Andrea Calabresi “Sun, and Close Landscapes”

Dark Embraces dal ciclo Close Landscapes

Giovedì 21 febbraio 2019, alle ore 18, si inaugura a Roma alla MAC Maja Arte Contemporanea (via di Monserrato 30) la personale del fotografo italiano Andrea Calabresi. In mostra una selezione di quindici fotografie in bianco e nero appartenenti alle serie Close Landscapes e The Upper Half; due progetti di lunga durata, aventi per tema il paesaggio, la Luna e il Sole, in cui la tecnica fotografica analogica viene utilizzata per ottenere la massima ricchezza espressiva delle immagini.

Di Close Landscapes (2001-2009) si espongono sei stampe vintage (formato cm 60×120) alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata, stampate dall’autore stesso. La semplice composizione delle fotografie (due bande orizzontali: terra/cielo) e l’accurata attenzione alla resa della luce naturale spingono lo spettatore ad un’intimità contemplativa che restituisce sulla pelle la suggestione del caldo o del freddo, dell’umido o della secchezza della terra e dell’aria che la sovrasta.

La serie debutta nell’autunno del 2006 a New York presso la MV Gallery di Tribeca e l’anno successivo viene presentata a Roma accompagnata da un prezioso volume con la prefazione di Arno Rafael Minkkinen il quale, a proposito di questo lavoro, osserva: “Calabresi dedica un occhio alla perpetua presenza del cielo, l’altro alla palpabile superficie della terra. Tuttavia nessuna gerarchia è mostrata o voluta. Le sue immagini sembrano invece suggerire che ciò che accade nel cielo e ciò che accade sulla terra sia egualmente affascinante. […] Le immagini parlano di eventi naturali, delle armonie e disarmonie del rapporto tra il nostro corpo terreno e la nostra mente fluttuante. […] partecipano dell’eterno dramma del desiderio di portare il paradiso sulla terra e di innalzare il nostro essere terreno verso la sacralità dell’infinito.”

“Il progetto ha due fonti di ispirazione letteraria,” – sottolinea Calabresi – “i primi versi de L’infinito di Giacomo Leopardi e il concetto del verosimile di Alessandro Manzoni. L’intento del mio lavoro è di ridurre, con un’attenta ricerca tecnica, sia l’enfasi estetica che la carica di artificiosità che il mezzo fotografico porta con sé essendo ancora legato al pittorialismo. Cerco di portare l’oggetto alla sua essenza spogliandolo delle sovrastrutture. I miei paesaggi diventano così l’opposto di una ‘veduta’, ne negano proprio la possibilità (come la famosa ‘siepe’). Questo lavoro di sottrazione consente di spostare l’attenzione dal referente alla rappresentazione rendendo le immagini evocative e consentendo agli effetti di luce, alle trame e ai toni di acquisire un valore espressivo dominante.”

Dopo il successo nel 2014 della mostra Moon, la MAC Maja Arte Contemporanea presenta in questa occasione per la prima volta al pubblico, Sun, la seconda parte del progetto The Upper Half (2006-2018), esponendo otto fotografie alla gelatina ai sali d’argento su carta baritata (cm 50×50) e una stampa ai pigmenti di grande formato (cm 150×190), quest’ultima in edizione unica.

In The Upper Half Andrea Calabresi rende omaggio alle sorgenti luminose per eccellenza: il Sole e la Luna; un’esplorazione dei limiti della stessa visibilità, da una parte la fonte di luce più potente che conosciamo, dall’altra il suo pallido riflesso proiettato sulla Terra dal suo satellite.

Nei grandi cieli diurni, dove il Sole illumina prepotentemente la spettacolare casualità degli eventi atmosferici, Calabresi ricerca la fusione tra la purezza di una visione infantile e la complessità del guardare propria dell’età adulta.

Con una tecnica complessa, che cerca di farsi invisibile per ricreare la semplicità del guardare con i nostri occhi, il fotografo insegue una forma di realismo percettivo dell’immagine, rifiutando qualsiasi deriva pittorica o spettacolarizzazione della visione, senza alterare la prospettiva ed esasperare i toni, proseguendo così l’intento estetico di Close Landscapes.

Andrea Calabresi nasce a Roma nel 1967. Comincia a scattare fotografie e a lavorare in camera oscura fin da bambino. Inizialmente autodidatta deve la formazione successiva a James Megargee e ad Arno Rafael Minkkinen.

