Stivali di gomma svedesi

Un titolo insolito per un romanzo, ma non per il nostro scrittore, Henning Mankell che ci aveva lasciato già “Scarpe italiane”. “Stivali di gomma svedesi”, che di quel successo è il seguito indipendente, è l’ultimo romanzo di Mankell, morto il 5 ottobre del 2015 a soli 67 anni per una malattia. Forse più noto per essere il padre del commissario Wallander di cui ha scritto storie in molti libri polizieschi, poi tradotti non solo in molte lingue, ma anche in serie televisive trasmesse anche in Italia, lo scrittore svedese anche regista teatrale, racconta nel suo ultimo lavoro la storia di una persona anziana che deve fare i conti con se stessa. Deve, perché se ha trovato rifugio in un isolotto sperduto nel silenzio nordico spesso freddissimo del Mar Baltico, ora è costretto ad affrontare l’impeto della vita a causa dell’incendio della sua casa, ereditata dai nonni materni, che lo mette KO tecnico. Solo, senza nulla da mettersi se non pochi stracci e un paio di stivali costituito, però, da due sinistri, Fredrik Welin tira le somme della sua vita. Non dà risposte, né soluzioni, ma mette il lettore dinanzi ad una storia a tratti strana e inverosimile, ma tanto più vita vera, possibile, normale nel caleidoscopio di scene che proprio l’esistenza ci proietta e nelle quali siamo proiettati a vivere. Medico chirurgo fallito per un intervento non andato come avrebbe dovuto, Welin non si è mai perdonato, in fondo, e in continui flashback si narra come un solitario dalla mente curiosa, che viaggiava spesso verso Parigi, dove ora si trova a tornare, luogo così diverso dal panorama al quale era avvezzo. L’immersione nella vita apparentemente più vissuta, fa ricordare amori, aneddoti delle giovinezza, scava a più rimandi nella strana storia d’amore che l’ha portato ad avere una figlia, di cui, però, viene a conoscenza quando questa è già grande. Ed ora, nel dramma della perdita di tutti i suoi punti di riferimento, proprio quella figlia di cui sa poco o nulla, diventa uno dei suoi modi per rivivere affetti e sensazioni che credeva smarrite nella sua coscienza. Vive una paternità tardiva, ma scopre la bellezza del diventare nonno; scopre che gli amici sono strani e stravaganti più dell’immaginato e che non si può più fidare di nessuno. Nel luogo in cui credeva di avere trovato rifugio, si vive vulnerabile, dovendo ripensare a tutti coloro che potevano avercela con lui al punto di volerlo uccidere, dato che l’incendio è chiaramente doloso e che ha rischiato di farlo morire. E proprio lì, nel vento freddo in cui riscopre la sua vecchia tenda di ragazzo che monta su un altro isolotto per i ricordare i mitici vecchi tempi, un ragazzo in surf si va ad impossessare delle sue cose, mentre la roulotte che lo ospita è troppo stretta e il bagno nell’acqua gelida del mare lo ritempra solo per poco. Ordinare un paio di stivali di gomma svedesi è praticamente impossibile: adesso si vendono solo prodotti made in China, sia camicie di basso costo che usa per asciugarsi, che stivali poco resistenti. Il paio svedese che arriverà non sarà della sua misura e dovrà attendere: il tempo dell’attesa è devastante per la sua età, ma anche motivo di riflessione, tanto come sarà devastante l’attesa della convocazione dalla polizia per sospetto incendio doloso provocato da lui stesso per motivi assicurativi. Insomma, una vicenda intricata, ma narrata da Mankell con garbo e lentezza necessari a far vivere al lettore l’assurdità di tutto quanto costruiamo e che ci sfugge tra le dita per i più bislacchi motivi. Inimmaginabile il finale, infatti, ma anche difficile decifrare come potrebbe concludersi la storia con una giornalista che decide, per il giornale locale, di approfondire i fatti accaduti e anche la strana figura di quel medico sfortunato. Lisa Modin permette di aprire la storia ai desideri nascosti all’età chiamata terza: bisogno di un amore, di vivere o rivivere sensazioni di appartenenza, di amare qualcuno cercando, allo stesso tempo, di voler bene a se stessi quel tanto che basta per trovare la forza di tirarsi su ancora, dopo un disastro del genere. Non più ricordi, non più punti fermi, quelli che si passa la vita a raccogliere e accumulare proprio per avere una vecchiaia tranquilla, se non felice, e che miseramente diventano un cumulo di cenere. Forse, riflette Mankell, erano già cenere e il fuoco, come già sapevano gli antichi, non è altro che la catarsi ultima, definitiva, per trovare modo e spazio di rinascere e riallacciare quei contatti con il mondo vero che sembravano smarriti e forse tagliati, dalla necessità di nascondersi in una tana.

Louise, la figlia trovata, dall’altrettanto vita impossibile, diventa l’archetipo di come non si debba e non si possa calcolare niente nell’esistenza umana senza lasciarle quegli spiragli che le permettono di ricamare in noi prodigi di artistico fulgore. E tante altre figure tratteggiate dallo scrittore, permettono di riconoscersi o di riconoscere qualcuno e, soprattutto, qualcosa nella storia che bene o male ci appartiene. Testamento letterario che non vuole affatto dare insegnamenti, questo romanzo affascinante e strano allo stesso tempo, è un gioiello raro che porta a riflettere su noi stessi a qualsiasi età, sia per cercare di non ritrovarsi soli su un isolotto freddo dove improvvisamente il fato fa scatenare incendi in più case, sia per capire che anche quando tutto sembra perduto, possiamo avere il dono di altri occhi con i quali guardare al futuro, indipendentemente da quanto è lontana da noi la linea dell’orizzonte.

 

Henning Mankell: “Stivali di gomma svedesi”, Marsilio, Venezia, 2016, pagg. 432; euro 19,50.

 

Alessia BIasiolo

 

 

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