“Letizia Battaglia. Storie di strada”

Dal 5 dicembre 2019 al 19 gennaio 2020, negli spazi espositivi di Palazzo Reale a Milano, sarà aperta al pubblico la grande mostra “Storie di strada”, una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che riscostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di Letizia Battaglia.

Letizia Battaglia, Lunedì di Pasquetta a Piano Battaglia, 1974

Promossa da Comune di Milano|Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, la mostra anticipa con la sua apertura il palinsesto “I talenti delle donne”, promosso e coordinato dall’Assessorato alla Cultura, che durante tutto il 2020 proporrà iniziative multidisciplinari – dalle arti visive alle varie forme di spettacolo dal vivo, dalle lettere ai media, dalla moda alle scienze– dedicate alle donne protagoniste nella culturae nel pensiero creativo.

Con circa 300 fotografie, molte delle quali inedite, “Storie di strada” attraversa l’intera vita professionale della fotografa siciliana, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte e sull’amore, e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica. Il percorso espositivo si focalizza sugli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. Quello che ne risulta è un vero ritratto, quello di un’intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si interessa di ciò che la circonda e di quello che, lontano da lei, la incuriosisce.

Come ha avuto modo di ricordare la stessa Battaglia, “La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora […]. L’ho vissuta come salvezza e come verità”. “Io sono una persona – afferma ancora – non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa.”.

Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre – ricorda Francesca Alfano Miglietti curatrice della mostra – del percorso di Letizia Battaglia, sono ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”.

Non ha bisogno di presentazioni Letizia Battaglia (Palermo, 1935). Non solo in Italia, ma anche all’estero: nel 2017 il New York Times l’ha infatti citata come una delle undici donne straordinarie dell’anno.

Letizia Battaglia ha raccontato da insider tutta Palermo, per non parlare del contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina. È riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia.

Nel corso della sua vita Letizia Battaglia ha raccontato anche i volti dei poveri e le rivolte delle piazze, tenendo sempre la città come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà, oltre che del suo paesaggio urbano. Letizia Battaglia ‘tratta’ il suo lavoro come un manifesto, esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera, poetica e colta, rivoluzionando così il ruolo della fotografia di cronaca. Impara la tecnica direttamente ‘in strada’, e le sue immagini si distinguono da subito per il tentativo di catturare una potente emozione e quasi sempre un sentimento di ‘pietas’.

I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna.

Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il più recente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival. Il film Shooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica e la propria movimentata vita è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori, con testi di Francesca Alfano Miglietti, Leoluca Orlando, Maria Chiara Di Trapani, Filippo La Mantia, Paolo Ventura.

Molte sono le iniziative inserite all’interno del programma di attività collaterali legate a “Storie di strada”. Un ricco calendario di proiezioni cinematografiche in collaborazione con il MIC – Museo Interattivo del Cinema: sette incontri dal 10 dicembre al 21 dicembre 2020.

E non solo. Dal 5 dicembre al 21 febbraio 2020 sarà possibile partecipare a due fotocontest: “Letizia Battaglia – Progetti”, “Letizia Battaglia – Persone” che inviteranno a scendere in strada per fotografare il vivere quotidiano. La giuria è composta da Letizia Battaglia, Francesca Alfano Miglietti e Denis Curti. Tra i premi previsti una lettura portfolio e pubblicazioni su testate di settore. La partecipazione al concorso è gratuita ed aperta a tutti, professionisti ed appassionati. Le foto saranno raccolte secondo le modalità previste dal regolamento. Per ulteriori informazioni http://www.mostraletiziabattaglia.it

Infine, “Intorno a Letizia” visite speciali tra le quali quella di Francesca Alfano Miglietti, di Antonio Marras e di Vincenzo Argentieri, permetteranno al visitatore di conoscere Letizia Battaglia a 360 gradi.

Orari: lunedì 14.30 – 19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica: 9.30 – 19.30; giovedì e sabato: 9.30 – 22.30. La biglietteria chiude un’ora prima

 

Ombretta Roverselli (anche per la fotografia)

 

 

Allo Spazio Aperto San Fedele Patrizia Cercamondi

Farfalla

Inaugurerà il prossimo 10 dicembre la mostra di Patrizia Cercamondi “Tentativo di volo n. 2”, aperta fino al 25 gennaio allo Spazio Aperto San Fedele, con la collaborazione di Galleria Inconsueta.

In mostra ventidue disegni dell’artista, eseguiti a pennarello su carta, di diversi formati e dai colori dirompenti, le opere animano gli spazi espositivi.

