Al Sociale di Brescia “Le donne gelose” di Goldoni

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(foto di Attilio Marasco)

Il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa ha messo in scena, vista al Teatro Sociale di Brescia, la commedia di Carlo Goldoni, la prima totalmente in dialetto veneziano, “Le donne gelose”, per la regia di Giorgio Sangati.

Con l’affiatato cast composto da Fausto Cabra, Leonardo De Colle, Federica Fabiani, Elisa Fedrizzi, Ruggero Franceschini, Sara Lazzaro, Sergio Leone, David Meden, Daniele Molino, Nicolò Parodi, Valentina Picello, Marta Richeldi, Sandra Toffolatti, le scene noir di Marco Rossi, luci di Claudio De Pace e costumi di Gianluca Sbicca, è in scena il carnevale. Tradizione voleva che nel mese di gennaio o al massimo febbraio, a seconda della cadenza della Pasqua, le dame più o meno ricche potessero godersi le uscite pubbliche frequentando appunto il teatro, oppure le mascherate carnevalesche, che a Venezia assumevano il ruolo di un vero e proprio status simbol. Chi poteva andava alle feste, modo per incontrare uomini o donne, gli altri si accontentavano di vederle per la strada. Erano le maschere classiche veneziane, pertanto bianche, a coprire la metà faccia, ma erano i mantelli, i vestiti nuovi ad assumere l’importanza maggiore. Si potevano osservare i nuovi modelli e i tessuti più recenti, mentre ci si mascherava per celare sentimenti, curiosità o anche cattiverie. Qualcuno prendeva a nolo degli abiti per non farsi riconoscere, altri si indebitavano pur di comparire, di dare feste e dimostrare la ricchezza che talvolta non si aveva, o non si aveva più. Ecco allora ricorrere ai trucchi: farsi accompagnare da amici, servi, famigli pur di apparire. Le ragazze non vedevano l’ora di poter uscire, accompagnate da madri, madrine, zie, ma accompagnate sempre, perché le ragazze di buona famiglia non potevano uscire da sole. Se gli uomini, mariti o padri, ma anche padrini, zii e tutori, non permettevano le uscite, erano segnati a dito, non erano degni delle loro donne, erano “rusteghi”, come infatti Goldoni stesso sottolineerà in un’altra spassosa commedia. Adesso si mette in scena la gelosia delle donne, con il servo Arlecchino che parla veneziano pure lui, a differenza di altri testi in cui era marcato l’accento delle terre di dominio. Donne che, impotenti dinanzi alle busse dei mariti e alle loro decisioni, non potevano altro che sospettare, malignare, difendersi con le calunnie, mettere in atto le sottili arti del ricatto del pianto e del sospiro, pur di cercare di sapere la verità, alzarsi sopra altre loro simili, valere qualcosa, almeno tra le mura domestiche e sulla prole, propria o acquisita per vari motivi, come le nipoti. Allora eccoci in un interno in cui una zia sa che il marito frequenta la casa di una vedova. Le vedove avevano l’obbligo di comportarsi bene ma, allo stesso tempo, godevano di quel po’ di libertà data dal loro status. Nella commedia, la vedova di turno, Lugrezia, non pensa affatto di risposarsi, non ha figli, ma gestisce le vite di tutto il contado prestando denaro, prestando accessori e vestiario, giocando al lotto. Così ne nasce l’ennesimo grottesco quadro di incomprensioni, sottintesi e sotterfugi che sono divertentissimi per lo spettatore, meno per i personaggi che, a turno, impersonano le sfortune di una Venezia decadente. Soprattutto per la classe media che, ora, sta languendo. Goldoni ci lascia un quadretto divertente che fa, però, come sempre, anche riflettere sulla necessità di coesione sociale, di fare squadra e non di affossarsi l’uno l’altro; sulla genuinità dei rapporti che non devono essere basati sull’apparire e l’apparenza. Insomma, di nuovo il genio veneziano che esalta le scene e che viene esaltato, a secoli di distanza, dall’ottima messa in scena. Volutamente nere le scene, avrebbero tuttavia goduto di qualche squarcio di colore in più. Buona la recitazione in dialetto veneziano, che veniva compromessa dai “sopratitoli” che, per chi li necessitava, restavano troppo in alto rispetto alla scena, di cui pertanto veniva persa alcuna parte. Ho trovato perfettamente calzante la parte di tutti, ma soprattutto la caratterizzazione di Lugrezia, che sapeva agire bene sulla mimica facciale, transitando dalla perfida cupidigia agli slanci compassionevoli senza perdere lo smalto della sua simbologia. Aiutava il trucco di Aldo Signoretti, che ha curato anche le acconciature. Goldoni auspicava che la commedia avesse successo anche fuori città, come lo aveva avuto a Venezia, al suo debutto. Un successo assicurato e sottolineato da numerose uscite e tanti applausi.

 

Alessia Biasiolo

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