“Falstaff e il suo Servo” al Teatro Sociale di Brescia

Falstaff e il suo Servo, foto di scena di Tommaso Le Pera. Branciaroli nel ruolo di Falstaff

Al debutto ieri sera, 22 ottobre, al Teatro Sociale di Brescia “Falstaff e il suo Servo”, produzione CTB con il Teatro de Gli Incamminati e Teatro Stabile d’Abruzzo. Protagonisti in scena Franco Branciaroli, nel ruolo di Falstaff, e massimo De Francovich nel ruolo del Servo, diretti da Antonio Calenda che ha curato il testo, da William Shakespeare, con Nicola Fano. Un testo interessante, parodia del contemporaneo, pur se richiamando in scena il genio di Shakespeare, rotolato fuori da un baule come Branciaroli all’apertura della scena, con un buon effetto scenico. Falstaff/Branciaroli non può non avere una gran stazza, con la pancia tanto grossa che gli impedisce di muoversi, se non aiutato da Alessio Esposito (Sir Page, e Bardolph) e da Matteo Baronchelli (Sir Ford e Francis), che lo sostengono e lo tirano, per impedirgli di rovinare fragorosamente su se stesso.

Falstaff e il suo Servo, foto di scena di Tommaso Le Pera. Falstaff (Branciaroli) e il Servo (De Francovich)

Buono lo spunto per riflettere sul presente, incentrato sull’apparenza e il superficiale, senza tenere conto della sostanza, anche quando sembra che di sostanza ce ne sia tanta, come per l’epa del nostro. Il Servo si propone come soluzione e solutore, alleato e acerrimo intimo nemico, saggio e beffardo, capace della più profonda fedeltà, ma anche pronto al più subitaneo tradimento. Non è così forse la società di oggi, fondata troppo spesso e sempre più spesso su amicizie virtuali, legami solidissimamente via etere e che si infrangono ben presto per una chat troppo precipitosa, la risposta senza filtri? Il destino è la fine, come del resto recita la caducità umana, ma l’ottimismo di Falstaff è comunque esilarante, la sua voglia di fare e, soprattutto, di vivere salda, soprattutto se dietro a qualche bella donzella che immancabilmente vuole sposare anche s’ella è già maritata (Valentina Violo nei panni di Madame Page e della Prostituta; Valentina D’Andrea sia Madame Ford che l’Ostessa). Falstaff invoca i suoi amici, coloro che lo capiscono e lo proteggono, come Enrico, figlio di Enrico IV e a sua volta re alla morte di questi con il nome di Enrico V. All’osteria, dove bighellonavano insieme qualche volta, Falstaff chiama Enrico in sua difesa, ma è pronto a dichiarare di volerlo bastonare se nega che il suo anello di rame non è, invece, d’oro zecchino, come vuole fare credere a tutti. Con Enrico esagera, sia in tema di soldi che di briganti che l’hanno derubato, e ci fa il verso, per le tante volte che vorremmo essere differenti da noi, senza riuscirci almeno per noi stessi davvero fino in fondo. Sono tante le battute sagge, anche se si sarebbero potute evitare alcune parolacce che certo portano l’ambientazione facilmente all’orecchio, ma rischiando di fare restare poi solo quella alle orecchie meno abituate all’ascolto. Qualche baluardo ci deve pur essere, se l’Italia scivola miserevolmente sempre più in basso nella classifica dell’istruzione…

Falstaff e il suo Servo, foto di scena di Tommaso Le Pera. Falstaff/Branciaroli con Violo, D’Andrea, Esposito e Baronchelli

