“Adriana Lecouvreur” al Teatro Carlo Felice, un’occasione per ricordare il rapporto tra Cilea e la Liguria

 Villa Cilea, esterno

 Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea, in scena al Teatro Carlo Felice dal 12 al 16 febbraio, manca a Genova da oltre trent’anni. La sua ultima apparizione in città fu al Teatro Margherita, nel 1989, con Daniel Oren sul podio e Raina Kabaivanska e Giorgio Merighi come protagonisti. Il suo ritorno a Genova (diretta da Valerio Galli, regia, scene e costumi di Ivan Stefanutti) è dunque innanzi tutto un’operazione culturale grazie alla quale il pubblico del Teatro Carlo Felice può nuovamente apprezzare dal vivo un’opera importante nel teatro musicale italiano di inizio ’900 (Adriana debuttò nel 1902, con grande successo, al Teatro Lirico di Milano). Un’importanza figlia della sua originalità.

Adriana non è la tipica opera verista dell’Italia dei primi del secolo XX: l’ambientazione non è paesana e la protagonista non è una donna del popolo, ma un’attrice teatrale realmente esistita nella Parigi del ’700; il verismo dell’opera, se c’è, è un verismo gentile, garbato, che guarda più alle raffinatezze della musica francese che alle partiture sanguigne di Mascagni e Leoncavallo. Nell’eleganza ornamentale di Adriana c’è l’Italia che si innamora dell’architettura Liberty, così come nella sua malinconia di fondo ci sono già le avvisaglie dell’imminente stagione crepuscolare.

Un salone di Villa Cilea

Ma questa Adriana genovese è anche altro: è il ritorno in cartellone di un nome, quello di Francesco Cilea, legato alla Liguria. Alla sua cultura, ma anche al suo immaginario popolare. A Varazze, per dire che si va a fare una passeggiata fino al mare, si usa l’espressione “vado a trovare Cilea”, ovvero il busto del compositore che si trova sul lungomare. E i varazzini dicono anche che toccare il naso del busto porti fortuna… Questo perché Cilea, nato a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, nel 1866, visse per quarant’anni, fino alla morte avvenuta nel 1950, a Varazze (di cui fu nominato cittadino onorario), nella villa che oggi porta il suo nome: “Villa Cilea”. Uno splendido edificio ottocentesco, in stile floreale, situato in via Marconi, nel levante cittadino, decorato dagli affreschi del pittore lucchese Luigi De’ Servi (molto attivo, in quegli anni, a Genova e in Liguria), che ancora conserva le partiture del maestro e il suo pianoforte a coda, su cui Cilea compose moltissimi lavori, tra cui un poema sinfonico dedicato a Giuseppe Verdi, ispirato a versi di Sem Benelli, eseguito in prima assoluta proprio al Teatro Carlo Felice nel 1913.

Alla morte del compositore, la villa fu donata dalla vedova di Cilea, Rosa Lavarello, alla SIAE, che ne è ancora la proprietaria e che ne cura la manutenzione. In ricordo e in onore dei rapporti tra Cilea e la Liguria, alla prima di Adriana Lecouvreur saranno presenti il sindaco di Varazze, l’avvocato Alessandro Bozzano, e, in  rappresentanza della SIAE, il Maestro Oscar Prudente, compositore e produttore discografico.

 

Massimo Pastorelli (anche per le fotografie)

Bellissimi “124 secondi” al Teatro Mina Mezzadri di Brescia

È andato in scena nei giorni scorsi al Teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri di Brescia, il bel lavoro teatrale prodotto dal CTB e dal Teatro Telaio dal titolo “124 secondi”, con Alessandro Mor e Alessandro Quattro, scritto e diretto da Angelo Facchetti, scene e costumi di Giuseppe Luzzi, disegno luci di Stefano Mazzanti, Silvia Mazzini consulente filosofica.

Un lavoro ben fatto e molto ben interpretato, portando a conoscere al più vasto pubblico una storia quasi dimenticata, una commistione di storia, politica, razzismo e antirazzismo, con un finale capace di toccare le corde più profonde di ciascuno: quel che resta è l’uomo e la sua umanità, al di là di barriere, finte barriere, mode, politiche, strilloni e pubblicità.

