Il mondo non mi deve nulla

Teatro e Società, Accademia Perduta Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Arte Contemporanea, CSS – Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, propongono uno spettacolo teatrale davvero interessante dal titolo “Il mondo non mi deve nulla”, di Massimo Carlotto per la regia di Francesco Zecca. Interpretato da Pamela Villoresi e Claudio Casadio, il lavoro, esilarante, sottile, intelligente, ironico-satirico, riflessivo, è un testo intenso sulla vita, sulla quotidianità, sul fatalismo per ciò che il fato può riservarci pur se noi cerchiamo a tutti i costi di essere gli unici, o quasi, artefici della nostra esistenza.

Massimo Carlotto è autore noir italiano e imbastisce proprio in questo genere la storia di Adelmo e Lise. Adelmo pensava di trascorrere tutta la vita in fabbrica, posto sicuro, nessuna idea di dovere cambiare (e per che cosa, poi?), ma l’azienda lo licenzia a poco più di quarant’anni, tramutandolo in un ladro per motivi di sopravvivenza. Certo, non capace e improvvisato, quindi destinato a rubare in case di gente da poco, con pochi guadagni. Abita a Rimini e parla con spiccato, inconfondibile e adorabile accento romagnolo per affermare, in una profonda riflessione ad alta voce, che pur rubando ricava soltanto lo stipendio di quando andava a lavorare, mentre la sua donna gli telefona ad ogni piè sospinto per sapere se ha trovato qualcosa da racimolare. E mentre la povera donna, stanca di lavare le scale, confida che lui possa da un momento all’altro cambiarle la vita, lui la vede spegnersi ogni giorno di più, archetipo del senso di sconfitta nel quale la “crisi” ha messo le persone. Poi, colpo di fortuna, Adelmo entra in un appartamento da una finestra aperta e ci trova argenteria e una ventata di tranquillità. Quell’appartamento rappresenta tutto quello che l’italiano medio chiede: un po’ di quiete, una tregua, un po’ di pace. Ecco, allora, che, sulle ottime scene di Gianluca Amodio (costumi di Lucia Mariani e musiche di Paolo Daniele), l’uomo si trova in una storia assurda. Lize, la donna che abita nell’appartamento nel quale si è introdotto, è stata tradita dalle banche. Lei che ha passato la vita nel lusso, truffando la gente, e poi come croupier di casinò, mettendosi da parte una fortuna per la vecchiaia, adesso si ritrova con il necessario per campare, nel suo tenore di vita, soltanto un anno, due al massimo. E, incapace di sostenere lo smacco di essere stata truffata a sua volta, incapace di pensare di cercare ancora di farsi corteggiare e mantenere, malgrado Adelmo ad un certo punto le proponesse di mettersi in società per cercare di fare un colpaccio, vuole essere uccisa in cambio di 120mila euro. La storia ruota intorno alla volontà della donna di farla finita trovando qualcuno che la ammazzi, e del ladro di finire di patire, mentre si staglia sul fondo della commedia un finale a sorpresa, proprio come il migliore noir vuole. Lo spettatore viene trascinato dal copione e dalla bravura dei due attori in un vortice di risate che sottendono paure e riflessioni profonde della vita che ciascuno di questi tempi fa, anche senza diventare un ladro. In fondo, però, a tutti sembra di avere rubato qualcosa, alla fine della scena e sui lunghi applausi: il tempo alla famiglia, il tempo a “mettere via” soldi che sfumano in un altalenare borsistico, il tempo in giochi fatui che rubano tempo all’amore, quello vero per sé e ciò che conta davvero e che, forse, si ritrova ridimensionando il tempo delle cose per preferire il tempo delle persone. Un lavoro teatrale bellissimo (visto al Teatro Sociale di Brescia) e da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

 