I soggetti vanno da cartoni animati a lettere e ricerche puramente astratte che indagano il segno e il colore. Come scrive la curatrice Rosa Selavi: “Sembra che Patrizia Cercamondi sia impegnata, nella sua stanzetta in via Panzeri 10/10, a osservare e registrare scambi energetici. Un sismografo che annota scrupolosamente la frequenza emotiva del mondo: il suo battito. La ricerca, ossessiva e incessante, è dominata dal movimento, dal colore, dallo scambio e dall’interazione di grafismi pieni di grazia confinati in uno spazio ridotto. A volte felici e dolci come carezze, a volte aggressivi come graffi, i segni creano un reticolo che allo stesso tempo imprigiona e libera lo Spazio: con il loro sgorgare, scorrere, incontrarsi ed evitarsi lo dominano, trasformandolo in un campo di forza primordiale”.

Patrizia Cercamondi (Milano, 1979) è una pittrice portatrice di sindrome di down. Da vent’anni disegna e colora nella sua stanza/laboratorio a Settimo Milanese (MI). Con la Galleria Inconsueta ha realizzato le sue prime mostre personali: Il favoloso mondo di Patty e Bim Bum Bam!. Con il Comune di Settimo Milanese è attualmente è impegnata come formatrice in un percorso laboratoriale ed espressivo rivolto a genitori e bambini.

Orari di apertura: martedì – venerdì 16,00/19,00 – sabato 14,00 /18,00

Al mattino su appuntamento (chiuso i festivi e dal 24 dicembre al 6 gennaio). Ulteriori info scrivendo a sanfedelearte@sanfedele.net

 

G.S.F. (anche per la foto del dipinto)

 

 

Tato futurista. Inventore dell’aereopittura

“Caproni 100 in acrobazia”, 1928/29

Fino al 6 dicembre, la Camera dei Deputati (Palazzo Valdina, Roma) apre le porte al pubblico che potrà ammirare la mostra dedicata a Guglielmo Sansoni, in arte Tato (Bologna 1896 – Roma 1974) artista futurista italiano, inventore e padre dell’aeropittura.

L’esposizione, curata da Salvatore Ventura su progetto e coordinamento curatoriale di Cornelia Bujin, coglie l’occasione dell’importante ricorrenza dei cento anni dell’incontro di Tato con Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del movimento futurista. In tal senso la volontà di comunicare, attraverso la visione di alcune opere selezionate di aeropittura di Tato, quell’entusiasmo, quell’emotività e quella forza visionaria di un’epoca, grazie allo sguardo sensibile e geniale di uno dei suoi principali artisti.

Con circa ventisei opere tra oli su tela, tempere su carta, dipinti su ceramica e foto originali d’epoca, incentrati sulla visione emozionale del paesaggio italiano visto da nuovi e inesplorati punti di vista come gli aerei in volo, la mostra pone l’accento proprio sul ruolo primario dell’avanguardia italiana nel fermento degli albori del Novecento, individuando il ruolo del collezionismo d’autore e dello studio scientifico, come custode del patrimonio della memoria storica e punto nodale dei nuovi processi di fruizione del “bene condiviso”.

L’avanguardia artistica italiana è uno dei più sensibili specchi della grande rivoluzione della modernità dove il dinamismo, l’aeropittura e la sperimentazione, comunicano perfettamente le inquietudini, lo stupore, le emozioni di chi per la prima volta sente il brivido della velocità, del suono registrato e vede lo spazio urbano e la terra dall’alto.

L’aeropittura si colloca in questo senso nell’ambito del secondo futurismo iniziando tuttavia ad affermarsi negli anni successivi alla prima guerra mondiale e trovando in D’Annunzio eroe-aviatore, un indubbio precursore.

“Sensazioni di volo -Terzo tempo”, 1929

L’aeropittura e il suo manifesto entusiasmo per il volo e la velocità aerea, scandisce le immagini per piani di colore riproponendo luoghi e paesaggi italiani in prospettiva aerea.

Il tema pittorico della “veduta” tra natura e modernità, si lega così al racconto delle trasformazioni dello spazio tra ruralità e urbanizzazione di un’Italia in evoluzione. Un viaggio ininterrotto agli albori del XX secolo attraverso gli occhi sensibili di Tato nella visione esaltante di un paesaggio in cui, il dinamismo di strade e ferrovie, si intreccia con la staticità metafisica d’insondabili labirinti meccanici.

