Libero Spazio Libero. La nuova mostra della Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna

Giulia Niccolai, Martha Rosler, Lucy Orta, Claudia Losi e Claire Fontaine sono le artiste protagoniste di LIBERO SPAZIO LIBERO, la nuova mostra promossa e organizzata dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna. L’esposizione, curata da Fabiola Naldi, sarà aperta al pubblico gratuitamente fino a venerdì 15 aprile 2022 a Palazzo Paltroni, via delle Donzelle, 2 a Bologna. Le opere in mostra, in parte inedite in Italia o riportate a una nuova vita espositiva, guideranno i visitatori in un percorso alla scoperta del rapporto tra corpi, libertà e spazio. Da Martha Rosler e Giulia Niccolai, due autrici così distanti ma unite dalla volontà di far coincidere poesia, performance, arte e suono, si giunge a Lucy Orta, Claudia Losi e Claire Fontaine che mostrano come l’arte possa essere resa come uno spazio di svuotamento degli stereotipi. Le cinque artiste, di differenti generazioni e provenienze, si presentano come libere interpreti di uno spazio che inizialmente è puramente espositivo, ma poi si lascia manipolare per estendersi alle necessità di ciascuna. Un differente uso della parola, della scrittura, dell’oggetto e del corpo porta alla riconquista di uno spazio sociale, soggettivo, critico e di denuncia.

La scomparsa di Giulia Niccolai nel giugno 2021 ha impedito di portare a termine la conversazione iniziata con l’artista su Libero Spazio Libero, ma si è deciso di riportare all’attenzione del pubblico alcune preziose opere visive presenti negli archivi del Museion di Bolzano e una collaborazione con Maurizio Osti del 1972.

Di Martha Rosler in mostra i due video Vital Statistics of a Citizen, Simply Obtained (1977) e Secrets From the Street: No Disclosure (1980), con la volontà di parafrasare l’intero progetto anche attraverso le parole dell’artista, tradotte per la prima volta per il pubblico italiano. Claudia Losi presenta un’opera fotografica mai esposta, Dettaglio foto documentarie delle tappe del viaggio della balena Goliath, 1959-1977 (2021) e un intervento site specificnelle sale espositive della Fondazione del Monte.

Dal dialogo fra Lucy Orta e la curatrice è emersa la necessità di mostrare tre opere degli anni Novanta della serie Refuge Wear, corredate da un prezioso disegno a supporto dell’installazione.

Claire Fontaine dialogherà attivamente con lo spazio espositivo insinuandosi sulle pareti tramite una serie di interventi linguistici pensati appositamente e tre opere “rigenerate” dalla collaborazione fra il collettivo e la curatrice.

Fondazione del Monte accoglie nei propri spazi espositivi Libero Spazio Libero, ulteriore tappa di un percorso tutto declinato al femminile, due anni dopo la mostra collettiva 3 Body Configuration. Da alcuni anni, infatti, abbiamo scelto di dedicare una particolare attenzione alle donne, ponendo il tema di genere al centro di una riflessione estetica e culturale fortemente intrecciata alla critica del presente – dichiara Giusella Finocchiaro presidente della Fondazione. Il messaggio che affidiamo alla mostra è proprio questo: l’arte può concretamente dischiudere gli spazi e allargare la visione su un mondo mai come in questi ultimi tempi tanto ripiegato su se stesso e costretto entro i limiti fisici delle nostre case”.

Spazio, contesto, identità sono ambiti che nel corso della ricerca estetica degli ultimi decenni hanno rappresentato vere e proprie urgenze critico scientifiche. Certamente il periodo tanto drammatico quanto contraddittorio che stiamo tutti vivendo ha ulteriormente messo in campo questioni già presenti in molti movimenti artistici attivi dalla fine degli anni Sessanta ma che ora appaiono indispensabili – spiega la curatrice Fabiola Naldi. Lo spazio, nel caso della mostra, è uno spazio chiuso nei confini di un luogo espositivo istituzionale che può al contempo amplificare la frustrazione del limite ma offrire l’occasione di costruire l’ipotesi di un dialogo con le storie delle artiste invitate. È tuttavia anche uno spazio libero, che riporta agli spazi pubblicitari stradali di grandi dimensioni in cui si annuncia la possibilità di inserimenti pubblicitari a pagamento, ma allo stesso tempo può rappresentare l’occasione illegale e vandalica di subentrare all’annuncio con un significato alternativo» prosegue Naldi. «Il museo certamente contrasta con il concetto di spazio collettivo condiviso a confronto con l’idea di contesto e città, ma al contempo le artiste e i gruppi invitati, come anche alcune opere storiche esposte, rappresentano la costruzione di un’esperienza e di una fruizione alternativa in grado di rinnovare lo stesso concetto di libertà e di spazio. Memoria, identità, relazione con tempo e spazio del proprio vissuto trascendono l’idea di una dimora stanziale a favore di un’idea e di una reale capacità di oltrepassare lo schema sociale convenzionale”.

La mostra è accompagnata da un volume edito da SETE edizioni, con una raccolta di testi per lo più inediti e interviste alle artiste realizzate per l’occasione.

Delos

Lattanzio Gambara, pittore manierista, in mostra a Brescia

Resterà aperta a Brescia, presso il Museo di Santa Giulia, fino al prossimo 20 febbraio, la mostra “Il senso del nuovo” che la città dedica al concittadino Lattanzio Gambara, con un omaggio doveroso e una sottolineatura che rende la piccola mostra un gioiello davvero da non perdere.

