Vetri e disegni di Carlo Scarpa in mostra a Castelvecchio

È aperta al pubblico, nella sala Boggian al Museo di Castelvecchio, la mostra dal titolo “Carlo Scarpa. Vetri e Disegni. 1925-1931”, appuntamento autunnale dei Musei Civici di Verona. Dedicata al celebre architetto veneziano e alla produzione della vetreria M.V.M. Cappellin & C., l’esposizione sarà visitabile fino al 29 marzo 2021.

In mostra 69 vetri provenienti da collezioni pubbliche e private, accostati a 52 disegni realizzati per la vetreria negli anni tra il 1925 e il 1931 e corredati da una selezione di 23 fotografie d’epoca. Tutte opere degli anni giovanili dell’architetto, in esposizione proprio all’interno di Castelvecchio che, ancora oggi, rappresenta uno dei suoi magistrali esempi di restauro e allestimento museografico.

Un’esposizione coinvolgente, che nasce della collaborazione tra il Comune di Verona con Le Stanze Del Vetro e Pentagram Stiftung ed è a cura di Marino Barovier, tra i più reputati esperti dell’arte vetraria muranese, insieme ad Alba Di Lieto e Ketty Bertolaso della Direzione dei Civici Musei del Comune di Verona.

“Un’esposizione di particolare fascino – sottolinea l’assessore alla Cultura Francesca Briani – che trae spunto e approfondisce ulteriormente la mostra scarpiana realizzata a Venezia da Barovier, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019. Un’opportunità interessante per vedere alcune delle più importanti realizzazioni della produzione vetraria del giovane Carlo Scarpa, al tempo designer e futuro promettente architetto, studente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. Vetri e disegni che permettono, inoltre, di valorizzare l’attività dell’Archivio digitale Carlo Scarpa, di cui il museo di Castelvecchio è custode, offrendo la possibilità di ammirare opere di design di altissimo livello e di grande bellezza”.

“La mostra – spiega la curatrice dei Musei Civici Veronei, Francesca Rossi – è una rara occasione per vedere una parte della raccolta grafica e fotografica della vetreria Cappellin, conservata nell’Archivio Carlo Scarpa di Verona, insieme alla collezione dei disegni del restauro e allestimento del Museo di Castelvecchio. Una tappa che si collega ad una precisa linea espositiva dedicata al grande architetto veneziano e a un percorso di valorizzazione dell’arte vetraria avviato, nel 1960, da Licisco Magagnato con la mostra ‘Vetri di Murano 1860-1960’, allestita dallo stesso Scarpa. In quell’occasione, l’architetto progettò alcune vetrine ora restaurate e che sono state riutilizzate in occasione dell’allestimento di questa mostra”.

“Ricerca estrema dello sperimentare, per ricreare con materiali nuovi opere che hanno ridefinito il concetto di design del vetro – dichiara Marino Barovier –. Questo è stato Scarpa. Studioso e creatore al tempo stesso. Con il suo lavoro è riuscito a generare opere considerate al tempo impossibili, apportando una rivoluzione nello studio e lavorazione del vetro”.

L’esplorazione proposta in mostra, che presenta gli esordi “dell’irregolare” e “abilissimo” Carlo Scarpa, costituisce un ritorno alle origini, una raro confronto tra la creazione finale, in questo caso la selezione dei vetri esposti, i disegni originali e la documentazione fotografica d’epoca.

Negli ultimi anni altre due mostre sono testimonianza del costante interesse per l’attività artistica legata al vetro, Vinicio Vianello: il design del Vetro (2007) e Giorgio Vigna. Stati Naturali (2013). In quest’ultima esposizione l’artista ha saputo creare un intenso e serrato dialogo tra le proprie opere, l’arte antica e l’architettura del celebre complesso museale scarpiano.

