Nuovo album per gli Ifsounds

Difficile intervistare gli Ifsounds: ogni album è una novità, un passo in avanti rispetto ai precedenti, ma anche un concept, una narrazione in musica da affrontare con attenzione. Partiamo proprio dal lungo percorso in evoluzione della rock band molisana. An Gorta Mòr è il vostro sesto album: immaginavate anni fa che sareste arrivati a questo punto?

Dario Lastella: In realtà ci speravo, più che crederci. Anni fa lavoravamo come una studio band, anche se poi a ben guardare, spesso i membri della band erano meri esecutori delle mie idee musicali. Questo era un grande limite per la nostra musica e aveva creato una strana comfort zone da cui siamo usciti solo con il radicale cambio di formazione e con la trasformazione in band “vera” e attiva anche live. Tutto ciò è avvenuto a partire dal nostro penultimo album Reset uscito nel 2015 e continua con An Gorta Mór. Solo adesso gli ifsounds stanno diventando quella band che cercavo di costruire insieme agli altri ragazzi da tanti anni.

Reset aveva segnato un cambio di rotta: nuova formazione, taglio più rock, distacco rispetto a certe atmosfere progressive a voi care. È stato solo un episodio isolato?

Reset era un album necessario in quel determinato momento storico della nostra band, ma è anche il lavoro che secondo me rappresenta meno il nostro sound. Proprio quella necessità di “suonare da rock band” ci ha portato a scelte stilistiche lontane dal nostro modo di concepire il rock e il prog rock, soprattutto negli arrangiamenti e nel trattamento della batteria che rispecchiavano il vissuto musicale dell’amico Gianni Manariti che suonava in quel lavoro. La sua presenza è stata fondamentale per dare nuovo slancio al progetto, ma è altresì evidente che Lino Mesina, il nostro nuovo batterista, è molto più vicino alla nostra sensibilità musicale di quanto lo sia Gianni, quindi è stato facile tornare insieme a lui a un discorso più prog. Quindi ritengo Reset un episodio isolato, anche se ci ha insegnato un nuovo linguaggio e un nuovo approccio che hanno ulteriormente arricchito la nostra paletta di colori e che comunque ci sono stati utili durante la composizione, l’arrangiamento e la registrazione di An Gorta Mór.

Ifsounds è una delle poche band italiane a “pensare concettualmente”. Il nuovissimo An Gorta Mòr è un concept, mai come questa volta dal taglio “politico”. Spiegaci tutto.

Era inevitabile. I nostri primissimi album erano disegnati su concept più filosofici e sfumati, a volte troppo. Lo stesso Red Apple era legato al mio romanzo Mela Rossa ed era di difficile fruizione per l’ascoltatore casuale che non avesse familiarità con la storia. Reset, invece, ha una forte matrice autobiografica e dal punto di vista concettuale, oltre che da quello musicale, aveva il compito appunto di resettare il discorso ifsounds e farlo ripartire seguendo una linea più chiara. Da queste premesse nasce An Gorta Mór, un album che ha come filo conduttore la fuga dal dolore. Il dolore può essere una guerra, una famiglia “sbagliata”, la disperazione, la fame. In fondo An Gorta Mór significa proprio “la grande carestia” e fa riferimento all’olocausto irlandese di metà XIX secolo che portò l’isola a perdere circa un terzo dei suoi abitanti tra morti per denutrizione ed emigrati in fuga dalla fame, che scelsero di affrontare viaggi della speranza in condizioni terrificanti per garantirsi un futuro, e non un futuro migliore, intendo dire proprio un futuro. È evidente che 170 anni dopo le cose non sono cambiate molto, ma si sono solo spostate geograficamente.

Dalle Dust Bowl Ballads di Woody Guthrie al rabbioso piglio di Roger Waters, passando per le riflessioni dei Camel di Harbour Of Tears, il tema delle migrazioni è stato affrontato con spirito diverso a seconda della sensibilità artistica e del periodo storico. Qual è la peculiarità della vostra lettura?

