Madri per sempre

Il nuovo libro di Federica Storace, scrittrice che vive e lavora a Genova, denota uno spessore linguistico e di contenuti alla quale l’Autrice è arrivata in questi anni, dopo i suoi “La famiglia non è una malattia grave”, “Banchi di squola” e “Impossibili ma non troppo”. In questo nuovo lavoro si nota una capacità narrativa densa, con uno stile fresco, ma con una padronanza dell’estro davvero matura. L’argomento è attuale e originale, malgrado tratti ciò di cui si parla e discute da sempre: la maternità. Infatti, Federica propone differenti modi di vivere la maternità a partire dalla dicotomia donne/madri che è insita nel femminile, causa di riflessioni personali anche profonde, conflitti tra sé e con la figura di riferimento materna, conflitti sociali e antropologici. Storace analizza Antigone, cita la silente donna che compare nel Vangelo di Luca quando Gesù partecipa ad un banchetto; troviamo Rosa Parks e Rosanna Benzi; le Madri di Plaza de Mayo e Rachele; Anna, Rut, Elisabetta, Santa Brigida di Svezia, Caterina da Siena, Edith Stein, Iacopa dei Settesoli. Donne che hanno a che fare con la maternità e si interrogano su essa, mentre Federica si chiede che cosa provassero, che cosa pensassero. La gestazione è lunga, per qualsiasi cosa, dalle più piccole alla più grande, la vita. E anche un libro è un figlio, si diventa madri quando lo si scrive, con una lunga gestazione e un parto finale. Dunque la maternità si circoscrive all’avere figli, oppure è qualcosa di diverso, di più alto, che da sempre è stato reso soltanto una faccenda anatomica e di progressione della specie umana? Federica Storace affronta la maternità con una profonda autoanalisi rispetto alla sua amicizia con Anna Maria Frison, superiora di una comunità e malata di Parkinson con cui ha condiviso parte della propria vita, la stesura di un libro, una crescita personale che costituisce un punto di non ritorno nella vita personale e professionale della nostra.

Il confronto tra chi non ha generato una vita ma ne ha create tante, con la necessità di stendere un bilancio delle proprie motivazioni e con la malattia che interroga sul senso del vivere e su cosa si è dato, costruito, realizzato, e la nostra Autrice, ha portato a un percorso intimo con se stesse tale da dare al senso materno, della maternità e della madre, che sono concetti differenti e non per forza derivati, un significato proprio ma anche universale. Dall’esperienza del Sé si arriva, quindi, ad una riflessione che travalica le pagine e le singole identità, per farsi costruzione di un significato nuovo e diverso, sempre nuovo e sempre diverso, di quell’essere madri che è sempre stato iscritto alla donna come un dovere, una necessità intrinseca, biologica; un orologio dal quale non prescindere; una sorta di nevrosi imposta che diventava un’isteria davvero e che, in quanto tale, in quanto uterina, è da donna per forza. Una situazione sulla quale le donne non si sono mai interrogate abbastanza, in un mondo al maschile, e che diventava una pecca. Perché interrogarsi sull’essere madri, se madri lo si era dalla nascita per una questione anatomica, diventava il simbolo del peccato, un abominio personale ingiustificato e, soprattutto, ingiustificabile. Imperdonabile. Per la società, per la Chiesa, per la donna. Se la donna non diventava madre, doveva per forza farsi suora. Allora ecco che Storace racconta anche di donne attuali che hanno dedicato la vita ad una maternità differente e “per sempre”, eterna, atto d’amore. Sono suor Alessandra Smerilli, madre Maria Emmanuel Corradini, suor Gabriella Bottani, suor Caterina Cangià che Federica intervista e delle quali racconta la vita. Interessante questa scelta, non tanto per l’intervista in sé, quanto per avere dato voce ad una maternità che non si vede e la società non vive come tale. Certo, oggigiorno si accettano donne non sposate, donne con relazioni omosessuali che non possono intrinsecamente diventare madri (non affrontiamo altre considerazioni in questa sede), donne che vivono da sole, anche donne sposate che non vogliono figli. Ma di esse la maternità non si considera. Sono madri? Possono essere madri comunque? Una suora, allora, è madre? Può essere madre in modo differente dall’appellativo “madre” che le viene conferito dall’ordine di appartenenza? L’interrogativo viene posto intrinsecamente e suggerisco a ciascun lettore di trovare una risposta, se lo ritiene necessario, ma nell’ottica di chiedersi cosa sia la maternità e soprattutto che ruolo abbia nella società d’oggi.

