A Verona la mostra “Istria. Tragedia italiana del ‘900”. Fino al 20 gennaio

È allestita nell’atrio di Palazzo Barbieri di Verona, la mostra “Istria. Tragedia italiana del ‘900”. L’esposizione, che conta oltre 40 fotografie corredate da spiegazioni e fascicoli didattici sul dramma della popolazione giuliano-dalmata, rimarrà aperta al pubblico fino al 20 gennaio, tutti i giorni dalle 9 alle 12 e il martedì e il giovedì anche dalle 15 alle 18.

All’inaugurazione presenti il sindaco Federico Sboarina, il presidente del Consiglio comunale Ciro Maschio, il presidente di Agsm Michele Croce e Nidia Cernecca dell’Associazione nazionale congiunti deportati italiani in Jugoslavia, promotrice dell’iniziativa e autrice del libro “Istria. Tragedia italiana del ‘900 – Antologia di un esodo del ‘900. Accusa all’invasore alleato. Denuncia al silenzio dell’Italia”.

“Dal punto di vista simbolico è importante che questa mostra si tenga proprio qui, nel cuore amministrativo della città – ha affermato il sindaco -. Come abbiamo sempre detto il Comune è la casa di tutti e nei prossimi giorni i veronesi che visiteranno palazzo Barbieri, oltre ad ammirare le bellezze custodite nelle sale aperte al pubblico, potranno ripercorrere questa drammatica pagina della storia italiana”. “Da sempre il Comune di Verona è impegnato in prima linea nel ricordare e recuperare la memoria storica di quanto vissuto dalla popolazione friulana e istriana durante e subito dopo la seconda guerra mondiale – ha affermato Maschio-, tragedia dimenticata troppo a lungo. Oggi vogliamo dare, soprattutto ai più giovani, la possibilità di conoscere quanto successo grazie anche alla testimonianza di chi visse quei drammatici momenti”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Il Segno dell’Ottocento. Disegno italiano a Verona

Fino al 25 febbraio 2018, presso la sala Boggian del Museo di Castelvecchio, si terrà la mostra Il segno dell’Ottocento. Disegno italiano a Verona, grazie alla quale sarà visibile una preziosa e consistente selezione di disegni di autori italiani del XIX secolo – in gran parte inediti –  provenienti dalla Biblioteca Civica di Verona, dal Gabinetto Disegni e Stampe dei Civici Musei d’Arte di Verona e dalle collezioni di Banco BPM.

Oltre settanta fogli tra schizzi, bozzetti e disegni finiti di autori noti, ma anche di artisti meno conosciuti dal pubblico, mostrano la varietà della grafica italiana del XIX secolo, le molteplici funzioni a cui assolve questa manifestazione artistica e i vari soggetti che gli autori raffigurano con la matita, la penna e i pastelli. La presenza di disegni sia della prima sia della seconda metà del secolo permette di apprezzare i cambiamenti che avvengono nelle tecniche, nello stile e pure nella finalità della pratica del disegno, variazioni che si rivelano ora tangenti ora  parallele ai progressi della pittura e della scultura, come si può apprezzare dal confronto con i dipinti e la scultura esposti a commento dei disegni.

La mission che i musei artistici veronesi perseguono – come afferma l’assessore alla Cultura Francesca Briani – è quella di esporre e valorizzare a fini educativi e ricreativi le testimonianze storiche e artistiche da essi possedute. Questa mostra risponde perfettamente a questo obiettivo, poiché valorizza l’interessante collezione di disegni della Biblioteca Civica e il vasto patrimonio del Gabinetto Disegni e Stampe dei Civici Musei d’Arte, offrendo al pubblico una straordinaria occasione di riflessione sul tema del disegno nell’arte dell’Ottocento.