La grande illusione. Matteo Renzi

Lo spunto è il titolo del famoso film che ha riportato l’Italia in auge nella cinematografia internazionale, ricalcando, pur se in modo rivisitato, la “Dolce vita” in versione anni Duemila. Ma la “grande illusione” per Fabrizio Boschi è il Matteo nazionale, il premier Renzi, analizzato nella sua carriera tra il 2004 e il 2014, cioè “Dalla Provincia di Firenze a Palazzo Chigi” che, per l’autore, sono stati addirittura “dieci anni di giochi di prestigio”. Il libro è assolutamente interessante e da leggere, soprattutto se non si è deboli di cuore, nel senso se si è disposti a sopportare di leggere di veri e propri giochi da “la mano è più veloce dell’occhio”. Travasato in politica, potremmo dire se la quotidianità è più veloce della memoria che noi italiani solitamente abbiamo corta. Il taglio del libro è simpatico, lo stesso Boschi afferma che assolutamente non ce l’ha con Renzi stesso, però lo ha studiato e analizzato per regalarcelo dopo la prefazione di Alessandro Sallusti. Secondo Sallusti, che lo ha conosciuto in dibattiti televisivi, il soggetto è simpatico, capace di rottamare prima di Grillo, di seguire la scuola di Berlusconi in tema di leadership, ma di lui non si fida perché, a differenza di Berlusconi, Renzi non ha mai lavorato un giorno in vita sua. Certo, ha fatto il politico, ma il lavoro è altro che parlare, viaggiare, incontrare. E su questo punto bisogna ragionarci su.

Quindi, dopo l’analisi personale di Salllusti, passiamo alla vita di Matteo Renzi secondo Boschi, da com’era a scuola, a quando partecipava ai quiz di Mediaset, per arrivare all’affinamento della volontà di riuscire. Ragazzo un po’ goffo, sembra che abbia voluto a tutti i costi riuscire, al punto che ha messo a frutto in politica il suo equilibrismo, parlando tanto al punto che convince tutti di tutto, se soprattutto perdono il filo da dove è iniziato il discorso. Ad esempio, sostenendo di non volere affatto assecondare Angela Merkel, ma dando l’impressione di avere fatto proprio questo. Un’impressione che per Boschi fa pensare alla “velocissima parabola di Renzi” come ad una “grande illusione”. Continua l’autore: “Dopo i primi passi del governo Renzi, tutti si sono accorti che questo giovanotto di Rignano sull’Arno, altro non è che un fuoco fatuo, strabordante di belle parole, ma piuttosto vuoto nei contenuti”.

Renzi chi è per Federico Boschi quindi? “Uno nuovo, troppo nuovo, nuovista o, invece, un vecchio politicante, un giovane virgulto di perfetta scuola democristiana con la faccia da giovane, ma i metodi da vecchio?”. Viene proposto spesso il paragone con Machiavelli, un confronto che personalmente trovo ironico, dato che del potere di governo alla Niccolò c’è solo la facciata. Come se si trattasse dello specchio dei tempi, una sorta di brutta copia tipica dei giovani di oggi che, se non sono più che preparati, prendono la prima pagina di internet che risponde alla ricerca, oppure si accontentano di una App, per farsi una storia e una ragione senza, tuttavia, averne spessore e costrutto. Boschi propone una lettura diversa del renzismo, per fare ragionare e, soprattutto, capire dove sta l’Italia oggi, con quella sequela di provvedimenti, di leggi e leggine che si rincorrono dando la sensazione di non cambiare nulla. Ad esempio, cos’è cambiato nella politica? Hanno tolto i vitalizi, li hanno abbassati, hanno davvero cambiato, oppure soltanto si sono limitati ad imbonirci di parole? La solidarietà di cui tanto si parla in questi giorni la dobbiamo avere noi comuni mortali tra noi, come al solito. Perché la Corte Costituzionale non ha ridotto i propri privilegi, nemmeno Renzi ha messo le tasse a quello che i politici prendono e andiamo avanti così, preoccupandoci di tagliare le pensioni se una persona, dopo avere lavorato quarant’anni, vive con un’altrettanta persona che ha lavorato quarant’anni. Perché fanno i conti in tasca rispetto a cosa deve spendere una persona e come, ma di loro sì, si dice tanto, ma non cambiano abitudini.

