“La magia dell’acqua nel colore” a Ferrara

acquerello di Letizia Minotti

Si intitola “La magia dell’acqua nel colore” la mostra con gli acquerelli di Letizia Minotti e Maria Pia Sabbioneda che verrà allestita da martedì 2 a sabato 27 ottobre 2018 alla Biblioteca Giorgio Bassani, via G. Grosoli 42, Ferrara (quartiere Barco).

acquerello di Maria Pia Sabbioneda (Mapi)

La mostra è visitabile negli orari di apertura della biblioteca dal martedì al sabato ore 9-13; martedì, mercoledì e giovedì anche al pomeriggio ore 15-18.30. Lunedì chiuso.

Letizia Minotti e Maria Pia Sabbioneda (Mapi), due amiche ferraresi con la passione della pittura, si dedicano prevalentemente ai paesaggi ma esplorano anche altre tematiche. Entrambe partecipano da anni al contest ferrarese ‘Diari di viaggio’ e Letizia è la vincitrice del 2014.

A.Z.

immagini inviate dagli organizzatori

 

Il modellismo italiano in mostra alla Gran Guardia

Un momento della presentazione della mostra

È aperta alla Gran Guardia di Verona, l’11ᵃ edizione della Mostra – Concorso biennale di modellismo ‘Città di Verona’. L’evento è organizzato dall’associazione Modellismo Storico – AMS, in collaborazione con l’International Plastic Modellers’ Society Verona e il patrocinio del Comune.

La mostra, considerata fra i principali appuntamenti del modellismo italiano, presenta al pubblico le migliori realizzazioni del momento, con circa 500 modelli presentati da 150 espositori.

Fino al 30 settembre, con accesso gratuito, sarà possibile ammirare la riproduzione in miniatura di aeromobili, mezzi militari (carri armati, blindati, camion, vetture e moto), auto e mezzi civili (auto da corsa e non, moto, camion, eco), navi in legno, navi in plastica o altro, soldatini, fantasy, ossia figurini e mezzi d’ambiente fantastico o fantascientifico, diorami e scenette, juniores per ragazzi fino ai 15 anni.

Per l’edizione 2018 è stata inoltre realizzata una speciale sezione dedicata a riproduzioni in miniatura della Verona antica. In ambientazioni cittadine fedelmente riprodotte, sarà possibile rivedere immagini di una Verona ormai dimenticata.

I vincitori del concorso saranno premiati, domenica 30 settembre, da alcuni figuranti dell’associazione culturale Vivere la Storia di Verona, vestiti per l’occasione con uniformi della Prima Guerra Mondiale. Sempre domenica, saranno presentate al pubblico anche le pubblicazioni, “I volontari di Garibaldi” a cura del G.M.T. di Trento e “Il Caccia Re 2000” di Paolo e Adriano Riatti.

La mostra è aperta al pubblico tutti i pomeriggi dalle 10 alle 19; domenica 30 settembre, invece, con orario dalle 10 alle 15.30, quando si terranno le premiazioni del concorso.

 

Roberto Bolis (anche per la foto)

Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva

 

Modello per studio di prospettiva, Piero Della Francesca

Presso il Museo Civico di Sansepolcro, fino al 6 gennaio prossimo, è aperta la mostra “Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva”. L’esposizione, curata da Filippo Camerota e Francesco P. Di Teodoro, e promossa dal Comune di Sansepolcro, è un progetto del Museo Galileo di Firenze con la collaborazione della Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia ed è organizzata da Opera Laboratori Fiorentini.

Per Mauro Cornioli, Sindaco di Sansepolcro: “E’ un gran privilegio poter rappresentare l’amministrazione comunale di Sansepolcro quando è svelato al mondo, dopo lunghi anni di restauro, il vero colore di Piero della Francesca. È inoltre una straordinaria occasione per i visitatori, poter approfondire l’immensa cultura scientifica del nostro più celebre concittadino grazie all’esposizione Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva, organizzata negli ambienti adiacenti agli affreschi”.

