Foto/Industria

Dal 14 ottobre al 28 novembre 2021, Genus Bononiae ospiterà tre esposizioni della V edizione di FOTO/INDUSTRA, la Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro promossa da Fondazione MAST. L’edizione 2021 FOOD sarà incentrata sul tema dell’industria alimentare.
Le sedi Genus Bononiae coinvolte sono:

Biblioteca d’Arte e di Storia di San Giorgio in Poggiale (via Nazario Sauro, 20/2)
Schokoladenfabrik. Esposizione degli scatti di Hans Finsler, autore tra i maggiori protagonisti della fotografia oggettiva.
Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni (via Manzoni, 2)
Favignana. Esposizione di Herbert List, autore affascinato dalla Magna Grecia che, nel 1951, la esplorò fino ad approdare a Favignana, la piccola isola siciliana dove avviene la pesca e la lavorazione del tonno.
Factory of Original Desires. Esposizione di Bernard Plossu, uno dei maggiori protagonisti della fotografia francese degli ultimi cinquant’anni.
Per maggiori informazioni consulta il sito www.fotoindustria.it

Palazzo Fava, ingresso gratuito.

Michael Kenna. Confessionali

Il complesso monumentale di Santa Maria della Vita ospita sino al 19 ottobre la mostra fotografica “Confessionali” di Michael Kenna, voce tra le più poetiche e profonde della fotografia contemporanea internazionale. La mostra è promossa da FSCIRE, in collaborazione con Genus Bononiae.

Santa Maria della Vita, via Clavature 8-10, Bologna. Martedì – domenica: ore 10.00 – 19.00

Ingresso gratuito

Burrini, Crespi, Creti, Gandolfi. Il Settecento bolognese nelle collezioni della Fondazione Cassa di Risparmio di Bologna

Ultimi giorni per visitare la mostra allestita a Casa Saraceni, dedicata alla grande pittura del Settecento bolognese, aperta sino al 17 ottobre 2021.

Casa Saraceni, via Farini 15, Bologna. Martedì – venerdì: ore 15.00 – 18.00. Sabato e domenica: ore 10.00 – 18.00. Ingresso gratuito.

G.B.

Opera: il palcoscenico della società

Nell’ambito di Parma Capitale Italiana della Cultura 2021, a Palazzo del Governatore di Parma, è aperta al pubblico la mostra Opera: il palcoscenico della società, che sarà visitabile fino a giovedì 13 gennaio 2022.

L’esposizione, curata dalla storica dell’arte Gloria Bianchino e dallo studioso verdiano Giuseppe Martini, su progetto di allestimento scenografico a cura di Margherita Palli Rota, è prodotta da Comune di Parma e realizzata da Casa della Musica, in collaborazione con la Fondazione Teatro Regio di Parma.

Operavuole esplorare il rapporto biunivoco fra opera e società: 514 i pezzi esposti tra quadri, volumi antichi, stampe, fotografie, libretti, riviste, documenti d’archivio, costumi, oggetti di scena e materiali audiovisivi e sonori, provenienti da 75 prestatori pubblici e privati.

Francesco Hayez, I Vespri siciliani, Galleria Nazionale d’arte Moderna e Contemporanea, Roma (immagine sottoposta a Copyright)


Tra le opere in mostra: i quadri di Francesco Hayez I vespri Siciliani (1846) dalla Galleria di Arte Moderna e Contemporanea di Roma, e Papa Urbano II sulla piazza di Clermont predica la prima Crociata (1835) dalla Collezione della Fondazione Cariplo di Milano; il dipinto Au théatre di Federico Zandomeneghi (1885-1895) dall’Istituto Matteucci di Viareggio; una sezione di ritratti di Lina Cavalieri, tra cui il Ritratto di Lina Cavalieri di Cesare Tallone (1905) dalla Galleria Campari di Milano, e la serie di fotografie di Francesco Paolo Michetti da Archivio Alinari di Firenze; il lacerto ‘W Verdi’ dai Musei Civici di Treviso; il libretto originale dell’Orfeo di Monteverdi dalla Biblioteca Teresiana di Mantova; abiti di scena e da sera, tra cui un pezzo di Balenciaga da Tirelli Costumi di Roma.

Nonostante per secoli il suo pubblico sia appartenuto all’aristocrazia, l’opera è divenuta nel tempo sinonimo di passione popolare, riuscendo a valicare la dimensione del divertimento e dello spettacolo per diventare non solo memoria collettiva, ma rappresentazione dell’identità di una nazione. Lungo 20 sale del Palazzo del Governatore si apre un percorso articolato in tre sezioni che indaga l’influenza dell’opera sugli usi e costumi del tempo e sullo scenario politico: un vero e proprio viaggio attraverso l’universo operistico nel suo legame con i processi di autonomia nazionale, i valori civili della comunità e la riflessione sulla propria identità e sul proprio passato.

Il mondo dell’opera è presentato sotto vari aspetti: il suo pubblico e il modo di stare in teatro; le strade che il melodramma ha intrapreso per avvicinarsi a un pubblico più ampio e i mezzi che gli hanno permesso di scendere dal palcoscenico per farsi conoscere fuori dal teatro; l’influenza esercitata sulla cultura e sull’immaginario collettivo; il suo dialogo con la politica, tra arte di regime, protesta e censura; il contributo all’ampliamento delle conoscenze linguistiche attraverso i libretti; e infine i cambiamenti delle modalità di ascolto, dagli organetti meccanici fino al disco, e il rapporto con vecchi e nuovi strumenti di comunicazione, dalla radio alla televisione e al web.

