale straordinario, non solo perché è la capitale delle fiere agroalimentari – ha detto – ma perché qui come in Veneto e in gran parte dell’Italia c’è un’ottima produzione, un ottimo sistema commerciale con validi importatori ed esportatori e commercianti di ortofrutta, c’è uno straordinario sistema di trasporto refrigerato, c’è un sistema logistico efficiente che è quello dell’interporto Quadrante Europa. Inoltre, intorno a Verona ci sono delle importanti aziende industriali che lavorano nella catena del freddo».

La sfida, secondo Lanini, «non è più interna al solo mercato comunitario, ma è l’export extraeuropeo e la conquista dei mercati internazionali che necessita di sforzi ulteriori, che dovranno portare l’Italia ad accrescere il proprio posizionamento strategico e competitivo nello scenario mondiale. Verona ha le carte in regola per emergere e per essere la porta per l’Europa e i mercati orientali e occidentali più lontani». A partire dalla Russia, che dal prossimo luglio potrebbe ritornare un mercato aperto, grazie alla fine dell’embargo.

 

 

Veronafiere

 

Dal 9 al 16 luglio la settimana dello sport in Val di Zoldo

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 Canyoning, gite a cavallo, ferrate, arrampicate e trekking accompagnato: sono queste le numerose attività previste dalla Settimana dello Sport in Val di Zoldo, un evento dedicato interamente all’outdoor in programma dal 9 al 16 luglio 2016, mix irresistibile di natura e avventura, nello spettacolare scenario delle Dolomiti, Patrimonio Naturale Unesco.

Le proposte si rivolgono sia ai gruppi/nuclei familiari che ai singoli, dai neofiti della montagna, a chi ha un’esperienza medio-alta, e prevedono la presenza in ogni escursione delle Guide Alpine della Val di Zoldo e degli istruttori di Zoldo Mountains, per garantire la possibilità di divertirsi e godere l’esperienza in totale sicurezza.

Il grado di difficoltà delle diverse attività sarà differenziato in base alle età dei componenti e la prenotazione può essere sia nominativa che di gruppo, in quest’ultimo caso però ogni attività potrà essere svolta solo da un componente alla volta, se non verranno acquistate ulteriori singole uscite, in aggiunta alla prenotazione del blocco di attività.

In corrispondenza delle date della manifestazione, si potrà soggiornare in strutture ricettive convenzionate con un’offerta dedicata.

U.S.

 

La visita ufficiale del Presidente del Costa Rica in Italia

In occasione della sua prima visita ufficiale in Italia, il presidente del Costa Rica Luis Guillermo Solís Rivera ha incontrato a Roma gli imprenditori italiani per potenziare le opportunità di investimento in questo Paese, considerato tra i più competitivi nelle operazioni dei servizi corporativi.

La diversità, qualità ed innovazione della fornitura esportabile del Costa Rica e le opportunità offerte dal Paese in materia di investimenti erano le questioni fondamentali illustrate da una  delegazione guidata dal Presidente e composta dal Ministro degli Affari Esteri Manuel A. González Sanz e dal Ministro del Commercio Estero e Presidente del Consiglio di Amministrazione di PROCOMER Alexander Mora, alla presenza di almeno 100 aziende italiane in settori quali aeronautica, cibo, servizi, industria, infrastrutture, camera di commercio, università e istituzioni.

Nel suo discorso, Solìs Rivera ha affermato che i legami storici di amicizia, di rispetto, di scambio e di cooperazione con la Repubblica italiana sono fondamentali per lo sviluppo di opportunità di business tra i due paesi. “Il Costa Rica ha condizioni ottimali di concorrenza attraverso azioni concrete che sono evidenti in un’economia in crescita, i tassi di energia elettrica stabile e l’inflazione a zero lo scorso anno, che si aggiungono al nostro marchio di garanzia di una democrazia solida che investe in pace sociale, istruzione, salute ed occupazione. Queste condizioni sono inoltre incrementate da una credibilità nel mercato internazionale in termini di sicurezza giuridica degli investimenti e nella forza del nostro settore produttivo”.

