Mai più schiavi. Abolire la schiavitù in Mauritania

Maria Tatsos racconta la lotta pacifica di Biram Dah Abeid per l’effettiva abolizione della schiavitù nel suo Paese: la Mauritania. Prefazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, e Postfazione di Giuseppe Maimone (CoSMICA), profondo conoscitore della situazione storico-politica in Mauritania.

Le donne lavorano quindici-venti ore al giorno e spesso sono violentate dai padroni e dai loro parenti. I bambini sono bollati come schiavi prima ancora che nascano e avviati al lavoro durante l’infanzia. Gli uomini, in cambio della loro attività, ricevono a malapena di che sfamarsi. Non è cronaca dell’Ottocento, ma viva attualità, realtà quotidiana di un Paese, la Mauritania, nel quale, sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita nel 1981, un numero difficilmente quantificabile di neri (tra oltre quarantamila e mezzo milione) è vittima di qualche forma di asservimento da parte della popolazione arabo-berbera. Con il tacito consenso delle autorità politiche e religiose.

Per sovvertire questa situazione, Biram Dah Abeid, nero e nipote di una schiava ma nato libero, ha fondato l’Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista (IRA): dal 2008 lotta con metodi non violenti per la difesa dei diritti umani e per una società senza schiavi. Imprigionato più volte, è riuscito a portare la condizione del suo Paese sotto i riflettori degli osservatori internazionali. Nel 2013 è stato insignito del premio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e l’anno successivo è stato candidato al Nobel per la pace. La stampa internazionale lo ha paragonato a Nelson Mandela e a Malcolm X. In realtà, le modalità della sua lotta lo avvicinano di più al Mahatma Gandhi. « Preferisco essere solo Biram », ribatte con un sorriso l’uomo che promuove marce pacifiche e sit-in, mobilita l’opinione pubblica e porta la voce degli schiavi anche fuori dai confini del suo Paese, la Mauritania. È grazie a Biram Dah Abeid e agli attivisti di Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista in Mauritania (IRA Mauritanie), il suo movimento, se donne e uomini haratin hanno oggi il coraggio di spezzare le catene che li tengono in soggezione economica e psicologica dei loro connazionali arabo-berberi. E ciò senza mai reagire con la violenza a nessuna provocazione. È questa una caratteristica fondamentale di IRA Mauritanie e del suo fondatore: la lotta per rivendicare i diritti dei neri ancora soggetti a forme di schiavitù deve essere assolutamente pacifica. Biram crede nella bontà delle proprie idee e nella giustizia della propria battaglia.

La giornalista Maria Tatsos ne racconta ora la storia e l’impegno nel suo nuovo libro Mai più schiavi, una sorta di biografia narrata dalla voce dello stesso Biram. Scrive l’autrice: “A sentirlo parlare – senza mai un’invettiva né una parola d’odio verso la classe dirigente arabo-berbera responsabile di questa situazione – ricorda un altro grande uomo, più piccolo di statura, che seppe piegare un impero con le sue idee: Mohandas Gandhi. È a lui che Biram, uomo libero che avrebbe potuto felicemente godersi il suo status personale di hartani privilegiato, dice di ispirarsi. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, suggeriva il Mahatma. Con ostinazione, energia e modestia, Biram sottoscrive, sognando una Mauritania in cui nessun essere umano sia padrone della vita di un altro”.

Nota sull’autrice – Maria Tatsos, di origine greca, è giornalista professionista. Laureata in scienze politiche e diplomata in lingua e cultura giapponese presso l’Isiao di Milano, attualmente lavora come freelance e collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). Tiene corsi di scrittura autobiografica, svolge attività di ghostwriting ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche. Con Paoline ha pubblicato il romanzo storico La ragazza del Mar Nero. La tragedia dei greci del Ponto (20172).

