Ruggero Savinio. Opere 1959-2022

La mostra Ruggero Savinio. Opere 1959-2022, promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Silvana Editoriale, curata da Luca Pietro Nicoletti, è allestita nelle stanze dell’Appartamento dei Principi di Palazzo Reale fino al 4 settembre 2022.

Ruggero Savinio (Torino 1934) torna così a Milano con un’esposizione antologica che presenta al pubblico alcune opere in parte inedite, o che non si vedevano da molto tempo, provenienti da collezioni pubbliche e private, ma anche dai depositi del Museo del Novecento, e che ripercorrono per intero la sua vicenda artistica e biografica. Sono passati ventitré anni dal 1999, quando Milano ospitò nella Sala Viscontea del Castello Sforzesco una grande mostra dell’artista.

L’esposizione, che raduna dipinti, disegni e opere su carta, prende avvio dagli anni di formazione di Savinio avvenuti fra Roma, Parigi e soprattutto Milano: la città è teatro di una delle sue stagioni più intense e tormentate, quando l’artista era in cerca di un luogo dove radicarsi e trovare una propria identità umana ed artistica. La storia raccontata in questa mostra – affidata a un gruppo di studiosi coordinato da Luca Pietro Nicoletti – non è quella del figlio di Alberto Savinio e del nipote di Giorgio de Chirico, numi tutelari mai rinnegati ma tutto sommato lontani, eco sullo sfondo di questa esposizione: è, invece, il racconto autonomo di un uomo che ha fatto della pittura, come scrisse lui stesso nel 2008, la «melodia interna» della sua vita. Dei tre de Chirico, infatti, Ruggero è sicuramente quello più “pittore”, che pur amando la letteratura e portandone le care e grandi ombre nel proprio immaginario visivo, ha capito che la via, per lui nato negli anni Trenta del Novecento, era di recuperare quel valore retinico della pittura che si disfa sulla tela, che è tutta colore e materia, attraverso cui raggiungere le vette di un’immaginazione arcadica, di panica adesione alla natura; salire il picco del sublime nel silenzio maestoso delle rovine antiche, e calarsi infine  nella quiete domestica di anni maturi, finalmente sereni. Savinio punta, come ha scritto nel 2019 ne Il senso della pittura, a un “assoluto” pittorico scevro da possibili altre implicazioni, capace di guardare ai maestri del passato con la freschezza di una scoperta declinata al presente. Non un’arte che descrive, la sua, ma «una sorta di abbandono alla vitalità della pittura».

Per questo motivo è stato scelto di presentare Savinio come se i suoi quadri fossero nati per le dieci sale dell’appartamento neoclassico, fra modanature, specchiere e velluti, per ricordare come la sua ricerca abbia fatto continuamente i conti con il Museo ideale della pittura e con le grandi quadrerie antiche. La scoperta di quei maestri, e in particolare quelli del secondo Ottocento, era avvenuta nelle grandi collezioni europee, ma anche grazie alle opere visibili nelle raccolte pubbliche milanesi, dove nacque quell’amore sensuale per il colore che si posa sulla tela con un fremito di piacere.

È un Novecento “altro”, quello a cui appartiene, in cui soffia un vento nordico placato dalle luci del Mediterraneo, fedele alle proprie ragioni interne e indifferente alle mode più chiassose e mondane dell’arte del secondo Novecento. Ai ritmi del consumo dell’arte contemporanea, infatti, Savinio ha opposto una composta e imperturbabile visione del mondo, che abbraccia il crepuscolo dei poeti. Sotto l’epidermide sensibile di una pittura fatta di piccoli tocchi, che l’artista stesso nel 1996 ha definito una «peripezia luminosa», e che conduce in luoghi ameni e idilliaci, c’è infatti un velo di malinconia e di inquietudine: nostalgia, forse, di una perduta “età dell’oro”.

La mostra di Palazzo Reale propone, in cinque sezioni, dipinti, disegni e opere su carta dall’inizio degli anni Sessanta al secondo decennio degli anni Duemila, mettendo in evidenza il rapporto fra ricerca pittorica, cultura letteraria e memoria  autobiografica.

La vita e l’immaginario di Savinio, infatti, sono costellati di luoghi fisici e letterari: Milano, teatro dei suoi esordi giovanili e dei suoi sodalizi con galleristi e altri artisti; le case di villeggiatura al Poveromo, a Capalbio e a Cetona, luoghi privilegiati dell’intimità familiare; Roma con i suoi parchi al tramonto e le sue rovine archeologiche; paesaggi montani visionari e onirici pronti a ospitare l’apparizione emblematica di fiori o altre presenze, scenario per Hölderlin in viaggio.

Per questa via la mostra, aperta da una sala di autoritratti proprio per sottolineare questo rapporto fra pittura e biografia, intende far emergere la mitologia privata dell’artista – autonoma rispetto alla storia artistica familiare di cui ha raccolto l’eredità – per calarlo nel proprio tempo e, soprattutto, sottolineare la sensualità che caratterizza il suo rapporto con la pittura, di cui danno riscontro numerose pagine dei suoi libri, delle sue dichiarazioni di poetica e dei testi dedicati ad amici pittori e maestri del passato.

