“La stanza dei fiori” a Montichiari

Aperta fino al prossimo 4 agosto presso Museo Lechi di Montichiari, “La stanza dei fiori” propone quindici opere private mai prima esposte sulla pittura botanica dell’Ottocento francese. La sala espositiva diventerà anche occasione di alcuni approfondimenti. L’11 maggio una visita guidata con il direttore del Museo Lechi, Paolo Boifava; il 18 maggio una conferenza su “Il potere dei fiori nell’Europa Romantica. Da Redouté ad Hayez”; il 25 maggio un corso di acquarello botanico; il primo giugno una conferenza su “La rosa tra Otto e Novecento, storia e fortuna botanica della regina dei giardini”. Pierre Joseph Redouté realizzò circa 500 tavole acquerellate, poi tradotte in incisioni di grande formato e alta qualità, tra il 1802 e il 1816, nella serra di Joséphine de Beauharnais, al castello Malmaison. Le tavole, a colori e ritoccate ad acquerello, vennero raccolte nell’opera “Le Liliacee”, in otto volumi tirati in 200 copie grazie al sostegno di Napoleone Bonaparte. Il volume era di straordinaria importanza, data la difficoltà di conservare erbari di bulbose, divenendo quindi fondamentale per i naturalisti dell’epoca. Dell’opera, sono esposti in mostra cinque fogli: Ixia Maculata, Hemerocallis japponica, Kaempferia longa, Colchicum arenarium, Iris triflora.

Kaempferia longa

Di Augustin Thierriat è, invece, Tulipani, un acquerello su carta tra il 1830 e il 1840: Thierrat era uno dei maestri della scuola di decorazione floreale di Lione. Allieva di Redouté fu Appoline Chacheré de Beaurepaire che esponeva i suoi acquerelli a Parigi: la moda lanciata da Joséphine de Beauharnais di decorare le camere da letto dell’aristocrazia e della ricca borghesia con acquerelli naturalistici fu il successo di alcuni di questi artisti. Le si affiancano Anne Ernestine Panckoucke, Adèle Lallemand, Madame Charles, Marie Prudence Couvreux. La loro produzione di Camelie, Vasi di rose, Vasi di fiori con camelie, zagare polemonium, ma anche Bouquet con narcisi, lillà, tulipani, peonie e altri bellissimi fiori, sono da vedere. Occasione per visitare l’interessante Museo Lechi, con opere di assoluto rilievo, come i quadri del Romanino e del Pittocchetto.

“La stanza dei fiori”, Museo Lechi, Montichiari (Brescia)

Fino al 4 agosto 2019; da mercoledì a sabato 10-13 e 14.30-18; domenica 15-19. Primo maggio chiuso.

 

Alessia Biasiolo

Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti

Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto”Vecchio con carlino”

Aperta a Brescia, a Palazzo Martinengo, fino al 9 giugno, è visitabile la bella mostra “Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti”, a cura di Davide Dotti. L’esposizione affronta l’interessante legame tra committenza, artisti e animali che ha interessato soprattutto il Rinascimento, sotto varie forme, dall’animale da compagnia, all’animale esotico importato per sgomentare ospiti o pubblico, alle battute di caccia. Esposte le opere del Pitocchetto Ceruti, con anche quattro tele mai esposte prima, accanto a lavori di Guercino, Bachiacca, Grechetto, Campi, Giordano, Duranti, alcuni fiamminghi, tra gli altri.

Proprio Ceruti è stato scelto per la locandina della mostra, un bellissimo “Vecchio con carlino” del 1802 dalle intensità carezzevoli e dal fascino unico: la dolcezza con il quale un anonimo anziano tiene in braccio l’amato cucciolo, sorreggendogli le zampette anteriori tra le dita, rende la grandezza del Pitocchetto che non solo era geniale nel ritrarre la povera gente nelle scene di genere, ma era anche capace di dare carattere ai ritratti più nobili dei ricchi. Il quadro fa coppia con “Vecchio con gatto” della sala successiva, lavori citati nella collezione Melzi d’Eril milanese. Inedite sono, invece, “Ritratto di gentiluomo con labrador” di Lippi, “Venere, Amore e cagnolino vestito da bambina” di Liberi e “Ritratto di ragazzino con cane” di Fiasella, appartenenti a collezioni private. Un’ottantina di capolavori riuniti a sottolineare il rapporto uomo-animali, sotto l’egida del WWF Italia.