E’ fotografo professionista dal 1990, lavorando in vari campi, ma soprattutto in fotografia d’architettura. Nel 1996 apre a Roma un laboratorio di stampa fine art in bianco e nero e si concentra sullo studio della tecnica, i progetti artistici, la ricerca storico critica e l’insegnamento. Insegnamento che tutt’oggi svolge presso Corsi Foto Analogica, Spazio Labò, il Toscana Photographic Workshops (TPW) dal 2003 e la Syracuse University (New York) dove è visiting professor dal 2004.

Il suo lavoro artistico si incentra su progetti di lunga durata, come le vedute urbane di Domande sul senso dello spazio (1995-2002), i paesaggi di Close Landscapes (2001- 2008) e The Upper Half (2006-2018).

La mostra è nel programma della manifestazione MFR19

Mese della Fotografia a Roma, 1-31 marzo 2019

organizzata dall’associazione FARO

MACMaja (anche per l’immagine)

EtruSchifano. Mario Schifano a Villa Giulia: un ritorno

In occasione del ventennale della scomparsa di uno dei massimi esponenti della pittura contemporanea, il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia, a Roma, dedica una mostra a Mario Schifano, la cui vicenda biografica e artistica è intessuta di stringenti legami con la civiltà etrusco-italica in generale e in particolare con il Museo di Villa Giulia, dove lavorò dal 1951 al 1962 come restauratore e lucidatore di disegni.

Il progetto espositivo, curato da Gianluca Tagliamonte e da Maria Paola Guidobaldi, è promosso dal Museo di Villa Giulia, dal Dipartimento di Beni Culturali dell’Università del Salento, dalla Fondazione PescarAbruzzo, dalla Fondazione dott. Domenico Tulino e dall’Associazione Culturale MM18, con il patrocinio dell’Archivio Mario Schifano e con il contributo dell’Azienda Agricola Casale del Giglio e di Civita.

La mostra è allestita nelle splendide sale affrescate poste al piano nobile di Villa Giulia.

Nella sala dei Sette Colli è esposto il ciclo di opere Gli Etruschi (21 quadri), realizzato su commissione da Schifano nel 1991, e oggi di proprietà della Fondazione Pescarabruzzo di Pescara. La maggior parte dei quadri trae ispirazione da alcune delle più celebri pitture funerarie etrusche, ma non mancano richiami ad alcuni oggetti antichi. I quadri sono stati accostati in mostra ad alcuni vasi originali selezionati nell’ambito della vastissima collezione del Museo.

La reinterpretazione proposta dall’artista in chiave pop si sostanzia di dinamiche figure dai colori sgargianti, emergenti da un fondo monocromo o scuro.

Una selezione (tre dipinti e due disegni) del ciclo di opere Mater Matuta, ispirato alle celebri sculture antiche di Matres (Madri), due delle quali, appartengono al Museo di Villa Giulia e sono esposte in mostra, è invece allestito nella Sala di Venere.

Il ciclo Mater Matuta fu commissionato a Schifano nel 1995 dal manager Domenico Tulino, ed è oggi di proprietà della Fondazione Dott. Domenico Tulino di Roma (la gestione è affidata alla Associazione Culturale MM18 di Pagani).

Realizzato in un periodo particolare della vita di Schifano, di forte sensibilità nei confronti di temi a carattere sociale, come la maternità, la tutela dell’infanzia e la povertà nel mondo, è forse l’ultimo ciclo pittorico eseguito dal Maestro, prematuramente scomparso il 26 gennaio del 1998.

È la prima volta che i due cicli sono accostati e presentati insieme in un contesto espositivo.

La Sala dei Sette Colli accoglie anche una bacheca contenente documenti tratti dal fascicolo personale di Mario Schifano conservati nell’Archivio del Museo e un video con una sequenza di immagini fotografiche di Marcello Gianvenuti, che rievocano l’happening del 16 maggio 1985, quando, a Firenze, Schifano realizzò in poche ore dal vivo La Chimera,  un gigantesco quadro di 40 metri quadri di superficie (4 x 10 m).

Il video prodotto in quell’occasione da Ettore Rosboch è andato perduto. È perciò ancor più significativa la sequenza di immagini fotografiche proposta in questa mostra.

