Il CTB mette in scena il dramma armeno

 

 

 

 (tutte le foto sono di Umberto Favretto)

Tra le nuove produzioni del CTB di Brescia, la bella commedia “Una bestia sulla luna”, in co-produzione con Fondazione Teatro Due di Parma. In scena fino al prossimo 11 dicembre al Teatro Santa Chiara “Mina Mezzadri” di Brescia, dove lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale lo scorso 21 novembre, “Una bestia sulla luna” tratta il dramma armeno prima e dopo la prima guerra mondiale, quando il governo turco, ancora oggi restio ad ammetterlo, ha ordinato a centinaia di persone di lasciare la propria casa e la propria terra per andare lontano, trovando la morte sia per stenti e fatica, sia per uccisione da parte delle forze armate e di polizia turche. Molto è stato fatto e ancora si sta mettendo in atto affinché quella tragedia, ispirazione nazista per l’eliminazione successiva del “problema ebraico”, non rimanga soltanto una testimonianza considerata di parte o addirittura fittizia. Andrea Chiodi, regista del lavoro su testo di Richard Kalinoski, con una leggerezza che unica porta alla vera riflessione, è riuscito nell’intento di alzare il velo su persone dimenticate. Di origini turche e di tradizione ebraica, Chiodi ha vissuto profondamente il testo teatrale e lo ha fatto suo come solo si può con una vera partecipazione umana, oltre che professionale. I protagonisti sono Elisabetta Pozzi nel ruolo di Seta e Fulvio Pepe nel ruolo di Aram Tomasian.

 

Siamo nel 1921, negli Stati Uniti, a Milwaukee precisamente. Aram ha appena visto la sua sposa. È Seta, ragazzina quindicenne conosciuta in fotografia e sposata tre mesi prima per procura. Fuggito dal genocidio armeno, ora vuole sposare una persona del suo popolo, come lui scampata miracolosamente alla morte. Vissuta in orfanotrofio, Seta è grata per essere stata salvata dalla morte e dalle pulci, dalla fame e dal terrore di vedere ancora il carceriere al quale sua sorella si era concessa per salvarla dalla violenza. L’incontro tra i due è buffo, tra una bambola di pezza, unico ricordo della madre, e un quadro di famiglia dove, però, i personaggi ritratti sono senza testa. L’uomo, per introdurre la ragazza nel suo nuovo ruolo di moglie, le legge la Bibbia, con solennità e convinzione, mentre la ragazzina si chiede perché, dato che lei capisce benissimo la situazione e lei la Bibbia la sapeva leggere anche da sola, come faceva al nonno per conciliargli il sonno. Quindi la situazione è tragicomica, con la giovane che si nasconde sotto il tavolo e vuole scappare e Aram che non si capacita di avere un impiastro simile tra i piedi, proprio lui che aveva speso un sacco di soldi in mazzette per permetterle di arrivare in America.

Aram vuole rifarsi una vita ma, evidentemente, la vita non ne vuole sapere di rendergli le cose facili solo perché lui è un sopravvissuto, un armeno ingiustamente perseguitato e che ora cerca di essere americano, quindi nuovo, scevro di quei problemi lasciati un Europa. Quindi, nel racconto di una tragedia che si dipana sotto gli occhi degli spettatori con la leggerezza della situazione spesso comica, ecco che la verità emerge con la sua drammatica pesantezza, con la sua drammatica e lucida voglia di continuare ad esistere, ma senza rinunciare al ricordo. Alla bambola di pezza, sempre di pezza e sempre sdrucita anche se con i vestitini nuovi; al quadro di famiglia, anche se ogni tanto è meglio coprirlo e non farlo vedere nella sua sconvolgente e allo stesso tempo ridicola mutilazione, tanto simile a quella delle persone vere. Il racconto è in prima persona da parte di Vincenzo, Vincent (Alberto Mancioppi), nel 1995. La coppia, infatti, non poteva avere figli, così un giorno Seta accoglie in casa un giovane italiano povero e nelle stesse condizioni in cui si era trovata lei. Aram è fotografo di professione, vivono in una bella casa dignitosamente e, quindi, è normale volere aiutare l’orfanello (il bravissimo attore Luigi Bignone), sbandato da quando la madre è ricoverata in un ospedale psichiatrico. Il dramma si ripropone, dunque, sotto altra forma e in altri anni, tanto come ora, oggi, quando non tutti vedono nello stesso modo il dramma di un tempo sulla faccia di persone nuove. Il ricordo dell’Armenia e delle tradizioni di un popolo, di un popolo che non c’era più, viene quindi raccontato su vari piani narrativi di passato e presente, di vita e di memoria, di oggi e di ieri, di necessità di vivere e di continuare a farlo, malgrado tutto. Le nuove opportunità della vita non possono lasciare il passo alla melanconia, alla disperazione, e la testardaggine che dimostra Aram è la sofferenza fatta riscatto, prepotentemente, sempre, anche quando il cuore è a pezzi.