Tra le opere in esposizione “Sorvolando in spirale il Colosseo (Spiralata)” 1930 esposto al Guggenheim Museum di New York nel 2014 in occasione della mostra ItalianFuturism, 1909–1944: Reconstructing the Universe, “Aeroplani + Metropoli” 1930, “Paesaggio in velocità – scivolamento d’ala” 1930, “Sport” 1930, “Avvitamento” 1930, “Sorvolando Sabaudia” 1934, “Spiralata” 1936, “ Volo notturno” 1936, “Atterrando” 1937, “Sensazioni di volo II tempo” 1929, “Il dirigibile Italia al polo Nord” 1928, “Alba futurista” 1926.

La mostra è organizzata da Civita. Il catalogo è edito da Palombi.

 

Barbara Izzo (anche per le fotografie)

 

 

 

Andrea Mantegna. Rivivere l’antico, costruire il moderno. Dal 12 dicembre a Torino

Andrea Mantegna: “Una sibilla e un profeta”, 1495 ca, Cincinnati Art Museum Ohio (Bequest of Mary M. Emery/Bridgeman Images

Il 12 dicembre apre a Torino, nelle sale monumentali di Palazzo Madama, una grande esposizione che vede protagonista Andrea Mantegna (Isola di Carturo 1431 – Mantova 1506), uno dei più importanti artisti del Rinascimento italiano, in grado di coniugare nelle proprie opere la passione per l’antichità classica, ardite sperimentazioni prospettiche e uno straordinario realismo nella resa della figura umana. Intorno alle sue opere si articolano le testimonianze di una stagione artistica – il Rinascimento in pianura padana, prima a Padova e poi a Mantova – capace di rivivere l’antico e di costruire il moderno.

La rassegna presenta il percorso artistico del grande pittore, dai prodigiosi esordi giovanili al riconosciuto ruolo di artista di corte dei Gonzaga, articolato in sei sezioni che evidenziano momenti particolari della sua carriera e significativi aspetti dei suoi interessi e della sua personalità artistica, illustrando al tempo stesso alcuni temi meno indagati come il rapporto di Mantegna con l’architettura e con i letterati.

Andrea Mantegna: “Baccanale con Sileno”, 1470, Metropolitan Museum of Art, New York

Viene così proposta ai visitatori un’ampia lettura della figura dell’artista, che definì il suo originalissimo linguaggio formativo sulla base della profonda e diretta conoscenza delle opere padovane di Donatello, della familiarità con i lavori di Jacopo Bellini e dei suoi figli (in particolare del geniale Giovanni), delle novità fiorentine e fiamminghe, nonché dello studio della scultura antica.

Un’attenzione specifica è dedicata al suo ruolo di artista di corte a Mantova e alle modalità con cui egli definì la fitta rete di relazioni e amicizie con scrittori e studiosi, che lo resero un riconosciuto e importante interlocutore nel panorama culturale, capace di dare forma ai valori morali ed estetici degli umanisti.

Il percorso della mostra è preceduto e integrato, nella Corte Medievale di Palazzo Madama, da uno spettacolare apparato di proiezioni multimediali: ai visitatori viene proposta una esperienza immersiva nella vita, nei luoghi e nelle opere di Mantegna, così da rendere accessibili anche i capolavori che, per la loro natura o per il delicato stato di conservazione, non possono essere presenti in mostra, dalla Cappella Ovetari di Padova alla celeberrima Camera degli Sposi, dalla sua casa a Mantova al grande ciclo all’antica dei Trionfi di Cesare.

Andrea Mantegna: “Pala Trivulzio”, 1497, Castello Sforzesco, Milano

Il Piano Nobile di Palazzo Madama accoglie, quindi, l’esposizione delle opere, a partire dal grande affresco staccato proveniente dalla Cappella Ovetari, parzialmente sopravvissuto al drammatico bombardamento della seconda guerra mondiale ed esposto per la prima volta dopo un lungo e complesso restauro e dalla lunetta con Sant’Antonio e San Bernardino da Siena proveniente dal Museo Antoniano di Padova.

Il percorso espositivo non è solo monografico, ma presenta capolavori dei maggiori protagonisti del Rinascimento nell’Italia settentrionale che furono in rapporto col Mantegna, tra cui opere di Donatello, Antonello da Messina, Pisanello, Paolo Uccello, Giovanni Bellini, Cosmè Tura, Ercole de’ Roberti, Pier Jacopo Alari Bonacolsi detto l’Antico e infine il Correggio. Accanto a dipinti, disegni e stampe del Mantegna, saranno esposte opere fondamentali dei suoi contemporanei, così come sculture antiche e moderne, dettagli architettonici, bronzetti, medaglie, lettere autografe e preziosi volumi antichi a stampa e miniati.