Lattanzio Gambara, Autoritratto, 1561-1562, strappo d’affresco

La cornice del Museo della città è delle migliori e la mostra si può visitare sia con la visita del vasto museo compresa, sia singolarmente. Il pretesto dell’esposizione è l’acquisto da parte di Fondazione Brescia Musei di un dipinto che è stato infine attribuito al Gambara per continuità stilistica con altre sue opere; andato all’asta nel 2020 a Vienna come opera di scuola cremonese, è tornato in città. Pare che Lattanzio Gambara l’abbia dipinto durante il periodo di realizzazione di opere nel cantiere del Duomo di Parma tra il 1570 e il 1574, probabilmente destinato all’altare della chiesa di San Bartolomeo, fatto che spiegherebbe come mai nel Compianto sul Cristo morto appaia proprio quel santo. Il quadro forse è stato venduto in seguito alle soppressioni napoleoniche e si era disperso il nome del suo autore fino ad ora quando, posto in mostra accanto ad altre opere dello stesso, si può ammirare non soltanto la talentuosa capacità del nostro, definito da Vasari “il miglior pittore che sia a Brescia”, quanto anche la firma dell’opera. Il quadro è particolarmente interessante per un gesto d’amore che la Madonna compie verso il figlio che vede calare dalla croce sulla quale era spirato dopo la sua condanna a morte. La donna intreccia le dita della mano a quelle dell’uomo, come per essergli vicina ancora in un gesto materno difficile da trovare su opere simili. La sua compostezza rivela un dolore profondo per il quale non c’erano parole né lacrime, soltanto quell’ultima tenerezza rivelatrice di sentimenti che Gambara pone in pennellate dai toni caldi, vividi, a sottolineare così il pallore del corpo esanime.

Lattanzio Gambara, Compianto su Cristo morto con i Santi Bartolomeo e Paolo (?), 1570-1574 ca, particolare

Prima di giungere al Compianto, il percorso espositivo pone il visitatore subito davanti a Lattanzio, nel suo celebre autoritratto in uno strappo d’affresco datato tra il 1561 e il 1562, quando l’artista aveva poco più di trent’anni. Nato in città si pensa nel 1530, si forma alla bottega cremonese di Giulio Campi. Rientrato nella sua città, intraprenderà un rapporto di lavoro con Girolamo Romanino che diverrà suo suocero quando, nel 1556, Lattanzio ne sposerà la figlia Margherita. Dapprima Gambara era apprendista, poi frescante e collaboratore di Romanino, traendone ampie committenze, sia grazie al rapporto con il maestro, sia per la sua comprovata bravura. Sarà così che Lattanzio Gambara realizzerà gli affreschi sulle case della Contrada del Gambero, conclusi nel 1557, di cui sono esposti in mostra degli strappi molto interessanti. L’opera, che era voluta dal Comune di Brescia per rinnovare l’aspetto cittadino, si distingue per le figure di grande formato, ritraenti soggetti mitologici, con chiare influenze di Romanino.

Esposte sono poi le opere “Sepoltura di Cristo” e “Trasporto di Cristo nel sepolcro”, messe in relazione con il quadro di Campi “Deposizione di Cristo nel sepolcro” dipinta tra il 1580 e il 1590. La “Deposizione” di Gambara del 1568 è stata infatti una delle sue opere più copiate e riprodotte. Si notano in questo lasso di tempo i cambiamenti stilistici compiuti da Lattanzio Gambara che fa sue le istanze del Pordenone e di Correggio, oltre che le note di Salviati. Gambara sarà poi a fianco di Paolo Veronese nell’abazia di Polirone e i toni diventano quelli della “Conversione di Saulo”, tela esposta a Brescia. I prestiti sono della Galleria degli Uffizi e dei Musei Reali di Torino, oltre che da collezioni private e dalla Pinacoteca Tosio Martinengo cittadina.

Alessia Biasiolo

Monet al Palazzo Reale di Milano

Ancora alcuni giorni per poter ammirare la bella mostra dedicata a Claude Monet al Palazzo Reale milanese, per la curatela di Marianne Mathieu, storica dell’Arte e curatrice del Musée Marmottan Monet di Parigi, dal quale arrivano le 53 opere dell’artista esposte. La mostra è stata promossa dal Comune di Milano, settore Cultura, per fare conoscere i musei del mondo nella “capitale” lombarda.

L’esposizione si manifesta molto interessante perché permette di comprendere l’evoluzione di Monet e degli impressionisti francesi, a partire dalla loro più nota caratteristica di dipingere all’aria aperta una volta acquisita la novità delle tinte vendute in tubetti, permettendo di focalizzarsi sulla luce, sui colori, sui cambiamenti di questi aspetti naturali durante la giornata, oppure con i cambiamenti climatici, come la nebbia o la presenza di sole o di vento. Le opere scelte sono quelle che Monet stesso riteneva fondamentali per il suo lavoro e la sua espressione ed evoluzione artistica, tanto da averli nella sua casa di Giverny e di non averli mai voluti vendere. Rimarranno al figlio Michael che li donerà al Museo Marmottan Monet, che oggi custodisce il più alto numero di opere dell’artista per questo motivo. Sarà a seguito di quel lauto lascito che il Museo prenderà il secondo nome di Monet, dal 1966. Quell’anno Michel morirà senza eredi, essendo lui l’unico erede di Monet, dopo la morte del fratello maggiore Jean avvenuta nel 1914. Quindi il suo fondo di opere e di studi del padre andranno al Museo fondato dal grande collezionista Marmottan.

Ritratto di Marmottan

La mostra di Milano è quindi divisa in sette sezioni, con tele di piccola misura prevalentemente dedicate ai paesaggi urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, le varie case dell’artista, alcuni suoi momenti familiari: il ritratto del figlio, la passeggiata con Camille ad Argenteuil (luogo ameno a pochi chilometri da Parigi dove i cittadini arrivavano in treno, specialmente la domenica), piuttosto che la spiaggia di Trouville-sur-Mer dove Monet si recherà pochi giorni dopo il suo matrimonio con Camille avvenuto nel 1870, o Charing Cross, o Belle-ile-en Mer dove era andato per dipingere il carattere selvaggio del luogo e la luce insulare. Lavori degli ultimi decenni dell’Ottocento, fino agli inizi del nuovo secolo. Il visitatore viene coinvolto nella mostra attraversando stanze in cui viene letteralmente immerso nell’ambiente di Monet, con video cangianti che fanno camminare sui pesci rossi o essere immersi nelle ninfee, entrando nel vero senso della parola nell’opera dell’artista. Non sono questi gli aspetti interessanti della mostra, ma di certo sono un mezzo per consentire a chi la visita di lasciarsi per un’oretta tutto alle spalle, tutto all’esterno, per entrare nel senso dell’opera d’arte prodotta, cercando di capirne il valore e perché viene ritenuta così di valore.