Ne risulta un lavoro interessante, coinvolgente e bello, come solo la bellezza della verità di cui ci si fa carico può essere.

In scena a Brescia fino all’11 dicembre, da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

“Le relazioni pericolose” al Santa Chiara di Brescia

Sarà possibile approfondire “Le relazioni pericolose” al Teatro Santa Chiara di Brescia fino al prossimo 14 maggio. Affascinano ancora gli intrallazzi amorosi, perfidi e a tratti sadici della marchesa di Merteuil e del visconte di Valmont, come raccontate nel romanzo di Choderlos de Laclos e messe in scena da Elena Bucci e Marco Sgrosso, con Gaetano Colella, per la produzione del CTB Teatro Stabile di Brescia con la collaborazione artistica de Le Belle Bandiere. Ne risulta un altro lavoro bellissimo dello stabile bresciano, in cui emergono i tre interpreti, tra cui Elena Bucci nel doppio ruolo della Marchesa di Merteuil e della Presidentessa di Tourvel, e Gaetano Colella perfetto nell’interpretazione di Pierre Ambroise Choderlos de Laclos che dà voce a Cécile de Volanges, al Cavaliere Danceny, a M.me de Volanges e a M.me de Rosemonde. Sgrosso conferma la sua verve e il suo charme, impersonando il visconte combattuto accanto a donne caste e pure o a vere megere, innamorato dell’impossibile, ma anche del gioco della seduzione, del possesso, novello Casanova succube dell’altrettanto e forse ben più stratega Marchesa. Il risultato è intenso, divertente, coinvolgente e destinato a premi. Bellissime le scene e l’allestimento (collaborazione alle scene Carluccio Rossi; assistenza all’allestimento Nicoletta Fabbri, Sara Biasin; sarta Marta Benini di abiti davvero molto belli e perfettamente calzanti non solo per i tempi, ma soprattutto per i personaggi; consulenza ai costumi Ursula Patzak; parrucche Denia Donati; luci Loredana Oddone; drammaturgia del suono Raffaele Bassetti, con musiche che rendevano il clima generale sul palcoscenico ancora più accattivante).

Le relazioni pericolose, conto aperto tra la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont ovvero lettere raccolte tra un gruppo di persone e pubblicate a scopo d’istruirne alcune altre”, titolo completo del romanzo di Choderlos de Laclos, diventano un progetto drammaturgico di Bucci e Sgrosso che ancora conquista il pubblico, non tanto solo per gli intrighi, da sempre capaci di far vendere libri, giornali e quant’altro, ma grazie alla bravura dei tre attori in scena. Un’ora e quaranta di intensi battibecchi amorosi, con tradimenti e colpi di scena, ricatti e duello finale. Per educare il pubblico su costumi di allora, siamo nella seconda metà del Settecento, che assomigliano ad alcuni di oggi.

Uno spaccato dell’aristocrazia francese a pochi anni dalla rivoluzione, a voler sottolineare i molti vizi e le poche virtù che verranno apparentemente spazzate via da un vento nuovo, per lo meno capace di innovare quella classe dirigente che era spesso impegnata ad architettare passatempi propri, più che ad occuparsi del bene comune.