La mostra ricopre inoltre particolare interesse nella scia della recente riscoperta storiografica degli anni Ottanta e del cosiddetto “ritorno alla pittura”, che per Savinio, da sempre fedele agli strumenti di quel linguaggio espressivo, segna un momento di rinnovata vitalità creativa.

RUGGERO SAVINIO. Opere 1959-2022, Palazzo Reale – Appartamento dei Principi

Piazza Duomo 12, Milano

E.C.

“Radici”, una mostra a Verona

“La vecchiaia non è un male incurabile, ma senza aiuto può essere molto dura”. Con questo slogan nasce nel 2004 il Fondo Monsignor Giuseppe Ciccarelli finalizzato a dare risposte d’urgenza e di carattere temporaneo a persone anziane, in situazioni di necessità sociosanitaria ed in precarie condizioni economiche, al fine di migliorare la loro qualità di vita. Per contribuire ad incrementare il Fondo, che negli ultimi cinque anni ha incassato oltre 400 mila euro di donazioni, dal 26 aprile al 10 maggio nella sala Polifunzionale della Gran Guardia si terrà la mostra “Radici” dell’artista architetto Paolo Zoppi. L’inaugurazione è fissata per martedì 26 aprile alle ore 18. L’esposizione resterà poi aperta ad ingresso gratuito tutti i giorni dalle 10 alle 12 e dalle 15 alle 18.30.

L’iniziativa, realizzata in collaborazione con l’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune e la Fondazione Pia Opera Ciccarelli Onlus, presenta venti tele dipinte ad olio dall’architetto Zoppi, legate da un tema evocativo, quello delle radici, a significare i legami familiari, culturali, umani che ci uniscono.

Il ricavato della vendita delle tele esposte, che verrà devoluto dall’artista al Fondo Monsignor Giuseppe Ciccarelli, servirà a potenziare l’iniziativa “Abbasso la Solitudine” rivolta alle persone anziane in difficoltà per realizzare percorsi di vicinanza concreta, come la consegna di pasti a domicilio o pacchi alimentari o l’accoglienza temporanea in RSA per motivi di emergenza sanitaria o abitativa improvvisa, con l’obiettivo di scongiurare situazioni di isolamento e disagio, accelerate anche dalla pandemia da Covid, che li spingerebbero sempre più verso una condizione di povertà assoluta. Attività già strutturate e messe in campo grazie al Fondo Monsignor Ciccarelli, attraverso una organizzazione consolidata che parte dalla segnalazione e dalla presa in carico degli anziani da parte dei Servizi Sociali del Comune per arrivare agli operatori della Fondazione Pia Opera Ciccarelli Onlus che li raggiungono a domicilio garantendo loro un pasto o una sistemazione e, con essi, un sorriso e una attenzione che scalda il cuore.

L’iniziativa è stata presentata in municipio dall’assessore ai Servizi sociali Maria Daniela Maellare. Presenti il direttore dei Servizi istituzionali Fondazione Pia Opera Ciccarelli Domenico Marte e l’artista Paolo Zoppi.

“Un progetto che unisce l’arte e il sociale, per un obiettivo davvero importante – ha detto l’assessore Maellare-Fondazione Pia Opera Ciccarelli è un sopporto insostituibile per il Comune, davvero preziosa l’attività svolta a favore degli anziani durante la pandemia, garantendo tutti i servizi e attivandone di nuovi. Il ricavato della mostra andrà a sostenere il Fondo e quindi i numerosi aiuti per gli anziani, sia quelli che vivono nelle loro case sia quelli ospiti negli istituti di assistenza”.

Paolo Zoppi è nato il 31 agosto 1947 a Verona dove vive e svolge la professione di architetto. Oltre alla libera professione tra gli anni Settanta ed Ottanta si è interessato anche di pittura, fotografia e cinema a passo ridotto, esponendo le sue opere in alcune personali, partecipando a rassegne nazionali ed internazionali e conseguendo numerosi riconoscimenti.

Roberto Bolis

L’anima della materia: il volto degli apostoli tra testimonianza e destino

Una mostra multisensoriale, multimediale e inclusiva, dove arte e spiritualità dialogano insieme una nuova spinta culturale cittadina. Dal 29 aprile al 28 maggio la Cripta della chiesa di Santa Maria in Organo ospita la mostra “L’anima della materia: il volto degli apostoli tra testimonianza e destino”, con opere dell’artista Antonio Amodio, promossa dalla Fondazione Verona Minor Hierusalem e organizzata in partenariato con le sezioni veronesi dell’Ente Nazionale Sordi e dell’Unione Italiana dei ciechi e degli ipovedenti.

Curata dal professor Davide Adami, la mostra vedrà esposti dodici dipinti e dodici sculture in legno di cedro per intraprendere un viaggio dedicato all’interpretazione del volto degli apostoli, nei momenti intensissimi e drammatici degli ultimi giorni di Gesù.

La pittura materica di Amodio è caratterizzata dalla tridimensionalità corporea, tattile, olfattiva della scultura lignea. Il legno utilizzato per le sculture è stato recuperato dagli alberi caduti durante la tempesta che colpì Verona il 23 agosto 2020, ispirando l’artista che immaginò all’interno di un tronco spezzato l’immagine degli apostoli.

