Il CTB mette in scena il dramma armeno

 

 

 

 (tutte le foto sono di Umberto Favretto)

Tra le nuove produzioni del CTB di Brescia, la bella commedia “Una bestia sulla luna”, in co-produzione con Fondazione Teatro Due di Parma. In scena fino al prossimo 11 dicembre al Teatro Santa Chiara “Mina Mezzadri” di Brescia, dove lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale lo scorso 21 novembre, “Una bestia sulla luna” tratta il dramma armeno prima e dopo la prima guerra mondiale, quando il governo turco, ancora oggi restio ad ammetterlo, ha ordinato a centinaia di persone di lasciare la propria casa e la propria terra per andare lontano, trovando la morte sia per stenti e fatica, sia per uccisione da parte delle forze armate e di polizia turche. Molto è stato fatto e ancora si sta mettendo in atto affinché quella tragedia, ispirazione nazista per l’eliminazione successiva del “problema ebraico”, non rimanga soltanto una testimonianza considerata di parte o addirittura fittizia. Andrea Chiodi, regista del lavoro su testo di Richard Kalinoski, con una leggerezza che unica porta alla vera riflessione, è riuscito nell’intento di alzare il velo su persone dimenticate. Di origini turche e di tradizione ebraica, Chiodi ha vissuto profondamente il testo teatrale e lo ha fatto suo come solo si può con una vera partecipazione umana, oltre che professionale. I protagonisti sono Elisabetta Pozzi nel ruolo di Seta e Fulvio Pepe nel ruolo di Aram Tomasian.

 

Siamo nel 1921, negli Stati Uniti, a Milwaukee precisamente. Aram ha appena visto la sua sposa. È Seta, ragazzina quindicenne conosciuta in fotografia e sposata tre mesi prima per procura. Fuggito dal genocidio armeno, ora vuole sposare una persona del suo popolo, come lui scampata miracolosamente alla morte. Vissuta in orfanotrofio, Seta è grata per essere stata salvata dalla morte e dalle pulci, dalla fame e dal terrore di vedere ancora il carceriere al quale sua sorella si era concessa per salvarla dalla violenza. L’incontro tra i due è buffo, tra una bambola di pezza, unico ricordo della madre, e un quadro di famiglia dove, però, i personaggi ritratti sono senza testa. L’uomo, per introdurre la ragazza nel suo nuovo ruolo di moglie, le legge la Bibbia, con solennità e convinzione, mentre la ragazzina si chiede perché, dato che lei capisce benissimo la situazione e lei la Bibbia la sapeva leggere anche da sola, come faceva al nonno per conciliargli il sonno. Quindi la situazione è tragicomica, con la giovane che si nasconde sotto il tavolo e vuole scappare e Aram che non si capacita di avere un impiastro simile tra i piedi, proprio lui che aveva speso un sacco di soldi in mazzette per permetterle di arrivare in America.

Aram vuole rifarsi una vita ma, evidentemente, la vita non ne vuole sapere di rendergli le cose facili solo perché lui è un sopravvissuto, un armeno ingiustamente perseguitato e che ora cerca di essere americano, quindi nuovo, scevro di quei problemi lasciati un Europa. Quindi, nel racconto di una tragedia che si dipana sotto gli occhi degli spettatori con la leggerezza della situazione spesso comica, ecco che la verità emerge con la sua drammatica pesantezza, con la sua drammatica e lucida voglia di continuare ad esistere, ma senza rinunciare al ricordo. Alla bambola di pezza, sempre di pezza e sempre sdrucita anche se con i vestitini nuovi; al quadro di famiglia, anche se ogni tanto è meglio coprirlo e non farlo vedere nella sua sconvolgente e allo stesso tempo ridicola mutilazione, tanto simile a quella delle persone vere. Il racconto è in prima persona da parte di Vincenzo, Vincent (Alberto Mancioppi), nel 1995. La coppia, infatti, non poteva avere figli, così un giorno Seta accoglie in casa un giovane italiano povero e nelle stesse condizioni in cui si era trovata lei. Aram è fotografo di professione, vivono in una bella casa dignitosamente e, quindi, è normale volere aiutare l’orfanello (il bravissimo attore Luigi Bignone), sbandato da quando la madre è ricoverata in un ospedale psichiatrico. Il dramma si ripropone, dunque, sotto altra forma e in altri anni, tanto come ora, oggi, quando non tutti vedono nello stesso modo il dramma di un tempo sulla faccia di persone nuove. Il ricordo dell’Armenia e delle tradizioni di un popolo, di un popolo che non c’era più, viene quindi raccontato su vari piani narrativi di passato e presente, di vita e di memoria, di oggi e di ieri, di necessità di vivere e di continuare a farlo, malgrado tutto. Le nuove opportunità della vita non possono lasciare il passo alla melanconia, alla disperazione, e la testardaggine che dimostra Aram è la sofferenza fatta riscatto, prepotentemente, sempre, anche quando il cuore è a pezzi.

