E gli angeli custodi?

Bisogna andare a scoprirli. Con l’inizio della scuola meglio trovarsene qualcuno e tenerselo amico. Così ecco un bel libro di Luigi Ferraresso che porta proprio “Alla scoperta degli angeli custodi”, con illustrazioni di Fabrizio Zubani ad accompagnare una lettura che se la fa qualcuno meglio, così da lasciarsi cullare al suono melodioso della voce umana. La ricerca degli angeli custodi è affidata a Rita e Tullio, i protagonisti della storia. Assieme a nonni, genitori e una catechista, i due bambini scopriranno che gli angeli sono sempre accanto a noi e, spesso, sono le persone che incontriamo sul nostro cammino.

Di angeli parlano le scritture, la nonna, la suora, i libri, le cartoline; Angelo è anche un nome proprio, di un custode di un palazzo o di un prete, ma di angeli parlano tutti. Sono delle presenze costanti nella vita degli uomini ed è naturale che i bambini vogliano saperne di più. Così il racconto porta a sviscerare tutte le domande che possono affacciarsi nella mente infantile, ricca di quei “perché” che non finiscono mai, e a cercare di dare delle risposte semplici, concrete, per un “concetto”, una “realtà” che è tanto semplice quanto difficile da spiegare a parole.

Allora gli angeli cominciano ad avere un senso per Rita e Tullio, i due fratellini curiosi, che cominciano a pesare a quelle creature celestiali come a dei comuni amici, con i quali giocare se sono preparati per metterli nel presepe, con i quali riflettere se sono nel Vangelo, con i quali lasciarsi portare nelle alte vette dell’arte se sono riprodotti dai celebri affreschi o dalle celebri pitture dei nostri grandi artisti.

Un libretto simpatico, ben scritto e ben illustrato, valido strumento per la famiglia e per la condivisione genitori/figli.

 

Luigi Ferraresso: “Alla scoperta degli angeli custodi”, Paoline, Milano, 2017, pagg. 64; euro 6,00

 

Alessia Biasiolo

 

“Impossibili ma non troppo”. Un libro per ricominciare la scuola

Settimana di rientro scolastico per tutte le regioni italiane, dopo l’inizio trentino, e di focalizzare l’attenzione su approfondimenti didattici adatti ai nostri ragazzi. Ho tra le mani, dopo una lettura facile, un libretto edito da Elledici, scritto da Federica Storace, di cui già ho avuto modo di scrivere per i suoi precedenti lavori, e Anna Maria Frison.

Il libretto, perché è di piccolo formato e di poche pagine, si presenta elegantemente colorato, con immagini e disegni che accompagnano la lettura a bordo pagina, tra le righe, all’inizio, alla fine, popolando di magia le lettere. Alle quali viene dato spazio dopo un’accurata selezione di emozioni. Il volumetto, infatti, dal titolo “Impossibili ma non troppo”, propone storie di fantasia che trovano radice nella letteratura italiana e mondiale. Ci sono rivisitazioni di Pinocchio e del Piccolo Principe, ci sono volpi, grilli, stelle, castelli, incantesimi, pescatori solitari e tempeste, topini, lumache e un sacco di altri personaggi che parlano, agiscono e soddisfano ogni genitore voglia adoperare questo simpatico libro per intrattenere alcuni momenti con i propri figli. Bambini, preadolescenti e, direi, anche adolescenti. Infatti, il testo propone riflessioni che, se per i più piccoli sono simpatiche storie educative, per i ragazzi diventano anche materiale didattico, dal momento che le autrici propongono di cambiare il finale di ogni storia e di inviarglielo, per giungere al prossimo volume con le nuove storie dai finali diversi.

Per maestre ed insegnanti, il libro potrebbe diventare un valido strumento educativo adatto a tutti i propri discenti, sia che tra i banchi si aggirino scrittori in erba, sia che ci siano svogliati che non aprirebbero mai un libro, sia che ci siano soltanto i nostri curiosi studenti. Le immagini, infatti, sono vicine ai più popolari linguaggi informatici, ma senza scordare le emozioni che dà la carta stampata, la sua lucidità, il suo odore e, soprattutto, la possibilità di “toccare” storie su misura per ciascuno dei lettori.

