“Athens – Return trip” al Sociale di Brescia

Athens return trip, foto Archivio Agora Coaching Project

“Athens – Return trip. Andata e ritorni tra Italia e Grecia verso una nuova visione d’Europa” è andato in scena al teatro Sociale di Brescia ieri sera, 3 luglio, seconda ed ultima tappa italiana dopo Reggio Emilia e prima di volare per Atene, dove la performance debutterà l’8 luglio prossimo.

La serata accosta gli esiti performativi di due workshop condotti da Patricia Apergi e Christos Papadopoulos, tra i più interessanti coreografi greci contemporanei, con brani scelti del repertorio creato per “Agora Coaching Project”, curato da Michele Merola ed Enrico Morelli, coreografi italiani di primo piano sulla scena nazionale e collaboratori di Fondazione Nazionale della Danza. Ad Apergi e Papadopoulos è stato chiesto di guidare un percorso formativo e creativo insieme a 30 giovanissimi e promettenti danzatori di nazionalità italo-greca, di età compresa tra i 17 e i 24 anni. L’attività fa parte di “Agora Coaching Project” (con MM Contemporary Dance Company – Retum Trip Educational e con il sostegno di Stavros Niarchos Foundation), progetto di perfezionamento della danza, con sede a Reggio Emilia, unico per le sue caratteristiche innovative nell’ambito della didattica della danza. Lo scopo dei workshop era superare le barriere culturali europee per creare un linguaggio nuovo, dinamico e univoco, comprensibile a tutti. Ne è nato uno spettacolo in grado di sottolineare la personalità di un gruppo di ragazzi e ragazze (le più numerose) che sembrano insensibili all’esterno, come i tanti ragazzi che girano con le cuffiette nelle orecchie e non sanno guardarsi attorno, come se la realtà fosse altro da sé o non esistesse se non nella sorpresa di trovarsela intorno. Eppure si muovono, in modo impercettibile, come un’idea che nasce; forse è il movimento intrinseco a se stessi, alla vita. O forse è il movimento indotto dalla cultura e dall’arte, che si fa sempre più chiaro vivo e possente. Oppure ancora rispondono ad un comando di non si sa chi, e svolgono le loro azioni come automi. Prendono possesso del loro corpo, del palcoscenico, della loro vita. La danza li unisce e parlano lo stesso linguaggio, non si sa da dove scaturito e da dove proviene, o forse loro lo sanno e anche noi che li guardiamo crescere, perché (forse) siamo ancora capaci di insegnare e trasmettere i fondamenti dai quali partire per trovare la propria strada. Che è la nostra, quella di tutti. E allora si comincia a camminare, tutti insieme, e si va ad occupare lo spazio che è di tutti e che tutti devono avere, in un turbine che diventa frenetico, ma sempre ordinato, con regole che permettono a tutti di stare insieme senza confini, senza differenze. Molto bella la prima parte dello spettacolo che dimostra l’alto livello performativo raggiunto dai danzatori, con movenze apparentemente semplici eppure di alta scuola. Lasciando poi lo spazio al viaggio vero e proprio, con tanto di zainetto sulle spalle. Molto bello che non ci sia altro che quello (il viaggio) e i danzatori con le solite scarpe di tutti i giorni, i vestiti comuni, i capelli lungi e sciolti o corti o raccolti. Gli occhi persi nella novità del vivere e del voler scoprire. La danza che unisce e che diventa motivo di conoscenza di sé così profonda da diventare difficile da esternare, una strada da trovare, una meta verso cui andare e verso cui si va, indipendentemente dal fatto che a volte si venga frustrati nelle proprie aspettative e che si collassi, o si perisca, nel viaggio, nella ricerca. Stramazzano a terra alcuni danzatori, forse morti, forse stanchi, forse arrivati, ma gli altri proseguono, continuano a perseverare e preservare la vita e i contenuti di un’umanità che spesso si perde nel particolare senza considerare la necessità del tutto. Un ottimo lavoro, molto ben fatto e ben riuscito, capace di sottolineare studio e lavoro della danza e del corpo, ma anche l’impegno che, grazie alla cultura, dev’essere di tutti a ricercare la profondità dell’essere. Il proprio e l’universale.

