Don Lorenzo Milani

Spesso le grandi figure della Storia rimangono nascoste oppure, e questo è ben peggio, vengono osteggiate in tutti i modi possibili anche dalle persone dalle quali meno ci si aspetterebbe ostacoli. Ora, di lui tutti parlano bene, oppure dicono la verità potendolo descrivere per quello che in realtà era, ma con l’accezione della qualità, invece che del difetto.

Carlo Maria Martini, ad esempio, scrisse: “Una personalità così ricca e così provocatoria”; oppure papa Francesco lo definisce “un grande educatore italiano, che era un prete: don Lorenzo Milani!”. “Sai come andava quando ero ancora a Firenze? Ero così solo che non potevo dormire allora vagavo per la città finché arrivavo a sedere sulla ringhierona di piazzale Michelangelo”, scriveva ad un amico. Infatti, il giovane Milani voleva diventare pittore e seguì quella strada con impegno, scegliendo i maestri e l’Accademia di Brera; sembrava un ragazzo inquieto, che stesse cercando la sua via, ma del resto molti giovani sono così. Il libro che racconta la gioventù di colui che diverrà universalmente noto come don Milani è interessante, privo di frivolezze, e porta a conoscere nel profondo l’uomo che diventerà prete e un prete che insegnerà a imparare a centinaia di ragazzi e meno ragazzi, portandoli alla licenza elementare o alla licenza media, per offrire loro una prospettiva di lavoro e di avanzamento di vita. La celeberrima scuola di Barbiana si avvarrà anche di alcuni maestri che il giovane aveva conosciuto nella sua vita, tra cui Staude.

Hans-Joachim Staude era stato anche un grande musicista e colui al quale Maja Einstein aveva lasciato il suo pianoforte Bluthner, donatole dal fratello Albert, quando dovette lasciare la casa toscana a causa delle leggi razziali italiane. La madre di don Lorenzo scriverà alla vedova: “Lorenzo che in Staude ha avuto il suo primo maestro. Maestro di serietà, di coscienza, di quella ricerca dell’assoluto nel bene e nel bello che poi ha portato Lorenzo sulla sua strada”.

Strada che prendeva avvio nel 1941, in un periodo così difficile per ciascuno e così complesso per poter trovare se stessi, eppure, Staude aveva scritto ad Albert Einstein che faceva quello che sentiva e si impuntava a farlo sempre. Penso che questo sia stato il vero insegnamento per Lorenzo Milani, ciò che gli ha tracciato la strada per fare quello che sentiva senza dare retta a nessuno. Difficile. Ma non impossibile, da quanto hanno tracciato di vita i personaggi di cui scriviamo. Nell’agosto 1941 Lorenzo si iscrive all’Accademia di Brera che tuttavia lascerà ben presto per un diverbio con un maestro, continuando a dipingere nel suo studio privato. Nel frattempo, la situazione della famiglia non era affatto rosea, perché si erano convertiti al cattolicesimo per non incorrere nelle leggi del momento, ma era comunque pericoloso essere cristiani solo sulla carta. Così i coniugi Milani, del resto già non praticanti dell’ebraismo, decisero di sposarsi in chiesa e di fare battezzare i figli, in modo da metterli al riparo da eventuali inasprimenti politici. Andando a trovare il figlio a Brera, la madre Alice Weiss conobbe la professoressa di Arte Sacra dell’Accademia, Eva Tea, la vera artefice della conversione di Lorenzo. Sarà la sua passione e determinazione, una ricerca che doveva mettere a punto, insomma sarà Eva a portare Lorenzo sulla strada che lo condurrà a decidere di diventare prete, come sarà.

Un uomo che ha fatto della sua determinazione, forse della sua cocciutaggine, un capolavoro per tanti.

Sarà “L’artista che trovò Dio”.

 

Valentina Alberici: “Lorenzo Milani”, Paoline, Milano, 2017, euro 22,00

 

Alessia Biasiolo

 

Buon anno con il sorriso

È racchiuso in un libro di Giuliano Guerra, edito Paoline, “Il sorriso”; lo troviamo in un volume di facile lettura per cercare di entrare nell’ampio mondo del sorriso interiore e delle sue manifestazioni esteriori più note, da quelle vere a quelle false.