Francesco Hayez, Papa Urbano II sulla piazza di Clermont predica la prima crociata, Collezione Cariplo, immagine sottoposta a Copyright

A partire dal territorio di Parma – ricco di tradizione e nomi che hanno fatto la storia quali Giuseppe Verdi e Arturo Toscanini – i visitatori possono scoprire nel percorso espositivo il segreto della longevità dell’opera che si rivela al tempo stesso plasmabile al mutamento dei tempi e conservatrice dei riti del vivere insieme, dall’abbigliamento alla gastronomia, in particolar modo a Parma, dalla gestualità fino all’immaginario visivo. In mostra anche locandine, cartoline e caricature su riviste e calendari che nel corso degli anni hanno cambiato il modo di rappresentare l’opera, i suoi personaggi e i momenti scenici più popolari.

Le prime otto sale dell’esposizione (Stanze 1 e 2 Dalla nascita alla maturità – Stanza 3 Censura – Stanza 4 Protesta politica – Stanze 5 e 6 Opera e regimi – Stanze 7 e 8 Opera, politica e contemporaneità) si soffermano sull’influenza reciproca tra opera e sistema politico. È stato proprio il suo successo ad assicurare al genere una continua osservazione da parte dell’autorità politica, sia per orientare il consenso e disciplinare la morale, sia per controllare che non si veicolassero contenuti pericolosi per il potere. Parallelamente, la storia dell’opera è una continua lotta contro l’autorità, in nome della libertà artistica del compositore. Il teatro è stato spesso scelto come luogo fisico di protesta, ma la contestazione è avvenuta anche attraverso le opere messe in scena, come nel caso dei moti risorgimentali e dei regimi del Novecento.

Stare all’opera(Stanza 10), inoltre, è un’attività sociale articolata: lo spettacolo non è solo una rappresentazione a cui assistere, ma diventa pretesto per stabilire relazioni sociali mangiando, sorseggiando, chiacchierando e ostentando il proprio ruolo attraverso riti codificati.

La mostra prosegue, in altre cinque sale, analizzando l’influenza dell’opera sui diversi aspetti della società (Stanza 11 Figure della memoria– Stanza 12 Opera e parole– Stanza 13 Il gesto è il personaggio– Stanza 14L’opera è donna– Stanza 15La passione per l’opera). Il teatro è memoria del singolo, dei personaggi, degli spettacoli, memoria collettiva di un sogno civile, ma è anche strumento che ha contribuito a rendere la figura femminile sovrana del palcoscenico. Importante è il contributo apportato dall’opera alla lingua italiana e alla letteratura: i libretti sono stati veicoli per accrescere il vocabolario non solo degli appassionati, e far conoscere grandi autori stranieri quali Hugo, Shakespeare, Dumas. Inoltre l’opera, inizialmente esclusiva dell’aristocrazia, ha aperto le sue porte a un pubblico più ampio, che la riconosceva come rappresentazione dell’identità di un territorio e della nazione intera. In questo contesto si sono diffuse nuove iconografie del genere che sono presto entrate a far parte dell’immaginario popolare: tra queste la gestualità dei cantanti, inizialmente vista con ilarità ma presto riconosciuta come codice visivo con cui poter identificare i protagonisti delle opere.

L’ultima sezione della mostra illustra il materiale che si è raccolto nel tempo attorno alla comunicazione dell’opera (Stanza centrale L’opera appesa– Stanza 17 Opera da leggere, opera da ridere– Stanza 18 L’opera fuori dal teatro– Stanza 19 Il mito dell’opera– Stanza 20 L’opera riprodotta).Verso la fine dell’Ottocento iniziano a circolare riproduzioni grafiche di scene d’opera sugli spartiti, immagini fotografiche, e vario materiale iconografico dell’universo operistico, sotto forma di cartoline, calendarietti, figurine, e poi nelle riviste, su giornali, locandine e manifesti. A questi si aggiungono le prime recensioni, parodie e brani degli spettacoli riproposti da forme più popolari, come la musica delle bande e il teatro di burattini, per citarne alcuni. I media di massa del Novecento hanno poi cambiato il mondo del melodramma, permettendo di accedere sempre più facilmente al consumo dello spettacolo operistico, moltiplicandone la conoscenza in modi mai vissuti prima e dimostrando come l’opera sia sempre stata capace di adattarsi al nuovo.

Arricchisce l’esposizione una serie di iniziative collaterali che offre diverse occasioni di approfondimento sulla mostra. In calendario concerti a tema proposti dalle principali istituzioni concertistiche di Parma con programmi musicali sulle più importanti opere dell’Ottocento; attività di laboratorio per famiglie e scuole, con l’obiettivo di formare e coinvolgere un nuovo giovane pubblico; incontri sui temi scelti dalla mostra con ospiti a direttori di teatri e di canali televisivi, presidenti di associazioni musicali, registi d’opera per la TV e per il cinema, e amministratori d’ambito culturale.

Per info mostra e biglietti: opera@comune.parma.it – Casa della Musica 0521.031170

Delos (anche per le immagini)

Di fiore in fiore a Roma

Si apre un nuovo spazio espositivo nel centro storico di Roma, poco lontano da Piazza Navona e Castel Sant’Angelo (Vicolo della Campanella, 42 – 00186 Roma): lo Spazio Arti Floreali, adiacente all’omonimo Studio Arti Floreali, che da tempo si occupa di molte discipline collegate ai fiori e alla loro cultura. Al luogo dove, in venti anni di attività, sono stati realizzati workshop, corsi, mostre e molte iniziative culturali, ora si aggiunge dunque una nuova cornice espositiva, collegata allo Studio da un cortile fiorito, restaurata e attrezzata per accogliere mostre, conferenze, presentazioni, eventi. “Cinquantametriquadrati” – realizzati con criteri e materiali tecnologicamente avanzati – dotati di un sistema di illuminazione adatto a diversi tipi di allestimento, a disposizione per iniziative proposte anche da operatori culturali esterni.