Si ha la possibilità così di leggere delle schede tematiche per capire la situazione degli animali rari o del bracconaggio, nelle sezioni suddivise in: animali nella pittura sacra, cani, gatti, pesci rettili e insetti, uccelli, animali da fattoria, nani e pigmei, animali esotici. È il caso del rinoceronte che girava per le corti europee per la gioia del proprietario, piuttosto che i fenicotteri, le scimmie, o il più casereccio asino. Una mostra molto visitata e apprezzata, con audio-guida a disposizione, facilmente fruibile da tutti, compresi i bambini che si possono così fare avvicinare ai percorsi museali o di visita.

 

Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti

Palazzo Martinengo, via dei Musei 30, Brescia

Fino al 9 giugno 2019

Orari: mercoledì, giovedì e venerdì: dalle 9:00 alle 17:30; sabato, domenica e festivi: dalle 10:00 alle 20:00; lunedì e martedì chiuso. Aperture straordinarie: Pasqua, Pasquetta, 25 Aprile, 29 aprile, 30 aprile, 1 maggio, 2 giugno.

 

 

Alessia Biasiolo

 

Waking Dream

Waking Dream è una mostra sperimentale a cura di Maria Abramenko che avrà luogo durante la settimana di MiArt a Milano dal 5 aprile al 9 aprile presso 308 Nulla è perduto (via Sartirana 3).

Waking Dream riunisce 7 artisti e 2 collettivi con talenti altamente individualistici sotto il tema del sogno lucido: i meme subconsci, i simboli e le figure antropomorfe presenti nel nostro paesaggio onirico, e il loro impatto sulla mente al risveglio. L’ispirazione per questo tema è tratto dagli scritti di Carl Gustav Jung e dalla sua convinzione che la creatività della mente nello stato di veglia è una sintesi di pensieri che turbinano attraverso l’inconscio durante le ore di sonno.

Questa mostra, partendo dalla dimensione onirica del soggetto come un’eclissi totale dei cinque sensi, si interroga sui dualismi esperienza-percezione. La veglia e il sonno sono due stati di coscienza opposti. Il collegamento tra questi due mondi è the Waking. Durante il sonno il sistema neuronale inibisce la vividezza dei ricordi evocati dall’inconscio. In contrasto con il mondo contemporaneo, dove ogni giorno sperimentiamo i nostri avatar, degli alter ego più o meno consapevoli, di linguaggi algoritmici e una realtà parallela creata da bitcon questa mostra il sogno torna ad essere la facoltà più umana di simbolizzazione, una delle ultime vie organiche e spirituali che apre a infinite strade.

I sette artisti e due collettivi interpretano Waking Dream attraverso diverse sfaccettature che vanno a toccare tutti e cinque i sensi. La mostra porta lo spettatore a riflettere su come la vita subconscia influenzi il suo rapporto di percezione dell’opera d’arte.

Matteo Castiglioni presenta un’installazione audiovisiva che offre una riflessione esperienziale sulla realtà digitale.

Tadao Cern valicando la barriera tra opera, ambiente e spettatore esplora giocosamente il sogno lucido attraverso la leggerezza e la pesantezza, l’attrazione e la repulsione, la corporeità e l’immaterialità dei suoi Black Baloons.

Il collettivo DUSKMANN si ripresenta dopo l’installazione Preludio, tenutasi per Manifesta12. In questa occasione il gruppo artistico, dall’animo minimal post-atomico porterà una serie di sculture le cui geometrie infinite esprimono la potente energia espressiva del sogno come simbolo.

Ignazio Mortellaro decifra con il suo lavoro il sogno come orizzonte dell’intelletto, un luogo interiorizzato di libertà.

Scerbo indaga il rapporto tra l’essere umano e la sua esistenza attraverso il medium della luce e della trasparenza.

Con la sua opera Veronica Smirnoff mostra all’osservatore la delicatezza della dimensione onirica rappresentata tramite l’utilizzo delle tecniche dei maestri antichi.

Il collettivo olandese Graphic Surgery (Gysbert Zijlstra e Erris Huigens) scardina la percezione dell’ambiente attraverso il rigore geometrico di un intervento site-specif.