Penso che sia un’ottima lettura per iniziare bene l’anno. Infatti: “Non c’è persona al mondo che non desideri vivere in modo felice, nella salute, nel benessere, nell’abbondanza. Perché non sentirci in diritto di condurre un’esistenza nella gioia, nella serenità, nell’armonia […]? Dobbiamo liberarci dalla prigionia dei nostri condizionamenti mentali che ci incatenano nei sensi di colpa, nei vissuti di impotenza e nell’incapacità a reagire alla sofferenza. […] Le persone illuminate che hanno raggiunto una profonda pace interiore, […] ci invitano a farlo e si offrono con umiltà, con semplicità e senza alcuna forzatura per guidarci nel cammino che conduce alla gioia di esistere e al saper portare nel mondo dinamiche di pace e di amore”.

Così afferma l’Autore riferendosi a vari testi sacri e a varie storie di cui l’umanità è costellata non solo per portare la pace al di fuori di noi, e oggi, Giornata Mondiale della Pace è l’occasione propizia per ricordarlo, ma soprattutto dentro di noi, in quel vivere tra noi e noi che appartiene al nostro personale bagaglio esistenziale e alla nostra meta di vita. Il sorriso spesso ci è negato, per una svariata serie di motivazioni, e continuare a perseguirlo anche quando molte persone o fatti intorno a noi vogliono cancellarcelo, non è semplice.

Nella vita umana non c’è niente di peggio di apparire persone serene ed equilibrate per generare invidie e gelosie, quasi la serenità del prossimo ricadesse sui singoli altri come un macigno. Meglio pensare che tutti abbiamo lati negativi o problemi che attanagliano l’esistenza, così da non sentirsi tanto fuori dal normale. Ricordo una vecchia collega di lavoro che era così felice di sapere che tutti avevano qualche guaio da gioirne e, allo stesso tempo, avere la scusa per non affrontare davvero i propri problemi. Molte persone sono così e forse lo siamo un po’ tutti.

Il volume di Guerra, medico e psicoterapeuta che ha creato una struttura nei pressi di Sirmione (Brescia) dove le persone possono ritrovare o trovare il proprio percorso esistenziale, può essere molto utile, attraverso semplici esempi di esperienze personali o di casi emblematici nei quali riconoscersi e conoscersi.

 

Giuliano Guerra: “Il sorriso”, Paoline, Milano, 2017, pagg. 208; euro 15,00

 

Alessia Biasiolo

E gli angeli custodi?

Bisogna andare a scoprirli. Con l’inizio della scuola meglio trovarsene qualcuno e tenerselo amico. Così ecco un bel libro di Luigi Ferraresso che porta proprio “Alla scoperta degli angeli custodi”, con illustrazioni di Fabrizio Zubani ad accompagnare una lettura che se la fa qualcuno meglio, così da lasciarsi cullare al suono melodioso della voce umana. La ricerca degli angeli custodi è affidata a Rita e Tullio, i protagonisti della storia. Assieme a nonni, genitori e una catechista, i due bambini scopriranno che gli angeli sono sempre accanto a noi e, spesso, sono le persone che incontriamo sul nostro cammino.

Di angeli parlano le scritture, la nonna, la suora, i libri, le cartoline; Angelo è anche un nome proprio, di un custode di un palazzo o di un prete, ma di angeli parlano tutti. Sono delle presenze costanti nella vita degli uomini ed è naturale che i bambini vogliano saperne di più. Così il racconto porta a sviscerare tutte le domande che possono affacciarsi nella mente infantile, ricca di quei “perché” che non finiscono mai, e a cercare di dare delle risposte semplici, concrete, per un “concetto”, una “realtà” che è tanto semplice quanto difficile da spiegare a parole.