Il confronto con la letteratura, la lettura in genere, è basilare per tutti, perché abbiamo sempre più bisogno di lasciare librare la mente tra parole che non siano la solita realtà dei social, delle news, della realtà. Quindi, ecco una bellissima occasione che diventa anche veicolo per conoscere, o far conoscere, realtà altre.

Senza pensare che la validità del lavoro dipenda solo da questo, Anna Maria Frison, suora Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1958, è affetta dal morbo di Parkinson che l’ha costretta a lasciare l’attività scolastica. I racconti, quindi, sono anche un modo per tramandare la sua esperienza e per continuare a vivere con e per i giovani, per dare loro la lezione che potrà portarli a crescere dentro, non soltanto in età e altezza. L’esperienza tra le cattedre è anche di Federica Storace che, in collaborazione con Anna Maria, ha portato nero su bianco un percorso condiviso con la collega, per tracciare una linea che possa aiutare i ragazzi, ma anche i genitori e gli insegnanti, nell’affascinate esercizio dell’educazione che non è mai finito, per noi e per gli altri di cui abbiamo cura.

Da leggere.

Federica Storace, Anna Maria Frison: “Impossibili ma non troppo”, Elledici, Torino, 2017, pagg. 112; euro 6,90.

 

Alessia Biasiolo

 

Oscar Romero e i martiri di El Salvador

L’occasione del viaggio papale in America Latina ci offre l’idea di approfondire tematiche relative alla situazione in zone del mondo considerate da tutti bellissime, eppure travagliate da profondi conflitti interni. Spesso, e per lungo tempo, patrimonio di dittature o di regimi di stampo dittatoriale, i Paesi latinoamericani ancora oggi mostrano i segni di una sofferenza che potrà essere superata soltanto con l’ausilio di tutti.

Coloro che, spesso, detengono il potere sono i bianchi, eredi degli spagnoli e delle famiglie spagnole, oppure di origine francese o inglese. Questi si ritengono superiori agli indios e a coloro che, pur vantando “maggiori” diritti, sono tuttavia “mezzosangue”.

Le grandi famiglie salvadoregne hanno appoggiato a lungo, nei decenni scorsi, militari o politici conservatori, che potessero pensare di mantenere nella zona lo status quo, legato in modo particolare al possesso della terra. Privare i grandi proprietari terrieri delle loro terre per consegnarne degli appezzamenti ai campesinos era impossibile, perché avrebbe significato spezzettare anche se di poco quel latifondo produttivo. Le coltivazioni di canna da zucchero, caffè e cotone, prevalenti nel territorio, non possono pensarsi redditizie se sparse nelle mani di piccoli proprietari, o almeno così pensavano (e in alcuni casi ancora pensano) i “ricchi”.

Così ogni elemento di rivolta alla situazione, ogni possibilità di diffusione di idee di stampo socialista, venivano bollate come comuniste o marxiste in senso dispregiativo; chiunque parlasse di diritti, di appoggio ai più deboli era un sovversivo. Anche i bambini potevano essere uccisi in esecuzioni extragiudiziali vere e proprie se si permettevano di minare la supremazia di coloro che l’avevano. E che erano direttamente legati alle multinazionali e alle grandi aziende fuori dal Paese.

Una situazione che ha accomunato, e in alcuni casi ancora accomuna, molti Paesi, dall’Argentina a Cuba, per citare gli esempi più noti.

Per lungo tempo la Chiesa cattolica, alla quale le grandi famiglie di El Salvador appartenevano, ha protetto i potenti, accusando di cattiva condotta, addirittura di blasfemia o eresia coloro che volevano solo il diritto alla vita: mangiare, studiare, avere un tetto appena dignitoso e un lavoro, la propria terra da coltivare anche solo per sfamare la famiglia.