 Spazio Arti Floreali verrà inaugurato ufficialmente il 7 ottobre con la mostra “Di fiore in fiore”, una esposizione di Artisti che operano nel campo dell’acquarello botanico, riconosciuti a livello internazionale. Si tratta di Lucilla Carcano, Maria Lombardi, Alfredina Nocera, Luca M. Palermo, Angela Petrini, Carla Pucci da Filicaja, Daniela Savoia, Maria Rita Stirpe, Marina Ubertini, Milena Vanoli, Silvana Volpato ed Elena Zito. Le opere dei suddetti artisti, esposte in molti Musei ed Orti Botanici italiani – perfino nehli esclusivi Kew Gardens di Londra – sono state spesso acquistate da prestigiose raccolte internazionali, come la Sherley Sherwood che possiede la più grande collezione privata, o la Mellon University di Pittsburg, il più importante collezionista pubblico. Una tecnica particolare e preziosa, quella della Botanica dipinta, che si avvale di un medium specifico e difficile da usare, l’acquarello, con trasparenze e colori vibranti impressi in carte preparate, cartoncino o pergamena, con effetti di traslucido alabastro. È stato Luca Palermo – tra gli artisti che esporranno in mostra – a riportare alla luce questa particolare forma d’arte, ricercando nelle pagine degli antichi Maestri modalità tecniche ed insegnandole per anni; alcune sue opere sono esposte al Castello di Windsor, nella Casa regnante inglese.

Nell’ambito dell’inaugurazione, giovedì 7 ottobre (orario 17:30 – 20:00), oltre ad alcuni dei pittori espositori, parteciperà il Prof. Fabio Garbari, ordinario di Botanica sistematica presso la Facoltà di Scienze M.F.N. e poi presso la Facoltà di Agraria dell’Università di Pisa, dove ha diretto per diversi anni l’Orto Botanico e il Dipartimento di Scienze botaniche, Presidente della Società Botanica Italiana.

Un secondo evento a tema, incentrato sullo stretto rapporto tra Botanica e Ambiente, avrà luogo giovedì 14 ottobre, alla presenza di Giulia Caneva, Professore Ordinario di Botanica Ambientale ed Applicata dell’Università Roma Tre, e il naturalista ed entomologo Enzo Colonnelli, esperto mondiale di insetti coleotteri curculionidi, ben conosciuto nella comunità scientifica nazionale ed internazionale.

Al finissage di mercoledì 20 ottobre (orario 17:00 – 20:00) ci sarà invece Alberta Campitelli, storica dell’Arte e dei giardini, ed ex direttore del Macro e dell’Ufficio Ville e Parchi Storici del Comune di Roma, responsabile della gestione e della conservazione di 42 complessi, nonché artefice di importanti restauri, tra cui Villa Borghese e Villa Torlonia.

Elisabetta Castiglioni

Toiletpaper & Martin Parr

Prosegue fino al 31 ottobre presso Villa Medici-Accademia di Francia a Roma (Viale della Trinità dei Monti, 1) la mostra che riunisce per la prima volta il fotografo britannico Martin Parr (uno dei più noti fotografi documentaristi della sua generazione) e i due ideatori del magazine TOILETPAPER, Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari, per un itinerario ipnotico nel cuore di un repertorio visivo stracolmo di colori.

Il percorso espositivo si presenta sotto forma di un’installazione di oltre quaranta fotografie che occupa una parte dei giardini rinascimentali di Villa Medici e offre uno spazio per muoversi errando in autonomia secondo l’allestimento progettato da Alice Grégoire e Clément Périssé, architetti e borsisti dell’Accademia di Francia a Roma.

L’esposizione trae origine dalla collaborazione tra Martin Parr, Maurizio Cattelan e Pierpaolo Ferrari per il libro ToiletMartin PaperParr pubblicato nel 2020 da Damiani che raccoglie e accosta, le une accanto alle altre, le immagini più iconiche degli archivi prolifici di questi tre artisti. Il corpo umano, il cibo, gli animali sono i motivi ricorrenti di questo progetto fotografico che interroga la nostra ossessione contemporanea per le immagini.

Dal piccolo formato alle stampe monumentali, le fotografie esposte a Villa Medici sposano il paesaggio in un gioco di rapporti che sottolinea lo spirito graffiante e impertinente dei loro autori. Quale migliore cornice dei giardini di un palazzo rinascimentale per rinnovare l’esercizio di deliziosi contrasti? Immagini composte meticolosamente e scene catturate dalla vita quotidiana dialogano per dar vita ad una narrazione fotografica in cui il vernacolare e la finzione surrealista si (con)fondono.

La mostra Martin Parr. We Sports si terrà, invece, dal 28 ottobre al 13 febbraio prossimi pressoCamera – Centro Italiano per la Fotografia, a Torino.La mostra, realizzata con Magnum Photos e Lavazza, è una vera e propria antologica del maestro inglese incentrata su un unico, grande tema: quello dello sport. Martin Parr. We  Sports, a cura di Walter Guadagnini con la collaborazione di Monica Poggi, ripercorrerà la carriera del celebre autore inglese (classe 1952), membro di Magnum Photos, attraverso circa 150 immagini dedicate a svariati eventi sportivi, con un focus tematico incentrato sugli scatti realizzati da Parr – su commissione di Lavazza – in occasione dei più rilevanti tornei di tennis degli ultimi anni.


