I colori della speranza

Sarà visitabile fino al 25 novembre (da lunedì a sabato, tra le 18.00 e le 20.00), presso la galleria dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma, la personale dell’artista Karen Thomas dal titolo “I COLORI DELLA SPERANZA”, una mostra presentata dal Rettore dell’Istituto, Mons. Agostinho da Costa Borges e che gode dell’alto patrocinio dell’Ambasciata del Portogallo presso la Santa Sede.

L’esposizione, realizzata  con la collaborazione di Claudio Zaccaretti (luce e design), è un percorso emotivo e sensoriale che si snoda tra le sale della galleria in un crescendo di colore armonico, segni e luci: quadri su tela o su plexiglass e colonne luminose raccontano e ripercorrono i temi forti dell’attualità geo-politica del nostro tempo, con l’auspicio di trasmettere colore e luce e dissipare l’oscurità.

Le tematiche comprendono “Le colonne”. Come in un parco illuminato, che affonda le radici nel mondo classico, nell’arte ellenistica-romana, nel rispetto delle proporzioni e del “bello”, l’artista Karen Thomas ha scelto di realizzare delle colonne tematiche con tecnica mista acrilico, oro ed argento su plexiglass per raccontare, attraverso una forte denuncia forte e in un grido di colore, il nostro tempo. Colonne grandi si alternano ad elementi più piccoli, anch’essi montati su base “classica” e realizzati in temi che esprimono Luce, Pace, Ambiente e Speranza. L’uso dell’ oro simboleggia la preziosità della vita che ci è stata regalata e che va tratta con delicatezza e gratitudine. L’uso dell’argento simbolizza Leggerezza e Serenita’; porta Luce dove prima c’era il buio e insieme al verde significa per l’artista Speranza. La tecnica di pittura utilizzata non è astratta e non è figurativa: viene chiamata “astratto-figurativa” a causa del flusso dei colori nei quali si riconoscono delle figure che si fondono ed interagiscono con essi. L’intenzione è quella di fornire una “chiave di lettura” all’osservatore cercando di instaurare a mezzo dei colori, dei segni e della luce, un dialogo con l’opera, destando curiosità, generando domande e fornendo spunti per le risposte. A volte è sufficiente anche il solo guardare, farsi trasportare e perdersi tra i colori… Design e Luce si integrano al colore fondendosi con il colore in una forte sensibilità artistica che crea Luce e Bellezza.

“Speranza”. La visione dell’artista della natura e dell’ambiente si fa segno e colore.
Il nostro pianeta – maltrattato, ferito, sanguinante, in lacrime, eppure forte e bellissimo – non si stanca di proteggersi e di continuare a regalarci spettacoli indimenticabili, fatti di albe e tramonti, ma anche di fioriture, frutti di un orto mediterraneo con farfalle, uccelli e lucertole illuminati dal sole, cani liberi e felici, di un cielo azzurro-cobalto, vento e onde rumorosi e spettacolari.

“Pace, Europa”. Un artista in solitaria oggi può fare poco ma, ribaltando la visione e unendosi agli altri, può produrre come un gigantesco mosaico dove ciascuno con le proprie capacità e la propria sensibilità va ad aggiungere un sassolino per realizzare l’Opera massima. Questa colonna è creata nelle sfumature del colore Blu, con accenni ai singoli paesi, come stelle dorate: ognuno con i suoi problemi, ma uniti nel cerchio d’oro, ad auspicio di garanzia di Pace e stabilità nel rispetto delle singole identità.

“Incontro”. Figure nella Luce si incontrano, percorrono un cammino insieme, escono dal buio della solitudine verso l’alto, verso la Luce.
In questo dialogo di empatia ci si muove in un blu-celeste, tra accenni di alberi e fiori, adulti, giovani, coppie con bambini in colori dolci e “caldi come la terra”.
Karen Thomas è nata a Berlino, ha svolto la sua attività artistica e di insegnamento a Parigi, Kiel, Lubecca e Amburgo. Soggiorni di studio a New York, Roma e Los Angeles. Numerose esposizioni personali e collettive in Germania, Italia, America e Cina. Vive e lavora a Roma, dove è stata per circa di vent’anni titolare della cattedra di Tecniche pittoriche presso la R.U.F.A. (Rome University of Fine Arts).

Dagli anni Ottanta esegue un intenso lavoro per la trasposizione di impressioni di città, paesaggi e figure. E’ tra gli esponenti della nuova corrente neo-espressionista data la sua formazione artistica. Dal 2000 si dedica alle ricerche sull’astrattismo tra forma e colore. La rappresentazione della “Genesi” segna da più di sei anni il suo percorso pittorico.
Dalla ricerca del “fascino della luce” nasce un altro percorso pittorico che parte dalla  creazione divina e attraversa il tema dei diversi fenomeni di luce, come la luce mediterranea e quella notturna. Negli ultimi anni segue un percorso artistico segnato dalla matericità e plasticità, dedicato al mondo della musica e ai suoi grandi interpreti, come Bach, Beethoven, Mozart e Verdi.
La pittrice Karen Thomas segue un percorso artistico, intellettuale ed emotivo che la porta all’elaborazione di un nuovo “Manifesto del Ruolo Etico dell’Artista”, di cui diviene prima firmataria.

Elisabetta Castiglioni

 

 

Da Brooklyn al Bargello: Giovanni della Robbia, la lunetta Antinori e Stefano Arienti

Dopo l’esposizione alle grandi mostre presso il Museum of Fine Arts di Boston e la National Gallery di Washington tra 2016 e 2017, approda a Firenze un capolavoro che ha lasciato l’Italia nel lontano 1898: la lunetta con la Resurrezione di Giovanni della Robbia. Verrà presentata al pubblico nella cornice del Museo Nazionale del Bargello, dove si conserva la maggiore raccolta al mondo di sculture realizzate in terracotta invetriata dai Della Robbia. Commissionata probabilmente intorno al 1520 da Niccolò di Tommaso Antinori (1454-1520), che dette inizio alla fortuna imprenditoriale di questo antichissimo casato fiorentino, la lunetta è di dimensioni monumentali (cm 174,6 x 364,5 x 33) e resta oggi uno dei più notevoli esempi della produzione di Giovanni della Robbia (Firenze 1469-1529). Figlio di Andrea e insieme a lui continuatore della bottega del nonno Luca, Giovanni si indirizzò verso una produzione contraddistinta da una maggiore esuberanza decorativa e cromatica, come appare proprio da questo straordinario esemplare, rimasto per quasi quattro secoli nella sua ubicazione originaria, la prestigiosa Villa Le Rose costruita fuori le mura di Firenze quale residenza di campagna e sede, già in antico, di produzione vinicola. La lunetta raffigura il Cristo risorto, con il committente Antinori in ginocchio alla sua destra e i soldati attorno al sepolcro, secondo l’iconografia tradizionale: il tutto su un articolato sfondo di paesaggio e all’interno di una fastosa cornice di frutti e fiori popolata da piccoli animali.