Eppure, sembra quasi che il racconto calzante di Choderlos de Laclos stia ritraendo anche il futuro di quegli anni ben presto bui, infarciti di terrore e di novità talvolta già viste, e poi dirompenti per tutta Europa, a cambiare tutto per lasciare tutto uguale. Un passaggio delle battute tra la marchesa di Merteuil e Pierre Ambroise Choderlos de Laclos, infatti, sembra richiamare le parole lette ne “Il Gattopardo”: anche nel capolavoro italiano si discute di dover cambiare tutto per lasciare tutto uguale.

Da vedere.

 

Alessia Biasiolo

“Giuliano” al debutto a Brescia

SPETTACOLI CENTRO TEATRALE BRESCIANO GIULIANO NELLA FOTO SCENA 21/02/2017 REPORTER FAVRETTO

“Giuliano” nella foto di scena del 21 febbraio 2017, reporter Favretto

Ignota la storia di Giuliano fino al lavoro messo in scena dal CTB, Teatro Stabile di Brescia. Ignota almeno a chi non avesse letto Gustave Flaubert nel suo “La leggenda di San Giuliano Ospitaliere” del 1877, narrata a partire dall’analisi delle vetrate della sua chiesa, la cattedrale di Rouen. Lì sono raccontate le gesta di un giovane medievale, assassino involontario e, come già altre storie raccontano, destinato ad un percorso di espiazione che lo porterà all’onore degli altari. La leggenda è narrata su due fasi temporali da Alessandro Mor e Alessandro Quattro, entrambi impegnati anche nella drammaturgia. Mor e Quattro hanno disposto la storia, infatti, sia nel presente della voce narrante, l’Ottocento non scevro di ricerche in documenti e archivi di tutto ciò che poteva diventare romanzo o trama teatrale, soprattutto se raccontava di uccisioni, di spettri, di quell’altro da sé che era il sé stesso, e il Medioevo del protagonista. E allora ecco, un novello Flaubert, che ci accompagna per le pieghe di una storia al limite del malato: Giuliano, addestrato alla caccia, scopre ben presto il piacere di uccidere e comprende, ragazzo disciplinato e originale, sveglio e riflessivo, che potrebbe uccidere anche chi ama. Fugge allora dalle sue pulsioni e scappa di casa, per diventare soldato. Dopo un lungo sonno sui suoi progetti di vita, eccolo a capo di schiere di militi ed eccolo capace di difendere chi ha bisogno del suo cuore e della sua spada. Riceve elogi e terre, potere e favori per la sua capacità di fare del nemico polvere. Poi sposerà la figlia di un sultano e capirà che potrà vivere, forse, una vita serena. Ma ecco, il destino è di nuovo dietro l’angolo.

SPETTACOLI CENTRO TEATRALE BRESCIANO GIULIANO NELLA FOTO SCENA 21/02/2017 REPORTER FAVRETTO

Gli appaiono i vecchi genitori in un contesto ai limiti tra l’onirico e il reale e, per un equivoco, li uccide. Sarà questo compimento di un timore o forse la sublimazione del complesso edipico, che porteranno Giuliano a scegliere di camminare ancora, verso altre strade. Bravissimi gli attori in una performance che porta lo spettatore a riflettere su uccisioni odierne e, soprattutto, su quella strana voglia di sangue che ci troviamo appiccicata addosso grazie a serie di film, a giochi elettronici, a fatti sempre più efferati di cronaca. Lo spettacolo, che ha debuttato in prima nazionale lo scorso 25 febbraio a Brescia, al Teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri, fa parte della rassegna teatrale “La palestra del teatro – Drammaturgie del presente”, promossa dal CTB allo scopo di lasciare il palcoscenico a giovani artisti talentuosi e di coinvolgere nuovo pubblico, creando occasioni di crescita civile. Scene e costumi, particolarmente adatti e interessanti, sono di Katya Santoro; il video, utile per la chiusa in modo particolare, di Enzo Ranzanici (luci di Sergio Martinelli e suoni di Edoardo Chiaf).

Lo spettacolo si è rivelato interessante, molto ben recitato, e capace di catalizzare l’attenzione del pubblico su un argomento storico e un percorso introverso ed esistenziale di spessore.

Da vedere.