Il progetto espositivo, che si articola intorno al De prospectiva pingendi, trattato composto da Piero della Francesca intorno al 1475, ha anche l’obiettivo di illustrare, attraverso riproduzioni di disegni, modelli prospettici, strumenti scientifici, plaquette e video, le ricerche matematiche applicate alla pittura di Piero della Francesca e la conseguente eredità lasciata ad artisti come Leonardo da Vinci, Albrecht Dürer, Daniele Barbaro e ai teorici della prospettiva almeno fino alla metà del Cinquecento.

La mostra mira, inoltre, a mostrare al pubblico le due anime di Piero della Francesca: raffinato pittore e grande matematico. Oltre ad essere Maestro d’abaco, geometra euclideo, studioso di Archimede, Piero è stato anche un innovatore nel campo della pittura poiché per lui, quest’ultima, nella matematica e nella geometria, trovava il suo sostanziale fondamento. I suoi scritti, infine, soprattutto il De prospectiva pingendi, composto in volgare per gli artisti e in latino per gli umanisti, hanno dato inizio alla grande esperienza della prospettiva rinascimentale.

La Mostra è suddivisa in otto sezioni che approfondiscono gli studi affrontati da Piero nel corso della sua vita. Nella prima sezione La prospettiva tra arte e matematica, attraverso le riproduzioni di alcuni disegni, dimostra che il De Prospectiva Pingendi è il primo trattato sistematico di prospettiva interamente illustrata, e il primo in cui sono giustificati matematicamente i procedimenti descritti. Suddiviso in tre libri, il trattato approfondisce nei primi due libri le tecniche prospettiche per le figure piane e i solidi geometrici, nel terzo, per le figure più complesse come la figura umana. Nella seconda sezione “I principi geometrici”, si analizza la relazione di Piero con Firenze, quando vi giunge, nel 1439, per lavorare con Domenico Veneziano ai perduti affreschi di Sant’Egidio. Attraverso un pannello che illustra lo schema prospettico della Trinità di Masaccio e alcuni calchi dei bassorilievi della Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti, si può comprendere il grande fermento economico e culturale della città gigliata. Città dove già le opere di Donatello e Masaccio manifestavano la straordinaria innovazione figurativa di Filippo Brunelleschi, con l’invenzione della prospettiva lineare e dove, da qualche tempo, circolavano scritti di Leon Battista Alberti, come il De Pictura, che proponeva una codificazione teorica del nuovo linguaggio pittorico. Nella terza sezione “Le regole del disegno prospettico”, attraverso modelli e disegni, si comprende che Piero fu il primo a scrivere veramente per gli artisti. Mentre Alberti si era preoccupato di gettare i fondamenti teorici della nuova disciplina pittorica e Ghiberti aveva voluto riassumerne le premesse ottiche, Piero si concentrò notevolmente sulle regole del disegno. A differenza di Alberti, infatti, corredò ampiamente il trattato di numerosi disegni, estremamente precisi, puliti e di straordinaria finezza. La sua mano era in grado di tracciare linee sottilissime, veri e propri segni euclidei che ricordavano l’abilità del mitico Apelle. La “prospectiva” per Piero era essenzialmente “commensurazione”, ossia rappresentazione misurata dei corpi sulla superficie del dipinto. Il quadro per lui era il “termine” dei raggi visivi. Sul quadro, le grandezze osservate subivano una diminuzione apparente proporzionale alla distanza di osservazione. Su questo principio proporzionale si fonderà il pensiero scientifico della pittura moderna. Nella sezione “I corpi geometrici”, si approfondisce la relazione tra Piero e il matematico Luca Pacioli. Qui è analizzato il celebre ritratto del matematico, dipinto attribuito a Jacopo de’ Barbari e custodito a Capodimonte e un altro importante trattato di Piero della Francesca: il Libellus de quinque corporibus regularibus. Concluso attorno al 1482 e dedicato al duca Guidubaldo, figlio e successore di Federico da Montefeltro il Libellus permette a Piero di riprendere il tema dei corpi regolari già trattato nella parte geometrica dell’Abaco, sviluppandolo in quattro parti, dedicate, rispettivamente, ai poligoni, ai cinque poliedri inscritti nella sfera, ai poliedri inscritti in altri poliedri, e ai poliedri irregolari. Ed è proprio attraverso il Libellus che Piero diventa artefice di quella rinascita d’interesse per i poliedri che caratterizzerà il Rinascimento e che è testimoniata anche dalle stupende “tavole leonardesche” che illustrano il De divina proportione di Luca Pacioli. Con la sezione “I maestri della prospettiva”, si comprende come, attraverso la frequenza con cui i disegni di Piero appaiono nelle tarsie del Quattrocento e l’amicizia che legava il pittore ai famosi intarsiatori Lorenzo e Cristoforo Canozzi da Lendinara, l’arte dei legnaioli era una delle prime aree di diffusione del De prospectiva pingendi. Tarsie prospettiche che sicuramente l’artista di Sansepolcro aveva potuto ammirare, durante il soggiorno fiorentino, nella Sacrestia delle Messe di Santa Maria del Fiore e che, negli anni tra il 1474 e il 1476, fecero dello studiolo di Federico da Montefeltro uno dei massimi capolavori del Rinascimento. Nella sezione “Il disegno di architettura: ichnographia, orthographia, scaenographia” si pone l’attenzione sull’interesse per il disegno architettonico. Per Piero un buon pittore doveva possibilmente essere anche un buon architetto o, almeno, conoscere dell’architettura tutto ciò che riguardava il disegno degli ornamenti, dalle proporzioni alla sintassi degli ordini classici. Attraverso alcune riproduzioni e disegni della sezione “La figura umana”, si può comprendere come Piero abbia risolto uno degli esercizi prospettici più complessi che si possano immaginare: il disegno prospettico della testa umana. Per risolvere il problema Piero trasforma il corpo naturale in un solido geometrico, sezionando la testa con piani meridiani e paralleli, quasi come fosse un globo terrestre. L’ultima sezione “Gli inganni della visione”, analizza, infine, gli studi di Piero sugli inganni della visione e gli effetti bizzarri della rappresentazione causati dalla forzatura del rapporto tra occhio e distanza di osservazione, portando Piero a terminare il trattato con alcuni esercizi che anticipano gli sviluppi dell’anamorfosi. Conclude la mostra un video che aiuta a rendere tangibile la dimensione geometrica della bellezza che contraddistingue tutta l’opera pittorica di Piero della Francesca.