Da parte sua, il ministro Alexander Mora ha aggiunto che questa visita in Italia è stato un grande vantaggio a livello commerciale, in quanto il paese è stato in grado di ribadire che possiede le condizioni e la giusta competitività per fornire beni e servizi di qualità. “InCosta Rica abbiamo un’offerta di esportazioni diversificate e innovative, col valore aggiunto di misurarci ad alti livelli sui mercati internazionali. È importante che entrambi i Paesi colgano le opportunità individuate per i nostri servizi tecnologici di offerta di esportazioni, piante, fiori e fogliame, prodotti alimentari ad alto valore aggiunto e prodotti freschi. Allo stesso tempo, è importante che il messaggio sia chiaro agli investitori: il nostro Paese offre la certezza del diritto, una posizione geografica strategica ed una forza lavoro che genera la produzione sofisticata e competitiva”.

Il Direttore Generale di PROCOMER, Pedro Beirute Prada, che ha accompagnato il tour presidenziale per promuovere l’offerta di esportazione italiana in Costa Rica, ha aggiunto che, dal momento che l’Italia è il quarto Paese in materia di esportazioni costaricensi nell’Unione Europea, è fondamentale organizzare questo tipo di riunioni per continuare nel lavoro di posizionamento del  Costa Rica in materia di acquirenti e consumatori. “Nel 2015 il valore delle nostre esportazioni di merci ha raggiunto 169 milioni di dollari, concentrati in prodotti agricoli come banane (91,5%), ananas (57,3%), caffè verde (10,8%) e melone (3,1%). Inoltre, ben 156 aziende sono riuscite a fare affari con questo mercato per più di 126 prodotti. Senza embargo, il nostro scopo è quello di aumentare il flusso di esportazioni e ed inviare ogni volta prodotti a più alto valore aggiunto”.

Agli investitori, i delegati costaricensi hanno svelato le caratteristiche che rendono il Paese indicato come l’opzione numero di uno per istituire un centro business globale in America Latina, tra i quali la posizione geografica, la manodopera qualificata, l’innovazione e la certezza del diritto. L’Europa in generale rimane importante per attirare gli investimenti verso il Costa Rica: l’11% delle aziende nel Paese ha infatti la propria sede nel vecchio continente, ragion per cui si mira a generare un clima competitivo per la creazione di più operazioni “business oriented”.

Oltre alla promozione di scambi commerciali, la visita del Presidente del Costa Rica è mirata alla stipula di alcuni accordi bilaterali. Tra questi, rilevante è il trattato di assistenza giudiziaria in materia penale tra i governo della Repubblica italiana ed il governo della Repubblica del Costa Rica. In tale documento, i due Paesi si impegnano a prestarsi reciprocamente la più ampia assistenza giudiziaria in materia penale, attraverso la ricerca e l’identificazione di persone, la notifica e l’acquisizione di atti relativi ai procedimenti penali, l’esecuzione di indagini e lo scambio di informazioni. L’assistenza giudiziaria può essere prestata anche quando i fatti per i quali è richiesta non costituiscano reato nello Stato richiesto, a eccezione del caso in cui la stessa incida sui diritti fondamentali delle persone. La richiesta deve essere presentata alle Autorità Centrali di ciascuno dei due Stati, mediante il canale diplomatico e secondo le forme e i contenuti stabiliti, e l’Autorità giudiziaria dello Stato Richiesto emette tutti gli atti necessari all’esecuzione della richiesta, in seguito acquisendo e trasmettendo allo Stato Richiedente i documenti indicati.

Laddove necessario, gli Stati possono anche adottare misure per la protezione delle vittime, dei testimoni o di altri partecipanti al procedimento penale. Il trattato si applica ad ogni richiesta presentata dopo la sua entrata in vigore, anche se i relativi reati sono stati commessi prima dell’entrata in vigore dello stesso Il protocollo d’intesa sulla cooperazione in materia di vulnerabilità al cambiamento climatico, gestione del rischio, adattamento e mitigazione, è stato firmato con il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare della Repubblica italiana con l’intento di rafforzare la risposta globale alla minaccia del cambiamento climatico, nel contesto dello sviluppo sostenibile. In particolare, la collaborazione tra i due Paesi consisterà nella raccolta e nell’analisi dei dati rilevanti per l’osservazione dei cambiamenti climatici e la misurazione del loro impatto sul settore economico, e si realizzerà mediante progetti comuni, scambio di informazioni, assistenza supporto e incontri che permettano di promuovere lo sviluppo e l’utilizzo delle energie rinnovabili. Inoltre, al fine di dare concretezza ed effettività al progetto comune, verrà creato un comitato che  supervisioni e supporti le attività di cooperazione e che si occuperà anche di approvare progetti e finanziamenti, esaminando periodicamente i progressi  ed i risultati raggiunti.