(“Giuliano” nella foto di scena del 21 febbraio 2017, reporter Favretto)

Alessia Biasiolo

 

“Il vecchio e il mare” al Sociale di Brescia fino al 12 febbraio

 

santospago

Ha debuttato a Brescia, al Teatro Sociale, la messinscena “Il vecchio e il mare”, basata sul romanzo di Ernest Hemingway, con regia e adattamento drammaturgico di Daniele Salvo, prodotto dal CTB di Brescia.

Un lavoro bellissimo, da vedere assolutamente, perché la forza espressiva di Hemingway che per questo lavoro specifico viene ricordata soprattutto per la realizzazione del mitico film hollywoodiano, con l’adattamento di Salvo acquista spazio, volume, forza e bellezza. Infatti, la maggior parte delle persone che ricordavamo il film, anche in sala, si aspettavano un po’ di noia, ma allo stesso tempo la curiosità di vedere come un lavoro letterario potesse diventare teatrale. L’operazione è assolutamente riuscita, dopo la già bella collaborazione del CTB con Daniele Salvo in occasione di “Macelleria Messicana” che era stato un altro successo. In scena, Graziano Piazza nel ruolo di Santiago, e Stefano Santospago nel ruolo di narratore. Il ragazzino che aiuta il vecchio Santiago e che funge da suo allievo è il bravo Luigi Bignone. Ottime le scene di Alessandro Chiti e le luci di Cesare Agnoni.

piazza3La scena è composta da un tavolaccio in salita che si apre a diventare la casa del ragazzino o di Santiago, oppure si alza a diventare mare. Le luci permettono di vedere acqua scorrere e diventare impetuosa, quel mare amico-nemico che è il senso della vita di Santiago, ma anche il suo cruccio e la sua morte dentro. La storia è nota: Santiago da tempo non pesca più nessun pesce e viene guardato come un povero vecchio ormai inutile. Il mare, la vita, gli hanno girato le spalle perché ormai alla fine dei suoi giorni. Soltanto un ragazzino può stargli vicino e dimostrargli un po’ d’affetto. Santiago non sarebbe nulla senza di lui, ma anche senza la voce narrante che gli rende giustizia, gli dà carattere e forza. Santospago è Hemingway, di cui fuma il sigaro e veste il cappello, ed è ciascuno degli spettatori che indaga il perché di una vita così, di una lotta con il pesce e con gli squali, quelli che giorno per giorno cercano di portarti via quello che hai. L’allegoria del vivere comune la cerca chiunque in ogni momento dello spettacolo, ma il lavoro è denso, mai senza appigli per tenere l’attenzione, mai retorico, mai buonista, mai fuori dagli schemi tracciati da uno dei più amati narratori del Novecento. Il tutto sottolineato dalle musiche originali di Marco Podda (suono Edoardo Chiaf, costumi di Silvia Aymonino, video di Paride Donatelli), mentre un po’ di magia si impossessa degli astanti quando il pesce che si pensa solo coda e pinna, diventa lisca davvero, ancorata alla povera barca del protagonista come lo stesso Santiago è aggrappato alla sua vita di pescatore, senza la quale non sarebbe null’altro che un’ombra, un relitto umano. Pescato il più grosso pesce della sua vita, pensa a quanto dovrà veleggiare per tornare a casa, quanto ha remato fin lì, molto fuori dai suoi soliti schemi, dalle solite rive. Pensa a quanti soldi potrà ricavare dalla vendita del pesce, che è stato costretto a inseguire e a uccidere, anch’esso così disperatamente attaccato alla vita. In fondo, però, i soldi che potrebbero permettergli un vestito nuovo e del cibo tutti i giorni, sono solo un pretesto di sogno e il senso del tutto è la fatica, l’ingiustizia, la lotta per dimostrare chi si è e cosa si vale.

Un lavoro riuscitissimo, con un Hemingway ancora vitale, pur se dal tavolato di un palcoscenico.