MAI PIÙ SCHIAVI. Biram Dah Abeid e la lotta pacifica per i diritti umani

Maria Tatsos

pp.208 – € 16,00

 

Romano Cappelletto

I sette peccati capitali dell’economia italiana

Carlo Cottarelli ha fondato un Osservatorio Conti Pubblici Italiani presso l’Università Cattolica di Milano, il primo in Italia, mentre un Osservatorio di questo tipo è usuale in altri Paesi. L’esperienza di Cottarelli è solida e indubbia: laureato a Siena e presso la London School of Economics, un’occupazione presso Banca d’Italia ed Eni, quindi al Fondo Monetario Internazionale, poi Commissario straordinario per la revisione della spesa; ancora, Direttore esecutivo del Fondo monetario Internazionale e oggi, oltre che Direttore dell’Osservatorio, è Visiting Professor all’Università Bocconi. Con quasi l’incarico di formare l’ultimo governo, prima della soluzione politica Conte. Insomma, un esperto vero. Che scrive vari libri sull’Economia di cui l’ultimo del 2018 “I sette peccati capitali dell’economia italiana”. Perché l’Italia non cresce, perché l’Italia ha un alto debito pubblico e via così. Scopo delle pubblicazioni di Cottarelli è fare, nel suo piccolo, ciò che unicamente potrebbe essere grande: abituare le persone all’idea di spesa, di debito, di conti pubblici, perché sappiano di cosa si parla e non venga loro liquidata l’Economia come qualcosa di lungo, difficile, ostico e “inutile” da sapere. Dato che poi sono le persone a votare e le persone protagoniste dell’economia del loro Paese, consapevolizzarle o responsabilizzarle o renderle edotte è compito nobile e giusto. Salvo, forse, che dire le parole magiche che cancellano ogni abilità, attestato di studi, capacità riconosciute a livello mondiale: bisogna pagare le tasse. Perché pagandole tutti chi le paga sempre spenderebbe un po’ meno e perché, pagandole tutti, si risolverebbero molti problemi di disponibilità economico-finanziaria per le spese utili: la scuola, gli ospedali, i servizi in genere. Cottarelli viaggia per la penisola per spiegare perché l’Italia è cresciuta poco negli ultimi anni; perché il reddito pro capite è sceso del 2%, mentre il potere d’acquisto dei tedeschi, dal 1999, è cresciuto rispetto a quello italiano del 25%; quali sono i sette peccati capitali dell’economia italiana come l’evasione fiscale appunto, la corruzione, l’eccesso di burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra Nord e Sud. Infine, la difficoltà a convivere con l’euro, non potendo più svalutare la Lira, per sistemare i conti, rispetto al resto d’Europa. Il linguaggio del libro è semplice e immediato, di facile comprensione, così come è semplice ascoltare le presentazioni del volume che Cottarelli si presta a ripetere con pacatezza e competenza. Divertente, del resto, sentire come alcuni spettatori, al momento degli interventi personali o delle domande all’Autore, spiegano con dovizia di particolari come è giusto non pagare la fattura dell’idraulico o del meccanico perché “Ho già dato tanto, pagando sempre le tasse quando lavoravo” e similari. Un vizio, quello italiano, che non sarebbe risolto con l’abbattimento delle aliquote o con la possibilità di scaricare ogni spesa, sostiene il nostro, perché il meccanismo economico non è così semplicemente lineare o immediato. Ad esempio, un grosso problema è la mancata crescita demografica senza la quale ogni economia, non soltanto quella italiana, si ferma. Anche in questo caso per vari motivi, forse non ultimo la mancanza di inventiva e di innovazione che i giovani si portano dietro. In ogni caso, un paio di insegnamenti pratici e immediati il libro, quindi anche Cottarelli stesso, li dà. Le tasse bisogna pagarle. Intanto per fare la propria parte, poi il resto, l’economia e i politici, facciano la loro. Politici cha vanno scelti al momento del voto: un voto consapevole, ponderato sul reale operato di chi è stato eletto e ha svolto bene o non, il mandato conferitogli dagli elettori.

Da leggere.

 

Carlo Cottarelli: “I sette peccati dell’economia italiana”, Feltrinelli, Milano, 2018, pagg. 176; euro 15,00.