 

 

 

 

 

La storia è quella di due pugili prigionieri di convenzioni sociali: l’uno tedesco e bianco in una Germania diventata nazista; l’altro americano e nero, negli Stati Uniti della discriminazione e segregazione razziale. Mor e Quattro sono narratori, attori, giornalisti e storici. Sono due uomini che si scontrano rappresentando idee diverse. Sono due uomini che si interrogano sul presente e sul senso di tutto quanto sta accadendo intorno a loro, nel 1936 e nel 1938. Nel 1936 Max Schmelling è il più grande e famoso pugile tedesco, bianco e sufficientemente biondo, ma inviso ad Hitler e alla politica nazista perché diventato famoso durante la Repubblica di Weimar di cui tutto dev’essere cancellato. Il pugile va negli Stati Uniti e, grazie al suo manager, ebreo, rimedia l’incontro con il pugile americano che faceva sognare tutti, Joe Luis. Joe Luis è il primo pugile nero campione del mondo dei Pesi Massimi, l’unico che può picchiare un bianco e riceverne degli applausi. Lo scontro ideologico che si vede in scena è quello, ben detto, di un’America paladina di libertà e democrazia in cui una larga fetta della popolazione non è libera di esistere, in cui Joe Luis fa comodo perché fa fare un sacco di soldi venendo usato dalla macchina organizzativa della boxe. E quell’America si scontra con l’ideologia nazista, già invisa, per cui un bianco, ariano, deve dimostrare la sua superiorità su un nero. Infatti, nel 1936 i due si battono e Schmelling vince, mettendo Joe Luis a tappeto. L’incontro porta Max ad essere osannato dal partito al governo nel suo Paese, che lo rende il simbolo della Germania che tutto può, che tutto schiaccia grazie alla sua superiorità razziale. Pazienza se gli organizzatori sono stati ebrei, dato che la boxe è praticamente in mano loro negli U.S.A. L’incontro, però, di certo sottovalutato da Joe Luis che pensava di sconfiggere il più vecchio rivale facilmente e senza allenamenti idonei, non è valido per il titolo per il quale Joe Luis è stato imbattuto, così si arriva al fatidico 22 giugno 1938, davanti a settantamila persone. Quindici round di tre minuti ciascuno. Joe Luis batte l’amico Max Schmelling all’ottavo round per KO tecnico. Mor e Quattro diventano allora due giornalisti, uno per Paese, che raccontano l’evento in due modi diversi, dimostrando come la manipolazione politica, la politica del consenso, la capacità di far credere ciò che si vuole quando si vuole, stritolano le persone, rendendole cenere o eroi, a seconda dell’opportunità. Gli Stati Uniti battono, in quel momento, la Germania hitleriana in cui la capo della propaganda Goebbels aveva investito su Schmelling, divenuto simbolo della razza ariana.

 

L’unica verità vera è la dimostrazione che i due pugili erano entrambi dei grandi campioni, dei grandi sportivi. Joe Luis aiuterà Max Schmelling a rifarsi una vita negli Stati Uniti, divenendo un uomo di successo. Lui, abbandonato da tutti, morirà giovane senza i soldi per pagarsi il funerale. Unico amico Max: l’amicizia tra i due assurge a simbolo della potenza del bene, del rispetto che supera le barriere, della forza morale che distrugge l’onnipotenza di ogni ideologia. Perché alla fine restano le persone. Eccezionalmente bravi i due attori, con ottimi accorgimenti tecnici che rendono la scena entusiasmante, pur nella sua semplicità. Efficaci le trovate sceniche rese, però, dall’altissima capacità recitativa dei due che vengono applauditi dal pubblico con molte uscite.

Uno spettacolo che merita di essere visto; un’ora che rapisce, proprio come un vero incontro di boxe.

 

Alessia Biasiolo

Foto di scena di Mario Barnabi, fornite dal CTB

 

 

Divismo e passioni drammatiche in Adriana Lecouvreur, al Teatro Carlo Felice

Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea non è mai stata messa in scena al Teatro Carlo Felice: la sua ultima rappresentazione genovese fu al Teatro Margherita nel 1989, oltre trent’anni fa. Grande attesa e curiosità, dunque, per il ritorno a Genova di questo titolo, in cartellone al Teatro Carlo Felice dal 12 al 16 febbraio.

La protagonista dell’opera è ispirata a una figura realmente esistita: l’attrice Adrienne Lecouvreur, regina delle scene teatrali parigine degli inizi del ’700, ammirata e amata sia dal pubblico che dagli artisti e intellettuali dell’epoca, tra cui Voltaire, morta in circostanza misteriose. Si racconta, infatti, che fosse stata assassinata dalla Principessa di Bouillon, sua rivale in amore, attraverso un mazzolino di viole avvelenate. Il fascino e il mistero della vicenda colpirono Eugène Scribe, che ne trasse un dramma, diventato un cavallo di battaglia di Sarah Bernhardt, da cui Arturo Colautti ricavò il libretto per l’opera di Cilea.