Tra gli accordi bilaterali anche l’accordo di cooperazione culturale, scientifica e tecnologica tra Italia e Costa Rica, definito dai due Governi con la finalità di migliorare la reciproca conoscenza del patrimonio culturale e di apportare, attraverso lo scambio di esperienze, dei vantaggi sociali ed economici per ciascuno dei due Paesi.

Italia e Costa Rica si impegneranno a promuovere progetti e attività in collaborazione tra loro, con la possibilità di rivolgersi agli organismi internazionali perché questi possano essere promossi e finanziati. La cooperazione riguarderà l’avvio di intese a carattere scolastico, con particolare attenzione alla formazione e all’integrazione degli studenti, e incoraggerà attività nei settori dello sport e delle esperienze giovanili.  I due Paesi collaboreranno nella protezione congiunta dei propri patrimoni culturali, impegnandosi nell’attuazione degli obblighi stabiliti dalle Convenzioni UNESCO, e favoriranno il reciproco sviluppo scientifico e tecnologico, anche definendo accordi tra università ed enti di ricerca. Infine, l’accordo in materia finanziaria tra Repubblica del Costa Rica e Repubblica Italiana, che ha come obiettivo quello di offrire ai Governi in questione assistenza reciproca attraverso lo scambio di informazioni sulla tassazione, fondamentale nella lotta all’evasione. Le Parti sanciscono la possibilità di presentare e di ottenere dati a carattere fiscale dalle banche o altre istituzioni finanziarie circa le proprietà di imprese, società, fondazioni o persone. Sono definite anche le modalità di formulazione della richiesta, che deve indicare, tra l’altro, l’identità della persona sulla quale si desidera investigare e lo scopo per cui l’informazione è richiesta.

La parte cui è rivolta la richiesta si adopererà in breve tempo a soddisfare la richiesta, potendo anche autorizzare la parte richiedente all’accesso diretto ai registri fiscali della persona oggetto di attenzione.

Elisabetta Castiglioni

Svetlana Zakharova per Genova Outsider Dancer

Domenica 3 luglio alle ore 20.30 al Teatro Carlo Felice di Genova, nell’ambito del Genova Outsider Dancer, verrà presentato AMORE, il balletto con protagonista assoluta Svetlana Zakharova, una delle più grandi danzatrici viventi, ammirata per la perfezione tecnica e l’eleganza assoluta del suo stile.

La straordinaria ballerina russa, di origine ucraina, è oggi la più richiesta al mondo, definita all’unanimità una delle più grandi stelle del balletto, dal 2003 étoile del Balletto Bol’šoj di Mosca e dal 2007 prima ballerina étoile del Corpo di Ballo alla Scala di Milano.

Un arrivo a Genova atteso ormai da mesi, con tre balletti di altrettanti coreografi contemporanei: il primo, Francesca da Rimini, sulle musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij, creato nel 2012 per il San Francisco Ballet da Yuri Possokhov, coreografo incline alle storie drammatiche e romantiche. Sul palco, accanto a Svetlana, ci saranno Michail Lobukhin e Denis Rodkin, entrambi solisti del Balletto Bol’šoj di Mosca.

Seguirà Rain before it Falls, coreografia creata nel 2014 da Patrick De Bana appositamente per la Zakharova su musiche di Georg Friedrich Händel, Ottorino Respighi e Carlos Pino-Quintana; De Bana, danzatore e coreografo tedesco considerato tra i più interessanti del panorama contemporaneo, in questa occasione si presenterà nel doppio ruolo di autore e co-interprete.

Infine, Strokes Through the Tail, creato nel 2005 per la Hubbard Street Dance Company di Chicago da Marguerite Donlon, una coreografia che trova ispirazione nella Sinfonia n. 40 di Wolfgang Amadeus Mozart e nella quale i danzatori incarnano la struttura di tale notazione rivelando tutto il genio e l’umorismo del grande compositore.

Orchestra del Teatro Carlo Felice, direttore Pavel Sorokin.

 

Marina Chiappa

 

Cinemadivino: i film si degustano in cantina

MAT_3061b1-cinemadivinoL’idea è originale: portare il cinema direttamente nelle cantine e nelle aie delle aziende vinicole. L’obiettivo: valorizzare il territorio e i prodotti enogastronomici tipici di alcune delle più importanti aree enologiche d’Italia portando gli appassionati di vino, ma anche di cinema, direttamente in cantina; far conoscere il lavoro dei produttori attraverso i loro racconti, la loro storia e la loro passione; diffondere la cultura del bere bene e della convivialità.