Poi sono arrivati dei sacerdoti illuminati e poi è stato eletto papa Giovanni XXIII. Il suo Concilio Vaticano II ha posto le basi affinché a El Salvador e in altri luoghi dell’America Latina, come in altre parti del mondo, la Chiesa diventasse davvero pastore e baluardo per coloro che avevano solo la fede per capire di appartenere al genere umano. Quindi la situazione è cambiata, pian piano, attraverso il sacrificio di molti che, capendo come non si potesse servire Dio e Mammona, hanno scelto i poveri. Preti, suore, suore laiche, laici che hanno visto da vicino la crudeltà, la violenza continua e senza altro scopo e senso se non perpetuare il diritto di prevaricare il prossimo, di vessare chi era più sfortunato. Alcune voci sono diventate famose per la propria tenacia. Una di queste quella di Oscar Romero, assassinato mentre celebrava la messa nella sua chiesa. Un arcivescovo contestato dai suoi stessi vescovi, dai suoi amici, perché considerato “rosso”, perché si rifiutò ad un certo punto di portare avanti la ripetutamente tentata la strada del dialogo e non si prestò più a partecipare, ad esempio, alle cerimonie pubbliche a fianco di quei potenti ai quali cercava di aprire il cuore. Il risultato erano costanti omicidi anche di intere famiglie, la tortura, la distruzione di interi villaggi solo per dare un esempio. I martiri, con il loro sangue sparso per la terra salvadoregna hanno dato origine a consapevolizzazione, cultura, sforzi affinché si potesse cambiare quello che sembrava statico, insormontabile, inarrestabile.

I nomi, oltre a quello del ben noto Romero, sono tanti: Rutilio Grande, Marianella Garcia Villas, Ita Ford, Maura Clarke, Dorothy Kazel, Jean Donovan. L’elenco purtroppo è lungo. Oggi, per ricordarlo, a San Salvador c’è un muro di granito di settanta metri di lunghezza e tre di altezza chiamato Monumento alla Memoria e alla Verità. Sul muro sono stati incisi i nomi di circa trecentomila vittime della repressione. La situazione è cominciata a cambiare con l’elezione, nel 2009, di Mauricio Funes. Prima di andare all’Assemblea Legislativa per l’insediamento, Funes si recò in cattedrale a pregare sulla tomba di Oscar Romero, al quale dedicò l’aeroporto della capitale. Il segno era chiaro: si doveva finire con la gestione Arena, con l’amnistia generale del 1993, con l’ingiustizia dilagante. Nel 2016, la Corte Suprema di El Salvador ha dichiarato incostituzionale la legge per l’amnistia e tutti coloro che si sono macchiati di crimini durante il periodo di repressione dovranno essere processati. Tutto questo e molti altri dati, dettagli, quadri storico-politici, è stato trattato da Anselmo Palini nel libro “Oscar Romero e i martiri di El Salvador”, un testo lineare, con molti spunti di riflessione e di ricerca storica in grado di fare il punto su vicende sconosciute a molti o nei ricordi nebulosi per altri. Palini alterna la trattazione storica in forma cronachistica, con la spiegazione dei fatti di stampo giornalistico senza alterarli per edulcorarli. Il lettore è reso partecipe del percorso di cambiamento in America Latina e, anche con eventi ripetuti nel racconto per cercare di mantenere chiaro il filo che legava persone e fatti, diventa in grado di comprendere il clima del momento, le ragioni dei più, la necessità di partecipazione emotiva a situazioni altrimenti non degne di finire nel novero della memoria.

Lo scrittore ha il merito di sottolineate il processo di modifica delle proprie convinzioni maturato a contatto con la realtà, con le esigenze e le opinioni degli altri. Una lezione di vita che ci arriva ancora dai martiri dei tempi trascorsi dei quali Oscar Romero è stato l’esempio più noto.

Da leggere.

