Per la prima volta in Italia “An American in Paris”

Marta Melchiorre e Giuseppe Verzicco, foto di Giuliana Marangoni

Musical Play in due atti, edizione originale con dialoghi in italiano, prodotto originariamente a Broadway da Stuart Oken, Van Kaplan, Roy Furman

attraverso uno speciale accordo con Elephant Eye Theatrical & Pittsburgh CLO e il Théâtre du Châtelet. Orchestra (direttore Daniel Smith) e Coro del Teatro Carlo Felice di Genova.

Per la prima volta in assoluto dopo gli Stati Uniti e Londra, “An American in Paris”, il musical di George e Ira Gershwin, che ha debuttato originariamente al Teatro du Châtelet di Parigi nel 2014, e vincitore di ben 4 Tony Award (gli Oscar del Teatro), debutta con un nuovo grande allestimento diretto da Federico Bellone. Ancora è l’Italia a detenere questo primato (come per il musical “Newsies” della Disney), insieme a quello di presentare lo spettacolo con orchestra sinfonica. La pièce è basata sull’omonimo film del 1951 prodotto dalla Metro-Goldwyn-Mayer, a sua volta basato sull’omonima composizione di Gershwin del 1928, vincitore di 8 premi Oscar e con Gene Kelly come protagonista e coreografo, Vincent Minnelli come regista, e Alan Jay Lerner (il librettista di “My Fair Lady”) come sceneggiatore.

La trama racconta di Jerry Mulligan, un soldato americano, che alla fine della seconda guerra mondiale decide di restare a Parigi per dedicarsi alla sua grande passione: la pittura. Presto si imbatterà in Lise Dassin, una bellissima e promettente ballerina francese, che sembra sfuggire alle attenzioni del giovane. La situazione si complicherà maggiormente con la presenza dei nuovi amici di Jerry: Adam, un pianista scapestrato, e Henri, un cantante di rivista amatore, oltre alla testarda filantropa Milo, che commissionerà al Teatro du Châtelet un nuovo balletto con Lise come protagonista, su composizione originale di Adam, e con una scenografia d’avanguardia di Jerry.

La squadra di creativi tutta italiana, e l’unica non anglosassone a essere stata accolta nel West End di Londra con un musical americano (una nuova rivisitazione del classico del cinema “Dirty Dancing”), è reduce dal grande successo dello spettacolo Disney “Mary Poppins”, e, con Fabrizio Angelini come coreografo, dall’acclamato allestimento di “West Side Story” al Teatro Carlo Felice di Genova. Il team, in tutti gli aspetti di questa nuova messa in scena, intende celebrare la volontà di essere se stessi e inseguire i propri sogni, l’obiettivo e il conflitto comune a tutti i personaggi, come parallelo con la dichiarazione di libertà alla fine della seconda guerra mondiale. Nel cast Giuseppe Verzicco e Marta Melchiorre, oltre a Simone Leonardi, Tiziano Edini, Alice Mistroni, Donatella Pandimiglio, Mimmo Chianese, Marco D’Alberti, Annamaria Schiattarella, punte di diamante degli interpreti italiani in grado di recitare, ballare e cantare, che daranno vita a questo emblema del teatro musicale presentato con dialoghi in italiano e canzoni in lingua originale con sopra-titoli, tra cui le celeberrime “I Got Rhythm”, “The Man I Love”, “Liza”, “S Wonderful”, “Shall We Dance?”, “But Not For Me”, “I’ll Build a Stairway to Paradise”, “They Can’t Take That Away from Me”, oltre allo strumentale “Concerto in Fa” e ovviamente al poema sinfonico del titolo. Direttore d’Orchestra sarà Daniel Smith, Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice. Lo spettacolo in lingua originale, con dialoghi in italiano, sarà in scena dal 12 al 21 ottobre.