Lo stagno delle ninfee, 1917-1919 ca

Durante la prima guerra mondiale, Monet si getta a capofitto nel lavoro: crea un grande atelier dove può produrre opere monumentali, scegliendo come soggetto preferito le ninfee dello stagno. Produrrà anche 19 tele più piccole, con lo stesso soggetto. Le pennellate veloci, i colori accesi e stemperati, fanno delle Ninfee uno dei soggetti più noti e più amati dell’artista. Il giardino era carico di fiori, tra i quali gli iris, le rose, ma anche il ponte giapponese o il salice piangente, soggetti frequenti dei lavori del celebre artista.

Viene anche sottolineato il problema agli occhi che lo affliggerà e sono esposti, accanto alla sua tavolozza, gli occhiali che, grazie ad una ingegnosa trovata ottica del suo oculista, avevano lenti diverse che permettevano a Monet di vedere al meglio.

Una mostra da non perdere, per la preziosa possibilità di vedere a Milano lavori che difficilmente viaggiano.

Alessia Biasiolo

2020: a Milano nell’ora del lupo

All’interno del progetto espositivo “The art of two generations” a cura di Bianca Friundi e in programma al Museo Italo Americano di San Francisco fino al 20 febbraio 2022, l’artista Giovanni Cerri presenta la mostra “2020: a Milano nell’ora del lupo”, un nuovo percorso di immagini ispirate al capoluogo lombardo durante la pandemia Covid-19 preceduto da un ampio lavoro di preparazione dal titolo Diario della pandemia: in tutto 39 opere fra disegni e dipinti che descrivono le atmosfere del vissuto lockdown tra assenze, silenzio e desolazione, i non-luoghi di una Milano dipinta in presa diretta durante un periodo unicamente drammatico, di sospensione dal tempo e dalla vita quotidiana.

La pittura di Giovanni Cerri, classe 1969, fin dai suoi esordi avvenuti alla fine degli anni Ottanta ha spesso raccontato la città e l’ambiente urbano, in particolare il territorio delle periferie, partendo proprio da Milano, città dove da sempre vive e lavora, ricca di spunti artistici, architettonici e di immagini legate al mondo industriale. 

Giovanni Cerri, Capolinea 19, 2020

Giovanni la sua città l’ha vissuta, indagata e rappresentata in tanti aspetti, cercando sempre di rendere partecipe il pubblico di quanto sia stato importante per lui, come uomo e artista, crescere in un determinato tipo di ambiente. 

Così, a cinque anni di distanza dalla mostra Milano ieri e oggi, realizzata in occasione di Expo 2015, l’artista presenta un nuovo percorso di immagini ispirate a Milano, questa volta partendo da un fatto reale altamente drammatico, l’epidemia Covid-19.

Preceduto dal corpus di disegni Diario della pandemia, già esposti a ottobre 2020 alla Casa di Lucio Fontana a Comabbio (VA), il ciclo di lavori realizzato ad-hoc per la mostra  “2020: a Milano nell’ora del lupo” richiama nel titolo il film L’ora del lupo di Ingmar Bergman del 1968, dove diventa emblematica la citazione: “L’ora del lupo è quella tra la notte e l’alba, quando molta gente muore e molta gente nasce, quando il sonno è più profondo, gli incubi ci assalgono, e se restiamo svegli abbiamo paura.”

Non solo scorci di una Milano vuota, osservata “in presa diretta” negli accadimenti di quei mesi, quando il rumore prevaricante era il suono sempre più incessante delle ambulanze, ma anche alcuni volti in cui si percepisce l’angoscia della rinuncia alla vita di tutti i giorni, la costrizione degli spazi privati, la rinuncia alla libertà di muoversi dovuta all’emergenza sanitaria e ai suoi divieti inderogabili.

Volti e sguardi immersi nell’ora più buia, introspezioni del “coprifuoco”, come quello di Papa Francesco nella solitudine immensa e sconfinata della giornata del 27 marzo 2020 durante la preghiera e la benedizione Urbi et Orbi in una Piazza San Pietro desolatamente vuota.

Giornate oscure e piovose, che si susseguono una dietro l’altra, drammaticamente uguali, tenebrose e struggenti come tutte quelle settimane in cui il mondo pareva essersi fermato, costretto a una tragica sosta: Piazza del Duomo, il Castello Sforzesco, la Basilica di Sant’Ambrogio, lo skyline della città con i nuovi grattacieli dell’area di Porta Nuova dove in primo piano un carrello della spesa è stato abbandonato, il tram che percorre una periferia vuota e silente. Anche i parchi giochi sono pervasi dalla muta assenza, così come i posti di lavoro, come nel quadro “Stop”, che ci mostra una scavatrice spenta in un cantiere vuoto, perché il virus ha posto fine anche all’articolo 4 della Costituzione.

Soffre la Milano di Giovanni Cerri, così come la città italiana più colpita dal Covid, Bergamo, volutamente rappresentata dall’artista con colori lividi e tetri nell’opera “Bergamo tace”.

Il progetto espositivo “The art of two generations”, comprendente anche la mostra di Giancarlo Cerri  “Le sequenze astratte. 1995-2005” e realizzato con il patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura di San Francisco e il Museo della Permanente di Milano, si pone come un confronto aperto tra le ricerche pittoriche di Giancarlo e Giovanni Cerri, padre e figlio, che in passato hanno già avuto occasione di esporre insieme in Italia e all’estero.

Due modi differenti di pensare e interpretare il dipingere ma con radici profonde e comuni, per un intenso omaggio all’essenzialità della pittura e alla irrinunciabilità della vita.

MUSEO ITALO AMERICANO, Fort Mason Center, 2 Marina Blvd, Building C, San Francisco / CA U.S.A.