Ne risulta un lavoro interessante, coinvolgente e bello, come solo la bellezza della verità di cui ci si fa carico può essere.

In scena a Brescia fino all’11 dicembre, da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

A Verona la magia del Natale con il grande albero Bauli

Dalle tradizioni che si ripetono ogni anno, nascono i momenti che rendono speciale ogni Natale. È con questo spirito che Bauli torna a illuminare Verona con i suoi alberi natalizi ricchi di luci in Porta Nuova. Bauli, l’azienda dolciaria simbolo del Natale, è un’azienda familiare nata nel 1922 a Verona dall’abilità artigianale di Ruggero Bauli, è una realtà industriale che è riuscita negli anni, grazie al proprio know how, alla passione per l’arte pasticcera e allo sviluppo tecnologico, ad affermare un elevato indice di notorietà del marchio grazie a una riconosciuta leadership nel settore dolciario nel mercato dei prodotti da ricorrenza e dei croissant. Bauli è il brand di riferimento per chi cerca soffici bontà d’ispirazione pasticcera, curate in ogni dettaglio, ideali per rendere speciali i dolci momenti quotidiani e della festa. Anche quest’anno ha rinnovato il suo profondo legame con la sua città d’origine, Verona, allestendo a Porta Nuova il tradizionale abete da 20 metri addobbato e ricco di luci che dà il benvenuto a Verona per chi arriva in centro, e che apre come da tradizione la stagione del Natale veronese con tutti i suoi eventi, contribuendo al progetto comunale “Verona si veste di Luce”.

In occasione dell’inaugurazione dei “Mercatini di Natale di Verona” è stato poi acceso un altro albero natalizio Bauli da 10 metri, pronto ad illuminare la città e chi si recherà tra le bancarelle alla ricerca di prodotti artigianali.

Lo stesso per Piazza delle Erbe e in Portoni Borsari, dove ci sono altri 2 abeti da 10 metri per offrire a tutti la possibilità di respirare l’atmosfera caratteristica dello spirito Bauli.

Gli alberi natalizi Bauli, con il loro augurio di Buone Feste, illumineranno il centro cittadino fino a inizio gennaio.

Sara Della Noce

I due gentiluomini di Verona a Brescia

Continua la bella rassegna del CTB di Brescia con la commedia “Una bestia sulla luna”, in scena al Teatro Santa Chiara cittadino, ma pubblichiamo nuovamente l’articolo su “I due gentiluomini di Verona” che non risulta sul sito per problemi tecnici.

La stagione del CTB, Centro Teatrale Bresciano, riapre con la messa in scena della commedia “I due gentiluomini di Verona”, opera giovanile di William Shakespeare assolutamente contemporanea e adatta al nostro tempo. La scelta del regista Giorgio Sangati è stata quella di studiare il Bardo e di attualizzarlo con giovanotti che sono ora come un tempo carichi di voglia di nuovo, di un pizzico di romanticismo, di “stupidera” come comunemente si chiama e di tanto di nuovo che li fa sembrare assolutamente uguali a quelli di un tempo.

Non sono dunque i telefoni cellulari e i pc che fanno la differenza. Gli adolescenti sono sempre alla ricerca di sé, di un punto di riferimento, di scoprire la vita, di trovare l’anima gemella. Andavano dietro alle donzelle con libri di poesie alla mano nella Verona un po’ provinciale, per trovarsi catapultati d’improvviso a Milano, alla corte del Duca, per volontà paterna di farne degli uomini. Verona dalle alte mura austere, pronte a difenderli e a proteggerli come le gonne della madre o i timori del padre di smarrirli, è tanto diversa dalla Milano dalle luci sfolgoranti, dove alla corte del Duca c’è la bella Silvia di cui non si può fare altro che innamorarsene. I principi inculcati dalla migliore educazione di corte e di credo, si piega ai voleri della carne e della politica e, allora, alla donna bella e fiera, colta e disinvoltamente disinibita si sacrificano l’amor cortese e l’amore fraterno per il migliore amico.

