Oblivion: The Human Jukebox evento di Capodanno a Brescia

 Oblivion

Cinque contro tutti. Un articolato mangianastri umano che mastica tutta la musica mai scritta e la digerisce in diretta in modi mai sentiti prima. Questo è OBLIVION: THE HUMAN JUKEBOX in scena stasera a Brescia, al Teatro Sociale (Via Felice Cavallotti, 20) dalle ore 21.30.

Alla perversa creatività dei cinque cialtroni più irriverenti del teatro e della Rete (gli Oblivion sono Grazia Borciani, Davide Calabrese, Francesca Folloni, Lorenzo Scuda, Fabio Vagnarelli) si aggiunge, questa volta, quella del loro pubblico che contribuirà a creare il menù della serata suggerendo gli ingredienti della pozione.

Un flusso di note e ritmi infinito che prenderà vita davanti agli occhi attoniti degli spettatori, per una esperienza folle e mai ripetibile.

Dal Trio Lescano ai rapper, da Ligabue ai Beatles, da Morandi ai Queen, tutte le canzoni senza farne nessuna!

THE HUMAN JUKEBOX è la playlist che non hai mai avuto il coraggio di fare, è uno Spotify vivente che provoca scene di panico, isteria collettiva, ma soprattutto interminabili richieste di bis!

La consulenza registica è di un grande nome del teatro italiano: Giorgio Gallione; i testi di Davide Calabrese e Lorenzo Scuda che ha curato anche le musiche.

Dopo lo spettacolo seguirà un brindisi di augurio per l’arrivo del nuovo anno.

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Silvia Vittoriano

Intervista a Tamás Vásáry

Tamás Vásáry, artista completo e grande direttore incontrato a Budapest, racconta con semplicità, in un italiano quasi perfetto, le esperienze che l’hanno condotto dal pianoforte ad un successo significativo in molti paesi fra cui l’Italia, dove è stimato sia come pianista che come direttore.

Lei si sente più solista o direttore? E la musica ha sempre fatto parte della sua vita?

A cinque anni ho ascoltato alla radio il famoso minuetto di Boccherini. Avevamo un pianoforte, ho provato a suonarlo, dopo averlo ascoltato due o tre volte alla radio, davanti alla professoressa di mia sorella. La professoressa mi domandò: “Sai leggere la musica?”. Ho risposto di no. Così lei iniziò a darmi lezioni.

A otto anni ho tenuto il mio primo concerto in conservatorio in cui, fra l’altro, veniva eseguita anche la serenata KV 525 Eine Kleine Nachtmusik. Così ho incontrato l’orchestra ed ho deciso di diventare anche un direttore. Ma in Ungheria fare il direttore d’orchestra era molto difficile perché esistevano soltanto due orchestre.

Ma cosa è accaduto nella sua vita poco prima della rivolta ungherese che le ha consentito di proseguire nella sua attività?

Studiavo pianoforte e quando ci fu la rivoluzione in Ungheria mio padre era un politico avverso ai comunisti. Venne messo in prigione dopo la rivoluzione. In quel periodo vinsi il concorso internazionale Regina Elisabetta e in seguito fui invitato per un concerto con la Wiener Symphoniker Orchestra e così lasciai il mio Paese grazie a un passaporto ufficiale perché invitato in Belgio. Proprio la Regina fece in modo che mio padre e mia madre venissero liberati, così i miei cari lasciarono l’Ungheria in due giorni.

Quindi l’arte musicale in quel momento ha acquistato anche un potere politico?

Assolutamente sì! Quel periodo fu molto duro e difficile, dal momento che, al di fuori del mio Paese, ero conosciuto solo in Belgio. Io e la mia famiglia vivevamo in esilio. Un giorno la Deutsche Gramomphon mi offrì un’incisione che ebbe un grandissimo successo specialmente in Inghilterra. In seguito ho continuato a incidere per la stessa casa e nel 1960-61 ho debuttato a Londra al Royal Festival Hall con la Royal Philarmonic Orchestra interpretando il primo concerto di Chaicovski e quello di Listz.

Che differenza ha notato fra le orchestre ungheresi e quelle del resto d’Europa?