Il CTB, Teatro Stabile di Brescia, ha accolto la proposta di “Athens – Return trip. Andata e ritorni tra Italia e Grecia verso una nuova visione d’Europa” ed ha offerto al suo pubblico, nell’ambito della rassegna “Un salto nel mito” davvero un’interessante pausa di riflessione.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

“Apologia” di Campbell al Teatro Sociale di Brescia

Foto di scena di Luca del Pia

Co-produzione CTB e Teatro Stabile di Catania, per la regia di Andrea Chiodi, su testo di Alexi Kaye Campbell, tradotto da Monica Capuani, sarà in scena fino al prossimo 12 maggio, al Teatro Sociale di Brescia, “Apologia”, con Elisabetta Pozzi, Giovanni Franzosi, Christian La Rosa, Emiliano Masala, Francesca Porrini e Martina Sammarco. Una commedia divertente, capace di mettere in luce le ottima capacità recitative del cast, e soprattutto di una madre (Elisabetta Pozzi) che si trova a fare i conti con se stessa: donna, madre, amica, moglie, amante, scrittrice. Tutti ruoli, ma soprattutto l’ultimo, che la rendono degli altri, più che di se stessa. Come nella vita reale, di cui il lavoro teatrale è eccellente spaccato, l’esistenza cade addosso in un momento non ben identificato della propria vita, senza preavvisi e senza possibilità di scampo. Peggio di un killer su commissione. Addosso a Kristine, il giorno del suo compleanno, cadono i suoi due figli: Peter (Christian La Rosa), stabilmente impiegato in banca, fidanzato con Trudi (Francesca Porrini) che vuole sposare, e che presenta ora a sua madre; e Simon (Emiliano Masala), dalle millantate doti letterarie che, in sette anni, non hanno prodotto il libro su cui sta lavorando, fidanzato con un’attrice di soap opera (ma che in realtà si prostituisce o che, comunque, lo tradisce). Il giorno del compleanno Kristine aspetta i figli a casa e vuole cucinare, ma il forno non vuole saperne di funzionare, archetipo di quanto poco sia interessata alla vita pratica la protagonista. Che vanta un buon successo editoriale, che è stata un’appassionata contestatrice negli anni della protesta, che è esperta di Storia dell’Arte, andata a vivere per anni a Firenze con i figli fino a quando il padre non glieli ha portati via; che è da sempre e sempre sarà amica di Hugh (Giovanni Franzoni), il contraltare e la spalla che perfeziona lo humor inglese della commedia con la sua omosessualità garante di fedeltà romantica all’amicizia, ma anche ai valori che Kristine incarna e che lui da sempre condivide.

Foto di scena di Luca del Pia

Clima da Anton Checov, ben incorniciato nella scenografia ricca e curata di Matteo Patrucco (luci di Cesare Agoni, costumi di Ilaria Ariemme e musiche di Daniele d’Angelo). Lo humor, che spesso è solo la pura verità della cultura che si scontra con la sua assoluta mancanza nei giovani d’oggi, si scatena sulla ragazza americana, così semplice e pertanto aggredibile, che ha dalla sua parte la fede e gli incontri di preghiera, ciò che Kristine ha sempre contestato e che, forse, poco capisce. Si rende conto proprio grazie a questo, che suo figlio Peter ha tradito il suo insegnamento, le sue convinzioni, senza ammettere che qualcuno possa avere convinzioni diverse dalle sue, ma nel contempo dimostrando di trovarsi disorientata in una società che non ha più nulla di reale in cui credere (tanto che Trudi si chiederà, ad un certo punto, se la sua fede in Dio in realtà non sia solo abitudinarietà vuota di senso). Kristine ha il difetto che dice sempre quello che pensa, senza mezzi termini, talmente schietta che non può che generare fastidio nei suoi confronti. Simon contesta alla madre, come il fratello, di non avere lottato per tenere i figli con sé, di essere stata se stessa, inseguendo le sue passioni, i suoi studi, il suo successo. È la verità dilaniante della donna che, spesso, non sa, non può e/o non vuole conciliare vita privata e professionale, amori e doveri, figli e interessi. Non è una madre tipo, ma nessuna lo è, agli occhi esterni. Che fare, allora? I dialoghi chiariscono un po’ le posizioni, ma la commedia lascia tanti interrogativi sui quali riflettere.