Prediletta dai più grandi soprani del ’900, Adriana Lecouvreur è senza dubbio il capolavoro del compositore calabrese, il titolo in cui riuscì a esprimere in modo più completo il suo stile, originale nel teatro musicale italiano di quegli anni. Mentre la maggior parte degli altri operisti inseguiva i successi della linea verista, Cilea preferì rivolgersi alle raffinatezze dell’opera francese, da cui prese il gusto per la melodia sempre in primo piano (come nella pagina più celebre dell’opera, “Io son l’umile ancella”), accompagnata da armonie ricercate e da colori orchestrali ricchi di sfumature. Andata in scena per la prima volta nel 1902 al Teatro Lirico di Milano, Adriana Lecouvreur ottenne fin da subito un grande successo di pubblico, anche grazie all’effetto coinvolgente dato dall’alternanza tra momenti intimi, slanci passionali e parentesi comiche (il dietro le quinte della Comédie-Française è descritto con garbata ironia).

Il Teatro Carlo Felice di Genova propone Adriana Lecouvreur nell’allestimento dell’Associazione Lirica Concertistica Italiana (As.Li.Co.) con la regia, le scene e i costumi di Ivan Stefanutti (assistente alla regia Filippo Tadolini). Una rilettura della vicenda originale che sposta l’ambientazione ai primi del ’900, negli anni iniziali della storia del cinema, con i primi conseguenti fenomeni di divismo femminile. Adriana, nell’idea di Stefanutti, diventa così una sorta di Lyda Borelli, una delle prime grandi dive del cinema muto. «Una definizione della Borelli – spiega il regista – mi ha fatto pensare che una strada interessante era quella di ambientare l’opera nell’epoca in cui il teatro e il neonato cinema respiravano la stessa aria e le stesse emozioni. Un mondo ancora in bianco e nero fatto di forti contrasti. Anche il libretto mi suggeriva l’atmosfera di quegli anni venata di decadentismo che consentiva di vivere con estrema emotività tutte le vicende di amore e gelosia.»

Sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro Carlo Felice (preparato da Francesco Aliberti), Valerio Galli, direttore particolarmente attento al repertorio operistico italiano degli inizi del secolo scorso, come ha dimostrato nella Stagione 2019/20 del Teatro Carlo Felice dirigendo il dittico Gianni Schicchi di Puccini e Rapsodia satanica di Mascagni.

Di grande prestigio il cast, in cui spiccano nomi importanti del panorama lirico internazionale: Barbara Frittoli, Amarilli Nizza e Valentina Boi (Adriana); Marcelo Álvarez, Fabio Armiliato e Gianluca Terranova (Maurizio di Sassonia); Judit Kutasi e Giuseppina Piunti (Principessa di Bouillon); Devid Cecconi e Alberto Mastromarino (Michonnet); Federico Benetti (Principe di Bouillon); Didier Pieri (Abate di Chazeuil). Completano il cast: Marta Calcaterra (Mademoiselle Jouvenot), Carlotta Vichi (Mademoiselle Dangeville), John Paul Huckle (Quinault), Blagoj Nacoski (Poisson), Claudio Isoardi (Un maggiordomo). Le luci, che nella regia di Stefanutti hanno un ruolo centrale, sono di Paolo Mazzon.

Nell’Atto III di Adriana Lecouvreur c’è una famosa scena danzata, che in questo allestimento ha le coreografie di Michele Cosentino ed è interpretata da Michele Albano, Ottavia Ancetti e Giancarla Malusardi.

Lunedì 10 Febbraio 2020 – ore 17.30, Spazio Eventi della Libreria Feltrinelli – via Ceccardi 16 r. Un pomeriggio all’Opera. Incontro con i protagonisti di Adriana Lecouvreur. Moderatore Massimo Pastorelli. Accesso libero e gratuito sino ad esaurimento posti disponibili

“Percorso di prova” per l’andata in scena dell’Adriana Lecouvreur con il Corso di Fotografia di Scena dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova a cura della professoressa Patrizia Lanna.

– Collaborazione con l’artista Monica Frisone che presenta i “Gioielli della lirica”, una linea dedicata al titolo in scena.

Azienda Preti presente alle recite con dolci sorprese agli spettatori.

– Riparte la sinergia con AMT a beneficio del pubblico che viene a Teatro e degli abbonati AMT.

– Collaborazione con Unite, con un corso dedicato all’avvicinamento alle opere del Teatro Carlo Felice, che prevede una card dedicata per la visione dei vari titoli.

– Visite guidate agli allestimenti dell’opera per le scuole.