Andrea Mantegna: “Madonna con Bambino e santi Gerolamo e Ludovico d1 Tolosa”, 1453-1454, Musée Jacquemart André, Paris

Per rendere chiaro e lineare questo tema complesso, un prestigioso comitato scientifico internazionale ha selezionato un corpus di oltre un centinaio di opere, riunito grazie a prestigiosi prestiti internazionali da alcune delle più grandi collezioni del mondo, tra cui il Victoria and Albert Museum di Londra, il Musée du Louvre e il Musée Jacquemart André di Parigi, il Metropolitan Museum di New York, il Cincinnati Art Museum, il Liechtenstein Museum di Vienna,  lo Staatliche Museum di Berlino, oltre a prestiti di numerose collezioni italiane, tra cui le Gallerie degli Uffizi, la Pinacoteca Civica del Castello Sforzesco, il Museo Poldi Pezzoli di Milano, l’Accademia Carrara di Bergamo, il Museo Antoniano e i Musei civici di Padova, la Fondazione Cini e le Gallerie dell’Accademia di Venezia, il Museo di Capodimonte di Napoli, i Musei Civici di Pavia, la Galleria Sabauda e il Museo di Antichità di Torino, i Musei Civici, il Seminario Arcivescovile e la Basilica di Sant’Andrea a Mantova.

Il comitato scientifico della mostra è composto dai curatori Sandrina Bandera e Howard Burns, con Vincenzo Farinella come consultant curator per l’antico, insiemea Laura Aldovini, Lina Bolzoni, Molly Bourne, Caroline Campbell, Marco Collareta, Andrea Di Lorenzo, Caroline Elam, David Ekserdjian, Marzia Faietti, Claudia Kryza – Gersch, Mauro Mussolin, Alessandro Nova, Neville Rowley e Filippo Trevisani. La mostra, promossa dalla Fondazione Torino Musei e da Intesa Sanpaolo, è organizzata da Civita Mostre e Musei. Il catalogo, comprendente numerosi saggi introduttivi e di approfondimento oltre alle schede scientifiche di tutte le opere in mostra,è pubblicato da Marsilio Editori.

ANDREA MANTEGNA. Rivivere l’antico, costruire il moderno.

    Palazzo Madama, Corte Medievale e Piano Nobile, Torino, Piazza Castello

Dal 12 dicembre 2019 al 4 maggio 2020, tutti i giorni dalle 10.00 alle 18.00.

Chiusura martedì.

 

Ombretta Roverselli (anche per le immagini)

 

Modigliani and the Montparnasse Adventure

On 22 January 1920 Amedeo Modigliani was taken, unconscious, to the Hôpital de la Charité in Paris and died there two days later at the age of only 36, struck down by the then incurable disease of tubercular meningitis that he had miraculously managed to survive twenty years earlier. On that day, Paris and the world lost one of the greatest artists of all time, a man who, with his instantly recognisable style, had captured the likenesses of friends, lovers and collectors, and the “heroic” faces of Paris’s night prowlers.

In the Montparnasse and Montmartre neighbourhoods Modigliani forged friendships with Guillaume Apollinaire, Chaïm Soutine, Paul Guillaume, Blaise Cendrars, Andrè Derain and Maurice Utrillo and he was admired by all of them for his culture, his charm and his charisma. He enchanted them with his genius and his intransigent approach to art, with his good looks and his passionate Mediterranean temperament. But for all that he was a prisoner to alcohol and drugs, he worked himself to the bone and defied death on a daily basis, seeking refuge from his tragic fate in his art.

One of the great rivals of Modì, as he was known in Paris, was Pablo Picasso whom he both admired and loathed. Picasso, for his part, was fascinated by the young Italian artist and by his work, which reflected the full beauty of Renaissance art yet expressed in a thoroughly modern style.

Despite living life to the full, despite his countless lovers who included the poetesses Anna Akhmatova and Beatrice Hastings, despite his energy and his youth, Modigliani could not escape death, a tragedy that overwhelmed the whole of the Paris Avant-garde world. And to cap it all, his young lover Jeanne Hébuterne, herself a talented artist loved by all, chose to take her own life in order be with him in death despite the fact that she was expecting his second child. The upshot of all this was the birth of an instant myth that turned Modigliani into a creature of legend, a fleeting and faintly scandalous figure embodying a Bohemian world, who imbued his portraits and his nudes with a sense of his own outward vitality tempered with a hint of tedium and a deeply melancholic fatalism.