Ottimo Branciaroli nel suo ruolo, ma altrettanto De Francovich che riescono a duettare molto bene, con un tempo scenico ben calibrato. Ho apprezzato molto i costumi della Sartoria Farani e la mancanza di scenografie, sostituite da una luce vivida, ad indicare il tempo fisso e chiaramente visibile, senza vie di fuga nell’ombra. A parte un baule, che diventa tavolo, e un cavallo di legno dalla foggia antica, soltanto gli attori ci danno il ritmo della vita, dimostrando come sia ininfluente il contorno e quanto valga (e debba valere) la persona al di sopra di tutto. Alla fine, gli autori non hanno messo in scena il testo di Falstaff di Shakespeare, ma hanno scritto un copione pescando tra le opere del Bardo, soprattutto cercando cosa c’è di shakespeariano nella vita contemporanea. Ecco allora “Le allegre comari di Windsor”, “Enrico IV”, un pizzico di “Amleto”, “Enrico V”, “Falstaff” stesso. Un testo che diventa personaggio e che perisce quando perde il senso del vero, dell’umano, del colto. Così come è destinato a perire colui che non guarda al futuro, alla costruzione profonda di sé e di qualcosa che resti, che non sia “like” soltanto: Falstaff rappresenta la volontà di presenzialismo di vita più che di essenza esistenziale, ciò su cui oggigiorno serve una riflessione collettiva.

Lo spettacolo replicherà fino al 3 novembre prossimo e inaugura la 46esima Stagione di Prosa del CTB che ne ha curato 14 produzioni in cartellone, oltre alle 27 ospitalità.

 

Alessia Biasiolo

 

 

“Apologia” di Campbell al Teatro Sociale di Brescia

Foto di scena di Luca del Pia

Co-produzione CTB e Teatro Stabile di Catania, per la regia di Andrea Chiodi, su testo di Alexi Kaye Campbell, tradotto da Monica Capuani, sarà in scena fino al prossimo 12 maggio, al Teatro Sociale di Brescia, “Apologia”, con Elisabetta Pozzi, Giovanni Franzosi, Christian La Rosa, Emiliano Masala, Francesca Porrini e Martina Sammarco. Una commedia divertente, capace di mettere in luce le ottima capacità recitative del cast, e soprattutto di una madre (Elisabetta Pozzi) che si trova a fare i conti con se stessa: donna, madre, amica, moglie, amante, scrittrice. Tutti ruoli, ma soprattutto l’ultimo, che la rendono degli altri, più che di se stessa. Come nella vita reale, di cui il lavoro teatrale è eccellente spaccato, l’esistenza cade addosso in un momento non ben identificato della propria vita, senza preavvisi e senza possibilità di scampo. Peggio di un killer su commissione. Addosso a Kristine, il giorno del suo compleanno, cadono i suoi due figli: Peter (Christian La Rosa), stabilmente impiegato in banca, fidanzato con Trudi (Francesca Porrini) che vuole sposare, e che presenta ora a sua madre; e Simon (Emiliano Masala), dalle millantate doti letterarie che, in sette anni, non hanno prodotto il libro su cui sta lavorando, fidanzato con un’attrice di soap opera (ma che in realtà si prostituisce o che, comunque, lo tradisce). Il giorno del compleanno Kristine aspetta i figli a casa e vuole cucinare, ma il forno non vuole saperne di funzionare, archetipo di quanto poco sia interessata alla vita pratica la protagonista. Che vanta un buon successo editoriale, che è stata un’appassionata contestatrice negli anni della protesta, che è esperta di Storia dell’Arte, andata a vivere per anni a Firenze con i figli fino a quando il padre non glieli ha portati via; che è da sempre e sempre sarà amica di Hugh (Giovanni Franzoni), il contraltare e la spalla che perfeziona lo humor inglese della commedia con la sua omosessualità garante di fedeltà romantica all’amicizia, ma anche ai valori che Kristine incarna e che lui da sempre condivide.