La mostra sarà aperta fino al 10 marzo 2019, dal martedì alla domenica, orari 9.00 – 20.00

Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia

Piazzale di Villa Giulia, 9 – Roma

 

​Barbara Izzo (anche per l’immagine)

 

“Sturmtruppen. 50 anni” a Bologna

Bonvi in studio

La mostra Sturmtruppen. 50 anni, organizzata da Fondazione Carisbo e Genius Bononiae-Musei nella città in collaborazione con Eredi Bonvicini, è un omaggio all’esercito di fumetti più famoso al mondo, le Sturmtruppen che compiono appunto 50 anni di vita. Era il 1968 quando Bonvi, al secolo Franco Bonvicini, presentò la prima striscia delle sue Sturmtruppen a Lucca vincendo il premio di Paese Sera come miglior esordiente. Il materiale esposto a Palazzo Fava, circa 200 opere originali, tutte messe a disposizione dall’ Archivio Bonvicini e in gran parte inedite, illustra i meccanismi creativi della striscia italiana più famosa al mondo, mostrandone lo spirito caustico sempre attuale. Se il cuore della mostra è dedicato alle Sturmtruppen, non mancano gli excursus nella vastissima produzione artistica dell’autore, da quella seriale, con Cattivik e Nick Carter, a quella autoriale, per arrivare ad alcune opere pittoriche mai esposte e a quelle VM18 con Play Gulp, parodia erotica di tutto il mondo del fumetto. Dalla ricostruzione dello studio, con materiali e strumenti che mostrano il processo creativo, un percorso non cronologico che evidenzia quanto ancora sia attuale il pensiero di un artista che ha profondamente influenzato la cultura pop italiana novecentesca: non solo un cartoonist, ma un artista completo, capace di suscitare l’entusiasmo del grande pubblico così come degli intellettuali, da Umberto Eco a Oreste del Buono.

Fumetto corale abitato da una ridda di personaggi, i militari delle Sturmtruppen di Bonvi, dal soldaten semplice ai vari Sergenten, Capitanen, Generalen e Cuoken, fino al fiero alleaten Galeazzo Musolesi, unico personaggio dotato di identità, le Sturmtruppen diventano presto il fumetto antimilitarista per antonomasia, denunciando la stupida bestialità della guerra. Ma nonostante l’ambientazione circoscritta nel tempo – la Seconda Guerra Mondiale – e nello spazio – le trincee germaniche in cui tutti si esprimono in un inconfondibile slang “tedeschese”, le Sturmtruppen diventano un affresco di umanità di ogni tempo, trasformandosi in archetipi nelle loro manie e solitudini, nelle loro paure e vizi. Chiusi in un universo claustrofobico, i personaggi di Bonvi si muovono sul confine delle macerie e della morte, con un nemico invisibile agli occhi ma echeggiante di fragorosi spari e cannonate, non perdendo mai l’occasione per ridicolizzare la meschinità del potere e per prendersi gioco, ora con un tono pungente, ora con tenerezza, delle debolezze umane.

Palazzo Fava, via Manzoni 2, Bologna, fino al 7 aprile 2019

Orari: da martedì a domenica 10-20

Biglietto Open € 14, Intero € 12, Ridotto € 10 e altre riduzioni o omaggi previsti.

G.B.

Angelo Morbelli. Luce e colore a Milano

In occasione del centenario dalla morte dell’artista, Galleria Bottegantica di Milano propone, dal 25 gennaio al 16 marzo 2019, una attenta monografica di Angelo Morbelli (Alessandria, 1853 – Milano, 1919), protagonista della pittura italiana del secondo Ottocento e del Divisionismo, in modo peculiare.

L’esposizione, curata da Stefano Bosi e Enzo Savoia, presenta una selezione di opere fondamentali, alcune mai prima esposte, atte a documentare l’evoluzione del percorso artistico di Morbelli e le sue tematiche di elezione.

“Nell’opera di Morbelli – affermano i Curatori – dimensione realistica e dimensione simbolica parallelamente coesistono. La minuziosa insistenza realistica, mentre ci immerge in una precisa realtà, la esaspera, fa sì che ci appaia in una diversa luce, che le toglie credibilità nella dimensione del reale, la immobilizza, la fissa in emblema”.