 

Lo scontro non può che essere nella vita, nella ricerca di un perché e di un motivo che faccia uscire dal circolo vizioso delle scelte altrui che, apparentemente, sono i propri sentori; scelte anche poggianti sul tradimento, sull’abbandono dei principi fondanti dell’essere uomo. Dunque ecco che sulla scena compaiono i giullari, quelle comparse che Shakespeare saprà rendere magistrali mano a mano che scriverà commedie e che ora rappresentano quanto di più convincente c’è in teatro a parte… il cane. Secondo Sangati il cane è la vera star, ma tanto la giudica da subito anche il pubblico, perché alla sua apparizione si alza un mormorio inconfondibile di approvazione. Il cane è assolutamente indifferente a quanto accade agli uomini, ai loro giri tortuosi di parole e di sentimenti. È indifferente alla povera Giulia, la fidanzata di uno dei due gentiluomini, Proteo, che raggiungerà a Milano l’amato sotto le mentite spoglie di un ragazzo, unico modo per poter viaggiare sola e poter controllare le gesta di lui. È indifferente agli stessi protagonisti, Proteo e Valentino, legati da profonda amicizia che sfiora il rapporto sentimentale e che sono pronti a uccidersi per Silvia. Il cane porta la vita in teatro anche dal punto di vista stretto del termine, dato che si comporta come se niente e nessuno lo toccasse minimamente: si gratta, si accuccia, osserva indifferente il pubblico e rimane altrettanto immobile durante lo scroscio di applausi a lui rivolti. Immobile come la scelta di fare restare uno dei protagonisti in scena durante l’intervallo, a significare anche con quella performance tanto semplice quanto complessa, che la vita non si ferma mentre tutti vanno a prendersi una pausa caffè.

 

(la compagnia, foto di Umberto Favretto)

La vita continua e prosegue il suo percorso di silenzi, di non detti, di parole e di grida, di sofferenza più o meno silente fino a quando non ci si rende conto di quanto si è perso senza l’amico migliore, senza l’amata, senza l’apporto di chi sembra inferiore o viene trattato come tale: Svelto, Lancillotto, i banditi a cui si lega Valentino. La commedia sperimentale del genio di Stratford-upon-Avon diventa un’ottima produzione del CTB con il Teatro Stabile del Veneto-Teatro Nazione, con un finale tutto meno che scontato. In scena ottimo il cast, anche se alcuni dialoghi avrebbero dovuto essere più snelli, lasciando il lirismo alle movenze. Ottimi i secondi ruoli, soprattutto per la capacità di ciascuno di impersonare un carattere, più che un ruolo.

Da vedere.

(foto di scena fornite dal CTB)

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

“Canto alla città” a Brescia

“Un percorso d’ascesa, difficile ma pur sempre un cammino verso la conoscenza”, così Lucilla Giagnoni, interprete e ideatrice della nuova produzione CTB Centro Teatrale Bresciano, racconta l’idea originaria di Canto alla città, che sarà in scena il prossimo 29 e 30 novembre alle ore 20.30 presso il Teatro Sociale (Via F. Cavallotti, 20) di Brescia.

Un progetto dedicato alle città, ai luoghi che ognuno vive ogni giorno. Alle città Lucilla Giagnoni dedica un canto, come i cento della Commedia di Dante, testo da cui tutto lo spettacolo trae origine. Dopo aver lasciato “la selva oscura” dell’incipit, è dalla seconda cantica, quella del Purgatorio – forse la più umana – che il viaggio inizia. Un percorso di conoscenza, aspro, irto e pieno di insidie attraverso cui l’uomo è guidato dalla Poesia: è infatti Virgilio a indicare la via che condurrà al cielo. Nella dicotomia terra-cielo si chiarisce l’intento dello spettacolo. Indagare e ragionare sulla tensione che si genera dalla costrizione dell’uomo a vivere nella condizione orizzontale terrena, l’uomo che ha invece in sé una scintilla di divino e che cerca nell’altezza, nella verticalità, un rapporto col cielo, con il trascendente – con il noumeno che ha in sé. L’arte diventa così mezzo per attingere al sovrasensibile. Essa è uno strumento profondamente umano, come il Teatro, che nell’antichità veniva costruito a metà tra il mercato, zona ribassata della città, e la zona spirituale dell’acropoli, solitamente collocata su di un’altura.