Foto di scena di Luca del Pia

Clima da Anton Checov, ben incorniciato nella scenografia ricca e curata di Matteo Patrucco (luci di Cesare Agoni, costumi di Ilaria Ariemme e musiche di Daniele d’Angelo). Lo humor, che spesso è solo la pura verità della cultura che si scontra con la sua assoluta mancanza nei giovani d’oggi, si scatena sulla ragazza americana, così semplice e pertanto aggredibile, che ha dalla sua parte la fede e gli incontri di preghiera, ciò che Kristine ha sempre contestato e che, forse, poco capisce. Si rende conto proprio grazie a questo, che suo figlio Peter ha tradito il suo insegnamento, le sue convinzioni, senza ammettere che qualcuno possa avere convinzioni diverse dalle sue, ma nel contempo dimostrando di trovarsi disorientata in una società che non ha più nulla di reale in cui credere (tanto che Trudi si chiederà, ad un certo punto, se la sua fede in Dio in realtà non sia solo abitudinarietà vuota di senso). Kristine ha il difetto che dice sempre quello che pensa, senza mezzi termini, talmente schietta che non può che generare fastidio nei suoi confronti. Simon contesta alla madre, come il fratello, di non avere lottato per tenere i figli con sé, di essere stata se stessa, inseguendo le sue passioni, i suoi studi, il suo successo. È la verità dilaniante della donna che, spesso, non sa, non può e/o non vuole conciliare vita privata e professionale, amori e doveri, figli e interessi. Non è una madre tipo, ma nessuna lo è, agli occhi esterni. Che fare, allora? I dialoghi chiariscono un po’ le posizioni, ma la commedia lascia tanti interrogativi sui quali riflettere.

Da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

Sindrome italiana

La Sindrome italiana è una patologia psichica che colpisce soprattutto le badanti, molto spesso originarie dei Paesi dell’Est europeo, che vivendo a lungo nel nostro Paese, adattandosi ai nostri stili di vita grazie ai quali hanno un lavoro sicuro che, spesso, è vitale per loro stesse e per i familiari rimasti in patria, non sono più in grado di adattarsi allo stile di vita proprio tornando a casa. Là trovano cambiati figli, mariti, genitori; si sono appropriate della vita italiana e non ne hanno più una loro. Spesso costrette (per necessità, per voler fuggire da una situazione non libera per mille ragioni) a lavorare 24 ore su 24 accudendo bambini o anziani e svolgendo pulizie di casa e uffici, dimenticano se stesse, la loro dignità di donne e si snaturano diventando l’alter-ego di chi, qui, ha bisogno di loro. Pertanto non sono più loro stesse e, viceversa, quando tornano a casa, non sono più, o non sono abbastanza, italiane. Gli psichiatri diagnosticano per queste donne una depressione che è particolare, è “italiana”, Paese dove più che in altri esse trovano lavoro. Tornando in Patria diventano silenziose, introverse, si sentono e sono sole, non mangiano, hanno istinti e manie suicide. Insomma, vivono un forte coinvolgimento emotivo che ha zone di luce e molte di ombra. Il teatro ha già indagato colf e badanti, proprio a Brescia con il capolavoro “La badante” di alcuni anni fa. Ed oggi ci troviamo di fronte ad un’opera teatrale ben congegnata, ben fatta, bella da vedere e da vivere.

Ottima l’idea che porta in scena tre donne italiane che, per necessità, trovano lavoro come badanti. La situazione personale delle tre è talmente drammatica che porta a ridere. Intanto partendo dall’idea, dallo svisceramento di un bisogno che si fa azione e scelta, per poi accedere al famoso ufficio di collocamento in cui essere italiana e cercare lavoro come badante è improponibile. Per cercare di farsi considerare per il collocamento, le tre amiche si inventano ogni capacità: infermiera, pedagogista; capaci di pulire, lavare, stirare, riordinare, cucinare, accudire. Tutto ininterrottamente, perché non c’è tempo da perdere: sono disposte a non dormire, a non mangiare, a non avere ore libere, a non avere nemmeno una camera da letto. Comicità e dramma vanno sapientemente a braccetto, anche grazie alla perfetta mimica facciale e al generale non verbale delle tre: Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres, con la straordinaria Monica Bianchi, dirette da Lucia Calamaro che ha anche scritto il testo. La produzione è CTB in collaborazione con Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e TeatroDue di Parma, su progetto MitiPretese. Belle le scene e i costumi di Roberta Monopoli.