Solo a leggere i nomi degli artisti citati arrossisco: magari riuscissimo ad esprimere solo un decimo della loro arte! Il tema delle migrazioni è a me molto caro, tant’è che già lo affrontai in una vecchia canzone (Summer Breeze, pubblicata su Apeirophobia nel 2010). Allora parlavo della mia esperienza di emigrante in giacca e cravatta e cercavo di disegnare un bozzetto psicologico ed emozionale di chi già è costretto a vivere all’estero, come me in quel periodo. In An Gorta Mór mi sono spinto oltre, cercando di descrivere la sensazione di disperazione che porta la persona ad affrontare il viaggio e soprattutto il dolore fisico del viaggio stesso: il viaggiatore di Summer Breeze rifletteva seduto comodamente in un aereo, mentre i tragici protagonisti di Mediterranean Floor e di An Gorta Mór attraversano il deserto a piedi e l’Oceano Atlantico su quelle che in inglese si chiamano “coffin ships”, ovvero “navi-bara”. Ed è questo il punto di partenza del concept: a che grado di disperazione bisogna arrivare per affrontare un viaggio del genere? Nel disco cerchiamo di parlare di questo, ma non solo: un altro brano parla di violenza domestica e delle dinamiche malate che si creano nella vita di coppia, in un altro di una ragazza prigioniera di una famiglia che la costringe a una vita che non sente sua e scappa di casa, in un altro ancora delle seduzioni dei guru digitali che promettono fantastici guadagni su internet per sfuggire a un quotidiano fatto di disoccupazione o di occupazione degradante. Il filo conduttore è quello che in marketing è definito “fuga dal dolore”: per i commercianti è uno dei motori più potenti per la riuscita di un prodotto o servizio, mentre noi con brani di An Gorta Mór cerchiamo di scavare in questo dolore per ritrovare l’essenza dell’uomo.

Un tempo musica e politica, musica e impegno sociale, andavano di pari passo, oggi invece – in tempi di estrema polarizzazione – questo sembra un accostamento pericoloso. Non è ora che il grande rock e i suoi eredi riprendano quei temi?

Sicuramente erano bei tempi per la musica prodotta, anche se all’epoca in Italia si finì con esagerare con la politicizzazione… in fondo siamo pur sempre una nazione di tifosi, qualunque cosa facciamo. Oggi si esagera in senso opposto e la musica mainstream è caratterizzata da un disimpegno totale, o nella migliore delle ipotesi dall’introspezione un po’ finta e ruffiana di certo indie di successo. Il rock-con-un-messaggio non esiste più, forse perché gli artisti hanno troppa paura di esporsi, o forse, come sostengono i critici più acidi, perché non esiste più il rock. Del resto c’è un forte appiattimento della musica soprattutto live verso il fenomeno delle cover band, che asseconda un certo modo “pigro” di pensare da parte del pubblico. Ma la colpa non è del pubblico, bensì della proposta musicale e soprattutto dei grandi media che sono molto più conservatori oggi che 40-50 anni fa: negli anni ‘70 gli Area erano un gruppo molto popolare, nonostante fossero fortemente politicizzati e suonassero musica spesso avantgarde. Oggi una band come gli Area avrebbe un’esposizione e un successo infinitamente minore. Del resto il clima culturale e politico che ci circonda fa davvero paura e noi stessi, che pure non abbiamo certamente un’esposizione mainstream, abbiamo avuto delle riserve sul proporre certi temi: in fondo non è che abbia tutta questa voglia di essere insultato sui social dai famosi leoni da tastiera! Alla fine però è prevalso un certo senso civico e umanistico: io ad esempio non ho mai avuto la tessera di alcun partito, né ho mai fatto propaganda politica per nessuno, neppure a livello di elezioni comunali, ma di fronte a certe tematiche universali ritengo che il dramma dell’uomo debba avere voce. Ovviamente non ho la pretesa di avere io la soluzione ai problemi, non ritengo di essere all’altezza, altrimenti cercherei di entrare nelle istituzioni per risolvere i mali del mondo, ma da artista non posso accettare la deriva di chi percepisce l’altro sempre e solo come un nemico e non più come semplicemente un altro uomo. Credo che questo principio dovrebbe essere banale senso civico, ma oggi sembra quasi un’assurdità.

In tempi di playlist sempre più spezzettate, usa e getta, cosa significa esprimersi nell’ampio respiro del concept?

Significa andare in direzione ostinata e contraria! Lo è fare musica originale prog rock in tempi di reggeaton, cover band e hip hop per adolescenti. Del resto siamo cresciuti in un’epoca in cui avevamo un rapporto quasi viscerale con i nostri miti musicali e con le loro opere. Oggi sarebbe molto più facile avere un rapporto diretto con grandi artisti, ma il pubblico è diventato distratto e un po’ facilone, e il mercato si è adeguato. La nostra speranza è quella di stringere sempre di più il rapporto con un pubblico quanto più simile possibile a quello che voluto avere noi con i nostri miti da ragazzi. Ovviamente è difficile che un ascoltatore casuale, un amante del pop attuale possa soffermarsi o avere interesse nei riguardi degli ifsounds, ma forse a lui non avremmo neppure un granché da dire!