(foto fornite dal CTB)

Alessia Biasiolo

Il coraggio di dire no. Perlasca a Brescia il 6 febbraio

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(foto di Alberto Scandolara)

Uno spettacolo come pochi. Ricordare, tramandare, le solite parole che sembrano vuote di senso, soprattutto quando la frase stantia “Ricordare per non commettere gli stessi errori” si scontra con la dura realtà degli attuali atti di violenza, spesso simili, in modo raccapricciante, a quelli raccontati in un testo indimenticabile. In scena solo un uomo. Già questo sottolinea come basti solo una persona per cambiare la vita di molte altre: la differenza, in questo caso, tra la vita e la morte nella storia di Giorgio Perlasca. Raccontata in modo assolutamente partecipe e affettuoso da Alessandro Albertin, autore di questo testo bellissimo e interprete del monologo capace di tacitare, assolutamente silenzio assoluto, intere scolaresche. Otto le repliche previste a Brescia, alle 10.30 e alle 15.00 scolastiche e stasera per “il pubblico adulto pagante” (fuori abbonamento) come lo chiama Albertin. La replica di stasera è esaurita, pertanto, in accordo con il CTB, ci sarà la possibilità di partecipare ancora a delle repliche il prossimo 6 febbraio, sia per le scuole che serale (così abbiamo saputo dall’attore). Il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri, di Brescia è perfetto per la rappresentazione, scelta per commemorare la Giornata della Memoria, promossa a Brescia, oltre che dal CTB, dal Comune di Brescia, dall’Associazione Familiari Caduti Strage di Piazza Loggia e dalla Provincia di Brescia, nell’ambito di un nutrito programma di iniziative. Trovo, tuttavia, senza nulla togliere a tutti i doverosi altri strumenti per raggiungere ogni sensibilità, ogni modo di ricordare e di pensare, che questo “Il coraggio di dire no”, proprio per come è stato strutturato e realizzato, colpisca corde profonde in modo massiccio e totale. Comunque, ora parliamo di teatro e di questo lavoro a cura di Michela Ottolini, che ha il patrocinio della Fondazione Giorgio Perlasca (gestita dal figlio e dalla nuora di Giorgio), in collaborazione con SPAZIO MIO Overland teatro, produzione Teatro de Gli Incamminati-Teatro di Roma.

Alessandro Albertin ha pensato di raccontare la storia di Giorgio Perlasca nel dicembre di cinque anni fa, quando ha accompagnato suo padre al cimitero del paese d’origine, Maserà, in provincia di Padova, dove l’uomo era nato nel 1943. Il padre di Albertin è sepolto a pochi metri di distanza da Giorgio Perlasca, nativo di lì, di Maserà, e probabilmente lo conosceva, lui barbiere, nel cui salone si parlava di alcune storie, di un certo uomo che aveva fatto qualcosa in Ungheria, forse aveva salvato della gente.

Giorgio Perlasca, infatti, non aveva raccontato nulla, o quasi, della sua storia assurda quanto terribilmente vera e preziosa e proprio per questo è stato nominato Giusto delle Nazioni e il suo albero è a Gerusalemme, a ricordarlo nel modo forse più consono, più elegante e silenzioso. Modo altrettanto bello per Albertin di ricordare il suo papà, in un legame di intenti e di storia che è profondo e di quella profondità vera che non smette di commuovere l’attore in scena e di convincere, così, centinaia di ragazzi delle scuole, muti a sentirlo e guardarlo, trascinati da parole, toni, luci e sentimenti in una storia che rimane dentro. Già, perché mentre nasceva il papà di Albertin, Perlasca era a Budapest, nel 1942, 1943. Si occupava di comperare bestiame da inviare in Italia per il macello. Conosceva bene e amava la bella città sul Danubio, al tempo filonazista; conosceva bene anche la stazione e i carri bestiame: lui li mandava a sud, qualcun altro li mandava a nord, diretti ai campi di sterminio.

