Il coraggio di dire no. Perlasca a Brescia il 6 febbraio

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(foto di Alberto Scandolara)

Uno spettacolo come pochi. Ricordare, tramandare, le solite parole che sembrano vuote di senso, soprattutto quando la frase stantia “Ricordare per non commettere gli stessi errori” si scontra con la dura realtà degli attuali atti di violenza, spesso simili, in modo raccapricciante, a quelli raccontati in un testo indimenticabile. In scena solo un uomo. Già questo sottolinea come basti solo una persona per cambiare la vita di molte altre: la differenza, in questo caso, tra la vita e la morte nella storia di Giorgio Perlasca. Raccontata in modo assolutamente partecipe e affettuoso da Alessandro Albertin, autore di questo testo bellissimo e interprete del monologo capace di tacitare, assolutamente silenzio assoluto, intere scolaresche. Otto le repliche previste a Brescia, alle 10.30 e alle 15.00 scolastiche e stasera per “il pubblico adulto pagante” (fuori abbonamento) come lo chiama Albertin. La replica di stasera è esaurita, pertanto, in accordo con il CTB, ci sarà la possibilità di partecipare ancora a delle repliche il prossimo 6 febbraio, sia per le scuole che serale (così abbiamo saputo dall’attore). Il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri, di Brescia è perfetto per la rappresentazione, scelta per commemorare la Giornata della Memoria, promossa a Brescia, oltre che dal CTB, dal Comune di Brescia, dall’Associazione Familiari Caduti Strage di Piazza Loggia e dalla Provincia di Brescia, nell’ambito di un nutrito programma di iniziative. Trovo, tuttavia, senza nulla togliere a tutti i doverosi altri strumenti per raggiungere ogni sensibilità, ogni modo di ricordare e di pensare, che questo “Il coraggio di dire no”, proprio per come è stato strutturato e realizzato, colpisca corde profonde in modo massiccio e totale. Comunque, ora parliamo di teatro e di questo lavoro a cura di Michela Ottolini, che ha il patrocinio della Fondazione Giorgio Perlasca (gestita dal figlio e dalla nuora di Giorgio), in collaborazione con SPAZIO MIO Overland teatro, produzione Teatro de Gli Incamminati-Teatro di Roma.

Alessandro Albertin ha pensato di raccontare la storia di Giorgio Perlasca nel dicembre di cinque anni fa, quando ha accompagnato suo padre al cimitero del paese d’origine, Maserà, in provincia di Padova, dove l’uomo era nato nel 1943. Il padre di Albertin è sepolto a pochi metri di distanza da Giorgio Perlasca, nativo di lì, di Maserà, e probabilmente lo conosceva, lui barbiere, nel cui salone si parlava di alcune storie, di un certo uomo che aveva fatto qualcosa in Ungheria, forse aveva salvato della gente.

Giorgio Perlasca, infatti, non aveva raccontato nulla, o quasi, della sua storia assurda quanto terribilmente vera e preziosa e proprio per questo è stato nominato Giusto delle Nazioni e il suo albero è a Gerusalemme, a ricordarlo nel modo forse più consono, più elegante e silenzioso. Modo altrettanto bello per Albertin di ricordare il suo papà, in un legame di intenti e di storia che è profondo e di quella profondità vera che non smette di commuovere l’attore in scena e di convincere, così, centinaia di ragazzi delle scuole, muti a sentirlo e guardarlo, trascinati da parole, toni, luci e sentimenti in una storia che rimane dentro. Già, perché mentre nasceva il papà di Albertin, Perlasca era a Budapest, nel 1942, 1943. Si occupava di comperare bestiame da inviare in Italia per il macello. Conosceva bene e amava la bella città sul Danubio, al tempo filonazista; conosceva bene anche la stazione e i carri bestiame: lui li mandava a sud, qualcun altro li mandava a nord, diretti ai campi di sterminio.