Il viaggio di Lucilla Giagnoni è un racconto che muove da certezze antiche e poetiche per contestualizzarsi nel presente attraverso la presenza sul palcoscenico delle orchestre delle città che ospitano lo spettacolo. A Brescia sarà infatti la musica dell’Orchestra di fiati del Conservatorio Luca Marenzio di Brescia, diretta da Giovanni Sora, a dare voce alla città. Esito del campus estivo condotto appositamente per lo spettacolo, l’orchestra – composta da 55 allievi dei corsi tradizionali e accademici dell’istituto – eseguirà un programma che comprende musiche di Eric Witacre, Ottorino Respighi, Gordon Jacob, Eric Satie, Gustav Hölst, Joan Pachelbel e Ralph Waugan.

Lo spettacolo è di e con Lucilla Giagnoni, l’allestimento fonico è di Paolo Pizzimenti, le luci di Massimo Violato, le musiche sono eseguite dal vivo dall’Orchestra di fiati del Conservatorio Luca Marenzio di Brescia diretta da Giovanni Sora.

Lo spettacolo prodotto dal CTB Centro Teatrale Bresciano è inserito nella Stagione di Prosa2017/2018 che è realizzata grazie al sostegno dalla Fondazione ASM e del Gruppo A2A di Brescia.

 

Véronica Verzeletti

 

Voglia d’Italia. Il collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano

(Luca Della Robbia, Ritratto di giovinetto, 1445ca, Terracotta invetriata, cm 28 x 20 x 18, Napoli, Museo Civico Gaetano Filangieri)

Il 7 dicembre 2017 si apre a Roma la mostra Voglia d’Italia. Il collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano. Articolata in due sedi, Palazzo Venezia e Gallerie Sacconi nel complesso del Vittoriano, rimarrà aperta fino al 4 marzo 2018.

L’iniziativa, promossa e organizzata dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, nell’ambito del programma di valorizzazione dei propri musei e luoghi di cultura, sottolinea la cura rivolta in particolare verso Palazzo Venezia e il Vittoriano, tornati ormai alla ribalta del grande pubblico. Nella circostanza il visitatore può fruire di un biglietto unico per le due sedi, che gli consente fra l’altro di accedere alla spettacolare terrazza panoramica del Vittoriano.

Curata dallo storico dell’arte Emanuele Pellegrini, professore all’IMT – School for Advanced Studies di Lucca, la mostra si avvale di un comitato scientifico di alto profilo, del quale fanno parte Francesca Baldry, Roberto Balzani, Flavio Fergonzi, Annamaria Giusti, Donata Levi e Carl Brandon Strehlke.

La mostra presenta al pubblico – per la prima volta in modo organico – la raccolta vasta e sorprendente che i coniugi statunitensi George Washington Wurts ed Henriette Tower misero insieme a cavallo fra XIX e XX secolo e donarono poi allo Stato italiano, per l’esattezza al museo di Palazzo Venezia, dove tuttora è conservata. Alla base della mostra vi è comunque anche l’idea di restituire il contesto della raccolta Wurts, ovvero quella particolare forma di collezionismo che tra Ottocento e Novecento si legò così intimamente all’Italia, fino a concretizzarsi spesso nella donazione allo Stato di singole opere o di intere raccolte. La mostra illustra le dinamiche del collezionismo, soprattutto anglo-americano, e del mercato internazionale, sullo sfondo dei radicali cambiamenti vissuti in quegli anni dalla giovane nazione italiana e dalla sua nuova capitale, Roma. La costruzione del Vittoriano, iniziato nel 1885 e inaugurato nel 1911 nell’occasione dell’Esposizione che celebrava il cinquantenario dell’Unità d’Italia, diviene l’emblema che caratterizza la città all’alba del Novecento.

Ai Wurts è dedicata la sezione allestita a Palazzo Venezia , con l’esposizione delle opere più significative della raccolta, molte delle quali sono state portate fuori dai depositi, studiate e restaurate per l’occasione.