L’originalità sta proprio nel non volere raccontare la vita degli altri, ma di calarvisi dentro senza perdere di vista la vita che è proprio tragica, drammatica e, pertanto, divertente. Almeno per gli spettatori che si vedono scappare via davanti uno spaccato di vita leggero e capace di fare profondamente riflettere. Su cosa? Sulla donna sola che proprio perché sola è perfetta per un lavoro accanto ad una persona anziana da accudire ma che non parla, che la lascia nel vuoto e nel silenzio, nella disperazione di vedere morire chi è nelle sue mani e che è la ragione del suo organizzare la propria vita. Il vecchio, o la vecchia, in modo intercambiabile, è su un letto d’ospedale, sulla sedia a rotelle, in poltrona. È da imboccare, cambiare, lavare; bisogna dargli o darle amore, comprensione. E qualche attimo di gioia, come per il suo compleanno. Se la badante ha figli li deve abbandonare e non basta inviare un giocattolo per fare capire che la mamma c’è, è vicina, lo fa per te, per permetterti tutto quello che hai. Perché ogni figlio risponde, o rispenderebbe, che avrebbe preferito avere vicino la mamma che un nuovo peluche per Natale. Si accudiscono vecchi e si lasciano soli i propri, nel disgregamento dei rapporti familiari e sociali che non possono essere sostituiti dai social. Ecco dunque che il malato, anziano, uomo o donna che sia, danza nella sua mente persa nella demenza senile e crea un gioco di luci e ombre, immagini che si stemperano sulle pareti di una stanza che non sono mai quelle dei muri, ma quelle della nostra vita. Un lavoro molto ben costruito, reso leggero e bello da vedere, consigliabile sempre, per chi ha il problema e chi no, perché trasmette anche l’empatia per il malato e per il male che può colpire chiunque in ogni momento. Sperando di trovare qualcuno che poi si occupi anche di noi.

Da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

(foto di scena di Umberto Favretto)

 

 

 

 

Teatro Aperto del CTB a sostegno della drammaturgia contemporanea

Elisabetta Pozzi

Prende il via il prossimo 3 novembre la seconda edizione di Teatro Aperto, il progetto culturale del CTB Centro Teatrale Bresciano a sostegno della drammaturgia contemporanea, che coinvolgerà il pubblico in un percorso di scoperta e indagine collettiva di alcuni dei testi più interessanti della nuova scena nazionale e internazionale.

Il progetto è affidato alla direzione artistica di Elisabetta Pozzi, con il coordinamento organizzativo di Silvia Quarantini, la drammaturgia del suono di Daniele D’Angelo, la direzione tecnica di Cesare Agoni.

Teatro Aperto è realizzato grazie al contributo di Fondazione ASM e con il sostegno della Provincia di Brescia.

Dopo il fortunato esordio della prima edizione – che ha registrato il tutto esaurito di presenze per ogni appuntamento e un’amplissima partecipazione di pubblico, con la compilazione di centinaia di schede di recensione – la Stagione 2018/2019 del CTB ospita la seconda edizione di Teatro Aperto: da novembre a maggio al Teatro San Carlino saranno presentati al pubblico 10 nuovi testi mai allestiti di autori italiani e stranieri contemporanei, sempre in forma di lettura scenica.

Nella rosa di autori selezionati da Elisabetta Pozzi, curatrice del progetto, saranno presenti alcuni tra i nomi piùinteressanti della scena nazionale e internazionale, che il pubblico bresciano avrà occasione di conoscere di persona; ogni lettura, come ormai consuetudine, sarà infatti preceduta da brevi introduzioni al testo a cura degli stessi autori, dei registi o dei traduttori.