Giorgio Perlasca era fascista: aveva combattuto come volontario durante la guerra civile spagnola, meritando una lettera-salvacondotto di Francisco Franco, da usare in caso di necessità. E così sarà. La sorte e la forza di un uomo si incontrano dopo l’8 settembre 1943: l’Italia dichiara l’armistizio. Perlasca resta senza lavoro perché la sua azienda chiude immediatamente. Gli italiani sono guardati con sospetto, compreso lui che, malgrado fosse fascista, contestava le leggi razziali e quei giochi spaventosi di molti tedeschi, e molti ungheresi delle Croci frecciate, che sparavano agli ebrei anche per strada, tanto erano da eliminare. Senza passaporto, senza lavoro, Perlasca comincia ad avere paura di fare la loro stessa fine e allora va all’ambasciata spagnola e, vantando la lettera del generalissimo, riesce ad ottenere il passaporto spagnolo e l’egida di diplomatico. Vuole fare qualcosa e, in quel momento, qualcosa significava difendere e salvare gli ebrei che chiedevano aiuto, soprattutto se ebrei spagnoli, ma anche solo perché sembrava che l’ambasciata spagnola si occupasse di loro. Inizia allora la lotta contro il tempo, contro gli ideali antiebraici, contro l’idea della razza ariana, contro la violenza gratuita, contro la propria stessa paura. Inizia la trattativa con le autorità, inizia la disperata e folle catena di giornate contro il massacro, l’invio nelle camere a gas, le uccisioni sulle rive del Danubio. Albertin in scena interpreta vari toni, vari accenti, vari personaggi. La sua bravura è sostenuta da questo testo e dalla storia che vive come se Perlasca, adesso Jorge Perlasca, fosse lui. Jorge riuscirà a salvare migliaia di vite, una delle quali Lili, bambina, che riuscirà a fare scendere dal treno diretto ad Auschwitz e che rincontrerà nel 1957, ragazza felice diretta in Canada a cercare fortuna. Saranno però due ungheresi sulla sessantina, nel 1988, a trovarlo a Maserà e a scoperchiare la verità. La coppia lo stava cercando da tempo e portava ancora in borsa il foglio di tutela che aveva salvato la vita. La firma quella di Perlasca che si era addirittura spacciato per il console di Spagna quando il vero era dovuto rientrare nel proprio Paese. Da quel momento, la storia di Giorgio si saprà e meriterà l’attenzione internazionale.

Un po’ meno quella italiana. Giorgio Perlasca era un personaggio scomodo, che non aveva rinnegato la sua appartenenza fascista, che aveva dichiarato di avere fatto tutto quanto come uomo e non come cristiano cattolico, che non era proprio così simpatico alla sinistra. Sta di fatto che di tanta gente non se ne sa più niente, con i propri dinieghi, la propria spocchia giudicante, mentre Perlasca è una luce fulgida in grado di dirci che sì, si può dire la verità, si può dire no, anche quando è difficile e scomodo e tutti dicono il contrario. Rimanere se stessi, o imparare ad esserlo, è l’insegnamento più grande che resta dal lavoro di Albertin, oltre all’insegnamento su quell’uomo straordinario della provincia di Padova. La possibilità di riconoscere le situazioni e di opporvisi se necessario. Perlasca era fascista, ma non aveva accettato le leggi razziali, pertanto la sua storia insegna che si può abbracciare un’idea ma non per questo in toto, se quello che professa è contrario alla propria etica. Insegnare a ricordare, a capire, è difficile per quanto necessario e sempre “di moda”, dal momento che ci troviamo davanti anche oggi a delle necessità e impellenze a tratti simili a quelle narrate: salvare la vita di fronte a gente che pensa qualcuno non ne abbia diritto. Pertanto, se qualcuno pensa alla Giornata della Memoria come ad un momento per lavarsi la coscienza, legga, grazie ad Albertin-Perlasca, che è il giorno di partenza per riflettere e approfondire le proprie nozioni e convinzioni in difesa della libertà e della giustizia.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per una scuola protagonista della cultura nell’era digitale

Lunedì 30 gennaio 2016 alle ore 9.30, presso la Sala Gianfranco Imperatori dell’Associazione Civita, si terrà il convegno “Per una scuola protagonista della cultura nell’era digitale”, promosso da DiCultHer e dalla Fondazione Antonio Ruberti in collaborazione con l’Associazione Civita.