Allora gli angeli cominciano ad avere un senso per Rita e Tullio, i due fratellini curiosi, che cominciano a pesare a quelle creature celestiali come a dei comuni amici, con i quali giocare se sono preparati per metterli nel presepe, con i quali riflettere se sono nel Vangelo, con i quali lasciarsi portare nelle alte vette dell’arte se sono riprodotti dai celebri affreschi o dalle celebri pitture dei nostri grandi artisti.

Un libretto simpatico, ben scritto e ben illustrato, valido strumento per la famiglia e per la condivisione genitori/figli.

 

Luigi Ferraresso: “Alla scoperta degli angeli custodi”, Paoline, Milano, 2017, pagg. 64; euro 6,00

 

Alessia Biasiolo

 

“Impossibili ma non troppo”. Un libro per ricominciare la scuola

Settimana di rientro scolastico per tutte le regioni italiane, dopo l’inizio trentino, e di focalizzare l’attenzione su approfondimenti didattici adatti ai nostri ragazzi. Ho tra le mani, dopo una lettura facile, un libretto edito da Elledici, scritto da Federica Storace, di cui già ho avuto modo di scrivere per i suoi precedenti lavori, e Anna Maria Frison.

Il libretto, perché è di piccolo formato e di poche pagine, si presenta elegantemente colorato, con immagini e disegni che accompagnano la lettura a bordo pagina, tra le righe, all’inizio, alla fine, popolando di magia le lettere. Alle quali viene dato spazio dopo un’accurata selezione di emozioni. Il volumetto, infatti, dal titolo “Impossibili ma non troppo”, propone storie di fantasia che trovano radice nella letteratura italiana e mondiale. Ci sono rivisitazioni di Pinocchio e del Piccolo Principe, ci sono volpi, grilli, stelle, castelli, incantesimi, pescatori solitari e tempeste, topini, lumache e un sacco di altri personaggi che parlano, agiscono e soddisfano ogni genitore voglia adoperare questo simpatico libro per intrattenere alcuni momenti con i propri figli. Bambini, preadolescenti e, direi, anche adolescenti. Infatti, il testo propone riflessioni che, se per i più piccoli sono simpatiche storie educative, per i ragazzi diventano anche materiale didattico, dal momento che le autrici propongono di cambiare il finale di ogni storia e di inviarglielo, per giungere al prossimo volume con le nuove storie dai finali diversi.

Per maestre ed insegnanti, il libro potrebbe diventare un valido strumento educativo adatto a tutti i propri discenti, sia che tra i banchi si aggirino scrittori in erba, sia che ci siano svogliati che non aprirebbero mai un libro, sia che ci siano soltanto i nostri curiosi studenti. Le immagini, infatti, sono vicine ai più popolari linguaggi informatici, ma senza scordare le emozioni che dà la carta stampata, la sua lucidità, il suo odore e, soprattutto, la possibilità di “toccare” storie su misura per ciascuno dei lettori.

Il confronto con la letteratura, la lettura in genere, è basilare per tutti, perché abbiamo sempre più bisogno di lasciare librare la mente tra parole che non siano la solita realtà dei social, delle news, della realtà. Quindi, ecco una bellissima occasione che diventa anche veicolo per conoscere, o far conoscere, realtà altre.

Senza pensare che la validità del lavoro dipenda solo da questo, Anna Maria Frison, suora Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1958, è affetta dal morbo di Parkinson che l’ha costretta a lasciare l’attività scolastica. I racconti, quindi, sono anche un modo per tramandare la sua esperienza e per continuare a vivere con e per i giovani, per dare loro la lezione che potrà portarli a crescere dentro, non soltanto in età e altezza. L’esperienza tra le cattedre è anche di Federica Storace che, in collaborazione con Anna Maria, ha portato nero su bianco un percorso condiviso con la collega, per tracciare una linea che possa aiutare i ragazzi, ma anche i genitori e gli insegnanti, nell’affascinate esercizio dell’educazione che non è mai finito, per noi e per gli altri di cui abbiamo cura.

Da leggere.

Federica Storace, Anna Maria Frison: “Impossibili ma non troppo”, Elledici, Torino, 2017, pagg. 112; euro 6,90.