De Angelis (anche per l’immagine)

Presepi dal mondo fino al 23 gennaio

In Gran Guardia, a Verona, è aperta la 37ª edizione di “Presepi dal Mondo”. La mostra, in programma fino al 23 gennaio 2022, è stata allestita per il terzo anno in Gran Guardia dal momento che in Arena stanno proseguendo i lavori di restauro.

Sono ben 400 i presepi provenienti da musei, collezioni, maestri presepisti e appassionati di tutto il mondo, per una rassegna che accompagna da trentasette anni il Natale di Verona, offrendo un quadro artistico completo della tradizione presepistica internazionale, con il suo messaggio di tolleranza tra popoli di culture diverse. Immancabile il simbolo della mostra dei presepi, e cioè la Stella cometa in piazza Bra, la più grande del mondo.

La rassegna sarà visibile al pubblico tutti i giorni, dalle 9 alle 20. Per informazioni e prenotazioni è possibile contattare la segreteria organizzativa al numero 045 592544 o consultare il sito www.presepiarenaverona.it

“Non c’è Natale a Verona se non ci sono i presepi e la Stella in piazza Bra, la più bella cartolina della nostra città – ha detto il sindaco Sboarina -”.

Roberto Bolis

Isgrò, Dante, Caravaggio e la Sicilia

A Palermo un importante progetto culturale della durata di quasi un anno può essere sintetizzato nell’espressione Isgrò Dante Caravaggio e la Sicilia; è promosso da Fondazione Sicilia e Amici dei Musei Siciliani in collaborazione con Archivio Emilio Isgrò e la partecipazione di Fondazione per l’Arte e la Cultura Lauro Chiazzese.

Prima tappa le sale di Villa Zito, sede della Pinacoteca della Fondazione Sicilia, dov’è allestita la mostra Isgrò Dante e la Sicilia curata da Marco Bazzini e Bruno Corà.

“Siamo felici che il progetto che lega Dante, Caravaggio, Isgrò e la Sicilia parta proprio dalla nostra Fondazione. Questa prima tappa – afferma il presidente di Fondazione Sicilia, Raffaele Bonsignore – coincide tra l’altro anche con i nostri primi trent’anni, e il dialogo artistico tra Dante e Isgrò con cui inizia questo itinerario lungo un anno è ottimo per celebrare la cultura e i progetti che portiamo avanti”.

Aperta al pubblico fino al 14 marzo 2022, la mostra presenta una ventina di opere a tema dantesco provenienti da collezioni pubbliche e private che, dal 1966 ai lavori più recenti, raccontano sinteticamente il multiforme e profondo rapporto che Emilio Isgrò ha avuto con la cancellatura, che in questa occasione si è concentrata sul “De vulgari eloquentia” di Dante.

Seconda tappa del progetto il 5 marzo 2022 a Palazzo Branciforte per la presentazione del Seme d’arancia su pietra siciliana, l’opera di Emilio Isgrò di recente acquisita alla collezione di Fondazione Sicilia, acquisizione che agli occhi del Maestro contribuirà a legare ancora di più l’idea del seme d’arancia all’Isola amplificandone così il valore simbolico.

Il seme d’arancia, tra le sculture più note di Isgrò, nasce nel 1998 come grande scultura pubblica per la sua città natale, Barcellona Pozzo di Gotto, in Sicilia. È una grande metafora della cultura siciliana e della sua possibilità di rinascita, rimanda alle culture del Mediterraneo, solari e avvolgenti, che si sono sviluppate tanto con la parola che con gli scambi dando vita a valori di convivenza civile e di accoglienza.

In un’intervista con il critico Arturo Schwarz, Emilio Isgrò si augura che il seme d’arancia “possa dare origine a un seminario permanente di educazione civica. A meno che qualcuno non trovi antiquata l’idea che l’arte serva anche a educare”.

Lo stesso 5 marzo prossimo sarà presentato il catalogo di Isgrò Dante Caravaggio e la Sicilia , pubblicato da Skira Editore, conterrà tutti i materiali, una testimonianza dell’artista, le riproduzioni delle opere in mostra a Villa Zito e i testi dei curatori e di importanti studiosi a commento dei diversi aspetti dell’arte di Isgrò trattati.

L’Oratorio di San Lorenzo, nel cuore del centro storico di Palermo, ospita la terza tappa. Nell’ambito di Next XI edizione, viene presentata l’opera inedita di Emilio Isgrò appositamente realizzata, progetto ideato e organizzato dall’Associazione Amici dei Musei Siciliani. L’opera rimarrà in esposizione fino al 17 ottobre 2022, cinquantatreesimo anniversario del trafugamento della Natività di Caravaggio dall’Oratorio di San Lorenzo, imperdonabile furto unanimemente considerato un crimine contro l’umanità e di cui ancora oggi, forse non invano, si tenta il recupero. La Natività di Caravaggio è inserita dall’FBI al secondo posto della sua “Top Ten Art Crimes”.

Isgrò, Dante e la Sicilia, fino al 14 marzo 2022, Palermo, Villa Zito – Via della Libertà, 52. Biglietto intero € 5,00 / ridotto € 3,00. Orari di apertura al pubblico: lunedì- domenica dalle ore 14.30 alle ore 19.30 (ultimo ingresso alle ore 18.30). Martedì chiuso. 31 dicembre 2021 aperto dalle 9.30 alle 14.30 (ultimo ingresso alle ore 13.30).

Ombretta Roverselli

Elliott Erwitt. Family

Fino al 3 aprile 2022, Riccione celebra uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea con la retrospettiva Elliott Erwitt. Family curata da Biba Giacchetti, promossa dal Comune di Riccione, e organizzata e prodotta da Civita Mostre e Musei e Maggioli Cultura in collaborazione con SudEst57 nei rinnovati spazi di Villa Mussolini.