L’incontro, al quale prenderanno parte, fra gli altri, Germano Paini, Presidenza DiCultHer, Responsabile del Progetto UNITO “Innovazione e Competitività”, Gilberto Corbellini, Gianni Letta, Silvia Costa e Flavia Piccoli Nardelli, rispettivamente Presidenti della Fondazione Antonio Ruberti, Associazione Civita, Commissione Cultura del Parlamento Europeo e Commissione Cultura della Camera dei Deputati, sarà occasione per presentare le attività promosse dalla Scuola a Rete DiCultHer volte all’engagement delle fasce giovanili nel settore del patrimonio culturale.

Moderato da Carmine Marinucci, ENEA -Segretario Generale di DiCultHer, il convegno intende costituire un momento di confronto volto alla creazione di un sistema di formazione ed educazione al patrimonio culturale che vede i giovani come protagonisti, anche attraverso un uso consapevole del digitale e con approcci innovativi.

Nell’ambito dell’incontro, saranno, dunque, illustrate le seguenti iniziative:

– i risultati della Consultazione pubblica sul patrimonio culturale immateriale che ha coinvolto il mondo dell’Istruzione attraverso un questionario on line https://form.jotformeu.com/62531357611350;

– la presentazione della seconda edizione della Settimana delle Culture Digitali “Antonio Ruberti”, dedicata al Prof. Antonio Ruberti, indiscusso maestro del dialogo nei differenti campi delle Scienze ed instancabile promotore di azioni per la diffusione della cultura scientifica e storico scientifica, in programma dal 3 al 9 aprile 2017 su tutto il territorio nazionale http://www.diculther.eu/scud2017/;

– la presentazione della seconda edizione concorso nazionale “I giovani co-creano cultura digitale“ di cui alla relativa circolare MIUR http://www.diculther.eu/crowddreaming2017/

– lo stato di avanzamento della redazione delle Linee Guida per iniziative di “Alternanza Scuola Lavoro” nel settore del patrimonio culturale;

– il nuovo Format del telegiornale TG CULTHER che vede protagonisti, nella post-produzione del TG, gli studenti e i docenti del Liceo statale “Rinaldo Corso” di Correggio (Reggio Emilia) https://youtu.be/4pmNWR8ugow

Tali attività costituiscono una preziosa occasione per dare l’avvio ad un confronto incentrato sulla creazione di un sistema nazionale di formazione ed educazione al patrimonio culturale che vede i giovani come protagonisti della sua progettazione, in osservanza ai principi e ai contenuti dell’Art. 9 della nostra Costituzione.

Raccogliendo la sfida sottesa alla proposta Safeguarding and enhancing Europe’s intangible Cultural Heritage – presentata dal Sen. Paolo Corsini, lo scorso 22 Aprile, all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa –  la Scuola a rete DiCultHer ritiene prioritario il coinvolgimento del giovani e i loro docenti per il sostegno ai processi di costruzione identitaria e di cittadinanza attiva europea, anche nella prospettiva di offrire un contributo all’anno europeo dedicato alla cultura (2018).

Ripartire dalla cultura come bene comune e come condivisione. È questo il messaggio forte che l’incontro odierno intende lanciare, nella convinzione che il patrimonio culturale, oltre ad abilitare processi di costruzione identitaria, di educazione alla cittadinanza e di promozione del dialogo interculturale, rappresenti, sempre di più, un volano di sviluppo oltre che una risorsa strategica con cui concorrere, anche tramite il digitale, alla creazione di nuove modalità di condivisione del sapere, nonché a conferire senso e significato a quel “progetto” iniziale di Europa così importante per il futuro della collettività.