Da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

Al Sociale di Brescia “Le donne gelose” di Goldoni

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(foto di Attilio Marasco)

Il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa ha messo in scena, vista al Teatro Sociale di Brescia, la commedia di Carlo Goldoni, la prima totalmente in dialetto veneziano, “Le donne gelose”, per la regia di Giorgio Sangati.

Con l’affiatato cast composto da Fausto Cabra, Leonardo De Colle, Federica Fabiani, Elisa Fedrizzi, Ruggero Franceschini, Sara Lazzaro, Sergio Leone, David Meden, Daniele Molino, Nicolò Parodi, Valentina Picello, Marta Richeldi, Sandra Toffolatti, le scene noir di Marco Rossi, luci di Claudio De Pace e costumi di Gianluca Sbicca, è in scena il carnevale. Tradizione voleva che nel mese di gennaio o al massimo febbraio, a seconda della cadenza della Pasqua, le dame più o meno ricche potessero godersi le uscite pubbliche frequentando appunto il teatro, oppure le mascherate carnevalesche, che a Venezia assumevano il ruolo di un vero e proprio status simbol. Chi poteva andava alle feste, modo per incontrare uomini o donne, gli altri si accontentavano di vederle per la strada. Erano le maschere classiche veneziane, pertanto bianche, a coprire la metà faccia, ma erano i mantelli, i vestiti nuovi ad assumere l’importanza maggiore. Si potevano osservare i nuovi modelli e i tessuti più recenti, mentre ci si mascherava per celare sentimenti, curiosità o anche cattiverie. Qualcuno prendeva a nolo degli abiti per non farsi riconoscere, altri si indebitavano pur di comparire, di dare feste e dimostrare la ricchezza che talvolta non si aveva, o non si aveva più. Ecco allora ricorrere ai trucchi: farsi accompagnare da amici, servi, famigli pur di apparire. Le ragazze non vedevano l’ora di poter uscire, accompagnate da madri, madrine, zie, ma accompagnate sempre, perché le ragazze di buona famiglia non potevano uscire da sole. Se gli uomini, mariti o padri, ma anche padrini, zii e tutori, non permettevano le uscite, erano segnati a dito, non erano degni delle loro donne, erano “rusteghi”, come infatti Goldoni stesso sottolineerà in un’altra spassosa commedia. Adesso si mette in scena la gelosia delle donne, con il servo Arlecchino che parla veneziano pure lui, a differenza di altri testi in cui era marcato l’accento delle terre di dominio. Donne che, impotenti dinanzi alle busse dei mariti e alle loro decisioni, non potevano altro che sospettare, malignare, difendersi con le calunnie, mettere in atto le sottili arti del ricatto del pianto e del sospiro, pur di cercare di sapere la verità, alzarsi sopra altre loro simili, valere qualcosa, almeno tra le mura domestiche e sulla prole, propria o acquisita per vari motivi, come le nipoti. Allora eccoci in un interno in cui una zia sa che il marito frequenta la casa di una vedova. Le vedove avevano l’obbligo di comportarsi bene ma, allo stesso tempo, godevano di quel po’ di libertà data dal loro status. Nella commedia, la vedova di turno, Lugrezia, non pensa affatto di risposarsi, non ha figli, ma gestisce le vite di tutto il contado prestando denaro, prestando accessori e vestiario, giocando al lotto. Così ne nasce l’ennesimo grottesco quadro di incomprensioni, sottintesi e sotterfugi che sono divertentissimi per lo spettatore, meno per i personaggi che, a turno, impersonano le sfortune di una Venezia decadente. Soprattutto per la classe media che, ora, sta languendo. Goldoni ci lascia un quadretto divertente che fa, però, come sempre, anche riflettere sulla necessità di coesione sociale, di fare squadra e non di affossarsi l’uno l’altro; sulla genuinità dei rapporti che non devono essere basati sull’apparire e l’apparenza. Insomma, di nuovo il genio veneziano che esalta le scene e che viene esaltato, a secoli di distanza, dall’ottima messa in scena. Volutamente nere le scene, avrebbero tuttavia goduto di qualche squarcio di colore in più. Buona la recitazione in dialetto veneziano, che veniva compromessa dai “sopratitoli” che, per chi li necessitava, restavano troppo in alto rispetto alla scena, di cui pertanto veniva persa alcuna parte. Ho trovato perfettamente calzante la parte di tutti, ma soprattutto la caratterizzazione di Lugrezia, che sapeva agire bene sulla mimica facciale, transitando dalla perfida cupidigia agli slanci compassionevoli senza perdere lo smalto della sua simbologia. Aiutava il trucco di Aldo Signoretti, che ha curato anche le acconciature. Goldoni auspicava che la commedia avesse successo anche fuori città, come lo aveva avuto a Venezia, al suo debutto. Un successo assicurato e sottolineato da numerose uscite e tanti applausi.