L’opera venne acquistata nel 1898 da Aaron Augustus Healy (1850-1921), personaggio chiave della Brooklyn di fine Ottocento, importante uomo d’affari, presidente del Brooklyn Institute of Arts and Sciences per venticinque anni, ma anche esperto collezionista e generoso mecenate. Healy, che portò a New York la lunetta per donarla al Brooklyn Museum, la riaccompagna idealmente oggi a Firenze, con una spettacolare presenza ‘in effigie’: altro capolavoro concesso in prestito dallo stesso museo americano è infatti il Ritratto di Aaron Augustus Healy dipinto da John Singer.

Artista cosmopolita e di eccezionale successo, fu uno dei ritrattisti più in voga presso l’alta società delle capitali europee e americane: quello di Healy è uno degli ultimi ritratti eseguiti da Sargent, che in seguito riservò quel privilegio solo a pochi fortunati come Henry James, Vaslav Nijinsky, John D. Rockefeller o il presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson.

Nel 2016 Marchesi Antinori ha generosamente finanziato il complesso restauro della lunetta, realizzato nei laboratori del Brooklyn Museum in previsione della mostra al Museum of Fine Arts di Boston. Si è in tal modo venuta a creare una singolare convergenza storica, una suggestiva continuità di committenza e tutela esercitata dalla famiglia Antinori attraverso i secoli, che si rinnova ulteriormente in questo eccezionale e temporaneo ritorno in Italia. Marchesi Antinori sostiene infatti anche questa iniziativa fiorentina, a seguito del bando pubblico indetto dal museo ai sensi dell’art. 19 D.Lgs. n. 50/2016.

L’evento accenderà dunque i riflettori, dopo quasi 120 anni dal suo trasferimento oltreoceano, su uno straordinario capolavoro poco conosciuto dal pubblico italiano ed europeo, cui verrà dedicata un’intera sala degli spazi museali del Bargello. In parallelo, la seconda sala ospiterà un’opera di Stefano Arienti, artista italiano tra i più apprezzati in ambito internazionale, dal titolo Scena fissa, con cui la scultura robbiana viene riletta e reinterpretata, dando vita ad un inaspettato dialogo tra arte rinascimentale e contemporanea. Tale creazione, ideata per la sala mostra del museo Nazionale del Bargello, quindi con un progetto site-specific, rientra nelle iniziative di Antinori Art Project, progetto che muove dall’idea di creare una naturale prosecuzione dell’attività di collezionismo, proseguendo una tradizione della famiglia che viene oggi rivolta verso le arti e gli artisti del nostro tempo.

 

Firenze, Museo Nazionale del Bargello

9 novembre 2017 – 8 aprile 2018

 

Salvatore La Spina

 

La rivelazione del Tibet. Ippolito Desideri

Pistoia, Capitale Italiana della Cultura 2017, dedica una mostra al suo illustre cittadino Ippolito Desideri (Pistoia, 1684 – Roma, 1733), missionario gesuita che per primo rivelò il Tibet all’Occidente.

Definito dall’attuale Dalai Lama «un autentico pioniere» del dialogo interreligioso e dell’incontro rispettoso e proficuo fra culture e tradizioni diverse, Ippolito Desideri anticipò di secoli gli specialisti del settore e fu l’antesignano di una fortunata stagione di esplorazioni italiane in Asia.

Nella ricorrenza del terzo centenario dell’arrivo a Lhasa del missionario, a Palazzo Sozzifanti la mostra La rivelazione del Tibet. Ippolito Desideri e l’esplorazione italiana nelle terre più vicine al cielo, che sarà visitabile fino a domenica 10 dicembre. Documenti, carte geografiche, foto panoramiche d’epoca, strumentazione scientifica si alterneranno a filmati e dipinti su stoffa o thangka, che permetteranno ai visitatori di ripercorrere idealmente queste terre lontane.

Dopo aver compiuto un lungo cammino attraverso le regioni del Punjab, Kashmir, Baltistan e Ladakh tra il 1712 e il 1728, Ippolito Desideri rivelò il “Tetto del Mondo” all’Europa attraverso descrizioni ricchissime e originali di un paese all’epoca totalmente sconosciuto. Le pagine dei suoi scritti – cinque opere in lingua tibetana – raccontano le aree esplorate dal punto di vista geografico, storico, antropologico, filosofico e religioso e mostrano una prodigiosa capacità di penetrare la complessità delle concezioni centrali del Buddhismo.

Ippolito Desideri è ritenuto l’iniziatore di una lunga e proficua stagione di ricerche e viaggi che hanno visto protagonista la scienza italiana: il percorso espositivo svelerà l’eccezionale contributo offerto dall’Italia nel campo dell’esplorazione in Tibet, in particolare nell’area Karakorum-Himalaya.

Molti oggetti e immagini in mostra sono stati infatti raccolti durante i vari viaggi di esplorazione e di studio guidati da Osvaldo Roero di Cortanze, Luigi Amedeo di Savoia, Mario Piacenza, Filippo De Filippi, Giuseppe Tucci e Ardito Desio. Questi esploratori – mossi dall’unico fine della conoscenza – compresero a fondo le particolarità geografiche, uniche al mondo, la religione, l’arte e la cultura del Tibet e ne diedero per la prima volta nella storia una precisa collocazione e una descrizione cartografica corretta.

Ispirata dallo studioso pistoiese Enzo Gualtiero Bargiacchi, la mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, ed è curata dal geografo e storico Andrea Cantile e da Massimiliano Alessandro Polichetti e Oscar Nalesini del Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci” di Roma.