 

Alessia Biasiolo

 

Miracoli a Lourdes

Un bel libro, da leggere indipendentemente dal fatto di essere credenti o meno, perché racconta dettagliatamente, con stile preciso e semplice, le storie di chi è andato a Lourdes malato ed è guarito. Accomuna le persone miracolate, spesso, il fatto di non recarsi a visitare la famosa grotta con la Madonnina per chiedere qualcosa, talvolta nemmeno per chiedere la guarigione. O almeno non coscientemente. Tutte, con le molte organizzazioni o individualmente, sono andate a Lourdes in ricerca di una parte di sé, quell’incontro con il proprio essere che rimane tale, anche se malato. Tendiamo a voler annullare la malattia e a trattarla sempre come un’aggressione esterna ma, comunque sia generata, siamo alla fine noi sempre, con quella ricchezza e dignità che ci rende persone in quanto siamo. Tuttavia, la possibilità di tornare o diventare “normali”, seguendo una vita piena anche per testimoniare la potenza divina o della fede o dell’energia positiva del mondo che può tornare appieno in noi, conduce al viaggio, primariamente interiore e poi ai luoghi di fede. Dove l’energia spirituale è talmente forte da sconvolgere tutti, credenti o no, malati, accompagnatori, curiosi. Il caso di Lourdes commuove per la sua semplicità e profondità. Anna Santaniello, ad esempio, non avrebbe potuto viaggiare per le sue precarie condizioni di salute. Aveva solo una quarantina d’anni la donna campana che già aveva perso due fratelli per la stessa patologia, un’asistolia grave in seguito a malattia mitralica. I sacerdoti che la seguivano le consigliarono di recarsi a Lourdes e, malgrado le difficoltà fisiche, ci andò tornando a sentire rifluire in sé la vita. La domanda di Anna non era di essere guarita, ma di poter partire, di poter andare a Lourdes, malgrado nel giorno del suo onomastico, il 26 luglio, le venisse somministrata l’unzione degli infermi. Forse proprio per quello, qualche giorno dopo era sul treno UNITALSI per Lourdes e una volta arrivata, dovette supplicare non tanto la Madonna, quanto i medici di portarla alla piscina dove, a seguito delle sue insistenze, venne calata. La testimonianza afferma: “Sentii prima un caldo interno, non respiravo più, ma dopo attimi mi alzai e gridai di non mettermi più in barella”, dalla barella si è alzata da sola. L’indomani viene sottoposta alle visite mediche collegiali che dichiarano le sue ottime condizioni di salute, fatto impossibile date le condizioni in cui era arrivata in Francia. La guarigione inspiegabile è certificata il 3 maggio 1964. Anna morirà alla bella età di 95 anni. Queste sono le testimonianze raccolte nel libro di Fabio Bolzetta, fino all’ultimo miracolo di Lourdes, il settantesimo, a favore di suor Bernadette Moriau, annunciato un anno fa, nel febbraio 2018. Il libro propone anche testimonianze di assistenti e custodi del santuario, di OFTAL e di UNITALSI e molti altri dati interessanti per chi vuole avvicinarsi a Lourdes anche attraverso la preghiera del santo rosario, che può essere seguita, ad esempio, grazie a TV2000.

Un libro da leggere per avvicinarsi, grazie alle storie di vita e di sofferenze vissute, alla nostra spiritualità, magari ringraziando per ciò che di buono abbiamo, soprattutto quando stiamo bene. Da leggere.

Fabio Bolzetta: “Miracoli a Lourdes”, Paoline, Milano, 2018, pagg. 224; euro 15,00

 

Alessia Biasiolo

 