Novità della seconda edizione è la suddivisione del progetto in due focus, dedicati rispettivamente agli autori italiani e agli autori stranieri. Raccogliendo alcune suggestioni del pubblico e degli artisti abbiamo ritenuto opportuno dare maggior spazio alla drammaturgia italiana, portando a quattro – contro i due della passata edizione – i testi italiani inseriti nel progetto, e dando loro una peculiare attenzione e visibilità con una finestra ad essi dedicata. Da qui l’idea di un focus con una calendarizzazione serrata, simile alla forma di un “seminario drammaturgico” o di un piccolo festival di novità autoriali.

Nella prima settimana di novembre 2018 saranno dunque presentati 4 testi mai allestiti, firmati da alcuni degli autori più interessanti del panorama nazionale, come Giuliana Musso e Roberto Cavosi.

Il focus sarà una vera e propria immersione nella drammaturgia italiana: si apre il 3 novembre alle ore 16.30 con L’attimo di Bernini di Carlo Longo, si prosegue lunedì 5 novembre alle ore 20.30 con Indemoniate di Giuliana Musso e Carlo Tolazzi e poi mercoledì 7 novembre alle ore 20.30 con La sposa del vento – la bambola di Oskar Kokoschka di Nicola Bonazzi, per concludere sabato 10 novembre alle ore 16.30 con Aromi e amori nella cucina del Gattopardo di Roberto Cavosi.

Il focus dedicato agli autori stranieri coprirà una estensione temporale più ampia, con 6 incontri da febbraio a maggio 2019, con il seguente calendario di letture: sabato 9 febbraio ore 16.30, sabato 9 marzo ore 16.30, sabato 16 marzo ore 16.30, sabato 30 marzo ore 16.30, lunedì 15 aprile ore 20.30, sabato 11 maggio ore 16.30.

Il dettaglio della programmazione del focus autori stranieri, con titoli e cast di ciascun appuntamento, sarà comunicato a gennaio 2019.

Proseguendo la formula della passata edizione, accompagneranno Elisabetta Pozzi nelle letture di novembre numerosi attori bresciani di grande bravura come Alessandro Quattro, Fausto Ghirardini, Gianmarco Pellecchia, Anna Scola, Monica Ceccardi.

Ma saranno ospiti anche molti grandi nomi della scena italiana: per il focus di novembre saranno presenti fuoriclasse come Massimo De Francovich e Maria Paiato, poi Tindaro Granata, Fulvio Pepe, Paolo Bessegato e i giovani talenti Alberto Onofrietti e Valentina Bartolo, e molti altri interverranno nella seconda parte del progetto.

Teatro Aperto è un progetto di altissimo profilo culturale per conoscere e approfondire i temi e i linguaggi del teatro di oggi, e al contempo una grande occasione comunitaria e di partecipazione, nella quale il pubblico sarà di nuovo protagonista insieme agli artisti.

Sarà infatti richiesto agli spettatori di continuare ad esprimere attraverso schede di recensione i propri giudizi, commenti o anche semplici sensazioni sui testi in cartellone.

Un percorso collettivo di dialogo e confronto che porterà a definire un testo vincitore, allestito in forma di mise en espace al Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara a conclusione del ciclo di incontri o in forma di allestimento completo nella successiva Stagione, come avvenuto quest’anno per Apologia, il testo di Alexi Kaye Campbell presentato nella prima edizione e campione di gradimento del pubblico, che il CTB ha deciso di produrre e far circuitare a partire da aprile 2019 nei teatri bresciani e italiani.

V.V. (anche per le foto)

“Uomini… siate uomini” omaggio di Brescia a Papa Montini

Mercoledì 3 ottobre alle ore 20.30, al Teatro Sociale di Brescia (via F. Cavallotti, 20) in occasione della santificazione di Papa Paolo VI, il Comune di Brescia in collaborazione con il CTB Centro Teatrale Bresciano presenta “UOMINI… SIATE UOMINI”. Paolo VI mai arreso cercatore del dialogo, un omaggio della Città a Papa Montini. L’ingresso è libero, previa assegnazione del posto.