PROGRAMMA

SALUTI

Germano Paini, Presidenza DiCultHer, Responsabile Progetto UNITO “Innovazione e Competitività”

Gilberto Corbellini, Presidente Fondazione Antonio Ruberti

Silvia Costa, Presidente Commissione Cultura Parlamento Europeo

INTERVENGONO

Alberta De Lisio (Regione Molise), Alfonso Molina (Mondo Digitale), Aldo Riggio (Italia Nostra), Altheo Valentini (Centro Studi Città di Foligno), Anna Cammalleri (Ufficio Scolastico Regione Puglia), Fabio Viola (TuoMuseo), Fabrizio Recchia (TG CultHer), Germano Paini (UNITO), Giannina Usai (ANCIM), Giovanna Boda (PCM-Dipartimento Pari Opportunità), Marco Di Paolo (DiCultHer-Molise), Maria Rosaria Iacono (Italia Nostra), Maria Vittoria Marini Clarelli (D.G. Educazione e Ricerca MiBACT), Marianna Marcucci (Invasioni Digitali), Nicola Barbuti (UNIBA), Paolo Russo (Stati Generali Innovazione),  Rosalba Giugni (Marevivo), Stefania Zardini Lacedelli (Museo Dolom.it)

MODERA

Carmine Marinucci, ENEA, Segretario Generale DiCultHer

CONCLUDONO

Gianni Letta, Presidente Associazione Civita

Flavia Piccoli Nardelli, Presidente Commissione Cultura Camera dei Deputati

Sarà possibile seguire l’evento sui social: #diculther – #scuolaprotagonistacultura @diculther @socialcivita

 

Rachele Mannocchi

 

365 giorni senza Giulio

Oggi è trascorso un anno esatto dalla scomparsa di Giulio Regeni al Cairo. Nonostante siano passati 365 giorni, la verità sull’arresto, la sparizione, la tortura e l’uccisione del giovane ricercatore italiano è ancora lontana. Per continuare a chiedere “Verità per Giulio Regeni” Amnesty International Italia ha organizzato una giornata di solidarietà e mobilitazione. Il presidente di Amnesty International Italia, Antonio Marchesi, ha scritto al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, per chiedergli di incontrare una delegazione dell’organizzazione “al fine di ricevere le molte firme raccolte dalla nostra campagna su Giulio Regeni in Italia, nonché possibilmente condividere con noi i prossimi passi che il Governo italiano intende intraprendere al fine di raggiungere tutta la verità su questa terribile vicenda che ha colpito i cuori di tutti gli italiani.”   Questa sera, nelle piazze di Roma (a San Lorenzo in Lucina) e di altre città italiane tra cui Brescia, Bergamo, Rovigo, Pesaro, Pescara, Bologna e Trento verranno accese delle fiaccole alle 19.41, l’ora in cui Giulio Regeni uscì per l’ultima volta dalla sua abitazione prima della scomparsa. Per seguire e partecipare all’iniziativa sui social media è possibile utilizzare gli hashtag #veritàpergiulioregeni e #365giornisenzagiulio.

Per firmare l’appello per chiedere “Verità per Giulio Regeni”: https://www.amnesty.it/appelli/corri-con-giulio/

Amnesty International Italia

“L’ora di ricevimento” per la regia di Placido al Sociale di Brescia

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“L’ora di ricevimento”, di Stefano Massini, prodotta dal Teatro Stabile dell’Umbria, è una divertente commedia ambientata in Francia diretta da Michele Placido e interpretata da Fabrizio Bentivoglio, con la partecipazione di Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Balucani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iarlori, Balkissa Maiga, Giulia Zeetti, Marouane Zotti. Una voce cantante di Federica Vincenti, musiche originali di Luca D’Alberto, costumi di Andrea Cavalletto e scene di Marco Rossi. Bentivoglio è il professor Ardeche, insegnante di Lettere in una scuola della banlieue Les Izards, ai margini dell’area metropolitana di Tolosa. Il professore accoglie gli spettatori nella sua aula, umidiccia, un po’ ammuffita e sempre uguale, anno dopo anno, con una porta, una finestra, due file di neon sulla testa, la cattedra e i banchi per i suoi tredici allievi. Nessuno ha un cognome locale, tutti sono immigrati, la nuova generazione della nuova umanità mondiale, esempio della mescolanza della buona globalizzazione.