Il contesto entro cui fiorì la passione dei Wurts per il collezionismo trova invece la sua collocazione ideale nelle Gallerie Sacconi del Vittoriano. Un congruo numero di opere, provenienti da prestigiosi musei e collezioni private italiane ed estere, racconta un intero mondo fatto di aste, di mercanti e di mercato, nazionali come internazionali, oltre all’affermazione di un artigianato di qualità portavoce di una rilettura “in stile” dell’arte del passato. L’inedito percorso espositivo si sviluppa anche in ambienti di solito non accessibili al pubblico e appena restaurati, fra cui le Gallerie Sacconi appunto, restituendo visibilità all’architettura interna del monumento. Da semplice teatro, o ‘contenitore’, il Vittoriano diviene così parte integrante e partecipe della mostra. “La mostra – afferma la direttrice del Polo Edith Gabrielli – si pone come un momento chiave nella strategia del Polo Museale del Lazio. Rigorosamente site-specific e contraddistinta da un rimarchevole impegno culturale, essa sottolinea il rientro nel circuito del grande pubblico di Palazzo Venezia e del Vittoriano”.

La comunicazione è curata da Civita Mostre. Il catalogo è edito da Arte’m. In occasione dell’esposizione la Sala Regia di Palazzo Venezia ospiterà una rassegna sulla musica di quegli anni curata da Ernesto Assante.

ROMA, Palazzo Venezia, Ingresso da Piazza Venezia

Martedì/Domenica 8.30 – 19.30 (chiuso il lunedì). La biglietteria chiude un’ora prima

Gallerie Sacconi al Vittoriano, Ingresso da Piazza Venezia e da Via del Teatro di Marcello (lato Aracoeli)

Tutti i giorni 9.30 – 19.30. La biglietteria chiude un’ora prima

La mostra è allestita in due sedi, a Palazzo Venezia e nelle Gallerie Sacconi al Vittoriano. Durante la sua apertura al pubblico è istituito un biglietto unico, valido 7 giorni: il biglietto consente di visitare le due sezioni della mostra, Palazzo Venezia e di accedere agli ascensori panoramici del Vittoriano.

Biglietto unico valido 7 giorni per le due sezioni della mostra, Palazzo Venezia e ascensore panoramico del Vittoriano:

  • Intero € 10,00
  • Ridotto € 5,00
  • Gratuito: riservato alle categorie previste dalla legge e consultabili sulla pagina ufficiale del MiBACT http://www.beniculturali.it

Ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese.

È disponibile un’audioguida gratuita della mostra sia a Palazzo Venezia che al Vittoriano.

 

Barbara Izzo

 

Sciare sulle Dolomiti

(pista da sci Alpe Lusia San Pellegrino)

L’inverno è alle porte e sulle Dolomiti ci si prepara ad inaugurare una nuova stagione sciistica. Siete alla ricerca della meta perfetta per una vacanza sulla neve? Abbiamo quello che fa per voi: la ski area Alpe Lusia/San Pellegrino, in Val di Fassa!

Un unico skipass per 24 impianti di risalita e 100 km di piste preparate con cura, sempre perfettamente innevate e adatte ad ogni livello di esperienza, dai campi scuola ai tracciati più impegnativi frequentati regolarmente dai grandi campioni della Nazionale Italiana di Sci Alpino per allenarsi in vista dei loro impegni agonistici. L’Alpe Lusia/San Pellegrino offre ben 3 punti di accesso, dalla Val di Fassa con la cabinovia dell’Alpe Lusia e gli impianti del Passo San Pellegrino e dal versante veneto del comprensorio, a solo due ore da Venezia, con la cabinovia Falcade-Le Buse, ma soprattutto è garanzia di comodi parcheggi vicino alle piste, panorami da sogno, ampia scelta di strutture ricettive e numerose proposte di relax e gusto per grandi e piccoli.

Un vero paradiso nel cuore del Dolomiti Superski che, dopo aver fatto da palcoscenico a diverse edizioni dei Campionati Italiani Assoluti, dal 18 al 21 dicembre 2017 ospiterà i test events dei Fis World Junior Championships #ValdiFassa2019, due gare di discesa libera della Coppa Europa Femminile che avranno luogo sulla pista La VolatA, bellissima nera che scende dal Col Margherita (2514 m) al Passo San Pellegrino (1918 m) con un dislivello di 630 metri e pendenze che sfiorano il 50%.