Storie di ordinaria famiglia

Non esistono famiglie perfette. E non c’è una formula per costituirne una senza problemi. Sembra una frase fatta o un concetto fiabesco, ma in realtà è la prima regola che si deve imparare per interpretare al meglio il famoso “Finché morte non vi separi” che tanto ha di corrispondenza con il “E vissero tutti felici e contenti”. Nelle più rosee aspettative, ci immaginiamo il “per sempre”: nelle amicizie tra bambini, nelle relazioni sentimentali, nel lavoro (si inizia a lavorare in un posto e si spera di non doverne cercare altri). La vita però è fatta di cambiamenti e, giocoforza, se non vogliamo cambiare noi cambiano le circostanze esterne, tanto da indurci a modificare i nostri comportamenti, volenti o nolenti. Cosa c’è, allora, di definitivo? Ci sono le nostre convinzioni che, mi dispiace sottolinearlo, stiamo tendendo a trasmettere sempre meno ai nostri figli. Con la scusa del mondo liquido, abbiamo l’alibi per crearci la vita liquida, in cui i fatti sono ma potrebbero non essere, in cui i pareri dipendono dall’esterno, in cui “si vede” di volta in volta cosa accade e ci comportiamo nell’imminente tanto nell’immanente. Un po’ più di fiducia in noi stessi e un po’ più (talvolta tanto di più) di silenzio, riflessione, cultura (anche, se non soprattutto, filosofica) devono portare a convincimenti profondi, fino ad uscire da sé ed accettare l’altro, introiettarlo, farlo diventare diade. E da quella decidere di diventare famiglia. Poi ci sono le eventualità e le difficoltà. Il bel libro di Antonio Fatigati e Francesca Mancini ne propone alcune, tratte dalla trasmissione televisiva “Siamo noi” in onda su TV2000.

Il format prevedeva una situazione campione intorno alla quale si confrontavano varie famiglie ospiti del programma, raccontando emozioni, episodi, soluzioni al problema posto e vissuto. Lo stesso impianto del libro. Gli esempi sono il nido vuoto, cosa succede alla coppia quando, finalmente, torna ad essere tale una volta cresciuti i figli, ma che invece di essere complice è costituita da quasi due sconosciuti che, ad un certo punto e non è dato sapere quale, si sono persi senza rendersene conto. Oppure il problema della separazione per motivi lavorativi, che spesso mette a dura prova la fedeltà e la sopportazione della gelosia, destinata spesso ad ingigantirsi, anche senza motivi reali. Il caso in cui dovrebbe essere l’uomo a restare a casa ad occuparsi delle faccende casalinghe e dei figli per aiutare la moglie nella carriera, contravvenendo a comodi nascondigli nel “socialmente e tradizionalmente corretto”, oppure dei figli del partner, che a volte diventano motivo di attrito o di intralcio o di gelosia nel rapporto di coppia. E sono tante le situazioni sulle quali ragionare e riflettere, per trasmettere al lettore la considerazione che è vero, ci si innamora, ma poi l’amore va costruito su solide basi fatte di quotidiano, pratico e mentale, quella meravigliosa parte di noi che, se in sintonia con il romantico, istintivo, sentimentale, porta la persona alla pienezza di sé. Anche in coppia con l’altro. Interessante e da leggere.

Antonio Fatigati, Francesca Mancini: “Storie di ordinaria famiglia”, Paoline, Milano, 2018, pagg. 244; euro 12,00

Alessia Biasiolo

 

Settant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo

All’importante anniversario, Amnesty International, che trae dalla Dichiarazione il suo mandato, ha dedicato con altre associazioni un libro intitolato “In arte DUDU”, sostanzialmente la Dichiarazione Universale dei Diritti umani illustrata da giovani artisti italiani, un’illustrazione per ognuno dei 30 articoli che compongono l’importante documento, nato dopo la tragica e sanguinosa seconda guerra mondiale.

Gli artisti sono Alessio-B, Alessio Bolognesi, Tony Gallo, Psiko, Marco Mei, Federica Carioli, Giusy Guerriero, Alessandra Carloni, Brome, Zentequerente, Artax, Eliana Albertini, Phobos, Anita Barghigiani, Centocanesio, Riccardo Buonafede, Federica Manfredi, Stefano Reolon, Cristina Chiappinelli, Flavia Fanara, Giulia Quagli, Alberto Cristini, Violetta Carpino, Herschel & Svarion, Ivano Petrucci, Camilla Garofano, Miriam Serafin.