L’Archivio Carlo Scarpa di Verona, che ha sede al Museo di Castelvecchio, conserva, insieme alla raccolta grafica sul restauro di Castelvecchio, la collezione dei disegni e delle fotografie relative ai vetri di Cappellin.
Acquisita nel 2004 nell’ambito delle iniziative promosse dal Comitato Paritetico Carlo Scarpa (2002-2013) Stato – Regione del Veneto, grazie ad Aldo Businaro, l’importante raccolta venne interamente affidata dalla Regione del Veneto all’archivio scarpiano veronese istituzionalizzato in quegli stessi anni.

 

Roberto Bolis

 

La Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci in mostra ad U.MANO

 

La mostra U.MANO – Arte e scienza: antica misura, nuova civiltà di Fondazione Golinelli, curata da Andrea Zanotti con Silvia Evangelisti, Carlo Fiorini e Stefano Zuffi, ha come focus il tema della mano che collega esperienze artistiche di epoche diverse dal Cinquecento fino ai giorni nostri.

Un ponte tra passato e futuro è rappresentato dall’allestimento della ricostruzione virtuale della Battaglia di Anghiari, l’opera di Leonardo da Vinci, che andò persa a causa della tecnica pittorica utilizzata. I ragazzi che frequentano i laboratori di Fondazione Golinelli hanno utilizzato le informazioni presenti in rete della celebre opera e le hanno ri-materializzate, consentendo all’opera di rinascere: grazie a un laboratorio di gamification e alla tecnologia 3D appaiono oggetti, personaggi e frammenti dell’opera perduta.

Come afferma Carlo Fiorini: «La “macchina metaforica” nel suo processare, disegnando e cancellando le immagini, rimanda alla poetica dell’esperienza di Leonardo nel realizzare l’opera: il fallimento di una ricerca tecnologica condotta per superare i limiti della tecnica posseduta».

La mostra U.MANO è dunque esempio concreto delle attività che quotidianamente la Fondazione Golinelli porta avanti nel suo Opificio: il superamento della dicotomia arte – scienza e la creatività che diviene reale, con la dimensione dell’utile e del fruibile che si compenetra a quella del bello.

U.MANO – Arte e scienza: antica misura, nuova civiltà, Bologna, Centro Arti e Scienze Golinelli, fino al 9 aprile 2020.

Orari: da martedì a venerdì ore 10-19; sabato e domenica ore 11-20

Ingresso: 10€ intero, 8€ ridotto, 10€ biglietto attività + visita per bambini e ragazzi (non applicabile riduzione).

 

Delos (anche per la fotografia di Giovanni Bortolani)

Alberto Breccia. Il signore delle immagini

Fino al 7 gennaio, nell’ambito di BilBOlbul – Festival Internazionale di Fumetto, è visitabile la mostra organizzata da Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, a cura di Daniele Brolli, dedicata al grande fumettista argentino Alberto Breccia di cui quest’anno si celebrano i cent’anni dalla nascita. L’esposizione, allestita nella sede della Fondazione in via delle Donzelle 2, a Bologna, è realizzata con il sostegno del Comune di Bologna – Istituzione Biblioteche.

La mostra è la più ricca e articolata mai dedicata ad Alberto Breccia, con circa 150 pezzi, molti dei quali mai esposti in precedenza, che ripercorrono, nelle sale della Fondazione del Monte, la sua carriera dall’esordio fino alle ultime opere. Ma non è solo un percorso storico attraverso le diverse fasi della sua produzione, nel loro rapporto con le travagliate vicende della società argentina; c’è anche spazio per approfondimenti sulle tecniche utilizzate: dalla china più nitida passando per il collage, fino ad arrivare ai suoi estremi semi-espressionisti. L’allestimento offre quindi al visitatore una duplice chiave d’accesso ai contenuti della mostra: attraverso lo sguardo della storia e attraverso la lettura artistica.

Un percorso che mostra materiali inediti e rari come le illustrazioni per l’opera di Umberto Eco Il nome della rosa, o per i racconti di Jorge Luis Borges. Tra i lavori in esposizione i graphic novel, scritti da Oesterheld, Sherlock Time, Mort Cinder e una nuova versione de L’Eternauta, e i riadattamenti dei racconti di Howard Phillips Lovecraft e di Edgar Allan Poe.