In particolare, i molti e pregevoli disegni della seconda metà del secolo aiutano a mettere a fuoco un momento cruciale per l’evoluzione della grafica italiana: le correnti artistiche che si sviluppano e si affermano in questo periodo infatti sembrano mettere in discussione la funzione del disegno quale imprescindibile primo momento della composizione artistica. “Tuttavia – scrive Elena Casotto, curatrice della mostra insieme a Sara Rodella – se si accetta l’assunto della “crisi” del disegno nella seconda metà dell’Ottocento, si deve intendere questo termine come momento di revisione, riflessione e infine rielaborazione dell’esercizio grafico per raggiungere una nuova grammatica e anche un nuovo linguaggio del segno, che diviene sempre più autonomo dalla pittura e dalla scultura”.

La mostra si articola in tre sezioni tematiche: nella prima sono esposti i disegni di paesaggi e i fogli di studio sulla natura; nella seconda si entra nel vivo del processo creativo, osservando i disegni in cui gli artisti studiano una composizione nel suo insieme o ne analizzano una specifica parte; infine nell’ultima sezione sono raccolti i ritratti, gli autoritratti e gli studi sulla figura umana, uno dei soggetti più complessi ma anche più affascinanti che un artista possa affrontare.

L’esposizione è nata dalla collaborazione tra differenti enti pubblici veronesi – i Civici Musei d’Arte e la Biblioteca Civica – e, in qualità di prestatore e di main sponsor, Banco BPM, che ribadisce così la sua attenzione per la storia e la vita culturale delle realtà in cui opera. Inoltre, sottolineano Margherita Bolla e Agostino Contò, direttori della mostra, la sinergia tra istituzioni differenti offre “ai visitatori la possibilità di apprezzare opere che normalmente non sono visibili, per la loro natura delicata dal punto di vista conservativo o perché parte di un patrimonio bancario, che trova una via verso il pubblico solo in specifiche occasioni”.

La mostra è allestita nella Sala Boggian del Museo di Castelvecchio, poiché presenta opere del Gabinetto Disegni e Stampe dei Civici Musei d’Arte, il quale raccoglie e conserva nella sua sede a Castelvecchio opere grafiche dal XVI secolo ad oggi, superando il limite del Settecento, proprio dell’esposizione permanente del Museo.

A seguito dell’importante collaborazione con Banco BPM, sono previste agevolazioni all’ingresso per dipendenti e correntisti del gruppo bancario.

Inoltre è stata messa in atto un’operazione di co-marketing con Air Dolomiti, grazie alla quale sono previste agevolazioni per dipendenti e passeggeri della compagnia aerea.

 

Orari: da martedì a domenica 8.30–19.30; lunedì 13.30–19.30; chiusura biglietteria ore 18.45

Biglietti: il biglietto di ingresso al Museo consente anche la visita della mostra

  1. biglietto intero € 7,50
  2. biglietto ridotto € 6,00
  • gruppi superiori alle 15 unità
  • minori di 18 anni e maggiori di 65 anni
  • visitatori singoli residenti nel Veronese (dietro presentazione di documento)
  1. biglietto ridotto € 4,50
  • gruppi superiori alle 15 unità residenti nel Veronese
  • minori di 18 e maggiori di 65 anni residenti nel Veronese (dietro presentazione di documento)
  • studenti universitari
  1. biglietto ridotto € 1,00:
  • studenti delle scuole elementari, medie e superiori
  1. gratuito:
  • bambini fino a 7 anni
  • un accompagnatore per ogni gruppo
  • due accompagnatori per scolaresca
  • disabili e loro accompagnatori

 

  • Alberta Faccini

In Florence. Urs Fischer

A due anni di distanza, Piazza Signoria di Firenze, fino al prossimo 21 gennaio, ospita nuovamente In Florence, un grande evento di arte contemporanea ideato da Fabrizio Moretti e Sergio Risaliti, promosso dal Comune di Firenze e organizzato in concomitanza con la Biennale Internazionale d’Antiquariato di Firenze, giunta alla sua XXX edizione. Dopo la celebre star Jeff Koons, ospite di Firenze nel 2015, il protagonista assoluto della seconda edizione di In Florence 2017 sarà lo svizzero Urs Fischer, tra i grandi artisti del panorama mondiale. Il progetto – a cura di Francesco Bonami – consiste, come di rito, nella presentazione di un’opera monumentale all’interno di quello straordinario museo della scultura a cielo aperto che è Piazza Signoria, in un contrasto quantomeno provocante tra antico e contemporaneo. L’organizzazione dell’evento è seguita dall’Associazione Mus.e.