 

Massimo Pastorelli

 

 

 

 

 

Il coraggio di dire no. La storia di Perlasca in scena a Brescia

Dopo la scolastica di stamattina, andrà in scena nuovamente stasera, alle ore 20.30, al Teatro Sociale di Brescia, lo spettacolo “Perlasca. Il coraggio di dire no”, di e con il sempre superlativo Alessandro Albertin, a cura di Michela Ottolini. Prenotato dal CTB nel 2018 perché fosse a Brescia proprio nella Giornata della Memoria 2020, Albertin non è nuovo in città, che l’ha ospitato ripetutamente sia al Teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri, che poi al Sociale, dato il vasto consenso di pubblico. Impossibile non restare rapiti dalla capacità recitativa dell’attore, reso ancor più partecipe della toccante storia che racconta perché l’ha dedicata al padre, quando si è trovato nel cimitero di Maserà di Padova, lo stesso che custodisce il riposo eterno di Giorgio Perlasca, Giusto delle Nazioni. La dedica porta l’attore, e quindi ogni spettatore, nel profondo della propria coscienza, perché, al di là di una storia molto ben narrata, non si può non essere colpiti dai molti interrogativi che ciascuno, nel silenzio della sala, pone a se stesso. E se fosse toccato a me? E se fossi stato al suo posto? Mi sarei lasciato cogliere dallo sconforto? Sarei partito per tornare in Italia? in quale Italia, poi, all’indomani dell’8 settembre 1943? Ciò che indubbiamente più colpisce del lavoro teatrale “Perlasca”, e di conseguenza della biografia del “vero” Perlasca, è che ogni parola, ogni immedesimazione di Albertin in un personaggio, sono seguiti da centinaia di persone, e di ragazzi nelle scolastiche, in un silenzio irreale. Non è un silenzio attento, né un silenzio rapito. È come se l’attore fosse davvero solo in scena, nel suo monologo che porta a vedere con gli occhi del cuore ciascuna scena che non c’è sul fondale, ma che egli ben rende, tra il nero di due cubi-sedia, il nero del suo vestire, il nero di una storia che solo il coraggio di un uomo ha illuminato, salvando la vita a migliaia di ebrei dal destino segnato.

Si legge nella presentazione dello spettacolo: “Budapest, 1944. Giorgio Perlasca, un commerciante di carni italiano, è ricercato dalle SS. La sua colpa è quella di non aver aderito alla Repubblica di Salò. Per i tedeschi è un traditore e la deve pagare. In una tasca della sua giacca c’è una lettera firmata dal generale spagnolo Francisco Franco che lo invita, in caso di bisogno, a presentarsi presso una qualunque ambasciata spagnola.

In pochi minuti diventa Jorge Perlasca e si mette al servizio dell’ambasciatore Sanz Briz per salvare dalla deportazione quanti più ebrei possibile.

Quando Sanz Briz, per questioni politiche, è costretto a lasciare Budapest, Perlasca assume indebitamente il ruolo di ambasciatore di Spagna. In soli 45 giorni, sfruttando straordinarie doti diplomatiche e un coraggio da eroe, evita la morte ad almeno 5.200 persone.

A guerra conclusa torna in Italia e conduce una vita normalissima, non sentendo mai la necessità di raccontare la sua storia, se non a pochi intimi. Vive nell’ombra fino al 1988, quando viene rintracciato da una coppia di ebrei ungheresi che gli devono la vita e solo allora, la sua storia torna alla luce.

Oggi il suo nome è scritto nel giardino di Gerusalemme come “Un giusto tra le nazioni”. Un esempio straordinario, il suo, raccontato in uno spettacolo che accompagna lo spettatore a riflettere sul fatto che sempre abbiamo una scelta, che sempre possiamo cambiare la nostra storia.

Alessandro Albertin porta in scena, pur se in forma di monologo, una decina di personaggi che, nel bene e nel male, hanno affiancato Perlasca nella sua straordinaria avventura nella Budapest dell’inverno 1944-45. Un’avventura che è necessario conoscere. In quanto italiani. In quanto uomini.

Per scrivere il testo della pièce, Albertin si è consultato con la Fondazione Giorgio Perlasca, fondata dal figlio dell’eroe padovano”.

In un’ora e mezza circa di dialogo con gli spettatori, Albertin permette a Perlasca di rivivere e di raccontarsi solo uomo: senza appartenenze, senza etichette, perché quando si arriva al dunque, a scegliere (consapevolmente o meno), a doversi porre a paladini della giustizia, della libertà, della vita sulla morte, non serve altro che quello. Jorge si è differenziato dai nazisti perché ha salvato vite umane e non le ha condannate a morte per uccisione sul posto o per deportazione nei campi di sterminio. E non perché avesse rinnegato la sua politica, ma perché credeva profondamente nell’essere umano. Davanti ai grandi principi esistenziali siamo tutti uguali: un insegnamento che Giorgio Perlasca ha pagato con la vita, perché nel dopoguerra fu inviso da tutti proprio per questo. Molto idoneo il parallelo calcistico, che mantiene attenti anche i meno interessati; molto adatto il contatto con il presente, con i Like, per dimostrare che chi si interessa della verità di questi temi non è un avanzo preistorico rimaterializzatosi in un misero giorno di gennaio.