michele-placidoIl professore, nel suo monologo iniziale, si dimostra subito come professionista da anni, della scuola di insegnanti classica che ancora non ha acquisito le novità scolastiche e che, dunque, etichetta i suoi allievi. Dà a ciascuno un appellativo che non può non piacere alla platea e ai molti insegnanti e studenti presenti in sala, che ridono di scene già viste e spesso usuali nella scuola dell’obbligo. Ardeche insegna in una scuola media, di primo grado; i suoi allievi hanno circa undici anni, ma di loro sono già evidenti i segni della futura età adulta. C’è il missionario, il ragazzo sempre in fuga, quello incantato dalla finestra, insomma, ognuno con il proprio mondo che non si lascia scalfire da ciò che avviene in classe. Tanti soggetti insieme che, però, sono soli e tali restano, sia durante la lezione che dopo. A scuola i soliti eventi: il vetro infranto da una pallonata, le risate, le burle del mondo degli adulti. Il professore che sogna i problemi perché, in fondo, è terrorizzato da ciò che può succedere, originato da quel micro-macrocosmo che sono gli studenti, uno ad uno. E poi, la fatidica ora del ricevimento. L’incontro con le famiglie. La ricerca, ancora malgrado le disillusioni, di avere un interlocutore con cui discutere del bene dei bambini. Invece…

I genitori che vanno a scuola se la prendono con l’insegnante, portandosi appresso i propri vizi e scarse virtù. Gente che pensa le sia tutto dovuto dal mondo circostante, indipendentemente da dove venga, e che cerca scappatoie che la faccia per un momento sentire meno frustrata, meno numero in una società di numeri.

La commedia, molto divertente e nella quale è facile immedesimarsi, ritrae uno spaccato contemporaneo che va oltre il teatro e oltre la scuola, sottolinea, con l’ottima regia, le problematiche che devono necessariamente essere affrontate, se si vuole una società nel vero senso della parola. E che parte dalla scuola. Una scuola frustrante per tutti, perché non viene posta al centro di una strategia di progettazione del futuro, pertanto, appunto, discarica di tutti i problemi sociali, risolti e irrisolti. Chi vuole saperla più lunga del professore, l’insegnante che non ce la fa più e si lascia sopraffare da un manipolo di discoli; la madre che cerca una via d’uscita attraverso la figlia al proprio tunnel; il padre che cerca di vantare un’appartenenza culturale o religiosa, senza immaginare di avere di fronte persone come lui, che parlano la sua stessa lingua o la capiscono e che, quindi, non lo possono fare sentire diverso. E appunto, e questo è interessante, quella diversità che viene sbandierata e messa in primo piano per cercare di essere di più e meglio degli altri, sempre facile e comodo, molto di più di studiare per emergere in se stessi. Alla fine tanti interrogativi su dove, e soprattutto come, stiamo andando, ma anche una spassosa serata all’insegna del divertimento, perché niente meglio della risata ci può fare sentire più normali, ci può far prendere meno sul serio e ci può fare ricordare che chiunque non sia capace di ridere di se stesso e voglia cancellare l’ironia dal mondo, non è ancora cresciuto abbastanza.

Da vedere.

(foto U.S. CTB)

Alessia Biasiolo

Premio UBU migliore attrice 2016 a Elena Bucci

 

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Il CTB di Brescia esulta per il premio UBU come migliore attrice 2016 a Elena Bucci per gli spettacoli “La locandiera” produzione proprio del CTB, “La Canzone di Giasone e Medea” sempre produzione CTB nella Stagione di prosa 2015/16, “Macbeth Duo”, “Bimba. Inseguendo Laura Betti”.

La premiazione della trentanovesima edizione dei Premi Ubu, curata dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, con il patrocinio e contributo del Comune di Milano e in collaborazione con Ateatro e Il tamburo di Kattrin, si è svolta il 14 gennaio scorso a Milano, negli studi Rai di Piazza Verdi, a cura di Elio Sabella.