Urs Fischer  si è reso famoso nel 2011 in occasione della 50° Biennale di Venezia, quando ha fatto sciogliere una copia in cera e a grandezza reale del Ratto della Sabina del Giambologna, uno dei grandi capolavori della statuaria rinascimentale  presente dal 1583 sotto la Loggia dei Lanzi. Adesso, Fischer torna sul “luogo del delitto” con un nuovo sorprendente progetto artistico, che non mancherà di suscitare forti reazioni e discussioni sul linguaggio dell’arte contemporanea, sulla ridefinizione del gusto, sull’evoluzione delle tecniche e del concetto di bellezza, in un duello tematico e formale tra “giganti”, tra neo-classicismo e informe, tra antico e moderno, tra le immagini “senza tempo” di Bandinelli, Cellini e Giambologna e quella “senza forma” – e proprio per questo “con più immagini”- di Urs Fischer, che da anni esplora questioni come l’imperfezione e l’entropia, la relazione tra opera e spazio, tra arte e mondo del cinema, tra vivere quotidiano e immaginario artistico con una carica sperimentale e una forza espressiva tanto inusuale quanto straordinaria, anche nel rinnovare o rischiare tecniche e temi senza limiti di tempo, di genere o di stile.

“Negli ultimi anni – commenta il Sindaco di Firenze, Dario Nardella, “ci siamo cimentati in mostre internazionali pensate per la nostra città dai grandi artisti del mondo, creando cortocircuiti ed esperienze dialettiche anche spiazzanti tra antico e contemporaneo, tra linguaggi e stili, tecniche e materiali, con l’intento di incuriosire e restituire un poco di vitalità allo sguardo, molte volte disabituato a scoprire il nuovo perfino nell’antico.  Dobbiamo sfidare i pregiudizi e le ideologie di comodo, godiamoci con stupore e sorpresa le opere di Urs Fischer, artista neo-rinascimentale. Una grande occasione per continuare con coraggio e determinazione nel percorso intrapreso due anni fa assieme alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato. Siamo pronti ad accogliere l’energia poetica di questo straordinario artista, assieme alle emozioni e discussioni che le sue invenzioni provocheranno. Firenze ormai si è aperta al contemporaneo, è un laboratorio e non vuole ridursi a essere una bella vetrina, una città museificata. Vogliamo essere  protagonisti del presente per non ridurre l’aureo rinascimento a un fossile del passato”.

“Guardiamo bene le opere di Urs Fischer” – è l’invito di Sergio Risaliti – “andiamo oltre il loro primo impatto clamoroso. Esistono nessi sottili e collegamenti con il passato più glorioso, con il familiare e il quotidiano, con i primi gesti artistici o infantili, con il senso dell’arte e quello della nostra effimera esistenza che le rende assolutamente struggenti e travolgenti ad un tempo. Fischer è uno svizzero visionario, romantico, ironico, colto e popolare. Combina il monumentale con il ludico, il totemico con il  burlesco. Perfetto per quel teatro dell’arte e della politica che è Piazza Signoria.”

Felice dell’operazione il Segretario Generale BIAF, Fabrizio Moretti: “portare Fisher a Firenze per me è una grandissima soddisfazione: artista di cui ho amato sempre il lavoro per la spiccata genialità. Ricordiamoci che l’artista svizzero, è una delle poche star nel panorama dell’arte di oggi! Sono fortunato a collaborare con un Sindaco illuminato, che ama confrontarsi con il contemporaneo e quindi rischiare.”