Renzi: chierichetto, figlio di una famiglia cristiana praticante, scout, negato per il calcio, cominciò ad arbitrare, per poi abbandonarlo. Perse le elezioni per diventare rappresentante d’istituto, ma venne ripescato come primo dei non eletti. Lo chiamavano “i’ Bomba” perché amava spararle grosse e, aggiunge Boschi, “Quel vizio di essere, o sembrare, sempre il primo in tutto non se l’è mai tolto di dosso. Era un tantinello prepotente e si divertiva a rubare la scena agli altri, di mettere in ombra i ragazzini che frequentava”. Uno dei suoi miti divenne Fonzarelli della serie televisiva “Happy Days”, più volte citato, ma anche imitato quando si presentò agghindato da Fonzie alla trasmissione di Maria De Filippi nel 2013. Al punto che sui social network venne soprannominato Arthur Renzarelli. Boschi fa sorridere definendo Renzi un folgorato sulla via del Valdarno dalla politica quando aveva soltanto dieci anni e quella divenne la sua strada. La sua tesi di laurea si intitolava “Firenze 1951-1956: la prima esperienza di Giorgio La Pira sindaco di Firenze” e si laureò, nel 1999, in Giurisprudenza. Intanto, la sua carriera politica proseguiva spostandosi nel 2001 dalla zona di centro un po’ più a sinistra quando venne nominato coordinatore fiorentino della Margherita. Segretario del Partito Popolare, riuscì a fare tenere il primo congresso nazionale della Margherita proprio a Firenze, dove il Partito Popolare subì la trasformazione. Si scagliò subito così contro la vecchia politica, iniziando quella rottamazione che caratterizzerà il suo diventare primo ministro. Divenne presidente della Provincia di Firenze a 29 anni, il più giovane d’Italia. Eppure poi considererà questo ente inutile. Durante il mandato scrisse il secondo libro, questa volta da solo, e lo fece diventare un manuale della rottamazione scrivendo nell’introduzione “Anche i dinosauri prima o poi si estinguono”. In quel periodo il suo protagonismo cominciò a infastidire, afferma l’autore. Invece di ricandidarsi alla Provincia, si candidò alle amministrative e divenne il sindaco più amato d’Italia, secondo i sondaggi del 2010. Anno che diede il via alla mitica “Leopolda”, dal nome della ex stazione ferroviaria, la prima di Firenze, dedicata al granduca Leopoldo, luogo di aggregazione non nuovo per Renzi e che diverrà famoso anche in seguito.

Renzi continua ad imparare: come parlare, come vestirsi, come rispondere, ancora come parlare, soprattutto come continuare a parlare. Diventa quello che Vittorio Feltri sintetizza così: “Quando uno scopre l’acqua calda spacciandola per un’idea geniale bisogna diffidarne”. Il tono del lavoro di Boschi è questo, preparato, e divertente in fondo, molto ben scritto, ma un’idea vi è imperante, e che mette in soggezione e in ansia: che tipo di persone siamo per avere dei rappresentanti che ci “imboniscono”, se la teoria proposta è vera? Ci facciamo piacere l’apparenza? Renzi che si opponeva al vecchio dei giochi di potere, ne è di fatto un artefice?

Questo è il merito del lavoro di Federico Boschi, praticamente coetaneo di Renzi, giornalista e scrittore. Un’analisi che, a parte i dati precisi, ci permette di ragionare, processo che in Italia è stato appiattito al punto che quando qualcuno tra i comuni mortali ha un vago sentore di domanda tra sé e sé su cosa non va, in realtà si chiede se è l’unico fuori luogo tra tutti.

Da leggere.

Federico Boschi: “La grande illusione. Matteo Renzi 2004-2014”, Amon, 2014.

 

Alessia Biasiolo

Concerto Sinfonico diretto da Stanislav Kochanovsky al Carlo Felice

Venerdì 13 febbraio 2015 alle ore 20.30, prosegue la Stagione Sinfonica al Teatro Carlo Felice con il decimo concerto in abbonamento.