Un volume curato come un albo illustrato e particolarmente adatto a tutti, non soltanto per conoscere e studiare la Dichiarazione, quanto per comprenderla e, soprattutto, riflettervi. Ad ogni artista sono dedicate tre pagine: una per l’opera vera e propria a colori, e due in cui l’opera diventa sfondo e altro modo per vederla: sfuocata, in penombra, in dissoluzione, in nascita a seconda di come si vuole e si può interpretare quell’articolo della Dichiarazione. Le pagine si prestano per essere scritte o meditate, con un vuoto che, finalmente, crea spazio alla mente e permette di volare al di sopra dei segni scritti, al di sopra delle stesse parole, per generare vita e vitalità ad un documento che non ha 70 anni, non è lettera morta, non è finito in una rilegatura da mettere in bella linea nello scaffale. Cadiamo nel testo e diventiamo un po’ i bambini all’articolo 1, volenterosi di disegnare il mondo, ma anche la testa dalla quale, anziché i capelli, nasce un albero. Colori e dissoluzione, sfumature e tinte forti, in tratti tutti ben disegnati che offrono l’occasione di conoscere ottimi disegnatori, artisti del disegno che mai come oggi ha un’importante funzione sociale.

La Dichiarazione va fatta conoscere a tutti, dai bambini agli adulti e soprattutto agli adulti che arrivano nel nostro Paese da altri in cui non sempre i Diritti dell’Uomo vengono rispettati. Abbiamo tutti il dovere di conoscere nel profondo ogni articolo per trasmetterlo come cultura sulla quale non discutere, in nome del rispetto di ogni cultura e ideologia, perché se la cultura e l’ideologia non conosce e, soprattutto non rispetta, la Dichiarazione stessa, non bisogna porre tempo in mezzo: si deve mettere in atto ogni mezzo, coerente e democratico, per farla diventare parte della persona e parte dell’essere. Ma se non sappiamo nemmeno cos’è? E a cosa serve? E a cosa è servita? Bisogna aiutare le associazioni come Amnesty International, che operano da ben prima di tanti fatti di cronaca recenti, perché ci sia davvero una coscienza umana universale, come da DUDU vuole.

“In arte DUDU”, a cura di Melania Ruggini e Michele Lionello, un progetto dell’Associazione Voci per la Libertà, 2018

Alessia Biasiolo

 

Evviva i diritti!

Una storia per raccontare ai bambini come sono nati, cosa sono e a cosa servono i Diritti Umani, cioè ciò che contraddistingue ognuno di noi, di cui siamo depositari e che ognuno è chiamato non solo a conoscere, ma anche a difendere. Ecco allora che una maestra decide di parlarne e si materializzano i motivi per cui un bambino è diverso, ha il diritto di esserlo e come si deve fare per rispettarlo. Infatti, rispetto a queste tematiche, si è sempre pronti a identificare come diverso, bisognoso di aiuto e di comprensione, della solidarietà di ciascuno, colui o colei che arriva da un altro Paese, che ha caratteristiche differenti, come il colore della pelle, un diverso modo di vestire, eccetera. Più complicato è accettare, invece, che il diverso sia esattamente come noi, bianco, cattolico, con lo stesso colore di capelli, ma con un modo di fare, di pensare, di vivere diverso. Forse soltanto perché più estroverso o più introverso, perché dotato per lo studio o perché dotato per la lettura, il disegno, lo sport, la musica. La persona identificata come uguale, non depositaria di necessità di bontà e umanità, per la società deve essere uguale alla massa, avere lo stesso WhatsApp, il telefonino, non eccellere, non diventare capace di fare sentire massa la massa. Altrimenti diventa oggetto di bullizzazione anche da parte di coloro che meno sembrerebbero atti ad essere o diventare bulli. È sottile la linea scolastica, in un mondo scuola in cui l’insegnante è sovraccaricato di doveri, ma non ha poteri. Deve controllare che non si utilizzi il telefono cellulare in classe, ma non può nemmeno toccarlo se lo vede in mano ad un discente. E così via. La società odierna non fa altro che spostare l’attenzione all’altro: gli altri devono fare, gli altri devono essere responsabili, gli altri se ne devono occupare e fare carico. Quindi ben venga l’idea, con un agile libro facilmente leggibile sia a casa che in classe, sia da soli che letto da nonni e genitori ad alta voce (magari fosse vero!) di sottolineare come si è arrivati a tanto diritto, ma come siano troppe le persone che pensano al diritto come a tutt’altro rispetto a quello che è. Alessandra Sala inventa allora una trama particolarmente adatta ai bambini e consiglio di leggerla, soprattutto come sussidio didattico. Ben congegnata, la storia conduce i bambini nel loro mondo fatto di immagini, dove non manca un tocco di fiabesco e dove la fantasia non è preconfezionata, come purtroppo sono abituati adesso.