La mostra è soprattutto inclusiva. Colore, materia, voce, racconto si intrecciano dando vita ad una narrazione multiforme, immersiva e profonda, in grado di essere vissuta da tutti e capace di colpire l’animo di ciascun visitatore. Le dimensioni molto grandi dei dipinti permettono infatti a tutti, comprese le persone ipovedenti, di immergersi nella personalità degli apostoli, mentre le sculture, con la loro tridimensionalità, garantiscono la fruibilità dell’opera d’arte anche ai ciechi, che con il tatto possono ricostruire, percettivamente, le linee dei volti di ogni personaggio.

Ciascuna opera, inoltre, è accompagnata da QR code che, una volta attivato, permette di ascoltare un monologo recitato dall’attore Alessio Tessitore e scritto dal biblista monsignor Martino Signoretto, vicario alla Cultura della Diocesi di Verona, che indaga e racconta pensieri, emozioni e riflessioni di ognuno degli apostoli effigiati.

La mostra è ad ingresso gratuito, e sarà inaugurata venerdì 29 aprile alle ore 17. Sarà aperta il venerdì dalle 10 alle 17.30 e il sabato dalle 10 alle 16. Durante gli orari di apertura i volontari della Fondazione saranno disponibili per l’accoglienza, inoltre sarà possibile richiedere una visita guidata per gruppi. È necessario essere in possesso di mascherina.

La locandina della mostra

Per informazioni telefono e whatsapp 3421820111 oppure via e-mail info@veronaminorhierusalem.it

“Verona Minor Hierusalem è una realtà ormai consolidata nella nostra città, che offre visite turistiche qualificate all’interno di parte del patrimonio artistico e religioso della città – ha detto l’assessore Toffali -. E questa mostra permetterà di valorizzare ulteriormente la chiesa di Santa Maria in Organo grazie alla sua multisensorialità. Quando abbiamo visto gli alberi abbattuti dal maltempo, abbiamo sempre sperato che trovassero nuova vita, questa è una soluzione di grande valore”.

“Ringrazio tutte le persone che si sono adoperate alla realizzazione di questa mostra – ha sottolineato don Viviani -. Rappresenta totalmente le finalità di Verona Minor Hierusalem, impegnata dalla sua nascita nella valorizzazione del patrimonio artistico e nella valorizzazione della spiritualità di tutti coloro che beneficiano del suo prezioso servizio culturale”.

“La mostra si svolge in uno spazio assolutamente suggestivo – ha affermato il curatore Adami -. Il taglio che si è voluto dare è quello profondamente umano. L’abilità dell’artista infatti è quella di creare attraverso un corpo della pittura prima e poi con la scultura far emergere l’interiorità degli apostoli nella loro individualità”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Tra Seicento e arte contemporanea. Un nuovo allestimento per il Museo d’Arte della città di Ravenna

In occasione dei 20 anni dall’Istituzione del Museo d’Arte della città di Ravenna si presenta al pubblico un nuovo allestimento delle collezioni permanenti. Dopo diversi anni di attesa, a seguito di un cedimento del solaio e un lungo cantiere di restauro, reso possibile grazie al contributo del Servizio Patrimonio della Regione Emilia – Romagna, il museo riapre sei sale con un nuovo percorso espositivo dedicato al seicento e all’arte contemporanea. In una prospettiva di valorizzazione del proprio patrimonio tornano, così, visibili le opere provenienti dalle collezioni, formatesi in virtù della soppressione delle corporazioni religiose e arricchite da numerose donazioni, lasciti, depositi e grazie alle straordinarie intuizioni artistiche di ravennati come Enrico Pazzi e Corrado Ricci e all’illuminata visione artistica di Giulio Guberti.

Il riallestimento delle collezioni, pianificato dal direttore Maurizio Tarantino e dalla conservatrice Giorgia Salerno, è stato progettato così con l’intenzione di valorizzare l’identità culturale del Museo d’Arte della città di Ravenna esaminando le profonde radici storiche locali  con un’attenzione costante agli sviluppi culturali attuali, nazionali ed internazionali, anche attraverso la valorizzazione e la riscoperta di opere d’arte appartenenti alla collezione permanente e che hanno segnato la storia del museo, come Stella-acidi di Gilberto Zorio, tra i principali esponenti dell’Arte Povera e il Wall Drawing #570 di Sol LeWitt, al centro di un dibattito culturale sull’arte concettuale.
Si tratta di un primo completamento, parte di un accurato piano di valorizzazione del patrimonio, che prevede fasi successive di riadeguamento di ulteriori spazi museali che permetteranno l’esposizione delle restanti opere risalenti al XVI – XVII secolo e d’arte contemporanea, attualmente custodite nei depositi.