Sul podio, a dirigere l’Orchestra del Teatro Carlo Felice sarà la bacchetta del Direttore russo Stanislav Kochanovsky, giovane promessa della scena musicale russa, Direttore Principale dell’Orchestra Filarmonica di Kislovodsk, la cui carriera internazionale si è andata sviluppando con i primi importanti debutti presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la hr-Sinfonieorchester di Francoforte, la Finnish Radio Symphony, gli Hamburger Symphoniker.

Protagonista al violino, Viktoria Mullova, solista conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo  per la straordinaria versatilità ed integrità musicale, la cui curiosità fa sì che ella abbia  esplorato ed  esplori tutto il repertorio per violino, dal barocco alla musica contemporanea, dalla world fusion alla musica sperimentale. Per l’ampiezza e la diversità di interessi,  Viktoria Mullova è protagonista di importanti cicli di concerti nelle più prestigiose sale Europee, dal Southbank di Londra alla Konzerthaus di Vienna, dall’Auditorium del Louvre di Parigi, al Musikfest Bremen, dall’Orchestra Sinfonica di Barcellona al Festìval di Helsinki.

In apertura di programma verrà eseguito il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 77 di Johannes Brahms, un brano che presenta notevoli difficoltà tecniche e interpretative, una partitura di natura sinfonica e d’incessante tensione espressiva, in cui il violino dialoga costantemente con l’orchestra, ma al tempo stesso ha modo di esibirsi esprimendo appieno le proprie potenzialità. Una partitura bollata inizialmente come “anti-violinistica”, proprio a causa di un virtuosismo, secondo alcuni interpreti dell’epoca, esasperato.

La Sinfonia n.2 in Re maggiore, op. 36 di Ludwig van Beethoven, sarà protagonista della seconda parte della serata. Più estesa, più varia, più ricca di materiale tematico, più salda e complessa nella sua tensione dialettica rispetto alla “Prima”, la Sinfonia n. 2 propone un linguaggio che ha fatto tesoro delle tante sperimentazioni condotte dal genio tedesco in ambito pianistico e cameristico. Pagina solare e piena di energia, a dispetto del periodo difficile in cui il compositore la scrisse, venne terminata nell’estate del 1802 ed eseguita pubblicamente per la prima volta a Vienna, il 5 aprile 1803.

Alle ore 19.00, presso la sala Paganini, precederà il concerto una breve conferenza introduttiva a cura di Giorgio De Martino.

Il Teatro, quindi, sarà aperto al pubblico a partire dalle ore 18.45.

 

Venerdì 13 febbraio 2015 alle ore 20.30

decimo concerto in abbonamento

Direttore

Stanislav Kochanovsky

Violino

Viktoria Mullova

Johannes Brahms

Concerto per violino e orchestra in Re maggiore, op. 77

Ludwig van Beethoven

Sinfonia n. 2 in Re maggiore, op. 36

Orchestra del Teatro Carlo Felice

 

Marina Chiappa

Warega. Una mostra etnica a Brescia

Conoscere i Warega, i signori della foresta congolese, attraverso i feticci e le maschere che caratterizzano la loro concezione della vita, è un’esperienza indimenticabile. La bella mostra allestita nella spettacolare cornice del complesso di San Cristo, a Brescia, sottolinea l’impegno dei missionari saveriani in varie parti del mondo, e nel Congo in particolare, dato il tema dell’esposizione di quest’anno. È già la tredicesima mostra di questo genere organizzata annualmente, stavolta già a partire da novembre, fino al prossimo 1 marzo.

