Ti Porto all’Opera. La traviata

 Arena del Mare

Dopo il grande successo della prima edizione dello scorso anno, il Teatro Carlo Felice di Genova ripropone l’iniziativa estivaTi Porto all’Opera, che quest’anno prevede il capolavoro verdiano La traviata”, in scena stasera, 28 luglio, alle ore 21.15, con repliche fino al 1° agosto, nella suggestiva cornice dell’Arena del MarePorto Antico di Genova.

Il melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dal dramma La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio, sarà diretta dalla giovane e talentuosa bacchetta di Jacopo Rivani, mentre la regia sarà firmata da Lorenzo Giossi.

L’ampio cast è composto dalla protagonista Angela Nisi nel ruolo di Violetta Valéry, che si alternerà con Isabella Lee (30,1) , Marta Leung sarà Flora, Laura Esposito Annina, il ruolo di Alfredo Germont sarà affidato a Giulio Pelligra e Alessandro Fantoni (30, 1) mentre Giorgio Germont sarà interpretato da Stefano Antonucci e Sergio Bologna (30,1). Completano il cast Youdae Jude Won (Gastone), Claudio Ottino (Barone Douphol), Federico Benetti (Marchese), John Paul Huckle (Dottor Grenvil).

In caso di maltempo lo spettacolo non viene mai annullato prima dell’orario di inizio previsto.

Qualora le condizioni meteo non consentano il regolare svolgimento dello spettacolo, il Teatro Carlo Felice può posticipare fino a 60 minuti l’orario di inizio della rappresentazione. Trascorsi i 60 minuti, permanendo le condizioni di maltempo, lo spettacolo si ritiene annullato dando così diritto al rimborso del biglietto.

A spettacolo iniziato verrà meno ogni diritto al rimborso, anche in caso di successiva sospensione. In caso di sospensione entro i 30 minuti dall’inizio, lo spettatore potrà usufruire di un biglietto omaggio per una delle serate successive di “Ti Porto all’Opera”, ove previste in calendario.

Qualora ciò non fosse possibile lo spettatore potrà usufruire di una riduzione del 50% su un titolo di opera o di balletto della stagione 2019/20 del Teatro Carlo Felice a presentazione del biglietto dell’Arena del Mare.

Repliche

LUGLIO: Martedì 30 – ore 21.15, Mercoledì 31 – ore 21.15

AGOSTO:  Giovedì 1 – ore 21.15.

Marina Chiappa (anche per la fotografia)

Estate Teatrale Veronese al Teatro Camploy

Lo spazio alternativo del Teatro Camploy accoglierà quest’anno, da 2 al 28 settembre, altre proposte di prosa e di danza. Ad inaugurare la sezione prosa il 2 settembre sarà Fondazione Aida che presenterà Leo inventa tutto con testo e regia di Matteo Mirandola. Seguirà, il 3 settembre, proposto sempre da Fondazione Aida Cipì, tratto dal romanzo di Mario Lodi, con regia di Maria Selene Farinelli. Il 4 e 5 settembre Fondazione Aida proporrà invece Ma perché tutti mi chiamano Frankenstein? con testo e regia di Pino Costalunga. Il 10, 11 e 12 settembre sarà la volta del Teatro Scientifico/ Teatro Laboratorio con Il Serpente di Luigi Malerba, regia di Isabella Caserta e Francesco Laruffa. Il 17, 18 e 19 settembre Punto in Movimento / Shiftingpoint porterà in scena Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare con regia di Roberto Totola. Chiuderà la sezione di prosa lo spettacolo di Cantieri Invisibili Padre, figlio e Spirito Stanco di Francesca Mignemi, in scena il 24, 25 e 26 settembre.

Aprirà la sezione di danza il 7 settembre la compagnia GDO Dance Company con Hopera 2 con coreografia di Patrizia Salvatori. A seguire, il 14 e 15 settembre, la compagnia Ersiliadanza proporrà in prima nazionale Callas con coreografia di Laura Corradi. Il 21 settembre la compagnia Susanna Beltrami proporrà Io sono il bianco del nero con coreografia di Susanna Beltrami e, il 22 settembre, Focus Dancehauspiù.

Chiuderà la sezione danza, il 28 settembre, la compagnia Arte3 con Parole senza età con coreografia di Marcella Galbusera.