Il percorso espositivo individuato si struttura così in due parti, una dedicata alle opere risalenti alla metà del cinquecento ed al seicento, rappresentative dell’intenso rapporto culturale, politico ed economico che ha caratterizzato – in quegli anni – l’area emiliano-romagnola in relazione con quella veneta, toscana e sotto l’estesa influenza dello Stato Pontificio.
La sezione dedicata all’arte contemporanea ripercorre le tappe principali dell’arte italiana dal dopoguerra fino agli anni ottanta, intrecciando le tendenze artistiche manifestatesi nelle grandi istituzioni culturali, come la Biennale di Venezia, con le correnti più sperimentali.
Così le grandi pitture di Francesco Zaganelli, Adorazione dei pastori con i Santi Girolamo e Bonaventura e Crocifissione con i Santi Antonio Abate e Francesco, il Cristo Redentore di Paris Bordon, il Martirio dei quattro Santi Coronati di Jacopo Ligozzi, la pala d’altare di Guercino con San Romualdo accompagnato dal San Benedetto di Carlo Cignani e dei Santi Bartolomeo e Severo in gloria di Marcantonio Franceschini, in un armonioso dialogo volgono lo sguardo al futuro delle collezioni verso le opere d’età contemporanea.
Mantenendo l’assetto architettonico originale dell’allestimento di Leone Pancaldi è possibile così intravedere le opere novecentesche. La sinuosa scultura di Emilio Greco divide idealmente le due parti, pur lontane cronologicamente, accogliendo i visitatori nella sezione dedicata al novecento. Si apre così il percorso in una narrazione che mostra il passaggio artistico tra figurativismo e movimento informale, con le opere di Mirko e Carlo Sergio Signori, e approfondito nelle sale successive con le opere pittoriche di Mattia Moreni e Ennio Morlotti, le correnti geometriche e gli studi analitici di Carlo Ciussi e Joël Kermarrec, il linguaggio acromatico e segnico di Luciano Bartolini, Dadamaino e Piero Manzoni, il cromatismo scenografico di Titina Maselli e l’astrattismo informale di Giulio Turcato, l’affermarsi dell’arte povera con Gilberto Zorio e la ricerca introspettiva di Piero Manai.
Ad accompagnare il percorso espositivo, inoltre, nelle vetrine progettate da Leone Pancaldi sono esposti elementi che rimandano alla storia della Pinacoteca comunale – Loggetta Lombardesca, come il disegno di Gaetano Savini del Monastero di Santa Maria in Porto nella sua originale interezza; una fotografia dell’allestimento storico delle opere d’arte antica; le immagini delle opere delle collezioni presenti alla Biennale di Venezia, come l’importante edizione del 1950 con l’esposizione di Figura di Emilio Greco, invitato tra gli artisti italiani ad esporre in una sala a lui dedicata e le locandine di alcune mostre storiche come quella di Mattia Moreni, Dodici anni di angurie del 1975 e Stanze del gioco del 1979, alla quale fu dedicato il numero 5 della rivista Tradizione del Nuovo, diretta da Giulio Guberti e qui documentata in sala insieme allo schema di montaggio originale di Stella-acidi del 1982. Il riallestimento delle opere, così, si ricongiunge alla selezione fotografica esposta temporaneamente con le fotografie di Carlo Ludovico Bragaglia, Dino Pedriali, Paolo Roversi e i video di Yuri Ancarani ed Alex Majoli che troveranno spazio permanente nel prossimo allestimento. Sempre in occasione dei 20 anni dell’Istituzione Museo d’Arte della città di Ravenna e in prossimità della Biennale di Mosaico Internazionale, inoltre, verrà riallestita la collezione dei Mosaici Moderni e Contemporanei.

MAR

Le donne, il cavallier, l’arme, gli amori

Nel cortile del Castello Estense di Ferrara, fino al prossimo 5 giugno, sarà possibile ammirare la bellissima opera di Sara Bolzani e Nicola Zamboni, da oltre vent’anni collaboratori proprio al monumento scultoreo esposto intitolato “Umanità”, ispirato al trittico con la “Battaglia di San Romano” di Paolo Uccello. Realizzata in rame e terracotta, l’opera è un’allegoria della vita sia dei tempi antichi che di quelli moderni, pur se oggi indossando altre armature. Cavalieri che combattono in arcione ad agili destrieri ci riportano in un’epoca epico-cavalleresca che appassiona, pur se dimostra di essere stata violenta e ingiusta.

Una guerra che abbiamo davanti agli occhi sia che si parli dell’attuale conflitto, sia che si veda la fatica del migrante (presente la barca), della persona emarginata che deve pensare di attraversare i propri giorni attimo per attimo e con estrema fatica, anche se e quando la società edulcora con il senso di libertà questa combattuta miseria del nostro presente. “Umanità” che si rifà anche all’opera di Ludovico Ariosto “L’Orlando furioso”, con Angelica e Astolfo che ha il senno di Orlando, capolavoro letterario che Ariosto concepì proprio a Ferrara, dove il libro venne stampato nel 1516. Ariosto è rappresentato da una delle statue, raffigurato in piedi con corona d’alloro e abiti antichi, accanto ad un tavolo con sedia alata, simbolo della possibilità di ampliare i propri orizzonti grazie alla Letteratura.

Il cortile del Castello Estense si ritrova palcoscenico di una battaglia con duelli concitati, cavalieri atterrati e feriti, così come i loro cavalli; altri sono in sella a cavalli che s’impennano, mentre alcune guerriere scoccano frecce, un saraceno imbraccia la sua scimitarra, un musulmano a cavallo è accompagnato da donne velate; intanto l’amore comunque è capace di aleggiare anche dove infuria la tragedia del dissidio violento. Ispirazione degli artisti è anche il “Ratto delle sabine” della Loggia dei Lanzi a Firenze, mentre un angelo della scena richiama “Melencolia I” di Albrecht Dührer. Non manca nemmeno San Giorgio, patrono della città di Ferrara, che combatte il drago trafiggendolo con la spada, come nel dipinto di Cosmè Tura del 1469, ammirabile nel museo della Cattedrale.