Geografi, storici, antropologi, filosofi e teologi, inoltre, approfondiranno la figura di Ippolito Desideri in un convegno internazionale, il 13 e il 14 ottobre alla biblioteca San Giorgio.

 

Delos

Botero a Verona

Botero e la moglie all’inaugurazione della mostra a Verona

Continuano le grandi mostre ad AMO-Palazzo Forti di Verona.

Dopo i successi di Tamara de Lempicka, di Picasso e di Toulouse Lautrec, che hanno attirato un pubblico nazionale ed internazionale nella prestigiosa sede espositiva veronese, ora è protagonista il grande Fernando Botero, un artista vivente ma già entrato nella schiera dei grandi classici.

Fernando Botero ha scelto di concludere i festeggiamenti per il suo 85esimo compleanno e per i suoi 50 anni di carriera proprio ad AMO-Palazzo Forti, dove verranno ospitate oltre 50 opere di grandi dimensioni che ripercorrono tutta la sua carriera.

I corpi smisurati, le atmosfere fiabesche e fantastiche dell’America Latina, l’esuberanza delle forme e dei colori, l’ironia e la nostalgia, tutto questo è riassunto nell’emozionante carrellata delle opere esposte fino al 25 febbraio 2018 a Verona.

Tra i tanti capolavori in mostra Coniugi Arnolfini (2006), Fornrina, aprés Raffaello (2009) e Cristo crocifisso (2000).

I protagonisti dei suoi dipinti sono sempre privi di stati d’animo riconoscibili, non provano né gioia, né dolore. Di fronte ai giocatori di carte, alla gente del circo, ai vescovi, ai matador, ai nudi femminili Botero non esprime alcun giudizio. Nei suoi dipinti scompare la dimensione morale e psicologica: il popolo, in tutta la sua varietà, semplicemente vive la propria quotidianità,

assurgendo a protagonista di situazioni atipiche nella loro apparente ovvietà. Per Botero dipingere è una necessità interiore, ma anche un’esplorazione continua verso il quadro ideale che non si raggiunge mai. Apolide, eppure legato alla cultura della sua terra, Botero ha anticipato di diversi decenni l’attuale visione globale di un’arte senza più steccati, né confini: lo si può leggere e apprezzare in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, se ne apprezza il continuo richiamo alla classicità in una visione assolutamente contemporanea che include nella riflessione la politica e la società. La sua pittura non sta dentro un genere, pur esprimendosi attraverso la figurazione, ma inventa un genere proprio e autonomo attorno al quale il pittore colombiano ha sviluppato la propria poetica in oltre mezzo secolo di carriera.

Prima sezione – Gli Esordi

L’arte di Botero si rivela un universo più complesso di quanto può apparire ad una prima visione superficiale, concepito come risultanza di un ricercato equilibrio tra maestria esecutiva e valori espressivi. La sua pittura parte da lontano ed è tesa al conseguimento di un’immagine ricca e complessa, strutturata su più livelli. Un’immagine che porta in se tutta la storia, tutta la memoria, il peso e il sapore della terra natale.

Botero fin dagli esordi ha avuto come riferimento la grande arte precolombiana e il barocco coloniale, oltre ovviamente alla pittura muralista messicana assai nota anche in Colombia. Molti artisti come lui si sono ispirati a quest’ultimo movimento che per la prima volta prendeva assumeva la vita latino-americana come soggetto nell’arte, risvegliando un forte sentimento identitario.

I pittori messicani hanno raffigurato gli indigeni e i lavoratori da un punto di vista politico. Io mi sono interessato molto a Orozco, Rivera e Siqueiros e a tutti gli artisti che facevano un discorso simile. Il mio obiettivo era ridestare lo spirito delle mie origini, della mia storia, della storia della gente latino-americana”.

In dipinti come Apoteosi di Ramon Hoyos Botero perviene ad una grande abilità narrativa, espressa attraverso un segno vigoroso e una pennellata nervosa derivata dall’espressionismo astratto, pur senza mai venir meno alla figurazione, per quanto esasperata e convulsa.

Seconda sezione – Versioni da antichi maestri

Uno degli elementi caratterizzanti la pittura di Fernando Botero consiste nella sua capacità di coniugare mirabilmente la cultura latino-americana delle sue origini, alimentata dall’iperbole e dal gusto del fantastico, a quella occidentale. Il riferimento all’Europa va ovviamente ascritto soprattutto alla cultura pittorica incontrata e amata attraverso Giotto, Piero della Francesca,

Leonardo, Mantegna, Velázquez, Goya, importanti punti di riferimento durante i suoi viaggi in Italia e Spagna nei primi anni Cinquanta. A costoro si aggiungeranno in seguito Dürer e Rubens, Manet e Cézanne, a testimonianza della curiosità intellettuale di Botero e della sua volontà di stabilire un rapporto ideale con la grande arte europea del passato e della modernità, con i cui capolavori si è confrontato fin dai suoi esordi.

La storia dell’arte è un grande, pressoché infinito magazzino d’immagini, saccheggiabile ma non imitabile. Botero non imita mai, infatti. Egli ricrea alla sua maniera, dando vita a immagini che ambiscono a una loro autonomia.

Siamo di fronte a vere e proprie re-interpretazioni con le quali Botero vuole rendere omaggio, anche attraverso una certa benevola ironia, a dipinti celeberrimi, cercando, a secoli di distanza, di ricrearne lo spirito, attualizzato e fatto proprio attraverso la sua idea originale del volume e dello spazio, del segno e del colore.

Botero rivisita il genio dei grandi maestri per tradurlo in un’espressione tipica del suo fare, per instillare la propria idea armonica nello spirito decantato in un tempo magico. L’artista colombiano ha sempre perseguito con abilità e perspicacia la deriva poetica delle sue composizioni che, oltre a essere caratterizzate da una perizia pittorica degna dei talenti menzionati, gli ha permesso di coltivare il gusto del bello. Lo si vede, ad esempio, in Après Goya (2006) che mantiene inalterata l’atmosfera intimista, corroborata dalla sinuosa impronta boteriana; nella monumentale presenza de L’infanta Margherita Teresa (2006), doveroso omaggio a Velasquez e nel delicato reinterpretazione, sinuosa e sensuale di Raffaello nel dipinto de La Fornarina (2009).