Il catalogo, a cura di Filippo Camerota e Francesco Paolo Di Teodoro è edito da Marsilio.

 

Museo Civico Piero Della Francesca, Sansepolcro

Fino al 6 gennaio 2019

 

Barbara Izzo

“Velieri, pirati, corsari e bucanieri” a Ferrara

Fino al 28 settembre, l’Archivio Storico Comunale (via Giuoco del Pallone 8) di Ferrara ospiterà una mostra documentaria ed oggettistica curata da Enrico Trevisani.

Una “mostra insolita”, un excursus sull’epopea della pirateria e delle sue particolarità, dalla vita di bordo, alle donne pirata, alla musica sempre presente sulle navi e a terra, tra immaginario e realtà storica e in tutto ciò che aleggia intorno al mito del “pirata”: entità che ancora oggi mantiene intatto il suo fascino nei confronti di grandi e piccini.

Pirati, corsari e bucanieri, figure diverse ma spesso accomunate in un unico “personaggio” che incute timore e al tempo stesso genera ammirazione e talvolta “invidia”. Circondato da un alone di mistero e di paura e, perché no, munito di uncino e con una gamba di legno, spesso ci accompagna anche nei nostri itinerari gastronomici o del tempo libero: si pensi alle “locande” oppure alle “baie dei pirati”, caratteristiche di tante località, italiche e non. Molteplici sono le forme in cui il mondo piratesco viene riproposto: dai film, ai fumetti, alla musica, ai giochi per adulti e bambini.

La mostra si propone di “svelare” vari aspetti di questa lunga epopea della pirateria, dell’età d’oro della “filibusta” e dei tanti suoi eroi, discussi. Di pannello in pannello, di disegno in disegno, tra i modelli dei velieri esposti e le rocambolesche avventure di Pippo e Topolino si potranno affrontare suggestivamente le loro oscure ma affascinanti vicende, tra storia e leggenda, che hanno avuto come comprimario testimone l’oceano e la sua sterminata distesa d’acque. Uno sguardo particolare è stato posto alla musica popolare, l‘Irish Sea Song: canti e musiche irlandesi che da sempre accompagnano la gente di mare, componente presente in tutte le attività legate alla vita marinara, nel lavoro come nel divertimento.