Un’opera estremamente interessante, che avvicina grandi e bambini (molto compresi dalla sofferenza dei cavalli a terra, ad esempio) inducendoli a pensare a quella letteratura andata che comunque fa ancora parte di noi e che grazie a lavori come questo può tornare ad essere di moda.

Alessia Biasiolo

Balla al femminile. Tra intimismo e ricerca del vero

Dall’1 al 30 aprile 2022 la Galleria Bottegantica accoglierà nei suoi spazi espositivi di via Manzoni 45, a Milano, la mostra BALLA AL FEMMINILE | TRA INTIMISMO E RICERCA DEL VERO, con cui la galleria intende rendere omaggio a Giacomo Balla, uno dei più importanti e originali esponenti dell’arte italiana del XX secolo. Una “preview” speciale con una selezione di opere dalla mostra la si potrà già avere al MIART fino al 3 aprile dove la Galleria sarà presente nella sezione Decades allo stand A100. Dopo quattro anni dalla rassegna Giacomo Balla. Ricostruzione futurista dell’universo (2018), incentrata sull’esperienza futurista del pittore, Bottegantica dedica una mostra alle declinazioni della femminilità interpretate dall’artista in due periodi apparentemente lontani della sua produzione, quello divisionista di inizio Novecento e quella figurativo-realista degli anni Trenta e Quaranta. La mostra, curata dalla storica dell’arte Elena Gigli ­­– la quale custodisce e preserva l’Archivio dell’artista – presenta, accanto a due opere eseguite da Balla agli inizi del Novecento, un selezionato nucleo di dipinti del Balla maturo. Tale accostamento permette di creare un dialogo tra i differenti modi di interpretare la figurazione del primo e dell’ultimo Balla, all’insegna della centralità della figura femminile. Nelle opere presenti in mostra Balla rivela la sua capacità di entrare nell’animo di chi vuole ritrarre, mosso dalla ricerca di rendere la realtà in maniera profonda e sincera. Quiete operosa (1898) e La famiglia Stiavelli (1905) si inseriscono nella stagione dei ritratti di primo Novecento in cui le donne sono spesso protagoniste, raffigurate in interni o negli spazi aperti di Villa Borghese. Si intuisce in queste due opere l’intento di Balla di cogliere il vero in una visione d’insieme, che sia allo stesso tempo psicologica e d’ambiente, in cui l’interiorità dei soggetti dialoghi con l’ambiente circostante. In Quiete operosa, Balla ritrae Elisa Marcucci, che sposerà nel 1904, intenta a ricamare vicino alla finestra; la luce s’irradia nella stanza creando un delicato chiaroscuro. In La Famiglia Stiavelli, invece, una luce bianca, quasi artificiale, illumina frontalmente ogni elemento dello studio, attirando l’attenzione tanto sulla famiglia, la pittrice al cavalletto, il marito e le bambine dallo sguardo fisso, che sugli oggetti dell’atelier. Nell’estate del 1929 Balla si trasferisce con la famiglia in Via Oslavia 39B. Casa Balla diventa presto la dimora dove si intrecciano i rapporti affettivi ed artistici tra l’artista e la sua famiglia, la moglie Elisa, le due figlie, Luce ed Elica, e la cugina Francesca Marcucci. Nel dipinto Timidezza, eseguito nel 1932, la modella è proprio la figlia Luce che posa sul terrazzo coinvolgendo con lo sguardo lo spettatore. In Profumo di rose (1940), i colori vivaci dei petali, investiti di luce, si rifrangono nello spazio circostante, riproponendo quel dialogo tra soggetto e ambiente che muove Balla nella sua percezione della realtà e nella ricerca del vero. Infine, l’universo femminile si allarga e coinvolge anche l’amica di famiglia, la giovane Giuliana Canuzzi, che posa per il ciclo delle Quattro stagioni in rosso, realizzate tra il 1939 e il 1940. Prendendo ispirazione dalla fotografia artistica e di moda di quegli anni, Balla immerge la modella in un rosso caldo, energico e vitale, e la illumina di una luce calda e radente, proveniente dal basso, enfatizzando la modernità di questa figura femminile, simbolo del rinnovarsi delle stagioni e contemporaneamente diva del suo tempo.

Milano, Galleria Bottegantica (Via A. Manzoni, 45)

6 – 30 APRILE 2022 (con chiusura nei giorni 16-17-18 aprile)

Orari: dal martedì al sabato 10-13; 15-19

S.E.

L’Inferno dantesco in mostra multimediale al Bastione delle Maddalene

Due mesi di multimedialità, cultura, spettacolo per un viaggio speciale nell’inferno dantesco. Si tratta della mostra/evento “Il mio inferno. Dante profeta di speranza”, in programma dal 29 marzo al 29 maggio al Bastione delle Maddalene, in vicolo Madonnina a Porta Vescovo. Un appuntamento unico dedicato al Sommo Poeta. Un viaggio tra i gironi danteschi, per i giovani e con i giovani, nato per avvicinare e appassionare le nuove generazioni alla lettura della “Divina Commedia”.