Elisabetta Castiglioni

“Bagliori gotici” a Milano

Quasi due anni di studio e recupero delle opere sono serviti a Matteo Salamon e agli studiosi che lo hanno affiancato per infine annunciare –  dall’11 novembre a 17 dicembre 2021 – la mostra Bagliori Gotici. Dal Maestro del 1310 a Bartolomeo Vivarini che sarà allestita al piano nobile di palazzo Cicogna a Milano, sede della Galleria Salamon.

La mostra proporrà un suggestivo percorso attraverso due secoli di pittura italiana, dalla fine del Duecento ai maestri del Tardo Gotico, e presenterà 18 dipinti su tavola di eccezionale valore. Per buona parte si parla di “nuove acquisizioni agli studi”, sebbene molte delle opere fossero già conosciute da Federico Zeri (1921 – 1998), che disponeva delle relative immagini nella sua fototeca. In alcuni casi, ad esempio l’incantevole Madonna col Bambino di Agnolo Gaddi, di certo uno dei vertici della mostra, le tavole sono state riconosciute meritevoli di dichiarazione d’interesse culturale (notificate) da parte del Ministero della Cultura. Il provvedimento di notifica equivale a dichiarare i dipinti “come degni di far parte delle maggiori collezioni museali italiane”, e attribuisce loro la prerogativa di documenti imprescindibili del nostro patrimonio nazionale.

In buona sostanza: opere che il collezionista avveduto non dovrebbe farsi scappare.

La rassegna espositiva prenderà avvio da un’importante tavola dell’anonimo noto come ‘Maestro del 1310’, fondatore della scuola pistoiese. Il dipinto, ritenuto da Tartuferi una prova giovanile di questo geniale autore, è databile al 1303-1305, ed è testimone di una persistente tradizione gotica in Italia, alternativa al classicismo di Giotto e segnata da evidenti influenze francesi. L’estrema rarità delle opere del maestro conservate in raccolte private – si conosceva finora solo una preziosa tavola, già nella villa chiantigiana della pop-star Madonna – attesta la straordinaria rilevanza di questo recupero.

Il Trecento italiano viene sondato attraverso l’analisi di un notevole dittico di Jacopo del Casentino, di un altarolo dell’inconsueto Giovanni Gaddi – fratello maggiore di Agnolo –, un Cristo in pietà fra Santi Margherita e Giovanni dell’anonimo artista senese noto come Maestro del Trittico Richardson, e di due tavole di scuola bolognese, una Madonna addolorata e un San Giovanni Evangelista, di Lippo di Dalmasio, raro Maestro Bolognese del Trecento.

Discorso a parte merita il dossale col Giudizio finale di Niccolò di Tommaso, chiara testimonianza del carattere retrospettivo e quasi ‘neobizantino’ della pittura in Toscana dopo la peste del 1348.

Alla lunga stagione del Gotico Internazionale, a cavallo fra i due secoli, appartengono uno splendido altarolo del fiorentino Cenni di Francesco di Ser Cenni, due delicate Madonne di Lorenzo di Bicci e una incisiva tavola con San Francesco che mostra le stimmate del senese Andrea di Bartolo; e ancora una Madonna col Bambino fra i santi Giovanni Battista e Giovanni Evangelista ad opera del pittore portoghese Álvaro Pires de Évora, attivo a lungo in Italia nel primo ‘400 e la cui vicenda personale risulta essere emblematica delle traiettorie culturali tracciate dagli artisti in questa fase.

Allievo di Gentile da Fabriano a Venezia era verosimilmente l’anonimo artista indicato da Zeri come il ‘Maestro dell’Annunciazione Ludlow’, del quale in mostra si presenta una raffinata Madonna in trono col Bambino. Questi in laguna incarna il trait d’union tra gli artisti del Tardogotico e i maestri del primo Rinascimento, a partire da Antonio Vivarini che nella prima attività pare prendere spunto dai suoi modelli. Il Cristo in pietà di Antonio Vivarini interpreta la cultura umanistica padovana in senso schiettamente lineare, mentre l’analogo soggetto realizzato successivamente da Bartolomeo mostra come pure a Venezia, nella seconda metà del XV secolo, avesse attecchito la concezione prospettica della forma dei maestri fiorentini. Chiudono la rassegna un’intensa Crocifissione del pesarese – ma di cultura felsinea – Giovanni Antonio Bellinzoni e una deliziosa Madonna col Bambino e quattro santi del fiorentino Ventura di Moro, tavola questa della metà del Quattrocento ma che pare ancora affermare, con ammirevole consapevolezza storica, l’attualità della tradizione del secolo precedente.

Al progetto di mostra si accompagna l’edizione di pregio di un volume dal titolo The early career of Agnolo Gaddi and a new Madonna and Child, curato da Angelo Tartuferi e dedicato proprio al sopracitato dipinto di Agnolo Gaddi: l’opera è una smagliante testimonianza dell’attività precoce dell’artista, marcata da preziosismi nella cromia che rimandano alla sua formazione a Firenze con Giovanni da Milano e Giottino.

Una mostra di questo calibro in Italia, e in particolare in una galleria privata, è una splendida anomalia: la cultura dei “primitivi” italiani infatti negli ultimi decenni pare aver trovato espressione soprattutto nei paesi anglosassoni, seguendo nondimeno la tradizione impressa dal gusto dei grandi collezionisti americani della fine del XIX secolo. Come già in occasione della rassegna Tabula picta dell’autunno 2018, la galleria di Matteo Salamon mostra un rigore estremo nella scelta delle opere, che si segnalano tutte per l’assoluta correttezza delle attribuzioni – indicate del resto dai più grandi specialisti di pittura italiana fra Trecento e Quattrocento –, per l’eccellente stato di conservazione, per l’indiscutibile qualità formale e per l’illustre provenienza da famose raccolte private.