 

Alessia Biasiolo

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” a Brescia

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(foto di Francesco Squeglia)

La Fondazione Teatro di Napoli ha portato in scena al Teatro Sociale di Brescia il lavoro di Dale Wasserman tratto dal romanzo di Ken Kesey “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, tradotto da Giovanni Lombardo Radice, adattato da Maurizio de Giovanni. Pubblicato nel 1962, il romanzo racconta l’esperienza dell’autore in un ospedale psichiatrico dove ha lavorato come volontario. Siamo in California e Randle McMurphy, delinquente condannato al carcere, riesce a farsi ricoverare in quel manicomio per sfuggire ad una dura pena. Si finge “matto”, si agita, attira l’attenzione, è pieno d’idee e iniziative e si diverte un sacco con i matterelli che girano per i reparti. Le scene convincono, in questo bello spettacolo di Alessandro Gassmann con Daniele Russo, Elisabetta Valgoi e con Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Alfredo Angelici, Emanuele Maria Basso, Davide Dolores, Daniele Marino, Gilberto Gliozzi, Antimo Casertano, Gabriele Granito, Giulia Merelli. Convincono perché gli attori sembrano matti per davvero: uno con la camminata sincopata, i gesti plateali, la voglia di vita e di evasione; l’altro con i capelli in piedi e la faccia da scienziato pazzo, che gira per le sale dell’ospedale con una scatola di sua invenzione che crede una bomba pronta ad esplodere, ed ogni tanto lo fa, mettendosi, la sveglia che contiene, a suonare; l’altro ancora sordo e muto che però sente e parla e, forse, è ridotto così per le cure a cui è stato sottoposto. Ognuno è là per sua volontà, per farsi curare e sottostare a regole societarie che altrimenti non era in grado di seguire. E grazie a quei volti, Kesey racconta le coercizioni, l’uso e abuso di farmaci, l’uso dell’elettrochoc per fare in modo che le persone stiano tranquille e le cose possano essere comodamente gestite. Bravissima nel ruolo della suora direttrice del reparto Elisabetta Valgoi, intransigente e incapace di accettare altri modi oltre al suo di concepire la vita. Almeno tra quelle mura. L’adattamento del romanzo ambienta la storia ad Aversa, nell’ospedale psichiatrico, nel 1982.