 

Silvia Vantini, Giulia Calligaro

 

 

Appuntamenti Estate Teatrale Veronese

Franco Branciaroli (foto di Andrea Angelucci)

L’adattamento di Franco Branciaroli del Moby Dick di Herman Melville, con regia di Luca Lazzareschi, vede l’ultima replica stasera, 6 luglio. Una prima nazionale assoluta con la Compagnia del Teatro de Gli Incamminati e Franco Branciaroli nel ruolo del capitano Achab. Numerosi sono i riferimenti, le ispirazioni e i richiami letterari che è possibile ritrovare nel romanzo di Melville: dalla Bibbia a Dante, fino a Shakespeare per quanto riguarda i monologhi, le riflessioni morali, le caratterizzazioni, la costruzione drammatica di scene e dialoghi. “Racconto della spasmodica caccia alla balena bianca, creatura delle profondità marine, simbolo polisemico e ineffabile, incarnazione del male, caos a cui dare un ordine, proiezione esterna dell’Io del capitano Achab, la cui lotta contro Moby Dick è sete di vendetta e allo stesso tempo volontà di annientamento di se stesso e ribellione contro Dio – spiega il regista Lazzareschi – Achab, figlio degenere di Prometeo, di Faust e di Edipo, eroe tragico plasmato dalla follia, dal dolore e da incontenibile hybris, assume in sé molte delle caratteristiche di alcuni dei più grandi personaggi shakespeariani: Prospero, Macbeth, Riccardo III, Amleto, Lear.” “Branciaroli nel suo adattamento teatrale – continua Lazzareschi – estrae dal Moby Dick un nesso drammaturgico tra Melville e Shakespeare, restituendo appieno la potenza simbolica, evocativa ed insieme realistica del romanzo. Con lui dieci attori interpretano i tanti personaggi del dramma, affidandosi alla forza della parola di Melville e, attraverso l’epico racconto di Ismaele – unico superstite del naufragio – rivivono il viaggio iniziatico dell’equipaggio del Pequod il cui destino è segnato dall’ossessiva lotta di un uomo contro l’incarnazione di tutte quelle forze malvagie da cui alcuni uomini profondi si sentono divorati

Sempre in prima nazionale è l’originale versione di Romeo & Giulietta, nati sotto contraria stella (17, 18, 19 e 20 luglio) con drammaturgia e regia di Leo Muscato ed il noto duo Ale e Franz, a recitare all’interno di una compagnia di vecchi comici girovaghi (interpretati da Eugenio Allegri, Teodosio Barresi, Marco Gobetti e Marco Zannoni) impegnati a ricoprire più ruoli, compresi quelli femminili, nell’autentico spirito elisabettiano. Il gruppo si presenta al pubblico per interpretare ‘La dolorosa storia di Giulietta e del suo Romeo’, sapendo bene che già tutti la conoscono. Rivali e complici allo stesso tempo, da un lato si rubano le battute, dall’altro si aiutano come meglio possono. Convinti di essere bravi attori, non si rendono conto che, quando sono sul palcoscenico, non riescono nemmeno a dissimulare i loro rapporti personali fatti di invidie, ripicche, alleanze, rappacificazioni. Presi singolarmente, sembrano avanzi di teatro; messi insieme formano una compagnia tragica, involontariamente comica e per questo doppiamente tragica. Succede un miracolo però: nonostante tutto la storia di Romeo e Giulietta vince su ogni cosa e, in un modo o nell’altro, questi comici riescono a raccontare la storia dei due giovani amanti. E riescono anche a commuovere, lasciando nel pubblico il dubbio che in questa storia, più di chiunque altro, sono proprio loro quelli …nati sotto contraria stella.

Ancora in prima nazionale la terza proposta shakespeariana: Il Mercante di Venezia (25, 26 e 27 luglio). Si tratta di uno dei testi al tempo stesso più popolari e controversi del Bardo, che in questa occasione vede come protagonista Mariano Rigillo, nella parte di Shylock, affiancato da Romina Mondello, nei panni della principessa ‘terrestre’ Porzia, Fabio Sartor a dar voce ad Antonio e Francesco Maccarinelli ad interpretare Bassanio. L’adattamento e la regia sono di Giancarlo Marinelli, che diresse Giorgio Albertazzi nello stesso spettacolo prima della sua morte tre anni fa, e proprio all’ultimo imperatore del teatro italiano questo Mercante di Venezia vuole essere un omaggio. Nella riduzione elaborata e scritta proprio da Albertazzi (che ha riempito tutti i teatri per oltre 200 repliche in un anno solare) i temi affrontati sono quelli da sempre cari a Shakespeare, ma anche al compianto mattatore toscano: il conflitto tra generazioni; la bellezza che muore e che si riscatta ad un tempo; la giovinezza che deve fare i conti con le trasformazioni del tempo e della società. “Se devi riprenderlo, fai una cosa: dimenticami. Dimenticati che l’ho fatto io” disse Giorgio Albertazzi a Giancarlo Marinelli in una delle ultime repliche. “Ma Giorgio – spiega Marinelli – diceva anche che ‘il teatro è dire la verità facendo finta; è una bugia sotto giuramento’. Ed allora sì, te lo giuro: ti dimenticherò”.