Galleria Salamon, Milano, Palazzo Cicogna, via San Damiano. Orario: dal lunedì al venerdì, 10 – 13 e 14 – 19. Ingresso libero

S.E.

Festival internazionale di Fotografia “Grenze”

Tunnel, sale e cunicoli che, uno dopo l’altro, rivelano capolavori fotografici provenienti da tutto il mondo. Il Bastione delle Maddalene, a Veronetta, è la sede della quarta edizione del festival internazionale ‘Grenze’. Fino al 10 settembre gli spazi della cinta magistrale ospitano le opere di 8 fotografi, da Isacco Emiliani a Joey L., da Dario Mitidieri e Amirhadi Shirzadi. Oltre ad una collezione dell’archivio del Centro internazionale di fotografia Scavi Scaligeri. E nel giardino esterno gli scatti di 40 artisti raccontano i giorni della pandemia. Tema dell’edizione 2021, ‘Peripherie’. Ancora una volta una parola in tedesco per definire la periferia, dal verbo peri-fero portare in giro, è ciò che trovandosi fuori da un centro, è ai margini, lontano, contrastante, differente. Periferia come necessità di guardare al centro con occhi diversi.

Grenze è un festival diffuso, un motore già avviato a fine agosto con le prime attività in città. Una rassegna che proseguirà fino al termine di settembre, coinvolgendo anche gli spazi di Galleria Isolo17, Fonderia 20.9, Teatro Nuovo, Spazio Arte Pisanello, Istituto Design Palladio, Lo Spazio, Palazzo Orti Manara e Lazzaretto. Anche quest’anno centrale è la formazione. Due i workshop ospitati dall’Istituto Design Palladio. Il primo a cura di Ernesto Bazan è dedicato all’editing fotografico, e si terrà l’11 e 12 settembre, il secondo, condotto dal fotografo Magnum Nikos Economopoulos, riguarda la Street Photography, da oggi al 5 settembre. Tra le iniziative collaterali anche Letture Portfolio a cura di Augusto Pieroni, Yvonne de Rosa e Stefano Mirabella, nel parco del Bastione delle Maddalene sabato 4 settembre dalle 9 alle 13.

Il festival è realizzato in collaborazione con il Comune di Verona, in particolare gli assessorati alla Cultura e ai Rapporti Unesco. Con il supporto di ArtVerona, IUSve, Istituto Design Palladio, Centro Internazionale Fotografia Scavi Scaligeri, Magazzini Fotografici, PerAsperaFestival, Associazione Leonardo Da Vinci, l’Associazione Fotografica Verona Off e Sudest57. E il sostegno di Flos, Fondazione Zanotto e Fimauto.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Tomás Saraceno. AnarcoAracnoAnacro

Tomás Saraceno, artista argentino di origine italiana che vive e lavora a Berlino, è considerato uno dei maggiori protagonisti della scena artistica contemporanea internazionale e uno dei più influenti attivisti per la salvaguardia del pianeta che sfida, attraverso le sue opere, i modi dominanti di vivere e percepire l’ambiente. Nella mostra AnarcoAracnoAnacro presenta un progetto multimediale creato appositamente per l’Area monumentale della Neapolis di Siracusa, dove l’artista opera per la prima volta, uno dei più importanti complessi archeologici del Mediterraneo con una superficie di circa 240.000 metri quadrati che comprende il Teatro greco, il cosiddetto Santuario di Apollo Temenite, l’Ara di Ierone II, l’Anfiteatro romano, le latomie del Paradiso, Intagliatella e Santa Venera, fino alla cosiddetta Tomba di Archimede.

Fino al 30 gennaio 2022 , i tradizionali percorsi archeologici della Neapolis saranno attraversati e intercettati dal percorso narrativo sperimentale di Saraceno. Composta da diversi capitoli, dislocati in numerosi punti distanti tra loro, la mostra costruisce un proprio mondo sensoriale e semiotico, evolvendo come una vera e propria forma di vita nel corso dei mesi. Archeologia, ecologia, aracnomanzia, arte e attivismo sociale dialogheranno, tessendo nuove poetiche visive.

La mostra, a cura di Paolo Falcone, è promossa dalla Regione Siciliana – Assessorato dei Beni Culturali e dell’Identità Siciliana, dal Parco Archeologico e Paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai. È prodotta e organizzata da Civita Sicilia in collaborazione conStudio Tomás Saraceno, INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico e Accademia d’Arte del Dramma Antico.

L’esposizione è concepita come un dispositivo narrativo volto a moltiplicare le storie raccontate dal sito archeologico, si interroga sulla centralità della storia umana e in particolare su quella dell’Occidente, che trova il suo momento fondativo proprio nell’epoca classica. La ragnatela, l’aracnomanzia, l’evocazione e la reinterpretazione dei miti, così come il concetto di metamorfosi diventano concetti guida per ripensare e riscoprire l’intreccio di forme di vita, linee temporali e reti simbiopoietiche che animano l’Area, portando l’attenzione del pubblico a rivolgersi a coloro che l’hanno abitata per milioni di anni, come le 46 specie di ragni che sono state ritrovate all’interno. Aracronie e antropocronie, geo-storie e idro-storie, mitologie ibride e post-umane raccontano le urgenze del presente attraverso linguaggi oracolari e vibrazioni impercettibili, chiedendo ai visitatori di prestare attenzione alle reti di vita che ci collegano alle nostre ecologie circostanti e di riconoscere la responsabilità necessaria per fermare il ciclo distruttivo del Capitalocene.