Questo in sintesi “Cinemadivino – I grandi film si gustano in cantina”: la rassegna cinematografica itinerante che porterà il grande schermo direttamente nei luoghi dove nasce e si produce il vino. Dopo le anteprime di giugno in Emilia Romagna – dove la rassegna è stata ideata ed è nata oramai 13 anni or sono – per tutto luglio, agosto e fino ai primi di settembre si snoderà un intenso calendario di appuntamenti in diverse regioni d’Italia (da Nord a Sud): Piemonte, Liguria, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Marche, Umbria, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia oltre ovviamente l’Emilia Romagna. In totale saranno oltre 90 serate. Tutto il programma, in continuo aggiornamento, su www.cinemadivino.net.

“Cinemadivino” NON è una “semplice” rassegna cinematografica. “Cinemadivino” è convivialità, piacere di stare insieme e soprattutto scoperta del territorio, di alcune sue eccellenze enogastronomiche, a partire ovviamente dal vino, e di quelle persone che con impegno e dedizione tengono alto il nome dell’enologia locale, e non solo. Infatti, la formula vincente di “Cinemadivino” è quella di presentare sul grande schermo i film sorseggiando un calice di vino e gustando alcuni piatti tipici. Piatti preparati nello spazio gastronomico gestito direttamente dalle aziende, oppure proposti dal “Food Truck” di Cinemadivino: il furgone viaggiante che poterà nelle cantine i piatti pensati in collaborazione con importanti chef per uno “street food” di qualità.

Con un calice di buon vino in mano, sotto un cielo stellato e con i vigneti a fare da sfondo, gli spettatori non assisteranno “solamente” a un film – selezionati principalmente fra quelli più interessanti dell’ultima stagione, come “Perfetti sconosciuti” di Paolo Genovese, “Woman in Gold” di Simon Curtis e “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael, anche se non mancheranno alcuni capolavori come “La Famiglia” di Ettore Scola ancora in 35 mm, pellicole originali come “Fiore del deserto” di Sherry Hormann e “Brooklyn” di John Crowley, e l’immancabile “Sideways” di Alexander Payne per tutti gli amanti del vino – ma vivranno un’esperienza. Perché con Cinemadivino ogni serata è unica: cambiano i protagonisti, cambiano i vini degustati, cambiano i film e naturalmente cambiano gli scenari paesaggistici che connotano la nostra bella Italia.

«Da 13 anni a questa parte Cinemadivino sta portando avanti un viaggio che definire rassegna cinematografica non rende merito alla reale proposta– spiega Carlo Catani, Presidente della Cinemadivino s.r.l. e anima della rassegna assieme ai tanti produttori coinvolti – Cinemadivino, infatti, realizza una vera e propria azione di marketing territoriale attraverso la sua capacità di far conoscere produttori, vini, eccellenze gastronomiche, territori e contribuisce a diffondere la cultura del bere bene. Questo non solo nelle cantine, ma anche in altre straordinarie realtà produttive come il Consorzio del Parmigiano Reggiano, i Musei e alcune location in cui si ripropone la magia dei Drive-in sempre in abbinamento al vino».

Le aziende saranno pronte a ospitare gli spettatori dalle ore 19.30 con le degustazioni, mentre dalle ore 20 sarà possibile effettuare anche una visita guidata delle cantine. L’inizio delle proiezioni è fissato verso le 21.30 e i film saranno anticipati dalla proiezione di un cortometraggio (con prevalente tema enogastronomico). Per chi lo desidera, dalle 19.30 è anche possibile cenare in cantina. Il costo del biglietto d’ingresso è di 12 euro intero e comprende la visione del film, la visita guidata alla cantina e l’assaggio di 3 calici di vino in degustazione.

Per informazioni e prenotazioni: tel. 366 5925251.

 

Pierluigi Papi

Al sud lo sviluppo del goji italiano

Quindici ettari e 30 produttori fra Calabria, Basilicata, Sicilia e Puglia e una produzione complessiva di 30 tonnellate, destinata a raddoppiare già da quest’anno e a conquistare anche la Sardegna. È la filiera del goji italiano, bacca di origine tibetana molto diffusa in oriente e che sta conquistando i consumatori occidentali per le proprietà antiossidanti e anti-age. Fra le opportunità per il Made in Italy nel comparto ortofrutticolo sta suscitando attenzione da parte degli imprenditori agricoli dell’area mediterranea una nuova solanacea, della famiglia del peperone, della melanzana e del pomodoro: il goji italiano.