Marina Chiappa

 

 

 

 

 

“Uomini… siate uomini”. Paolo VI

don Claudio Zanardini saluta prima dell’inizio dello spettacolo accanto al Direttore del CTB e al sindaco di Brescia

Omaggio del Centro Teatrale Bresciano e della città di Brescia al papa che domenica verrà proclamato santo da papa Francesco, Paolo VI.

Un omaggio dovuto ad un uomo schivo, sottile, profondamente spirituale e parco nelle parole e nei gesti, ma che pure è diventato un gigante nel viaggiare per il mondo, nell’incontrare persone portando avanti la strada indicata da Giovanni XXIII. È andato dove il Papa non si era mai visto, in Paesi lontani, ma anche alle mostre, nelle fabbriche, in miniera. Per incontrare il suo gregge, per conoscere e condividere, incontrando gli ultimi come i primi con lo stesso sorriso, i grandi occhiali aperti sulle pagine che hanno segnato la storia. Come i giorni del rapimento Moro, come i ricordi dell’amico d’infanzia torturato e ucciso dai nazifascisti. Papa Montini, Paolo VI, oggi lo conoscono tutti e tutti parlano facilmente di lui. Perché la santità non si discute, mentre le parole infastidivano, politicamente, spiritualmente, tra le mura vaticane e tra le vie di Roma. E non solo. Un uomo scomodo, forse fastidioso, difficile da amare e da apprezzare in vita. Oggi, invece, tutti riconoscono in lui la brescianità, l’importanza, la santità. In fondo per condividerla, quasi a dire che non sono stati meriti suoi, i suoi meriti, ma di una terra bresciana fatta di tanta gente, anche di chi non lo ha riconosciuto per la persona che era. Insomma, un omaggio che si percepisce più dovuto che sentito, più auto celebrativo che moto dell’anima.

La città di Brescia, con il suo stabile, ha proposto un incontro aperto a tutti, così si sono visti anche coloro che, dovendo rappresentare la città e la cultura cittadina, a teatro si vedono molto poco, qualcuno per niente. Il testo “Uomini… siate uomini” di e letto da Luciano Bertoli, si è dimostrato poco convincente, con una lettura poco appassionata, quasi fosse opera di altri. Acerba la compagine dell’Orchestra Giovanile del Garda, esecutrice e poco interprete delle musiche protagoniste e sottofondo. Proiettati sul fondo stralci di filmati Luce e Rai con Montini sorridente, salutante, colto. Difficile assomigliargli, anche per l’umiltà che era vera, non nascosta dietro la brescianità ostica che si tira fuori troppo spesso quando fa comodo.

 

Alessia Biasiolo

Al via il Festival Verdi

La nuova edizione del Festival coinvolge161tra cantanti, musicisti, assistenti, attori, mimi, ballerini, maestri collaboratori e 37 bambini, insieme ai 190 dipendenti del Teatro Regio (76 dei quali under35), tra elettricisti, fonici, attrezzisti, falegnami, macchinisti, scenografi realizzatori, sarti, truccatori, parrucchieri, personale amministrativo, di sala e di portineria, provenienti da19 Paesi (Italia, Spagna, Austria, Francia, Regno Unito, Macedonia, Bulgaria, Romania, Moldavia, Lituania, Georgia, Russia, Iran, Kazakistan, Cina, Egitto, Uganda, Messico, Corea).

In occasione del Festival Verdi, il Teatro ospita 30 giovani tirocinanti provenienti dall’Università di Parma, dall’Accademia di Brera, dall’Accademia del Teatro alla Scala, dalla Verona Opera Accademy ed al Progetto alternanza scuola lavoro di Parma; un’occasione di formazione preziosa per i giovani che si affacciano al mondo del lavoro e un’opportunità anche per il Teatro che su questi giovani ha deciso di investire:18 dei dipendenti della Fondazione Teatro Regio di Parma sono infatti stati assunti, negli ultimi anni, dopo un analogo periodo di tirocinio. Per la prima volta, inoltre, il Teatro ospita tirocinanti appartenenti a categorie protette, alcuni dei quali provenienti dagli Istituti Penitenziari di Parma in attuazione del protocollo d’intesa siglato nel 2016.