L’evento è organizzato da Associazione Rivela con Comune di Verona, Casa Editrice Cento Canti e Diocesi di Verona.

Apertura ufficiale martedì 29 marzo, ore 11, al Bastione delle Maddalene. Alle ore 20.45, al Teatro Camploy, in via Cantarane 32, serata spettacolo “Il mio inferno. Retroscena da una mostra” alla presenza del curatore Franco Nembrini, di un gruppo di studenti-guide e del robot umanoide NAO. Conduce l’evento Nicolò Brenzoni.

Esposizione multimediale. La mostra si avvale di due contributi fondamentali, quello del curatore Franco Nembrini, saggista e pedagogista, e quello del fumettista e illustratore Gabriele Dell’Otto.

L’esposizione si sviluppa su una superficie di 500 metri quadri. Tra i tunnel e i cunicoli del Bastione delle Maddalene, il visitatore si trova ad attraversare l’Inferno dantesco, immergendosi in un percorso multisensoriale fatto di proiezioni di immagini, video e suoni.

Sono 35 le tappe, scandite da altrettante illustrazioni accompagnate da approfondimenti e riflessioni. Emerge chiaro il legame tra il poeta e la città scaligera, dove fu accolto durante il suo esilio (prima dal 1303 al 1304, quindi dal 1313 al 1318); il vagare per la “selva oscura”, nella quale Dante incontra Virgilio, poi il passaggio della Porta dell’Inferno; lungo i gironi, si susseguono gli incontri, tra gli altri con Paolo e Francesca, Cerbero, Farinata Degli Uberti e Lucifero.

Parte integrante dell’evento è, in esclusiva per Verona, l’opera “El Dante”, realizzata dallo scultore Adelfo Galli. È la raffigurazione di un uomo stupito, travolto e commosso dall’incontro con Beatrice, tanto da cambiare la coscienza che ha di se stesso e di tutta la realtà. Lo scultore rappresenta la processione a cui il Sommo Poeta assiste nel paradiso terrestre (canti XXIX e XXX) del “Purgatorio”. Il mitologico grifone guida il carro della Chiesa, su cui è assisa Beatrice, protetta dai quattro evangelisti (l’aquila, l’angelo, il bue e il leone; la scena è allietata dalla danza delle tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) e dal tripudio di un popolo numeroso.

La mostra segue il filo conduttore delle straordinarie illustrazioni realizzate da Gabriele Dell’Otto per il volume di Franco Nembrini sull’Inferno dantesco.

Percorso espositivo. Nella sua parte iniziale, la mostra si sofferma su due prospettive: dapprima fa prendere coscienza che l’esistenza dell’uomo è “una selva oscura” caratterizzata dalla paura, dall’insoddisfazione, dalla solitudine e dal fatto che tutti i tentativi umani, anche i più ardimentosi sono caratterizzati dal fallimento, dalla constatazione che l’uomo da solo non è in grado di dare un senso al suo vivere. In seguito, rende evidente come Dio non abbandoni l’uomo nel suo limite: nel momento in cui chiede aiuto (“Miserere di me”), Dante viene affiancato da una guida, Virgilio, che conduce il poeta attraverso il complesso e difficile viaggio verso la luce. In questo viaggio Dante incontra il male prodotto dall’uomo contro se stesso e gli altri, fino al male assoluto, Lucifero.

La mostra rappresenta questo viaggio soffermandosi su alcuni dei personaggi che il poeta incontra nella visita dei vari gironi infernali, riflettendo sui dannati e sui loro peccati; descrivendo in modo mirabile l’intero orizzonte umano. Lo sguardo appare però sempre teso al bene: la constatazione dell’abisso del male umano non sfocia mai nel nichilismo o nell’indifferenza, nemmeno nell’atmosfera opprimente e ghiacciata di Lucifero. La prospettiva rimane sempre quella del Cristianesimo: affermare la speranza anche nel momento del dolore e del male (“per ridir del ben che vi trovai”), perché l’uomo non è mai solo. Infatti la presa di coscienza del male e della debolezza dell’uomo non è che il primo passo verso la pienezza della luce, della verità, del bene (“uscimmo a riveder le stelle”).

A fare da guida alla mostra studenti e un robot umanoide. Il punto di vista è quello delle nuove generazioni: l’idea originaria è partita da due studenti dell’Università Cattolica di Milano. A fare da guide sono gli studenti del triennio delle superiori (accompagnati da guide e tutor adulti dell’associazione Rivela) grazie all’attività dei PCTO (Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento). Formati sulla mostra con lezioni e approfondimenti, i ragazzi possono così illustrarne i contenuti ai coetanei e ai visitatori. Guida d’eccezione è inoltre NAO, un robot umanoide con tutte le articolazioni di un essere umano e sensori che, grazie all’Intelligenza Artificiale, lo rendono capace di dare feedback emotivi e spiegazioni sui contenuti della rassegna.