Il Premio Ubu per il teatro – l’unico realizzato totalmente in forma di referendum, da 39 anni – è, storicamente, un riconoscimento dallo sguardo lungo, che cerca di individuare non solo il meglio che c’è, ma quello che verrà, aprendosi alle nuove prospettive. I premi sono stati decretati dai voti di una giuria di 59 referendari, tra critici e studiosi teatrali e abbracciano diversi ruoli del teatro, dalla regia agli attori e attrici, dalla scenografia alla drammaturgia contemporanea, fino allo spettacolo dell’anno e ai ‘premi speciali’, destinati a segnalare realtà trasversali, non contemplate dalle altre categorie.

“Un po’ stordita dalla mia fortuna e tra qualche capriola di gioia, ringrazio con tutto il cuore chi ha voluto darmi questo Premio, che mi incoraggia a future ardite visioni e allo stesso tempo mi evoca personalità, volti, spettacoli, progetti che sono emozionanti memorie e storie del teatro. Mi parla del mistero e della grazia del nostro mestiere e del suo gioco che sempre con stupore si rinnova mentre si innesta in una tradizione antica che si perde nel tempo. Riporta in luce il desiderio di incontrarsi e lavorare insieme in nome del valore e del piacere dell’arte nella vita di tutti e di ogni giorno.

Lo dedico quindi, grata a chi mi ha concesso di trovarmi in tanto straordinaria compagnia, a chi non c’è più ma resta nella maestria, a chi mi ha accompagnato e sostenuto fino a qui con qualità e dedizione, a chi lavora con coraggio e passione nella luce e in ombra e a chi ancora non c’è, ma porterà con sé il teatro del futuro”, ha affermato Elena Bucci.

 

Silvia Vittoriano (foto GZPictures)

 

 

 

 