Per questo disco avete potuto contare anche su ospiti di varia estrazione, quali sono i motivi di questa scelta e chi sono gli special guest?

Sono innanzitutto degli ottimi amici con cui da tempo condividiamo passioni musicali. Il primo che voglio citare è il tastierista Lino Giugliano, musicista di grandissimo livello e personalità che dopo le registrazioni di An Gorta Mór ha cominciato a collaborare con la band nei live e che con ogni probabilità entrerà a far parte stabile della nostra formazione. La suite An Gorta Mór è un brano corale con molti personaggi: uno è uno spietato trafficante di esseri umani e lo ha interpretato magistralmente il nostro grande amico Vincenzo Cervelli (Acid Tales, Eva’s Bullet), mentre, parlando di Irlanda e di suggestioni celtiche, non potevamo non pensare ai maestri assoluti del genere, gli Hexperos, musicisti straordinari e ottimi amici; Alessandra Santovito ci ha regalato un cameo meraviglioso con la sua voce incredibile, mentre Francesco Forgione ha suonato per noi il bhodrán. Al violino abbiamo chiamato un giovanissimo talento dal Conservatorio di Campobasso, alla sua prima registrazione rock. Infine va menzionata la partecipazione dell’amico Marco Grossi nel coro finale e il bellissimo lavoro grafico dell’artista Fabienne Di Girolamo, che per la seconda volta ha disegnato per noi la copertina del nostro album.

La vita degli Ifsounds è intrecciata all’attività artistica del suo fondatore Dario Lastella, reduce dai buoni riscontri del libro Mela Rossa. L’ambientazione distopica e anch’essa politica in senso lato quanto influenza il songwriting degli Ifsounds?

Mela Rossa/Red Apple era un progetto molto ambizioso, forse non pienamente riuscito dal punto di vista musicale, ma che dal punto di vista letterario mi ha dato grandi soddisfazioni. Certo che oggi mi piacerebbe ri-registrarlo con la nuova formazione, perché probabilmente la crisi della band e mia personale del 2012 ci ha impedito di ottenere il massimo da quelle composizioni. Per quanto riguarda la relazione tra le tematiche politico-distopiche e la nostra musica devo dire che probabilmente rispecchiano un mio “difetto artistico”: tendo a sentire l’esigenza di scrivere di cose che non mi piacciono e in qualche modo mi angosciano, mentre trovo estremamente difficile scrivere di quanto sia bello qualcosa. Ritengo che la musica e l’arte in genere abbiano anche, se non soprattutto, il ruolo di strumento di denuncia. In questo senso mi sento molto vicino ai Maestri degli anni ‘70, sia italiani che no. E poi, in fondo, quando si vive una bella esperienza è meglio godersela a pieno e non scriverci su una canzone. Personalmente ho sempre trovato estremamente noiose le canzoni che parlano di quanto sia bella la vita con l’amata/o… forse sono solo poco romantico!

 

D.Z., F.G. (anche per le foto)

 

L’embrione degli Ifsounds si forma nel 1993, quando Franco Bussoli, Pietro Chimisso, Claudio Lapenna e Dario Lastella registrano i primi rudimentali demo che alternano proprie composizioni e cover (Pink Floyd, Queen, Police, ecc.). Dopo un decennio di inattività, nel 2004 il gruppo si riforma per registrare In the cave, che nonostante i difetti di produzione traccia un cammino nuovo per la band. Nel 2005 esce if, che riprendee e rielabora alcuni brani scritti nei primi anni di esistenza del gruppo. Nel 2006 il brano I wish raggiunge la prima posizione nella classifica “Classica” di iacmusic.com dove staziona per circa due mesi. You ottiene la nomination per il Golden Kayak Award nella categoria “Easy Listening”.

Nel 2006 esce The Stairway, che ottiene un buon successo di critica e pubblico, tanto che sei brani raggiungono la Top 10 della classifica Progressive Rock di iacmusic.com, con Close your eyes al numero 1. Nel 2008 esce Morpho Nestira. Il consenso tra i fan del prog in tutto il mondo è alto ma a settembre 2009 il gruppo cambia denominazione, da If diventa ifsounds e per lanciare la nuova line-up pubblica il video Midsummer Raving.