All’avanguardia nelle questioni sociali, Paolo VI fu capace di scelte coraggiose e controcorrente; aperto alla cultura e al mondo moderno, si ritrovò stretto in una morsa, criticato dai tradizionalisti ma anche dai progressisti. Cercò la riconciliazione con l’universo dell’arte e gli artisti, ricordando loro di essere custodi della bellezza nel mondo, poiché chiamati a rendere visibile ciò che è trascendente, inesprimibile, “ineffabile”. Accorati i suoi appelli per la pace nel mondo, come quello memorabile lanciato a Fatima: “Uomini, procurate d’essere degni del dono divino della pace. Uomini, siate uomini! Uomini, siate buoni, siate saggi, siate aperti alle considerazioni del bene totale del mondo”.

“UOMINI… SIATE UOMINI”. Paolo VI mai arreso cercatore del dialogo è di e con Luciano Bertoli, con la musica curata dall’Orchestra Giovanile del Garda diretta dal M° Alberto Cavoli.

V.V.

Il successo di “Un salto nel nullo!” a Brescia

Scommessa vinta per il CTB Centro Teatrale Bresciano che quest’anno ha scelto di dedicare l’appuntamento estivo a un progetto di grande rilievo non solo artistico, ma anche sociale. Un salto nel Nullo! il festival estivo 2018 del CTB si è concluso nel segno dell’entusiasmo, da parte del pubblico e degli artisti coinvolti, oltreché dal direttivo dello Stabile cittadino.

L’arena allestita dal CTB nella traversa di via Milano via Francesco Nullo, a Brescia, ha ospitato dal 26 giugno all’8 luglio sei appuntamenti di musica e prosa: un significativo contributo culturale, nell’ambito del progetto voluto dal Comune di Brescia Oltre la strada, alla valorizzazione e riqualificazione di una zona difficile.

Un salto nel nullo! ha registrato un totale di 1449 presenze, con il tutto esaurito per Moni Ovadia, Elisabetta Pozzi e Laura Curino.

V. V.

 

 

 

 

 

 

 

 

         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Dio ride Nish koshe”. Il nuovo lavoro di Moni Ovadia debutta a Brescia

 Sarà in scena ancora stasera e domani, alle ore 21.30, il bello spettacolo di Moni Ovadia che ha brillantemente debuttato ieri sera nell’ambito del Festival “Un salto nel nullo!”, a Brescia. Prodotto dal CTB in collaborazione con Corvino Produzioni, lo spettacolo ha trovato in via Francesco Nullo l’ambiente ideale: una serata fresca, un clima all’aperto attento e raccolto, per un interessante narrazione che colpisce, incuriosisce, affascina, trascina per la capacità di Ovadia di far ridere, come dovrebbe ridere Dio un po’ di più di questi tempi, secondo l’Autore. Ancora una volta la scelta del racconto delle tradizioni ebraiche aiutate dalla musica, impossibile da scindere dalla personalità stessa di un ebreo compiuto, interiore, credente o meno, ma profondamente aiutato nella crescita della sua personalità dalla tradizione ricca di spunti, aneddoti e, soprattutto, capacità di far crescere dentro di sé la libertà. Ecco, Ovadia cerca l’essere tra i libri e nella vita, passata e presente, e ha la libertà del pensiero, dello studio, della ricerca, della scelta dei testi dai libri, sacri e antichi o nuovi, sapendo di appartenere ad un’entità umana che si distingue nel momento in cui sa e pensa, pensa di sapere (meglio ancora se pensa di non sapere abbastanza) e pensa di dover capire, andare oltre, catturare la libertà dell’essere nel Caos che è da superare, come già dissero insigni filosofi.