 

Alessia Biasiolo

 

Oscar Romero e i martiri di El Salvador

L’occasione del viaggio papale in America Latina ci offre l’idea di approfondire tematiche relative alla situazione in zone del mondo considerate da tutti bellissime, eppure travagliate da profondi conflitti interni. Spesso, e per lungo tempo, patrimonio di dittature o di regimi di stampo dittatoriale, i Paesi latinoamericani ancora oggi mostrano i segni di una sofferenza che potrà essere superata soltanto con l’ausilio di tutti.

Coloro che, spesso, detengono il potere sono i bianchi, eredi degli spagnoli e delle famiglie spagnole, oppure di origine francese o inglese. Questi si ritengono superiori agli indios e a coloro che, pur vantando “maggiori” diritti, sono tuttavia “mezzosangue”.

Le grandi famiglie salvadoregne hanno appoggiato a lungo, nei decenni scorsi, militari o politici conservatori, che potessero pensare di mantenere nella zona lo status quo, legato in modo particolare al possesso della terra. Privare i grandi proprietari terrieri delle loro terre per consegnarne degli appezzamenti ai campesinos era impossibile, perché avrebbe significato spezzettare anche se di poco quel latifondo produttivo. Le coltivazioni di canna da zucchero, caffè e cotone, prevalenti nel territorio, non possono pensarsi redditizie se sparse nelle mani di piccoli proprietari, o almeno così pensavano (e in alcuni casi ancora pensano) i “ricchi”.

Così ogni elemento di rivolta alla situazione, ogni possibilità di diffusione di idee di stampo socialista, venivano bollate come comuniste o marxiste in senso dispregiativo; chiunque parlasse di diritti, di appoggio ai più deboli era un sovversivo. Anche i bambini potevano essere uccisi in esecuzioni extragiudiziali vere e proprie se si permettevano di minare la supremazia di coloro che l’avevano. E che erano direttamente legati alle multinazionali e alle grandi aziende fuori dal Paese.

Una situazione che ha accomunato, e in alcuni casi ancora accomuna, molti Paesi, dall’Argentina a Cuba, per citare gli esempi più noti.

Per lungo tempo la Chiesa cattolica, alla quale le grandi famiglie di El Salvador appartenevano, ha protetto i potenti, accusando di cattiva condotta, addirittura di blasfemia o eresia coloro che volevano solo il diritto alla vita: mangiare, studiare, avere un tetto appena dignitoso e un lavoro, la propria terra da coltivare anche solo per sfamare la famiglia.

Poi sono arrivati dei sacerdoti illuminati e poi è stato eletto papa Giovanni XXIII. Il suo Concilio Vaticano II ha posto le basi affinché a El Salvador e in altri luoghi dell’America Latina, come in altre parti del mondo, la Chiesa diventasse davvero pastore e baluardo per coloro che avevano solo la fede per capire di appartenere al genere umano. Quindi la situazione è cambiata, pian piano, attraverso il sacrificio di molti che, capendo come non si potesse servire Dio e Mammona, hanno scelto i poveri. Preti, suore, suore laiche, laici che hanno visto da vicino la crudeltà, la violenza continua e senza altro scopo e senso se non perpetuare il diritto di prevaricare il prossimo, di vessare chi era più sfortunato. Alcune voci sono diventate famose per la propria tenacia. Una di queste quella di Oscar Romero, assassinato mentre celebrava la messa nella sua chiesa. Un arcivescovo contestato dai suoi stessi vescovi, dai suoi amici, perché considerato “rosso”, perché si rifiutò ad un certo punto di portare avanti la ripetutamente tentata la strada del dialogo e non si prestò più a partecipare, ad esempio, alle cerimonie pubbliche a fianco di quei potenti ai quali cercava di aprire il cuore. Il risultato erano costanti omicidi anche di intere famiglie, la tortura, la distruzione di interi villaggi solo per dare un esempio. I martiri, con il loro sangue sparso per la terra salvadoregna hanno dato origine a consapevolizzazione, cultura, sforzi affinché si potesse cambiare quello che sembrava statico, insormontabile, inarrestabile.