Da Shakespeare alla grecità classica con Elena di Euripide (13 e 14 settembre). Ritorna anche quest’anno, dopo la positiva esperienza delle due precedenti edizioni, la collaborazione con l’Istituto Italiano del Dramma Antico. Sul palco Laura Marinoni sarà diretta dal regista di fama internazionale Davide Livermore, che ha inaugurato la stagione operistica del Teatro Alla Scala di Milano con ‘Attila’ di Verdi. Livermore ama Elena perché “è tragedia atipica dai contorni che sfumano in un gioco ironico; il finale poi, sembra irridere coloro che cercano di fare dell’arte un elenco di categorie, che debbano pedantemente rispondere a regole fisse. In Elena non si muore. E si sorride come nelle tragedie elisabettiane, che in fondo ci risultano sempre un po’ lontane, nonostante i nostri sforzi intellettuali, perché capaci di lasciare convivere le componenti del tragico e del comico, capaci di non vivisezionare la vita e le sue componenti in un modo un po’ troppo laico, libero..inglese. Forse anche per questo Elena non viene rappresentata da oltre quattro decenni, perché non risponde a nessuna aspettativa della critica che etichetta, ma chiede a chi critica di essere libero da attese, aperto ad accettare un altro livello, forse semplicemente moderno”. Quello che vedremo sarà “uno spazio dove affiorano i tanti naufragi di un’esistenza, e vedremo Elena vecchia, alla fine della sua vita, che dispone dei suoi ricordi e crea questa immagine fatta di cielo che respira con le sue fattezze per cambiare almeno un po’ la memoria, per giocare con essa, per immaginare un’altra possibilità, per sognarla, per un altro finale, come per tutti noi il desiderio di un happy ending”.

Il cartellone della danza prevede al Teatro Romano due attesi spettacoli internazionali. Il primo appuntamento è con il nuovissimo Alice dei Momix (dal 29 luglio al 10 agosto) con il quale il direttore artistico Moses Pendleton porterà gli spettatori giù nella tana del coniglio. L’opera più recente di Moses è infatti ispirata ad Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll, una favola grazie alla quale da oltre 150 anni molti bambini – ed adulti – conoscono Alice e le sue avventure, proprio come se le avessero sognate loro stessi. La storia di questa bimba curiosa in un universo assurdo è un mondo pieno di fantasia e divertimento e non c’è quindi da stupirsi che sia l’ispirazione per la più recente creazione Momix. Anche Moses Pendleton è infatti artefice di mondi simili ai sogni, popolati da creature strane e stravaganti. Il corpo di Alice cresce, si restringe e cresce di nuovo; quello dei ballerini muta per mezzo di oggetti, corde e corpi di altri ballerini. “Non intendo raccontare l’intera storia di Alice – dice Pendleton – ma usarla come punto di partenza per dare libero sfogo all’invenzione. Sono curioso di vedere cosa succederà e sto diventando sempre più curioso quanto più conosco Lewis Carroll che, come me, era un appassionato fotografo.” “Alice – continua Pendleton – sarà un’opportunità di scoprire fin dove arriva la nostra fantasia. Con questo spettacolo voglio raggiungere sentieri ancora inesplorati nella fusione di danza, luci, musica, costumi e proiezioni”. Di certo il pubblico sarà coinvolto in un viaggio magico, misterioso e divertente.