Una mostra di altissimo livello dedicata ad uno dei mostri sacri della fotografia in una delle ville storiche della città – commenta il sindaco Renata Tosi – mi rende particolarmente orgogliosa perché ci consente di offrire ai riccionesi e ai turisti una proposta culturale prestigiosa nei periodi invernale e primaverile. Oggi presentiamo una esposizione di caratura internazionale a dimostrazione che la progettualità dell’amministrazione non si è mai fermata anche con la pandemia. Possiamo guardare con fiducia alle sfide che abbiamo davanti perchè c’è tantissimo interesse da parte del pubblico di tornare a vivere, con le giuste precauzioni, i nostri luoghi di cultura. Ringrazio per il lavoro di squadra gli uffici comunali preposti, gli organizzatori Civita Mostre e Musei e Maggioli Cultura per aver abbracciato questa splendida iniziativa”.

USA. New York City. 2000.

Ospitare a Riccione grandi mostre fotografiche  – afferma l’assessore a Cultura Turismo Eventi Stefano Caldari –  in un luogo finalmente adatto come Villa Mussolini con impianti e locali consoni  e adeguati, rappresenta un grande traguardo raggiunto. Investire in cultura e in spazi belli e attrezzati è un ulteriore tassello del mosaico articolato che stiamo realizzando per rendere la nostra città sempre più attrattiva. L’evidente successo del Riccione Christmas Star è sotto gli occhi di tutti per la bellezza e la gioiosità che riesce a trasmettere alle persone, sia adulti che bambini, come evidenziato peraltro dalle innumerevoli foto sui social. Con la mostra di Elliott Erwitt offriamo il massimo con un’attenzione rivolta sia alla comunità locale che all’internazionalizzazione del nostro territorio. E non finisce qui, perché a seguire avremo Steve McCurry, un altro grandissimo fotografo del Novecento”.

Niente è più assoluto e relativo, mutevole, universale e altrettanto particolare come il tema della famiglia. Mai come oggi “famiglia” è tutto e il suo contrario: a che fare con la genetica, il sociale, il diritto, la sicurezza, la protezione e l’abuso, la felicità e l’infelicità; niente è capace di scaldare di più gli animi, accendere polemiche, unire e dividere come il senso da attribuire alla parola “famiglia”.

Là dove la parola si ferma o si espande a dismisura, può intervenire a tentare di interpretarla lo sguardo della fotografia, da sempre molto legata a questo tema.

Il diffondersi infatti di questo “mezzo di documentazione” nelle classi sociali della media borghesia ha accompagnato il desiderio di un racconto privato e personale degli eventi che ne segnavano le tappe: i ritratti degli avi, le nascite, i matrimoni, le ricorrenze, tutto condensato in quei volumi che nelle prime decadi dello scorso secolo arredavano il “salotto buono”: gli album di famiglia.

La curatrice della mostra Biba Giacchetti ha chiesto a uno dei più importanti maestri della fotografia di creare un album personale e pubblico, storico e contemporaneo, serissimo e ironico. È nata così la mostra “Elliott Erwitt. Family”.

La mostra raccoglie circa sessanta dei suoi scatti più famosi, in grado di offrire al visitatore una panoramica sulla storia e il costume del Novecento, attraverso la tipica ironia di Erwitt, pervasa da una vena surreale e romantica, alternando immagini ironiche a spaccati sociali, matrimoni nudisti, famiglie allargate o molto singolari, metafore e finali “aperti”, come la famosissima fotografia del matrimonio di Bratsk.

Accompagna la mostra un catalogo a cura di Sudest57.

La programmazione espositiva proseguirà con la mostra Steve McCurry Icons, in programma dal 14 aprile 2022: conservando e presentando il biglietto della mostra di Elliott Erwitt si avrà diritto alla tariffa ridotta sul biglietto di ingresso della mostra Icons.

Orari: dalle 9,30 alle 13 e dalle 14,30 alle 19. Lunedì chiuso

24 dicembre aperto dalle 9,30 alle 13

25 dicembre chiuso

26, 27,28,29,30 dicembre aperto dalle 9,30 alle 19

31 dicembre dalle 9,30 alle 13

1° gennaio dalle 14,30 alle 19

2,3,4,5,6 gennaio aperto dalle 9,30 alle 19

La mostra prevede ingresso con biglietto. Informazioni e prenotazioni: sito della mostra

Ombretta Roverselli (anche per la fotografia)

Herat. Ora nona

Un Cristo sulla croce privato delle braccia, al suo capezzale donne velate dal burqa blu. È di forte impatto l’installazione artistica che da domani fino al 18 dicembre viene ospitata in municipio, nella sala al primo piano collegata all’atrio.

Si tratta di “Herat. Ora Nona”, opera del maestro scultore Ernesto Lamagna, accademico pontificio dei Virtuosi al Pantheon. L’Opera – che di recente è stata esposta al Mart di Trento e Rovereto su invito di Vittorio Sgarbi – arriva a Verona con la curatela dello stesso Vittorio Sgarbi, di Alessandro Carone e Federico Martinelli, quest’ultimo organizzatore dell’evento ed editore della pubblicazione tramite la casa editrice Quinta Parete.

Il progetto espositivo, che gode del patrocinio del Comune di Verona, è una riflessione sulla situazione dell’Afghanistan e sulla condizione delle donne che vi abitano, una realtà a dir poco drammatica che l’artista ha potuto constatare personalmente durante un viaggio ad Herat. Proprio nella città afgana, infatti, Lamagna tenne qualche anno fa un corso a studenti della scuola d’arte, dove giunse per tramite del veronese tenente colonnello Alessandro Scarone, all’epoca in missione con l’Esercito proprio ad Herat.

Fino al 18 dicembre la mostra sarà aperta tutte le mattine, festivi esclusi, dalle 10 alle 13. L’ingresso è libero con green pass e mascherina.

“E’ con grande piacere che ospitiamo questa installazione – ha detto Briani -. Un’opera il cui messaggio ci coinvolge in modo particolare e che rientra a pieno titolo tra le tante iniziative organizzate dall’Amministrazione in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Il burqa che le donne afgane sono costrette ad indossare, non solo impedisce loro di vedere il mondo, ma vieta anche di parlare, una violenza psicologica oltre che fisica che non tutte, come ci dicono i dati, riescono a sopportare, preferendo il suicidio a tale condizione”.