Modigliani and the Montparnasse Adventure. Masterpieces from the Netter and Alexandre Collections” (Museo della Città di Livorno, to 16 February 2020), an exhibition organised by the Comune di Livorno in collaboration with the Istituto Restellini in Paris and with the participation of the Fondazione Livorno, is curated by Marc Restellini in conjunction with Sergio Risaliti, offering visitors a unique opportunity to admire 14 paintings and 12 drawings by Modigliani only rarely shown in public.  

To mark the 100th anniversary of the artist’s death, the rooms of the Museo della Città will exceptionally be hosting the paintings and drawings that belonged to two of the most important collectors to have accompanied and supported the artist in life: Paul Alexandre first of all, who stood at the heart of a link between Paris and Livorno, who encouraged Modigliani on his arrival in Paris and who helped him both with his sculptural project The Caryatids and when he returned to Livorno in 1909 and in 1913. But also, indeed above all, Jonas Netter, an expert collector with an extraordinary eye who snapped up the young artist’s finest masterpieces. The works on display in the exhibition will include La Fillette en Bleu, a large portrait painted in 1918, depicting a girl aged between eight and ten whose pinafore is the same delicate blue as the wall behind her, in a setting imbued with sweetness and innocence; a portrait, painted in 1916, of Chaïm Soutine, his close friend during the toughest years in Paris, seated with his hands on his knees, hinting at the close bond between the two and at Soutine’s affection and respect for Modigliani; a portrait of Elvire au Col Blanc (Elvire à la Collerette) painted between 1918 and ’19 depicting the young Elvire, a Paris girl whom Modigliani with his hot Mediterranean blood met and admired for her dazzling beauty and portrayed at least four times, twice clothed and twice in the nude; and a portrait of La Jeune Fille Rousse (Jeanne Hébuterne) dated 1919, depicting the beautiful Jeanne Hébuterne in a three-quarter pose as she turns to face the observer with her deep blue eyes, her gaze so natural and elegant it is almost hypnotic. The drawings on display include several of his Caryatids, including the Cariatide (bleue) dated 1913 from the second cycle which, unlike the first (comprising studies for sculptures inspired by primitive art) is not a preparatory sketch at all but a work in its own right where the female figure is rounder and more voluptuous, with a more nuanced and colorful silhouette.

Complementing Modigliani‘s work, the exhibition will also be hosting about 100 other masterpieces representative of the grand École de Paris collected by Jonas Netter from 1915 onwards. They include paintings by Chaïm Soutine such as L’Escalier Rouge à Cagnes, La Folle, L’Homme au Chapeau and Autoportrait au Rideau painted between 1917 and 1920, which perfectly capture the artist’s style and his penchant for depicting reality in a timeless fashion as the expression of an inner tragedy. In his Self-Portrait, in particular, Soutine puts himself to the test by portraying himself like the great artists of the past whom he so admired, in an almost anonymous pose, his gaze unfrowning yet concerned, his hands out of the picture, his face with its irregular planes emerging from a green scarf; also works by Maurice Utrillo, for instance Place de l’Église à Montmagny, Rue Marcadet à Paris and Paysage de Corse, where all space is serene, calm and silent, and where we see no hint of the occasions on which he was hospitalised in the psychiatric ward after his drink problem drove him more than once to attempt to commit suicide; works by Suzanne Valadon, for example Trois Nus à la Campagne depicting naked women in the open air, a theme much loved by Renoir and Cézanne as well as by Andrè Derain who, in his Bagneuses, produced a painting which many consider to be one of the mainstays of modern art; or works such as St. Tropez and Portrait d’Homme (Jonas Netter) by Moïse Kisling, a Polish artist who also produced one of the most emblematic portraits of the collector Jonas Netter himself.

Livorno has been waiting for this exhibition for a whole century.

Ir was in this city that Amedeo trained as an artist by studying the Macchiaioli and it was here that he fell seriously ill for the first time, miraculously managing to recover before travelling to Paris, the nerve centre of the art scene (and of the art market) where he was to find an environment that allowed him to express his outstanding talent in full. Immersing himself in the artistic Avant-garde of the day in the Ville Lumière, Amedeo found there the energy he needed to become invincible as an artist, as a demiurge and as a repository of truth and knowledge on a par with the great masters of his own time. He almost succeeded in concealing his sickness, his addiction and his inexorable fate even from himself. His culture, his erudition, his talent, his charm and his charisma did the rest. Yet Modigliani was never to sever his ties with Livorno, returning to his native city several times in the course of his tragically short life.