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La forza narrativa dell’autore rimane, e forse prende respiro, grazie a de Giovanni e Gassmann che, ancora oggi, indagano la follia, la prigionia e la libertà, ma anche la solitudine, la malattia, la paura che qualsivoglia avvenimento ci tramuti in quel pazzo, in quel Randle. E che qualcuno ci impedisca di capire, di sentire, di esprimerci. Paure ataviche che vengono fermate, nella trama, da una lobotomia, cioè da qualsivoglia modo di bloccarci le ali e impedirci il nostro volo libero. Da parte di tutti coloro che non vogliono vedere, non hanno tempo per capire, non sono interessati a conoscere e a sentire se non loro stessi. Un lavoro bellissimo, che ha fatto molto ridere il pubblico in sala, quel ridere che soltanto può davvero penetrare ogni sorta di animo umano e arrivare alla riflessione profonda, vera. Tutto aiutato anche dalle videografie di Marco Schiavoni, molto interessanti e capaci di sottolineare la scena ancor più. Efficaci le scene di Gianluca Amodio, con costumi di Chiara Aversano e disegni luci di Marco Palmieri.

Belle le musiche originali di Pivio & Aldo De Scalzi.

Nessun rimpianto per l’adattamento cinematografico di Milos Forman con Jack Nicholson come interprete. Ancora un ottimo spettacolo inserito nella stagione del Sociale di Brescia.

 

Alessia Biasiolo

 

 

“L’ora di ricevimento” per la regia di Placido al Sociale di Brescia

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“L’ora di ricevimento”, di Stefano Massini, prodotta dal Teatro Stabile dell’Umbria, è una divertente commedia ambientata in Francia diretta da Michele Placido e interpretata da Fabrizio Bentivoglio, con la partecipazione di Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Balucani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iarlori, Balkissa Maiga, Giulia Zeetti, Marouane Zotti. Una voce cantante di Federica Vincenti, musiche originali di Luca D’Alberto, costumi di Andrea Cavalletto e scene di Marco Rossi. Bentivoglio è il professor Ardeche, insegnante di Lettere in una scuola della banlieue Les Izards, ai margini dell’area metropolitana di Tolosa. Il professore accoglie gli spettatori nella sua aula, umidiccia, un po’ ammuffita e sempre uguale, anno dopo anno, con una porta, una finestra, due file di neon sulla testa, la cattedra e i banchi per i suoi tredici allievi. Nessuno ha un cognome locale, tutti sono immigrati, la nuova generazione della nuova umanità mondiale, esempio della mescolanza della buona globalizzazione.

michele-placidoIl professore, nel suo monologo iniziale, si dimostra subito come professionista da anni, della scuola di insegnanti classica che ancora non ha acquisito le novità scolastiche e che, dunque, etichetta i suoi allievi. Dà a ciascuno un appellativo che non può non piacere alla platea e ai molti insegnanti e studenti presenti in sala, che ridono di scene già viste e spesso usuali nella scuola dell’obbligo. Ardeche insegna in una scuola media, di primo grado; i suoi allievi hanno circa undici anni, ma di loro sono già evidenti i segni della futura età adulta. C’è il missionario, il ragazzo sempre in fuga, quello incantato dalla finestra, insomma, ognuno con il proprio mondo che non si lascia scalfire da ciò che avviene in classe. Tanti soggetti insieme che, però, sono soli e tali restano, sia durante la lezione che dopo. A scuola i soliti eventi: il vetro infranto da una pallonata, le risate, le burle del mondo degli adulti. Il professore che sogna i problemi perché, in fondo, è terrorizzato da ciò che può succedere, originato da quel micro-macrocosmo che sono gli studenti, uno ad uno. E poi, la fatidica ora del ricevimento. L’incontro con le famiglie. La ricerca, ancora malgrado le disillusioni, di avere un interlocutore con cui discutere del bene dei bambini. Invece…

I genitori che vanno a scuola se la prendono con l’insegnante, portandosi appresso i propri vizi e scarse virtù. Gente che pensa le sia tutto dovuto dal mondo circostante, indipendentemente da dove venga, e che cerca scappatoie che la faccia per un momento sentire meno frustrata, meno numero in una società di numeri.