Anselmo Palini: “Oscar Romero e i martiri di El Salvador”, Paoline, Milano, 2017

Alessia Biasiolo

 

L’amante alchimista

Interessante il romanzo di Isabella della Spina, edito da Piemme, dal titolo “L’amante alchimista”. La storia narrata, ambientata nel Cinquecento d’oro italiano, racconta con incedere elegante, tra molti flashback e alcune prolessi, la storia romanzata di un’Italia che si costruiva tra intrighi e giochi di corte, artisti celebri, rivalità pontificie e nobiliari per accaparrarsi il pittore o l’architetto più in voga, guerre, assassinii, vedovanze celeberrime, reggenze in bilico e, soprattutto, la dedizione ad un’arte che tanto veniva censurata quanto veniva tenuta in considerazione per cercare di capire se le proprie scelte, o non scelte, avrebbero portato ai benefici sperati. Ogni personaggio in vista o di qualche conto, infatti, interrogava gli arcani, i tarocchi, gli indovini, chiunque ci sapesse fare con la predizione del futuro. Tra momenti di pace e tanti conflitti, ecco che risalta la figura di un’esperta delle arti occulte, Margherida de’ Tolomei, figlia di quel Cornelio che l’aveva avviata all’arte del sapere per eccellenza. Amica di Isabella d’Este, al galoppo tra le corti di Ferrara e di Mantova, con amicizie alla corte degli Sforza e dei papi, Margherida si innamorerà di Pico della Mirandola e vivrà le congiure per l’assassinio di Lorenzo il Magnifico, dopo aver visto morire suo padre e il padre della sua migliore amica. Il racconto si snoda all’arrivo delle truppe lanzichenecche di Carlo V, con sullo sfondo quella riforma luterana di cui ricorre un importante anniversario quest’anno. Siamo, infatti, al Sacco di Roma del 1527 e, mentre è tenuta prigioniera a Castel Sant’Angelo dopo che l’amica Isabella l’ha di fatto venduta al “nemico” in cambio della berretta cardinalizia per il figlio, e del potere collegato per il suo casato, Margherida ricorda avvenimenti che sono in parte storici e in parte abilmente architettati, in una trama che avvince e non annoia mai, tra amori e dissapori, incendi, morti, distruzione e rinascita, da Isabella della Spina. Nome dietro al quale si celano due scrittrici, Sonia Raule e Daniela Ceselli.

Margherida è depositaria di saperi antichi, imparati tra esperimenti e confronto con sapienti. È una donna, una di quelle che dovevano morire sul rogo come streghe, ma se potesse risolvere i problemi papali in quello scorcio del 1527, tramutando qualsiasi cosa in oro, verrebbe di certo perdonata per il suo voler essere autonoma, emancipata, capace di capire quello che nemmeno gli artefici del potere più studiato al tavolino delle congiure capivano. L’Italia che si stava stabilizzando, tra signorie potenti capaci di determinarsi come ago della bilancia in un Paese conteso per la sua posizione strategica, i suoi porti, le sue bellezze, la sua influenza nel Mediterraneo in cui ancora la presenza politica araba, e il timore delle nuove rotte atlantiche, doveva essere circoscritta con l’idea di nuove crociate che avevano l’unico scopo di cercare di limitare il potere di altri in Europa e non. Quell’Italia che sembrava sempre alla mercé altrui, ma che in fondo sapeva tenere in scacco l’imperatore, le terre di nuova scoperta, l’affanno dei poveri in quasi perenne carestia e la sete di potere di tutti; anche di un papato che non nascondeva i figli dei papi e i nipoti da sistemare al soglio cardinalizio. Conoscere le debolezze, vizi e virtù umani, era il compito dei regnanti e in molti casi fanno bella mostra di sé delle donne come Isabella d’Este o Caterina Sforza. Coloro che, a dispetto dell’idea maschile, spesso dei mariti, di tenerle soggiogate a ruolo subalterno dopo averle sposate per interessi di famiglia, si trovano a tramare per avere nuove terre, maggiore peso politico, più potere. Per farlo sfoderano le arti femminili della bellezza e della seduzione, ma tirano anche di spada, si fanno rispettare dimostrando la bassezza e la piccolezza dei propri consorti, oppure affiancandoli nel tessere tele di concreto amministrare. Insomma, un romanzo intrigante e capace di soddisfare molti tipi di amanti della lettura.

Isabella della Spina: “L’amante alchimista”, Piemme, Milano, pagg. 410; euro 18,50.