According to the curator, Marc Restellini: “The exhibition is a return home. I am happy with the occasion and I thank and congratulate the City Council as a whole for the courage and rapidity of their decisions. There could have been no better decision than to bring the Modigliani exhibition to his native city on the 100th anniversary of his death. It was here in Livorno that Amedeo Modigliani first developed his creative talent and his Jewish spiritualism, and I hope that here in Livorno, history rather than simply the market can benefit from this marvellous opportunity to accord to him the place that is rightfully his in the history of Western art”.

Luca Salvetti, the Mayor of Livorno, also considers the exhibition to be a unique and unrepeatable occasion: “This is an event of exceptional value for Livorno. Amedeo Modigliani returns to his native city, the city where he was born and where he spent his formative years as an artist. He wished to do so in that far off year of 1920, the year when his life was snuffed out in such an untimely manner. He wished to return to live in Livorno with his Jeanne, as he told his painter friends, and many people in Paris were aware of his wish. But death had a different fate in store for him. 100 years after his death, we have succeeded with immense courage in bringing Dedo’s soul back to his native city. That soul is embodied in his works, his finest works that will be hosted in the rooms of the Museo della Città for four long months”.

And as Simone Lenzi, the Councillor for Cultural Affairs with the Comune di Livorno, put it: “This exhibition is of historic value for the city of Livorno. Nor does my use of that adjective sound excessive because that is how history works: it sets us deadlines at which we have to find the courage to show up. The 100th anniversary of Modigliani’s death is one such deadline; or rather, it is the deadline which, at long last, we can no longer afford to miss. So the significance of this exhibition lies in its marking an important celebration, but there is more to it than that. It serves to welcome back Amedeo Modigliani, or “Dedo” as he was known locally, to the city where he was born and where he grew up. At the same time, it serves to put paid to the age-old misunderstanding sparked by the fallout from cheap romanticism and phony legend that has distorted beyond recognition the deep bond between Livorno and its son who was fated to become the 20th century’s most extraordinary painter. We believe that the city that remained in the eyes and heart of Modigliani was made up of a specific light, of certain street views, of childhood friends and classmates, of a unique Sephardic Jewish spirituality and of vibrant family memories: in fact of so many things which, starting with this exhibition, we are going to have to recount as part and parcel of a single story that continues to reverberate in our own day. In the meantime, I feel it is worth recalling that in the very same years in which Modigliani was making his indelible mark on the history of painting, the poet Rainer Maria Rilke described infancy with astonishing accuracy as the time when “we were full to the brim with figures”, his way of telling us that those figures are the things that stay with us the longest, for the rest of our lives. So whether we continue to live in a provincial city – albeit a city of exceptionally cosmopolitan modernity from the very day it was founded – or we leave it to take the world by storm from an artist’s studio in Montparnasse, that panoply of images with which we were born and grew up is the fuel that shapes our gaze for ever. Today, that gaze that was forged in this city has come back home”.

The exhibition catalogue edited by Marc Restellini is published by Sillabe.

 

Salvatore La Spina

 

 

 

Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky a Verona

Briani, Goldin e Sboarina

A Verona, nei suggestivi spazi della Gran Guardia, è aperta l’esposizione “Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky. Capolavori dalla Fondazione Maeght”. La mostra, in programma fino al 5 aprile 2020, presenta al pubblico una vera e propria monografica dedicata ad Alberto Giacometti, con oltre una settantina di opere di sue esposte, assieme ai capolavori di artisti del calibro di Kandinsky, Braque, Chagall e Miró, con un’ulteriore ventina di dipinti famosi in tutto il mondo.

A Verona si ritrovano così raccolte oltre un centinaio di opere, tra sculture, dipinti e disegni, espressione del più alto Novecento internazionale. Per la prima volta insieme, i capolavori in bronzo e i disegni del più grande scultore del ventesimo secolo e i più bei dipinti realizzati nella Parigi a cavallo tra le due guerre.

La mostra, organizzata da Linea d’ombra con il Comune di Verona e la Fondazione Marguerite e Aimé Maeght, è curata da Marco Goldin. Main sponsor il Gruppo Baccini.

“Con questa mostra – ha sottolineato il sindaco Federico Sboarina – tornano nella nostra città i grandi eventi espositivi. Un appuntamento dallo straordinario valore artistico, che si aggiunge alle esposizioni dei nostri musei civici e all’ampio calendario di proposte per tutto il periodo natalizio. Iniziative ed eventi diversi che mirano a far crescere l’attrattiva della città in un periodo dell’anno che non è sempre stato di forte interesse per il turismo. Oggi, anche grazie all’ampia proposta offerta, siamo in grado di attrarre un sempre maggior flusso di visitatori qualificati e colti, vista l’alta qualità artistica esposta. Il nostro obiettivo è di garantire sempre un’offerta culturale di alto livello, sia per quanto riguarda l’arte che lo spettacolo. Rivolgo quindi un ringraziamento al suo curatore Goldin, che torna a Verona creando un allestimento davvero suggestivo ed interessante”.