È un ritorno al Teatro Romano dopo quattordici anni quello di Nederlands Dans Theater 2 (11 e 12 luglio), una delle compagnie di danza contemporanea più prestigiose a livello internazionale. Manca, infatti, dal palco del Teatro Romano dal 2005 il Nederlands Dans Theater 2, la seconda compagnia del Nederlands Dans Theater fondata nel 1978 per supportare la compagnia principale (del 1959) con nuovi talenti. Il NDT2, in un lasso di tempo di 3 anni, prepara 16 ballerini di scuola classica provenienti da tutto il mondo al passaggio al Nederlands Dans Theater. Mentre la compagnia principale offre ai ballerini la possibilità di sviluppare ulteriormente la loro personalità artistica, il NDT2 offre un vasto e composito repertorio formato da lavori di coreografi famosi come gli astri nascenti della danza Jiří Pokorný, Edward Clug, Imre van Opstal e Marne van Opstal. Una compagnia anticonformista, anticipatrice di inedite espressioni della danza contemporanea, che vuole formare i ballerini attraverso i diversi linguaggi della danza. Nel loro quartier generale a L’Aia tutto questo avviene quotidianamente in un ambiente che è terreno fertile e produttore di energia nuova per la danza contemporanea in Olanda e nel mondo. Energia che arriverà fino al palco del Teatro Romano, dove la compagnia olandese proporrà Wir Sagen uns Dunkles di Marco Goecke, Simple Things di Hans Van Manen e Sad Case di Sol León & Paul Lightfoot. In Wir Sagen uns Dunkles le musiche di Schubert e Schnittke si incontrano con quelle dei Placebo. “I ballerini mi capiscono immediatamente – dice Goecke – si muovono veloci, assumono movenze inedite, quasi inconsciamente ma con assoluta padronanza”. In Simple Things Hans Van Manem complica ed arricchisce il passo a due, la sua cifra coreografica che apre e chiude il balletto con duetti maschili, aggiungendovi al centro, in varie combinazioni, due donne su musiche di Guy Klucevsek & Alan Bern, Joseph Haydn e Peteris Vasks. In Sad Case di León&Lightfoot movimenti sorprendenti e primitivi prendono forma sulla musica di un mambo messicano, trasmettendo una tensione continua tra momenti lirici e satirici. Musiche di Pérez Prado, Alberto Dominguez, Ernesto Lecuona, Ray Barretto, Trio Los Panchos e Agustin Lara.

 

Silvia Vantini (anche per la fotografia)

“Athens – Return trip” al Sociale di Brescia

Athens return trip, foto Archivio Agora Coaching Project

“Athens – Return trip. Andata e ritorni tra Italia e Grecia verso una nuova visione d’Europa” è andato in scena al teatro Sociale di Brescia ieri sera, 3 luglio, seconda ed ultima tappa italiana dopo Reggio Emilia e prima di volare per Atene, dove la performance debutterà l’8 luglio prossimo.

La serata accosta gli esiti performativi di due workshop condotti da Patricia Apergi e Christos Papadopoulos, tra i più interessanti coreografi greci contemporanei, con brani scelti del repertorio creato per “Agora Coaching Project”, curato da Michele Merola ed Enrico Morelli, coreografi italiani di primo piano sulla scena nazionale e collaboratori di Fondazione Nazionale della Danza. Ad Apergi e Papadopoulos è stato chiesto di guidare un percorso formativo e creativo insieme a 30 giovanissimi e promettenti danzatori di nazionalità italo-greca, di età compresa tra i 17 e i 24 anni. L’attività fa parte di “Agora Coaching Project” (con MM Contemporary Dance Company – Retum Trip Educational e con il sostegno di Stavros Niarchos Foundation), progetto di perfezionamento della danza, con sede a Reggio Emilia, unico per le sue caratteristiche innovative nell’ambito della didattica della danza. Lo scopo dei workshop era superare le barriere culturali europee per creare un linguaggio nuovo, dinamico e univoco, comprensibile a tutti. Ne è nato uno spettacolo in grado di sottolineare la personalità di un gruppo di ragazzi e ragazze (le più numerose) che sembrano insensibili all’esterno, come i tanti ragazzi che girano con le cuffiette nelle orecchie e non sanno guardarsi attorno, come se la realtà fosse altro da sé o non esistesse se non nella sorpresa di trovarsela intorno. Eppure si muovono, in modo impercettibile, come un’idea che nasce; forse è il movimento intrinseco a se stessi, alla vita. O forse è il movimento indotto dalla cultura e dall’arte, che si fa sempre più chiaro vivo e possente. Oppure ancora rispondono ad un comando di non si sa chi, e svolgono le loro azioni come automi. Prendono possesso del loro corpo, del palcoscenico, della loro vita. La danza li unisce e parlano lo stesso linguaggio, non si sa da dove scaturito e da dove proviene, o forse loro lo sanno e anche noi che li guardiamo crescere, perché (forse) siamo ancora capaci di insegnare e trasmettere i fondamenti dai quali partire per trovare la propria strada. Che è la nostra, quella di tutti. E allora si comincia a camminare, tutti insieme, e si va ad occupare lo spazio che è di tutti e che tutti devono avere, in un turbine che diventa frenetico, ma sempre ordinato, con regole che permettono a tutti di stare insieme senza confini, senza differenze. Molto bella la prima parte dello spettacolo che dimostra l’alto livello performativo raggiunto dai danzatori, con movenze apparentemente semplici eppure di alta scuola. Lasciando poi lo spazio al viaggio vero e proprio, con tanto di zainetto sulle spalle. Molto bello che non ci sia altro che quello (il viaggio) e i danzatori con le solite scarpe di tutti i giorni, i vestiti comuni, i capelli lungi e sciolti o corti o raccolti. Gli occhi persi nella novità del vivere e del voler scoprire. La danza che unisce e che diventa motivo di conoscenza di sé così profonda da diventare difficile da esternare, una strada da trovare, una meta verso cui andare e verso cui si va, indipendentemente dal fatto che a volte si venga frustrati nelle proprie aspettative e che si collassi, o si perisca, nel viaggio, nella ricerca. Stramazzano a terra alcuni danzatori, forse morti, forse stanchi, forse arrivati, ma gli altri proseguono, continuano a perseverare e preservare la vita e i contenuti di un’umanità che spesso si perde nel particolare senza considerare la necessità del tutto. Un ottimo lavoro, molto ben fatto e ben riuscito, capace di sottolineare studio e lavoro della danza e del corpo, ma anche l’impegno che, grazie alla cultura, dev’essere di tutti a ricercare la profondità dell’essere. Il proprio e l’universale.