Giorgio Perlasca era fascista: aveva combattuto come volontario durante la guerra civile spagnola, meritando una lettera-salvacondotto di Francisco Franco, da usare in caso di necessità. E così sarà. La sorte e la forza di un uomo si incontrano dopo l’8 settembre 1943: l’Italia dichiara l’armistizio. Perlasca resta senza lavoro perché la sua azienda chiude immediatamente. Gli italiani sono guardati con sospetto, compreso lui che, malgrado fosse fascista, contestava le leggi razziali e quei giochi spaventosi di molti tedeschi, e molti ungheresi delle Croci frecciate, che sparavano agli ebrei anche per strada, tanto erano da eliminare. Senza passaporto, senza lavoro, Perlasca comincia ad avere paura di fare la loro stessa fine e allora va all’ambasciata spagnola e, vantando la lettera del generalissimo, riesce ad ottenere il passaporto spagnolo e l’egida di diplomatico. Vuole fare qualcosa e, in quel momento, qualcosa significava difendere e salvare gli ebrei che chiedevano aiuto, soprattutto se ebrei spagnoli, ma anche solo perché sembrava che l’ambasciata spagnola si occupasse di loro. Inizia allora la lotta contro il tempo, contro gli ideali antiebraici, contro l’idea della razza ariana, contro la violenza gratuita, contro la propria stessa paura. Inizia la trattativa con le autorità, inizia la disperata e folle catena di giornate contro il massacro, l’invio nelle camere a gas, le uccisioni sulle rive del Danubio. Albertin in scena interpreta vari toni, vari accenti, vari personaggi. La sua bravura è sostenuta da questo testo e dalla storia che vive come se Perlasca, adesso Jorge Perlasca, fosse lui. Jorge riuscirà a salvare migliaia di vite, una delle quali Lili, bambina, che riuscirà a fare scendere dal treno diretto ad Auschwitz e che rincontrerà nel 1957, ragazza felice diretta in Canada a cercare fortuna. Saranno però due ungheresi sulla sessantina, nel 1988, a trovarlo a Maserà e a scoperchiare la verità. La coppia lo stava cercando da tempo e portava ancora in borsa il foglio di tutela che aveva salvato la vita. La firma quella di Perlasca che si era addirittura spacciato per il console di Spagna quando il vero era dovuto rientrare nel proprio Paese. Da quel momento, la storia di Giorgio si saprà e meriterà l’attenzione internazionale.

Un po’ meno quella italiana. Giorgio Perlasca era un personaggio scomodo, che non aveva rinnegato la sua appartenenza fascista, che aveva dichiarato di avere fatto tutto quanto come uomo e non come cristiano cattolico, che non era proprio così simpatico alla sinistra. Sta di fatto che di tanta gente non se ne sa più niente, con i propri dinieghi, la propria spocchia giudicante, mentre Perlasca è una luce fulgida in grado di dirci che sì, si può dire la verità, si può dire no, anche quando è difficile e scomodo e tutti dicono il contrario. Rimanere se stessi, o imparare ad esserlo, è l’insegnamento più grande che resta dal lavoro di Albertin, oltre all’insegnamento su quell’uomo straordinario della provincia di Padova. La possibilità di riconoscere le situazioni e di opporvisi se necessario. Perlasca era fascista, ma non aveva accettato le leggi razziali, pertanto la sua storia insegna che si può abbracciare un’idea ma non per questo in toto, se quello che professa è contrario alla propria etica. Insegnare a ricordare, a capire, è difficile per quanto necessario e sempre “di moda”, dal momento che ci troviamo davanti anche oggi a delle necessità e impellenze a tratti simili a quelle narrate: salvare la vita di fronte a gente che pensa qualcuno non ne abbia diritto. Pertanto, se qualcuno pensa alla Giornata della Memoria come ad un momento per lavarsi la coscienza, legga, grazie ad Albertin-Perlasca, che è il giorno di partenza per riflettere e approfondire le proprie nozioni e convinzioni in difesa della libertà e della giustizia.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Premio UBU migliore attrice 2016 a Elena Bucci

 

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Il CTB di Brescia esulta per il premio UBU come migliore attrice 2016 a Elena Bucci per gli spettacoli “La locandiera” produzione proprio del CTB, “La Canzone di Giasone e Medea” sempre produzione CTB nella Stagione di prosa 2015/16, “Macbeth Duo”, “Bimba. Inseguendo Laura Betti”.

La premiazione della trentanovesima edizione dei Premi Ubu, curata dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, con il patrocinio e contributo del Comune di Milano e in collaborazione con Ateatro e Il tamburo di Kattrin, si è svolta il 14 gennaio scorso a Milano, negli studi Rai di Piazza Verdi, a cura di Elio Sabella.