Le opere di Jonathan Vivacqua distorcono e deformano lo spazio fisico, tramutandolo in uno spazio del subconscio.

Infine, Giulio Alvigini, creatore di Make Italian Art Great Again, con le sue opere randomicamente disposte, propone un’ironica oggettivazione del sistema dell’arte contemporanea italiana.

Il 6 aprile alle 8:30 Waking Dream presenta un audio performance di Edoardo Dionea Cicconi, le quali vibrazioni sonore trasporteranno il pubblico in un momento lisergico a percepire l’esperienza di un sogno lucido.

 

Carmen Caggese

 

“I Quadri Dell’Orbo” in mostra a Milano

 

 Giancarlo Cerri, Sequenza plurima a memoria, 2017, acrilico su tela, cm. 100×80

 “Quadri dipinti senza vedere i colori, ma solo ricordandone la forza e l’intensità…”

Con queste parole il pittore milanese classe 1938 Giancarlo Cerri, da oltre dieci anni ipovedente, presenta fino al 6 aprile 2019, al Centro Culturale di Milano, in Largo Corsia dei Servi 4, la sua nuova mostra dal titolo più che mai evocativo: “I quadri dell’orbo”.

Curata da Stefano de Angelis, la mostra è statarealizzata in collaborazione con CBM Italia Onlus, l’organizzazione umanitaria impegnata nella cura e prevenzione della cecità evitabile nei Paesi del Sud del mondo.

Da tempo, infatti, CBM Italia Onlus racconta attraverso la bellezza dell’arte ciò che solitamente non è considerato bellezza: il buio della cecità e della disabilità. Dapprima con il “Blind Date”, il concerto al buio di Cesare Picco; dallo scorso anno con la collana editoriale edita con #logosedizioni, e ora con la nuova mostra di Giancarlo Cerri.

Le opere espostesaranno messe in vendita tutte allo stesso prezzo (1.000 euro), e il ricavato andrà a sostegno del programma di cura e prevenzione della retinopatia del prematuro in America Latina, dove CBM è presente in diversi Paesi come Bolivia, Paraguay e, dal 2019, in Guatemala, formando personale medico locale e fornendo strumenti per l’identificazione precoce e il trattamento della malattia. La cura della retinopatia è infatti una lotta contro il tempo: è necessario trattare tempestivamente con laserterapia i neonati malati per evitare che diventino ciechi per sempre.

La retinopatia del prematuro è la prima causa di cecità infantile evitabile in America Latina. Su 10 bambini ciechi, 4 lo sono proprio a causa di questa terribile malattia causata dalla prolungata esposizione all’ossigeno dell’incubatrice nei neonati pretermine. L’incontro con Giancarlo Cerri, padre di Giovanni, anch’egli pittore e con il quale abbiamo già collaborato, rappresentaancora una volta per CBM la possibilità di avvicinare il pubblico alla nostra mission attraverso uno strumentoin cui crediamo particolarmente, l’arte, e tracciare così un ponte di solidarietà tra il Nord e il Sud del mondo” ha dichiarato Massimo Maggio, Direttore di CBM Italia Onlus.

Nata da un’idea di Stefano de Angelis e Massimo Maggio, direttore di CBM Italia Onlus, la mostra presenta 21 opere, tutte delle stesse dimensioni (100×80), realizzate nel 2017, quando l’artista è tornato a dipingere nonostante la grave maculopatia che lo affligge dal 2004 e che poco alla volta ha spento i suoi occhi, rendendolo quasi completamente cieco.

Una malattia tremenda, vero e proprio calvario per chiunque, ancor più per un pittore che da sempre si affida allo sguardo e ai colori per interpretare e raccontare la vita.

Dodici anni fa, esattamente nel 2006, Giancarlo Cerri aveva dovuto smettere di dipingere, non riuscendo più a distinguere i colori… Oggi, invece, si è rimesso davanti a una tela, escogitando una modalità che ha trasformato la sua pittura, a cominciare dal passaggio dai colori ad olio agli acrilici, di più rapida essicazione e maggiormente malleabili.

È stata una rivoluzione “copernicana” imposta dalla vita e fortemente voluta dall’artista: “La verità è che non mi sono mai arreso alla malattia, trovando alla fine una mia particolare tecnica che mi consente di tornare a dipingere, sia pure saltuariamente e limitatamente. Uso gli unici colori che in qualche modo ancora distinguo e che ricordo maggiormente, come il rosso, il giallo e il nero, oltre il bianco della tela”.

