Verso Berio 100

Due autori distanti nel tempo e nello spazio quanto Robert Schumann e Luciano Berio, un’unica fonte di ispirazione: gli autografi delle ultime sinfonie, la “Grande” e l’incompleta Decima di Franz Schubert. In Schumann, lunedì 25 aprile alle ore 20.00, al Teatro Carlo Felice di Genova, Fabio Luisi, direttore onorario del Teatro sul podio dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice conduce alla scoperta dei sottili, reconditi legami tra un gigante della tradizione sinfonica europea del Romanticismo, come Robert Schumann, e uno dei massimi rappresentanti italiani della scena musicale post avanguardistica mondiale, fautore di una rivoluzione linguistica, poetica, sonora che giunge sino ai nostri giorni, qual è Luciano Berio, tra le massime espressioni di una civiltà musicale che affonda le sue radici in Liguria e che la Fondazione Teatro Carlo Felice desidera riscostruire e celebrare con nuove produzioni concertistiche e operistiche.

In programma, la Sinfonia n. 4 in re minore, op.120 di Robert Schumann e Rendering di Luciano Berio, la cui esecuzione segna l’avvio del percorso concertistico Verso Berio 100, dedicato dalla Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova in collaborazione con il Centro Studi Luciano Berio all’esplorazione del corpus strumentale per orchestra e operistico del compositore originario di Oneglia, che culminerà nel 2025, anno del centesimo anniversario della sua nascita.

Il concerto, che si tiene nel giorno della 77° ricorrenza della Festa della Liberazione sarà preceduto alle ore 19.45 da una breve esibizione introduttiva del Coro accademico nazionale ucraino G. Veryovka, diretto da Igor Kuriliv, con sede a Kiev. La compagine sarà protagonista di un concerto dedicato, mercoledì 27 aprile alle ore 19.45 al Teatro Carlo Felice, il cui incasso sarà interamente devoluto a sostegno della popolazione ucraina. Il concerto, promosso dalla Regione Liguria e dal Comune di Genova, in collaborazione con il Teatro Carlo Felice, segnerà la prima data di una tournée nazionale.

Luciano Berio compone la “sinfonia” in tre movimenti (Allegro, Andante, Allegro), Rendering, in omaggio a Franz Schubert tra il 1989 e il 1990, per la Royal Concertgebouw Orchestra di Amsterdam, sulla base degli appunti che il compositore viennese andava accumulando nelle ultime settimane della sua vita in vista di una Decima Sinfonia in re maggiore (D. 936 A). Usando l’organico orchestrale dell’Incompiuta e cercando di salvaguardare, in alcune sue parti, un colore schubertiano, Berio restaura la frammentaria partitura, non la ricostruisce, seguendo “nello spirito, quei moderni criteri di restauro che si pongono il problema di riaccendere i vecchi colori senza però celare i danni del tempo e gli inevitabili vuoti creatisi nella composizione (com’è il caso di Giotto ad Assisi)”, come spiega egli stesso sue note. E così, nei vuoti tra uno schizzo, di ispirazione mendelssohniana e altre parti che “sembrano abitate dallo spirito di Mahler”, inserisce un tessuto connettivo sempre diverso e cangiante, sempre pianissimo e «lontano», intessuto di reminiscenze dell’ultimo Schubert, e attraversato da riflessioni polifoniche condotte su frammenti di quegli stessi schizzi, che comprendono molte parti di grande estro contrappuntistico, segnalando i suoi interventi attraverso l’uso di suoni particolari, come quello della celesta.

La Sinfonia n. 4 in re minore op.120 fu scritta da Robert Schumann sull’onda della scoperta dell’autografo di una sinfonia in do maggiore di Franz Schubert, da lui ritrovato nel 1839 tra le partiture incluse nel lascito del compositore viennese, finito in possesso del fratello Ferdinand, anch’egli compositore. Entusiasta dell’ultima e più grande delle sinfonie di Schubert, Schumann ne sottolineò a suo tempo “la completa indipendenza da Beethoven”, così come fece nelle sue note su Rendering Luciano Berio, secoli dopo. L’opera fu composta durante l’estate del 1841, sull’onda dell’impulso grazie a cui vennero alla luce nel gennaio dello stesso anno la Prima Sinfonia e, appena dieci giorni prima, la Fantasia per pianoforte e orchestra (partitura che confluirà nel Concerto per pianoforte op.54) oltre agli abbozzi di una terza sinfonia, quella in do minore. Il modesto esito della sua prima, il 6 dicembre al Gewandhaus di Lipsia e l’insoddisfazione dell’autore fecero sì che la partitura, pronta alla stampa, fosse ritirata. L’opera venne drasticamente revisionata soltanto nel 1851 per essere data alla stampa nella forma definitiva nel 1853.  Per un compositore il cui mondo poetico era stato fino ad allora così fortemente legato alle forme miniaturistiche e ai contesti formali “liberi”, di ispirazione poetica, la sontuosa Quarta Sinfonia rappresenta una svolta senza precedenti, con l’adozione di un’unica tonalità cioè il re, maggiore o minore, che rimane sostanzialmente immutata fino alla fine, l’unità tematica, a partire da materiale derivante dai tre motivi presenti nell’introduzione, il suo sviluppo organico, in un unico flusso tematicamente interrelato in grado di sintonizzarsi con l’espressione dei più svariati e contrapposti stati emotivi, alla luce di un anelito mai sopito a rappresentare il mondo dei sentimenti in forma fantastica e musicale: dall’inquietudine, nel primo movimento (Moderatamente lento, vivace) alla struggente espressività, nella Romanza (Moderatamente lento), alla vigorosa passionalità, nello Scherzo (Vivace), alla contemplazione idilliaca, nel Trio fino alla trascinante esultanza, nel finale (Lento, vivace, più presto).

Teatro Carlo Felice, venerdì 22 aprile 2022, ore 20.00

Programma

Schumann

LUCIANO BERIO (Imperia, 24 ottobre 1925 – Roma, 27 maggio 2003)

Rendering

Verso Berio 100

ROBERT SCHUMANN   (Zwickau, 8 giugno 1810 – Endenich, 29 luglio 1856)    

Sinfonia n. 4 in re minore op. 120
Fabio Luisi, direttore
Orchestra del Teatro Carlo Felice

Nicoletta Tassan Solet

Alle Psallite (cum luya!). Tra sacro e profano dal medioevo al jazz

Il concerto di Pasqua interpretato dal Coro di voci bianche del Teatro Carlo Felice di Genova, in programma sabato 9 aprile 2022 alle ore 20.00, al Teatro Carlo Felice è incentrato sul repertorio sacro, spaziando dal medioevo al jazz, a testimonianza di quanto la finalità religiosa abbia costituito una forte motivazione per molti compositori.

Il titolo è tratto da un mottetto di autore anonimo, risalente alla fine del XIII secolo, costruito sulla parola Alleluya. Questo termine è un’esortazione antica che in ebraico significa  “preghiamo/lodiamo” ed alla quale si abbina anche un senso di gioia, la gioia di stare insieme. In questo senso il mottetto presente nel Montpellier Codex diventa la testimonianza di un ulteriore modo di vivere la gioia grazie anche al gioco dell’invenzione che, per via di graduali manipolazioni letterali, permette amplificazioni musicali: è la tecnica del “tropare”, ovvero interpolare testi vecchi e nuovi con lo scopo di ampliare il gesto musicale che sottende la parte poetica.