Il CTB, Teatro Stabile di Brescia, ha accolto la proposta di “Athens – Return trip. Andata e ritorni tra Italia e Grecia verso una nuova visione d’Europa” ed ha offerto al suo pubblico, nell’ambito della rassegna “Un salto nel mito” davvero un’interessante pausa di riflessione.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

Estate tra teatro e musica a Forte Gisella

Teatro e musica tornano tra le mura di Forte Gisella a Santa Lucia di Verona. All’interno del compendio di via Mantovana i riflettori sono accesi: sul palcoscenico la prosa dialettale ma anche il musical, il tango argentino così come il rock.

Nel mese di luglio la Perdido jazz band proporrà un omaggio a Luis Armstrong. Seguiranno ArteFatto Teatro con “Un cabaret…di risate”; Lamacchi- Bassi con il concerto Fossati incontra De Andrè; la compagnia Renato Simoni con “Sarto per signora”. E poi ancora le compagnie Zero.it, Trapano Boss, Giorgio Totola, quest’ultima con “Tonin Bellagrazia”, Silvia Braga e Bruno Marini trio con “The beat generation”, la compagnia Tiraca e Ogm con “E pensare che c’era Gaber”.

Chiuderà il mese di luglio e aprirà agosto, Gtv Niù con “Per un litro di grappa?!”, in replica per quattro sere. Dal 10 agosto spazio alla musica con rock prog di Tony Pagliuga, con il tributo ai Genesis e con quello agli ELP. Seguirà il 14 agosto il concerto celtico e dal 15 al 18 agosto il Festival di Tango Argentino. Dal 23 agosto tornerà il teatro con la compagnia Einaudi Galilei e con ArteFatto Teatro che porterà in scena “L’erba del vicino”.

Il mese di settembre si aprirà con il musical Jesus Christ Superstar e proseguirà con “Aires de Buenos Aires” di Uep, per chiudersi con la compagnia Tabula Rasa. Tutte le serate iniziano alle ore 21.

La rassegna estiva è organizzata da Aics-Associazione italiana cultura e sport, insieme all’associazione Art&Salus, con il patrocinio del Comune di Verona.

“Un’iniziativa dalla duplice valenza culturale – ha detto l’assessore al Decentramento Marco Padovani -. Grazie a questa rassegna, infatti, sarà possibile godere di serate all’insegna del buon teatro, del divertimento e della musica, passando delle ore spensierate in compagnia. Inoltre, il pubblico potrà approfittare dell’occasione per visitare uno dei forti più belli di Verona”.

 

Roberto Bolis

Teatro nei Cortili 2019

Il grande teatro amatoriale torna ad animare l’estate veronese. Con 207 spettacoli e 26 compagnie coinvolte, è ripartita nel cortile dell’Arsenale, nel chiostro di S. Maria in Organo e in quello di Santa Eufemia, la ricca rassegna dei ‘Teatro nei cortili’, che si concluderà il 7 settembre.