Il testo è impreziosito da illustrazioni a fumetti di Laura Penone.

Alessandra Sala: “Evvai coi Diritti!”, Paoline, Milano, 2018, pagg. 160; euro 13.00

 

Alessia Biasiolo

 

Padre Pino Puglisi. Un supereroe rompiscatole

Si definiva proprio così, padre Puglisi: un rompiscatole. Nel senso che si era presentato a dei ragazzi con delle scatole in mano e le aveva rotte. Rompeva gli schemi di chi pensava di sapere tutto della vita, di averla impostata per sé sulla falsariga di quella che si vedeva intorno, vissuta da gente abituata ad usare gli altri. Per soldi, per lavori anche non legali, per perpetuare quello che, in Sicilia soprattutto, già il Gattopardo aveva detto che non doveva cambiare mai. Anzi, sì, cambiare, ma affinché tutto rimanesse come prima, immutato.

L’abitudine all’omertà, a quel non dire che è tanto più velenoso quanto più appartiene al vissuto quotidiano: non dire la verità, non parlare con il vicino, anche delle più futili cose viste o sentite, così non si sa, così c’è il torbido che, prima o poi, fa comodo a tutti. Poi ci sono le persone, quelle con le P maiuscole. Puglisi di P ne aveva addirittura quattro: padre, Pino, Puglisi, prete. Qualcosa che proprio non andava: prete. E uno di quelli che non assomiglia affatto, neanche lontanamente, neanche quando potrebbe fare più comodo, a don Abbondio. Puglisi ci vedeva benissimo e capiva il suo mondo, la sua gente, da dentro, per averla vissuta. Per avere condiviso le stesse paure, le stesse tragedie, le stesse omertà, anche quelle più innocue.

E ha cambiato il mondo. Da martire. Lasciandoci la vita, ma cambiando. Innanzitutto se stesso, come sempre bisogna fare. Poi, pian piano, i ragazzi accanto a lui e poi sempre più gente che si è abituata a fidarsi, a credere in lui e nella speranza. Poi la speranza è stata uccisa. Ricordo di avere visto in televisione l’intervista all’assassino. Conclusasi con l’affermazione di avere ucciso un santo e di doverci convivere. Con un sorriso, il suo, rimasto dentro e che non si è cancellato più.

Secondo la storia di Puglisi raccontata da Pappalardo in questo agile volume, se gli avessero dato la possibilità di parlare, di fare entrare i suoi assassini in casa, per bere un caffè, si sarebbero capiti. Almeno capiti, prima dello sparo. In realtà penso che tutti abbiano capito benissimo, al punto da ritenere il prete pericoloso più di qualsiasi altra cosa. Lui avrebbe cambiato davvero il suo pezzo di mondo, ci stava riuscendo e anche bene. Lui aveva il dono della parola e della Parola, ancora due P, e sapeva quanto contava, quanto poteva essere efficace. Parlare, al posto di stare zitti. Leggere il Vangelo e metterlo in pratica, anche morendo. Per lasciare la terra irrorata di sangue fertile, fervente e vivo ancora. Risuonano le parole dei tentatori in “Assassinio nella cattedrale”: un sacerdote morto sarebbe rimasto per sempre, nella gloria degli altari; chiunque, per quanto grande, si dimentica prima o poi, mentre un santo no, è perenne memoria, potenza sopra qualsiasi potenza umana. Ed avevano ragione: padre Puglisi vive ancora con il suo insegnamento che siamo noi. Un libro utile soprattutto per fare conoscere la figura del prete “supereroe” ai giovani.

 

Marco Pappalardo: “Padre Pino Puglisi”, Paoline, Milano, 2018, pagg. 112; euro 11,90

Alessia Biasiolo