Terza Sezione – Nature morte

Le nature morte rivestono un ruolo di primaria importanza all’interno dell’opera di Botero e, a partire dalla fine degli anni Sessanta, alimentano con regolare continuità la seduzione di un’immagine che va ben al di là della semplice composizione di frutta e oggetti su un tavolo, per rivelarsi a volte un vero e proprio mondo a sé, ricco e diversificato, governato da regole ben

precise.

Quando dipingo una mela o un’arancia, so che si potrà riconoscere che è mia e che sono io che l’ho dipinta, perché quello che io cerco è di dare a ogni elemento dipinto, anche al più semplice, una personalità che viene da una convinzione profonda”.

Ecco, per Botero il problema della forma è conferire un’immagine autentica anche agli oggetti inanimati.

Nelle sue nature morte le forme di tutti gli elementi, assimilabili talora a figure solide geometriche, propongono un impatto narrativo e spaziale che vanifica ogni possibile contestazione di tipo realistico. Le arance o le mele appaiono veramente come tali, al pari delle caraffe o dei tavoli, al di là di una dilatazione volumetrica che qui risulta necessaria per rispondere a quelle dichiarate esigenze che rendono Botero l’inimitabile artista conosciuto in tutto il mondo. In un simile contesto il colore interviene come opportuno elemento di ulteriore, raffinato equilibrio.

I canoni della sua “classicità”, da assommarsi al profumo ineguagliabile di una memoria nostalgica che dilata certe emozioni e atmosfere, si possono assaporare in Natura morta con frutta e bottiglia (2000), il cui particolare clima di complicità discende dalle equivalenti composizioni concepite nel Seicento dallo spagnolo Francisco de Zurbarán per toccare quindi Paul Cézanne, capace di infondere una spiccata personalità, se così si può dire, anche a una mela che conquista la scena.

Lo stesso ragionamento vale per il violino e per il trombone, proiettati decisamente verso l’osservatore in Natura morta con strumenti musicali (2004). Di contro il paesaggio che si spalanca in Natura morta davanti al balcone (2000) tende ad assorbire compiutamente il tavolo con le arance creando un amalgama di desideri in fuga consentiti solo allo sguardo.

Quarta Sezione – Circo

Botero si è innamorato del circo in Messico, dove spesso trascorre i mesi invernali, rimanendo attratto dai suoi personaggi, dai colori, dal movimento, dalla vita e dalle molteplici storie legate a uno spettacolo antico e moderno al tempo stesso, già immortalato da artisti come Picasso, Léger, Chagall e tanti altri.

“Un soggetto bellissimo e senza tempo” ha dichiarato in più di un’occasione l’artista. Egli mette in scena, racconta e illustra la vita del circo nella sua pienezza, soffermandosi sul lavoro degli addetti impegnati nei preparativi e indugiando sui momenti di pausa prima o dopo lo spettacolo, nei quali i membri di questa grande famiglia si ritrovano per condividere la loro quotidianità, per riposarsi dalle fatiche e per godere di occasioni conviviali. Ma soprattutto Botero ci consegna una carrellata di ritratti di grande bellezza, da Pierrot ad Arlecchino, dalla cavallerizza impegnata nel suo numero ai clown sui loro improbabili trampoli, dall’elefante ai cavalli: un universo variopinto e un caleidoscopio di colori che innalzano la meraviglia a principio essenziale di comprensione. Infatti se il circo è il luogo fisico e mentale in cui lo stupore è la regola indispensabile al funzionamento del suo articolato meccanismo, il particolare atteggiamento creativo di Botero con le sue invenzioni ne favorisce il conseguente approdo sulla tela.

Basta soffermarsi su alcune opere per rendersi conto della validità di tale constatazione. In Gente del circo con elefante (2007) gli interpreti si comportano secondo la consuetudine del loro ambiente: il saltimbanco compie i ricorrenti esercizi ginnici, il clown si propone in maschera inforcando lunghi trampoli, la donna dalle grandi forme si mette in posa tenendo sulle ginocchia una scimmia vestita da bambino sotto il placido ingombro del pachiderma. Questo è il quotidiano che attira il gesto di Botero perché appartiene di diritto al suo modo di ricostruire l’universo e di riconsegnarlo alla nostra ammirata attenzione.

Quinta sezione – Vita latino-americana

Si ritrova nella mia pittura un mondo che ho conosciuto quando ero molto giovane, nella mia terra.

Si tratta di una specie di nostalgia e io ne ho fatto l’aspetto centrale del mio lavoro. […] Io ho vissuto quindici anni a New York e molti anni in Europa, ma questo non ha cambiato nulla nella mia disposizione, nella mia natura e nel mio spirito latino-americano. La comunione con il mio paese è totale”.

Per il giovane Botero i punti di riferimento non potevano che essere le tavole e le sculture policrome dell’arte coloniale, il linguaggio diretto ed essenziale dell’arte popolare e, per quanto concerne la purezza della forma, l’arte precolombiana. Elementi presenti ancor oggi nella sua pittura e che caratterizzano una poetica raffinatasi col passare dei decenni, ma che di quel

retaggio culturale porta in sé la stessa immediatezza e la stessa forza narrativa.

Il tessuto narrativo di Botero proviene dai racconti e dai climi della terra natale in cui egli continua a specchiarsi e da cui trae alimento.

Nelle scene di vita quotidiana ricondotte sulla tela le persone raffigurate sono profondamente comprese nel loro ruolo di dispensatrici di immagini così lontane dal nostro vivere attuale: ci osservano dal loro paesaggio incantato esibendo una compunta impassibilità. Le azioni godono di una lenta armonia e di una espansione osmotica capace di coinvolgere gesti, atteggiamenti,

ambientazioni e oggetti.

In tal modo si può assaporare Famiglia con animali (1998) percorsa da un morbido equilibrio di incontri e di situazioni private di ogni urgenza: i movimenti rimangono sospesi nell’aria. Parimenti Atelier di Sartoria (2000) propone interpreti da inserirsi nel grande gioco della memoria e depositari

di una soavità comportamentale e contemplativa che coinvolge per empatia anche Le sorelle (1969-2005) in pingue e compunta posa fotografica, senza dimenticare i gaudenti partecipi che si ritrovano ne La casa di Marta Pintuco (2001) dove ogni malizia appare bandita come si conviene a un mondo dove tutto è concesso e possibile in nome di un estatico sogno a occhi aperti.