Il programma della serata prevede anche l’esecuzione della sequenza di Pasqua Victimae paschali laudes. Si racconta che la celebre e intensa melodia gregoriana fosse particolarmente cara a Giuseppe Verdi, che aveva in più occasioni mani-festato, in virtù della forza drammatica contenuta nel canto, l’idea di poter cedere la paternità di tutta la sua produzione in cambio di questa sequenza risalente all’XI secolo. Questo genere di canto liturgico, benché scritto in stile monodico era spesso eseguito con armonizzazioni polifoniche. Ne danno testimonianza diverse fonti, tra le quali i codici conservati nell’abazia di San Marziale di Limoges, ai quali si fa riferimento quando si cita la cosiddetta polifonia Aquitana, pratica esecutiva cui l’armonizzazione proposta fa riferimento.


Il programma procede con l’esecuzione del Magnificat che Franz Liszt scrisse a compimento
della sua Dante-Symphonie (1857) qui proposto nella trascrizione dello stesso compositore per canto e pianoforte. Quando nel 1857 Liszt suonò la Dante  Symphonie a casa di Richard Wagner, al quale la partitura è dedicata, quest’ultimo si dimostrò scettico proprio riguardo il finale, in quanto fortissimo e potente, e dunque non adatto all’idea di Paradiso. Così Liszt, in un primo momento, eliminò il finale fermandosi al secondo movimento dedicato al Purgatorio. Poi, su spinta della principessa polacca Carolyne zu Sayn-Wittgenstein, rimise mano alla partitura decidendo di aggiungere come terzo movimento questo delicato e luminoso Magnificat intonato dal coro di voci bianche, che si spinge fino all’armonizzazione a quattro parti.

La musica permette all’uditorio di compiere salti  temporali  inusitati,  il  programma  passa  dal Medioevo  all’epoca  Romantica,  alle  atmosfere jazzate del ‘900 nel giro di qualche manciata di minuti. Infatti, il Coro delle voci bianche eseguirà la A  Little  Jazz  Mass di Bob Chilcott. Si tratta di una  missa  brevis  (le  tradizionali  cinque  parti dell’ordinario  Kyrie/Gloria/Sanctus/Benedictus/Agnus Dei, senza il Credo) in cui il compositore, attingendo agli stilemi propri del jazz, della black music, dello swing e del blues, riesce a interpretare in modo originale l’afflato religioso del testo liturgico.  Bob  Chilcott,  compositore,  direttore e cantore britannico, presentò questa partitura per la prima volta nel 2004 per il Crescent City Choral Festival di New Orleans, ottenendo un significativo successo.

Altri brani sacri molto noti seguiranno nel programma: la conosciutissima Ave Verum Corpus KV 618 in re maggiore e, ancora del Salisburghese, l’Alleluja a canone KV 553 in una versione appositamente preparata dal coro.

Il concerto prevede infine l’esecuzione di Preferisco il Paradiso che il compositore Marco Frisina nel 2010 introdusse all’interno della colonna sonora della fiction italiana omonima interpretata da Gigi Proietti: un gioioso crescendo in musica. E un tributo a Fabrizio De André e al suo brano Spiritual, dall’album d’esordio Vol. 1° del 1967. Il Coro delle voci bianche ne propone una versione adattata all’organico nella quale si ripercorre un tema caro al cantautore genovese, ovvero l’umanità smarrita che si rivolge direttamente a Dio dando voce alle proprie fragilità ed aspettative.

PROGRAMMA

Teatro Carlo Felice di Genova sabato 9 aprile 2022, ore 20.00

GREGORIANO Victimae paschali laudes, sequenza

FRANZ LISZT Dante Symphonie: Magnificat 

BOB CHILCOTT A Little Jazz Mass

ANONIMO Codice di Montpellier: Alle psallite cum luya

WOLFGANG AMADEUS MOZART Alleluja KV 533  

ANONIMO Deus te salvet Maria, adattamento di Gino Tanasini

WOLFGANG AMADEUS MOZART Ave Verum Corpus KV 618

MARCO FRISINA Preferisco il Paradiso

FABRIZIO DE ANDRÉ Spiritual

RICHARD RODGERS e OSCAR HAMMERSTEIN The sound of music: Do re mi

JOHN WILLIAMS Double Trouble

Gino Tanasini, direttore

Enrico Grillotti, pianoforte

Coro di voci bianche del Teatro Carlo Felice

Prezzo del biglietto: 5 euro, prezzo unico, con posto assegnato

Nicoletta Tassan Solet

Manon Lescaut a Genova

Ritorna in scena al Teatro Carlo Felice di Genova dopo 14 anni di assenza, in un nuovo allestimento realizzato in coproduzione tra Fondazione Teatro Carlo Felice, Teatro San Carlo Napoli, Teatro Liceu Barcellona, Palau de les Arts Reina Sofía Valencia il dramma lirico in quattro atti Manon Lescaut di Giacomo Puccini, su libretto di Domenico Oliva e Luigi Illica. La produzione che debutta venerdì 25 marzo 2022 alle ore 20.00 (repliche il sabato 26, domenica 27 marzo e venerdì 1, sabato 2, domenica 3 aprile) è dedicata alla memoria del grande soprano pesarese Renata Tebaldi, nel 1961 protagonista di una Manon Lescaut al Teatro Margherita di Genova entrata nella leggenda, in occasione del centenario della sua nascita.

Donato Renzetti dirige l’Orchestra e del Coro del Teatro Carlo Felice, preparato da Francesco Aliberti, la regia è di Davide Livermore, ripresa da Alessandra Premoli, con le scene di Giò Forma e Davide Livermore, i costumi di Giusi Giustino, le luci di Nicolas Bovey e il videodesign di D – Wok. Il cast si compone di Maria Josè Siri/Monica Zanettin (26/3 – 2/4) nella parte di Manon Lescaut, Marcelo Álvarez/Riccardo Massi (27/3 – 3/4)/Francesco Pio Galasso (26/3 – 2/4) nella parte di Renato Des Grieux, Stefano Antonucci/Enrico Marabelli (26/3 – 2/4) nella parte di Lescaut,  Matteo Peirone nella parte di Geronte di Ravoir, Giuseppe Infantino nella parte di Edmondo e di Claudio Ottino (L’oste), Didier Pieri (Il maestro di ballo e Il lampionaio), Sandra Pastrana (Il musico), Matteo Armanino (Il sergente degli arcieri), Loris Purpura (Un Comandante di marina).

Il debutto dell’opera è preceduto da due conferenza illustrative a ingresso libero, in programma sabato 19 marzo alle ore 16.00 all’Auditorium Montale, Manon Lescaut. Opera di passione e melodia,  a cura di Roberto Iovino, realizzata in collaborazione con Amici del Teatro Carlo Felice e del Conservatorio Niccolò Paganini e mercoledì 23 marzo, alle ore 17.45, nel I Foyer del Teatro Mi chiamano Manon. Il primo, grande personaggio pucciniano, a cura di Ida Merello, docente di Letteratura e cultura francese e Davide Mingozzi, dottore di ricerca in Arti visive, performative e mediali, realizzata in collaborazione con la Scuola di Scienze Umanistiche presieduta da Raffaele Mellace dell’Università degli Studi di Genova.