“Una mostra dal forte impatto emotivo, che farà certamente riflettere chi verrà a visitarla – ha aggiunto Padovani -. Ringrazio quanti hanno collaborato per il suo allestimento, in tempi davvero veloci, ma l’obiettivo era inaugurarla ai primi di dicembre”.

“L’opera è nata da una forte esperienza di Lamagna in Afghanistan- aggiunge  Martinelli -. L’intensità e lo strazio del Cristo, con il suo viso che gronda disperazione, diventa messaggio universale di immedesimazione nella sofferenza dell’Umanità tutta. Una lacerazione che contorce il costato, in un corpo macerato che, pur sembrando impossibilitato ad abbracciare l’Umanità in quanto raffigurato privo di braccia, avvolge tutti nel suo Piano della Salvezza”.

“Ero in Afghanistan come maggiore degli Alpini quando Lamagna fu invitato, su mia richiesta, dal Ministero degli Esteri, per tenere un corso di pittura ai giovani studenti dell’Università di Herat. L’arte nasce da eventi intensi e da esperienze, come questa, che lasciano il segno” ha concluso Carone.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Per il centenario di Magagnato, gli acquarelli di Arduini

Nuovo allestimento nella sala Boggian del Museo di Castelvecchio. In esposizione i 60 acquarelli donati quest’anno da Francesco Arduini per il Gabinetto Disegni e Stampe del Museo scaligero. Una mostra speciale, in visione al pubblico fino a 6 marzo 2022, realizzata in occasione delle celebrare del centenario della nascita di Licisco Magagnato. L’esposizione dossier, dal titolo ‘Ritorno alla rappresentazione. Gli acquerelli di Francesco Arduini. Una donazione al Museo di Castelvecchio, è a cura di Francesca Rossi e Ketty Bertolaso. In mostra opere di delicata suggestione, che costituiscono una ripresa della rappresentazione, dopo l’astrattismo degli esordi, e che trovano nell’acquerello il medium ideale per restituire una “densità cromatica e tattile inusitata in rapporto alla traduzione consolidata di questa tecnica”, come sottolinea l’artista. La coincidenza della donazione con il centenario della nascita di Magagnato evidenzia il lungo sodalizio di amicizia e di collaborazione che legò il direttore dei Musei e Gallerie d’Arte di Verona al pittore. Tra gli anni Sessanta e Settanta, Magagnato acquisì alcune opere di Arduini per la Galleria d’Arte Moderna e dedicò molte pagine in cataloghi di mostre monografiche e collettive alla produzione pittorica e grafica all’artista. Gli acquerelli sono accostati in sala Boggian a lavori giovanili, dipinti e incisioni delle collezioni del Museo di Castelvecchio e della Galleria d’Arte Moderna Achille Forti, che documentano gli esordi dell’artista e la stagione dei suoi rapporti con Magagnato.

Nelle opere di Arduini, Magagnato coglieva “un tranquillo e distaccato inseguire le analogie e le costanti profonde tra le forme naturali ed organiche, l’ordine segreto (non geometrico ma ritmico) dei profili delle linee, delle masse” e avvertiva “la presenza di uno scambio continuo tra una certa scala interiore di ritmi e andamenti stilistici, e la scoperta sempre rinnovata di aspetti della morfologia naturale consonanti con quel suo a priori formale” (Magagnato 1966).

“I Musei Civici veronesi – spiega l’Assessore alla Cultura – hanno scelto di celebrare con un fitto programma di appuntamenti il centenario della nascita di Licisco Magagnato. storico dell’arte e direttore dei Musei e delle Gallerie veronesi dal 1955 al 1986, tra le figure intellettuali più rappresentative dello sviluppo del sistema museale cittadino. Questa mostra, oltre ad esporre al pubblico opere di particolare fascino artistico, è l’occasione per ricordare il legame di amicizia che, per lungo tempo, ha legato Magagnato ad Arduini”.

Francesco Arduini, dopo la maturità artistica conseguita nel 1951 a Venezia, si iscrive alla Facoltà di Architettura a Venezia e Firenze. Inizia ad esporre nel 1951 e nel 1961 succede ad Orazio Pigato nella cattedra di Composizione all’Istituto Statale d’Arte N. Nani di Verona, in cui insegna per vent’anni. Dopo l’esordio, espone a tutte le edizioni della Biennale di Verona dal 1953 al 1967; nella 57a edizione della mostra viene premiato. Contemporaneamente partecipa a rassegne nazionali ed internazionali giovanili a Milano, Gorizia, Roma, Lubiana, ecc. Ottiene nel 1962 il Premio Diomira a Milano; un premio all’VIII Premio Mestre nel 1964; vine premiato alla XV Biennale nazionale di Lucca nel 1968.

Nel 1963 partecipa alla XV Triveneta di Padova e al Premio San Fedele a Milano. Nel 1965, presentato da Gian Lorenzo Mellini, incontra lo storico dell’arte Ludovico Ragghianti, che propone una sua antologica di grafica all’Istituto di Storia dell’Arte dell’Università di Pisa (Fondazione Timpanaro), che diventerà itinerante nelle principali città della Toscana e della Liguria. Sempre nel 1965 viene invitato per la grafica alla XXXIII Biennale Internazionale di Venezia, con un gruppo di opere: gli Stendardi.

Partecipa a numerose collettive in Italia e all’estero, a Bolzano, Genova, Firenze, San Martino di Lupari, Montebelluna, Trento, San Giminiano, Nagahama, Piazzola sul Brenta, Trissino, Teheran, Salisburgo, Ferrara, Maniago, Termoli, ecc.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Licisco Magagnato 1921-2021

Esposizioni, proiezioni cinematografiche, giornate di studio. Ma anche, il 17 dicembre, la dedica a sua perenne memoria del giardino di Castelvecchio. I Musei Civici veronesi hanno scelto di celebrare cosi il centenario della nascita di Licisco Magagnato, nato a Vicenza l’8 giugno 1921. Storico dell’arte e direttore dei Musei e delle Gallerie veronesi dal 1955 al 1986, Magagnato è una fra le figure intellettuali più rappresentative dello sviluppo del sistema museale cittadino. L’ampio programma di appuntamenti, oltre a valorizzare la sua figura, punta ad ampliare la conoscenza di cittadini e di turisti sull’opera culturale che lo ha contraddistinto, sempre in favore dell’arte e dello sviluppo di quell’offerta museale oggi fondamentale realtà e risorsa della città.