Sesta sezione – Politica

L’insopprimibile rapporto con la sua terra non fa di Botero un artista etnico, folcloristico, ma costituisce il presupposto obbligato di un transito, di una meditazione, del raggiungimento della consapevolezza di poter creare e dar vita a un’arte originale e autentica connaturata al temperamento latino-americano. Nella sua pittura c’è una radicata dimensione popolare, un profondo attaccamento alla propria cultura, alla memoria mai venuta meno della quotidianità di Medellín. Queste caratteristiche si evidenziano anche nei dipinti dedicati al potere, ai politici e ai militari. Opere nelle quali l’artista non intende esprimere giudizi di merito sui personaggi ritratti: presidenti, ministri, ambasciatori. Ad attrarlo è l’eleganza multicolore degli abiti sgargianti dei

rappresentanti del potere e delle first lady, lo sfarzo barocco degli ambienti. Questi dipinti, immersi in un clima di sospensione, inducono al sorriso, conquistano lo sguardo incuriosito, come nell’improbabile ritratto de Il Presidente e i suoi ministri (2011), coloratissima parata di generali nelle loro divise sfarzose, di alti prelati e di politici professionisti, tutti indaffarati e impegnati con importanti dossier al servizio del presidente che giganteggia al centro della scena. Il tono di Botero è quello di un narratore indipendente, di un affabulatore dall’accento libertario la cui caratteristica risiede nella saggezza temperata dal sorriso e da un innato senso dell’ironia.

Settima sezione – Corrida

Ho osato dipingere la corrida poiché conoscevo assai bene questo tema. Non si può dipingere se non esiste una forte relazione tra un soggetto e il proprio animo. Questa relazione è assolutamente necessaria in quanto ti dà una sorta di autorità morale. Io l’avevo. Il tema mi usciva dal “sangre” (sangue) e dalla mia stessa vita”.

Non poteva certo mancare all’interno dell’opera di Botero il confronto con il tema suggestivo e affascinante della corrida, profondamente connaturato alla sua cultura e alla tradizione del suo popolo.

A interessarlo non è soltanto il combattimento dell’uomo con il toro ma tutto quanto fa da cornice a questo rito laico. Dalla vestizione dei protagonisti celebrati nella fastosa eleganza dei loro costumi e visti come moderni eroi alla scesa nell’arena dei matadores a cavallo, al pubblico assiepato sugli

spalti per applaudire i propri idoli, tutto sembra far parte di una straordinaria rappresentazione popolare nella quale la violenza insita nella corrida sembra essere vissuta in modo naturale, anche nelle scene più crude. Gli abiti sontuosi di sete damascate, di ori e di fregi servono agli officianti per fornire un senso magico e sacro alla complessità dei comportamenti e dei gesti che conducono alla stoccata finale ovvero al sacrificio del toro, che nelle tele di Botero assume un atteggiamento rassegnato e consapevole come in El Arrastre. L’attenzione dell’artista è incentrata sulla spettacolarità della coreografia più che sulla tensione del momento, sul sangue che bagna l’arena.

Ottava sezione – Religione

La religione occupa un ruolo importante nell’impegno pittorico di Botero perché il clima favolistico in cui vengono immersi i vari personaggi chiamati in causa riflette perfettamente l’immagine percettiva di un mondo dove la realtà deve fare sempre i conti con lo sconfinamento in una fantasia che determina compiutamente i pensieri e i gesti della gente. In un simile contesto la religione si pone come un esempio di pratica del soprannaturale che permea la quotidianità da tradursi in sorpresa, in contemplazione estatica, in forma adattata a un pensiero pronto a plasmare uniformemente le cose e le persone.

Sotto tale profilo gli interpreti de Il seminario (2004) si comportano alla stregua di innocenti depositari di un sentimento che si dipana dal placido riposo del lettore, elegantemente sdraiato a terra in primo piano, per rimbalzare nell’accorata preghiera del prelato al suo fianco e pervadere quindi l’attonita, rapita compostezza dei restanti effigiati. D’altro canto Il Nunzio (2004) è una variegata macchia di colore che entra a far parte del paesaggio secondo la logica delle apparizioni capaci di trasformare l’evento, per noi inatteso, in rimarcata consuetudine. Tale approccio percettivo e creativo riesce quindi a rendere plausibile anche il compiaciuto interprete della Passeggiata sulla collina (1977), un monsignore che recita il rosario muovendosi nel verde con la gonfia leggerezza di una nuvola e con la maestosa compostezza che l’abito gli impone.

Nona sezione – Sante

Osservando la storia dell’arte ho mi sono reso conto che il tema dei santi era scomparso dalla pittura dopo la Rivoluzione francese, dopo essere stato un soggetto preferito tra il XIII e il XV secolo. Ho ritenuto che un tema così affascinante meritava di essere ripreso”.

Nel passato queste umili figure di sante sono state rappresentate da artisti come Rubens, Van Eyck, El Greco, Zurbaran come personaggi nobili e eleganti per rendere loro omaggio. Botero intende riallacciarsi a questa tradizione presentando le sue Sante in abiti eleganti, di “haute couture”, ma attualizzando le figure e interpretandole con una vena di ironia come donne mondane della società odierna: ingioiellate, con guanti lunghi e scollature generose, mostrando gambe e tacchi alti. Senza per questo perdere la loro aura di sacralità. L’artista ha studiato ciascuna delle sante raffigurate, la loro storia e il loro martirio per offrircene una sua versione. Santa Barbara, per esempio, molto venerata dalla Chiesa, viene ritratta con un seno nudo e lacerato, e con una Bibbia in mano: rappresentazione della sofferenza per fustigazione subita come punizione per la sua fede incrollabile.

Ogni santa ha la sua storia e il suo martirio. Quando viene dipinta con una palma in mano significa che è stata torturata, se tiene un fiore è significa che è morta vergine e se appare con una spada è che era un guerriero.

Tutto questo nel rispetto della tradizione storica, ma naturalmente usando una grande quantità di immaginazione e una notevole libertà interpretativa, sempre alla ricerca di “ciò che è diverso, ciò che nessuno dipinge”, conferendo a queste sante l’inconfondibile e variopinta impronta della cultura latinoamericana.