L’Area monumentale della Neapolis, scenario ideale per le installazioni di Saraceno, è un sito del Parco Archeologico e Paesaggistico di Siracusa, Eloro, Villa del Tellaro e Akrai. La sua fama nel mondo è legata al maestoso Teatro greco situato al suo interno dove, da più di cento anni, con le rappresentazioni dell’INDA – Istituto Nazionale del Dramma Antico, continuano ad essere rievocate le tragedie e le commedie che hanno commosso ed emozionato gli antichi abitanti della città greca. Nonostante lo sviluppo della città moderna, la Neapolis ha saputo conservare e valorizzare il fascino degli spazi naturali e dei manufatti artificiali che la caratterizzano, assumendo il ruolo di simbolo della città, meta di visitatori da tutto il mondo. Ed è proprio il percorso di visita, un continuo connubio tra storia e natura, ad aver ispirato il progetto di Tomás Saraceno: la spettacolare Ara di Ierone II; l’affascinante Grotta del Ninfeo, il santuario dedicato al culto delle Muse, sulla rupe che sovrasta l’edificio teatrale con una vista mozzafiato sull’insenatura naturale del Porto Grande, fonte di ricchezza per la città antica e teatro di sanguinose battaglie; la flora con centinaia di specie e vere e proprie rarità botaniche.

Ombretta Roverselli

Dante e il suo “Viaggio” in mostra a Ferrara

Esposizione di manoscritti, antiche edizioni e opere artistiche del “Viaggio” dantesco: è questo il tema della mostra che inaugurata ieri alla Biblioteca Comunale Ariostea (via Scienze 17, Ferrara), dove rimarrà visitabile fino al 2 febbraio 2022.

Dante. Dettaglio di ritratto di Attilio Runcaldier XIX secol. Istituzione Biblioteca Classense Ravenna

In occasione del settimo centenario della morte di Dante Alighieri (1321-2021), la Biblioteca Comunale Ariostea e l’Università degli Studi di Ferrara hanno promosso una mostra di opere dantesche. L’evento espositivo offre al visitatore l’opportunità di conoscere un patrimonio librario rarissimo, attraverso un percorso originale di preziosi manoscritti e di antiche edizioni a stampa, la maggior parte delle quali mai esposta in precedenza. L’esposizione si apre (in Sala Ariosto) con gli incunaboli della Divina Commedia, il più antico dei quali risale al 1477-1478; seguono esemplari del 1491, 1493, 1497 corredati da xilografie, vignette e illustrazioni a piena pagina. Trovano posto nelle vetrine anche rare cinquecentine, come Le terze rime di Dante (Venezia, Aldo Manuzio, 1502); e il Danthe Alighieri fiorentino historiado (Venezia, Bartolomeo Zani, 1507). In mostra anche un importante testimone del noto sonetto di Dante, Guido i’ vorrei che tu e Lapo ed io, conservato in un codice in lingua francese della prima metà del Trecento che contiene Le livre dou treçor di Brunetto Latini. Del cesenate Jacopo Mazzoni, si espone la Difesa di Dante, presente in un raro e molto interessante manoscritto del sec. XVII. In mostra anche una particolare edizione della Commedia tradotta in latino dal gesuita Carlo D’Aquino, in tre volumi, il cui frontespizio reca l’indicazione di stampa Napoli, Felice Mosca, ma fu impressa a Roma da Pietro Bernabò, nel 1728, proveniente dalla Biblioteca del Collegio della Compagnia di Gesù di Ferrara. Delle tante edizioni ottocentesche della Commedia, ne sono state selezionate alcune con apparato illustrativo calcografico (Firenze, all’Insegna dell’Ancora, 1817-1819; Firenze, presso la Tipografia del Vulcano, 1846). Dalle collezioni artistiche dell’Ariostea proviene il busto di Dante, eseguito dalla Manifattura di Signa (Firenze) nei primi anni del Novecento. Una seconda sezione della mostra (Sala Carli) è dedicata invece all’iconografia dantesca con numerose illustrazioni provenienti dalla collezione dei disegni del ferrarese Franco Morelli (1925-2004), straordinario interprete artistico della Divina Commedia, gentilmente prestate per l’occasione dai Musei Civici del Comune di Cento.

La mostra è stata curata dalla responsabile U.O. Biblioteche del Comune di Ferrara Mirna Bonazza e dal docente di Paleografia e di Codicologia all’Università di Ferrara Sandro Bertelli. Rientra in un progetto che coinvolge numerosi archivi e biblioteche dell’Emilia-Romagna ed è stata promossa dalla Regione stessa e dalla Società Dantesca Italiana.

Alessandro Zangara (anche per l’immagine)

Salman Ali e Alighiero Boetti: il racconto di un’amicizia in mostra a Milano

Lui di origine afgana, lui uno dei maggiori artisti del Novecento. È una storia di convivenza familiare quella che, per la prima volta, Salman Ali racconta nella sua autobiografia edita da Forma. Un approfondito, vivido racconto in prima persona, con cui Salman Ali ritraccia la sua vita, aneddoti e curiosità dei 23 anni passati accanto ad Alighiero Boetti. Il Racconto è accompagnato da immagini sino ad ora in gran parte private, e seguito da alcuni brevi contributi a firma di Bruno Corà, Giorgio Colombo e Clino Castelli.

L’uscita dell’autobiografia di Salman Ali diventa fortunata occasione per una mostra che ha titolo per essere definita come “evento” nel mondo dell’arte: a Milano, Tornabuoni Arte presenta, infatti, la collezione privata di Salman Ali, frutto di regali da parte dell’amico fraterno Boetti, lavori di altissima qualità che testimoniano l’affetto dell’artista per il suo collaboratore ed amico più stretto.

Alcune di queste opere sono già state esposte in musei internazionali ma questa sarà la prima volta in cui si potranno ammirare tutte insieme.