“E’ fondamentale continuare a dare memoria – dichiara l’assessore Briani – di quelle figure che hanno contribuito a rendere Verona lo straordinario patrimonio culturale che oggi conosciamo e possiamo ammirare. Il genio e la passione civile, artistica e culturale di Magagnato hanno contraddistinto non solo il suo percorso di vita ma le tante positive scelte compiute in favore della città. Ricordare una figura come Magagnato significa non dimenticare cosa è stata Verona nei decenni in cui lui ha operato e quanto è stato determinate il suo lavoro per i Musei Civici”.

“Direttore dei civici Musei e Gallerie d’Arte di Verona dal 1955 al 1986 – ricorda la direttrice Rossi – Magagnato è una figura determinante nella storia dei Civici Musei. Intellettuale attento e sensibile, si distingue per un interesse profondo per la genesi dell’opera, l’indagine delle forme urbane, la salvaguardia dei beni culturali e il restauro, per l’insegnamento e il dialogo con gli artisti contemporanei. È tra i promotori del dialogo scuola-museo e dell’idea di museo come luogo di formazione permanente.
Tra il 1957 e il 1964 è protagonista, con l’architetto Carlo Scarpa, del restauro e del riallestimento del Museo di Castelvecchio, secondo un progetto d’avanguardia tra i più rappresentativi della museografia del Novecento”.

Programma.
Mostre. Dall’11 di novembre, alla GAM
, nel rinnovato percorso espositivo ‘Passioni e visioni: percorsi dalla storia della Galleria d’Arte Moderna Achille Forti’ si trova la speciale sezione a lui dedicata, intitolata ‘L’arte contemporanea nello sguardo di Licisco Magagnato (Vicenza 1921- Venezia 1987): mostre veronesi e acquisizioni per la Galleria d’Arte Moderna’.

L’esposizione documenta e valorizza il profondo legame tra Licisco Magagnato e l’arte contemporanea, un aspetto ancora poco indagato della sua poliedrica personalità. Magagnato fu un aggiornato e appassionato intenditore, impegnato come critico d’arte e organizzatore, capace di utilizzare luoghi diversi, pubblici e pri-vati, tra sale espositive e spazi all’aperto, a seconda del carattere del progetto. Dalle prime recensioni su giornali e riviste alla redazione di testi per amici artisti, dalle mostre importanti su Semeghini, Vedova, De Pisis, Balla, Consagra, a quelle sull’astrattismo e i giovani concettuali, la presenza del contemporaneo è un filo rosso presente lungo tutto l’arco della sua vita.

La sezione ospita autori molto cari a Magagnato, come Semeghini, De Pisis, Vedova, Birolli, le cui opere furono esposte in mostre veronesi organizzate tra gli anni Cinquanta e Sessanta o acquisite dal Comune di Verona per le collezioni civiche grazie al suo impulso. La sezione è completata da un focus che evidenzia l’interesse per le tendenze dell’arte astratta e concettuale che animò Magagnato negli anni Settanta e Ottanta: un’eredità portata avanti e sviluppata da Giorgio Cortenova, Direttore della Galleria civica dal 1985 al 2008, a tutt’oggi riconoscibile nelle iniziative che l’istituzione promuove sul fronte contemporaneo.

Fino al 6 marzo 2022, nella sala Boggian al Museo di Castelvecchio, la mostra ‘Ritorno alla rappresentazione. Gli acquerelli di Francesco Arduini. Una donazione al Museo di Castelvecchio’. Inaugurazione il 3 dicembre alle ore 13. L’esposizione dossier, a cura di Francesca Rossi e Ketty Bertolaso, presenta 60 acquerelli donati da Francesco Arduini al Gabinetto Disegni e Stampe del Museo di Castelvecchio. Opere di delicata suggestione, che costituiscono una ripresa della rappresentazione, dopo l’astrattismo degli esordi, e che trovano nell’acquerello il medium ideale per restituire una “densità cromatica e tattile inusitata in rapporto alla traduzione consolidata di questa tecnica”, come sottolinea l’artista. Un lungo sodalizio di amicizia e di profonda stima artistica legò Licisco Magagnato a Francesco Arduini. Tra gli anni Sessanta e Settanta, il direttore acquisì alcune opere dell’artista e dedicò molte pagine in cataloghi di mostre monografiche e collettive alla sua produzione pittorica e grafica. Accanto agli acquerelli donati da Francesco Arduini saranno esposti dipinti e disegni appartenenti alle collezioni civiche veronesi e in prestito dalla raccolta dell’artista.

Dall’11 dicembre al 16 gennaio, al Museo di Castelvecchio, Galleria delle Sculture, esposizione Lapilli di Giorgio Vigna. Un percorso ideato in collaborazione con Galleria veronese Studio la Città, in occasione della donazione dell’opera Acquaria, realizzata da Vigna per il giardino di Castelvecchio nel 2013 e donata dall’artista stesso al museo nel 2021 per la ricorrenza del centenario di Magagnato. Inaugurazione in pro-gramma l’11 dicembre alle ore 16.

In continuità con l’installazione Acquaria che abita la fontana di Scarpa nella corte esterna, Giorgio Vigna crea un inedito percorso espositivo nella Galleria delle Sculture, confrontandosi nuovamente con lo spazio scarpiano. I suoi sassi immaginari tornano a incontrarsi con l’architettura petrosa del Castello e con i sassi naturali del greto dell’Adige usati da secoli per edificare. I sassi diventano un piccolo elemento denso di si-gnificato del linguaggio sviluppato da Giorgio Vigna in oltre trent’anni di ricerca. Inoltre, segnano, come piccole offerte poetiche, la continuità del suo omaggio al Museo di Castelvecchio, a Carlo Scarpa e a Licisco Magagnato.