foto di Umberto Favretto

Venticinque anni dopo “Oylem Goylem”, Ovadia si rivolge ad una nuova generazione per comunicarle come si può trovare un equilibrio nella ricerca anche religiosa. Un equilibrio lontano da come molti hanno fatto diventare Dio in questi tempi e un equilibrio che non attanagli di parole, non attanagli di dubbi coercitivi per l’anima, non costringa tra muri di cemento armato che obbligano la mente a fermarsi sul nulla, ma renda liberi anche di non credere, anche di non sapere l’ebraico ma di parlare in yiddish, di contestare il dondolio di un vecchio ebreo ortodosso e lo strepito delle pallottole che vorrebbero, dovrebbero salvare la Terra Promessa dalla distruzione. Ovadia parla della terra e alla terra: la terra di chi? Perché? Se proprio dalla diaspora gli ebrei hanno avuto più fertile modo di crescere. La terra di Abramo? Di Mosé? Ma se proprio l’andare lontano, l’andare nel deserto (quasi assenza di terra-vita) ha significato anche nelle sacre scritture, il senso del trovarsi e del maturare per fertilizzare il popolo di nuovo credo e nuova linfa. Allora perché difendere la “terra” costruendole sopra il mezzo per fermare ciò che dovrebbe essere libertà di vagare dello spirito? Bella la lezione di ripasso di un percorso che accomuna ebrei e cristiani, riscoprendo quelle tradizioni che ci rendono così simili da essere diversi e che pure portano il racconto ad essere divertente. “Nish koshe” significa in yiddish “così così”: Dio non ride più. Eppure con gli uomini si divertiva, partecipava alle filastrocche e ai raccontini che, come parabole, servivano a capire meglio e, soprattutto, a capire ridendo, la profondità e immensità dell’esistenza umana e, quindi, divina. Come barzellette, belle come le parabole che vivificano i testi sacri, le scenette che Moni Ovadia ci permette di vivere sono fresche ventate di sollievo in mezzo a cumuli di paroloni che intristiscono anche il Sommo.

Lo spettacolo usa come pretesto la voce narrante di Simkha Rabinovich, come già un quarto di secolo fa, con l’ausilio anche di un gruppo di musicanti dal vivo, la Moni Ovadia Stage Orchestra, che ha i musicisti partecipi del testo sia per movenze che per suonate. Ecco allora Maurizio Dehò al violino che spesso ricorda i suoni tipici della tradizione ebraica; Luca Garlaschelli al contrabbasso, Albert Florian Mihai alla fisarmonica, Paolo Rocca al clarinetto e al cymbalon Marian Serbanal. I musici (anche riferimento alle orchestrine della Shoa) e Simka, si presentano come dei vagabondi, a sottolineare di nuovo (se non fosse chiaro, si deve rileggere una vasta fonte di testi sacri in proposito) che proprio dal basso, spesso, arriva la verità: da coloro che non si lasciano fuorviare dal lusso, dal benpensante benessere, dalle lusinghe frivole della vita, mantenendo la propria ragione e il proprio barlume di raziocinio. Bello affermare che siamo tutti in attesa di un Messia: gli ebrei perché lo aspettano da sempre, i cristiani perché ne aspettano il ritorno alla fine dei tempi. Quindi, una vita da condurre insieme, mano nella mano, per la stessa strada. Le melodie permettono di capire più di tante parole, assieme alle storielle, e chi vuole ascoltare sono tanti.

Dopo un quarto di secolo di erranza, Simkha Rabinovich e i suoi compagni di strada, ritornano per continuare la narrazione di quel popolo sospeso fra cielo e terra in permanente attesa, per indagarne la vertiginosa spiritualità con lo stile che ha permesso loro di farsi tramite di un racconto impossibile eppure necessario, rapsodico e trasfigurato, fatto di storie e canti, di storielle e musiche, di piccole letture e riflessioni alla ricerca di un divino ineffabile presente e assente, vivo e forse inesistente, padre e madre, redentore che chiede di essere redento nel cammino di donne, uomini e creature viventi verso un mondo di giustizia e di pace”, afferma Ovadia.

Ed è così che gli spettatori lo hanno capito. Uno spettacolo bello, leggero e leggiadro, convincente, brioso e profondo, intelligentemente divertente come raramente accade. Una produzione azzeccata e che di certo avrà molto successo. Da non perdere.

  

Alessia Biasiolo