Concordo con Albertin che lo spettacolo si può vedere sempre, in ogni giorno e mese dell’anno, perché la Memoria non si estingue con un liberarsi la coscienza per avere osservato il dettame scelto oltre dieci anni fa dal nostro Parlamento, il 27 gennaio. La costruzione del Sé, della coscienza personale, della capacità di avere valori, riconoscerli e saperli difendere è un processo quotidiano che chiama in causa tutti e non si esaurisce mai, finché c’è vita.

La soddisfazione più grande di condividere lo spettacolo con ragazzi e studenti è sentirsi chiedere quando replica, perché sentono il bisogno di condividerlo con amici e familiari. Ogni anno. Ogni volta.

Grazie Alessandro.

 

Alessia Biasiolo (foto di scena fornite dal CTB)

 

 

Il Teatro Nazionale di Genova e il Teatro Carlo Felice ancora insieme per l’abbonamento Quartetto

Il Teatro Nazionale di Genova e la Fondazione Teatro Carlo Felice rinnovano la loro collaborazione con l’abbonamento congiunto Quartetto che consente di assistere a 4 spettacoli, scegliendone due dai rispettivi cartelloni, al prezzo speciale di 90 euro. I giovani fino a 26 anni hanno le stesse possibilità al costo di 60 euro.

Quartetto permette di spaziare fra il teatro classico e quello contemporaneo, il teatro danza e il melodramma, la commedia e il teatro civile passando da Giuseppe Verdi a Bertolt Brecht, da Giacomo Puccini a Italo Calvino, da Gaetano Donizetti a Henrik Ibsen.

Ci sono oltre 20 spettacoli fra cui scegliere con grandi interpreti come Umberto Orsini, Fabio Armiliato, Desirée Rancatore, Gabriele Lavia, Laura Marinoni e grandi registi quali Davide Livermore, Giuliano Montaldo, Leo Nucci, Alessandro Gassmann, Giorgio Gallione.

L’ iniziativa giunta alla sua 6° edizione conferma una volta di più il dialogo e la volontà sinergica tra due importanti istituzioni culturali genovesi.

Ecco le proposte di ciascun teatro:

Teatro Nazionale di Genova per Quartetto

Barzellette

di e con Ascanio Celestini

4-6 febbraio Teatro della Corte

Riccardo III

di William Skakespeare | regia Massimo Mesciulam

con gli attori della Scuola di Recitazione del Teatro Nazionale di Genova

5-9 febbraio Teatro Duse

I fratelli Karamazov

di Fedor Dostoevskij | regia Matteo Tarasco

con Glauco Mauri, Roberto Sturno

11-16 febbraio Teatro della Corte

L’anima buona del Sezuan

di Bertolt Brecht

regia e interpretazione Elena Bucci, Marco Sgrosso

13 – 15 febbraio Teatro Gustavo Modena

The Deep Blue Sea

di Terence Rattigan | regia Luca Zingaretti

con Luisa Ranieri

19 – 23 febbraio Teatro della Corte

Il costruttore Solness

di Henrik Ibsen | regia Alessandro Serra

con Umberto Orsini

19 – 23 febbraio Teatro Gustavo Modena

Creatura di Sabbia

di Tahar Ben Jelloun | regia Daniela Ardini

con Raffaella Azim

26 febbraio – 1° marzo Teatro Duse

Il nodo

di Johnna Adams | regia Serena Sinigaglia

con Ambra Angiolini e Ludovica Modugno

26 febbraio – 1 marzo Teatro Gustavo Modena

I promessi sposi alla prova

di Giovanni Testori | regia Andrée Ruth Shammah

con Luca Lazzareschi, Laura Marinoni

27 febbraio – 1 marzo Teatro della Corte

La prova

testo e regia Bruno Fornasari

con Tommaso Amadio, Emanuela Arrigazzi, Orsetta Borghero, Eleonora Giovardi

12 – 15 marzo Teatro Duse

Fronte del porto

di Budd Schulberg | regia Alessandro Gassmann

con Daniele Russo

18-22 marzo Teatro della Corte

John Gabriel Borkman

di Henrik Ibsen | regia Marco Sciaccaluga

con Gabriele Lavia, Laura Marinoni, Federica Di Martino

31 marzo – 5 aprile Teatro della Corte

Roger

testo e regia Umberto Marino

con Emilio Solfrizzi

1 – 5 aprile Teatro Duse

Tintarella di luna

da Italo Calvino | regia Giorgio Gallione

con Enrico Campanati, Rosanna Naddeo, Aldo Ottobrino

2 – 24 aprile Teatro Gustavo Modena

Una notte sbagliata

di e con Marco Baliani

21 – 22 aprile Teatro Duse

Alda. Diario di una diversa

da Alda Merini | regia Giorgio Gallione

con Milvia Marigliano

15 – 17 maggio Teatro Duse

Teatro Carlo Felice per Quartetto

Adriana Lecouvreur
di Francesco Cilea
direttore d’Orchestra Valerio Galli
regia, scene e costumi Ivan Stefanutti

giovedì 13 febbraio ore 20, sabato 15 febbraio ore 15

Un ballo in maschera
di Giuseppe Verdi
direttore d’Orchestra Jordi Bernacer
regia Leo Nucci
martedì 17 marzo ore 20, venerdì 20 marzo ore 20

Anna Bolena
di Gaetano Donizetti
direttore d’orchestra Andriy Yurkevich
regia Alfonso Antoniozzi
giovedì 16 aprile ore 20, sabato 18 aprile ore 15
Turandot
di Giacomo Puccini
direttore d’orchestra Dorian Wilson
regia Giuliano Montaldo
domenica 3 maggio ore 20, sabato 9 maggio ore 15
Manon Lescaut
di Giacomo Puccini
direttore d’orchestra Andrea Battistoni
regia Davide Livermore
sabato 6 giugno ore 15, mercoledì 10 giugno ore 20

Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro Carlo Felice
Maestro del Coro, Francesco Aliberti

Maestro del Coro di Voci Bianche, Gino Tanasini

L’abbonamento Quartetto può essere acquistato alla biglietteria del Teatro Carlo Felice e presso le tre biglietterie del Teatro Nazionale di Genova (Teatro della Corte, Duse e Gustavo Modena).

Tutte le informazioni sui siti teatronazionalegenova.it e carlofelice.it

Massimo Pastorelli

 

 

 

 

Un Barbiere di Siviglia con il tocco inconfondibile di Lele Luzzati

Al Teatro Carlo Felice di Genova Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini. Un tesoro del patrimonio operistico nazionale, che tuttavia, alla prima assoluta al Teatro Argentina di Roma, il 20 febbraio 1816, cadde clamorosamente. Subito dopo il debutto disastroso, il compositore pesarese, allora appena ventiquattrenne, scrisse alla madre: «Le meraviglie della mia opera sono state disprezzate. Pensavo che il pubblico uscisse dal teatro felice e contento. Ma così non è stato». Già a partire dalla seconda recita, però, il Barbiere iniziò a trionfare, diventando, col tempo, il simbolo stesso del Rossini comico e, forse, dell’opera buffa italiana in generale, arrivando a conquistare persino artisti e filosofi dai gusti difficili come Beethoven, Stendhal e Hegel.

Al Barbiere hanno messo mano tutti, e spesso si è trattato di una mano “pesante”, che ha calcato gli aspetti comici del libretto di Cesare Sterbini tratto dall’omonima commedia di Beaumarchais. Alla tentazione della volgarità comica a tutti i costi non hanno ceduto Filippo Crivelli, Lele Luzzati e Santuzza Calì, rispettivamente regista, scenografo e costumista dell’allestimento del Teatro San Carlo di Napoli che, datato 1998, il Teatro Carlo Felice ripropone oggi non solo perché si tratta di uno spettacolo storico, di un Barbiere “all’italiana” ormai divenuto un classico, ma anche per rendere omaggio a un grande artista genovese, Lele Luzzati, scomparso nel 2007. «Noi presentiamo – dice Crivelli – un Rossini non grottesco, divertente ma non forsennatamente divertente, dove la commedia non è farsa, dove i recitativi sono trattati e interpretati come prosa, dove gli oggetti e i mobili creati da Luzzati possono provocare situazioni paradossali ma mai inutili». Un Rossini fantasioso e colorato, a metà tra la fiaba e il libro illustrato per ragazzi, davanti al quale vengono in mente le parole con cui Giorgio Strehler ha definito lo stile di Luzzati: «Di fronte alle sue scenografie si ha quasi sempre l’impressione di finire mani, piedi e pensieri dentro un sogno».