I nomi, oltre a quello del ben noto Romero, sono tanti: Rutilio Grande, Marianella Garcia Villas, Ita Ford, Maura Clarke, Dorothy Kazel, Jean Donovan. L’elenco purtroppo è lungo. Oggi, per ricordarlo, a San Salvador c’è un muro di granito di settanta metri di lunghezza e tre di altezza chiamato Monumento alla Memoria e alla Verità. Sul muro sono stati incisi i nomi di circa trecentomila vittime della repressione. La situazione è cominciata a cambiare con l’elezione, nel 2009, di Mauricio Funes. Prima di andare all’Assemblea Legislativa per l’insediamento, Funes si recò in cattedrale a pregare sulla tomba di Oscar Romero, al quale dedicò l’aeroporto della capitale. Il segno era chiaro: si doveva finire con la gestione Arena, con l’amnistia generale del 1993, con l’ingiustizia dilagante. Nel 2016, la Corte Suprema di El Salvador ha dichiarato incostituzionale la legge per l’amnistia e tutti coloro che si sono macchiati di crimini durante il periodo di repressione dovranno essere processati. Tutto questo e molti altri dati, dettagli, quadri storico-politici, è stato trattato da Anselmo Palini nel libro “Oscar Romero e i martiri di El Salvador”, un testo lineare, con molti spunti di riflessione e di ricerca storica in grado di fare il punto su vicende sconosciute a molti o nei ricordi nebulosi per altri. Palini alterna la trattazione storica in forma cronachistica, con la spiegazione dei fatti di stampo giornalistico senza alterarli per edulcorarli. Il lettore è reso partecipe del percorso di cambiamento in America Latina e, anche con eventi ripetuti nel racconto per cercare di mantenere chiaro il filo che legava persone e fatti, diventa in grado di comprendere il clima del momento, le ragioni dei più, la necessità di partecipazione emotiva a situazioni altrimenti non degne di finire nel novero della memoria.

Lo scrittore ha il merito di sottolineate il processo di modifica delle proprie convinzioni maturato a contatto con la realtà, con le esigenze e le opinioni degli altri. Una lezione di vita che ci arriva ancora dai martiri dei tempi trascorsi dei quali Oscar Romero è stato l’esempio più noto.

Da leggere.

Anselmo Palini: “Oscar Romero e i martiri di El Salvador”, Paoline, Milano, 2017

Alessia Biasiolo

 

L’amante alchimista

Interessante il romanzo di Isabella della Spina, edito da Piemme, dal titolo “L’amante alchimista”. La storia narrata, ambientata nel Cinquecento d’oro italiano, racconta con incedere elegante, tra molti flashback e alcune prolessi, la storia romanzata di un’Italia che si costruiva tra intrighi e giochi di corte, artisti celebri, rivalità pontificie e nobiliari per accaparrarsi il pittore o l’architetto più in voga, guerre, assassinii, vedovanze celeberrime, reggenze in bilico e, soprattutto, la dedizione ad un’arte che tanto veniva censurata quanto veniva tenuta in considerazione per cercare di capire se le proprie scelte, o non scelte, avrebbero portato ai benefici sperati. Ogni personaggio in vista o di qualche conto, infatti, interrogava gli arcani, i tarocchi, gli indovini, chiunque ci sapesse fare con la predizione del futuro. Tra momenti di pace e tanti conflitti, ecco che risalta la figura di un’esperta delle arti occulte, Margherida de’ Tolomei, figlia di quel Cornelio che l’aveva avviata all’arte del sapere per eccellenza. Amica di Isabella d’Este, al galoppo tra le corti di Ferrara e di Mantova, con amicizie alla corte degli Sforza e dei papi, Margherida si innamorerà di Pico della Mirandola e vivrà le congiure per l’assassinio di Lorenzo il Magnifico, dopo aver visto morire suo padre e il padre della sua migliore amica. Il racconto si snoda all’arrivo delle truppe lanzichenecche di Carlo V, con sullo sfondo quella riforma luterana di cui ricorre un importante anniversario quest’anno. Siamo, infatti, al Sacco di Roma del 1527 e, mentre è tenuta prigioniera a Castel Sant’Angelo dopo che l’amica Isabella l’ha di fatto venduta al “nemico” in cambio della berretta cardinalizia per il figlio, e del potere collegato per il suo casato, Margherida ricorda avvenimenti che sono in parte storici e in parte abilmente architettati, in una trama che avvince e non annoia mai, tra amori e dissapori, incendi, morti, distruzione e rinascita, da Isabella della Spina. Nome dietro al quale si celano due scrittrici, Sonia Raule e Daniela Ceselli.