La mostra, a ingresso libero, è visitabile negli orari di apertura dell’Archivio Storico Comunale: dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 13.30; martedì e giovedì dalle 15 alle 18.

 

Alessandro Zangara

 

ETERNAL CITY. Roma nella collezione fotografica del Royal Institute of British Architects

Piazza di Spagna, Roma, foto di Monica Pidgeon, 1961

 

La mostra, a cura di Gabriella Musto e Marco Iuliano, realizzata in collaborazione con Valeria Carullo, curatrice per il RIBA della Robert Elwall Photographs Collection, espone 200 fotografie che ritraggono Roma tra la metà dell’Ottocento e l’età contemporanea. Tutte le foto provengono dalla collezione del Royal Institute of British Architects che ha sede a Londra.

Da sempre Roma attrae l’interesse degli artisti e dei viaggiatori, che nel corso dei secoli ne hanno interpretato i monumenti e l’immagine complessiva. Roma, infatti, possiede non uno, bensì mille volti, che si riflettono nel Tevere e nelle cupole al tramonto; identità distinte che talvolta si contraddicono e altre si sovrappongono, stratificandosi e costruendo una maglia fitta di episodi.

Palazzo della Civiltà Italiana, Esposizione Universale di Roma [EUR] 1942, Roma. Foto di Tim Benton

Il Royal Institute of British Architects (RIBA) non è solo un importante ordine professionale: alla sua base vi è anche il desiderio di promuovere l’educazione alla qualità dell’architettura, dentro e fuori la Gran Bretagna. Fondato nel 1834 a Londra, conserva nella sua collezione fotografica 1,7 milioni di immagini. Le foto selezionate in mostra privilegiano uno sguardo ampio, attento sia al dettaglio archeologico sia al paesaggio, passando per la scala intermedia dell’architettura. Eccezion fatta per alcune immagini dei fondi dell’Architectural Press Archive, sono proposti esclusivamente scatti di fotografi britannici dalle origini del nuovo medium ai nostri giorni: James Anderson, Tim Benton, Richard Bryant, Ralph Deakin, Ivy and Ivor de Wolfe, Richard Pare, Monica Pidgeon, Edwin Smith.

La mostra ricostruisce l’immagine della città eterna in un momento chiave della sua esistenza. Attraverso la lente del Grand Tour il visitatore può osservare la città con gli occhi del mondo anglosassone e condividerne gli sguardi iconici ma anche inusuali e profondamente narrativi. Dall’archeologia alla street photography, la mostra accompagna il pubblico alla scoperta della capitale suggerendo riflessioni architettoniche, urbanistiche, politiche, sociali e nel contempo stimolando la critica verso la scoperta di luoghi che la fotografia come sempre, reinterpreta e racconta.

Fragment of the colossal statue of Constantine the Great, Palazzo dei Conservatori, Rome, showing his foot. Foto di Edwin Smith

In tempi recenti apprezzata dagli stranieri più che dagli Italiani stessi, forse abituati alla sua bellezza, Roma è l’esempio per antonomasia di città che ha da sempre stimolato l’immaginazione collettiva. Tra memoria dell’antico e sperimentazione del moderno, la città è stata soggetto ideale per pittori e incisori dal Rinascimento, mentre la fotografia si sviluppa proprio quando “si fa l’Italia”: la nuova tecnica contribuisce ad alimentare quell’aura che avvolge Roma già dai secoli precedenti.

Si tratta principalmente di pittori/fotografi che, nelle prime uscite in gruppo, sistemano le macchine fotografiche negli stessi luoghi, in alcuni casi rendendo complessa l’attribuzione di alcune fra le prime immagini. L’iconica scalinata di Trinità dei Monti da via dei Condotti o, caso ancor più paradigmatico, il Foro, sono sostanzialmente ripresi da punti di vista condivisi da tutti i primi fotografi, con minime varianti. In questo viaggio romano tra romanticismo e neorealismo, torna in più scatti il Monumento a Vittorio Emanuele II, una delle emergenze architettoniche di maggior impatto, anche simbolico e politico, della città eterna.