Alberto Breccia, è stato un “signore delle immagini”: ha fatto del racconto per immagini non semplicemente un lavoro, ma una vera e propria vocazione, mescolando l’irrequietezza del proprio vivere a una continua ricerca stilistica. Assieme a personalità come Hugo Pratt e Héctor German Oesterheld – autori attivi nella Buenos Aires degli anni Cinquanta – ha saputo creare un ponte tra il fumetto popolare – dal genere western al fumetto di guerra britannico, ai periodici per la gioventù – e quello d’autore. Un artista visionario e profondo, politicamente impegnato anche a rischio della propria esistenza, che, attraverso la china e la pittura, il collage e il fotoritocco, ha gettato uno sguardo negli abissi dell’animo umano, sia in quelli psicologici, sia in quelli più estremi e collettivi delle atrocità dittatoriali. Breccia ha raccontato visivamente un’epoca oscura combinando assieme tocchi duri e poetici, usando metodo nella follia e viceversa, restituendo al lettore rappresentazioni in grado di intrattenerlo sempre con grande rispetto per la sua intelligenza.

Ingresso libero, tutti i giorni dalle 10 alle 19 anche domenica 5 gennaio.

 

Delos

 

Time Machine. Vedere e sperimentare il tempo

Simon Wells, The Time Machine

L’anno di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020 si apre con l’inaugurazione di una grande mostra, il 12 gennaio: Time Machine. Vedere e sperimentare il tempo, a Palazzo del Governatore fino al 3 maggio 2020.

Nata da un’idea dell’assessore alla cultura di Parma, Michele Guerra, l’esposizione è curata da Antonio Somaini con Eline Grignard e Marie Rebecchi.

Time Machine esamina il modo in cui il cinema e altri media fondati sulle immagini in movimento hanno trasformato nel corso degli ultimi 125 anni la nostra percezione del tempo, attraverso una serie di tecniche di manipolazione temporale: dall’accelerazione al ralenti; dal fermo immagine al time-lapse; dalla proiezione a ritroso, al loope alle infinite varianti di quella operazione cinematografica fondamentale che è il montaggio.

Cinema, video e videoinstallazioni proposte dunque come vere e proprie “macchine del tempo”, secondo tre diverse accezioni: come media capaci di registrare, archiviare e ripresentare fenomeni visivi e audiovisivi; come media che rendono possibili diverse forme di viaggio nel tempo; infine, come media che operano diverse forme di manipolazione temporale.

È quindi un’esposizione legata a doppio filo al claim di Parma2020: la cultura batte il tempo.

Punto di avvio del percorso espositivo sono due eventi risalenti al 1895: la prima pubblicazione del racconto fantascientifico The Time Machine: An Invention di H.G. Wells e la prima presentazione pubblica del Cinématographe dei Fratelli Lumière. La mostra si snoda poi fino alle ultimissime tecniche di manipolazione temporale delle immagini in movimento prodotte attraverso l’intelligenza artificiale e il machine learning.

Articolata in diverse sezioni, la mostra è un viaggio affascinante nel tempo, che si rivela in tutta la sua relatività e plasticità attraverso opere di artisti come Douglas Gordon, Rosa Barba, Tacita Dean, Stan Douglas, e filmmakers come Martin Arnold, Harun Farocki, Jean-Luc Godard e Bill Morrison.

Lungo le 25 sale del Palazzo del Governatore, attraverso un’articolata sequenza di estratti filmici e di proiezioni provenienti dal cinema delle origini e dal cinema sperimentale, dal cinema classico e da quello contemporaneo, dalle videoinstallazioni ad alcuni momenti scelti della storia della fotografia, i visitatori potranno sperimentare un viaggio temporale attraverso immagini in movimento concepite come modi di vedere e sperimentare il tempo.