Oltre 300 lavoratori animano dunque gli spazi del Teatro Giuseppe Verdi di Busseto, del Teatro Farnese e del Teatro Regio, ove, oltre al palcoscenico, sono impegnate simultaneamente per le prove anche le sale del Ridotto, la Sala Gandolfi, la Sala di Scenografia e lesaledel Centro di Produzione Musicale dell’Auditorium Paganini.

Nel mese di agosto il sito del Teatro Regio è stato visitato da 97 Paesi diversi, con ben 7 pagine visitate per ogni utente e una frequenza di rimbalzo al di sotto dello 0,1%.

Sui profili social del Teatro Regio, la campagna dedicata al pubblico internazionale ha raggiunto un target selezionato di appassionati d’opera nel mondo con attitudine al viaggio di circa 15.000 persone, delle quali oltre 2.000 hanno poi cercato informazioni su biglietti e sulla programmazione sul sito del Teatro Regio. Attualmente, degli oltre 42.000 utenti che seguono la pagina Facebook del Teatro Regio, sono ben 35.000 quelli extraterritoriali.

Il 23 settembre scorso le prove aperte di Macbeth hanno il via al fitto calendario di appuntamenti festivalieri che si concluderà il 21 ottobre 2018. 4 opere, 3 nuovi allestimenti in 3 teatri diversi, 6 commissioni in prima assoluta, 25 eventi per 70 appuntamenti in 25 giorni.

Molte e da non perdere sono le novità del programma di Verdi Off, la rassegna di appuntamenti collaterali al Festival Verdi, realizzata dal Teatro Regio di Parma in collaborazione con il Comune di Parma e con l’Associazione “Parma, io ci sto!”, che giunge quest’anno alla sua terza edizione. Oltre 130 appuntamenti a ingresso libero, per più di 50 eventi in 40 luoghi diversi in Città e in provincia, che coinvolgeranno più di 980 tra artisti e tecnici.

 

Paolo Maier

 

“Uomini… siate uomini” omaggio di Brescia a Papa Montini

Mercoledì 3 ottobre alle ore 20.30, al Teatro Sociale di Brescia (via F. Cavallotti, 20) in occasione della santificazione di Papa Paolo VI, il Comune di Brescia in collaborazione con il CTB Centro Teatrale Bresciano presenta “UOMINI… SIATE UOMINI”. Paolo VI mai arreso cercatore del dialogo, un omaggio della Città a Papa Montini. L’ingresso è libero, previa assegnazione del posto.

All’avanguardia nelle questioni sociali, Paolo VI fu capace di scelte coraggiose e controcorrente; aperto alla cultura e al mondo moderno, si ritrovò stretto in una morsa, criticato dai tradizionalisti ma anche dai progressisti. Cercò la riconciliazione con l’universo dell’arte e gli artisti, ricordando loro di essere custodi della bellezza nel mondo, poiché chiamati a rendere visibile ciò che è trascendente, inesprimibile, “ineffabile”. Accorati i suoi appelli per la pace nel mondo, come quello memorabile lanciato a Fatima: “Uomini, procurate d’essere degni del dono divino della pace. Uomini, siate uomini! Uomini, siate buoni, siate saggi, siate aperti alle considerazioni del bene totale del mondo”.

“UOMINI… SIATE UOMINI”. Paolo VI mai arreso cercatore del dialogo è di e con Luciano Bertoli, con la musica curata dall’Orchestra Giovanile del Garda diretta dal M° Alberto Cavoli.

V.V.

Fino a settembre il “Teatro nei cortili” a Verona

Prosegue fino al 17 settembre la rassegna “Teatro nei Cortili 2018”, promossa dal Comune di Verona, negli spazi del Cortile dell’Arsenale, Chiostro di Santa Eufemia e Chiostro di Santa Maria in Organo.