 

Alessia Biasiolo

 

 

Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo

Una proposta Paoline per i più piccoli, ma adatta anche agli adulti amanti del fumetto, del semplice, dell’innovativo; ai nonni che possono trascorrere qualche momento a raccontare una storia illustrata ai nipotini e ai genitori che vogliano, nello stesso modo, utilizzare un valido strumento per raccontare storie ai figli, allo stesso tempo insegnando i fondamenti della religione cattolica. In modo immediato e semplice. Le illustrazioni del libro a fumetti sul Vangelo sono di Josè Perez Montero, su testo di Ben Alex. Fedele alla narrazione biblica, il testo proposto “Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo”

è adatto al periodo pasquale. La storia prende inizio, infatti, da quando Gesù risponde ai capi dei farisei circa la giustezza o meno di pagare i tributi. Si arriva poi all’Ultima Cena, all’arresto, all’incontro con Pilato, alla morte di Giuda, al processo finale e alla crocifissione e morte di Gesù. Quindi alla sua sepoltura e resurrezione, alla cena di Emmaus, all’ascensione, all’insegnamento dei discepoli, al martirio di Stefano e alla conversione di Saulo che chiude il testo.

Disegnato davvero bene, il volumetto è senz’altro un valido strumento per la preparazione alla Pasqua e per comprenderne meglio e appieno i significati, da leggere e rileggere anche nei giorni a venire.

 

“Il Vangelo a fumetti. Da Gesù a Paolo”, Paoline, Milano, 2017, euro 8,50.

 

Alessia Biasiolo

 

 

“Medicine e bugie”. Il libro di Salvo Di Grazia

Salvo Di Grazia è un chirurgo specialista in Ginecologia e Ostetricia, medico ospedaliero e divulgatore scientifico. Appassionato di musica e internet, scrive per diverse testate e siti, collabora con “Le Scienze” e “il Fatto Quotidiano”. Ha fondato nel 2008 e gestisce il blog MedBunker che è diventato con il tempo punto di riferimento sulla medicina e contro i ciarlatani della salute. Già autore nel 2014, sempre per Chiarelettere, del libro “Salute e bugie”, bissa con “Medicine e bugie” e continua la sua carrellata prevalentemente contro molti prodotti che si trovano anche in farmacia, se non solo, e che fanno parte di tutta quella “medicina” altra che va sotto, nel parlato comune, anche il non corretto nome di omeopatia o naturopatia, o “io mi curo con metodi naturali”.

A dire il vero, ho trovato interessanti alcuni stralci del libro, soprattutto quando Di Grazia parla di tanto sbandierati farmaci o protocolli che non servono a salvare vite umane, ma talvolta portano a forse inutili cure preventive. Usiamo sempre tutti il condizionale, perché è vecchio il proverbio che dice che del senno di poi sono piene le fosse, ma anche che è comodo chiacchierare, o scrivere, comodamente seduti davanti al pc senza dover decidere per cure, interventi e altro.