Il 6 dicembre, alle ore 15.30, al Centro Audiovisivi, nella sala Farinati alla Biblioteca Civica, la proiezione cinematografica in onore di Licisco Magagnato.

L’appuntamento, organizzato con la collaborazione dell’Area Cultura – Centro Audiovisivi della Biblioteca Civica, coinvolgerà un pubblico ampio ed eterogeneo mediante il linguaggio cinematografico, che mostrerà la partecipazione del giovane Magagnato alla resistenza vicentina, origine del suo impegno civile nell’Italia del secondo dopoguerra.

Il 9 dicembre, dalle ore 9.30 alle 18, alla sala Convegni della Gran Guardia, una giornata di studio sul tema ‘Licisco Magagnato tra storia dell’arte e politica culturale’. Coordinamento scientifico: Francesca Rossi, Antonella Arzone, Fausta Piccoli
La giornata, organizzata dal Museo di Castelvecchio, intende rendere omaggio e approfondire la figura e il ruolo di Licisco Magagnato come studioso, critico d’arte e direttore di museo, e ripercorrere il suo profondo impegno nella politica culturale del nostro Paese. L’evento verrà trasmesso in streaming sul canale YouTube I MUV – I Musei di Verona.

Saranno presenti, come relatori, studiosi legati ai Musei Civici di Verona, di Vicenza, di Bassano e alle Uni-versità di Verona, Padova, Venezia, insieme ad allievi e testimoni dell’attività scientifica e culturale di Magagnat. Interventi di Guido Beltramini, Howard Burns, Anna Maria Conforti Calcagni, Maurizio Cossato, Alba Di Lieto, Matteo Fabris, Tiziana Franco, Barbara Guidi, Cristina Lonardi, Sergio Marinelli, Paola Marini, Marta Nezzo, Stefania Portinari, Francesca Rossi, Vincenzo Tiné. L’incontro è realizzato con il contributo della Casa Vinicola Sartori.

Il 17 dicembre alle ore 11, intitolazione del giardino del Museo di Castelvecchio, a Licisco Magagnato e a Carlo Scarpa.

Il restauro e il riallestimento di Castelvecchio, promossi dal direttore Licisco Magagnato e realizzati dall’architetto Carlo Scarpa tra il 1958 e il 1964, costituiscono un punto di riferimento, studiato e ammirato, della felice stagione museografica italiana del secondo dopoguerra. Il Museo di Castelvecchio, infatti, offre una testimonianza esemplare del dialogo tra la committenza pubblica e illuminata di un direttore di museo e di un maestro dell’architettura, la cui memoria si salda tangibilmente nella doppia intitolazione del giardino di Castelvecchio. A Licisco Magagnato e a Carlo Scarpa viene quindi dedicato il Cortile della piazza d’Armi in quanto luogo simbolo della lungimirante progettualità e della sintonia tra il direttore e l’architetto.

Infine, dedica a Licisco Magagnato del catalogo della mostra diffusa Dante a Verona 1321-2021. Il mito della città tra presenza dantesca e tradizione shakespeariana.

Nell’ambito delle iniziative che hanno visto il Comune di Verona partecipare, insieme alle città di Firenze e Ravenna, alle attività del “Comitato Nazionale per la celebrazione dei 700 anni dalla morte di Dante Alighie-ri”, a Licisco Magagnato è stata riservata una dedica nel catalogo della mostra diffusa.

Licisco Magagnato (Vicenza 1921 – Venezia 1987) è direttore del Museo Civico di Bassano del Grappa tra il 1951 e il 1955. Dal 1955 al 1986, è alla guida dei civici Musei e Gallerie d’Arte di Verona. Tra il 1957 e il 1964 è protagonista, con l’architetto Carlo Scarpa, del restauro e del riallestimento del Museo di Castelvecchio, secondo un progetto d’avanguardia tra i più rappresentativi della museografia del Novecento. Protagonista della resistenza vicentina e poi membro del Partito d’Azione e quindi del Partito Repubblicano, si dimostra sempre profondamente coinvolto nella vita politica, sociale e culturale del Paese e contribuisce alla creazione del Ministero dei Beni Culturali, istituito nel 1974, e nel 1977 è nominato vicepresidente del Comitato di settore per i Beni artistici e storici del ministero. Libero docente di Storia dell’Arte dal 1967, di-venta professore incaricato stabilizzato di Storia dell’Arte presso la facoltà di Economia e Commercio (Corso di Lingue) dell’Università di Padova (sede distaccata di Verona) a partire dall’anno accademico 1970-1971. Tra il 1970 e il 1973 apre il Museo degli Affreschi, intitolato a G.B. Cavalcaselle, e la Casa di Giulietta. Nel 1982 riapre al pubblico il Museo Lapidario Maffeiano, su progetto dell’architetto Arrigo Rudi; avvia il restauro dell’isolato e del Palazzo Emilei Forti, su progetto dell’architetto Libero Cecchini. Come studioso, è attento a un ampio ventaglio di argomenti di storia dell’arte, con particolare riferimento all’arte veneta, a partire dagli studi sul Teatro Olimpico di Vicenza e su Jacopo Bassano, a temi palladiani e sulla storia dell’arte, la cultura, la trattatistica dal Medioevo al Settecento. Numerose sono le iniziative espositive dedicate da Magagnato all’arte contemporanea, all’architettura, all’arte popolare e alle arti minori. Promuove e cura mostre tra cui, per l’ambito medievale e moderno: Da Altichiero a Pisanello (1958), Dante e Verona (1965), Cinquant’anni di pittura veronese 1580-1630 (1974), La pittura a Verona tra Sei e Settecento (1978), Progetto per un museo secondo. Dipinti restaurati delle collezioni del Comune di Verona (1979), Palladio e Verona (1980), Carlo Scarpa a Castelvecchio (1982).

Roberto Bolis (anche perla fotografia)