Tornabuoni Arte presenta la collezione di queste opere insieme ad una straordinaria selezione di fotografie di Salman Ali nei momenti di vita privata e nei viaggi accanto a Boetti. In molti casi si tratta di fotografie, alcune molto note, altre inedite, scattate, tra gli altri, da Giorgio Colombo che permettono di raccontare la straordinaria vicenda dell’uomo più vicino ad Alighiero Boetti e del rapporto con lo stesso artista.

Salman Ali conobbe Boetti nel 1971 a Kabul dove l’artista aveva aperto il famoso One hotel, albergo nel quale Salman trovò velocemente un impiego.

Nel 1973 Boetti propose a Salman Ali di seguirlo a Roma. Da quel momento Salman Ali ha vissuto costantemente accanto a Alighiero Boetti e la sua famiglia, diventando molto più di un semplice assistente: un membro della famiglia.

Si occupava della famiglia, dei bambini, della casa; seguiva Boetti nei suoi viaggi e nel suo studio dove garantiva ordine perché “tutto andasse bene e che capo fosse tranquillo”, come ricorda lo stesso Salman.

Testimone dell’intera vicenda umana e professionale dell’artista torinese, Salman Ali è ancora oggi indissolubilmente legato alla famiglia Boetti e a tutto il “mondo di Boetti”.

Tornabuoni Arte, Via Fatebenefratelli 34-36 – 20121, Milano, dal 14 settembre al 14 ottobre 2021, lunedì 15.00-19.00; martedì/sabato 10.00-13.00 e 15.00-19.00.

S.E.

Perugino. Il maestro di Raffaello

Dopo la mostra Raffaello e Baldassare Castiglione, il Palazzo Ducale di Urbino dedica una nuova rassegna di alto profilo a un maestro del Rinascimento italiano, Pietro Vannucci detto il Perugino (Città della Pieve, 1448 circa – Fontignano, 1523), con la mostra Perugino, il maestro di Raffaello. L’esposizione celebra la sua arte raffinata, che seppe fondere con straordinaria armonia le migliori prerogative della pittura centro-italiana della seconda metà del XV secolo ed esercitò una grande influenza sul giovane Raffaello. «Continua il centenario raffaellesco (1520) mentre ci si avvia al centenario di Perugino (1523). A Urbino, in Palazzo Ducale, nel nome del padre Giovanni Santi, si celebra il maestro di Raffaello, che fu appunto il Perugino. Ma si illumina soprattutto, attraverso alcuni capolavori, quel momento, fra 1470 e 1500, in cui, dopo l’arrivo della Pala di Piero della Francesca per la Chiesa di San Bernardino, mausoleo dei duchi, gli artisti tra Umbria, Marche e Toscana cercano una strada nuova, una lingua di emozioni e sentimenti che nessuno saprà interpretare meglio di Raffaello.

Giannicola di Paolo, San Giovanni Evangelista e la Madonna dolente Santa Maria Maddalena e san Sebastiano, 1510-1513

Ma a ispirarlo e a indirizzarlo fu proprio Perugino», evidenzia Vittorio Sgarbi, curatore della mostra. «La mostra Perugino, il maestro di Raffaello è in logica continuità con le celebrazioni del quinto centenario dalla morte di Raffaello – dichiara l’Assessore regionale alla Cultura Giorgia Latini – ne rappresenta il compimento, oltre che un ulteriore momento di riflessione. Grazie al percorso narrativo curato da Vittorio Sgarbi entriamo non solo nell’opera di Pietro di Cristoforo Vannucci ma anche in quella del giovane urbinate e degli artisti del contesto storico precedente e successivo al Perugino. Con questa mostra, sostenuta dalla Regione, si fa inoltre luce su un altro aspetto molto interessante. Quello della formazione del genio di Raffaello, capace di una grazia e di uno stile che sono sì dotazione di natura, ma anche apprendimento. Credo, anche in relazione al mio attuale impegno di assessore regionale alla cultura e all’istruzione, che questo sia un contenuto rilevante che va pienamente recuperato anche oggi. E’ nella bottega che vengono scoperti e crescono i grandi geni. In termini più attuali scuola e formazione sono le linee guida per una società che vuole prendersi cura dei suoi talenti per prendersi cura di se stessa».

Pietro Vannucci il Perugino, Predica del Battista (dalla predella del Polittico di Sant’Agostino), 1502-1523

«Con questa bella mostra dedicata al Perugino – afferma il sindaco di Urbino Maurizio Gambini– Urbino completa idealmente le celebrazioni dedicate a Raffaello. Nel 2020 Urbino è stata fra le poche realtà che ha rispettato i programmi approvati dal Comitato nazionale per i 500 anni dalla morte del grande genio del Rinascimento, e assieme alla Regione Marche ha realizzato un gran numero di iniziative dedicate al proprio concittadino più famoso. Con questo appuntamento espositivo si chiude quindi un ciclo che aveva come scopo raccontare al grande pubblico il “mondo” di Raffaello: l’ambiente dove era nato, il contesto culturale che lo aveva circondato, ciò che ne aveva influenzato l’opera, i personaggi, come Baldassarre Castiglione, a lui legati in età adulta. Oggi, soffermandoci sul lavoro del Perugino, parliamo della formazione di Raffaello. Scopriamo il grande talento di colui che ne fu il celebre maestro. Abbiamo un esempio delle abilità con cui il Perugino ha suggestionato Raffaello e gli ha insegnato il mestiere. E considerato che Raffaello era un “genio assoluto”, il Perugino ha dovuto accettare la punizione più amara: vedere l’allievo surclassare il maestro. Ringrazio Vittorio Sgarbi per aver ideato questa nuova mostra, così come ringrazio la Regione Marche per aver creduto e sostenuto questo ulteriore progetto espositivo. A nome della città ringrazio inoltre la Direzione della Galleria Nazionale delle Marche e la Direzione della Galleria Nazionale dell’Umbria per la strettissima collaborazione. Un grazie va a tutti i prestatori, alle Istituzioni pubbliche e private, e a tutte le persone che hanno lavorato intensamente per rendere possibile la bella proposta culturale che oggi inauguriamo».