Al Teatro Regio di Torino, il 1 febbraio 1893, otto giorni prima del debutto di Falstaff alla Scala, Puccini raggiungeva il suo primo successo con Manon Lescaut. La scelta del tema era un rischio, dato che il fortunato romanzo dell’abate Prévost era già stato trasformato in opera da Massenet, con successo, nove anni prima. Ma il trentacinquenne Puccini era già pienamente consapevole del suo talento e non temeva il confronto: «Massenet lo sente da francese – disse a proposito del soggetto –, con la cipria e i minuetti, io lo sento da italiano, con passione disperata». E i fatti gli diedero ragione. L’anno dopo Manon trionfò anche al Covent Garden di Londra e, recensendola, George Bernard Shaw scrisse, con giudizio profetico: «Puccini mi sembra che, più di qualsiasi altro suo rivale, sia il più probabile erede di Verdi». Questa Manon, per la regia di Davide Livermore, parlerà soprattutto al pubblico di oggi, spingendoci a pensare e a riflettere sulla contemporaneità: qui Manon infatti, è un’emarginata, una migrante tra tanti emigranti europei faticosamente approdati nel Nuovo Mondo, che non ce la farà. Avvolta in un gigantesco flash back, l’opera inizia con la rievocazione di Des Grieux, anziano, nel 1954,  dell’appassionata e al tempo stesso maledetta storia d’amore che l’ha condotto a fuggire in America, a seguito dell’amata deportata, là dove la storia di Manon finisce, “in una landa desolata ai confini con New Orleans”, che con Livermore diventa il reparto quarantene di Ellis Island, alle porte di New York, nel centro di smistamento degli immigrati in arrivo dall’Europa.

«Dopo 14 anni di assenza, il primo grande successo di Puccini torna al Teatro Carlo Felice e dedica il suo debutto alla memoria del grande soprano Renata Tebaldi protagonista, nel 1961 al Teatro Margherita, di una leggendaria Manon Lescaut – commenta l’assessore alle Politiche culturali del Comune di Genova Barbara Grosso – Un’altra grande opera va ad aggiungersi a questa stagione del Teatro Carlo Felice, che si rivolge alla città con un cartellone diversificato, di grande impatto e di sicuro successo tra un pubblico vasto».

«Ospitare nei più importanti titoli della storia dell’opera, come in questa drammaticamente attuale Manon Lescaut, i più grandi interpreti vocali della scena internazionale –  afferma il Sovrintendente Claudio Orazi –  tra cui Maria José Siri e Marcelo Álvarez, con la direzione di Donato Renzetti, direttore emerito del Teatro Carlo Felice, per la regia di Davide Livermore ripresa da Alessandra Premoli, è una parte fondamentale della mission della Fondazione in particolar modo quest’anno, in questa fase di progressivo ritorno alla normalità. Il Teatro Carlo Felice ha riaperto le sue porte alla città con un cartellone che accosta capolavori di Donizetti, Puccini, Verdi ad alcune perle nascoste nelle pieghe della storia, dal Settecento di Pergolesi al Novecento di Bernstein, e della Civiltà musicale genovese, rivolgendosi in particolare alle nuove generazioni di spettatori che, grazie all’iniziativa Studenti all’Opera, realizzata con il sostegno di Iren, possono beneficiare gratuitamente di un abbonamento alla nostra stagione. È doveroso che l’educazione al bello, in un paese come il nostro, passi dalla trasmissione e quindi dall’appropriazione da parte dei giovani del linguaggio dell’opera lirica, una forma d’arte dal vivo unica, in cui si compie una summa della tradizione poetica classica e della tradizione musicale italiana ed europea in particolare, ed è compito del Teatri d’opera agevolare tale forma di conoscenza assieme alla consapevolezza dell’importanza di questo genere nel Patrimonio culturale dell’umanità ».

«Manon Lescaut è il primo grande successo di Puccini. È l’opera in cui, dopo l’iniziale prevalenza delle dimensioni del denaro e del potere, l’amore prevale e trionfa, anche se finisce tragicamente, racconta il direttore Donato Renzetti. È un’opera attualissima, perché in effetti non è cambiato molto dall’epoca della vicenda: oggi come allora chi ha il potere domina e lo usa il più delle volte per esaltare il proprio ego. E col potere vi è il denaro, con cui si pensa di poter comprare tutto, di risolvere tutto. Sul piano drammaturgico, Manon Lescaut differisce in particolare per la definizione del ruolo di uno dei protagonisti, Des Grieux, sia dal romanzo di Prévost, che ne L’histoire du Chevalier des Grieux et de Manon Lescaut è un uomo tormentato, corrotto, sia dall’opera di Massenet, Manon, dov’è un timido ragazzo innamorato. In Puccini, è un uomo adulto e passionale. Sul piano musicale, Puccini modificò la partitura a più riprese, tanto è vero che per trent’anni dopo il debutto dell’opera fino a poco prima della morte, l’editore Ricordi ne pubblicò otto diverse versioni per canto e pianoforte. I tempi lunghi della composizione dell’opera sono frutto dello studio del romanzo intrapreso da Puccini, oltre che delle numerose revisioni cui fu sottoposto il libretto, che condussero Puccini alla conclusione di dover eliminare del tutto il suo secondo atto (ritraente l’idillio di coppia di Manon e Des Grieux): quindi in fondo, il vero librettista di Manon Lescaut, dopo gli interventi di Ruggero Leoncavallo, Marco Praga, Domenico Oliva, Luigi Illica, Giuseppe Giacosa, Giulio Ricordi è lo stesso Puccini. La musica di Manon Lescaut è caratterizzata da un’orchestrazione densa ma raffinata, dall’utilizzo di tecniche antiche, come nel caso del madrigale nel secondo atto, a evocare la società aristocratica settecentesca. Manon chiude così l’epoca del melodramma verdiano, ma allo stesso tempo il filo diretto che la unisce a Tosca lascia presagire l’ingresso del dramma lirico nel Novecento storico».

«Come tutte le partiture di Puccini, spiega il regista Davide Livermore, Manon Lescaut è difficilissima da ricondurre a un altro momento storico o ad un’altra geografia. Cionondimeno, ho sentito l’esigenza di rendere contemporanea una materia che a suo tempo lo era per come era stata scritta; ed è stata la partitura stessa in un certo senso a richiederlo e a suggerirlo. In Manon Lescaut, Puccini ambienta la morte della protagonista in un deserto in Louisiana che nella realtà non esiste. Mi piace pensare, data la conoscenza che Puccini aveva di quella terra, che in realtà questo sia stato il suo modo di invitarci ad una lettura più approfondita di questa scena, dove Manon muore “sola, perduta e abbandonata”, in uno stato di prostrazione morale che quella “landa desolata” vuole evocare. Di indurci a partire da questa pista per approfondirla, come se si trattasse di uno story board cinematografico. La storia di Manon è ambientata nel 1893, a pochi giorni dall’apertura della struttura di accoglienza per gli immigranti dello stato di New York: l’anno in cui l’opera di Puccini è stata scritta, quindi non nell’ambientazione settecentesca originaria. Ma l’inizio dell’opera avviene, come in un prologo, prima della musica, nell’ambientazione di un ipotetico sequel dell’opera, in un futuro possibile dove Des Grieux vive una delle vite che certamente avrebbe potuto vivere: siamo nel 1954 nella sala della quarantena di Ellis Island, Des Grieux è diventato americano, è ormai un uomo anziano, e nell’anno della chiusura del centro torna là dove Manon è morta, tra migliaia di altri emigranti europei –giovani e vecchi, uomini e donne, italiani, polacchi, irlandesi, ebrei: in una parola, noi – tra scene di disperazione meravigliosamente ricreate da Alessandra Premoli su di un mio disegno registico originale».

Mercoledì 23 marzo 2022, ore 17.45, I Foyer

Presentazione dell’Opera

In collaborazione con l’Università degli Studi di Genova, Scuola di Scienze Umanistiche

Mi chiamano Manon. Il primo, grande personaggio pucciniano

Relatori: Ida Merello, docente di Letteratura e cultura francese

Davide Mingozzi, dottore di ricerca in Arti visive, performative e mediali

Ingresso libero


Nicoletta Tassan S.