«Il brand Goji italiano è nato nel 2015 ed è costituito da una rete di 30 imprese denominata Lykion, dal nome del Lycium barbarum, varietà di bacca rossa – spiega l’agronomo Rosario Previtera, presidente dell’associazione -. Coltiviamo con metodo biologico e con certificazioni Vegan Ok e Marchio unico nazionale (Mun), che attesta l’italianità del prodotto, e abbiamo in corso la certificazione sociale per una filiera equa e solidale».

A differenza di quanto normalmente si trova nei punti vendita, vale a dire una bacca essiccata, per lo più di provenienza cinese, il prodotto commercializzato da «Goji italiano» è fresco. Si tratta di frutti in vaschetta raccolti direttamente dalla pianta o di confettura.

La rete del Goji italiano offre assistenza tecnica in campo, compresa la realizzazione degli impianti di coltivazione a spalliera (simile al vigneto), il posizionamento dei sistemi di irrigazione a goccia, fino alla commercializzazione del prodotto. «Buona parte della produzione del 2015 è stata commercializzata nei canali di Conad e Simply – dice Previtera – ma la richiesta è particolarmente interessante anche dall’estero, con i consumatori del Centro-Nord Europa fra i principali interessati».

Per ogni ettaro, mediamente, sono coltivate circa 4.000 piante di goji e la produzione media si aggira sulle due tonnellate per ettaro nel primo anno, che sale a cinque tonnellate il secondo anno e si assesta sulle 10 tonnellate dal terzo anno. La pianta di goji viene potata a gennaio, mentre la raccolta delle bacche si prolunga da giugno ai primi di novembre.

I costi di produzione complessivi non superano mediamente i 5.000 euro l’ettaro, mentre i ricavi si aggirano intorno ai 20 euro al chilogrammo. «Già dal primo anno – calcola Previtera – si intascano dalla vendita 40.000 euro ad ettaro».

Tra le proprietà benefiche riconosciute al goji il controllo della pressione arteriosa, la diminuzione del colesterolo «cattivo», una presenza di vitamine, sali minerali e oligoelementi superiori rispetto alla maggior parte di altri frutti.

La rete del goji italiano è oggetto di ricerca da parte di un pollo di università, fra le quali Salerno, Napoli, Reggio Calabria e Urbino.

 