Nel 2010 gli Ifsounds firmano per l’americana Melodic Revolution Records e pubblicano la compilation if…sounds, alla quale segue Apeirophobia,. Il disco contiene l’ambiziosa suite omonima, primo tentativo della band con una composizione di tale difficoltà. Apeirophobia ottiene un notevole successo di critica, diventando uno dei dischi progressive rock preferiti dell’anno tra gli ascoltatori, i deejay e i recensori di tutto il mondo. L’album ottiene una nomination come Best Italian Album ai ProgAwards. Aprile è scelta dalla casa discografica There is Hope per la compilation benefica Strength, i cui ricavati sono destinati alle popolazioni del Giappone colpite da un terribile terremoto/tsunami.

Nell’Ep Unusual Roots gli Ifsounds ospitano la leggenda dell’hard rock Phil Naro (Talas, CRISS, Ddrive…) e Andrea Garrison. Nel  2012 è la volta di Red Apple, tratto dal romanzo Mela Rossa di Dario Lastella. Dopo notevoli modifiche nell’organico, la band rinasce con una nuova formazione che nel 2015 pubblica – in versione italiana e inglese, sempre con Melodic Revolution – il sesto album Reset. È un album di transizione con il quale il quintetto prova un linguaggio più smaccatamente rock.

Dopo tre anni e con una line-up parzialmente modificata, Melodic Revolution pubblica l’ambizioso concept sulle migrazioni dal titolo An Gorta Mór, il disco della maturità per Dario Lastella e compagni.

IFSOUNDS:

Runal – Vocals

Lino Mesina – Drums & Percussions

Fabio De Libertis – Bass Guitar

Claudio Lapenna – Piano, Keyboards, Synth & Vocals

Dario Lastella – Guitars, Synth and Vocals

 

 

Il Teatro Carlo Felice in Tournée in Cina

Dopo la recente partecipazione di agosto al Lubiana Festivalin Slovenia, nel quale la Fondazione Teatro Carlo Felice è stata invitata a partecipare con l’Opera Rigoletto, a fine settembre il Teatro sarà nuovamente figura di spicco di una tournée in Cina. Protagonista l’Orchestra del Teatro Carlo Felice, che suonerà insieme alla Sichuan Philarmonic Orchestra in occasione dell’evento che inaugura ufficialmente la Fiera Western China International Fair (WCIF)– ICEa Yunduan Chengdu.Saranno presenti l’Ambasciatore d’Italia nella Repubblica Popolare Cinese Ettore Francesco Sequi, una delegazione del Governo Italiano con il Vice Presidente del Consiglio On. Luigi Di Maio, Regione Liguria, oltre a una delegazione di Confindustria e dell’Autorità Portuale di Genova.

Il Teatro Carlo Felice, con la presenza di 30 Professori d’Orchestra, ha fatto uno sforzo straordinario per garantire contemporaneamente anche l’inaugurazione della Stagione Sinfonica del 21 settembre, coinvolgendo tutti gli elementi disponibili e Professori aggiunti che hanno già suonato durante la precedente stagione.

Sarà la bacchetta di Stefano Mazzoleni a dirigere il concerto del 20 settembre, con un programma dedicato interamente alle intramontabili composizioni diNino Rota, mentre nell’appuntamento successivo del22 settembre verranno eseguiti l’Ouverture accademica op.80, ilConcerto per violino, violoncello e orchestra in la minore, op.102 e laSinfonia n. 1 in do minore, op.68 di Johannes Brahms.

Giovedì 20 settembre 2018 ore 18.00 ICON Yunduan Chengdu (Cina)

Direttore

STEFANO MAZZOLENI

Nino Rota

Pin Penin da “Casanova” (arr. Fabrizio Francia)

Suite da “Romeo e Giulietta” (arr. Fabrizio Francia)

Passerella da “8 e 1/2” (arr. Fabrizio Francia)

Fantasia e canzone  da “La  dolce vita” (arr. Fabrizio Francia)

Suite da “Giulietta degli spiriti” (arr. William Ross)

Valzer  Verdi  – Valzer del  commiato da  “Il  gattopardo” (arr. Fabrizio Francia)

Suite da “Prova d’orchestra” (arr. William Ross)

Suite dalla trilogia da “Il  padrino” (arr. Fabrizio Francia)

Suite da “Le  notti di Cabiria” (arr. Fabrizio Francia)

Fantasia da “Amarcord” (arr. Fabrizio Francia)

ORCHESTRA DEL TEATRO CARLO FELICE

SICHUAN PHILARMONIC ORCHESTRA

Sabato 22 settembre 2018 ore 19.30 ICON Yunduan Chengdu (Cina)