I nuovi lavori di Giancarlo Cerri, realizzati per lo più d’estate quando la luce del giorno è molto forte e aiuta a vedere meglio le tonalità, sono stati “costruiti”con una tecnica molto particolare, posizionando sulla tela alcune carte di varie misure, a creare spazi geometrici all’interno dei quali dipingere. Si tratta dunque di opere che, prima di essere create sulla tela, vengono dipinte per “immaginazione compositiva”, attraverso una vera e propria “architettura” del quadro stesso, con colori acrilici usati in maniera cromaticamente timbrica, così come era solito fare quando lavorava unicamente con i colori a olio.

Il risultato sono dipinti astratti di grandissimo impatto visivo, ma che mantengono intattele peculiaritàdel “fare pittura” di Giancarlo Cerri, da lui stesso definita “astrattismo concreto”: sottrazioni alla ricerca dell’essenziale, contrasti di forze contrapposte che reclamano il proprio spazio.

Decisamente non più una pittura istintuale e di movimento, ma una pittura prevalentemente di composizione, ugualmente potente e intensa.

Opere costruite prima nella mente, capaci di evidenziare come Giancarlo Cerri sia semprein grado di leggere la società e le vibrazioni che quest’ultima trasmette, grazie a una straordinaria capacità, anche nel passaggio da vedente a disabile, di utilizzare il linguaggio espressivo che ha accompagnato la sua vita per oltre cinquant’anni: la pittura.

Il catalogo della mostra presenta un contributo critico di Stefano Crespi.

CBM è la più grande organizzazione umanitaria internazionale impegnata nella cura e prevenzione della cecità e disabilità evitabile nei Paesi del Sud del mondo. CBM Italia fa parte di CBM, organizzazione attiva dal 1908 composta da 10 associazioni nazionali (Australia, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Kenya, Nuova Zelanda, USA, Sud Africa e Svizzera) e che insieme sostengono progetti e interventi di tipo medico-sanitario, di sviluppo ed educativo. Dal 1989 CBM è partner dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella lotta contro la cecità prevenibile e la sordità. CBM opera nei Paesi nel Sud del mondo in sinergia con i partner locali in un’ottica di crescita e sviluppo locale. Lo scorso anno CBM ha raggiunto oltre 35 milioni di persone attraverso 530 progetti in 54 Paesi di tutto il mondo.

Centro Culturale di Milano

Largo Corsia dei Servi 4 fino al 6 aprile 2019. Orari di apertura: lun-ven 10.00-13.00, 14.00-18.00; sab-dom 15-19

Ingresso libero

De Angelis (anche per la foto del quadro)

 

Ulderico Tramacere, “Nylon”, a Milano

Dieci immagini in bianco e nero per raccontare la sofferenza di una natura secolare, simbolo di pace e saggezza, che all’improvviso viene modificata per far spazio a un discusso intervento dell’uomo.

Red Lab Gallery/Miele, di via Solari 46 a Milano, presenta a ingresso libero, fino al 2 aprile 2019, la mostra fotografica di Ulderico Tramacere Nylon, a cura di Gigliola Foschi.

Nylon, seconda di quattro esposizioni personali unite dal tema “Ascoltare la Terra”, è l’intenso e delicato racconto della fase che precede l’espianto degli ulivi nel Salento per far posto al TAP, il Gasdotto Trans Adriatico che, collegando il Gasdotto Anatolico alla zona di confine tra la Grecia e la Turchia, si snoda per 845 km prima di attraversare il territorio italiano per altri 33 km.

Ulderico Tramacere, autore salentino nato a Lecce nel 1975 e intimamente legato alla sua terra, parte da un fatto di cronaca, che ha messo in discussione millenni di cultura e civiltà contadina, per invitare a riflettere su quello che le azioni umane possono provocare a livello ambientale, culturale e sociale.

Distanti da una fotografia di racconto giornalistico o documentario, le sue immagini empatiche comunicano il sentimento di un’identità minacciata eppure potente.