Ha dichiarato l’assessore alla Cultura Francesca Briani: “alcuni dei più importanti capolavori di Giacometti saranno visibili al pubblico insieme alle opere di altri straordinari artisti del Novecento. Visibili oltre settanta opere dello scultore, quasi una monografia sull’artista che ha dedicato la sua vita alla realizzazione di capolavori straordinari. Siamo onorati di poter offrire ai nostri cittadini e ai numerosi turisti che verranno a Verona un’esposizione di così alto livello. Un ringraziamento al curatore Goldin che ha scelto la nostra città allestendo una mostra non facile, ma di forte impatto e di grande bellezza”.

“In esposizione non solo le opere dell’artista Giacometti – ha spiegato il curatore Goldin – ma una ricostruzione dell’ambiente parigino nel quale lui ha vissuto, da quando è arrivato nella capitale francese nel gennaio 1922 fino al momento in cui l’ha lasciata, per andare a morire in Svizzera, la sua terra natale. Quindi, al di là di oltre 70 opere di Giacometti, ci sono anche molti capolavori di Kandinsky, Mirò, Chagall, che sono stati amici di Giacometti e che, soprattutto, hanno gravitato attorno alla galleria Maeght, oggi Fondazione, che ha inviato a Verona tutte le opere esposte in questa mostra”.

“Abbiamo scelto di assumerci un impegno di grande rilevanza nei confronti dell’Amministrazione, di un’impresa e del pubblico – ha dichiarato la presidente del Gruppo Baccini Elisa Baccini –. Sono molto contenta di consegnare come sponsor questa mostra a questa città e di dare questo investimento di famiglia al nostro territorio e alla comunità”.

La mostra rievoca una delle più straordinarie avventure culturali in Europa dalla metà del secolo scorso in poi, quella di Aimé e Marguerite Maeght, che prima dell’inizio della Seconda guerra mondiale fondano a Cannes una loro galleria. Nell’ottobre 1945 aprirà la galleria parigina, dove due anni dopo verrà presentata, con un successo senza precedenti, l’Esposizione internazionale del Surrealismo, in collaborazione con Duchamp e Breton. Nel 1964 poi viene inaugurata a Saint-Paul-de-Vence la Fondazione Maeght, con un insieme architettonico concepito per presentare l’arte moderna e contemporanea in tutte le sue forme. La Fondazione possiede oggi una delle più importanti collezioni in Europa di dipinti, disegni, sculture e opere grafiche del XX secolo, con nomi di grande importanza che sono stati legati alla famiglia Maeght per decenni, Giacometti in primis.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Isabella Ducrot Claire De Virieu. Personale a Roma

La MAC Maja Arte Contemporanea ha inaugurato giovedì 14 novembre scorso la doppia personale di Isabella Ducrot e Claire de Virieu a cui Patrizia Cavalli dedica una poesia inedita. Resterà aperta fino al 18 gennaio 2020.

In mostra un corpus di opere di recente produzione che sorge come un dialogo tradotto visivamente tramite il mezzo fotografico di Claire de Virieu e i pigmenti su carte di Isabella Ducrot.

Non si tratta di uno spazio intimo e di intesa bensì di un teatro che mette in scena due narrazioni visive apparentemente consonanti tra loro per il tema comune, i vasi e le nature morte, che invece sorprendono lo spettatore per la forza della loro dinamica dissonante, quasi un contrappunto dove i temi si rincorrono senza quiete.