Decima Sezione – Nudi

Le opere di Botero si avvalgono di un perfetto equilibrio tra le forme, i concetti e le nostalgie. Le forme devono conquistare armonicamente gli spazi; i concetti trovano l’opportuna traduzione nei risultati espressi sulla tela; la nostalgia costituisce un mirabile valore aggiunto perché trasferisce il clima favolistico delle vicende narrate nel sogno perduto dell’infanzia e perché costituisce il magico recupero di un paesaggio smarrito con il disconoscimento dell’innocenza. I nudi dell’artista colombiano sono un esempio chiarificatore di tali propositi. In primis si specchiano in volumi ammantati della straordinaria grazia muliebre nonostante l’abbondanza rubensiana dei corpi; le storie sembrano immerse in una sorta di eden primordiale che non contempla la malizia e il peccato; di conseguenza i comportamenti si giovano di una naturalezza che ci fa accogliere come ovvio il clima in cui si svolgono le scene. E questa è una delle prerogative di Botero: far sentire l’osservatore in sintonia emozionale con le immagini scaturite dalla sua immaginazione.

Si rimane pertanto colpiti dalla naturale sensualità di Donna seduta (1997) che si presente in tutta la sua elegante opulenza e dalla protagonista de Il bagno (2002) le cui matronali fattezze riempiono di luce carnale lo spazio angusto. Due modi per affrontare la narrazione con la consapevolezza dei ritmi e delle misure: un incontro di rotondi gesti e di poetica digressione nel

primo caso; un rapporto di tensioni volumetriche nel secondo.

La mostra vede come sponsor AGSM, sponsor tecnico Trenitalia, media partner L’Arena, hospitality partner Due Torri Hotel Verona.

L’evento è consigliato da Sky Arte HD.

Il catalogo è edito da Skira/Arthemisia.

AMO Arena Museo Opera, Palazzo Forti, Verona

Fino al 25 febbraio 2018. Lunedì dalle 14.30 alle 19.30. Dal martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Biglietti

Intero € 14,00 Audioguida inclusa

Ridotto € 12,00 Audioguida inclusa

 

Salvatore Macaluso

 

“Genesi” di Sebastião Salgado a Napoli

Genesi è l’ultimo grande lavoro di Sebastião Salgado, il più importante fotografo documentario del nostro tempo. Uno sguardo appassionato, teso a sottolineare la necessità di salvaguardare il nostro pianeta, di cambiare il nostro stile di vita, di assumere nuovi comportamenti più rispettosi della natura e di quanto ci circonda, di conquistare una nuova armonia. Un viaggio alle origini del mondo per preservare il suo futuro.

La mostra è nata da un viaggio alla scoperta della bellezza nei luoghi più remoti del Pianeta, durato 8 anni. Curata da Lélia Wanick Salgado su progetto di Contrasto e Amazonas Images, la mostra è frutto della collaborazione di Civita Mostre con l’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli, che ha già consentito di realizzare altre importanti mostre di fotografiae sarà presentata al PAN, Palazzo Arti Napoli, dal 18 ottobre 2017 al 28 gennaio 2018.

La mostra Genesi di Sebastião Salgado è già straordinaria protagonista di un tour internazionale di grandissimo successo.Potente nella sua essenziale purezza, il messaggio di Genesi è incredibilmente attuale, perché pone al centro il tema della preservazione del nostro pianeta e della imprescindibile necessità di vivere in un rapporto più armonico con il nostro ambiente.

Genesi è un progetto iniziato nel 2003 e durato 10 anni, un canto d’amore per la terra e un monito per gli uomini. Con 245 eccezionali immagini che compongono un itinerario fotografico in un bianco e nero di grande incanto, la mostra racconta la rara bellezza del patrimonio unico e prezioso, di cui disponiamo: il nostro pianeta.

Genesi è suddivisa in cinque sezioni che ripercorrono le terre in cui Salgado ha realizzato le fotografie: Il Pianeta Sud, I Santuari della Natura, l’Africa, Il grande Nord, l’Amazzonia e il Pantanàl.

Il percorso espositivopresenta una serie di fotografie, molte delle quali di straordinari paesaggi, realizzate con lo scopo di immortalare un mondo in cui natura ed esseri viventi vivono ancora in equilibrio con l’ambiente.Una parte del suo lavoro è rivolto agli animali che sono impressi nel suo obiettivo attraverso un lungo lavoro di immedesimazione con i loro habitat. Salgado ha infatti vissuto nelle Galapagos tra tartarughe giganti, iguane e leoni marini, ha viaggiato tra le zebre e gli animali selvatici che attraversano il Kenya e la Tanzania rispondendo al richiamo annuale della natura alla migrazione.

Un’attenzione particolare è riservata anche alle popolazioni indigene ancora vergini: gli Yanomami e i Cayapó dell’Amazzonia brasiliana; i Pigmei delle foreste equatoriali nel Congo settentrionale; i Boscimani del deserto del Kalahari in Sudafrica; le tribù Himba del deserto della Namibia e quelle più remote delle foreste della Nuova Guinea. Salgado ha trascorso diversi mesi con ognuno di questi gruppi per poter raccogliere una serie di fotografie che li mostrassero in totale armonia con gli elementi del proprio habitat.

Le immagini di Genesi, in un bianco e nero di grande potenza, sono una testimonianza e un atto di amore verso la Terra.

Viaggio unico alla scoperta del nostro ambiente, l’ultimo progetto di Salgadorappresenta il tentativo, perfettamente riuscito, di realizzare un atlante antropologico del pianeta, ma è anche un grido di allarme e un monito affinché si cerchi di preservare queste zone ancora incontaminate, per far sì che, nel tempo che viviamo, sviluppo non sia sinonimo di distruzione.

Al progetto Genesi è dedicata una monumentale pubblicazione edita da Taschen, di 520 pagine con oltre 1.000 illustrazioni, che sarà disponibile nel bookshop della mostra.

Contrasto ha recentemente pubblicato l’autobiografia del fotografo, Dalla mia Terra alla Terra e gli altri libri Profumo di sogno. Viaggio nel mondo del caffè e Altre Americhe.