La serva padrona. Trouble in Tahiti

Debuttano in dittico al Teatro Carlo Felice di Genova venerdì 28 gennaio 2022 alle ore 20.00 Genova (con repliche il 29, 30 gennaio e 4, 5, 6 febbraio 2022) La serva padrona, intermezzo musicale in due parti di Giovanni Battista Pergolesi, su libretto di Gennarantonio Federico e Trouble in Tahiti, “one act opera in seven scenes” su musica e libretto di Leonard Bernstein. Le due brevi opere saranno rappresentate per la prima volta in assoluto sul palcoscenico del nuovo Teatro Carlo Felice di Genova. L’allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice, in prima rappresentazione teatrale, vede Alessandro Cadario alla testa dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice, per la regia di Luca Micheletti, con le scene di Leila Fteita, le luci di Luciano Novelli. Il cast de La serva padrona si compone dello stesso Luca Micheletti (Uberto), Elisa Balbo (Serpina) e Giorgio Bongiovanni (Vespone), quello di Trouble in Tahiti di Luca Micheletti (Sam), Elisa Balbo (Dinah) e del Trio jazz formato da Melania Maggiore, Manuel Pierattelli, Andrea Porta.

«La programmazione del Teatro Carlo Felice prosegue con due brevi opere che, per la prima volta, arrivano sul palcoscenico del Teatro – commenta l’assessore alle Politiche culturali Barbara Grosso – l’opera buffa settecentesca La serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi, andrà in scena in abbinamento con Trouble in Tahiti, opera di Leonard Bernstein che risale agli anni ’50 del secolo scorso: un accostamento tra generi differenti, che risulta quanto mai azzeccato e gradito a un pubblico vasto».

Il Sovrintendente Claudio Orazi spiega: «La serva padrona, gioiello di Giovanni Battista Pergolesi, è l’opera che segna la nascita del genere dell’opera buffa nel Settecento. In occasione della sua prima rappresentazione al nuovo Teatro Carlo Felice è significativamente stata abbinata, per la stessa mano registica di Luca Micheletti, acclamato sole poche settimane fa su questo stesso palco nella sua Vedova allegra, a Trouble in Tahiti, opera “dolceamara” di Leonard Bernstein, straordinario interprete e compositore che ha riportato il genere operistico a nuove vette di popolarità sul volgere degli anni ’50 del Novecento. I due titoli narrano di due storie d’amore dagli opposti destini, un happy ending, segnato dall’ascesa sociale della protagonista, nel primo caso e la caduta del velo di Maya sull’ipocrisia di un matrimonio borghese, nel secondo; ed è a maggior ragione per questo trovano una felice collocazione l’uno accanto all’altro. Il loro accostamento risulta vincente, in particolare in virtù di alcuni ingredienti comuni, iscritti nel patrimonio genetico dell’opera lirica d’ogni tempo: drammaturgie coinvolgenti, efficacissime, in grado di sollevare temi di grande attualità e interesse sociale, musica accattivante, l’alleanza tra il linguaggio della musica colta e una pronunciata vis melodica. I due capolavori dimostrano così quanto il passato, il presente e il futuro dell’opera siano tra loro vicini e contemporanei, alla portata di un pubblico quanto più eterogeneo possibile».

«Questi due atti unici, racconta Alessandro Cadario, pur esprimendosi con linguaggi  molto differenti, affondano le radici nello stesso terreno e si nutrono degli stessi archetipi musicali. La chiave di lettura è quindi la sensibilità alla parola cantata/recitata e alle sfumature psicologiche dei personaggi che la musica evoca e restituisce in maniera viva e toccante. Un teatro musicale che non è né moderno né antico e riesce a comunicare al di fuori delle categorie temporali. Per questo motivo ritengo importante, come cifra interpretativa, la massima attenzione alla proprietà stilistica al fine di lasciar vivere ogni linguaggio della sua propria natura espressiva e mi trovo particolarmente a mio agio nel lavorare in questa direzione perché le due partiture mi permettono di esprimere al meglio le diverse sfaccettature della mia personalità musicale».

Luca Micheletti ed Elisa Balbo

«Si tratta di un bel gioco di specchi, racconta Luca Micheletti, sia per la natura “giocosa” delle opere sia perché in questo spettacolo che affianca due coppie lontane nel tempo ma vicine nello spirito abbiamo per protagonista una terza coppia che si presta a rappresentarle entrambe. Essere in scena con mia moglie, Elisa Balbo – e aver ideato il progetto insieme a lei in tempo di lockdown – è sicuramente un valore aggiunto di questa operazione che finalmente incontra il pubblico dal vivo. L’idea alla base della mia regia è quella di assistere ad un viaggio nel tempo. E la macchina che lo consente è il teatro stesso. Dopo le schermaglie con apparente lieto fine nella Serva padrona, i due protagonisti si ritrovano nell’America di due secoli dopo, nel pieno di un’ennesima crisi di coppia. Una vicenda che Bernstein racconta da par suo, ispirandosi alla sua storia familiare. In Trouble in Tahiti, anche se Bernstein allude al genere dell’intermezzo, ne fa una citazione ironica e di fatto se ne distacca, soprattutto per il doppio fondo amaro che ci mette. Niente di troppo serio, diciamo uno spolvero di malinconia. Due capolavori che messi al fianco l’uno dell’altro brillano di una luce inedita: tante le somiglianze, ma anche le preziose differenze, che in questo allestimento vengono valorizzate dalla continua metamorfosi degli spazi, ma anche attraverso l’affiancamento di due diverse modalità di fruire del fatto musicale».

Ispirato alla commedia La serva padrona di Iacopo Angelo Nelli, del 1731, La serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi fu rappresentato per la prima volta al teatro S. Bartolomeo di Napoli nel 1733 tra gli atti dell’opera Il prigioniero superbo. Universalmente riconosciuto come il capolavoro pergolesiano, l’intermezzo fu destinato a rivoluzionare l’intera tradizione del teatro in musica diventando ben presto un simbolo stesso dell’opera comica italiana, il cui potere deflagrò sull’intera tradizione lirica europea con la celebre Querelles des bouffons. La sua composizione risale al periodo dell’ingaggio di Pergolesi quale maestro di cappella (1732-34) del principe Ferdinando Colonna di Stigliano, a seguito della composizione della commedia musicale in dialetto napoletano, Lo frate ‘nnammorato (1732), che non raggiunse mai lo stesso livello di popolarità. Ne La serva padrona, la delicata e briosa struttura del disegno melodico, con motivi brevi ed immediati, la sorprendente varietà ritmica in mirabile equilibrio tra musica e parola, di apparente semplicità, sostiene il gioco sentimentale dei personaggi inseriti in una cornice quanto lieve e sottilmente delineata, e rappresentati dall’autore con una caratterizzazione psicologica di ineguagliata varietà di espressione, chiaramente ispirata alle maschere della Commedia dell’arte.

Stanco dei capricci e delle prepotenze di Serpina,  Uberto decide di ripristinare i giusti ruoli all’interno della casa fingendo di volersi sposare. La ragazza, ingelosita, annuncia a sua volta, con la complicità del servo Vespone, il suo matrimonio con il fantomatico capitan Tempesta, che minaccia il padrone: se non fornirà la dote dovuta, gli toccherà di sposarla lui stesso. Spinto un po’ dalla paura e un po’ dall’amore per Serpina, Uberto si lascia estorcere la promessa di matrimonio. La burla è poi svelata, ma ormai è tardi: e Serpina da serva diventa padrona.