La mostra è a ingresso libero, allestita magistralmente da un gruppo di volontari coadiuvati da ingegneri e architetti che hanno saputo ben organizzare la raccolta di un missionario saveriano, Gianandrea Tam, al quale la tribù congolese dei bwami ha affidato gli oggetti esposti. La mostra multimediale non manca di filmati che spiegano la storia recente del Congo e le abitudini degli abitanti delle varie regioni. Il Congo, stato dell’Africa centrale indipendente soltanto dal 1960, occupa il bacino del fiume omonimo, immerso in una foresta pluviale, seconda al mondo dopo quella amazzonica. Paese otto volte più grande dell’Italia, ricco di risorse minerarie e naturali, vanta diamanti, oro, uranio, petrolio, animali come i gorilla di montagna, le cui colonie sono ampiamente studiate, e l’okapi, antilope rarissima, entrambi viventi soltanto laggiù. La popolazione si distingue in oltre trecento etnie delle quali una si chiama Warega, stanziata nella parte orientale del Congo. I Warega hanno fatto della misteriosa e affascinante arte congolese una preziosa risorsa tramutando in feticci, maschere, amuleti, insegne di potere, il senso della propria concezione del mondo. Conosciamo così una popolazione che misura la capacità dalla realizzazione personale, permettendo a tutti la scalata sociale per ottenere migliori condizioni lavorative e di vita, oltre al rispetto della propria tribù. Un uomo potrà avere mogli e prestigio in base al numero di animali da cortile, bovini e ovini che avrà a disposizione e che dimostrerà, pertanto, di poter mantenere, attestando così la sua forza come lavoratore, la sua saggezza nel sapersi gestire e organizzare, la sua voglia di migliorarsi, pur nel rispetto delle regole sociali, dei vecchi e della comunità. Soprattutto, i Warega tramandavano il sapere attraverso detti che diventavano insegnamento ai bambini: i vecchi, ad esempio, misuravano e misurano la società, perché solo l’ambiente che rispetta gli anziani è garanzia di saggezza, buon senso, sana visione del mondo.

Gli oggetti menzionati, e visibili in mostra, sono il senso della religiosità e delle tradizioni dei Warega, mezzo per il trascendente e per meditare sul mondo e sui suoi equilibri. Grazie all’iniziativa dei missionari saveriani possiamo così scoprire e approfondire una interessante etnia, carica di molto da insegnarci. L’allestimento è originale, con scaffalature ricavate da scatole nelle quali sono posizionate statuette, maschere e vari oggetti, tutti scolpiti in vari tipi di legno, alcuni molto rari, non mancando l’ebano o il palissandro. Ogni oggetto è poi arricchito di piume, conchiglie, stoffe, filamenti vari naturali, testimonianza della vita e della natura locale. Interessanti le varie maschere, utilizzate in feste o riti, dalle espressioni che richiamano sentimenti, emozioni, pezzi di vita di persone così chilometricamente lontane eppure così simili a noi, malgrado le abitudini e la civiltà differenti.

Non mancano gli strumenti musicali, gli oggetti per la pesca, la caccia e l’agricoltura, momenti di vita vissuta che trasmettono un’intensità unica, da apprendere tramite oggetti che vivono sotto i nostri occhi. Al termine della mostra, la vendita di oggetti missionari e del mercato equo e solidale. La raccolta fondi andrà finalizzata alla costruzione di una nuova missione saveriana nella città di Kindu, la città dei giovani. Verranno attrezzate due aule per lo studio e la lettura degli studenti. I soldi serviranno per l’acquisto degli infissi, dell’illuminazione, dei tavoli e delle panche. Il finanziamento per la costruzione degli arredi verrà dato ad artigiani locali, in modo da garantire che l’iniziativa dia lavoro in loco. L’attività sarà finalizzata a settecento ragazzi e il tutto si otterrà con quindicimila euro. Il prossimo 7 marzo verrà organizzata una cena con un ricco menù tradizionale congolese, su prenotazione ad euro 25 a persona. La mostra allestita nel complesso di San Cristo è accessibile in zona a traffico limitato parcheggiando nell’ampio piazzale del complesso stesso, che permette una superba vista panoramica su Brescia.

Alessa Biasiolo

Ara Malikian a Genova

La Stagione dell’Auditorium E. Montale prosegue con due appuntamenti, nei quali spicca la presenza del violinista Ara Malikian.

Lunedì 9 febbraio alle ore 9.30 e alle ore 11.00, “L’Arte del violino”, incanto, divertimento e gioia di apprendere. Nello spettacolo/concerto musiche di Bach, Paganini, Ysaÿe e dello stesso Malikian, spiegate, spezzate, ricomposte e infine suonate da questo musicista straordinariamente comunicativo, capace da solista di trascinare il pubblico  in un mondo di invenzioni  e di emozioni, un vero e proprio fuoriclasse del palcoscenico.