La differenza riguardava soprattutto la qualità degli strumenti. Mentre gli archi erano migliori in Ungheria, i fiati lo erano in Inghilterra e in America.

Quali sono stati i più grandi direttori con cui ha svolto il suo percorso pianistico?

Ferenc Fricsay, Ernest Ansermet, Georg Solti, Antal Dorati, Claudio Abado, André Cluytens, Rudolf Kempff, grandissimo direttore. Dal 1961 in poi ho iniziato a dare circa 100-120 concerti l’anno. Ma volevo dirigere. E nel 1969 ho diretto per la prima volta la Lizt Ferenc Orchestra di Budapest al Festival di Mantova. Successivamente ho iniziato a dirigere tutte le più grandi orchestre del mondo. Ne ho dirette circa 120.

A proposito, qual è stata l’orchestra che maggiormente l’ha impressionata?

Difficile dirlo, ma ho trovato una bella orchestra a Torino. Un giorno sono arrivato per provare con il quintetto d’archi per una prova d’assieme. Il primo violoncello e il primo contrabbasso hanno suonato con me le parti orchestrali e guardando le partiture conoscevamo bene la musica prima della prima prova. Tutte le prove sono andate bene, per me è stata un’idea fantastica!

Quando riesce a comprendere fino in fondo la partitura?

Quando preparo una partitura preferisco fare passeggiate in un bosco e camminando riesco a capire l’analisi formale e armonica. Cosa che raccomanderei a tutti i direttori. Se ho interiorizzato la partitura posso controllare meglio tutti i musicisti. Ci sono due tipi di direttori: uno che ha la testa nella partitura e l’altro che ha la partitura nella testa.

Ha un aneddoto simpatico accaduto con gli orchestrali?

Una volta dovevo dirigere la Filarmonica di Berlino, quando Karajan per un incidente non aveva potuto continuare la sua incisione con questa orchestra, perché ammalato e mi ha chiesto di preparare l’incisione di due concerti mozartiani da un giorno all’altro. Ero sicuro della parte orchestrale. La casa discografica Deutsche Grammophon mi ha chiesto di preparare l’Incoronazione di Mozart che avevo eseguito solo una volta e quindi non ero tanto sicuro della parte del pianoforte. Così abbiamo inciso questo concerto a Berlino, l’orchestra era molto simpatica, gentile, entusiasta.

Il giorno successivo abbiamo iniziato ad incidere la stessa opera e intanto mi chiedevo: “Come suonerò il pianoforte?”. Nel corso dell’incisione l’orchestra si comportava in modo, mi prendevano in giro per come parlavo, facevano della satira ed ho capito che non c’era l’intesa come il giorno precedente. Ho così domandato a mia moglie: “Forse c’è un intrigo contro di me”. E mia moglie mi ha detto: “Chi è differente sei tu”. Io ho risposto che l’unica cosa differente era che avevo paura del pianoforte. E mia moglie mi ha detto: “Non pensare più a questo: è più importante avere un buon contatto con l’orchestra, dimenticati dei problemi con il pianoforte, prova a suonare tranquillamente”. Così ho continuato senza concentrarmi e senza avere paura del pianoforte; era importante che l’orchestra fosse contenta della mia direzione. Entrati in scena ho potuto verificare la sensibilità di un’orchestra come i Berliner. Difatti l’orchestra percepisce anche il solo pensiero del direttore ed agisce di conseguenza. Questo è stato un grande insegnamento per me nella mia vita.

Com’è la vita musicale in Ungheria oggi?

Come sempre molto intensa. A Budapest, che è una piccola capitale, non paragonabile ad altre grandi come Londra, Roma o New York, ci sono cinque grandi orchestre sinfoniche, quella della Radio, da me diretta, dello Stato (oggi Filarmonica Nazionale), del Festival, dell’Opera e infine quella di Matav, sponsorizzata dalla compagnia telefonica.

Purtroppo lo Stato aiuta molto meno la nostra orchestra rispetto all’orchestra nazionale, perché il Ministero della Cultura ha un budget per sostenere tutte le istituzioni che portano il nome “nazionale”. Questi musicisti vengono retribuiti con un salario quattro volte superiore al nostro ed ho deciso che l’anno prossimo offrirò una donazione per il mio ensemble.