Il 17 ottobre, giorno dell’inaugurazione, è previsto un incontro pubblico con il grande fotografo brasilianointervistato da Roberto Koch, che si terrà nel pomeriggio alle ore 16.00 nella Sala dei Baroni del Maschio Angioino.

Con la mostra Genesi di Sebastiao Salgado si apre un’intensa stagione culturale che culminerà nel Natale a Napoli. Una straordinaria esposizione che occuperà per la prima volta l’intero Palazzo Roccella, il nostro PAN|Palazzo delle Arti Napoli in via dei Mille, con oltre duecento immagini che raccontano attraverso un suggestivo allestimento l’opera del grande maestro brasiliano. Evento nell’evento, a cui come Comune teniamo tantissimo, sarà la lecture aperta al pubblico che Salgado stesso terrà al Maschio Angioino il 17 ottobre. Dopo Steve McCurry e Helmut Newton un altro grande appuntamento con la fotografia d’autore arricchirà l’offerta culturale ma anche quella turistica della nostra città che sta battendo ogni record di presenze in Italia. Dalla stretta collaborazione con Civita Mostre nasce così un altro grande progetto che siamo certi saprà superare per numeri le esperienze precedenti – Nino Daniele, Assessore alla Cultura e al Turismo del Comune di Napoli

Genesi è la ricerca del mondo delle origini, come ha preso forma, si è evoluto, è esistito per millenni prima che la vita moderna accelerasse i propri ritmi e iniziasse ad allontanarci dall’essenza della nostra natura. È un viaggio attraverso paesaggi terrestri e marini, alla scoperta di popolazioni e animali scampati all’abbraccio del mondo contemporaneo. La prova che il nostro pianeta include tuttora vaste regioni remote, dove la natura regna nel silenzio della sua magnificenza immacolata; autentiche meraviglie nei Poli, nelle foreste pluviali tropicali, nella vastità delle savane e dei deserti roventi, tra montagne coperte dai ghiacciai e nelle isole solitarie. Regioni troppo fredde o aride per tutto tranne che per le forme di vita più resistenti, aree che ospitano specie animali e antiche tribù la cui sopravvivenza si fonda proprio sull’isolamento. Fotografie, quelle di Genesi, che aspirano a rivelare tale incanto; un tributo visivo a un pianeta fragile che tutti abbiamo il dovere di proteggere. Lélia Wanick Salgado

Sebastião Ribeiro Salgado nasce l’8 febbraio 1944 ad Aimorés, nello stato di MinasGerais, in Brasile. A 16 anni si trasferisce nella vicina Vitoria, dove finisce le scuole superiori e intraprende gli studi universitari. Nel 1967 sposa LéliaDeluizWanick. Dopo ulteriori studi a San Paolo, i due si trasferiscono prima a Parigi e quindi a Londra, dove Sebastião lavora come economista per l’Organizzazione Internazionale per il Caffè. Nel 1973 torna insieme alla moglie a Parigi per intraprendere la carriera di fotografo. Lavorando prima come freelance e poi per le agenzie fotografiche Sygma, Gamma e Magnum, per creare poi insieme a Lèlia la agenzia Amazonas Images, Sebastião viaggia molto, occupandosi prima degli indios e dei contadini dell’America Latina, quindi della carestia in Africa verso la metà degli anni Ottanta. Queste immagini confluiscono nei suoi primi libri. Tra il 1986 e il 2001 si dedica principalmente a due progetti. Prima documenta la fine della manodopera industriale su larga scala nel libro La mano dell’uomo, (Contrasto, 1994) e nelle mostre che ne accompagnano l’uscita (presentata in 7 diverse città  italiane). Quindi documenta l’umanità in movimento, non solo profughi e rifugiati, ma anche i migranti verso le immense megalopoli del Terzo mondo, in due libri di grande successo: In camminoeRitratti di bambini in cammino. (Contrasto, 2000). Grandi mostre itineranti (A Roma alle Scuderie del Quirinale e poi a Milano all’Arengario di Palazzo Reale) accompagnano anche in questo caso l’uscita dei libri.

Lélia e Sebastião hanno creato nello stato di MinasGerais in Brasile l’Instituto Terra che ha riconvertito alla foresta equatoriale – che era a rischio di sparizione – una larga area in cui sono stati piantati decine di migliaia di nuovi alberi e in cui la vita della natura è tornata a fluire. L’Instituto Terra è una delle più efficaci realizzazioni pratiche al mondo di rinnovamento del territorio naturale ed è diventata un centro molto importante per la vita culturale della città di Aimorès.

 

Sebastião Salgado. Genesi

Pan_Palazzo Arti Napoli

18 ottobre 2017 – 28 gennaio 2018

Tutti i giorni dalle ore 9,30 alle ore 19,30

La biglietteria chiude un’ora prima

Martedì chiuso

Biglietti

Intero € 11,00 (comprensivo di audioguida)

Ridotto € 10,00 per gruppi di almeno 12 visitatori e titolari di convenzioni appositamente attivate (comprensivo di audioguida)

Ridotto speciale € 6,00 per scuole e giovani fino a 26 anni (comprensivo di audioguida)

Gratuito per minori di 6 anni, 2 accompagnatori per classe e accompagnatore di disabili

Riduzioni Trenitalia: ingresso con la formula 2×1 per possessori biglietto Frecce  con destinazione Napoli e per i possessori di CartaFRECCIA; ingresso ridotto per abbonati regionali (Campania) o possessori biglietto corsa semplice destinazione Napoli, per i dipendenti Gruppo FS sconto del 10% sugli acquisti nel bookshop.

 

Barbara Izzo (che ha fornito anche le immagini dalla mostra)

 

Il poeta della Beat Generation si svela a Brescia

“A Life: Lawrence Ferlinghetti. Beat Generation, ribellione, poesia”, la mostra che si terrà a Brescia, presso il Museo di Santa Giulia, dal 7 ottobre 2017 al 14 gennaio 2018, mette in luce l’importanza della figura di Lawrence Ferlinghetti, poeta, pittore, editore e agitatore culturale americano di origini bresciane, nel panorama letterario degli anni Cinquanta e Sessanta, ed in particolare all’interno del movimento della Beat Generation.