Martedì 10 febbraio ore 9.30 e ore 11.00 e Mercoledì 11 febbraio ore 9.30 e ore 11.00, andrà in scena “Le mie prime 4 Stagioni” in cui Ara Malikian intende trasmettere ai bambini l’esperienza della musica in modo ludico ed eloquente, spiegando e mettendo in scena prima di ogni movimento i sonetti che lo stesso Vivaldi compose per questi concerti.

Infatti durante tutta l’opera, Vivaldi fa riferimento a situazioni, fenomeni naturali, animali, personaggi, stati dell’animo, riti, che danno forma alla musica e questi testi sono stati utilizzati per dar forma teatrale al concerto. In maniera semplice, la parola introduce e facilita la comprensione della musica in modo che il pubblico entri in un’avventura e il concerto si trasformi in una fantastica esperienza musicale tanto per bambini, quanto per adulti.

 

Lunedì 9 febbraio 2015 ore 9.30 e 11.00

Auditorium Eugenio Montale

L’ARTE DEL VIOLINO

Violino       Ara Malikian

 

Martedì 10 febbraio ore 9.30 e ore 11.00

Mercoledì 11 febbraio ore 9.30 e ore 11.00

Auditorium Eugenio Montale

LE MIE PRIME 4 STAGIONI

Violino       Ara Malikian

Violino       Pier Domenico Sommati

Viola Giuseppe Francese

Violoncello Giulio Glavina

Contrabbasso Elio Veniali

Voce recitante

Testo Marisol Rozo

Musica di Antonio Vivaldi

 

Marina Chiappa

Concerto aperitivo al Teatro Carlo Felice

Domenica 8 febbraio alle ore 11.00 appuntamento con i Concerti Aperitivo della domenica mattina nel Primo Foyer, con l’Orchestra del Teatro Carlo Felice e l’esibizione al violino di Ara Malikian.

Un musicista straordinariamente comunicativo, capace da solista di trascinare il pubblico  in un mondo di invenzioni  e di emozioni, un vero e proprio fuoriclasse del palcoscenico.

Malikian salta, balla, si inginocchia, si stende suonando il suo strumento con maestria inimitabile e conferendo al concerto una teatralità intenzionalmente distante dalla rigida compostezza delle usuali esecuzioni di musica classica, fino a coinvolgere attivamente il pubblico nella performance.

In programma “Le mie prime quattro stagioni” di Antonio Vivaldi, con testo di Marisol Rozo e la voce recitante di Tony Contartese.

In maniera semplice, la parola introduce e facilita la comprensione della musica in modo che il pubblico entri in un’avventura e il concerto si trasformi in una fantastica esperienza musicale tanto per bambini, quanto per adulti.

L’iniziativa dei concerti aperitivo conferma l’attenzione di un pubblico genovese sempre più attento e desideroso di novità culturali, abbinate anche alla possibilità di ascoltare della buona musica sorseggiando un aperitivo nel primo foyer, ambiente suggestivo e raffinato a cura di Mentelocale.

Marina Chiappa

Satira per Renzi, Merkel e papa Francesco al Carnevale di Viareggio

Il premier Renzi nei panni di Pinocchio, di un grande robot, come illusionista e a cavalcioni della tartaruga delle riforme, la Merkel partoriente, papa Francesco ai fornelli e in braccio a Putin, Berlusconi che tenta la scalata al Colle, l’Italia allo sbando. La satira è protagonista sui carri del Carnevale di Viareggio 2015, accanto a temi sociali e ambientali, come la violenza sui minori e l’uccisione degli elefanti per l’avorio. Tra le maschere anche Mina. Ecco i soggetti delle costruzioni che sfileranno ancora sui Viali a Mare di Viareggio l’8, il 15, il 22 e il 28 febbraio. In concorso ci saranno dieci carri di prima categoria, quattro di seconda, nove mascherate in gruppo e dieci maschere isolate. Per Viareggio sarà il 142esimo anno del suo Carnevale.

Elisabetta Castiglioni