U. Tramacere, “Danza macabra 7”, 2018, stampa giclée, cm 90×65

Nylon non vuole essere una denuncia o un giudizio di valore sul gasdotto, ma un atto di pietas, un gesto d’amore nei confronti degli ulivi del Salento: la ripetitività ritmica degli alberi incappucciati, sculture lignee dalle fattezze umane, e la scelta da parte dell’artista della stampa in bianco e nero, evidenziano il dramma in atto senza enfasi e in modo interrogativo.

Insieme ai progetti del 2016 Cellophane (sul dramma dei migranti alla frontiera greco-macedone) e Pluriball (sulle devastazioni del terremoto nell’Italia centrale), Nylon rappresenta il terzo atto della trilogia “Film plastici”, nata con precisi obiettivi etici e con l’intento di riflettere sull’opacità dell’informazione

Gigliola Foschi: “Le sue immagini s’impongono per la loro essenzialità poetica, per la loro capacità metaforica di comunicare il dramma di questi alberi, eradicati dalla terra che li nutriva e trasformati in malati in attesa di spostamento.   Basate sulla vicinanza e sulla capacità di “vedere-sentire” tali ulivi come presenze ferite e potenti, le fotografie di Tramacere compongono una sorta di inquietante e affascinante danza macabra; ci fanno avvertire il grido di dolore di una natura sempre più dominata dall’uomo ma, al contempo, ne fanno emergere la forza arcaica”.

I racconti fotografici all’interno dell’avvolgente spazio della Red Lab Gallery vengono ulteriormente esaltati grazie a una innovativa modalità di allestimento, il sistema photoSHOWall: moduli-cornice che possono ospitare foto singole originali in tiratura limitata o scomposizioni inedite.

In dialogo con le fotografie di Ulderico Tramacere l’artista Daniele Papuli presenta la sua opera Panta Rei realizzata con materiali plastici per imballaggi.

Il progetto “Ascoltare la Terra”, dopo le mostre di Bruna Rotunno e Ulderico Tramacere continuerà con Nel buio si cela la luce di Erminio Annunzi (aprile/maggio 2019), e Atlas di Alessandra Baldoni (giugno/luglio 2019).

Ulderico Tramacere (Lecce, 1975). Nel 2018 ha partecipato a MIA Photo Fair, nella sezione “Proposta MIA” con Nylon, progetto che ha ricevuto il “Premio MIA Photo Fair / RAM Sarteano” ed è stato esposto nel 2018 nella mostra Verso il cielo (Rocca Manenti, Sarteano, SI). Nel 2017 ha esposto a MIA Photo Fair e ha vinto il premio “Piaceri d’Italia” con l’opera Pecora Nera.  Nel maggio 2017 la fotografia Gatto Nero è stata pubblicata all’interno del volume a tiratura limitata, edito da Henry Beyle, Gatti di Maggio di Vasco Pratolini. Tra i suoi precedenti lavori: Film plastici (2016-in corso), riflessione sul linguaggio documentaristico attraverso l’osservazione di eventi come il terremoto in Centro Italia e il dramma dei migranti in territorio greco-macedone; Arneo (Ed. Grifo, 2015, prefazione di Ferdinando Scianna), libro fotografico sulla storia e l’evoluzione di una porzione di territorio salentino, presentato ed esposto a Lecce (Cantine Moros), Roma (Galleria Gallerati), Milano (Photofestival), Siracusa e Modica (Med Photo Fest) e Bibbiena (CIFA); Lente di Fresnel (2004-in progress), il quale oggi funge da “firma” dell’autore e della sua personale ricerca sul ritratto fotografico, esposto per la prima volta al “Festival Internazionale della Fotografia di Roma” nel 2009; Liber Monstrorum de diversis generibus (2012), bestiario contemporaneo esposto al Centro Italiano della Fotografia d’Autore e presso Art Vilnius (Lituania, 2014).

Red Lab Gallery/MieleVia Solari 46, Milano. Fino al 2 aprile 2019.

Ingresso libero

Orari di apertura: da lunedì a venerdì 15.00-19.00; sabato 10.00-12.30; 15.00-19.00.