Veronafiere

Bambini uccisi nei campi minati dello Yemen

Al termine di una missione di ricerca di 10 giorni nelle province di Sa’da, Hajjab e Sana’a, Amnesty International ha denunciato che i bambini e le loro famiglie che, dopo un anno di conflitto, tornano a casa nel nord dello Yemen rischiano fortemente di morire o di riportare gravi ferite a causa di migliaia di bombe a grappolo inesplose.   C’è urgente bisogno di assistenza internazionale per sminare i terreni e i paesi in grado di esercitare influenza devono sollecitare le forze della coalizione a guida saudita a fermare l’uso delle bombe a grappolo, armi di per sé indiscriminate e proibite dal diritto internazionale. “Anche con la fine delle ostilità, la vita dei civili, compresi i bambini, e i loro mezzi di sussistenza continuano a essere in pericolo. Al rientro in quelli che ormai sono dei veri e propri campi minati, non potranno vivere in condizioni di sicurezza fino a quando le zone intorno alle loro abitazioni e i campi non saranno ispezionati e ripuliti dalle bombe a grappolo e da altri ordigni inesplosi” – ha dichiarato Lama Fakih, senior crisis advisor di Amnesty International.  Nella sua ultima missione di ricerca nel nord dello Yemen, Amnesty International ha riscontrato prove dell’uso, da parte della coalizione a guida saudita, di bombe a grappolo di fabbricazione statunitense, britannica e brasiliana. L’uso di queste armi è vietato dalla Convenzione sulle bombe a grappolo, che il Regno Unito è vincolato a rispettare. Amnesty International ha intervistato 30 persone, tra cui sopravvissuti a bombe a grappolo e altri ordigni inesplosi, così come loro familiari, testimoni oculari, esperti di sminamento, attivisti e soccorritori. L’organizzazione ha documentato 10 nuovi casi in cui, tra luglio 2015 e aprile 2016, 16 civili sono stati uccisi o feriti da bombe a grappolo. Tra le vittime, anche nove bambini due dei quali rimasti uccisi. Le esplosioni si sono verificate giorni, settimane o anche mesi dopo il lancio delle bombe a grappolo da parte della coalizione a guida saudita.  Col cessate-il-fuoco raggiunto nel marzo 2016, nelle province di Hajjah e Sa’da i civili hanno iniziato a tornare a casa. Ma operatori addetti allo sminamento, residenti e soccorritori hanno dichiarato ad Amnesty International che i civili continuano a saltare in aria quando entrano in contatto con ordigni inesplosi.  Il fenomeno è in particolare aumento lungo il confine tra Arabia Saudita e Yemen, nelle zone di Midi, Haradh, Hayran, Bakil al-Mir e Mustabah (provincia di Hajjah) e di al-Safra, Razih, Shada e Baqim (provincia di Sa’da).  Molti civili, compresi i bambini, sono dunque alla mercé di ordigni potenzialmente mortali senza rendersi conto della loro presenza o dei rischi che pongono. Per di più, recenti inondazioni hanno trasportato questi ordigni in zone dove la loro presenza non era attesa. Finora la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non ha ufficialmente confermato di aver usato bombe a grappolo. Tuttavia, in un’intervista rilasciata alla Cnn l’11 gennaio 2016, il generale Ahmed al-Asiri, portavoce della coalizione, nel negarlo complessivamente ha ammesso l’uso di bombe a grappolo CBU-105 nel corso dell’attacco contro un obiettivo militare, nell’aprile 2015.  Le popolazioni civili invocano a gran voce la necessità di aiuto per sminare i loro terreni. Riconoscendo il grave rischio che la presenza di ordigni inesplosi costituisce per la popolazione civile, nell’aprile 2016 il Centro d’azione sulle mine dello Yemen (Yemac, l’unica agenzia di sminamento presente nel paese) ha iniziato a rintracciare e far esplodere ordigni nelle province di Sa’da e Hajjah, nonostante la formazione inadeguata e lo scarso equipaggiamento a disposizione.  Il numero esatto di ordigni inesplosi da eliminare non è ancora chiaro. Nelle prime tre settimane di lavoro nelle due province, lo Yemac ha eliminato almeno 418 sub-munizioni da bombe a grappolo, 810 resti di fusi e di pezzi d’artiglieria, 51 mortai e oltre 70 missili. Purtroppo, il 26 aprile lo Yemac ha dovuto interrompere drammaticamente le sue attività a seguito della morte di tre suoi operatori (Mohammed Ahmed Ali Al Sharafi, Mustafa Abdullah Saleh Al Harazi e Hussein Abdo Mohssien Al Salami), uccisi dai resti di una bomba a grappolo ad Hayran, nella provincia di Hajjah. Il direttore dello Yemac, Ahmed Yahya Alawi, ha riferito ad Amnesty International che le attività del Centro sono sospese mentre sono in corso indagini sulla morte dei suoi uomini. Egli ritiene che l’episodio sia stato causato dalla negligenza di uno dei tre operatori nel rimuovere un ordigno inesploso vicino ai suoi due colleghi. Alawi ha criticato l’assenza di formazione adeguata e ha definito inefficaci e obsolete le attrezzature a disposizione: “La coalizione ha usato vari tipi di bombe a grappolo ma noi abbiamo dimestichezza solo con quattro di essi. Siamo rimasti sorpresi da queste nuove versioni. Sono più sensibili, è difficile farle esplodere ma metterle da parte inesplose è pericoloso. Abbiamo bisogno di formatori provenienti dai paesi che quelle bombe le producono e di migliore tecnologia per distruggerle”. “I paesi donatori devono agire con urgenza e sostenere l’azione a livello locale per individuare in condizioni di sicurezza, marcare e ripulire le aree in cui si trovano gli ordigni inesplosi e spiegare alle comunità di quei territori come, nel frattempo, evitare pericoli. Se non verrà fatto, sarà una bomba a orologeria per i civili, compresi i bambini” – ha commentato Fakih.  I bambini, infatti, sono particolarmente esposti al rischio di raccogliere sub-munizioni inesplose o di entrarci in contatto, scambiandole per giochi a causa della forma e della piccola dimensione. Alcune somigliano a palline, altre a bibite in lattina. Nel gennaio 2016, un 13enne ha raccolto una sub-munizione nei pressi di una fontana del villaggio agricolo di Noug’a, nella provincia di Sa’da, a 20-25 chilometri dal confine con l’Arabia Saudita. La sub-munizione era verde e sembrava “una piccola palla”: questa descrizione coincide con le sub-munizioni contenute nella bomba a grappolo BLU-63 di fabbricazione statunitense. Il ragazzo, che è rimasto in ospedale per due mesi e ha dovuto subire un’operazione chirurgica all’addome, ha detto ad Amnesty International che nei pressi della fontana vi erano altri ordigni di quel genere.  Il 1° marzo “Walid” (la cui vera identità è celata per motivi di sicurezza), un 11enne della stessa zona, ha perso tre dita della mano destra e ha riportato la rottura della mascella sinistra, oltre a ferite al petto e alle gambe. Suo fratello “Samih”, di otto anni, è rimasto ucciso. I due fratelli, secondo il racconto del più grande, stavano portando al pascolo le capre in una vallata quando hanno notato quei piccoli oggetti. Ci hanno girato intorno e giocato per diverse ore fino a quando uno è esploso.   Sulla base del racconto di “Walid”, si tratterebbe di sub-munizioni “ZP39” DPICM la cui presenza nel nord dello Yemen era stata già documentata da Human Rights Watch nel maggio 2015. Il 16 aprile, in un villaggio della provincia di Hajjah a 10 chilometri dal confine saudita, un ragazzo di 12 anni è morto e suo fratello di nove è rimasto ferito giocando con un ordigno trovato mentre stavano portando al pascolo le capre. Questo è il racconto del fratello sopravvissuto: “Ho raccolto la bomba e l’ho data a mio fratello in modo che ne avessimo una a testa. Lui le ha fatte sbattere e sono esplose. Io sono finito a diversi metri di distanza. Due o tre giorni prima, con un amico avevamo raccolto delle bombe in una busta di plastica e le avevamo nascoste sotto gli alberi. Avevano un nastro bianco”. Il ragazzo 12enne è rimasto ucciso sul colpo. Lo hanno ritrovato con l’addome aperto e le braccia mozzate. Il padre, che ha altri 13 bambini, ha raccontato che la loro famiglia era tornata nella zona solo di recente. Ora non trovano più spazio per portare al pascolo le capre: “Qui vicino le bombe sono persino appese sugli alberi”. “L’elevato numero di sub-munizioni usato dalla coalizione a guida saudita e l’alta percentuale di mancata esplosione non solo hanno ucciso e ferito persone ma hanno anche danneggiato gravemente i mezzi di sussistenza e trasformato i terreni in campi minati, rendendo difficile il pascolo così come i raccolti di banane, mango e pomodori” – ha sottolineato Fakih.