Scrive il curatore della mostra Francesco Bonami: “Urs Fischer è uno degli artisti più influenti della propria generazione. La sua produzione spazia dalla scultura alla pittura, dal design all’editoria: un artista a 360 gradi e “Rinascimentale” in senso del tutto nuovo. Il suo lavoro pur seguendo i percorsi classici della contemporaneità come l’astrazione e la figurazione è costantemente una sperimentazione di nuovi materiali e tecnologie. Una ricerca che non è affrontata per il semplice piacere della provocazione ma come strumento per raccontare storie nuove. In tutto il lavoro di Fischer non sono gli elementi materiali ad essere protagonisti, seppur essenziali, ma i contenuti ed i messaggi che comunicano in modo diretto allo spettatore”.

Per l’occasione, l’artista svizzero, residente da molti anni a New York, ha ideato un doppio progetto inedito incentrato sulla scultura tenendo conto del contesto storico e artistico urbano così carico di segni e storie della Piazza Signoria, vera e propria agorà rinascimentale, centro nevralgico della manifestazione del potere  repubblicano, poi trasformata con Cosimo I, duca e granduca di Firenze e della Toscana, in una vera  e propria galleria di capolavori antichi e moderni sia di marmo che di bronzo.

In Piazza della Signoria si innalzerà Big Clay, una scultura di grandi dimensioni – circa 12 metri – in metallo, le cui forme hanno contemporaneamente qualcosa di primordiale e di infantile, di totemico e di architettonico: “la grande scultura Big Clay che apparirà nel punto focale di Piazza della Signoria  in dialogo con la Torre di Arnolfo di Palazzo Vecchio – spiega Bonami – è soltanto apparentemente monumentale. In realtà è un monumento alla semplicità e alla primordialità del gesto umano che plasma la forma. Uno sguardo più approfondito della superficie di alluminio dell’opera scoprirà le impronte digitali delle dita dell’artista . La scultura infatti è l’ingrandimento di piccoli pezzi di creta modellati dall’artista nel suo studio. Un monumento alla manualità e all’azione creativa più semplice e quotidiana”.

A completezza del progetto, Fischer posizionerà due opere sull’Arengario di Palazzo Vecchio: tra la riproduzione del David di Michelangelo e quella di Giuditta e Oloferne di Donatello, in continuità con le esposizioni di Jeff Koons (2015) e Jan Fabre (2016), l’artista svizzero posizionerà due figure umane, trasformate in candele, che si consumeranno lentamente durante la durata della mostra, quali simboli della finitezza umana e della durevolezza dell’arte.

Le due figure saranno quelle di Francesco Bonami e di Fabrizio Moretti, visti dall’artista come cittadini del mondo che hanno le loro radici nel territorio e nella sua cultura, due ritratti che attraverso la consumazione della cera diventeranno corpi astratti. La scelta dei due personaggi nasce da uno studio della loro fisionomia compiuto dall’artista nel corso dei vari incontri avuti con loro per la preparazione di questo progetto; c’è sempre, infatti, nel lavoro di Fischer un elemento biografico filtrato attraverso una riflessione formale ed estetica. Le due figure resteranno esposte per circa un mese, fino al completo scioglimento.

I tre lavori mettono in scena una sorta di dialettica creativa, risultante nel confronto ravvicinato tra il semplice gesto dell’artefice che modellando la materia la trasforma poi in monumento di metallo – Big Clay – e il monumento in cera –le due figure – che a poco a poco mutano aspetto e ritornano a essere semplice materia informe, in una sorta di doppio processo di  consunzione e regressione figurativa.

Un ringraziamento speciale a V.A.C. Foundation Collection per il prestito dell’opera Big Clay.

Salvatore La Spina

 

Soft Wall di Pablo Echaurren a Catania

«La beauté est dans la rue», slogan del maggio francese, può essere considerato il concept della mostra che, pur attraversando un percorso cronologico di tre decenni, non è una antologica bensì una rassegna a tema, incentrata sul costante dialogo che Pablo Echaurren intrattiene con le espressioni della comunicazione, percorrendo le vie di una ricerca tesa ad abbattere le separazioni culturali e allargare così le pareti dell’estetico oltre i confini istituzionali.