Johannes Brahms

Ouverture accademica op.80

Concerto per violino, violoncello e orchestra in la minore, op.102

Sinfonia n. 1 in do minore, op.68

ORCHESTRA DEL TEATRO CARLO FELICE

SICHUAN SYMPHONYC ORCHESTRA

 

 

Marina Chiappa

 

 

A Verona Belive Film Festival, il primo festival di corti per ragazzi

Si chiama “BELIEVE Film Festival” il primo concorso veronese di corti dedicato agli adolescenti. Il festival, patrocinato da Regione e Comune, è stato presentato lo scorso 6 settembre al Lido di Venezia in occasione della Mostra del Cinema.

Si tratta di una novità assoluta a livello regionale. L’iniziativa, promossa dal gruppo di giovani “beLIeVE – al servizio del talento”, nato nell’Oratorio salesiano di Santa Croce, è rivolta a ragazzi dai 13 ai 19 anni di tutta Italia che abbiano voglia di mettersi alla prova con la produzione di un cortometraggio della durata massima di 15 minuti.

I temi da trattare riguardano principalmente l’universo giovanile: dalle relazioni alle amicizie, dai social alla scuola, ma anche argomenti più profondi come la diversità e Dio.

I cortometraggi devono essere inviati entro il 12 ottobre allo staff del beLIeVE per poi essere selezionati da una giuria di esperti che decreterà i 10 finalisti.

Nella serata del 10 novembre, al Cinema Teatro Alcione, verranno premiati il miglior film, la miglior sceneggiatura (idea), la migliore recitazione e il corto più votato dal pubblico (attraverso app scaricabile sugli smartphone).
I primi classificati vinceranno la possibilità di passare una settimana con una troupe televisiva durante una produzione cinematografica. Il miglior corto, inoltre, potrà accedere direttamente alle fasi finali del Tertio Millennio Film Fest a Roma.

I corti vincitori e che riceveranno la menzione speciale della giuria, verranno inoltre proiettati sui grandi schermi delle 70 sale del Triveneto gestite dall’associazione cattolica esercenti cinema, prima della proiezione in cartellone.

L’iniziativa è stata presentata oggi in sala Arazzi dall’assessore alle Politiche giovanili Francesca Briani insieme al consigliere comunale Marco Zandomeneghi. Presente il coordinatore del progetto beLIeVE don Francesco Da Re e i ragazzi del team.

“Non posso che essere orgogliosa di presentare un’iniziativa che promuove insieme i valori della cultura e delle politiche giovanili – ha detto l’assessore Briani -. Come Amministrazione promuoviamo il linguaggio delle immagini, e quindi anche del cinema, come strumento per veicolare sentimenti ed emozioni. Il cortometraggio, inoltre, credo sia perfetto per i ragazzi, per mettere alla prova la loro determinazione e le loro capacità relazionali”.

 

Roberto Bolis

Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva

 

Modello per studio di prospettiva, Piero Della Francesca

Presso il Museo Civico di Sansepolcro, fino al 6 gennaio prossimo, è aperta la mostra “Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva”. L’esposizione, curata da Filippo Camerota e Francesco P. Di Teodoro, e promossa dal Comune di Sansepolcro, è un progetto del Museo Galileo di Firenze con la collaborazione della Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia ed è organizzata da Opera Laboratori Fiorentini.

Per Mauro Cornioli, Sindaco di Sansepolcro: “E’ un gran privilegio poter rappresentare l’amministrazione comunale di Sansepolcro quando è svelato al mondo, dopo lunghi anni di restauro, il vero colore di Piero della Francesca. È inoltre una straordinaria occasione per i visitatori, poter approfondire l’immensa cultura scientifica del nostro più celebre concittadino grazie all’esposizione Piero Della Francesca. La seduzione della prospettiva, organizzata negli ambienti adiacenti agli affreschi”.

Il progetto espositivo, che si articola intorno al De prospectiva pingendi, trattato composto da Piero della Francesca intorno al 1475, ha anche l’obiettivo di illustrare, attraverso riproduzioni di disegni, modelli prospettici, strumenti scientifici, plaquette e video, le ricerche matematiche applicate alla pittura di Piero della Francesca e la conseguente eredità lasciata ad artisti come Leonardo da Vinci, Albrecht Dürer, Daniele Barbaro e ai teorici della prospettiva almeno fino alla metà del Cinquecento.