Il realismo sociale, che egli interpreta con profonda sensibilità e capacità di analisi, si trasmuta in positività le volte in cui egli si approccia al variegato tema del paesaggio. I suoi paesaggi dominati dall’assenza di figure e di azione, dove l’emozione del pittore trova pieno appagamento nell’aprirsi, in religioso silenzio, alla natura, che è il regno delle cose che si rinnovano da sole, l’ente che possiede e dona la vita.

Ne sono un esempio gli ariosi paesaggi dei ghiacciai valtellinesi o delle montagne piemontesi, le ampie vedute della marina ligure, gli scorci della laguna veneta, colti perlopiù al tramonto, e quelli assolati dell’amato giardino della residenza campestre a La Colma, presso Rosignano, sulle colline del Monferrato. Monti, mare, boschi sono cantati come lezione di vita vera e autentica, nei quali l’animo dell’artista sembra quietarsi.

In Morbelli, la ricerca del Vero e quella del Bello e di immagini idonee a esprimerlo, vanno di pari passo. Come risulta evidente nei dipinti dedicati al lavoro delle mondine, al nudo femminile e all’universo adolescenziale delle ballerine. Quest’ultima produzione, in particolare, è caratterizzata da una raffinatezza formale tale da distinguersi come uno dei momenti più alti raggiunti in pittura dall’artista, dove la visione si piega al sentimento, grazie anche a un uso sapiente e controllato dell’illuminazione e all’elegante messa in posa delle giovani creature, colte nella fugacità di un attimo. La bellezza e la perfezione delle loro forme fuggono dagli eccessi di un realismo troppo esibito. Più che a una rappresentazione realistica ci troviamo di fronte all’esaltazione di una nuova intensità espressiva, occasionata dall’aver conferito alla figura il potere di espansione della propria luminosità interna, in stretta relazione con la qualità della luce-ambiente, in cui essa è calata.

Angelo Morbelli: Luce e colore approfondisce anche, con il contributo di esperti nel settore, il tema della tecnica, specie quella divisionista, che lui ritiene essere la pittura del futuro: “L’affare dei puntini è per me” – scrisse in una lettera del 1895 all’amico Virgilio Colombo “un esercizio pratico, come le scale del pianoforte. Il ridicolo cui i colleghi affettano schiacciare i puntini, mi assomiglia un po’ quello dei padroni dei velieri contro i primi tentativi delle barche a vapore, parendo loro impossibile che un tubo potesse far tanto! La cosa è da noi prevista; ma non farà deviare un ette dal cammino prescelto chi ha la schiena forte! Intanto si vengono ad avere dei risultati maggiori: aria, luce, illusione dei piani e dei toni!”.

ANGELO MORBELLI. Luci e colori.

Milano, Galleria Bottegantica, via Manzoni 45

dal 25 gennaio al 16 marzo 2019, dal martedì al sabato 10-13; 15-19. Ingresso libero.

S. E.

“Another Earth” di Bruna Rotunno

 

Red Lab Gallery/Miele presenta la mostra di Bruna Rotunno, Another Earth, a cura di Gigliola Foschi. L’esposizione è la prima di un ciclo di 4 mostre personali unite dal tema “Ascoltare la Terra”.

Another Earth è una nuova ricerca, creata da Bruna Rotunno durante numerosi viaggi in molti luoghi del nostro pianeta. Ciò che emerge da queste immagini non è però una documentazione geografica o paesaggistica: l’autrice anzi nega qualsiasi visione d’insieme.

Lo sguardo corre vicino alle rocce o sulla superficie scintillante e cangiante del mare, poi entra nel tronco vuoto di un ulivo contorto, quasi volesse immedesimarsi con la sua sofferenza e il suo slancio verso il cielo. Quella di Bruna Rotunno è una fotografia essenziale e vibrante, che si lascia assorbire dalla natura e che, proprio per questo, non la descrive. È una fotografia nata da un incontro intimo e appassionato con la Madre Terra, con la sua energia primigenia, i suoi colori che si accendono di una cromia magica. Queste immagini, pervase da un senso di ineffabile mistero, sono la risposta al richiamo di una natura vista e sentita come un mondo potente, ancora capace di stupire e di offrire esperienze profonde, nelle quali immergersi e rigenerarsi. L’approccio visivo di Bruna Rotunno è infatti magico-rivelatorio, proteso a evocare l’intensità di un legame emozionale e quasi corporeo, tanto da far emergere la forza potente di un universo naturale non piegato ai voleri dell’uomo.