Certe modalità espressive da graffitismo metropolitano, l’utilizzo vivace dei colori, l’arte come mezzo diretto di (contro) informazione, quel non distinguere tra l’alto e il basso sono elementi che anticipano la diffusione dell’odierna, cosiddetta street-art, e dunque consentono di considerare Pablo Echaurren un precursore del genere.

La mostra, a Palazzo Platamone di Catania fino al 14 gennaio, prende le mosse con un ciclo di lavori realizzati tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, in cui irrompe la storia contemporanea con la fine della Guerra Fredda. In queste opere, che ricordano la comunicazione iconografica del muro di Berlino, emerge uno scenario di graffiti metropolitani, cancellazioni di scritte, reperti fumettistici, emblemi e figurazioni allegoriche d’ascendenza medioevale, linguaggi e segni stereotipati del nostro sistema comunicante.

Una sezione è dedicata ai collage prodotti negli anni Novanta. Lo shock percettivo procurato dalla grande città viene raffigurato in queste sintesi visive del paesaggio urbano basate sul montaggio di manifesti strappati, annunci, insegne, titoli, segnaletica allarmante, che rendono il senso della percezione simultanea.

La comunicazione murale compare anche nella produzione più recente, le “pitture muro contro muro” con il loro inedito alfabeto simbolico di scritte murali cancellate, icastiche rappresentazioni di un mondo fatto di contrapposizioni, di opposte fazioni che si sovrappongono l’una all’altra.

A queste opere fanno da contraltare alcuni quadri sul sistema dell’arte e le sue aggressive strategie planetarie, che ancora una volta testimoniano l’esigenza di dar forma a quella tensione critica e sociale, intellettualmente lucida, tipica della ricerca dell’artista.

L’esposizione, infatti, comprende anche collage e mappe, ricordi di viaggi, di passeggiate psicogeografiche trascorse dragando sui muri urbani reperti cartacei, sticker, biglietti, brandelli memoriali che costruiscono paesaggi emozionali e mentali della moderna città attraversata da un’arte diffusa.

 

Orari

Dal martedì alla domenica dalle ore 10.00 alle ore 19.00

Chiuso il lunedì

Ingresso gratuito

 

 

Barbara Izzo

 

Voglia d’Italia. Il collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano

(Luca Della Robbia, Ritratto di giovinetto, 1445ca, Terracotta invetriata, cm 28 x 20 x 18, Napoli, Museo Civico Gaetano Filangieri)

Il 7 dicembre 2017 si apre a Roma la mostra Voglia d’Italia. Il collezionismo internazionale nella Roma del Vittoriano. Articolata in due sedi, Palazzo Venezia e Gallerie Sacconi nel complesso del Vittoriano, rimarrà aperta fino al 4 marzo 2018.

L’iniziativa, promossa e organizzata dal Polo Museale del Lazio, diretto da Edith Gabrielli, nell’ambito del programma di valorizzazione dei propri musei e luoghi di cultura, sottolinea la cura rivolta in particolare verso Palazzo Venezia e il Vittoriano, tornati ormai alla ribalta del grande pubblico. Nella circostanza il visitatore può fruire di un biglietto unico per le due sedi, che gli consente fra l’altro di accedere alla spettacolare terrazza panoramica del Vittoriano.

Curata dallo storico dell’arte Emanuele Pellegrini, professore all’IMT – School for Advanced Studies di Lucca, la mostra si avvale di un comitato scientifico di alto profilo, del quale fanno parte Francesca Baldry, Roberto Balzani, Flavio Fergonzi, Annamaria Giusti, Donata Levi e Carl Brandon Strehlke.