Leonard Bernstein era in luna di miele nel 1951 quando iniziò a comporre Trouble in Tahiti, candido ritratto del travagliato matrimonio di una giovane coppia di periferia. Scritto tra i suoi più grandi successi di Broadway, On the Town del 1944, e Candide e West Side Story rispettivamente del 1956 e 1957, dal suo debutto nel 1952 al Festival of the Creative Arts della Brandeis University Trouble in Tahiti ha raggiunto le migliaia di rappresentazioni in tutto il mondo, tra cui 238 soltanto in occasione del centenario di Bernstein. La vicenda drammaturgica al centro dell’opera si ispira all’infelice vita coniugale dei genitori del compositore, ed è presaga del fallimento del matrimonio del compositore stesso, diviso tra le proprie inclinazioni omossessuali, i sentimenti e i doveri nei confronti della moglie e dei tre figli nati, il controllo sociale imperanti in quegli anni. Sul piano musicale l’opera attinge alla tradizione delle canzoni popolari americane del dopoguerra per offrire una critica senza compromessi del materialismo imperante. Dietro la discordia coniugale della coppia c’è un profondo desiderio di amore e intimità, assieme a un vuoto spirituale, in contrasto l’esibita patina di felicità. Il cuore del dramma  è enfatizzato da improvvisi cambiamenti stilistici nella musica, sottolineati in particolare dall’intervento del trio vocale jazz che, come una sorta di coro greco contemporaneo, contrappunta con i suoi commenti dissacranti l’idillio borghese in corso. L’opera, della durata di 45 minuti, porta la dedica all’amico Marc Blitzstein, che aveva guidato Bernstein alla scoperta del teatro musicale.

L’opera inizia con un trio vocale, una sorta di coro greco contemporaneo che fornisce commenti satirici al dramma, qui impegnato a decantare l’idilliaca vita borghese nei sobborghi degli anni ’50. Le loro strette armonie, i ritmi jazz e la rappresentazione idealizzata della vita americana evocano gli spot radiofonici dell’epoca. Il plot si concentra quindi sul conflitto domestico di Sam e Dinah, una giovane coppia che, in contrasto con l’immagine perfetta della vita suburbana dipinta dal Trio, è disperatamente infelice. La loro quotidianità è impietosamente descritta: Sam è un uomo d’affari di successo e Dinah è una casalinga frustrata. Discutono del figlio Junior, che non viene mai visto né sentito. Mentre la giornata continua, il competitivo e sicuro Sam mostra la sua abilità in ufficio e in palestra. Dinah visita il suo psichiatra e racconta un sogno di un bellissimo giardino irraggiungibile, poi trascorre il pomeriggio immersa in un film di evasione intitolato Trouble in Tahiti. Alla fine della giornata, profondamente consapevoli della loro infelicità, Sam e Dinah cercano di avere una discussione franca sulla loro relazione. Incapace di comunicare senza incolpare e discutere, Sam suggerisce di andare a vedere un nuovo film: Trouble in Tahiti

Teatro Carlo Felice di Genova

Venerdì 28 gennaio 2022 ore 20.00 Abb. Opera A

Sabato 29 gennaio 2022 ore 15.00 Abb. Opera F

Domenica 30 gennaio 2022 ore 15.00 Abb. Opera C

Venerdì 4 febbraio2022 ore 20.00 Abb. Opera B

Sabato 5 febbraio 2022 ore 20.00 Abb. Opera L

Domenica 6 Febbraio2022 ore 15.00 Abb. Opera R

La serva padrona

La serva padrona di Giovanni Battista Pergolesi. Intermezzo buffo in due parti su libretto di Gennarantonio Federico

Trouble in Tahiti di Leonard Bernstein. One-Act Opera in seven scenes

Nuovo allestimento in dittico della Fondazione Teatro Carlo Felice

Direttore musicale di palcoscenico Cristiano Del Monte, direttore allestimenti scenici Luciano Novelli, direttore di scena Alessandro Pastorino, vice direttore di scena Giorgio Agostini, maestri di sala Sirio Restani, Antonella Poli, altro maestro del coro Patrizia Priarone, maestri di palcoscenico Andrea Gastaldo, Anna Maria Pascarella, responsabile movimentazione consolle Andrea Musenich, caporeparto macchinisti Gianni Cois, caporeparto attrezzisti Tiziano Baradel, caporeparto audiovideo Valter Ivaldi, assistenti alla regia Francesco Martucci, Maria Grazia Stante, caporeparto sartoria, calzoleria, trucco e parrucche Elena Pirino, scene FM Scenografie e Teatro Carlo Felice, attrezzeria Rancati e Teatro Carlo Felice, costumi Compagnia Italiana della Moda e del Costume e Repertorio del Teatro Carlo Felice, parrucche Mario Audello (Torino), maschere Sartori, soprattitoli Prescott Studio.

Nicoletta Tassan Solet (anche per la fotografia)

Una bellissima “Vedova allegra” saluta il nuovo anno

Oltre alla replica di oggi, saranno altre tre le possibilità di ammirare la nuova messa in scena de “La Vedova allegra” di Franz Lehár al Carlo Felice di Genova. Domani alle ore 16, domenica alle ore 15 e mercoledì prossimo, 5 gennaio, ancora alle 20.

Un debutto in prima assoluta salutato da scroscianti applausi in un teatro quasi esaurito, con pubblico attento e paziente, curioso di capire se ancora una volta la magia del teatro poteva fare rivivere la storia e le arie famose di quest’opera così datata.

Valencienne (Francesca Benitez)

Ne è risultato un lavoro corale di tutto rispetto, premiato con applausi lunghi e generosi, per una serie di motivi. L’orchestra, diretta da Asher Fisch ha interpretato perfettamente la partitura, e il coro è stato all’altezza del compito di sottolineatura di un battibecco amoroso che assume risvolti politici e da commedia degli equivoci, chiudendo con un sorriso questo 2021 che sta per lasciarci.

La regia del baritono Luca Micheletti, anche in scena nei panni di Danilo Danilowitsch, è stata convincente e ha saputo ben amalgamare le diatribe di una serie di personaggi che, a loro volta, sono stati altrettanto convincenti nelle loro parti.

Una menzione speciale va all’attore Ciro Masella per la sua perfetta e intrigante interpretazione di Njegus, il cancelliere dell’ambasciata del Regno di Pontevedro a Parigi, dagli interventi spassosi e rivelatori di una mente acuta, capace di risolvere parecchie questioni, anche amorose, dell’ambasciatore barone Mirko Zeta (il basso-baritono Filippo Morace), senza perdere il suo atteggiamento remissivo e servizievole.

Gli attori sono credibili anche grazie ai bei costumi di Leila Fteita che, con abiti sontuosi, sottolinea cene, balli, la vita dell’alta società che ama mettersi in mostra, soprattutto agli occhi dei ricchi e dei potenti. Tanto come si appare al banchetto dato dall’ambasciatore, o da Chez Maxim’s, dove tutto è realtà e finzione, dove tutto può essere concesso. Anche se i soldi si prendono in prestito e se serve il denaro depositato nelle casse della banca di Pontevedro da una vedova per non mandare il Paese in bancarotta.

Gli intrecci sono divertenti come previsto, ma resi molto bene in scena. È convincente, per recitazione e soprattutto voce, Hanna Glawari, la Vedova allegra, impersonata dalla soprano Elisa Balbo, anche collaboratrice alla nuova traduzione in italiano del libretto nella versione ritmica assieme a Luca Micheletti. Ottima la voce del tenore Pietro Adaini nel ruolo di Camille de Rossillon, l’innamorato della moglie del barone Zeta Valencienne, la soprano Francesca Benitez.