Eusebio di San Giorgio, Madonna con il Bambino tra i santi Giovanni Battista e Benedetto (Madonna degli Alberelli), 1508-1509 fino al 1536

Frutto della collaborazione tra la Regione Marche e il Comune di Urbino, curata da Vittorio Sgarbi e organizzata da Civita Mostre e Musei e Maggioli Cultura, la mostra completa idealmente le celebrazioni per il quinto centenario della morte di Raffaello e anticipa il quinto centenario della morte di Perugino che si celebrerà nel 2023. La mostra affronta, attraverso una ventina di opere, uno dei momenti più alti nella storia dell’arte rinascimentale. Perugino è uno dei maggiori maestri del suo tempo e dopo aver guidato il cantiere della Cappella Sistina, è in assoluto il più quotato. Ma la mostra intende cogliere un momento particolare della sua vicenda artistica, quando gli equilibri del Quattrocento sono ormai alle spalle e Perugino è all’apice della carriera, quando emerge nella sua stessa bottega il genio precoce del giovane Raffaello. La rassegna si apre con le opere di alcuni artisti umbri e marchigiani, tra cui Giovanni Boccati e Bartolomeo Caporali, per richiamare il contesto figurativo del secondo Quattrocento, dove si sentono ancora i bagliori del tardogotico e nel quale si muove la prima formazione artistica di Perugino. Ma il suo orizzonte si sposta presto a Firenze, nella bottega di Andrea del Verrocchio, a quel tempo frequentata dai talenti più promettenti della pittura fiorentina, tra cui Leonardo, Botticelli e Ghirlandaio. Fu proprio in virtù di questo prestigioso apprendistato che Perugino acquisì quell’invidiabile scioltezza del disegno che sarà poi alla base della sua arte. A Firenze era inoltre possibile ammirare i capolavori dei più celebrati maestri fiamminghi, che Perugino tentò sempre di emulare, specialmente nei suoi paesaggi luminosi e smaltati. Non meno importante per la sua formazione fu l’incontro con Piero della Francesca, che gli trasmise un più misurato senso compositivo e una perfetta competenza prospettica. Nel 1481 fu chiamato a dirigere, insieme ad altri artisti, la decorazione della Cappella Sistina, un’impresa che segnerà un punto di svolta decisivo per la sua carriera. Il maestro riuscì a godere per almeno due decenni di un successo incontrastato e ad attirare commissioni da ogni parte d’Italia, al punto da tenere ben due botteghe a Firenze e a Perugia. La rassegna, con prestiti dalla Galleria Nazionale dell’Umbria, dal Museo di Arte Antica e di Arte Sacra di Sutri, dal museo del tesoro della Basilica di San Francesco di Assisi e dalla Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, si snoda in un percorso narrativo articolato in sezioni allestite nelle Sale del Castellare. La sezione iniziale, dedicata agli artisti che hanno preceduto Perugino, mette in evidenza la straordinaria unità di linguaggio artistico tra i due “versanti” dell’Appennino umbro e marchigiano, segno di un tempo in cui la montagna non era una barriera ma piuttosto un fattore di unità nell’arte e non solo. Nella seconda sala espositiva l’opera di Perugino viene evocata attraverso le opere di suoi “colleghi” come Giovanni Santi, Bartolomeo della Gatta, Pinturicchio e Signorelli, questi ultimi in parte anche suoi allievi.

Pietro Vannucci il Perugino, Arcangelo Gabriele (dal Polittico di Sant’Agostino) 1502-1512

La terza sezione presenta il nucleo più importante delle opere di Perugino, realizzate tra il XV e il XVI secolo, prima che Raffaello si trasferisca a Firenze e per Perugino inizi invece una stagione più ripiegata verso il suo territorio. La sala finale è dedicata all’eredità di Perugino e quindi agli artisti che hanno interpretato la sua lezione dando vita ad una maniera che si è diffusa anche oltre i confini umbro marchigiani. Perugino ha infatti creato un linguaggio nazionale (anticipando in questo Raffaello e per la prima volta dopo Giotto) da cui deriva una sorta di “manierismo” peruginesco che determina la sua fortuna “italiana”. Il percorso narrativo è arricchito da due contributi video. Il primo filmato mette a confronto lo Sposalizio della Vergine di Perugino, dipinto nei primi anni del Cinquecento per la cattedrale di Perugia e oggi nel Musée des Beaux Arts di Caen in Normandia con lo Sposalizio della Vergine di Raffaello, la tavola dipinta nel 1504 per la chiesa di San Francesco a Città di Castello e oggi nella Pinacoteca di Brera. Partendo dalla Consegna delle chiavi, affrescata da Perugino nella Cappella Sistina tra il 1481 e il 1482 e dagli affreschi nel Collegio del Cambio di Perugia, il filmato mette in luce il “debito” verso Perugino e nello stesso tempo il “sorpasso” già compiuto dal giovane Raffaello. Un secondo video consente ai visitatori di ripercorrere la produzione artistica della maturità di Perugino attraverso una selezione di venti capolavori. La mostra è infine accompagnata da un catalogo scientifico edito da Maggioli Cultura.

Apertura fino al 17 ottobre 2021 illunedì 10,00 – 14,00; da martedì a domenica 10,00 – 18,00. E’ previsto un biglietto d’ingresso. Info http://www.perugino.vieniaurbino.it

Ombretta Roverselli (anche per le fotografie)