Margherida è depositaria di saperi antichi, imparati tra esperimenti e confronto con sapienti. È una donna, una di quelle che dovevano morire sul rogo come streghe, ma se potesse risolvere i problemi papali in quello scorcio del 1527, tramutando qualsiasi cosa in oro, verrebbe di certo perdonata per il suo voler essere autonoma, emancipata, capace di capire quello che nemmeno gli artefici del potere più studiato al tavolino delle congiure capivano. L’Italia che si stava stabilizzando, tra signorie potenti capaci di determinarsi come ago della bilancia in un Paese conteso per la sua posizione strategica, i suoi porti, le sue bellezze, la sua influenza nel Mediterraneo in cui ancora la presenza politica araba, e il timore delle nuove rotte atlantiche, doveva essere circoscritta con l’idea di nuove crociate che avevano l’unico scopo di cercare di limitare il potere di altri in Europa e non. Quell’Italia che sembrava sempre alla mercé altrui, ma che in fondo sapeva tenere in scacco l’imperatore, le terre di nuova scoperta, l’affanno dei poveri in quasi perenne carestia e la sete di potere di tutti; anche di un papato che non nascondeva i figli dei papi e i nipoti da sistemare al soglio cardinalizio. Conoscere le debolezze, vizi e virtù umani, era il compito dei regnanti e in molti casi fanno bella mostra di sé delle donne come Isabella d’Este o Caterina Sforza. Coloro che, a dispetto dell’idea maschile, spesso dei mariti, di tenerle soggiogate a ruolo subalterno dopo averle sposate per interessi di famiglia, si trovano a tramare per avere nuove terre, maggiore peso politico, più potere. Per farlo sfoderano le arti femminili della bellezza e della seduzione, ma tirano anche di spada, si fanno rispettare dimostrando la bassezza e la piccolezza dei propri consorti, oppure affiancandoli nel tessere tele di concreto amministrare. Insomma, un romanzo intrigante e capace di soddisfare molti tipi di amanti della lettura.

Isabella della Spina: “L’amante alchimista”, Piemme, Milano, pagg. 410; euro 18,50.

 

Alessia Biasiolo

 

 

Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo

Una proposta Paoline per i più piccoli, ma adatta anche agli adulti amanti del fumetto, del semplice, dell’innovativo; ai nonni che possono trascorrere qualche momento a raccontare una storia illustrata ai nipotini e ai genitori che vogliano, nello stesso modo, utilizzare un valido strumento per raccontare storie ai figli, allo stesso tempo insegnando i fondamenti della religione cattolica. In modo immediato e semplice. Le illustrazioni del libro a fumetti sul Vangelo sono di Josè Perez Montero, su testo di Ben Alex. Fedele alla narrazione biblica, il testo proposto “Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo”

è adatto al periodo pasquale. La storia prende inizio, infatti, da quando Gesù risponde ai capi dei farisei circa la giustezza o meno di pagare i tributi. Si arriva poi all’Ultima Cena, all’arresto, all’incontro con Pilato, alla morte di Giuda, al processo finale e alla crocifissione e morte di Gesù. Quindi alla sua sepoltura e resurrezione, alla cena di Emmaus, all’ascensione, all’insegnamento dei discepoli, al martirio di Stefano e alla conversione di Saulo che chiude il testo.

Disegnato davvero bene, il volumetto è senz’altro un valido strumento per la preparazione alla Pasqua e per comprenderne meglio e appieno i significati, da leggere e rileggere anche nei giorni a venire.

 

“Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo”, Paoline, Milano, 2017, euro 8,50.

 

Alessia Biasiolo