“Mostra particolare e di grande fascino – spiega l’assessore Briani – che per due mesi coinvolgerà il pubblico nella prima tappa di un più ampio viaggio nel mondo dantesco, che nei prossimi anni porterà alla realizzazione di altre due tappa una sul purgatorio e l’altra sul paradiso. Continua quindi a Verona il grande viaggio dedicato al Sommo Poeta che, nel corso del 2021, anno di Dante, ha portato, in particolare, alla realizzazione: di una esposizione alla Galleria d’Arte Moderna e di una mostra diffusa tra piazze e monumenti, chiese, palazzi e biblioteche, con una mappa d’autore che guida il visitatore. Questo appuntamento è una nuova speciale opportunità, dedicata soprattutto ai più giovani, per scoprire ed apprezzare lo straordinario testo della Divina Commedia”.

“L’esposizione è realizzata all’interno del Bastione delle Maddalene – dichiara Toffali – uno spazio suggestivo dalla particolare struttura architettonica, che si sposa bene con l’Inferno dantesco di cui ricorda i gironi. In questi ultimi anni il Bastione è stato teatro di importanti eventi e mostre che hanno incrementato non solo l’utilizzo di un’area davvero unica della città ma, anche, le frequentazioni di cittadini e turisti al quartiere di Porta Vescovo”.

“La Regione ha riconosciuto con entusiasmo il suo sostegno a questo evento curato dal professor Nembrini – sottolinea Donazzan –, straordinario oratore ed esperto degli scritti del Sommo Poeta. Questa esposizione, realizzata con una soluzione multimediale molto coinvolgente, punta a far riscoprire nei più giovani la bellezza di questo scritto e la modernità degli argomenti trattati da Dante. Sono più di un centinaio i ragazzi degli istituti superiori coinvolti, che faranno alla mostra, illustrandone i contenuti ai coetanei e ai visitatori”.

“Importante e fondamentale – dichiara il presidente Benetti – la sensibilità dimostrata da tutte le istituzioni pubbliche e private coinvolte. Quando abbiamo immaginato questa esposizione volevamo fare in modo che i giovani si accostassero con passione alla lettura della Divina commedia, trovando in essa una indicazione e un sostegno per la loro crescita. Abbiamo aperto un dialogo che una volta cominciato non finirà più”.

“Vale la pena fare la fatica di leggere Dante? – chiede il curatore Franco Nembrini –. Vale la pena se si parla con Dante, cioè se si entra nella letteratura con le proprie domande, i propri drammi, il proprio interesse per la vita – risponde il saggista –. Allora, improvvisamente, Dante parlerà. Parlerà al nostro cuore, alla nostra intelligenza, al nostro desiderio; ed è un dialogo che una volta cominciato non finirà più. Straordinaria la passione ed il coinvolgimento dimostrati dai giovani, tanti, meravigliosi, che hanno voluto essere parte attiva di questo progetto. Un entusiasmo ma visto prima, che ben rappresenta quella voglia di esserci che i giovani manifestano e a cui noi, adulti, dovremo dare una risposta”.

“Una mostra multimediale innovativa, che esce dai consueti parametri dell’esposizione culturale – sottolinea monsignor Signoretto –. Dai più giovani ai più anziani stiamo tutti percorrendo un inferno di traversie e avversità, che però non ci devono mai far perdere la fiducia di poter un giorno uscire a riveder le stelle”.

Roberto Bolis (anche per la foto di gruppo)

La Verona di oggi per immagini

Un racconto fotografico sulla Verona di oggi, per mostrarne i cambiamenti urbani, sociali e culturali più significativi. Un viaggio affascinate composto di 281 scatti, visibili al pubblico in Gran Guardia, con ingresso gratuito, fino al 30 marzo. La mostra è l’ultima tappa del progetto triennale ‘Il presente nel contesto urbano di Verona’ promosso dall’Assessorato al Decentramento in collaborazione con il Circolo Fotografico Veronese e resterà visibile tutti i giorni, dalle ore 10 alle 13 e dalle 16 alle 19. L’accesso è gratuito con obbligo di Green Pass e mascherina FFP2.

Un’idea che ha preso forma nel 2019 con l’obiettivo di rappresentare e raccontare la realtà della nostra città nella contemporaneità. Da qui l’avvio di un progetto triennale che, in questi ultimi anni, ha portato alla realizzazione di tre esposizioni e che ora giunge al termine con quest’ultima importante mostra.

Oltre 10.000 gli scatti realizzati dai 40 soci del Circolo Fotografico e circa 3.000 quelli vagliati dall’apposita Commissione per giungere alla selezione delle 281 fotografie esposte in mostra alla Gran Guardia e delle 359 pubblicate nel volume “Il presente nel contesto urbano di Verona”. Un grande racconto per immagini, che ha cercato di cogliere le trasformazioni più significative avvenute nel tessuto cittadino e, in particolare, sulle relazioni, sugli stili di vita, sui modelli sociali.

Il progetto è sostenuto da Fondazione Cattolica e gode del contributo di Agsm, Amia, Consorzio Zai, A.I.A. e Fedrigoni e del patrocinio dell’Ordine Architetti, Ordine Commercialisti e Rotary Provincia di Verona.