La commedia, molto divertente e nella quale è facile immedesimarsi, ritrae uno spaccato contemporaneo che va oltre il teatro e oltre la scuola, sottolinea, con l’ottima regia, le problematiche che devono necessariamente essere affrontate, se si vuole una società nel vero senso della parola. E che parte dalla scuola. Una scuola frustrante per tutti, perché non viene posta al centro di una strategia di progettazione del futuro, pertanto, appunto, discarica di tutti i problemi sociali, risolti e irrisolti. Chi vuole saperla più lunga del professore, l’insegnante che non ce la fa più e si lascia sopraffare da un manipolo di discoli; la madre che cerca una via d’uscita attraverso la figlia al proprio tunnel; il padre che cerca di vantare un’appartenenza culturale o religiosa, senza immaginare di avere di fronte persone come lui, che parlano la sua stessa lingua o la capiscono e che, quindi, non lo possono fare sentire diverso. E appunto, e questo è interessante, quella diversità che viene sbandierata e messa in primo piano per cercare di essere di più e meglio degli altri, sempre facile e comodo, molto di più di studiare per emergere in se stessi. Alla fine tanti interrogativi su dove, e soprattutto come, stiamo andando, ma anche una spassosa serata all’insegna del divertimento, perché niente meglio della risata ci può fare sentire più normali, ci può far prendere meno sul serio e ci può fare ricordare che chiunque non sia capace di ridere di se stesso e voglia cancellare l’ironia dal mondo, non è ancora cresciuto abbastanza.

Da vedere.

(foto U.S. CTB)

Alessia Biasiolo

La verità nei sonagli di un berretto

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Andrà in scena ancora oggi pomeriggio, alle ore 15.30, al Teatro Sociale di Brescia, “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, adattato da Valter Malosti per il Teatro di Dioniso e con il sostegno del Sistema Teatro di Torino. Una delle commedie più amate del genio di Girgenti e, ancora una volta, la commedia sulla verità e la convenienza o meno di dirla. Perché chi dice la verità viene passato per pazzo, legato, rinchiuso, come il matto più matto della città e di tutti i tempi. La verità deve restare nascosta, conosciuta da tutti eppure negata, edulcorata, semplificata come si fa con i bambini quando si deve spiegare loro un concetto da grandi. Ecco in scena, anche regista, Valter Malosti stesso nel ruolo di Ciampa, il fedele servitore dedito al suo padrone che, per l’interpretazione di Malosti, non è il succube arrendevole alla tragicità dei fatti, bensì colui che si ribella e che mette in atto una sua personale guerra alle convenzioni, interpretando il reale con il metro del suo adattamento. Scritta in dialetto siciliano, la commedia “A birritta ccu ‘i ciancianeddi” viene recitata ancora nella commedia del Teatro di Dioniso in siciliano, per lasciarle la musicalità e la tragicità comica che il dialetto rende vividamente. Bravissima Roberta Caronia nella parte della moglie tradita che, è vero, assolutamente ed eccessivamente gelosa, crede alle parole della malvagia pettegola del paese, e ordisce una trama per smascherare l’adultero. La tresca è con la moglie di Ciampa, bella, giovane, ma rozza, popolana e ben segregata in casa da Ciampa stesso. Il quale si comporta da bravo marito, chiude casa bene a chiave con tanto di catenaccio e se, come gli viene fatto notare, lascia aperta la comoda finestra, beh, questo le convenzioni non lo prevedono. Si dice di chiudere dentro casa a chiave la moglie e tanto fa, indifferente al fatto che tutto il paese chiacchiera sulle corna che la moglie gli mette proprio con il suo padrone il quale, tra l’altro, ha le chiavi del catenaccio.