So che spesso viene in Italia: come sono state le sue esperienze?

Ho avuto molti contatti con l’orchestra da camera di Santa Cecilia ed anche con quella della Radio di Torino. Per la RAI ho inciso in video con Uto Ughi tutte le sonate di Beethoven per violino e pianoforte ed è stata una cosa molto bella.

 

Bruno Bertucci

 

 

“Un castello nel cuore” per scoprire santa Teresa d’Avila

2015 - Un castello nel cuore

Riproposto a Brescia a grande richiesta, lo spettacolo “Teresa d’Avila” di Michele Di Martino con la consulenza dei Carmelitani Scalzi Antonio M. Sicari e Fabio Silvestri, per la regia di Maurizio Panici, è un progetto teatrale di estremo valore tecnico e artistico, che dopo 30 repliche in diverse città d’Italia, ha concluso la tournée a Brescia dove già era stato proposto all’inizio del suo percorso.

Il progetto nasce dalla collaborazione del Movimento Ecclesiale Carmelitano, la Provincia Veneta dell’Ordine Carmelitano, la cooperativa Argot produzioni in collaborazione con il CTB Centro Teatrale Bresciano.

Sul palco, Pamela Villoresi, attrice di livello internazionale nel campo teatrale e cinematografico, in un allestimento ricco di suggestioni, che ci conduce alla scoperta di una delle figure femminili più significative della Storia della Chiesa, Teresa d’Avila. “Un castello nel cuore racconta la vita di Teresa, sviluppata nell’interno delle sette dimore del Castello interiore, l’opera capolavoro scritta dalla Santa. Lo spettacolo conduce all’essenza della bellezza e della grazia, attraverso un percorso profondamente umano che viene ben rappresentato, non lasciando intravvedere di Teresa solo gli aspetti ascetici e santi, ma anche e forse soprattutto quelli umani. Un castello nel cuore 12

Una donna alla ricerca di una profondità d’essere che, nella splendida Avila, ma anche travalicandone le sue mura come quelle del convento stesso che la ospitava, sa essere moderna anche oggi e parlarci con una chiarezza di vedute e una modernità intrisa della sua umanità profonda e profondamente vicina a Dio, che ancora oggi ha molto da insegnare. Uno spettacolo seguito con estrema concentrazione da un pubblico folto e attento, inframmezzato da tanti e tanti Carmelitani Scalzi. Davvero un bel vedere in teatro! Spesso, infatti, i frati si incontrano raramente per strada e a volte di fretta in qualche chiesa o monastero, mentre la loro presenza dà un significato diverso all’esistenza, più vero, più semplice, più certo: trasmettono serenità e certezza di cui molto ha bisogno la vita di tutti, indipendentemente dal credo di ciascuno. Teresa d’Avila ha lasciato un insegnamento sul quale riflettere anche oggi e l’interesse dimostrato per lo spettacolo lo dimostra. C’è bisogno di interessi spirituali più alti, di riflessioni filosofiche più speculative e meno legate all’interesse del momento e questo modo per riflettere è davvero interessante. Belle le musiche originali di Luciano Vavolo e originale l’impianto scenico di Carlo Bernardini.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

Nuove piste aperte ad Alleghe e Arabba

I010445-allegheGrazie al lieve abbassamento delle temperature degli ultimi giorni gli snowmaker sono tornati al lavoro in tutto il territorio di Dolomiti Stars. Per gli sciatori questo si traduce in un considerevole aumento dei chilometri di piste percorribili sci ai piedi.