Le prime conferme dell’uso di bombe a grappolo di fabbricazione britannica nello Yemen. Dal 25 marzo 2015, quando è iniziata la campagna aerea della coalizione a guida saudita, Amnesty International ha documentato l’uso di sei tipi di bombe a grappolo nello Yemen: uso confermato da altre fonti credibili, come Human Rights Watch.  L’ultima missione di Amnesty International ha potuto confermare per la prima volta l’uso di bombe a grappolo britanniche BL-755, fabbricate negli anni Settanta dalla Hunting Engineering Ltd. Questo tipo di bomba a grappolo, progettato per essere sganciato dai jet britannici Tornado, contiene 147 sub-munizioni in grado di penetrare per 25 centimetri in veicoli blindati e che rilasciano oltre 2000 frammenti che diventano armi anti-persona. Depositi di BL-755 si trovano in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. I ricercatori di Amnesty International hanno visto una bomba a grappolo BL-755 nel deposito in cui lo Yemac raccoglieva gli ordigni inesplosi rinvenuti. La bomba non era esplosa e le sub-munizioni contenute in cinque delle sette sezioni originarie non si erano disperse né avevano detonato.  Si tratta del primo uso confermato di bombe a grappolo made in UK dall’adozione, nel 2008, della Convenzione contro le bombe a grappolo, nella cui stesura e nei cui negoziati il governo di Londra aveva svolto un ruolo da protagonista. La Convenzione, sottoscritta da oltre 100 paesi, vieta l’uso, la produzione e lo stoccaggio delle bombe a grappolo. Altri tipi di bombe a grappolo identificati dalla missione di ricerca di Amnesty International comprendono la brasiliana Avibras Astros e la statunitense CBU-105, con contenitori di sub-minuzioni BLU-108/B. Nell’agosto 2013 il dipartimento della Difesa Usa aveva siglato un contratto del valore di 641 milioni di dollari per la fornitura di 1300 bombe a grappolo CBU-105 all’Arabia Saudita. La sub-munizione BLU-108/B, prodotta da Textron Defense System, viene rilasciata dalla bomba a grappolo che la contiene. Durante la lenta discesa sostenuta da un paracadute, si avvia un veloce movimento rotatorio durante il quale, grazie all’aiuto di sensori ottici multimodali, le munizioni vengono dirette contro una serie di bersagli. La sub-munizione, dotata di un potente propellente, può perforare un veicolo blindato incendiandolo, mentre i frammenti vanno a colpire oggetti e persone. La presenza di numerosi ordigni inesplosi contraddice quanto affermato dalla US Security Defense Cooperation Agency, secondo la quale meno dell’1 per cento degli ordigni non esplode “nell’ambiente operativo in cui operano”. Il governo statunitense vieta la vendita o il trasferimento di bombe a grappolo che abbiano una percentuale di malfunzionamento superiore all’1 per cento.