Palazzo del Governatore, piazza Garibaldi 19, Parma, dal 12 gennaio al 3 maggio 2020: martedì e mercoledì 15-19; giovedì-domenica e festivi 10-19; chiusa il lunedì. Biglietti: intero 8 €; ridotto 5 € e 4€

 

Delos (anche per la fotografia)

 

‘Voci dalle Pietre’: immagini e documenti degli statuti cittadini del 1173

Si trovano scolpiti sul fianco della Cattedrale di Ferrara gli statuti cittadini del 1173 che saranno protagonisti di una mostra fotografica in programma nella sala Ariosto della biblioteca comunale Ariostea (via Scienze 17, Ferrara), fino a sabato 18 gennaio 2020. L’esposizione, dal titolo “Voci dalle Pietre. La Cattedrale di Ferrara e gli statuti epigrafici del 1173”, è promossa dall’associazione Ferrariae Decus in collaborazione con l’Arcidiocesi di Ferrara e Comacchio, il Capitolo della Cattedrale di Ferrara, il Comune di Ferrara, la Biblioteca Ariostea, Archibiblio Ferrara, l’Università degli Studi di Ferrara, il Dipartimento di Architettura Ferrara, l’Università di Bologna e Framelab.

Intento della mostra, che rappresenta il frutto di un lavoro di ricerca durato due anni e condotto da un ampio team di studiosi e esperti, è quello di diffondere quanto più possibile, anche oltre i confini cittadini, la  conoscenza di queste preziose iscrizioni, incoraggiando nuovi e più approfonditi studi su di un patrimonio che rappresenta un unicum in Europa. Gli Statuti del 1173, oggetto della mostra, rappresentano infatti le prime leggi adottate per regolare la vita sociale della città di Ferrara e risalgono al periodo del libero Comune, antecedente il dominio della Signoria estense. E ad accrescerne il valore, pressoché inestimabile, è il fatto che sono stati scolpiti su lastre di marmo (tuttora visibili solo in parte) sul fianco meridionale della Cattedrale, divenuta così il “monumento parlante” della prima civiltà comunale ferrarese.

L’esposizione che, oltre alle immagini fotografiche delle iscrizioni, raccoglie antichi documenti d’archivio inediti, mira perciò a fare da volano per nuove ricerche, da condurre anche con le moderne strumentazioni a disposizione, sia per approfondire la conoscenza sulle vicende costruttive della Cattedrale sia per interpretare le leggi scritte sulle epigrafi e ampliare quindi la conoscenza della situazione sociale, politica e amministrativa della Ferrara dell’epoca comunale. Ulteriore obiettivo dell’iniziativa espositiva è quello di richiamare l’attenzione anche sul processo di degrado in corso per questo importante patrimonio della città, che richiede quindi oltre che una campagna di documentazione anche un’opera di messa in sicurezza.

La diocesi di Ferrara diventa autonoma dall’esarcato di Ravenna grazie al riconoscimento di Papa Innocenzo II con la bolla pontificia del 1133.
La costruzione della nuova Cattedrale di San Giorgio è espressione di una fase caratterizzata dall’autonomia religiosa, civica e politica del libero comune.
Gli statuti ferraresi del XII secolo, scolpiti sul fianco della Cattedrale, sono testimonianza delle prime norme che regolano la società ferrarese nel periodo del libero comune antecedente il dominio della signoria estense.

I primi Decreti Statutari del 13 maggio 1173, proposti dal Consiglio dei Sapienti ed approvati dal popolo in assemblea plenaria, attestano il ruolo religioso e civico della maggiore e più importante costruzione della Ferrara medievale. Questa conclude la fase del libero comune e della storia urbanistica della Ferrara alto medievale.

La Cattedrale, la cui costruzione è datata al 1135, segna lo spostamento del centro generatore urbano. Dal sistema perifluviale lineare, parallelo al vecchio corso del Po, compreso tra il Castello dei Cortesi, punto di guado del Po, ad est ed il Castel Tedaldo ad ovest, si passa ad un sistema monocentrico che fa della Cattedrale il suo fulcro.