La mostra presenta al pubblico – per la prima volta in modo organico – la raccolta vasta e sorprendente che i coniugi statunitensi George Washington Wurts ed Henriette Tower misero insieme a cavallo fra XIX e XX secolo e donarono poi allo Stato italiano, per l’esattezza al museo di Palazzo Venezia, dove tuttora è conservata. Alla base della mostra vi è comunque anche l’idea di restituire il contesto della raccolta Wurts, ovvero quella particolare forma di collezionismo che tra Ottocento e Novecento si legò così intimamente all’Italia, fino a concretizzarsi spesso nella donazione allo Stato di singole opere o di intere raccolte. La mostra illustra le dinamiche del collezionismo, soprattutto anglo-americano, e del mercato internazionale, sullo sfondo dei radicali cambiamenti vissuti in quegli anni dalla giovane nazione italiana e dalla sua nuova capitale, Roma. La costruzione del Vittoriano, iniziato nel 1885 e inaugurato nel 1911 nell’occasione dell’Esposizione che celebrava il cinquantenario dell’Unità d’Italia, diviene l’emblema che caratterizza la città all’alba del Novecento.

Ai Wurts è dedicata la sezione allestita a Palazzo Venezia , con l’esposizione delle opere più significative della raccolta, molte delle quali sono state portate fuori dai depositi, studiate e restaurate per l’occasione.

Il contesto entro cui fiorì la passione dei Wurts per il collezionismo trova invece la sua collocazione ideale nelle Gallerie Sacconi del Vittoriano. Un congruo numero di opere, provenienti da prestigiosi musei e collezioni private italiane ed estere, racconta un intero mondo fatto di aste, di mercanti e di mercato, nazionali come internazionali, oltre all’affermazione di un artigianato di qualità portavoce di una rilettura “in stile” dell’arte del passato. L’inedito percorso espositivo si sviluppa anche in ambienti di solito non accessibili al pubblico e appena restaurati, fra cui le Gallerie Sacconi appunto, restituendo visibilità all’architettura interna del monumento. Da semplice teatro, o ‘contenitore’, il Vittoriano diviene così parte integrante e partecipe della mostra. “La mostra – afferma la direttrice del Polo Edith Gabrielli – si pone come un momento chiave nella strategia del Polo Museale del Lazio. Rigorosamente site-specific e contraddistinta da un rimarchevole impegno culturale, essa sottolinea il rientro nel circuito del grande pubblico di Palazzo Venezia e del Vittoriano”.

La comunicazione è curata da Civita Mostre. Il catalogo è edito da Arte’m. In occasione dell’esposizione la Sala Regia di Palazzo Venezia ospiterà una rassegna sulla musica di quegli anni curata da Ernesto Assante.

ROMA, Palazzo Venezia, Ingresso da Piazza Venezia

Martedì/Domenica 8.30 – 19.30 (chiuso il lunedì). La biglietteria chiude un’ora prima

Gallerie Sacconi al Vittoriano, Ingresso da Piazza Venezia e da Via del Teatro di Marcello (lato Aracoeli)

Tutti i giorni 9.30 – 19.30. La biglietteria chiude un’ora prima

La mostra è allestita in due sedi, a Palazzo Venezia e nelle Gallerie Sacconi al Vittoriano. Durante la sua apertura al pubblico è istituito un biglietto unico, valido 7 giorni: il biglietto consente di visitare le due sezioni della mostra, Palazzo Venezia e di accedere agli ascensori panoramici del Vittoriano.

Biglietto unico valido 7 giorni per le due sezioni della mostra, Palazzo Venezia e ascensore panoramico del Vittoriano:

  • Intero € 10,00
  • Ridotto € 5,00
  • Gratuito: riservato alle categorie previste dalla legge e consultabili sulla pagina ufficiale del MiBACT http://www.beniculturali.it

Ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese.

È disponibile un’audioguida gratuita della mostra sia a Palazzo Venezia che al Vittoriano.

 

Barbara Izzo

 

‘Geografia di una strage: gli eccidi nazi-fascisti nel Ferrarese 1943-1945’

È aperta al pubblico, nella sala mostre del Museo civico del Risorgimento e della Resistenza di Ferrara (corso Ercole I d’Este, 19), la mostra “Geografia di una strage: gli eccidi nazi-fascisti nel Ferrarese 1943-1945” a cura di Antonella Guarnieri e di Davide Guarnieri.