“Una bella opportunità offerta alla cittadinanza, che potrà ammirare la nostra splendida città da 281 nuovi punti di osservazioni – spiega l’assessore –. Gli scatti in mostra, frutto di una selezione delle oltre 10.000 immagini prodotte nel triennio di vita del progetto, puntano infatti a raccontare la Verona di oggi e le trasformazioni avvenute nel tessuto cittadino”.

Roberto Bolis

Robert Capa. Fotografie oltre la guerra

Nel 1938 Robert Capa fu definito dalla prestigiosa rivista inglese Picture Post “Il migliore fotoreporter di guerra nel mondo”. Senza dubbio l’esperienza bellica fu al centro della sua attività di fotografo: iniziò come fotoreporter durante la guerra civile spagnola (1936-39), proseguì attestando con i suoi scatti la resistenza cinese di fronte all’invasione del Giappone (1938), la seconda guerra mondiale (1941-45) – fra cui spicca la documentazione dello sbarco in Normandia – e ancora il primo conflitto Arabo-Israeliano (1948), e quello francese in Indocina (1954), durante il quale morì, ucciso da una mina antiuomo, a soli 40 anni.

Una fama che gli permise di pubblicare nelle più importanti riviste internazionali, fra le quali Life e Picture Post, con quello stile di fotografare potente e toccante allo stesso tempo, senza alcuna retorica e con un’urgenza tale da spingersi a scattare a pochi metri dai campi di battaglia, fin dentro il cuore dei conflitti; celebre, in tal senso, la sua dichiarazione “Se non hai fatto una buona fotografia, vuol dire che non ti sei avvicinato a sufficienza”. Queste sue fotografie sono ormai patrimonio della cultura iconografica del secolo scorso. Ma il lavoro di Robert Capa non si limitò solo esclusivamente a testimoniare eventi drammatici, ma spaziò anche in altre dimensioni non riconducibili alla sofferenza della guerra. Proprio da qui prende avvio questo progetto espositivo a Villa Bassi Rathgeb di Abano Terme, fino al prossimo 5 giugno, che vuole esplorare parti del lavoro di questo celebre fotografo ancora poco conosciute.

Un progetto che pone l’attenzione proprio su reportage poco noti di Capa, una mostra per scoprire la sua fotografia lontano dalla guerra.

La mostra esplora il suo rapporto con il mondo della cultura dell’epoca con ritratti di celebri personaggi come Picasso, Hemingway e Matisse, mostrando così la sua capacità di penetrare in fondo nella vita delle persone immortalate. Al contempo una sezione è dedicata ai suoi reportage dedicati a film d’epoca. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale è l’attrice svedese ad introdurre Capa sul set del Notorius di Alfred Hitchcock, dove si cimenta per la prima volta in veste di fotografo di scena.

Nell’arco di pochissimi anni Capa si confronta con mostri sacri del calibro di Humphrey Bogart e John Houston; immortala la bellezza di Gina Lollobrigida e l’intensità di Anna Magnani. Maturerà poi la scelta, congeniale alla sua sensibilità e all’oggetto privilegiato della sua ricerca artistica, di confrontarsi con i grandi maestri del Neorealismo. Straordinarie dunque le immagini colte sul set di “Riso Amaro”, con ritratti mozzafiato di Silvana Mangano e Doris Dowling.

Mostra a cura di Marco Minuz con il Patrocinio del Consolato Generale di Ungheria

Museo Villa Bassi, Abano Terme

Lunedì, mercoledì, giovedì dalle 14.30 alle 19.00; venerdì dalle 14.30 alle 19.00; sabato e domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00. Festività infrasettimanali: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.30 alle 19.00, martedì chiuso. È previsto il pagamento di un biglietto.

Museo Villa Bassi Abano

A misura di bambino

Aperta presso la Galleria degli Uffizi di Firenze fino al prossimo 24 aprile, la mostra “A misura di bambino” indaga la vita quotidiana di bambini e bambine dell’impero romano, attraverso giochi e svaghi. Sono un esempio la raffigurazione di Ercole bambino che lotta con i serpenti del I secolo d. C.; una statuetta di gladiatore con accessori componibili come l’elmo e la spada, e un cavallino giocattolo da trainare del II-III secolo d. C., oppure una rara bambola in avorio del III secolo d. C. mai esposta prima d’ora. I riti di passaggio, la dimensione ludica, il rapporto con gli animali, le paure, sono i temi centrali della mostra che propone statuette, sarcofagi, rilievi, giocattoli dei bambini dell’antica Roma.

La strutturazione della mostra permette il dialogo tra i bambini del passato e quelli di oggi, utilizzando lo stesso linguaggio, con apparati didascalici, fumetti, tavole e clip-audio che permettono ai bambini di comprendere quanto esposto, sentendosi la storia vicina. Anche la tipologia di esposizione è fatta per i più piccoli, con gli oggetti esposti più in basso rispetto al solito, in modo che i bambini possano avere i reperti alla loro altezza e osservarli da vicinissimo. Inoltre, un documentario proiettato nell’ambito espositivo permette ai giovani fruitori della mostra di essere catapultati in un giardino della Roma antica dova alcuni bambini, nella simulazione, giocano come farebbero oggi, se si adoperassero più i giocattoli classici che l’elettronica.

La Redazione