Gli Statuti del 1173 sono le prime leggi a regolare la vita sociale della città e sono scolpite su lastre di marmo addossate al fianco meridionale della Cattedrale che diventa così il monumento “parlante” della prima civiltà comunale ferrarese.

Mirna Bonazza in “ManuStatuta. I Codici della Biblioteca Comunale Ariostea” (Ferrara, Centro Stampa 2008), afferma che “…l’iscrizione rappresenta una fonte preziosa per ricostruire storicamente sul piano istituzionale l’articolazione dell’apparato amministrativo, politico e sociale degli organismi comunali medievali della città di Ferrara. ….L’importanza di  questo documento epigrafico è data dal fatto che emerge lo status di evidente affermazione dell’autonomia e del ruolo preponderante  del Comune nella sua piena attività legiferante….”

Si devono a Girolamo Baruffaldi le prime notizie (1696) sull’esistenza di questa epigrafe marmorea.

Soltanto negli anni ’60 del ‘900 il maestro Adriano Franceschini, durante i lavori di restauro di alcune “botteghe” addossate al fianco della cattedrale, ha potuto vedere scoperte parti delle epigrafi  e le ha fotografate, studiate e trascritte. Si deve tener conto della difficoltà di lettura delle epigrafi anche perché il piano originale della piazza era circa 1,20-1,50 ml al di sotto di quello attuale e le epigrafi formavano lo schienale di una panca, sempre marmorea, su cui sedevano i fedeli. Adriano Franceschini ha raccolto i risultati del suo meritorio ed attento lavoro nel 1969 nella pubblicazione curata dall’associazione culturale Ferrariae Decus e dalla Deputazione Provinciale Ferrarese di Storia Patria dal Titolo “I frammenti epigrafici degli statuti di Ferrara del 1173“.

La mostra fotografica alla biblioteca Ariostea prende spunto da quella pubblicazione e intende riportare l’attenzione su questo patrimonio storico, culturale e sociale documentandone la parte visibile e proponendo inedite immagini.

 

Alessandro Zangara

Al Petit Palais di Parigi le tele di Luca Giordano provenienti dal Museo di Castelvecchio

A Parigi due dipinti del Museo di Castelvecchio di Verona. Il prestito, effettuato in occasione della mostra parigina “Luca Giordano (1634-1705). Il trionfo della pittura napoletana”, ha riguardato le opere dell’artista napoletano ‘Diana ed Endimione‘ e ‘Bacco e Arianna’, quest’ultima divenuta immagine guida dell’esposizione. I due capolavori resteranno nella capitale francese, esposti al museo Petit Palais, fino al 27 febbraio 2020.

Il direttore dei Musei civici Francesca Rossi si è recata a Parigi in occasione dell’allestimento, che ha visto insieme al direttore del Petit Palais Christophe Leribault (nella foto).

I due dipinti, eseguiti tra il 1675 e il 1680 per Palazzo Archinto a Milano, sono giunti al Museo di Castelvecchio nel 1937 attraverso Achille Forti.

Prima dell’invio a Parigi, le opere sono state sottoposte a Castelvecchio ad alcuni interventi di restauro, che hanno restituito completa leggibilità ai dipinti, rimediando ad alcune piccolissime abrasioni date dal tempo e a piccole alterazioni pittoriche risalenti a precedenti interventi.

Mostra “Luca Giordano (1634-1705). Il trionfo della pittura napoletana”
Il museo Petit Palais presenta al pubblico, per la prima volta sul suolo francese, una retrospettiva dedicata a Luca Giordano (1634-1705), uno degli artisti più brillanti del diciassettesimo secolo europeo, curata da Stefano Causa e Patrizia Piscitello.

In esposizione circa 90 opere fra tavole monumentali e disegni, riunite grazie a prestiti eccezionali che, oltre al Museo di Castelvecchio, hanno interessato in particolar modo il Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli e il Museo del Prado.