Pertanto andiamo sul sicuro quando leggiamo che molti, se non moltissimi, prodotti per rinforzare pelle, ossa, capelli, eccetera non servono a molto; andiamo sempre sul sicuro affermando che siamo un po’ tutti ossessionati dal benessere. Concordiamo un po’ tutti che non avremmo mai imparato e saputo il nome di molti microrganismi se la pubblicità non ci bombardasse giorno per giorno letteralmente conducendoci a chiederci se siamo proprio noi, sì, davvero noi, gli unici a non aver bisogno di qualcosa da mangiare o inghiottire per avere una flora microbica corretta e vigile e arzilla. Ho scherzato più volte in occasione di cene con medici presenti, riguardo al fatto che, ciclicamente, siamo stitici tutti quanti, oppure tutti soffriamo di diarrea; oppure ci danniamo per sapere se abbiamo valori alti nel sangue di qualcosa che, in TV, è davvero brutto e preoccupante. Anch’io avrò quella cosa là? Ecco, allora, che il libro è interessante. Mantiene, tuttavia, alcuni passaggi superficiali, soprattutto non considerando che esistono prodotti “alternativi”, ma questo termine lo uso molto malvolentieri, dal momento che spiega tutto e niente e forse proprio niente, che vengono regolarmente utilizzati e prescritti da medici perché possono permettere di ottenere un miglioramento delle condizioni di un paziente, senza però apportare tutti gli effetti collaterali negativi delle medicine. O di qualsiasi farmaco, anche blando, ma che rientri nella categoria farmaco. Sono anni che vengono svolte ricerche e analisi accurate, da ricercatori seri, su alcuni effetti benefici di prodotti naturali (e la gamma è vasta, dalle radici ai semi) che regolarmente vengono introdotti nei farmaci e che hanno spiccate doti curative. La stragrande maggioranza dei farmaci propone molecole contenute in natura e debitamente elaborate, pertanto sparare a zero su tutto è azzardato. Addirittura affermare che quasi tutto “alternativo” è soltanto zucchero, penso possa fare irritare qualcuno. Per quanto riguarda l’agopuntura, è comunque insegnata ai medici nelle università di Medicina regolari, pertanto che Di Grazia affermi che non serve a nulla, non mi trova d’accordo. E forse non sono la sola. Per lo meno, sarebbe opportuno un approfondimento maggiore di canoni e dettami che, è vero, non possono essere giudicati dalla medicina cosiddetta tradizionale. La quale, è noto, non è perfetta e spesso va avanti e indietro su molti aspetti dell’esistenza umana. Adesso siamo nell’era del poco uso di antibiotici, mentre soltanto dieci anni fa se non ne assumevi secondo prescrizione venivi considerato pazzo. Si è detto a lungo che le vaccinazioni potevano essere sospese, e adesso siamo in emergenza. Certo, quando una popolazione viene ritenuta immune è inutile insistere nel vaccinare i bambini, ma forse non si tiene sempre conto del volume di persone che viaggiano e che possono, quindi, entrare o fare entrare in contatto con virus e batteri che potevano essere considerati debellati in alcune aree geografiche. Abbiamo spesso un comportamento poco coerente che sembra, almeno sembra alla gente comune, derivante da interessi che esulano dalla salute. Pertanto non viene avvertito come problema quello che forse lo è.

Ho letto, pertanto, nel libro molti spunti interessanti e molti spunti da approfondire ulteriormente. Se questo è un metodo perché i lettori siano maggiormente consapevoli della loro salute e ne approfondiscano i dettami, allora ben venga.

Concordo con Salvo Di Grazia che si deve, tutti, essere più consapevoli.

 

Salvo Di Grazia: “Medicine e bugie”, chiarelettere, Milano, 2017, pagg. 210; euro 15,00.

 