Stivali di gomma svedesi

Un titolo insolito per un romanzo, ma non per il nostro scrittore, Henning Mankell che ci aveva lasciato già “Scarpe italiane”. “Stivali di gomma svedesi”, che di quel successo è il seguito indipendente, è l’ultimo romanzo di Mankell, morto il 5 ottobre del 2015 a soli 67 anni per una malattia. Forse più noto per essere il padre del commissario Wallander di cui ha scritto storie in molti libri polizieschi, poi tradotti non solo in molte lingue, ma anche in serie televisive trasmesse anche in Italia, lo scrittore svedese anche regista teatrale, racconta nel suo ultimo lavoro la storia di una persona anziana che deve fare i conti con se stessa. Deve, perché se ha trovato rifugio in un isolotto sperduto nel silenzio nordico spesso freddissimo del Mar Baltico, ora è costretto ad affrontare l’impeto della vita a causa dell’incendio della sua casa, ereditata dai nonni materni, che lo mette KO tecnico. Solo, senza nulla da mettersi se non pochi stracci e un paio di stivali costituito, però, da due sinistri, Fredrik Welin tira le somme della sua vita. Non dà risposte, né soluzioni, ma mette il lettore dinanzi ad una storia a tratti strana e inverosimile, ma tanto più vita vera, possibile, normale nel caleidoscopio di scene che proprio l’esistenza ci proietta e nelle quali siamo proiettati a vivere. Medico chirurgo fallito per un intervento non andato come avrebbe dovuto, Welin non si è mai perdonato, in fondo, e in continui flashback si narra come un solitario dalla mente curiosa, che viaggiava spesso verso Parigi, dove ora si trova a tornare, luogo così diverso dal panorama al quale era avvezzo. L’immersione nella vita apparentemente più vissuta, fa ricordare amori, aneddoti delle giovinezza, scava a più rimandi nella strana storia d’amore che l’ha portato ad avere una figlia, di cui, però, viene a conoscenza quando questa è già grande. Ed ora, nel dramma della perdita di tutti i suoi punti di riferimento, proprio quella figlia di cui sa poco o nulla, diventa uno dei suoi modi per rivivere affetti e sensazioni che credeva smarrite nella sua coscienza. Vive una paternità tardiva, ma scopre la bellezza del diventare nonno; scopre che gli amici sono strani e stravaganti più dell’immaginato e che non si può più fidare di nessuno. Nel luogo in cui credeva di avere trovato rifugio, si vive vulnerabile, dovendo ripensare a tutti coloro che potevano avercela con lui al punto di volerlo uccidere, dato che l’incendio è chiaramente doloso e che ha rischiato di farlo morire. E proprio lì, nel vento freddo in cui riscopre la sua vecchia tenda di ragazzo che monta su un altro isolotto per i ricordare i mitici vecchi tempi, un ragazzo in surf si va ad impossessare delle sue cose, mentre la roulotte che lo ospita è troppo stretta e il bagno nell’acqua gelida del mare lo ritempra solo per poco. Ordinare un paio di stivali di gomma svedesi è praticamente impossibile: adesso si vendono solo prodotti made in China, sia camicie di basso costo che usa per asciugarsi, che stivali poco resistenti. Il paio svedese che arriverà non sarà della sua misura e dovrà attendere: il tempo dell’attesa è devastante per la sua età, ma anche motivo di riflessione, tanto come sarà devastante l’attesa della convocazione dalla polizia per sospetto incendio doloso provocato da lui stesso per motivi assicurativi. Insomma, una vicenda intricata, ma narrata da Mankell con garbo e lentezza necessari a far vivere al lettore l’assurdità di tutto quanto costruiamo e che ci sfugge tra le dita per i più bislacchi motivi. Inimmaginabile il finale, infatti, ma anche difficile decifrare come potrebbe concludersi la storia con una giornalista che decide, per il giornale locale, di approfondire i fatti accaduti e anche la strana figura di quel medico sfortunato. Lisa Modin permette di aprire la storia ai desideri nascosti all’età chiamata terza: bisogno di un amore, di vivere o rivivere sensazioni di appartenenza, di amare qualcuno cercando, allo stesso tempo, di voler bene a se stessi quel tanto che basta per trovare la forza di tirarsi su ancora, dopo un disastro del genere. Non più ricordi, non più punti fermi, quelli che si passa la vita a raccogliere e accumulare proprio per avere una vecchiaia tranquilla, se non felice, e che miseramente diventano un cumulo di cenere. Forse, riflette Mankell, erano già cenere e il fuoco, come già sapevano gli antichi, non è altro che la catarsi ultima, definitiva, per trovare modo e spazio di rinascere e riallacciare quei contatti con il mondo vero che sembravano smarriti e forse tagliati, dalla necessità di nascondersi in una tana.

Louise, la figlia trovata, dall’altrettanto vita impossibile, diventa l’archetipo di come non si debba e non si possa calcolare niente nell’esistenza umana senza lasciarle quegli spiragli che le permettono di ricamare in noi prodigi di artistico fulgore. E tante altre figure tratteggiate dallo scrittore, permettono di riconoscersi o di riconoscere qualcuno e, soprattutto, qualcosa nella storia che bene o male ci appartiene. Testamento letterario che non vuole affatto dare insegnamenti, questo romanzo affascinante e strano allo stesso tempo, è un gioiello raro che porta a riflettere su noi stessi a qualsiasi età, sia per cercare di non ritrovarsi soli su un isolotto freddo dove improvvisamente il fato fa scatenare incendi in più case, sia per capire che anche quando tutto sembra perduto, possiamo avere il dono di altri occhi con i quali guardare al futuro, indipendentemente da quanto è lontana da noi la linea dell’orizzonte.

 

Henning Mankell: “Stivali di gomma svedesi”, Marsilio, Venezia, 2016, pagg. 432; euro 19,50.