A dirigere l’Orchestra e il Coro del Teatro Carlo Felice, preparato da Francesco Aliberti, Alvise Casellati, che per il Barbiere ha una particolare predilezione, testimoniata dai numerosi incontri avuti in questi ultimi anni con la partitura rossiniana. Protagonista, un affiatato cast di specialisti rossiniani: Alessando Luongo, Daniele Terenzi e Sundet Baigozhin (Figaro), Annalisa Stroppa e Paola Gardina (Rosina), René Barbera e Francesco Marsiglia (Il Conte di Almaviva), Paolo Bordogna e Misha Kiria (Don Bartolo), Giorgio Giuseppini e Gabriele Sagona (Don Basilio), Simona Di Capua (Berta), Roberto Maietta (Fiorello/Un Ufficiale).

Le luci sono di Luciano Novelli, il Maestro ai recitativi è Sirio Restani. Un contributo fondamentale alla ripresa dell’allestimento originale danno Marco Castagnoli (Assistente alla regia) e Paola Tosti (Assistente ai costumi). Repliche oggi il 21 gennaio alle ore 15.

  

Massimo Pastorelli

La bohème di Puccini, colorata e giocosa, al Teatro Carlo Felice dal 13 dicembre

La bohème di Giacomo Puccini, una delle opere liriche più popolari al mondo, va in scena al Teatro Carlo Felice a partire da domani, venerdì 13 dicembre alle ore 20, con repliche fino al 29 dicembre.

Tenuta a battesimo il 1 febbraio 1896 al Teatro Regio di Torino, La bohème è il titolo che rivelò definitivamente la modernità musicale e teatrale di Puccini, allora trentottenne. L’opera è ambientata in una Parigi di metà Ottocento che, secondo Debussy, nessuno aveva mai saputo descrivere meglio in musica; la Parigi della folla di avventori del “Caffè Momus”, esempio straordinario di caos musicale organizzato, delle trombe da fiera, che anticipano di quasi vent’anni quelle di Petruška di Stravinskij, dell’atmosfera desolata della Barrière d’Enfer coperta dalla neve, resa con timbri rarefatti che nessuno aveva mai osato prima. Tra esplosioni vitali tanto travolgenti quanto effimere, parentesi liriche commoventi e strazianti (immancabili in Puccini) e invenzioni compositive senza precedenti, la partitura di Bohème è una di quelle che segnano un prima e un dopo nella storia del teatro d’opera. Con Puccini, i giovani bohémiens, gli aspiranti artisti sempre in bolletta immortalati da Henri Murger nel romanzo Scènes de la vie de bohème, irrompono nell’opera e la scompaginano, contaminando la musica e il racconto teatrale con il loro modo di vivere scapestrato e “alla giornata”.

Proprio questo aspetto giocoso di Bohème, spesso trascurato, è al centro della regia di Augusto Fornari, nell’applaudito allestimento che il Teatro Carlo Felice ha prodotto alcuni anni fa e che ora ripropone al suo pubblico con la collaborazione dell’assistente alla regia Lorenzo Giossi. «È con stupore – spiega Fornari – che m’è parso di ritrovare nei meccanismi drammatici del capolavoro pucciniano il “Gioco” come elemento propulsore della storia. Il “Gioco” quello serio, con la G maiuscola, quello dei bambini, quello che va fino in fondo, che irride la fame, il freddo, la povertà, la ricchezza, la borghesia, gli schemi sociali, quello che vorrebbe sgambettare la morte.» Illuminate da Luciano Novelli, le scene del pittore e artista genovese Francesco Musante (che firma anche i costumi), fiabesche, fumettistiche, a tratti da libro illustrato per bambini, esaltano a tal punto la visione registica di Fornari da diventarne un elemento imprescindibile.

A dirigere l’Orchestra, il Coro e il Coro di Voci Bianche del Teatro Carlo Felice, Andrea Battistoni, che, dopo il recente successo – sempre a Genova – del Trovatore si conferma come uno dei più significativi direttori d’orchestra italiani della nuova generazione. Battistoni, nelle ultime tre recite, lascerà il podio a un altro giovane direttore, Leonardo Sini, vincitore del Primo Premio al prestigioso Concorso Internazionale di direzione d’orchestra Maestro Solti. Di grande prestigio il cast, che vede Rebeka Lokar (recentemente applaudita come Leonora ne Il trovatore) e Serena Gamberoni alternarsi nel ruolo di Mimì, e Stefan Pop come primo Rodolfo, in alternanza con il giovane Gabriele Mangione e un altro tenore di grande fama, Celso Albelo. Marcello è interpretato da uno dei giovani baritoni attualmente più apprezzati, il genovese Michele Patti, e da un esperto del ruolo, Alberto Gazale. Musetta, a cui è affidato l’omonimo valzer, una della pagine più celebri dell’opera, è interpretata dalla giovane ma già affermata Lavinia Bini in alternanza con Francesca Benitez. Completano il cast Romano Dal Zovo (Colline), Giovanni Romeo e Italo Proferisce (Schaunard) e Matteo Peirone (Benoît e Alcindoro).  Maestro del Coro, Francesco Aliberti, Maestro del Coro di Voci Bianche, Gino Tanasini.