Il cartellone, come sempre molto eterogeneo, comprende opere di autore italiano e straniero, con scritture originali e adattamenti da testi famosi. Durante la rassegna, al di là di alcune scelte teatrali particolarmente impegnative, si intervalleranno sul palco commedie ironiche su temi attuali che vanno dal sociale alla dimensione esistenziale.

“Una proposta culturale apprezzata e riconosciuta a livello nazionale – sottolinea l’assessore alla Cultura Francesca Briani –, da sempre sostenuta dall’impegno e dall’entusiasmo delle compagnie amatoriali cittadine. Un coinvolgimento che, da quest’anno, ha riguardato anche la parte organizzativa della rassegna, con l’individuazione di tre compagnie capofila, Estravagario, Armathan e ArteFatto Teatro, che si sono affiancate al Comune nella preparazione della manifestazione. Un bel gioco di squadra, che ha portato alla realizzazione di una nuova straordinaria rassegna di teatro estivo”.

 

Roberto Bolis

 

“Titans” al Sociale di Brescia per “Un salto nel mito!”

foto di scena di TITANS (foto di Julian Mommert) 

La Stagione estiva del Centro Teatrale Bresciano si è aperta con l’unica data italiana del lavoro del coreografo greco Euripides Laskaridis “Titans”, apertura del cartellone dedicata proprio al mito greco, rassegna dal titolo “Un salto nel mito!”, fino al 14 luglio in città. La collaborazione tra CTB e Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto, con Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, ha permesso questo incontro con un mago della trasfigurazione, del comico, del performativo. In apertura della performance, un intervento di Andrea Scartabellati.

In scena, poi, un’ora di attività performativa non proprio apprezzata da tutti (alcuni spettatori hanno lasciato il teatro), perché a volte le persone preferiscono dire che l’opera non si fa capire, piuttosto che dire di avere capito tutto mentendo. In realtà, ho trovato “Titans” interessante per lo spaccato sulla persona nel suo essere normale, sulla follia che accomuna gente normale e gente davvero folle, in un vivere quotidiano spesso alienante, soprattutto nella società sola, o nelle sole persone, che hanno abdicato alla propria formazione personale fatta di studio, di mito, di Epica, di Letteratura, di Filosofia, e di cercare di capire almeno il proprio presente, se non il presente universale.

Euripides Laskaridis e Dimitris Matsoukas sono stati in grado di diventare ombre e di esserlo, di diventare protagonisti e di esserlo, pur in una trama onirica in bilico costante tra detto e nascosto, normale e folle, danza ed esperienza quotidiana, vero e falso, dove il gioco di luci e ombre lasciava le ombre padrone del tutto. A cercarsi trovandosi e non trovandosi, perdendosi dentro se stessi, anche soltanto cercando di guardarsi in uno specchio, vestendosi e mettendosi il rossetto. Varie le movenze circensi, ad unire un’arte insita nelle persone, e quindi nel pubblico, che ha riso dell’uomo vestito da donna, degli stereotipi legati alla creazione (dell’opera, dell’opera d’arte, del figlio), mentre si spera di potersi meritare di dondolare su un’altalena che si nega, che vive, che è lì, ma potrebbe anche non esserlo. Luci che si spengono e accendono come si spengono e accendono le illuminazioni (le idee, le filosofie, i buoni propositi) e che accecano, perché i due performer rivolgono fari contro la platea cercando di confonderla, di nascondervisi dietro, mentre il pubblico attento non si è perso nulla. Neanche dietro gli sbuffi di vapore del ferro da stiro, mentre piante rigogliose prolificano soltanto per un goccio d’acqua. Difficile lavoro, capace di annoiare, nauseare, spazientire, affascinare: come la vita di tutti i giorni e come la follia degli emarginati, che siamo tutti noi, sempre, quando rinunciamo a capire e a sapere chi siamo.

Un’opera che ha una fine e che non ne ha nessuna, perché le ombre sono rimaste lì, in teatro, ad impossessarsi del pensiero e del tempo; a tratti, infatti, sono apparse di sembianze anticamente greche (a sottolineare il ruolo della Storia da approfondire e comprendere perché sia davvero “Maestra di vita”), a volte così normali che, forse, a recitare/danzare siamo soltanto stati noi.

 

Alessia Biasiolo

(fotografia da V.V.)