Ho trovato il libro molto buono, scritto molto bene, facilmente leggibile e denso di spunti di pensiero. Oggi la società è scarsa di maternità. Sembra che a pochi interessi l’essere “madri” della realtà, della società, della propria vita, del prossimo. Si è abdicato al ruolo materno al di là del dover generare, non ci si prende cura degli altri se non per dovere e, talvolta, per sbandierata appartenenza al volontariato. Certo, quest’ultimo è carico di motivazioni e per la maggioranza di persone che davvero si prodigano, non è ciò che intendo, ma che manca in generale il senso di creazione, di generazione di ciò che scaturisce da noi e diventa altro, da parte di uomini e donne, al di là che si tratti di un figlio o di altra creatura. Dare voce alle suore è molto importante, non soltanto un gesto editoriale utile. È dare voce a chi scompare dietro alla propria scelta, questo è basilare tenerlo presente. Tuttavia dà voce a quell’essere donna ed essere donna-madre importantissima per plasmare una società carica di significati che sta perdendo.

Assolutamente da leggere.

Federica Storace: “Madri per sempre. Donne raccontano maternità possibili”, Erga edizioni, Genova, 2020

Alessia Biasiolo

Sciallare e splendere nel 2019

La capacità di Federica Storace è quella di scrivere di ragazzi, imprimendoli sulla carta e facendoli uscire edulcorati al punto da poterli moltiplicare con le facce di tutti quei giovani e giovanissimi che ci troviamo attorno. Allo stesso tempo, sono i ragazzi a potersi identificare nelle storie di cui sono protagonisti personaggi/studenti che Storace vede o immagina con le caratteristiche degli studenti che conosce. In un caso o nell’altro, interessante avere tra le mani un libro adatto alla lettura scolastica, didattica, di gruppo classe; avere un libro da regalare a Natale, da proporre ai genitori perché sappiano “leggere” i propri figli e capire che i figli sono reali, veri, qualcosa di cui occuparsi. Davvero. Riconoscendo in loro un’identità e non soltanto alcuni tratti genetici parentali. La tecnica è la solita: proporre argomenti attraverso il storytelling, per suscitare riflessioni e dibattiti. Soprattutto nel nuovo libro della nostra, “Scialla e poi splendi”, la positività è padrona e sottolinea come dai problemi si può uscire, con un’iniezione di ottimismo non inutile nella società di oggi. Ai nostri ragazzi manca sempre più una proposta alternativa all’offerta superficiale tipica del presente. Lo stesso strumento “libro” è pedagogicamente innovativo, perché pensare di risolvere tutto con l’appiattimento dello schermo e del video, con i selfie e la mancanza tridimensionale della quale abbiamo tutti bisogno quotidiano, non è una risposta.

I bisogni non si semplificano con l’economia del loro costo, così come i sogni sono ben altro di quello che si può trovare spiegato in qualsiasi buon dizionario della Lingua Italiana. Interpretare i ragazzi e comprenderli necessita di un osservatorio privilegiato, come quello della scuola, in cui approdano disperanti bisogni di affetto, di attenzione, di considerazione che, in effetti, è difficile sintetizzare o anche solo riassumere in un volumetto di poco più di cento pagine. Federica offre sempre un trampolino, in cui trovare uno spazietto di protagonismo da utilizzare per crescere e cercare, così, di capire quel panorama infinito di giovani che, anche se “razza in via di estinzione”, date le basse natalità, sono lo spavento del tempo, l’innovazione incomprensibile perché non si capisce nemmeno lei stessa, l’incognita della nascita di ciò che è nuovo e per questo tenuto alla lontana, come il salto nel vuoto che affascina e terrorizza. Ancora una volta i giovani, i ragazzini soprattutto, fanno paura ma solo perché rappresentano la società contemporanea che ha abdicato alla sua funzione, che non riesce più a programmarsi e a lasciare qualcosa di diverso dall’essere immediato, tipo il messaggio sgrammaticato senza filtri che tutti ormai scrivono. A forza di demonizzare il primo della classe, scialliamo tutti, ma speriamo anche di splendere. Almeno leggendo il bel libro di Storace.