La mostra mira, inoltre, a mostrare al pubblico le due anime di Piero della Francesca: raffinato pittore e grande matematico. Oltre ad essere Maestro d’abaco, geometra euclideo, studioso di Archimede, Piero è stato anche un innovatore nel campo della pittura poiché per lui, quest’ultima, nella matematica e nella geometria, trovava il suo sostanziale fondamento. I suoi scritti, infine, soprattutto il De prospectiva pingendi, composto in volgare per gli artisti e in latino per gli umanisti, hanno dato inizio alla grande esperienza della prospettiva rinascimentale.

La Mostra è suddivisa in otto sezioni che approfondiscono gli studi affrontati da Piero nel corso della sua vita. Nella prima sezione La prospettiva tra arte e matematica, attraverso le riproduzioni di alcuni disegni, dimostra che il De Prospectiva Pingendi è il primo trattato sistematico di prospettiva interamente illustrata, e il primo in cui sono giustificati matematicamente i procedimenti descritti. Suddiviso in tre libri, il trattato approfondisce nei primi due libri le tecniche prospettiche per le figure piane e i solidi geometrici, nel terzo, per le figure più complesse come la figura umana. Nella seconda sezione “I principi geometrici”, si analizza la relazione di Piero con Firenze, quando vi giunge, nel 1439, per lavorare con Domenico Veneziano ai perduti affreschi di Sant’Egidio. Attraverso un pannello che illustra lo schema prospettico della Trinità di Masaccio e alcuni calchi dei bassorilievi della Porta del Paradiso di Lorenzo Ghiberti, si può comprendere il grande fermento economico e culturale della città gigliata. Città dove già le opere di Donatello e Masaccio manifestavano la straordinaria innovazione figurativa di Filippo Brunelleschi, con l’invenzione della prospettiva lineare e dove, da qualche tempo, circolavano scritti di Leon Battista Alberti, come il De Pictura, che proponeva una codificazione teorica del nuovo linguaggio pittorico. Nella terza sezione “Le regole del disegno prospettico”, attraverso modelli e disegni, si comprende che Piero fu il primo a scrivere veramente per gli artisti. Mentre Alberti si era preoccupato di gettare i fondamenti teorici della nuova disciplina pittorica e Ghiberti aveva voluto riassumerne le premesse ottiche, Piero si concentrò notevolmente sulle regole del disegno. A differenza di Alberti, infatti, corredò ampiamente il trattato di numerosi disegni, estremamente precisi, puliti e di straordinaria finezza. La sua mano era in grado di tracciare linee sottilissime, veri e propri segni euclidei che ricordavano l’abilità del mitico Apelle. La “prospectiva” per Piero era essenzialmente “commensurazione”, ossia rappresentazione misurata dei corpi sulla superficie del dipinto. Il quadro per lui era il “termine” dei raggi visivi. Sul quadro, le grandezze osservate subivano una diminuzione apparente proporzionale alla distanza di osservazione. Su questo principio proporzionale si fonderà il pensiero scientifico della pittura moderna. Nella sezione “I corpi geometrici”, si approfondisce la relazione tra Piero e il matematico Luca Pacioli. Qui è analizzato il celebre ritratto del matematico, dipinto attribuito a Jacopo de’ Barbari e custodito a Capodimonte e un altro importante trattato di Piero della Francesca: il Libellus de quinque corporibus regularibus. Concluso attorno al 1482 e dedicato al duca Guidubaldo, figlio e successore di Federico da Montefeltro il Libellus permette a Piero di riprendere il tema dei corpi regolari già trattato nella parte geometrica dell’Abaco, sviluppandolo in quattro parti, dedicate, rispettivamente, ai poligoni, ai cinque poliedri inscritti nella sfera, ai poliedri inscritti in altri poliedri, e ai poliedri irregolari. Ed è proprio attraverso il Libellus che Piero diventa artefice di quella rinascita d’interesse per i poliedri che caratterizzerà il Rinascimento e che è testimoniata anche dalle stupende “tavole leonardesche” che illustrano il De divina proportione di Luca Pacioli. Con la sezione “I maestri della prospettiva”, si comprende come, attraverso la frequenza con cui i disegni di Piero appaiono nelle tarsie del Quattrocento e l’amicizia che legava il pittore ai famosi intarsiatori Lorenzo e Cristoforo Canozzi da Lendinara, l’arte dei legnaioli era una delle prime aree di diffusione del De prospectiva pingendi. Tarsie prospettiche che sicuramente l’artista di Sansepolcro aveva potuto ammirare, durante il soggiorno fiorentino, nella Sacrestia delle Messe di Santa Maria del Fiore e che, negli anni tra il 1474 e il 1476, fecero dello studiolo di Federico da Montefeltro uno dei massimi capolavori del Rinascimento. Nella sezione “Il disegno di architettura: ichnographia, orthographia, scaenographia” si pone l’attenzione sull’interesse per il disegno architettonico. Per Piero un buon pittore doveva possibilmente essere anche un buon architetto o, almeno, conoscere dell’architettura tutto ciò che riguardava il disegno degli ornamenti, dalle proporzioni alla sintassi degli ordini classici. Attraverso alcune riproduzioni e disegni della sezione “La figura umana”, si può comprendere come Piero abbia risolto uno degli esercizi prospettici più complessi che si possano immaginare: il disegno prospettico della testa umana. Per risolvere il problema Piero trasforma il corpo naturale in un solido geometrico, sezionando la testa con piani meridiani e paralleli, quasi come fosse un globo terrestre. L’ultima sezione “Gli inganni della visione”, analizza, infine, gli studi di Piero sugli inganni della visione e gli effetti bizzarri della rappresentazione causati dalla forzatura del rapporto tra occhio e distanza di osservazione, portando Piero a terminare il trattato con alcuni esercizi che anticipano gli sviluppi dell’anamorfosi. Conclude la mostra un video che aiuta a rendere tangibile la dimensione geometrica della bellezza che contraddistingue tutta l’opera pittorica di Piero della Francesca.