La mostra, già proposta nel 2015 dallo stesso Museo, si prefigge un primo sguardo d’insieme sulle vicende di un territorio che, durante l’occupazione tedesca e l’istituzione della R.S.I. che ricondusse al potere il fascismo, vide la propria popolazione sottoposta a vessazioni e violenze, culminate in numerosi eccidi ed uccisioni di singoli avversari del fascismo, compiuti, nella maggioranza dei casi, proprio dagli appartenenti alla Repubblica di Salò.
Gli eccidi della città estense e quelli della provincia sono uniti in un unico percorso che evidenzia come, nel Ferrarese, il terrore avesse molto più spesso il volto del brigatista nero che non quello degli occupanti tedeschi, i quali, comunque, soprattutto nell’ultimo anno di guerra, contribuirono attivamente ad accrescere il clima di terrore nel quale le popolazioni locali si trovarono a vivere.

Oltre ai pannelli che conducono il visitatore in un viaggio dolente attraverso la disperazione di quel biennio, ma anche attraverso il coraggio e la testardaggine che questi uomini e queste donne misero in campo per combattere un nemico tanto più numeroso ed armato, sono esposte le scansioni delle “relazioni di squadra” prodotte nell’immediato Secondo dopoguerra dai responsabili partigiani delle zone interessate, conservate nel fondo ANPI di Ferrara, custodito presso il Museo del Risorgimento e della Resistenza. Documenti preziosi perché bene permettono di contestualizzare la situazione nella quale quei fatti accaddero.

La riproposta della mostra, che ha ottenuto un ottimo successo nella sua prima edizione, nasce dalla volontà di ricordare, quello che i fascisti e i nazisti hanno fatto nelle zone occupate tra il ’43 e il ’45. Il racconto, che poggia sull’uso di documentazione storico-archivistica, cerca di testimoniare, soprattutto alle giovani generazioni, vittime del tentativo di sdoganare l’immagine del nazi-fascismo, messo in atto ormai da più parti, la violenza, la crudeltà, la volontà di sopraffazione totale che i fascisti e i nazisti misero in atto anche nel nostro territorio, proponendo il confronto tra un mondo di terrore, dove una feroce dittatura era pronta a dilaniare chiunque non la pensasse alla stessa maniera, e la democrazia, che, seppur imperfetta e migliorabile, trae la propria forza dalla volontà di perseguire eguaglianza, libertà, pace.

L’esposizione rientra nel calendario delle iniziative di commemorazione e cultura storica organizzate dal Comitato cittadino per le Onoranze, in occasione degli anniversari degli eccidi fascisti e nazisti a Ferrara. La mostra sarà visitabile fino al 7 gennaio 2018, dal martedì alla domenica dalle 9,30 alle 13 e dalle 15 alle 18.

Previo accordo con la responsabile del Museo, sono possibili visite guidate per scolaresche delle scuole medie inferiori e superiori.

 

Alessandro Zangara

I colori della speranza

Sarà visitabile fino al 25 novembre (da lunedì a sabato, tra le 18.00 e le 20.00), presso la galleria dell’Istituto Portoghese di Sant’Antonio in Roma, la personale dell’artista Karen Thomas dal titolo “I COLORI DELLA SPERANZA”, una mostra presentata dal Rettore dell’Istituto, Mons. Agostinho da Costa Borges e che gode dell’alto patrocinio dell’Ambasciata del Portogallo presso la Santa Sede.

L’esposizione, realizzata  con la collaborazione di Claudio Zaccaretti (luce e design), è un percorso emotivo e sensoriale che si snoda tra le sale della galleria in un crescendo di colore armonico, segni e luci: quadri su tela o su plexiglass e colonne luminose raccontano e ripercorrono i temi forti dell’attualità geo-politica del nostro tempo, con l’auspicio di trasmettere colore e luce e dissipare l’oscurità.