3_berretto_a_sonagli_caronia_malosti_ph_le_peraRecitato originariamente da Angelo Musco, attore di grande successo, il testo in dialetto siciliano originario di Pirandello, del 1916, non fu mai pubblicato, fino alla versione ritrovata nel 1965 e pubblicata solo nel 1988. Di grande successo attuale, molto applaudita al Teatro Sociale di Brescia con ripetute uscite degli attori, la commedia assume tinte fosche, grottesche e spassosissime quando si incontrano il Delegato, che si deve preoccupare di redigere il verbale necessario all’arresto del traditore e della sua amante; la madre di questa, il fratello, la serva e lei stessa, ben presto in preda ad una crisi isterica. Infatti, il marito è stato arrestato quasi in flagranza di reato, ma le fanno tutti notare che non avrebbe dovuto creare lo scandalo che l’avrebbe liberata dall’ossessione di essere tradita, le avrebbe autorizzato la separazione e le avrebbe garantito una vita dignitosa con i soldi del mantenimento che il marito le avrebbe dovuto a vita. Se non ché, l’arresto non l’aveva messo in atto il Delegato, siciliano e rispettoso della tradizione non scritta di comportamento, ma un suo sottoposto “calabrese”. Il calabro, ignaro che a volte è meglio sistemare un po’ la verità, aveva permesso di palesare una realtà a tutti ben nota, ma che doveva necessariamente essere taciuta. Inutile ripetere che le convenzioni volevano la donna sempre “al suo posto”, ma in realtà non è di lei che si parla. È di Ciampa, il quale, scoperto che avevano arrestato anche sue moglie, si chiede perché lui, poveraccio, dovesse subire tutto questo. Lui che non era ricco, che avrebbe dovuto vivere in un paese sbeffeggiato per sempre, non era stato preso in considerazione da nessuno. Tutti a pensare al signore e alla signora, al processo, alla sistemazione dei propri fatti e lui? “Becco” per sempre. Insomma, la verità resa ufficiale doveva per forza prendere un’altra strada, quella molto amata da Pirandello: la follia. Solo la pazzia permette agli esseri umani di esprimersi come desiderano e credono giusto, altrimenti vengono additati al pubblico ludibrio e finiscono la vita sociale per sempre. Il mite e saggio Ciampa, sottolinea come si poteva risolvere il misfatto parlandone, chiarendo l’equivoco oppure anche l’adulterio tra di loro, in faccia, non tramando dietro le spalle. Forse ci sarebbe stata un’altra soluzione, lui avrebbe preso moglie e bagagli e se ne sarebbe andato, avrebbe chiuso meglio a chiave il catenaccio, insomma, avrebbe potuto salvare l’onore senza per questo lasciare la sua signora nel dolore dell’essere tradita. Ma così, adesso? Cosa si sarebbe potuto fare per rendere la verità più docile se non ricoverare per pazzia proprio la vittima di tutta la tragicommedia?

Personaggi riusciti, perfettamente diretti, dalle movenze che sottolineavano tanto quanto il dialetto siciliano della recitazione, caratteri e formalismi (con Malosti e Caronia, in scena Paola Pace, Vito Di Bella, Paolo Giangrasso, Cristina Arnone e Federica Quartana), su e giù per le interessanti scene di Carmelo Giammello. Giammello ha interpretato altrettanto bene di Malosti Pirandello, coprendo le pareti di specchi riflettenti in modo impreciso, a volte distorto, le persone di passaggio davanti a loro e, guarda caso, raramente propense a specchiarsi. Molto belli anche i costumi di Alessio Rosati, adatti alle scene di frenesia e di agitazione della brava Roberta Caronia, sotto le luci di Francesco Dell’Elba, fino al sacro cuore dell’abito della serva che non smetteva mai di ricordare come si dovesse essere timorati di Dio, lasciando che il marito avesse le sue scappatelle! Assolutamente da non perdere.

Foto di scena di Tommaso Le Pera.

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

I perfetti equivoci dei Menecmi di Tato Russo al Sociale di Brescia

Nell’azzeccato cartellone del Teatro Sociale di Brescia, è andata in scena l’esilarante commedia “Menecmi” per la compagnia T.T.R., Il teatro di Tato Russo. Tratto da Plauto e da Shakespeare, per la riscrittura strepitosa di Tato Russo, la commedia, diretta da Livio Galassi, ha raggiunto centinaia e centinai di repliche, con sempre rinnovato successo.