Valencienne (Francesca Benitez) e Camille de Rossillon (Pietro Adaini)

Il rimando continuo del testo, con “Tace il labbro” o “È scabroso le donne studiar”, ad amori e problemi soprattutto economici da risolvere, dà un tocco di leggerezza al tempo presente, carico di problemi che per un momento si possono dimenticare, guardando una mongolfiera calarsi adagio sul palcoscenico sul quale poi si ritrova un continuo giro di valzer per un ingegnoso sistema scenico.

Quindi il tavolo girevole, la quinta che porta a Chez Maxim’s e ai suoi camerini, l’automobile diplomatica, la giostra che ben rappresenta la vita: il continuo ritornare di situazioni e giorni, vizi e virtù che si rincorrono, gag divertenti dei personaggi in scena che la usano per dare un estro gioioso all’insieme ben concertato.

Hanna Glawari (Elisa Balbo)

Un ottimo lavoro, che rinnova un classico dei primi del Novecento e lo fa diventare un po’ più italiano, quella chiave latina che aveva incantato i viennesi e che testimonia non soltanto il cambiamento d’epoca, di gusto, di stile, ma come le epoche possono ritornare occhieggiando, come da una giostra, verso il tempo presente. Ad indicare che non tutto è cambiato in meglio e che, dove si può, si dovrebbe riacciuffare un po’ di passato per migliorare il presente e il futuro. In questo caso, il lavoro portato in scena è riuscito nell’intento di dare vita ancora ad un’opera che ci piace chiamare operetta perché così ci sembra più familiare.

Buon Anno!

Alessia Biasiolo (foto di scena del Teatro Carlo Felice)

La Vedova allegra debutta al Carlo Felice di Genova

Giovedì 30 dicembre 2021, con repliche il 31 dicembre e l’1, 2, 5 gennaio 2022 il Teatro Carlo Felice di Genova si prepara all’arrivo del 2022 con un nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice de La vedova allegra di Franz Lehár. Asher Fisch dirige l’Orchestra e il Coro del Teatro Carlo Felice, preparato da Francesco Aliberti. Luca Micheletti, oltre a curare la regia dell’allestimento e a essere tra i protagonisti in scena, presenta la sua nuova traduzione in italiano del libretto nella versione ritmica realizzata assieme a Elisa Balbo. Le scene e i costumi sono di Leila Fteita, il progetto luci è di Luciano Novelli nella realizzazione di Fabrizio Ballini, le coreografie sono firmate da Fabrizio Angelini.

Foto di scena de La Vedova allegra: Hanna Glawari (Elisa Balbo)

Al fianco di Luca Micheletti/Michele Patti nella parte del Conte Danilo Danilowitsch  e di Elisa Balbo/Valentina Mastrangelo in quella di Hanna Glawari, Francesca Benitez/Luisa Kurtz (Valencienne), Pietro Adaini/Emanuele D’Aguanno (Camille de Rossillon), Filippo Morace (Barone Mirko Zeta), Ciro Masella (Njegus), Claudio Ottino (Visconte de Cascada), Manuel Pierattelli (Raoul de St. Brioche), Giuseppe Palasciano (Kromow), Francesca Zaira Tripaldi (Olga), Luigi Maria Barilone (Bogdanowitsch), Kamelia Kader  (Sylviane), Alessandro Busi (Pritschitsch), Letizia Bertoldi (Praskowia), Valter Schiavone (Maître Chez Maxim), Federica Sardella (Zozo). Completano il cast Les Grisettes Michela Delle Chiaie, Ginevra Grossi, Erika Marinello, Marta Melchiorre, Matilde Pellegri, Monica Ruggeri e i danzatori Samuel Moretti, Giovanni Ernani Di Tizio, Tiziano Edini, Robert Ediogu, Matteo Francia, Andrea Spata.

«A sei anni dalla sua ultima rappresentazione al Teatro Carlo Felice, torna in teatro La vedova allegra ad accompagnare il pubblico verso il 2022 – commenta l’assessore alle Politiche culturali Barbara Grosso – Sulle note dell’operetta più amata e conosciuta al mondo, che andrà in scena in una sala finalmente a piena capienza, salutiamo il nuovo anno con il sorriso che la Vedova allegra sa regalare ai suoi spettatori».

«Per celebrare l’arrivo del nuovo anno assieme al nostro pubblico, dichiara il Sovrintendente Claudio Orazi, che dopo l’inizio di una campagna abbonamenti per il 2022 partita a ritmi sostenuti ritroviamo sempre più numeroso in sala, il Teatro Carlo Felice ha scelto La vedova allegra, l’operetta in assoluto più amata e rappresentata nel mondo, che torna a Genova a circa 113 anni dalla sua prima esecuzione in città, e a 6 anni dalla sua ultima rappresentazione in Teatro. Sin dal suo debutto, il 30 dicembre del 1905 al Theater an der Wien di Vienna con la direzione dello stesso Lehár, cui seguiranno ben 400 repliche, La vedova allegra si profilava quale titolo destinato a garantire al suo autore una gloria immortale. Il suo irresistibile mix di elementi teatrali e musicali, incardinati in un meccanismo a orologeria dal tempismo perfetto, riuscì a sedurre persino i palati più raffinati, come quelli di Alma e Gustav Mahler. La nuova versione ritmica del suo libretto realizzata in italiano da Luca Micheletti, assieme ad Elisa Balbo che debutta in prima assoluta al Teatro Carlo Felice regalerà al pubblico il piacere dei giochi di parole, dei calembour e dei doppi sensi originali in italiano. »

Foto di scena de La Vedova allegra

«La vedova allegra è un titolo che, con il suo fascino “d’altri tempi”, mi ha accompagnato ovunque nel mondo, dal Teatro alla Scala di Milano al Metropolitan di New York, racconta il direttore Asher Fisch. La morbidezza del suono, una certa rilassatezza tipicamente viennese è quanto, dai miei anni alla Volksoper di Vienna, porto nel cuore e cerco di trasmettere ogni qual volta la dirigo, per poter ricreare quello che doveva essere il suono originale del lavoro. Uno spirito sornione, che faccia “da pendant” alla comicità irresistibile del suo testo: è questo il lato che amo sfoderare per contribuire a fare affiorare il sorriso sul volto del pubblico che, immancabilmente, la Vedova allegra sa regalare».

Nelle sue note di regia Luca Micheletti anticipa: «Lo spettacolo si impernia su due assi portanti dalle molteplici declinazioni: da un lato, il “giro di valzer” come simbolo di un’epoca; dall’altro, il tema del teatro come scintillante rifugio fuori dal mondo. Siamo in un universo in cui, innanzitutto, ogni cosa gira costantemente: una società-carillon che celebra se stessa nel rituale girotondo che Schnitzler elevò a simbolo dell’intero secolo dando alle stampe il suo Reigen proprio nel 1900. Non ci si può fermare: c’è una legge che condanna alla leggerezza. Allo stesso modo, non si può far sul serio: ed ecco il tema del teatro, del continuo mutare e scambiarsi ruolo, maschera, status, opinione.»  