Le tematiche comprendono “Le colonne”. Come in un parco illuminato, che affonda le radici nel mondo classico, nell’arte ellenistica-romana, nel rispetto delle proporzioni e del “bello”, l’artista Karen Thomas ha scelto di realizzare delle colonne tematiche con tecnica mista acrilico, oro ed argento su plexiglass per raccontare, attraverso una forte denuncia forte e in un grido di colore, il nostro tempo. Colonne grandi si alternano ad elementi più piccoli, anch’essi montati su base “classica” e realizzati in temi che esprimono Luce, Pace, Ambiente e Speranza. L’uso dell’ oro simboleggia la preziosità della vita che ci è stata regalata e che va tratta con delicatezza e gratitudine. L’uso dell’argento simbolizza Leggerezza e Serenita’; porta Luce dove prima c’era il buio e insieme al verde significa per l’artista Speranza. La tecnica di pittura utilizzata non è astratta e non è figurativa: viene chiamata “astratto-figurativa” a causa del flusso dei colori nei quali si riconoscono delle figure che si fondono ed interagiscono con essi. L’intenzione è quella di fornire una “chiave di lettura” all’osservatore cercando di instaurare a mezzo dei colori, dei segni e della luce, un dialogo con l’opera, destando curiosità, generando domande e fornendo spunti per le risposte. A volte è sufficiente anche il solo guardare, farsi trasportare e perdersi tra i colori… Design e Luce si integrano al colore fondendosi con il colore in una forte sensibilità artistica che crea Luce e Bellezza.

“Speranza”. La visione dell’artista della natura e dell’ambiente si fa segno e colore.
Il nostro pianeta – maltrattato, ferito, sanguinante, in lacrime, eppure forte e bellissimo – non si stanca di proteggersi e di continuare a regalarci spettacoli indimenticabili, fatti di albe e tramonti, ma anche di fioriture, frutti di un orto mediterraneo con farfalle, uccelli e lucertole illuminati dal sole, cani liberi e felici, di un cielo azzurro-cobalto, vento e onde rumorosi e spettacolari.

“Pace, Europa”. Un artista in solitaria oggi può fare poco ma, ribaltando la visione e unendosi agli altri, può produrre come un gigantesco mosaico dove ciascuno con le proprie capacità e la propria sensibilità va ad aggiungere un sassolino per realizzare l’Opera massima. Questa colonna è creata nelle sfumature del colore Blu, con accenni ai singoli paesi, come stelle dorate: ognuno con i suoi problemi, ma uniti nel cerchio d’oro, ad auspicio di garanzia di Pace e stabilità nel rispetto delle singole identità.

“Incontro”. Figure nella Luce si incontrano, percorrono un cammino insieme, escono dal buio della solitudine verso l’alto, verso la Luce.
In questo dialogo di empatia ci si muove in un blu-celeste, tra accenni di alberi e fiori, adulti, giovani, coppie con bambini in colori dolci e “caldi come la terra”.
Karen Thomas è nata a Berlino, ha svolto la sua attività artistica e di insegnamento a Parigi, Kiel, Lubecca e Amburgo. Soggiorni di studio a New York, Roma e Los Angeles. Numerose esposizioni personali e collettive in Germania, Italia, America e Cina. Vive e lavora a Roma, dove è stata per circa di vent’anni titolare della cattedra di Tecniche pittoriche presso la R.U.F.A. (Rome University of Fine Arts).

Dagli anni Ottanta esegue un intenso lavoro per la trasposizione di impressioni di città, paesaggi e figure. E’ tra gli esponenti della nuova corrente neo-espressionista data la sua formazione artistica. Dal 2000 si dedica alle ricerche sull’astrattismo tra forma e colore. La rappresentazione della “Genesi” segna da più di sei anni il suo percorso pittorico.
Dalla ricerca del “fascino della luce” nasce un altro percorso pittorico che parte dalla  creazione divina e attraversa il tema dei diversi fenomeni di luce, come la luce mediterranea e quella notturna. Negli ultimi anni segue un percorso artistico segnato dalla matericità e plasticità, dedicato al mondo della musica e ai suoi grandi interpreti, come Bach, Beethoven, Mozart e Verdi.
La pittrice Karen Thomas segue un percorso artistico, intellettuale ed emotivo che la porta all’elaborazione di un nuovo “Manifesto del Ruolo Etico dell’Artista”, di cui diviene prima firmataria.

Elisabetta Castiglioni