De Angelis

 

Le Civiltà e il Mediterraneo

Un’interessante mostra aperta a Cagliari, presso il Palazzo di Città e il Museo Archeologico Nazionale fino al prossimo 16 giugno, permette di osservare da vicino 550 reperti sardi e di altre culture del Mediterraneo e del Caucaso, provenienti dal Polo Museale della Sardegna e dai musei di Napoli, Tunisi, Salonicco, Berlino e San Pietroburgo. Una mostra curata da Yuri Piotrovsky del Museo Statale Ermitage e da Manfred Nawroth del Pre and Early History National di Berlino, con Carlo Lugliè dell’Università di Cagliari e Roberto Concas direttore del Museo Archeologico di Cagliari. La mostra è promossa dalla Regione Autonoma Sardegna con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, il Comune di Cagliari, musei e fondazioni.

Esposti monili, ceramiche, armi, vasellame, ornamenti, idoli, oggetti di culto, attrezzi da lavoro, soprattutto 120 opere dell’archeologia preistorica sarda, dal Neolitico al primo millenni avanti Cristo, specialmente dell’Età del Bronzo, tra i quali figure della dea madre, terrecotte a disegno geometrico che venivano utilizzate come stampi (pintadere), ciotole e miniature di nuraghi. È possibile quindi verificare gli scambi di materie prime, soprattutto rame e stagno, nel bacino mediterraneo, soprattutto tra la Sardegna e Cipro, Creta, Troia; manufatti che si diffondono dal Mar Nero alla Francia, lavorati da popolazioni nuragiche che commerciano fino all’Oriente e alla Spagna. La mostra permette di conoscere lo sviluppo della civiltà nuragica sarda fino al post-nuragico e di sapere quanto la Sardegna fosse centrale nel sistema di scambio di materiali e prodotti finiti nell’area mediterranea. Pochi sanno, ad esempio, che i sardi nuragici erano abili combattenti, probabilmente i guerrieri Shardana che nessuno riusciva a battere, con lance, scudi ed elmi rotondi. Il periodo di massima espansione nuragica lo si ebbe circa 7500 anni fa, con la presenza di 4500 fortificazioni, 311 insediamenti e 182 villaggi.

L’area Su Nuraxi, del XV secolo a.C., costituita da un imponente nuraghe e da un villaggio di capanne, è patrimonio UNESCO dal 1997, unico sito sardo ad avere il prestigioso riconoscimento. I siti archeologici sull’isola sono ben 54 e tutti possono diventare un gioiello da visitare, producendo economia. Da quando è stata creata la Fondazione Barumini Sistema Cultura il numero di visitatori dei nuraghi è in costante aumento, valorizzando un’area che merita attenzione e creando un indotto per la splendida Sardegna che merita molta più attenzione e cura da parte di tutta Italia. Un’organizzazione che è stata premiata per la cura del patrimonio culturale e, soprattutto, per la sua gestione. Interesse suscitano anche i launeddas, strumenti tipici sardi, che si affiancano ai nuraghi e ai museo archeologico ed etnografico, ai parchi archeologici e alle aree archeologiche ricche di resti di natura fossile e di manufatti preistorici o dell’età antica. Interessante è che molti giovani si dedicano alla valorizzazione dell’isola, recuperando anche siti trascurati come Noddule e, su esempio della Fondazione, creando motivo di interesse per i visitatori e lavoro. La mostra di Cagliari sarà senz’altro un modo per attirare l’attenzione sulla Sardegna non soltanto per i bei mari presi d’assalto d’estate.

 

Alessia Biasiolo

Andrea Calabresi “Sun, and Close Landscapes”

Dark Embraces dal ciclo Close Landscapes

Giovedì 21 febbraio 2019, alle ore 18, si inaugura a Roma alla MAC Maja Arte Contemporanea (via di Monserrato 30) la personale del fotografo italiano Andrea Calabresi. In mostra una selezione di quindici fotografie in bianco e nero appartenenti alle serie Close Landscapes e The Upper Half; due progetti di lunga durata, aventi per tema il paesaggio, la Luna e il Sole, in cui la tecnica fotografica analogica viene utilizzata per ottenere la massima ricchezza espressiva delle immagini.

Di Close Landscapes (2001-2009) si espongono sei stampe vintage (formato cm 60×120) alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata, stampate dall’autore stesso. La semplice composizione delle fotografie (due bande orizzontali: terra/cielo) e l’accurata attenzione alla resa della luce naturale spingono lo spettatore ad un’intimità contemplativa che restituisce sulla pelle la suggestione del caldo o del freddo, dell’umido o della secchezza della terra e dell’aria che la sovrasta.