«L’operetta più in generale, prosegue l’artista, e la Vedova allegra in particolare, creano un ponte tra due mondi, dove  il teatro d’opera e il teatro di prosa si incontrano. La Vedova allegra, disse Bergman, è come una sorta di antico meccanismo, una lampada a olio, di cui bisogna rispettare il funzionamento: deve rilucere della sua luce speciale. La mia sarà perciò una Vedova allegra attenta allo spirito profondo che ha mosso i suoi primi creatori. D’altra parte, un approccio “filologico” credo sia adeguato solo fino a un certo punto di fronte ad una tale quantità di varianti, avallate dallo stesso Lehár e fin dapprincipio (in particolare sui dialoghi parlati, che qui ho tradotto e adattato liberamente incrociando diverse soluzioni drammaturgiche). Sulla tradizionale versione italiana delle parti musicali, poi, si erano accumulate e stratificate nel tempo molte inesattezze e incongruenze: abbiamo così pensato, com’è costume che ciclicamente avvenga per le operette, ad una nuova versione ritmica italiana, firmata da me e da Elisa Balbo. In essa conserviamo alcune traduzioni celebri di numeri ormai entrati nell’inconscio collettivo (da “tace il labbro” a “è scabroso le donne studiar…”), ma ritraduciamo ex novo tutto il resto, ricostruendo nella nostra lingua il sistema metrico e rimico dell’originale, restaurando spesso anche il testo musicale corrottosi nel tempo con l’adattarvi parole forzate. Ogni grande classico, del resto, si perpetua attraverso la somma delle sue varianti: e lo spettacolo ne terrà conto non solo dal punto di vista drammaturgico, ma anche teatrale, omaggiando e citando, con ironia e levità, più d’un secolo di rappresentazioni. Perché La Vedova allegra non è solo un’operetta, ma un sistema teatrale a sé stante, scintillante, autoironico e appena venato d’una sublime malinconia».

Teatro Carlo Felice di Genova

Giovedì 30 dicembre 2021

Venerdì 31 dicembre 2021

Sabato  1 gennaio 2022 ore 16.00

Domenica 2 gennaio 2022 ore 15.00

Mercoledì 5 gennaio2022 ore 20.00

Per info di biglietteria e promozioni, http://www.teatrocarlofelice.com

Personaggi e interpreti

Hanna Glawari Elisa Balbo, Valentina Mastrangelo (1.01)
Conte Danilo Danilowitsch Luca Micheletti/Michele Patti (1.01)
Valencienne Francesca Benitez/Luisa Kurtz (1.01)
Camille de Rossillon Pietro Adaìni/Emanuele D’Aguanno (1.01)
Barone Mirko Zeta Filippo Morace
Njegus Ciro Masella
Visconte de Cascada Claudio Ottino
Raoul de St. Brioche Manuel Pierattelli
Kromow Giuseppe Palasciano
Olga Francesca Zaira Tripaldi
Bogdanowitsch Luigi Maria Barilone
Sylviane Kamelia Kader
Pritschitsch Alessandro Busi
Praskowia Letizia Bertoldi
Maître Chez Maxim Valter Schiavone
Zozo Federica Sardella

Les Grisettes: Michela Delle Chiaie, Ginevra Grossi, Erika Marinello, Marta Melchiorre, Matilde Pellegri, Monica Ruggeri.  Danzatori:  Samuel Moretti, Giovanni Ernani Di Tizio, Tiziano Edini, Robert Ediogu, Matteo Francia, Andrea Spata

Nicoletta Tassan Solet (anche per le fotografie)

Tempo di Natale. Concerto al Teatro Carlo Felice di Genova

Con il concerto Tempo di Natale, in programma lunedì 6 dicembre alle ore 20.00 il Teatro Carlo Felice rende omaggio allo “spirito del Natale” in un appuntamento musicale divenuto ormai tradizione con il Coro di voci bianche del Teatro Carlo Felice diretto da Gino Tanasini, accompagnato al pianoforte da Enrico Grillotti. Il senso di mistero, l’atmosfera di festa, la disposizione alla gratitudine e alla generosità che, sin dall’antichità, accompagnano le celebrazioni delle festività di fine anno in varie culture, risuoneranno amplificati nei cuori delle persone grazie ai brani di compositori della tradizione colta e popolare, europei e statunitensi che concorrono a formare parte del corposo ed esteso patrimonio dei “canti di Natale”. Il concerto è anche un’occasione per ritrovare il piacere della vicinanza tra le generazioni e riportare al centro delle propria quotidianità la sacralità incantata dell’infanzia.

Procession è il brano che Benjamin Britten (1913 – 1976) volle mettere come prima perla di una bellissima ghirlanda di brani natalizi (The Ceremony of Carols – 1945) ispirata a melodie antiche, su testi di poeti inglesi di varie epoche. Il “mistero” dell’incarnazione è certamente uno dei temi fondanti del Natale nella tradizione, un tema rimanda al ruolo fondamentale della Madonna. Il tema mariano è quindi a pieno titolo un argomento natalizio: nel concerto è introdotto dal Magnificat che Franz Liszt (1881- 1886) scrisse a compimento della sua Dante-Symphonie (1857) proposta dal coro nella trascrizione originale per canto e pianoforte, anche per celebrare la ricorrenza Dantesca di quest’anno. Al XVI secolo risale invece la lauda spirituale Venitene pastori il cui testo si deve a Lucretia de’ Medici, figlia primogenita di Lorenzo il Magnifico, un vera e propria filastrocca che in qualche modo “ridipinge” il tradizionale presepio con una musica dal sapore pastorale, dall’intento edificante. Ancora legata alla tradizione popolare più recente è l’Ave Maria in sardo per eccellenza,  Deus te salvet Maria rivisitata dal coro per l’esecuzione di sole voci infantili. L’Ave Verum K 618, a sua volta realizzato nell’adattamento per coro di voci pari, è uno dei temi più noti di Wolfgang Amadeus Mozart. Il tema del ritorno alla luce si manifesta anche nei canti dedicati alla festa di Santa Lucia, il 13 dicembre – vicino al solstizio d’inverno. La  Santa martire del IV secolo, personaggio ammirato e celebrato da Dante nella sua Commedia è omaggiata con una delle melodie popolari più care alla tradizione siciliana e partenopea ma che, per affascinanti traiettorie della tradizione, è anche una delle melodia più amate in altre zone del mondo; una tra tutte la Svezia, in cui questo canto fa da sfondo a diverse cerimonie folkloristiche con la presenza di tanti bambini. E i bambini a Natale, si sa, amano immergersi nella magia della festa, nella condivisione di emozioni forti, ingrediente che è stato efficacemente presente nella lunga e fortunata saga di Harry Potter. Double trouble, eseguito nel concerto, è il visionario brano firmato da John William, che risuona nella colonna sonora del terzo capitolo della saga (Harry Potter e il prigioniero di Azkaban). Rimanendo in tema cinematografico, il famosissimo brano tratto dalla colonna sonora firmata da Rodgers e Hammesrtein (Premio Oscar nel 1966) del film The sound of music (“Tutti insieme appassionatamente”), Do, re, mi intreccia con brio melodie e controcanti costruiti sul nome delle note della scala. Segue ancora un omaggio cinematografico all’opera di un religioso, sostenitore delle qualità educative della musica, del canto e della coralità: San Filippo Neri (1511- 1595), cui la Rai nel 2010 dedicò una miniserie che aveva come protagonista Gigi Proietti, scomparso un anno fa. A quest’ultimo è dedicato così il brano dalla colonna sonora scritta da Marco Frisina Preferisco il paradiso. Al termine, un frizzante Medley di Natale scritto da Enrico Grillotti per il coro, in cui tutti i temi dei brani in programma si “sfidano”  in una gioiosa “battaglia” tra famose canzoni di Natale.