Novità assoluta della scorsa stagione, La VolatA è una delle piste più impegnative e adrenaliniche delle Dolomiti e, grazie ai lavori di adeguamento appena conclusi secondo gli standard FIS Alpine World Cup Tour, tra cui l’allargamento della parte alta, da quota 2500 a quota 2200 metri, l’ampliamento del parterre di arrivo in prossimità della stazione a valle della funivia Col Margherita, il posizionamento di reti fisse di protezione e la cablatura dell’intero tracciato con la fibra ottica, ha ottenuto l’omologazione per gare a calendario nazionale e internazionale.

Nella ski area Alpe Lusia/San Pellegrino una particolare attenzione è riservata ai primi passi sugli sci e ai bambini che hanno a disposizione maestri specializzati, campi scuola super attrezzati, percorsi tematici e asili sulla neve dotati di aree gioco esterne e sale riscaldate con assistenza e baby menù a richiesta. Inoltre, sono tantissime le opportunità per divertirsi dopo lo sci: si può camminare in mezzo ai boschi a piedi o con le ciaspole, giocare sulla neve con lo snowtubing o lo slittino, pattinare a ritmo di musica, fare delle romantiche gite in slitta trainati dai cavalli, rilassarsi nei rinomati centri wellness degli hotel e gustare piatti prelibati nei rifugi a bordo pista con vista panoramica sull’affascinante spettacolo delle cime innevate.

ATCommunication (anche per credit fotografico)

‘Geografia di una strage: gli eccidi nazi-fascisti nel Ferrarese 1943-1945’

È aperta al pubblico, nella sala mostre del Museo civico del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara (corso Ercole I d’Este, 19), la mostra “Geografia di una strage: gli eccidi nazi-fascisti nel Ferrarese 1943-1945” a cura di Antonella Guarnieri e di Davide Guarnieri.

La mostra, già proposta nel 2015 dallo stesso Museo, si prefigge un primo sguardo d’insieme sulle vicende di un territorio che, durante l’occupazione tedesca e l’istituzione della R.S.I. che ricondusse al potere il fascismo, vide la propria popolazione sottoposta a vessazioni e violenze, culminate in numerosi eccidi ed uccisioni di singoli avversari del fascismo, compiuti, nella maggioranza dei casi, proprio dagli appartenenti alla Repubblica di Salò.
Gli eccidi della città estense e quelli della provincia sono uniti in un unico percorso che evidenzia come, nel Ferrarese, il terrore avesse molto più spesso il volto del brigatista nero che non quello degli occupanti tedeschi, i quali, comunque, soprattutto nell’ultimo anno di guerra, contribuirono attivamente ad accrescere il clima di terrore nel quale le popolazioni locali si trovarono a vivere.

Oltre ai pannelli che conducono il visitatore in un viaggio dolente attraverso la disperazione di quel biennio, ma anche attraverso il coraggio e la testardaggine che questi uomini e queste donne misero in campo per combattere un nemico tanto più numeroso ed armato, sono esposte le scansioni delle “relazioni di squadra” prodotte nell’immediato Secondo dopoguerra dai responsabili partigiani delle zone interessate, conservate nel fondo ANPI di Ferrara, custodito presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza. Documenti preziosi perché bene permettono di contestualizzare la situazione nella quale quei fatti accaddero.

La riproposta della mostra, che ha ottenuto un ottimo successo nella sua prima edizione, nasce dalla volontà di ricordare, quello che i fascisti e i nazisti hanno fatto nelle zone occupate tra il ’43 e il ’45. Il racconto, che poggia sull’uso di documentazione storico-archivistica, cerca di testimoniare, soprattutto alle giovani generazioni, vittime del tentativo di sdoganare l’immagine del nazi-fascismo, messo in atto ormai da più parti, la violenza, la crudeltà, la volontà di sopraffazione totale che i fascisti e i nazisti misero in atto anche nel nostro territorio, proponendo il confronto tra un mondo di terrore, dove una feroce dittatura era pronta a dilaniare chiunque non la pensasse alla stessa maniera, e la democrazia, che, seppur imperfetta e migliorabile, trae la propria forza dalla volontà di perseguire eguaglianza, libertà, pace.

L’esposizione rientra nel calendario delle iniziative di commemorazione e cultura storica organizzate dal Comitato cittadino per le Onoranze, in occasione degli anniversari degli eccidi fascisti e nazisti a Ferrara. La mostra sarà visitabile fino al 7 gennaio 2018, dal martedì alla domenica dalle 9,30 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Previo accordo con la responsabile del Museo, sono possibili visite guidate per scolaresche delle scuole medie inferiori e superiori.

 

Alessandro Zangara