Il cartellone, come sempre molto eterogeneo, comprende opere di autore italiano e straniero, con adattamenti e libere riduzioni da romanzi. Non mancano gli spettacoli musicali e quelli a sfondo storico, nonostante la crescente attenzione delle compagnie verso il genere contemporaneo e le commedie ironiche, su temi attuali che vanno dal sociale alla dimensione esistenziale.

“L’anno scorso, con oltre 28 mila presenze, la rassegna ha registrato un incremento di pubblico del 9,6 per cento, a conferma del gradimento da parte dei cittadini di una proposta culturale riconosciuta a livello nazionale – ha detto l’assessore alla Cultura Francesca Briani -. Credo che il valore dell’amatorialità vada oltre l’aspetto artistico, per un teatro che diventa strumento sociale di aggregazione e apprendimento. Ringrazio tutte le compagnie per il loro impegno e la loro passione, il vero motore di questa rassegna”.

 

Roberto Bolis

 

Il successo di “Un salto nel nullo!” a Brescia

Scommessa vinta per il CTB Centro Teatrale Bresciano che quest’anno ha scelto di dedicare l’appuntamento estivo a un progetto di grande rilievo non solo artistico, ma anche sociale. Un salto nel Nullo! il festival estivo 2018 del CTB si è concluso nel segno dell’entusiasmo, da parte del pubblico e degli artisti coinvolti, oltreché dal direttivo dello Stabile cittadino.

L’arena allestita dal CTB nella traversa di via Milano via Francesco Nullo, a Brescia, ha ospitato dal 26 giugno all’8 luglio sei appuntamenti di musica e prosa: un significativo contributo culturale, nell’ambito del progetto voluto dal Comune di Brescia Oltre la strada, alla valorizzazione e riqualificazione di una zona difficile.

Un salto nel nullo! ha registrato un totale di 1449 presenze, con il tutto esaurito per Moni Ovadia, Elisabetta Pozzi e Laura Curino.

V. V.

 

 

 

 

 

 

 

 

         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Dio ride Nish koshe”. Il nuovo lavoro di Moni Ovadia debutta a Brescia

 Sarà in scena ancora stasera e domani, alle ore 21.30, il bello spettacolo di Moni Ovadia che ha brillantemente debuttato ieri sera nell’ambito del Festival “Un salto nel nullo!”, a Brescia. Prodotto dal CTB in collaborazione con Corvino Produzioni, lo spettacolo ha trovato in via Francesco Nullo l’ambiente ideale: una serata fresca, un clima all’aperto attento e raccolto, per un interessante narrazione che colpisce, incuriosisce, affascina, trascina per la capacità di Ovadia di far ridere, come dovrebbe ridere Dio un po’ di più di questi tempi, secondo l’Autore. Ancora una volta la scelta del racconto delle tradizioni ebraiche aiutate dalla musica, impossibile da scindere dalla personalità stessa di un ebreo compiuto, interiore, credente o meno, ma profondamente aiutato nella crescita della sua personalità dalla tradizione ricca di spunti, aneddoti e, soprattutto, capacità di far crescere dentro di sé la libertà. Ecco, Ovadia cerca l’essere tra i libri e nella vita, passata e presente, e ha la libertà del pensiero, dello studio, della ricerca, della scelta dei testi dai libri, sacri e antichi o nuovi, sapendo di appartenere ad un’entità umana che si distingue nel momento in cui sa e pensa, pensa di sapere (meglio ancora se pensa di non sapere abbastanza) e pensa di dover capire, andare oltre, catturare la libertà dell’essere nel Caos che è da superare, come già dissero insigni filosofi.