Federica Storace: “Scialla e poi splendi”, Pedrazzi Editore, 2019

 

Alessia Biasiolo

 

“Impossibili ma non troppo”. Un libro per ricominciare la scuola

Settimana di rientro scolastico per tutte le regioni italiane, dopo l’inizio trentino, e di focalizzare l’attenzione su approfondimenti didattici adatti ai nostri ragazzi. Ho tra le mani, dopo una lettura facile, un libretto edito da Elledici, scritto da Federica Storace, di cui già ho avuto modo di scrivere per i suoi precedenti lavori, e Anna Maria Frison.

Il libretto, perché è di piccolo formato e di poche pagine, si presenta elegantemente colorato, con immagini e disegni che accompagnano la lettura a bordo pagina, tra le righe, all’inizio, alla fine, popolando di magia le lettere. Alle quali viene dato spazio dopo un’accurata selezione di emozioni. Il volumetto, infatti, dal titolo “Impossibili ma non troppo”, propone storie di fantasia che trovano radice nella letteratura italiana e mondiale. Ci sono rivisitazioni di Pinocchio e del Piccolo Principe, ci sono volpi, grilli, stelle, castelli, incantesimi, pescatori solitari e tempeste, topini, lumache e un sacco di altri personaggi che parlano, agiscono e soddisfano ogni genitore voglia adoperare questo simpatico libro per intrattenere alcuni momenti con i propri figli. Bambini, preadolescenti e, direi, anche adolescenti. Infatti, il testo propone riflessioni che, se per i più piccoli sono simpatiche storie educative, per i ragazzi diventano anche materiale didattico, dal momento che le autrici propongono di cambiare il finale di ogni storia e di inviarglielo, per giungere al prossimo volume con le nuove storie dai finali diversi.

Per maestre ed insegnanti, il libro potrebbe diventare un valido strumento educativo adatto a tutti i propri discenti, sia che tra i banchi si aggirino scrittori in erba, sia che ci siano svogliati che non aprirebbero mai un libro, sia che ci siano soltanto i nostri curiosi studenti. Le immagini, infatti, sono vicine ai più popolari linguaggi informatici, ma senza scordare le emozioni che dà la carta stampata, la sua lucidità, il suo odore e, soprattutto, la possibilità di “toccare” storie su misura per ciascuno dei lettori.

Il confronto con la letteratura, la lettura in genere, è basilare per tutti, perché abbiamo sempre più bisogno di lasciare librare la mente tra parole che non siano la solita realtà dei social, delle news, della realtà. Quindi, ecco una bellissima occasione che diventa anche veicolo per conoscere, o far conoscere, realtà altre.

Senza pensare che la validità del lavoro dipenda solo da questo, Anna Maria Frison, suora Figlia di Maria Ausiliatrice dal 1958, è affetta dal morbo di Parkinson che l’ha costretta a lasciare l’attività scolastica. I racconti, quindi, sono anche un modo per tramandare la sua esperienza e per continuare a vivere con e per i giovani, per dare loro la lezione che potrà portarli a crescere dentro, non soltanto in età e altezza. L’esperienza tra le cattedre è anche di Federica Storace che, in collaborazione con Anna Maria, ha portato nero su bianco un percorso condiviso con la collega, per tracciare una linea che possa aiutare i ragazzi, ma anche i genitori e gli insegnanti, nell’affascinate esercizio dell’educazione che non è mai finito, per noi e per gli altri di cui abbiamo cura.

Da leggere.

Federica Storace, Anna Maria Frison: “Impossibili ma non troppo”, Elledici, Torino, 2017, pagg. 112; euro 6,90.

 

Alessia Biasiolo