“Ferlinghetti”, afferma il direttore di Brescia Musei Luigi Di Corato, “oltre ad essere autore di una delle raccolte di poesia più vendute al mondo “A Coney Island of the Mind” (1958), ha avuto un ruolo determinante nella diffusione dell’opera degli scrittori della Beat Generation, tramite la libreria e casa editrice City Lights Bookstore, da lui fondata nel 1953 assieme a Peter D. Martin. Ripercorrere la carriera di Ferlinghetti, come fa questa mostra bresciana, dà modo di rendere omaggio all’intero movimento letterario, aprendo lo sguardo non solo sull’opera dei singoli autori, ma più in generale sul fenomeno Beat, che da New York a San Francisco, dalla costa est alla costa ovest, ha animato il panorama culturale underground americano degli anni Cinquanta e Sessanta”.

Il percorso espositivo vuole inoltre raccontare come questa corrente letteraria abbia avuto un particolare seguito in Italia grazie alla traduttrice e critica letteraria Fernanda Pivano, che per prima ha tradotto e fatto pubblicare l’opera di autori come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Charles Bukowski e lo stesso Ferlinghetti di cui è stata sostenitrice e amica. La visita in Italia di alcuni di questi autori (ad esempio Kerouac partecipa a diverse conferenze e rilascia un’intervista alla RAI nel 1966 e Ginsberg prende parte al Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1967) contribuisce inoltre al fatto che il movimento Beat diventi nel paese un fenomeno culturale, musicale e di costume. La mostra diventa quindi l’occasione per ripercorrere la storia di quegli anni e ricrearne l’atmosfera attraverso materiali a stampa, fotografie e registrazioni video. Molti dei libri e documenti in mostra, oltre a una serie di fotografie scattate ai Beat da Ettore Sottsass, provengono proprio dallo sterminato archivio di Fernanda Pivano, oggi curato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche e dalla Fondazione Corriere della Sera. Oltre ai bellissimi scatti di Sottsass, alcuni dei quali inediti, sono presentate in mostra fotografie di Robert Capa, Aldo Durazzi, Larry Keenan, Allen Ginsberg, Christopher Felver e Fred Lyon. In mostra viene documentata anche la carriera artistica di Ferlinghetti che inizia a disegnare e dipingere nell’immediato dopoguerra mentre si trova a Parigi, per conseguire un dottorato alla Sorbona. Qui frequenta nel tempo libero gli atelieres livres per esercitasi nel disegno dal vero, così scoprendo la propria vocazione per le arti figurative. In Santa Giulia viene esposto il prezioso olio su tela Deux del 1950, prima opera dipinta da Ferlinghetti, oltre a un’ampia selezione di disegni realizzati tra gli anni Cinquanta e Duemila, mai esposti in Italia prima d’ora. Tele di grandi dimensioni, provenienti direttamente dalla collezione dell’artista, vanno ad arricchire le sezioni della mostra, testimoniando come Ferlinghetti sia stato sempre ispirato dalle proprie esperienze di vita, dagli avventurosi viaggi in giro per il globo alla costante ricerca delle proprie origini. Le ultime sale della mostra in Santa Giulia vengono riservate al rapporto di Ferlinghetti con l’Italia. Il poeta scopre di avere origini italiane solo a vent’anni quando richiede il proprio certificato di nascita per arruolarsi volontario nella Marina degli Stati Uniti, scelta che determinerà poi la sua partecipazione allo Sbarco in Normandia. In quell’occasione Ferlinghetti realizza che il padre Carlo Leopoldo, morto prima della sua nascita, aveva anglicizzato il proprio cognome in Ferling. Solo nel 1955 il poeta deciderà di prendere ufficialmente il proprio cognome italiano e di firmare con quello tutta la sua opera letteraria e artistica. Da questo momento in poi Ferlinghetti intraprenderà una lunga e tortuosa ricerca per risalire alla città di nascita del padre, Brescia, riuscendo ad individuare nel 2005 la casa da dove era partito per emigrare giovanissimo negli Stati Uniti. S. E.

I mondi di Bob Dylan a Verona

“Era il maggio1984 quando Bob Dylan aprì il suo tour europeo con due serate di concerto all’Arena di Verona, un evento straordinario per la nostra città, che coincisero anche con la prima esibizione dell’artista in Italia. Questa mostra, e gli eventi correlati, vogliono essere un omaggio al cantante e poeta, insignito del premio Nobel per la Letteratura lo scorso anno”.

Così l’assessore alla Cultura Francesca Briani ha presentato l’iniziativa “I mondi di Bob Dylan”, una serie di eventi in programma a Verona fino al 29 ottobre, per approfondire la conoscenza di un autore a tutti noto, ma forse conosciuto troppo superficialmente.

Le manifestazioni, realizzate grazie al Banco BPM in collaborazione con la Società Letteraria di Verona e con il patrocinio del Comune, sono state illustrate dal coordinatore Sergio Noto insieme al critico musicale Enrico De Angelis; presente anche Cristiano Righetti, responsabile Eventi del Banco BPM. Fino al 29 ottobre, dalle ore 15 alle 19, nelle sale della Società Letteraria in Piazzetta Scalette Rubiani, sarà possibile visitare la mostra fotografica dedicata a Bob Dylan, 22 pannelli che documentano i tratti salienti dell’esperienza artistica del cantante, cin un’appendice di immagini e musica inedite dedicate ai concerti areniani del 28 e 29 maggio 1984.

Questi gli altri appuntamenti in programma. Domenica 15 ottobre, alle ore 20.30 al Teatro Ristori, si terrà il concerto di cover e versioni italiane di canzoni di Bob Dylan; martedì 10 ottobre, alle ore 18 all’Antica Bottega del Vino, si terrà “Dylan e la canzone d’autore italiana”, una conversazione tra Massimo Bubola e Riccardo Bertoncelli; martedì 18 ottobre l’appuntamento è alla Società Letteraria, alle ore 17.30, con la presentazione del libro di Enrico De Angelis e Salvatore Esposito “L’enigma Dylan, tra arte e business”. La rassegna si concluderà con l’incontro “Un maestro di Dylan: Woody Guthrie i cantastorie degli oppressi”, mercoledì 25 ottobre alle ore 17.30 alla Società Letteraria. La mostra e tutti gli eventi sono ad ingresso gratuito.

 

Roberto Bolis