foto di Umberto Favretto

Venticinque anni dopo “Oylem Goylem”, Ovadia si rivolge ad una nuova generazione per comunicarle come si può trovare un equilibrio nella ricerca anche religiosa. Un equilibrio lontano da come molti hanno fatto diventare Dio in questi tempi e un equilibrio che non attanagli di parole, non attanagli di dubbi coercitivi per l’anima, non costringa tra muri di cemento armato che obbligano la mente a fermarsi sul nulla, ma renda liberi anche di non credere, anche di non sapere l’ebraico ma di parlare in yiddish, di contestare il dondolio di un vecchio ebreo ortodosso e lo strepito delle pallottole che vorrebbero, dovrebbero salvare la Terra Promessa dalla distruzione. Ovadia parla della terra e alla terra: la terra di chi? Perché? Se proprio dalla diaspora gli ebrei hanno avuto più fertile modo di crescere. La terra di Abramo? Di Mosé? Ma se proprio l’andare lontano, l’andare nel deserto (quasi assenza di terra-vita) ha significato anche nelle sacre scritture, il senso del trovarsi e del maturare per fertilizzare il popolo di nuovo credo e nuova linfa. Allora perché difendere la “terra” costruendole sopra il mezzo per fermare ciò che dovrebbe essere libertà di vagare dello spirito? Bella la lezione di ripasso di un percorso che accomuna ebrei e cristiani, riscoprendo quelle tradizioni che ci rendono così simili da essere diversi e che pure portano il racconto ad essere divertente. “Nish koshe” significa in yiddish “così così”: Dio non ride più. Eppure con gli uomini si divertiva, partecipava alle filastrocche e ai raccontini che, come parabole, servivano a capire meglio e, soprattutto, a capire ridendo, la profondità e immensità dell’esistenza umana e, quindi, divina. Come barzellette, belle come le parabole che vivificano i testi sacri, le scenette che Moni Ovadia ci permette di vivere sono fresche ventate di sollievo in mezzo a cumuli di paroloni che intristiscono anche il Sommo.

Lo spettacolo usa come pretesto la voce narrante di Simkha Rabinovich, come già un quarto di secolo fa, con l’ausilio anche di un gruppo di musicanti dal vivo, la Moni Ovadia Stage Orchestra, che ha i musicisti partecipi del testo sia per movenze che per suonate. Ecco allora Maurizio Dehò al violino che spesso ricorda i suoni tipici della tradizione ebraica; Luca Garlaschelli al contrabbasso, Albert Florian Mihai alla fisarmonica, Paolo Rocca al clarinetto e al cymbalon Marian Serbanal. I musici (anche riferimento alle orchestrine della Shoa) e Simka, si presentano come dei vagabondi, a sottolineare di nuovo (se non fosse chiaro, si deve rileggere una vasta fonte di testi sacri in proposito) che proprio dal basso, spesso, arriva la verità: da coloro che non si lasciano fuorviare dal lusso, dal benpensante benessere, dalle lusinghe frivole della vita, mantenendo la propria ragione e il proprio barlume di raziocinio. Bello affermare che siamo tutti in attesa di un Messia: gli ebrei perché lo aspettano da sempre, i cristiani perché ne aspettano il ritorno alla fine dei tempi. Quindi, una vita da condurre insieme, mano nella mano, per la stessa strada. Le melodie permettono di capire più di tante parole, assieme alle storielle, e chi vuole ascoltare sono tanti.

Dopo un quarto di secolo di erranza, Simkha Rabinovich e i suoi compagni di strada, ritornano per continuare la narrazione di quel popolo sospeso fra cielo e terra in permanente attesa, per indagarne la vertiginosa spiritualità con lo stile che ha permesso loro di farsi tramite di un racconto impossibile eppure necessario, rapsodico e trasfigurato, fatto di storie e canti, di storielle e musiche, di piccole letture e riflessioni alla ricerca di un divino ineffabile presente e assente, vivo e forse inesistente, padre e madre, redentore che chiede di essere redento nel cammino di donne, uomini e creature viventi verso un mondo di giustizia e di pace”, afferma Ovadia.

Ed è così che gli spettatori lo hanno capito. Uno spettacolo bello, leggero e leggiadro, convincente, brioso e profondo, intelligentemente divertente come raramente accade. Una produzione azzeccata e che di certo avrà molto successo. Da non perdere.

  

Alessia Biasiolo