 

Roma, Monumento a Vittorio Emanuele II – Il Vittoriano, Sala Zanardelli
fino al 28 ottobre 2018

Barbara Izzo

 

In mostra a Verona il Museo della Radio Guglielmo Marconi

Interno di Porta Nuova con la mostra

Fino al 1° ottobre, gli spazi di Porta Nuova a Verona ospiteranno una grande esposizione con pezzi unici, in parte provenienti dal Museo della Radio collocato nell’aula magna dell’Istituto tecnico Ferraris in via del Pontiere.
Pezzo forte della mostra, è l’antenna direzionale dalla quale lo scienziato Guglielmo Marconi ha effettuato i primi esperimenti del ‘senza fili’, punto di partenza per ripercorrere la storia della comunicazione fino all’era del digitale.

Dalle prime macchine fotografiche ai primi proiettori del Novecento, dal telegrafo ai primi trasmettitori radiotelegrafici, dai primi esemplari radio degli anni Venti alle autoradio degli anni Sessanta, per arrivare alla più elevata tecnologia della telefonia e degli strumenti digitali dei giorni nostri.

All’ingresso della Porta è stato allestito un punto informativo per accogliere turisti, stranieri ma anche i cittadini veronesi che vogliano visitare la mostra e, insieme, entrare all’interno di Porta Nuova. In programma anche un focus sulla lirica, con una serie di appuntamenti in cui vecchi grammofoni faranno ascoltare alcune delle opere più famose cantate in Arena.

La mostra, sarà aperta tutti i giorni dalle 10 alle 18, con ingresso gratuito.

“Le porte di uno dei passaggi storici della città sono state finalmente aperte e rese visitabili ai cittadini – sottolinea l’assessore Padovani –. Una grande opportunità per i veronesi, che potranno ora ammirare dall’interno la bellezza storico-architettonica di Porta Nuova e, al contempo, apprezzare l’importante collezione messa a disposizione dal museo della Radio”.

“Un progetto espositivo – dichiara l’assessore Toffali –, che pone la storia della comunicazione all’interno della storia della nostra città, offrendo ai veronesi l’imperdibile occasione di vedere finalmente aperto uno dei monumenti simbolo della Verona fortificata, realizzato nel ‘500 su progetto del Sanmicheli. Si tratta di una struttura unica nel suo genere, finalmente accessibile a tutti”.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

“Monaci” di Francesca Leone a Palermo

L’artista romana Francesca Leone torna a Palermo, che l’ha accolta nel 2008 con la sua prima esposizione personale e la ritrova oggi dopo 10 anni con alle spalle un ciclo di grandi mostre nei più importanti musei d’arte contemporanea in Russia, Cile, Argentina e dopo due importanti installazioni museali realizzate per La Triennale di Milano e per il Museo Macro di Roma.

La mostra, dall’emblematico titolo “Monaci”, è promossa dall’Assessorato Regionale dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, è organizzata da Civita ed è inserita nel programma di Palermo Capitale della Cultura 2018.

Il percorso espositivo, composto di 26 opere inedite, è curato dal critico d’arte Danilo Eccher e sarà un’anticipazione significativa della grande personale che Francesca Leone porterà in autunno a Madrid.

“Due file di monaci silenziosi, assorti, appoggiati alle pareti, avvolti in un consunto saio cementizio. Muti esibiscono le stigmate di una crudele quotidianità offrendo stemmi araldici di un’attualità sofferente. Come silenziosi monaci guerrieri assistono alla processione liturgica di confratelli adornati di paramenti cerimoniali della strada, dello scarto, della marginalità. Nelle austere aule del Real Albergo dei Poveri si sta officiando il rito della contemporaneità “(D. Eccher)

Real Albergo dei Poveri -Corso Calatafimi 217, Palermo

Orari: dal martedì alla domenica dalle ore 10 alle 19 (ultimo ingresso ore 18.30). Lunedì chiuso. INGRESSO GRATUITO

 

Antonio Gerbino