Secondo il regista Fornari: È per gioco che mi sono avvicinato all’opera lirica ed è per uno strano gioco di incastri che dal teatro di prosa mi sono trovato a dirigere L a Bohème. Ed è con stupore che m’è parso di ritrovare nei meccanismi drammatici del capolavoro pucciniano il “Gioco” come elemento propulsore della storia. Il “Gioco” quello serio, con la G maiuscola, quello dei bambini, quello che va fino in fondo, che irride la fame, il freddo, la povertà, la ricchezza, la borghesia, gli schemi sociali, quello che vorrebbe sgambettare anche la morte. Rodolfo e compagnia non fanno altro che “prendersi gioco” di tutto con una leggerezza e una distanza, come fossero consapevoli di essere personaggi da romanzo, da opera lirica. E insieme a loro, gioca il gran burattinaio Puccini che, con grazia di sublime regista, gli fa conoscere l’amore subitaneo e fragile, li conduce nelle strade, nei caffè, che diventano parco giochi pieni di balocchi, frittelle e donne frivole. E gioca, Puccini, con le situazioni e  sovrappone struggenti duetti d’amore a contrasti da opera buffa, quasi a voler ricordare a sé stesso e ai suoi protagonisti di non prendersi troppo sul serio. Conduce le sue creature, come ogni giocatore che si rispetti, fino in fondo, fino al culmine, fino ad inebriarli con l’ultimo gioco del rigodone e poi presenta loro il conto, svelando in maniera cruda, improvvisa e inesorabile, il meccanismo di questo enorme giocattolo che si inceppa e s’arresta solo davanti alla Morte che con uno schiocco di dita, come nebbia fumosa, lenta e penetrante, interrompe la verde stagione delle scorribande amorose, delle gelosie e dei pensieri rivolti al futuro. Un ultimo, ideale, carro, gremito di bambini, che, passando, salutano, agitando la piccola mano, i giovani che non saranno più.

– Tutti i lunedì del mese, visite guidate gratuite per gli Istituti scolastici di ogni ordine e grado agli allestimenti dell’opera in calendario.

– Percorsi di prova con gli studenti del Corso di Storia della Musica della Facoltà di Lettere dell’Università di Genova: si tratta di un percorso guidato a prove di regia, letture, assieme, antepiano, sino alla generale, per comprendere tutti i passaggi di una produzione, dal progetto iniziale alla realizzazione definitiva.

– Assaggi, per il pubblico che assiste all’opera, di delizie natalizie a cura di Preti Azienda dolciaria.

– L’artista Monica Frisone presenta i gioielli declinati e ispirati all’opera.

– Anteprima esclusiva per RINA – partner e sponsor della Fondazione Teatro Carlo Felice.

LA BOHÈME

Opera in quattro quadri di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica

Musica di Giacomo Puccini

Direttore d’Orchestra

Andrea Battistoni

Regia

Augusto Fornari

Scene e costumi

Francesco Musante

Luci

Luciano Novelli

Assistente alla regia

Lorenzo Giossi

Allestimento Fondazione Teatro Carlo Felice

Personaggi e interpreti

Mimì

Rebeka Lokar

Serena Gamberoni (14, 27, 29)

Rodolfo

Stefan Pop

Gabriele Mangione (14)

Celso Albelo

Marcello

Michele Patti

Alberto Gazale (27, 28, 29)

Musetta

Lavinia Bini

Francesca Benitez (14, 27, 29)

Colline

Romano Dal Zovo

Schaunard

Giovanni Romeo

Italo Proferisce (14, 27, 29)

Benoît e Alcindoro

Matteo Peirone

Parpignol

Giuliano Petouchoff

Giampiero De Paoli (27, 28, 29)

Sergente dei doganieri

Roberto Conti

Filippo Balestra (27, 28, 29)

Un doganiere

Alessio Bianchini

Un venditore ambulante

Antonio Mannarino

Maurizio Raffa (15, 27)

Claudio Isoardi (28, 29)

Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro Carlo Felice

Maestro del Coro Francesco Aliberti

Maestro del Coro di Voci Bianche Gino Tanasini

Date e turni

Dicembre 2019: venerdì 13, ore 20:00 (A); sabato 14, ore 15:00 (F); domenica 15, ore 15:00 (C); venerdì 27, ore 20:00 (L); sabato 28, ore 20:00 (B); domenica 29, ore 15:00 (f.a.)

 

Massimo Pastorelli (anche per le fotografie di scena di Marcello Orselli)