Lo spazio avvolgente e innovativo della Red Lab Gallery / Miele (che presenta il sistema photoShoWall, composto da moduli-cornice che possono ospitare immagini intere o scomposizioni inedite) ha offerto inoltre all’autrice l’opportunità di progettare uno spazio immersivo, dove i visitatori possano entrare nella sua opera e “sentire” l’energia della natura: quella potenza oltreumana – a volte incantata, a volte addirittura “stregata” – che le sue fotografie riescono a comunicare. Non più appese ai muri, come avviene nelle gallerie tradizionali, le sue opere (fotografie e video) divengono spazio ed esperienza.

Il progetto “Ascoltare la Terra”, dopo la mostra di Bruna Rotunno, vedrà esporre: Ulderico Tramacere con Nylon (7 marzo – 1 aprile 2019), Erminio Annunzi con Nel buio si cela la luce (aprile/maggio 2019), Alessandra Baldoni con Atlas (giugno/luglio 2019).

Bruna Rotunno, nata a Matera, vive e lavora tra Milano e Parigi. Ha collaborato per anni con la Condè Nast e con le maggiori agenzie di advertising firmando campagne per clienti come Bmw, Alitalia, American Express, Audi, Loro Piana, Zegna, etc. Autrice che lavora con fotografie e video ha esposto in numerose gallerie sia in Italia che all’estero. Ha avuto una personale alla Triennale di Milano (Shangai 24h, 2010) e ha partecipato alla Biennale di Venezia del 2005 con il cortometraggio Sultans Dream. Il suo lavoro Women in Bali è stato esposto presso la Visual Arts di New Delhi, il Museo d’Arte Orientale di Torino (MAO) e la Sacred Gallery di Hong Kong. In Francia è rappresentata dalla galleria Molin Corvo di Parigi. Ha pubblicato sei libri e vinto due volte il Prix de la Photographie Paris.

Mostra a cura di Gigliola Foschi

Red Lab Gallery/Miele

Via Solari 4, Milano

25 gennaio – 27 febbraio 2019

Orari di apertura

Da lunedì a venerdì 15.00-19.00

Sabato 10.00-12.30; 15.00-19.00

 

De Angelis (anche per la fotografia)

“L’Amore Malato”: una mostra contro la violenza di genere a Ferrara

Sabato 12 gennaio 2019 alle 11, nel salone d’Onore della residenza comunale di Ferrara (piazza del Municipio 2), si terrà l’inaugurazione della mostra “L’Amore Malato”, opere contro la violenza di genere dell’artista padovano Gino Tonello che resteranno esposte al pubblico fino all’1 febbraio 2019 (dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18).

L’iniziativa espositiva è organizzata dal Comune di Ferrara in collaborazione con il Centro Donna Giustizia di Ferrara.

La mostra dell’artista padovano Gino Tonello è giunta alla sua terza esposizione. È il frutto di un ampio progetto dedicato al tema della violenza di genere, al quale l’artista sta lavorando ormai da diverso tempo e che continuerà nei prossimi anni.

La decisione di trattare questa tematica, nasce dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a un fenomeno, tra cui quello del cosiddetto femminicidio, di dimensioni impressionanti.

I soggetti di Tonello sono composizioni complesse di oggetti, figure e ambienti di rilevante contemporaneità, con inserzioni e modificazione dei supporti. La tela viene rielaborata, tagliata e strappata e successivamente ricomposta in maniera magistrale evidenziando così una tridimensionalità. Le figure appaiono immerse in scenografiche costruzioni e attorniate da una ricca materia. Preferisce simbologie legate alla società contemporanea e non disdegna affrontare direttamente le problematiche connesse alla valorizzazione delle sue iconografie. Le tecniche predilette: olio, paste acriliche, smalti, ossidi e pigmenti.