Alessia Biasiolo

Stivali di gomma svedesi

Un titolo insolito per un romanzo, ma non per il nostro scrittore, Henning Mankell che ci aveva lasciato già “Scarpe italiane”. “Stivali di gomma svedesi”, che di quel successo è il seguito indipendente, è l’ultimo romanzo di Mankell, morto il 5 ottobre del 2015 a soli 67 anni per una malattia. Forse più noto per essere il padre del commissario Wallander di cui ha scritto storie in molti libri polizieschi, poi tradotti non solo in molte lingue, ma anche in serie televisive trasmesse anche in Italia, lo scrittore svedese anche regista teatrale, racconta nel suo ultimo lavoro la storia di una persona anziana che deve fare i conti con se stessa. Deve, perché se ha trovato rifugio in un isolotto sperduto nel silenzio nordico spesso freddissimo del Mar Baltico, ora è costretto ad affrontare l’impeto della vita a causa dell’incendio della sua casa, ereditata dai nonni materni, che lo mette KO tecnico. Solo, senza nulla da mettersi se non pochi stracci e un paio di stivali costituito, però, da due sinistri, Fredrik Welin tira le somme della sua vita. Non dà risposte, né soluzioni, ma mette il lettore dinanzi ad una storia a tratti strana e inverosimile, ma tanto più vita vera, possibile, normale nel caleidoscopio di scene che proprio l’esistenza ci proietta e nelle quali siamo proiettati a vivere. Medico chirurgo fallito per un intervento non andato come avrebbe dovuto, Welin non si è mai perdonato, in fondo, e in continui flashback si narra come un solitario dalla mente curiosa, che viaggiava spesso verso Parigi, dove ora si trova a tornare, luogo così diverso dal panorama al quale era avvezzo. L’immersione nella vita apparentemente più vissuta, fa ricordare amori, aneddoti delle giovinezza, scava a più rimandi nella strana storia d’amore che l’ha portato ad avere una figlia, di cui, però, viene a conoscenza quando questa è già grande. Ed ora, nel dramma della perdita di tutti i suoi punti di riferimento, proprio quella figlia di cui sa poco o nulla, diventa uno dei suoi modi per rivivere affetti e sensazioni che credeva smarrite nella sua coscienza. Vive una paternità tardiva, ma scopre la bellezza del diventare nonno; scopre che gli amici sono strani e stravaganti più dell’immaginato e che non si può più fidare di nessuno. Nel luogo in cui credeva di avere trovato rifugio, si vive vulnerabile, dovendo ripensare a tutti coloro che potevano avercela con lui al punto di volerlo uccidere, dato che l’incendio è chiaramente doloso e che ha rischiato di farlo morire. E proprio lì, nel vento freddo in cui riscopre la sua vecchia tenda di ragazzo che monta su un altro isolotto per i ricordare i mitici vecchi tempi, un ragazzo in surf si va ad impossessare delle sue cose, mentre la roulotte che lo ospita è troppo stretta e il bagno nell’acqua gelida del mare lo ritempra solo per poco. Ordinare un paio di stivali di gomma svedesi è praticamente impossibile: adesso si vendono solo prodotti made in China, sia camicie di basso costo che usa per asciugarsi, che stivali poco resistenti. Il paio svedese che arriverà non sarà della sua misura e dovrà attendere: il tempo dell’attesa è devastante per la sua età, ma anche motivo di riflessione, tanto come sarà devastante l’attesa della convocazione dalla polizia per sospetto incendio doloso provocato da lui stesso per motivi assicurativi. Insomma, una vicenda intricata, ma narrata da Mankell con garbo e lentezza necessari a far vivere al lettore l’assurdità di tutto quanto costruiamo e che ci sfugge tra le dita per i più bislacchi motivi. Inimmaginabile il finale, infatti, ma anche difficile decifrare come potrebbe concludersi la storia con una giornalista che decide, per il giornale locale, di approfondire i fatti accaduti e anche la strana figura di quel medico sfortunato. Lisa Modin permette di aprire la storia ai desideri nascosti all’età chiamata terza: bisogno di un amore, di vivere o rivivere sensazioni di appartenenza, di amare qualcuno cercando, allo stesso tempo, di voler bene a se stessi quel tanto che basta per trovare la forza di tirarsi su ancora, dopo un disastro del genere. Non più ricordi, non più punti fermi, quelli che si passa la vita a raccogliere e accumulare proprio per avere una vecchiaia tranquilla, se non felice, e che miseramente diventano un cumulo di cenere. Forse, riflette Mankell, erano già cenere e il fuoco, come già sapevano gli antichi, non è altro che la catarsi ultima, definitiva, per trovare modo e spazio di rinascere e riallacciare quei contatti con il mondo vero che sembravano smarriti e forse tagliati, dalla necessità di nascondersi in una tana.

Louise, la figlia trovata, dall’altrettanto vita impossibile, diventa l’archetipo di come non si debba e non si possa calcolare niente nell’esistenza umana senza lasciarle quegli spiragli che le permettono di ricamare in noi prodigi di artistico fulgore. E tante altre figure tratteggiate dallo scrittore, permettono di riconoscersi o di riconoscere qualcuno e, soprattutto, qualcosa nella storia che bene o male ci appartiene. Testamento letterario che non vuole affatto dare insegnamenti, questo romanzo affascinante e strano allo stesso tempo, è un gioiello raro che porta a riflettere su noi stessi a qualsiasi età, sia per cercare di non ritrovarsi soli su un isolotto freddo dove improvvisamente il fato fa scatenare incendi in più case, sia per capire che anche quando tutto sembra perduto, possiamo avere il dono di altri occhi con i quali guardare al futuro, indipendentemente da quanto è lontana da noi la linea dell’orizzonte.

 

Henning Mankell: “Stivali di gomma svedesi”, Marsilio, Venezia, 2016, pagg. 432; euro 19,50.

 

Alessia BIasiolo