Formatosi nel segno di de Ribera, poi influenzato da Rubens e Piero da Cortina, Luca Giordano è stato un artista di grande successo, a cui furono commissionati molti lavori, che lo portarono alla realizzazione di circa 5 mila dipinti oltre a numerosi affreschi.

 

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

Esposto a Palazzo Montecitorio il dipinto di Guttuso “La Vucciria”

Renato Guttuso: “Cristo deriso”

Fino al 12 gennaio 2020, La Vucciria, uno dei capolavori del pittore siciliano Renato Guttuso, oggi esposto nel Complesso Monumentale del Palazzo Chiaromonte – Steri sede del Rettorato dell’Università di Palermo, potrà essere ammirato a Roma, nella prestigiosa sala della Lupa di Palazzo Montecitorio, sede della Camera dei Deputati.

L’esposizione, promossa dall’Università degli Studi di Palermo e dalla Fondazione Sicilia, rappresenta un importante momento di valorizzazione e promozione del patrimonio culturale siciliano e vuole essere l’inizio di un ciclo di appuntamenti che renderanno protagoniste anche le altre regioni italiane.

Sarà inoltre l’occasione per esporre e rendere visibili per la prima volta al pubblico altri due capolavori di Guttuso, il Cristo deriso, 1938e i Carrettieri siciliani, 1946, appartenenti alle Collezioni della Camera dei Deputati.

La Vucciria è un grandioso dipinto di 3 metri quadri realizzato da Guttuso nel 1974 nel pieno della sua maturità artistica e fu donato dallo stesso autore all’Università di Palermo, dove è normalmente esposto presso la sede istituzionale di Palazzo Chiaramonte-Steri. Questo capolavoro, considerato il dipinto più celebre di Guttuso, immerge lo spettatore in una scena di vita quotidiana, in uno dei più affascinanti mercati di Palermo; con realismo crudo e sanguigno come le carni esposte nel famoso omonimo mercato di Palermo, esprime una delle tante anime della città siciliana, ed è talmente forte il segno dell’artista e il senso del colore che sembra sprigionare il vocio e la cantilena quasi araba dei vanniaturi del celebre mercato palermitano che dà il nome al quartiere, ed emanare i profumi dei prodotti tipici, frutta e verdura, esposti sulle bancarelle, ingredienti saporosi per la cucina siciliana.

Il termine vucciria deriva dal francese boucherie, in italiano macelleria, poi italianizzato in bocceria e infine sicilianizzato per essere usato oggi con il significato di confusione, cioè quel miscuglio incomprensibile di voci, di persone, di oggetti, di espressioni e di azioni tipiche del mercato.

Questo conduce alla struttura del mercato palermitano, che ricorda moltissimo i suk, quei mercati organizzati in corporazioni, nati dalla cultura degli arabi, che furono i padroni della Sicilia tra il IX e il X secolo.

Chi osserva il quadro è affascinato dalla vucciria della gente, dalla confusione quindi, della gente e della merce, come se le voci e gli odori venissero fuori dal dipinto. Si possono notare i passanti che si incrociano in un contatto fisico che sembra abituale, in considerazione del poco spazio e del grande afflusso di gente.

In tutta la scena appare solo un pezzetto di strada visibile ai piedi della donna al centro della scena. Lo spazio viene scandito ritmicamente dalle cassette ricche di pesci e di crostacei a sinistra, dal marmo, dove il pescivendolo mette in bella mostra le teste dei pescispada, fino alle casse di frutta e verdura che circondano i passanti, senza dimenticare la macelleria con il realismo crudo delle carni appese sugli uncini da carnezziere.

L’evento è promosso dall’Università di Palermo, dalla Fondazione Sicilia e organizzato da Civita, con il contributo di Igea Banca.

 

Camera dei Deputati, Sala della Lupa, Ingresso da Piazza del Parlamento, 25

Ingresso libero, dal lunedì al venerdì dalle 10.00 alle 18.00 (ultimo ingresso ore 17.30). Chiuso sabato e domenica

 

Barbara Izzo (anche per la foto)