I vasi della Ducrot hanno un che di irriverente rispetto allo sguardo: gli oggetti irrompono nello spazio che ha il sapore effimero di un luogo “fuori luogo” senza alcuna indicazione, se non talvolta un accenno ad un tovagliato a quadretti o delle onde marine, come se la loro ragione d’essere fosse definitivamente assoggettata alla loro stessa bellezza: “Il loro modo d’essere riguarda il loro apparire. Non sono natura ma tutto artificio. L’artista che rappresenta i vasi deve averli visti come vivi nel senso di belli a vedere, per questo li ha dipinti o fotografati.” (Isabella Ducrot). La tracotanza della loro solitaria bellezza in qualche caso si disfa arrendendosi a una inevitabile dispersione nello spazio di ciò che essi contengono, perché sono dei contenitori. Il loro contenuto, in una sorta di ribellione, evapora e sfugge alla forma, alla categoria della rotondità per disperdersi in un gioco di nuove forme. Le photogrammes di Claire de Virieu tengono a freno la bellezza assoluta dei loro vasi, liberano lo sguardo dalla superficie e dirigono l’occhio oltre la forma visibile. Sembrano infatti voler superare il limite dello spazio e del tempo, tra contenuto e contenitore, tra ciò che appare (il fenomeno) e ciò che è, risolvendo così in un gioco imprevedibile di luci e di ombre, di bianchi e di neri, l’eterna battaglia tra forma e sostanza, tra ciò che l’occhio vede e ciò che l’immaginazione prevede o desidera. I suoi vasi, che svelano un contenuto non arreso al disfacimento, quasi a resistere a quell’estremo passaggio dove la forma si arrende, possiedono tutta la forza e la risonanza di una imprevedibile vitalità: “Nella camera oscura, senza pellicola e senza macchina, l’atto del fotografo forma direttamente la materia: giochi d’ombra e di luce, libertà di accogliere e di modellare più o meno l’una, più o meno l’altra. È grazie alla loro perpetua lotta che sorge l’immagine. Le mani del fotografo agiscono sulle trasparenze luminose disposte sulla superficie sensibile, ma senza i contorni definiti l’immagine non può che rispondere come una eco al suo desiderio …” (Claire de Virieu).

Isabella Ducrot (Napoli, 1931) vive e lavora a Roma. Nei molteplici viaggi in Oriente sviluppa un particolare interesse per i prodotti tessili di questi paesi; da qui parte un percorso di ricerca artistica che prevede l’uso di materiale tessile per la realizzazione delle opere. Alla Biennale di Venezia del ’93 presenta un grande arazzo, oggi parte della Collezione del Museo di Gibellina. Del 2002 è una serie di arazzi di carta esposta all’Archivio di Stato a Milano. Nel 2005 realizza due mosaici per la stazione di Piazza Vanvitelli della metropolitana di Napoli. La Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma ospita due sue personali (2008 e 2014). Nel 2011 partecipa alla Biennale di Venezia, Padiglione Italia. Nel 2014 espone alla Galleryske di New Delhi e successivamente partecipa ad Art Basel dove torna nel 2019 con la Galerie Gisela Capitain che la espone nello stesso anno a Frieze (Londra) e alla FIAC (Parigi). Nel 2015 realizza l’installazione Effimero al Museo Archeologico di Napoli, a cura di Achille Bonito Oliva. Del 2019 sono le due personali presso la Galerie Gisela Capitain di Colonia e Capitain Petzel di Berlino. Realizza fondali per palcoscenico, per concerti e balletti (Filarmonica di Roma, Balletto del Sud di Lecce, Teatro Olimpico e Teatro Palladium di Roma). Quattro le sue pubblicazioni: La stoffa a quadri (2018, ed. Quodlibet), Fallaste Corazón (2012, ed. Il notes magico), Suonno (2012, ed. La Conchiglia), La matassa primordiale (2008, ed. Nottetempo).

 

Claire de Virieu (Parigi, 1948) vive e lavora tra Roma e Parigi.

I soggetti fotografici da lei più amati sono la natura e i paesaggi. Ha pubblicato diversi libri con Pierre Bergé, Marc Augé, Hubert de Givenchy, etc. Negli ultimi vent’anni questi lavori sono stati esposti in varie mostre.
Recentemente si è riavvicinata alla fotografia in bianco e nero, creando paesaggi immaginari di ispirazione giapponese e una serie di foto astratte. Nel 2017 e nel 2019 ha esposto queste ultime alla Galleria Pierre-Alain Challier a Parigi ed ha partecipato al Festival Kyotographie a Kyoto.

Un portfolio, intitolato NARA, con i suoi ultimi lavori, è stato realizzato dalle Éditions La Falaise.

Oggi Claire de Virieu è tornata nella sua camera oscura in Borgogna per creare photogrammes: un lavoro in contatto diretto con la materia fotografica, senza macchina e senza pellicola. Tutti i fiori e le foglie che utilizza e che animano i suoi fotogrammi vengono dal suo giardino che, oltre ad essere la sua seconda passione, è anche la sua più grande fonte di ispirazione.

 

Maja Arte Contemporanea, via di Monserrato 30 – 00186 Roma; martedì-venerdì ore 15,30-20; sabato ore 11-13 / 15-19,30; altri orari su appuntamento.

M.A.C. (anche per le immagini)