Ne risulta una compagnia ben congegnata, ma che ormai ha raggiunto quella perfezione di recitazione e scenica che fa diventare la commedia degli equivoci un vero capolavoro dello spasso collettivo. In sala le sonore risate non si sono fatte attendere, anche da parte di chi è meno avvezzo a frequentare il teatro, dai ragazzi a qualche signore trascinato in sala da gentili signore. Oltre due ore di risate per quello che si vedeva e per gli equivoci della vita, animati da vestali, femminielli, scenate di gelosia, ripicche e tutto quanto tramuta l’essere umano da perfetto uomo del foro a personaggio trascinato dagli eventi fino ad essere considerato pazzo e a pensare di esserlo diventato. Tutti bravi gli attori in scena, mentre Tato Russo si dimostra ancora una volta un vero mostro sacro del teatro. Afferma: “Sono venticinque anni che porto in giro per l’Italia i miei Menecmi, ispirati a Plauto: in tutto questo tempo è cambiata la mia età anagrafica, e mi è diventato faticoso interpretare due parti. Ma il pubblico e i teatri continuano a richiedermelo, e oggi mi ritrovo a inventarmi le forze per essere di nuovo in scena con questo mostruoso composto di fatica e di follia creativa”. Miscellanea di teatro greco, con maschere e grottesche, riti propiziatori in una Napoli stregata e in cui si è certi vivano le streghe, intrecci e colpi di scena, la commedia è una vera delizia.

Veniamo alla trama, con il prologo recitato da Eva Sabelli. Anni addietro un uomo di Naepolis ha due gemelli talmente identici che né la madre né la nutrice sono in grado di riconoscerli. Quando i bambini hanno sette anni, uno dei due si perde al mercato e il padre non riesce più a trovarlo. Una donna di Capua lo vede disperso e lo porta a casa con sé. L’uomo, disperato per le vane ricerche, per l’amore che portava per quel figlio, cambia il nome a quello che gli era rimasto e da allora lo farà chiamare Menecmo. In questo modo i Menecmo saranno due. Trent’anni dopo, il Menecmo di Capua torna a Napoli in cerca delle sue origini e della sua ricca famiglia, accompagnato dal fedele schiavo Messenione (Rino Di Martino applauditissimo). In effetti si ritrova poco distante dalla casa del fratello gemello che non conosce e che è diventato illustre avvocato del foro, rispettato da tutti, anche se un po’ meno dalla moglie che si lamenta di essere trascurata per l’amante di lui Erozia (Clelia Rondinella). Il Menecmo di Napoli è seguito dal fedele Spazzola, Massimo Sorrentino, che è fedele sono fino a quando non pensa di essere stato tradito dall’amico e rivela le trame nascoste di lui alla moglie. Intanto, però, la moglie stessa si lamenta con il vecchio suocero che non fa altro che sostenere il figlio, mentre apparentemente appoggia la nuora, e per i suoi sollazzi gli fornisce anche laute borse di monete d’oro. In tutto questo maneggio di amori e amanti, vestiti d’oro e gioielli, fedeltà e infedeltà, giunge il Menecmo vero, quello di Capua, che si stupisce di essere conosciuto da tutti e che si ritrova suo malgrado, e a suo più o meno beneficio, a interpretare ignaro la parte dell’altrettanto ignaro fratello gemello. Gli equivoci, com’è facile immaginare, si sommano e si moltiplicano, in una scena che diventa sempre più coinvolgente, divertente ed entusiasmante, perché si vuole sapere come andrà a finire. Ne fanno le spese alcuni personaggi come il femminiello di eccezionale bravura interpretativa Cilindro, Antonio Rampino, e di volta in volta Spazzola o Messenione, Dorippide o Erozia, Menecmo di Napoli o suo fratello, in un crescendo di divertimento. Naturalmente il cambio abiti e ruoli di Tato Russo è di incredibile efficacia e rapidità, sempre convincente e mai con una sbavatura, fino al finale strappa applausi. Ottime le scene di Tony di Ronza, i costumi di Giusi Giustino e i movimenti coreografici curati da Aurelio Gatti. Da non perdere!

Alessia Biasiolo