Nella stazione sciistica di Alleghe, sabato scorso sono entrate in funzione la seggiovia quadriposto Pelmo e le piste Baldi e Lavadoi in aggiunta alla pista Coldai e ai campi scuola Baby e Mariaz. Si è potuto quindi sciare su un totale di 10 km di piste coperte da oltre 50 centimetri di neve compatta di altissima qualità. Nel comprensorio di Arabba, sabato 12 dicembre è stata aperta la seggiovia Saletei con pista mentre domenica 13 dicembre le seggiovie Alpenrose e Carpazza, entrambe con pista, oltre all’attesissimo collegamento con il Sellaronda, il giro sciistico di 42 km attorno al Gruppo Sella, ritenuto fra i più belli e spettacolari del mondo. Sono invece già regolarmente funzionanti la seggiovia Campolongo – Bec de Roces con la pista Campolongo, la seggiovia Burz con le piste Avoie e Rientro, la seggiovia Le Pale con la pista Bec De Roces, la seggiovia Cherz 2 con pista, la seggiovia Cherz 1 con pista, la seggiovia Lezuo con la pista Belvedere 1, la funivia Arabba Portavescovo e la funivia Arabba – rif. Luigi Gorza con le piste Ornella e Sourasass oltre alla seggiovia Vizza con pista.

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Nella ski area San Pellegrino, infine, resta sempre attivo il collegamento sci ai piedi tra Falcade e Passo San Pellegrino e la neve prodotta durante quest’ultima settimana ha reso le piste ancora più belle. Ricordiamo quindi che sono aperte la seggiovia Costabella con pista, la seggiovia Gigante con pista, la sciovia Chiesetta con pista, la seggiovia del Passo con pista, la funivia Col Margherita con pista, la seggiovia Lago Cavia-Col Margherita con pista, la seggiovia Lago Cavia-Laresei con pista, la seggiovia Le Buse-Laresei con la pista Plateau, la nuova cabinovia Falcade-Le Buse e la sciovia campo scuola le Buse con pista.

Largo Peter Benenson a Roma

Il 10 dicembre, in occasione del 67° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani e nell’anno della celebrazione del 40° anniversario di Amnesty International Italia, è stato inaugurato a Roma “Largo Peter Benenson – Fondatore di Amnesty International (1921-2005)”, sito nello spazio antistante la sala consiliare del Municipio RM IX Eur. “Aprite il vostro quotidiano un qualsiasi giorno della settimana e troverete la notizia di qualcuno, da qualche parte del mondo, che è stato imprigionato, torturato o ucciso poiché le sue opinioni e la sua religione sono inaccettabili per il suo governo. Ci sono milioni di persone in prigione in queste condizioni, sempre in aumento. Il lettore del quotidiano percepisce un fastidioso senso d’impotenza. Ma se questi sentimenti di disgusto ovunque nel mondo potessero essere uniti in un’azione comune, qualcosa di efficace potrebbe essere fatto” scrisse l’avvocato inglese Peter Benenson nell’articolo “I prigionieri dimenticati” pubblicato il 28 maggio 1961 in prima pagina sul quotidiano The Observer, dopo aver appreso la notizia che due studenti portoghesi erano stati condannati a sette anni di carcere per aver brindato alla libertà nel Portogallo di Salazar. Nacque così Amnesty International. Da allora, le attiviste e gli attivisti dell’organizzazione, insieme a tutti coloro che la sostengono, hanno cambiato la vita di migliaia di persone, liberato oltre 50.000 prigionieri di coscienza, ridando loro libertà e speranza. “Se davvero si trattasse unicamente di ‘celebrare’ – di fronte al numero e alla gravità delle violazioni dei diritti umani di cui siamo testimoni oggi – forse non avrebbe senso farlo. Ma in realtà, della Dichiarazione universale si tratta, da un lato, di riconoscere l’enorme importanza storica. É soltanto con la sua approvazione infatti, il 10 dicembre del 1948, che gli stati hanno per la prima volta accettato limiti relativi al trattamento delle persone soggette al loro potere di governo. Ed è per questo motivo, perché  i diritti umani così come li conosciamo prima di quel giorno non esistevano neppure sulla carta, che la Dichiarazione è un documento di carattere rivoluzionario” ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. “Dall’altro lato, si tratta di impegnarsi, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà, per realizzare in concreto la visione del mondo che la Dichiarazione incarna: la visione di un mondo più giusto, più libero, meno violento, alla cui costruzione graduale Amnesty International, passo dopo passo e senza scoraggiarsi, continua e continuerà a lavorare”. Ogni anno in occasione del 10 dicembre, Amnesty International promuove una maratona globale di raccolta firme in favore di persone che in diverse parti del mondo subiscono violazioni dei diritti umani.

Amnesty International Italia