Il catalogo, a cura di Filippo Camerota e Francesco Paolo Di Teodoro è edito da Marsilio.

 

Museo Civico Piero Della Francesca, Sansepolcro

Fino al 6 gennaio 2019

 

Barbara Izzo

DermArt festeggia il decennale a Roma

Sarà lo spazio culturale polivalente e creativo WEGIL, struttura della Regione Lazio nel cuore di Trastevere, ad ospitare la decima edizione di DERMART, la manifestazione ideata da Massimo Papi che mette a confronto la clinica delle malattie della pelle con l’arte visuale e le scienze dell’osservazione. Un traguardo festoso per questa iniziativa che nel corso degli anni, grazie ai tecnici, ai curiosi e agli appassionati di arte, ha registrato un boom di presenze, sviscerando argomentazioni legate al filo della salute, delle novità scientifiche, dei trend e dell’esplorazione artistica inedita.

L’argomento prescelto per questa edizione – che si svilupperà nei giorni 21 e 22 settembre con ingresso libero a tutti (e iscrizione a parte ECM per gli studenti di medicina) è “La bellezza è una scienza”, fil rouge comune tra le tecniche diagnostiche più aggiornate e gli aspetti pratici delle terapie, ma anche tema di analisi approfondite sulla storia dell’arte.

“Special guest” del convegno, in questa particolare materia, sarà Semir Zeki, neurofisiologo di fama mondiale, che con i suoi studi ha aperto la strada alla Neuroestetica, la più attuale delle branche delle Neuroscienze e che parlerà della mappatura del cervello e della pelle in termini di bellezza.

Si darà inoltre spazio alla dermatologia del web, una vera e propria sfida degli anni 2000 per gli operatori del settore, incentrata sul confronto tra le procedure tradizionali e quelle dettate dai WhatsApp, ma anche sul modo di comunicare attraverso i social media evitando le fake news del settore.

Ritardare l’invecchiamento cutaneo sarà un altro degli argomenti trattati, che vedrà riferirsi alle problematiche dell’età ma anche ai trattamenti laser di alcune malattie cutanee: su questo tema verrà organizzato un corso pratico a cura di Massimo Laurenza.

E ancora l’arte, con l’intervento di Vittorio Maria De Bonis su tatto e piacere nella storia dell’arte e di un pool di illustri dermatologi che rileveranno case histories sull’arte in supporto della diagnosi su argomenti di dermatologia “figurata”.
Corso avanzato di dermatoscopia su capelli, volto e cuoio capelluto con esperti di grande livello; gli integratori come medicinali per la bellezza dell’epidermide; eye tracking in dermatologia e i segni della violenza tra pelle bianca e colorata attraverso alcune rare testimonianze saranno infine oggetto degli altri incontri, per trascorrere – tra informazione, approfondimenti e svago – due giorni di full immersion su ragionamenti inusuali o comunque generalmente poco trattati.