 

Alessia BIasiolo

 

 

La Befana al Sociale di Brescia

Estremamente interessante proporre la magia al Teatro Sociale di Brescia, idea che potrebbe essere inserita stabilmente nella programmazione di prosa annuale, come spettacolo fuori abbonamento. Bello che l’artista bresciano noto come Erix Logan (Erix come lo chiamavano già da bambino, Logan in onore al Canada) abbia avuto il palcoscenico per salutare i bresciani e ricordare da dove è partito per la sua sfolgorante carriera mondiale, con molti riconoscimenti per la capacità di incantare con la magia, l’illusione e tutte le sfaccettature dell’arte del “mago”. Lo spettacolo del giorno dell’Epifania, stracolmo di gente e con tanti bambini portati a teatro dai genitori, bellissima visione d’insieme per avvicinare al teatro anche coloro che forse lo pensano come esulante dai propri interessi, è stato discreto. Molto interessante per la seconda parte, dopo l’intervallo, perché più intensa la scaletta e con meno parti “narrate”, a voler spiegare una magia che non deve essere proprio spiegata per definizione. Troppo mentali le didascalie, le spiegazioni (superflue) e meno spazio lasciato alla dimostrazione pratica che avrebbe reso ben meglio le qualità del nostro. Lo spettacolo è anche, e talvolta soprattutto, questione di ritmo, pertanto la spiegazione della propria arte con esempi di illusioni o altro avrebbe di certo giovato allo spettacolo stesso. Nell’era appunto, come ha detto Logan stesso, delle immagini in rete di “maghi” improvvisati, vederne uno vero dal vivo agire come tale un po’ di più sarebbe di certo stato più educativo, più convincente e più “magico” di tante parole. Il legame di cuore e la comprensione di cuore basta renderli evidenti con lo stretto rapporto con l’artista Maya, così come il messaggio solidale che, bellissimo, stava rischiando di diventare moralisteggiante. Nel complesso uno spettacolo carino, con alcuni spunti davvero interessanti. Bello l’intervento di Codega che, soggetto di un nuovo “esercizio” di Logan, ha raccontato la sua storia come parte di una magia: sapere sopravvivere ad un incidente stradale, trovare in sé ancora la voglia di vivere, di praticare sport seduto su una sedia a rotelle e di immaginare di avere una bacchetta magica per eliminare pregiudizi e barriere architettoniche. Codega, che aveva sfidato Logan alla Versiliana di Marina di Pietrasanta durante la presentazione del suo bel libro, ha raccolto l’elaborazione della sfida del “mago” (bellissimo poter chiamare così una persona: il mago è chi sa rendere magico un momento e, purtroppo, oggi ce ne sono pochi di maghi-illusionisti davvero). Le possibilità erano tre: essere sparato da un cannone, volare, essere tagliato a metà. Tutti esercizi classici dell’arte dello stupire. Dei tre, Logan ha scelto di fare volare, carrozzina e tutto, l’atleta-scrittore che, evidentemente emozionato e forse un po’ terrorizzato, ha volato davvero davanti agli occhi di tutti i presenti. Gli applausi sono stati tanti, sinceri, per entrambi e, mi permetto di sottolineare, per un’amicizia che si è vista sul palco. L’amicizia di persone che non per forza si frequentano e si conoscono da tanto tempo, non lo so e non è importante saperlo, ma l’amicizia che è possibile anche per pochi attimi, sempre tra le persone. Quei pochi istanti che portano alla meraviglia, allo stupore, alla felicità, alla gioia di vivere. Questo si è visto sul palco del Teatro Sociale di Brescia ed è stato un bel modo per festeggiare la Befana, come ci piace chiamarla. Certo, lo spettacolo bresciano di Logan non è stato bello solo per questo, sarebbe sminutivo affermarlo. Tuttavia proprio questo sketch permette di spiegare quanto volevo esprimere sopra: le parole sì, ma poi i fatti, tanti fatti buoni e belli come quelli visti in scena (anche le lucciole, ad esempio, dopo la donna sparita e riapparsa, l’escapologia dalla cassa chiusa, eccetera) che tolgano un po’ il palcoscenico, specialmente televisivo, a tante, troppe parole che finiscono per apparire vuote di senso.

Torna a Brescia ancora, Erix, città dalla quale si parte sempre per creare qualcosa di buono!

 

Alessia Biasiolo