La serie debutta nell’autunno del 2006 a New York presso la MV Gallery di Tribeca e l’anno successivo viene presentata a Roma accompagnata da un prezioso volume con la prefazione di Arno Rafael Minkkinen il quale, a proposito di questo lavoro, osserva: “Calabresi dedica un occhio alla perpetua presenza del cielo, l’altro alla palpabile superficie della terra. Tuttavia nessuna gerarchia è mostrata o voluta. Le sue immagini sembrano invece suggerire che ciò che accade nel cielo e ciò che accade sulla terra sia egualmente affascinante. […] Le immagini parlano di eventi naturali, delle armonie e disarmonie del rapporto tra il nostro corpo terreno e la nostra mente fluttuante. […] partecipano dell’eterno dramma del desiderio di portare il paradiso sulla terra e di innalzare il nostro essere terreno verso la sacralità dell’infinito.”

“Il progetto ha due fonti di ispirazione letteraria,” – sottolinea Calabresi – “i primi versi de L’infinito di Giacomo Leopardi e il concetto del verosimile di Alessandro Manzoni. L’intento del mio lavoro è di ridurre, con un’attenta ricerca tecnica, sia l’enfasi estetica che la carica di artificiosità che il mezzo fotografico porta con sé essendo ancora legato al pittorialismo. Cerco di portare l’oggetto alla sua essenza spogliandolo delle sovrastrutture. I miei paesaggi diventano così l’opposto di una ‘veduta’, ne negano proprio la possibilità (come la famosa ‘siepe’). Questo lavoro di sottrazione consente di spostare l’attenzione dal referente alla rappresentazione rendendo le immagini evocative e consentendo agli effetti di luce, alle trame e ai toni di acquisire un valore espressivo dominante.”

Dopo il successo nel 2014 della mostra Moon, la MAC Maja Arte Contemporanea presenta in questa occasione per la prima volta al pubblico, Sun, la seconda parte del progetto The Upper Half (2006-2018), esponendo otto fotografie alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata (cm 50×50) e una stampa ai pigmenti di grande formato (cm 150×190), quest’ultima in edizione unica.

In The Upper Half Andrea Calabresi rende omaggio alle sorgenti luminose per eccellenza: il Sole e la Luna; un’esplorazione dei limiti della stessa visibilità, da una parte la fonte di luce più potente che conosciamo, dall’altra il suo pallido riflesso proiettato sulla Terra dal suo satellite.

Nei grandi cieli diurni, dove il Sole illumina prepotentemente la spettacolare casualità degli eventi atmosferici, Calabresi ricerca la fusione tra la purezza di una visione infantile e la complessità del guardare propria dell’età adulta.

Con una tecnica complessa, che cerca di farsi invisibile per ricreare la semplicità del guardare con i nostri occhi, il fotografo insegue una forma di realismo percettivo dell’immagine, rifiutando qualsiasi deriva pittorica o spettacolarizzazione della visione, senza alterare la prospettiva ed esasperare i toni, proseguendo così l’intento estetico di Close Landscapes.

Andrea Calabresi nasce a Roma nel 1967. Comincia a scattare fotografie e a lavorare in camera oscura fin da bambino. Inizialmente autodidatta deve la formazione successiva a James Megargee e ad Arno Rafael Minkkinen.

E’ fotografo professionista dal 1990, lavorando in vari campi, ma soprattutto in fotografia d’architettura. Nel 1996 apre a Roma un laboratorio di stampa fine art in bianco e nero e si concentra sullo studio della tecnica, i progetti artistici, la ricerca storico critica e l’insegnamento. Insegnamento che tutt’oggi svolge presso Corsi Foto Analogica, Spazio Labò, il Toscana Photographic Workshops (TPW) dal 2003 e la Syracuse University (New York) dove è visiting professor dal 2004.

Il suo lavoro artistico si incentra su progetti di lunga durata, come le vedute urbane di Domande sul senso dello spazio (1995-2002), i paesaggi di Close Landscapes (2001- 2008) e The Upper Half (2006-2018).

La mostra è nel programma della manifestazione MFR19

Mese della Fotografia a Roma, 1-31 marzo 2019

organizzata dall’associazione FARO

MACMaja (anche per l’immagine)