Lo spirito di Dermart è come sempre clinico, con sessioni di casistica interattiva, efficaci per apprendere nuovi quadri e ripassare argomenti già noti, con il desiderio d’interpretare la cute sana o malata come tela pittorica e le opere d’arte come strumento di analisi per chi cura la pelle. Obiettivo della manifestazione è, in particolare, quello di creare un’atmosfera di amicizia e di interesse comune, con spazi e tempi dedicati a domande e interventi dei partecipanti e con il coinvolgimento di tutti, anche dei non esperti. In tale ambito saranno anche organizzati corsi pratici sul tatuaggio terapeutico.

Tutto con il piacere di momenti conviviali accompagnati – come consuetudine – dal fascino del profumo e della qualità di grandi vini del Lazio e dell’Umbria.

 

 

Elisabetta Castiglioni

Gershwin! al Carlo Felice di Genova

Venerdì 21 settembre, alle ore 20.30, il Teatro Carlo Felice apre la Stagione Sinfonica 2018–2019 con un concerto dedicato a George Gershwin.

Una serata che ci permette di ritrovare sul podio, a dirigere l’Orchestra del Teatro Carlo Felice, Daniel Smith, Direttore Principale Ospite del Teatro Carlo Felice, applaudito recentemente, a fine luglio, nella fortunata edizione del Barbiere di Siviglia di Rossini all’Arena del Mare – Porto Antico. Un giovane direttore australiano che ha già collezionato importanti successi internazionali sul piano artistico, dotato di uno smisurato amore per il nostro paese, sua seconda patria da anni, e di una profonda comprensione per la sua cultura.

In apertura di programma, l’esecuzione della trascinante Cuban Overture, omaggio alle melodie e ai ritmi caraibici con cui Gershwin era entrato in contatto durante una vacanza di due settimane a L’Avana; a seguire, il Concerto in Fa per pianoforte e orchestra e la Rhapsody in Blue, i due lavori più importanti dedicati da Gershwin al suo strumento, il pianoforte, con Giuseppe Andaloro solista; in chiusura, il popolare poema sinfonico An American in Paris, un diario musicale di viaggio nella capitale francese scritto con l’inconfondibile penna “swing” di Gershwin.

Un programma classico, dunque, ma al tempo stesso “leggero”, apprezzabile da tutti.

Alle ore 19.30, presso la Sala Paganini, in collaborazione con l’Associazione Teatro Carlo Felice, il M° Daniel Smith terrà una breve conferenza introduttiva al concerto riservata a tutti i possessori di biglietto o di abbonamento.

Al termine del concerto Agag-Confesercenti – l’associazione dei gelatieri artigianali genovesi – proporrà una degustazione ad offerta libera dell’esclusivo gusto “Un americano a Parigi”, dedicato naturalmente a Gershwin, a base di gelato al caffé e biscotto americano. Il ricavato sarà versato sul c/c attivato dal Comune di Genova destinato ai danneggiati dal crollo del Ponte Morandi, come segnale di vicinanza nei confronti del quartiere duramente colpito.

Inoltre, in considerazione di tutte le manifestazioni relative al 58° Salone nautico, le persone che esibiranno il biglietto dell’esposizione, potranno usufruire di un particolare sconto per il Concerto inaugurale.

 

Marina Chiappa

Domenica 16 settembre visita guidata di Palazzo Avogadro di Sarezzo (Brescia)

L’Associazione “Sidus” in collaborazione con l’Associazione Italiana Degustatori grappa e Distillati A.D.I.D., Delegazione di Brescia, promuove per domenica 16 settembre la visita guidata del bel Palazzo Avogadro di Sarezzo (Brescia). Patrocinato dal Comune di Sarezzo, Assessorato alla Cultura, l’evento consentirà di ammirare l’interno di un Palazzo unico nel suo genere ed aperto al pubblico solo in alcune occasioni. Ad accompagnare la visita, un’esperta di Storia dell’Arte che cercherà di spiegare il mistero dell’affresco con “gatti e topi” o forse “orsi e …” che fa bella mostra di sé sotto soffitti a cassettone decorati.

Nell’occasione, ad impreziosire la mattinata, la premiazione della dodicesima edizione di “Versi Distillati”, premio di poesia che le due Associazioni organizzano. I Poeti le cui poesie sono state premiate, declameranno i loro versi.

A conclusione della visita, intorno alle ore 12, seguirà un aperitivo presso QBIO di Sarezzo, specializzato in produzioni con lievito madre, in abbinamento con distillati.

Preferibile la prenotazione telefonando allo 030 2305000 o scrivendo ad adidbrescia@virgilio.it entro il 13 settembre.

 

La Redazione