Il Premio Ubu per il teatro – l’unico realizzato totalmente in forma di referendum, da 39 anni – è, storicamente, un riconoscimento dallo sguardo lungo, che cerca di individuare non solo il meglio che c’è, ma quello che verrà, aprendosi alle nuove prospettive. I premi sono stati decretati dai voti di una giuria di 59 referendari, tra critici e studiosi teatrali e abbracciano diversi ruoli del teatro, dalla regia agli attori e attrici, dalla scenografia alla drammaturgia contemporanea, fino allo spettacolo dell’anno e ai ‘premi speciali’, destinati a segnalare realtà trasversali, non contemplate dalle altre categorie.

“Un po’ stordita dalla mia fortuna e tra qualche capriola di gioia, ringrazio con tutto il cuore chi ha voluto darmi questo Premio, che mi incoraggia a future ardite visioni e allo stesso tempo mi evoca personalità, volti, spettacoli, progetti che sono emozionanti memorie e storie del teatro. Mi parla del mistero e della grazia del nostro mestiere e del suo gioco che sempre con stupore si rinnova mentre si innesta in una tradizione antica che si perde nel tempo. Riporta in luce il desiderio di incontrarsi e lavorare insieme in nome del valore e del piacere dell’arte nella vita di tutti e di ogni giorno.

Lo dedico quindi, grata a chi mi ha concesso di trovarmi in tanto straordinaria compagnia, a chi non c’è più ma resta nella maestria, a chi mi ha accompagnato e sostenuto fino a qui con qualità e dedizione, a chi lavora con coraggio e passione nella luce e in ombra e a chi ancora non c’è, ma porterà con sé il teatro del futuro”, ha affermato Elena Bucci.

 

Silvia Vittoriano (foto GZPictures)

 

 

 

 

Le avventure dell’ingegnoso ed errante cavaliere don Chisciotte della Mancha a teatro

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In occasione dei 400 anni dalla morte di Miguel de Cervantes e dopo il grande successo ottenuto la scorsa stagione, il CTB ripropone al teatro Sociale di Brescia il fortunato percorso di spettacolo dedicato a Don Chisciotte, figura emblematica della letteratura di ogni tempo, un eroe alla ricerca della sua identità che cavalca i secoli e giunge fino ai giorni nostri saldamente in sella al suo fido destriero Ronzinante.

I piccoli spettatori seguiranno da lunedì 12 a venerdì 16 prossimi, in quattro repliche (ore 9.00/10.30/12.00/14.30) e sabato 17 in due repliche (9.30/11.00); sabato 17 dicembre anche per le famiglie in prima replica alle ore 15.00 e in seconda replica alle ore 16.45; da lunedì 19 a mercoledì 21 dicembre ancora in quattro repliche (alle ore 9.00/10.30/12.00/14.30), Don Chisciotte e il suo fedele scudiero Sancho Panza nelle più errabonde e tragicomiche avventure, all’inseguimento dell’amore per Dulcinea e della speranza in un mondo più giusto e più nobile.

Ogni piccolo spettatore verrà nominato governatore di un’isola tutta sua dove coltivare la propria fantasia e far crescere l’immaginazione.

Don Chisciotte non è un super eroe, ma un eroe tragicomico, forse un perdente, ma con molto da insegnare ai suoi spettatori. Un eroe fedele ai propri sogni, ideali e progetti, che combatte con ogni sorta di avversità, mettendosi al servizio dei più deboli. Attraverso di lui i bambini impareranno come l´immaginazione, può superare talvolta la realtà.

In teatro, luogo per eccellenza dell’immaginazione, i bambini della scuola primaria di primo e secondo grado, accompagnati dal simpatico servo Sancho Panza e da altri personaggi minori, potranno intraprendere un viaggio fisico all’interno degli spazi del Sociale e, contemporaneamente, conoscere i personaggi che ricoprono spesso a loro volta, nel racconto, il ruolo di attori.

Biglietto di ingresso a euro 3,00 con prenotazione obbligatoria al tel. 030 2928616.

Silvia Vittoriano (anche per la foto)