Raccomandazioni di Amnesty International. “Senza un’azione congiunta per sollecitare la coalizione a guida saudita a cessare l’uso delle bombe a grappolo e l’immediata assistenza internazionale alle operazioni di sminamento, le bombe a grappolo e gli altri ordigni inesplosi costituiranno per anni un lascito mortale per lo Yemen, minacciando la vita dei civili e mandando a rotoli l’economia locale” – ha dichiarato Fakih. L’Arabia Saudita e gli altri stati membri della coalizione dovranno facilitare la bonifica delle aree in cui si trovano ordigni inesplosi. Gli stati in grado di farlo dovranno fornire tutta l’assistenza tecnica, finanziaria e materiale per rendere possibile la demarcazione delle aree e la rimozione o distruzione delle sub-munizioni e di altri ordigni inesplosi. Le vittime e le loro famiglie dovranno ricevere assistenza fisica e psicologica così come avere a disposizione programmi di riabilitazione e istruzioni per evitare i pericoli. Gli stati membri della coalizione a guida saudita dovranno immediatamente fornire alle Nazioni Unite le esatte coordinate degli attacchi con bombe a grappolo, comprese mappe, date e informazioni sul tipo e sulla quantità di armi usate, in modo tale da poter facilitare la bonifica e informare le popolazioni locali sui pericoli ancora presenti. Gli stati che forniscono armi alla coalizione a guida saudita e i singoli stati che ne fanno parte dovranno immediatamente cessare i trasferimenti e l’uso delle bombe a grappolo ed eliminare tutti gli stock ancora a disposizione. Da anni, Amnesty International e altre organizzazioni chiedono a tutti gli stati di porre immediatamente fine all’uso, alla produzione, ai trasferimenti e allo stoccaggio di bombe a grappolo e di aderire alla Convenzione del 2008. Gli altri due stati che, col Regno Unito, hanno prodotto bombe a grappolo usate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita nel conflitto yemenita, ossia Usa e Brasile, non fanno parte della Convenzione contro le bombe a grappolo. Non ne è parte neanche lo Yemen, anche se il 19 maggio suoi diplomatici hanno dichiarato che stanno considerando di aderirvi, dato l’alto livello di contaminazione da bombe a grappolo nel paese. Né l’Arabia Saudita né gli stati membri della coalizione a guida saudita hanno aderito alla Convenzione. Tuttavia, sulla base del diritto internazionale umanitario consuetudinario, agli stati membri di questa coalizione è fatto divieto di usare armi di per sé indiscriminate, che pongono inevitabili minacce per la vita dei civili. Dal febbraio 2016, Amnesty International sta chiedendo a tutti gli stati di assicurare che nessuna delle parti coinvolte nel conflitto yemenita riceva, direttamente o indirettamente, armi, munizioni, equipaggiamento o tecnologia militare da usare nel conflitto fino a quando le violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario non saranno cessate. Amnesty International chiede inoltre a tutti gli stati di appoggiare la richiesta di un’indagine indipendente, imparziale e internazionale, sulle violazioni commesse da tutte le parti coinvolte nel conflitto.
Amnesty International Italia