 

Alessandro Zangara (anche per la fotografia dell’opera)

 

Tesori ritrovati. Restauri per Gubbio al tempo di Giotto

 

Gubbio, Museo Civico, Maestro Espressionista di Santa Chiara (Palmerino di Guido?) e collaboratore (attribuito), Polittico con Madonna con Bambino e Santi ,

dopo il restauro

La grande mostra “Gubbio al tempo di Giotto” si è chiusa con successo, con importanti riscontri di critica e con più di 26.000 visitatori. Pubblico interessato e specialisti hanno potuto apprezzare il racconto proposto, volutamente decentrato su tre sedi eugubine, scelte non casualmente, ma perché rappresentative dei centri del potere medioevale, i più antichi palazzi civici e la sede vescovile, sfere influenti e determinanti sulla vita politica, civile, spirituale e artistica della Gubbio al tempo di Giotto.

Proprio grazie alla collaborazione tra Comune di Gubbio, Diocesi Eugubina, Polo Museale dell’Umbria e sotto la sorveglianza della Soprintendenza per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio dell’Umbria, l’evento ha per altro restituito alla comunità una serie di opere restaurate che a conti fatti rappresentano il nucleo più consistente dell’intero patrimonio museale cittadino d’epoca medioevale. Si aggiunga, inoltre, che precedenti interventi sono stati verificati e rimessi a punto con aggiustamenti anche minimi, ma tutti funzionali alla leggibilità dell’opera e alla sua capacità di riferire dati ed elementi in un contesto di confronti e paragoni quale è stato, per l’appunto, “Gubbio al tempo di Giotto”.

La valenza storico-artistica di quest’ultima impegnativa operazione e il patrimonio di conoscenze maturato hanno dato vita alla mostra Tesori ritrovati. Restauri per Gubbio al tempo di Giotto, presso la Sala dell’Arengo di Palazzo dei Consoli fino al 1 maggio 2019 proprio dedicato ai restauri e ai recuperi e quindi ai confronti possibili tra opere e maestri, tra materiali e tecniche esecutive, tra forme e funzioni del prodotto artistico in un percorso che si dipana tra XIII e XIV secolo, nell’età d’oro di Gubbio e del suo vasto contado.

Gubbio, Museo Civico, “Guiduccio Palmerucci”, Madonna con il Bambino, dopo il restauro

Saranno esposte molte delle opere recentemente restaurate: come le due grandi croci dipinte del Museo Civico di Gubbio, le opere del Maestro della Croce di Gubbio, del Maestro espressionista di Santa Chiara, di Pietro Lorenzetti, del cosiddetto “Guiducci Palmerucci” e di Mello da Gubbio.

Quanto conservato e a disposizione, infatti, permette di ragionare su molti argomenti, ma soprattutto consente di rileggere l’evoluzione dell’arte eugubina tra Duecento e Trecento in rapporto con i grandi centri artistici del tempo. Prima di tutto con Assisi, vero e proprio cratere sismico da cui si propagano impulsi di cultura figurativa la cui intensità registriamo, prima che altrove, proprio a Gubbio. Nella terra del miniatore Oderisi, “l’onor d’Agobbio” che Dante incontra e celebra nel Purgatorio, le invenzioni assisiati di Cimabue, dei pittori romani e di Giotto sono immediatamente recepite e suscitano reazioni, sollecitano aggiornamenti, incoraggiano interpretazioni e pure tentativi di resistenza. E quando da Assisi parte un nuovo impulso, in seguito all’arrivo delle avanguardie, dei senesi Pietro Lorenzetti e Simone Martini, la pittura eugubina si riorienta immediatamente, dimostrando ancora una volta di sapersi confrontare con il nuovo. Si apre allora un lungo dialogo con Siena, lo stesso che determina una nuova stagione artistica, ricca, complessa, prolifica, che avrà ripercussioni non solo nella città dentro le mura, ma in tutto lo sconfinato territorio comunale e oltre, dovunque sono mandate le opere degli artisti di Gubbio. È la stagione del Palazzo dei Consoli, del Palazzo del Podestà, di Piazza Grande, dell’affermazione del governo popolare, del culto dei santi patroni, dello sviluppo economico, urbanistico, territoriale.

La mostra “Tesori ritrovati” parla di questa storia, perché i recenti restauri hanno gettato nuova luce sulle opere, sulle loro qualità, sulle loro peculiarità e caratteristiche, dati e conoscenze che permettono di ricucire i brandelli di un tessuto fortemente lacerato, ma ancora in grado di rivivere, emozionare, insegnare.

Gubbio, Palazzo dei Consoli, fino al 1 maggio 2019

 

Barbara Izzo (anche per le immagini)