Il Coro di voci bianche del Teatro Carlo Felice di Genova è nato nel settembre del 2006 quale fulcro di un progetto educativo espressamente rivolto alle generazioni più giovani. Tra gli obiettivi del progetto, infatti, quello di sviluppare ulteriormente il ruolo di referente culturale del Teatro nei confronti del tessuto cittadino attraverso un coinvolgimento diretto dei giovani, ai quali offrire l’opportunità di trasformarsi, da semplici fruitori di spettacoli a loro dedicati, in veri e propri protagonisti dell’attività programmata nelle stagioni artistiche.

Grazie all’attività del coro, non solo i coristi ma anche le loro famiglie, hanno avuto modo di avvicinarsi e prendere confidenza con un’istituzione (il teatro lirico) spesso vista come distante se non, talvolta, completamente sconosciuta, ma che invece conserva in se, per sua natura, la valenza di propulsore privilegiato di valori non solo culturali ed artistici ma anche sociali. Crescere con la musica è dunque per i cantori del Coro delle Voci Bianche del teatro Carlo Felice di Genova una realtà toccata con mano: nel corso di tredici stagioni artistiche, oltre un centinaio di ragazze e ragazzi di varie età (nel coro sono coinvolti bambini a partire degli otto anni per poi arrivare a ragazze fino ai diciassette), hanno avuto l’opportunità di approfondire le proprie competenze musicali, di vivere l’esperienza di montare un allestimento lirico/sinfonico, di esibirsi al fianco di famosi interpreti, suscitando l’interesse di critica e di pubblico in diversi concerti (circa 100 esibizioni). Alcuni di questi sono stati registrati e trasmessi con diffusione nazionale da Radio Rai.

PROGRAMMA

Benjamin Britten A ceremony of Carols op.28: Procession

Franz Liszt  Dante-Symphonie S109: Magnificat

S. Razzi/Lucretia de’ Medici Venitene pastori (adattamento G. Tanasini)

Thomas Juneau Resonet in laudibus

Anonimo (tradizionale) Deus te salvet Maria (adattamento G. Tanasini)

Wolfgang Amadeus Mozart Ave Verum Corpus Kv 618

Andrea Basevi Sempre nasce un bambino

Francesco Guccini Un vecchio e un bambino (adattamento G. Tanasini)

John Williams Double Trouble

Teodoro Cottrau Santa Lucia

R. Rodgers/O. Hammerstein II  The sound of music: Do Re Mi

Marco Frisina: Preferisco il paradiso

AA.VV. Medley di canti natalizi (adattamento E. Grillotti)

Coro di voci bianche del Teatro Carlo Felice

Maestro del coro Gino Tanasini

Pianoforte Enrico Grillotti

I biglietti possono essere acquistati alla biglietteria del Teatro Carlo Felice e nel circuito on e offline di Vivaticket.

N.T.S.

Note dal Mondo: Germania

Nel secondo concerto della serie Note dal Mondo, mercoledì 27 ottobre 2021 alle ore 20.00, il Coro del Teatro Carlo Felice di Genova diretto da Francesco Aliberti, assieme al quartetto vocale composto da Barbara Bargnesi, soprano, Carlotta Vichi, mezzosoprano, Blagoj Nacoski, tenore, Filippo Polinelli, baritono, accompagnati al pianoforte da Patrizia Priarione e Sirio Restani, si avventura alla scoperta della produzione corale europea attraverso le opere di due autori cardini della tradizione germanica, Johann Sebastian Bach,  con il Quodlibet BWV 524 e Johannes Brahms, con i Liebeslieder. Walzer op 52.  e i Neue Liebeslieder op. 65.

La Germania è uno dei cuori pulsanti della musica occidentale e in Germania, anche attraverso la speculazione filosofica la musica diventa veicolo di comprensione del mondo, che supera la dimensione del puro piacere estetico e dell’intrattenimento. È in questa prospettiva che va colto il senso della musica di autori come Bach, Beethoven, Schumann, Brahms: lamusica sa dire più delle parole, sa parlare di Dio e dell’amore, esprimendo ciò che sfugge alla struttura logica del reale e del linguaggio.

Francesco Aliberti direttore del Coro

Johann Sebastian Bach fu fine conoscitore dei segreti del contrappunto e se ne servì come strumento di costruzione formale. Ma il principio di tale costruzione sta nell’incrollabile fede, che orienta il senso di ogni attività umana. Eppure Bach fu uomo come tutti noi, un ragazzo divertente e appassionato, pur con una immensa capacità di soffrire, che amò le sue donne e seppe trascorrere con allegria e ironia i momenti belli della vita. Il Quodlibet è uno dei pochi manoscritti ancora conservati del giovane Bach. Si tratta di uno scherzo musicale a quattro voci e basso continuo, composto per il proprio matrimonio con la cugina Maria Barbara, nel quale si presenta una scanzonata compagnia di invitati e parenti che si divertono tra loro con insulti bonari e richiami a personaggi della  vita reale, con una non trascurabile parodia stilistica sullo stile tardo secentesco.

Nelle due raccolte dei Liebeslieder Walzer, elaborate su testi di Georg Friedrich Daumer in cui gli elementi della natura evocano le diverse sfumature dell’amore, la composta semplicità della musica di Brahms, che molti studiosi fanno risalire all’approfondimento del repertorio di Haendel e che è comunque riconducibile alla genuinità della danza popolare, si coniuga a momenti di crescente passione e fervente lirismo, con un tratto compositivo tipicamente modale che anticipa i colori del neomodalismo novecentesco. Cordialità, grazia e leggerezza tipiche della Hausmusik si alternano a momenti di spessore drammatico, quasi a richiamare l’inquietudine emotiva dello Sturm und Drang, per poi confluire nel brano conclusivo, composto su testo di Goethe, in una richiesta di pace e serenità all’insegna di un Amore divinizzato, autentico orizzonte di una vita degna e completa.

PROGRAMMA

 Johann Sebastian Bach (Eisenach, 1685- Lipsia, 1750)
Quodlibet BWV 524

 Johannes Brahms (Amburgo, 1833 – Vienna, 1897)
Liebeslieder. Walzer op. 52

 Johannes Brahms
Neue Liebeslieder op. 65

Barbara Bargnesi, soprano

Carlotta Vichi, mezzosoprano

Blagoj Nacoski, tenore

Filippo Polinelli, baritono

Maestro del coro Francesco Aliberti

Coro del Teatro Carlo Felice

 Pianoforte Sirio Restani/Patrizia Priarone

Nicoletta Tassan Solet (anche per la fotografia)

Matvienko incanta il Carlo Felice di Genova

Eccellente il concerto di apertura del cartellone sinfonico del Teatro Carlo Felice di Genova, che ha visto sul podio Dmitri Matvienko, direttore d’orchestra trentenne, nativo di Minsk, vincitore del Primo Premio e del Premio del Pubblico della Malko Competition DNSO/2021, a dirigere l’Orchestra del Teatro. Interessante il programma in cui la luna e la notte sono state protagoniste. Il titolo del concerto era proprio “Il mondo della luna”, derivato dall’opera di Haydn la cui Sinfonia di apertura è stata presentata a inizio della performance, scritta su libretto di Carlo Goldoni inizialmente destinato a Baldassarre Galuppi. Indiscutibili le prestazioni degli orchestrali, in varia formazione, ma l’attenzione si è di certo concentrata sul Direttore che ha convinto. La sua bravura tecnica è stata accompagnata dall’assoluta dissimulazione tra le note: ogni movimento, dai più delicati ai più intensi, era trascinato dalla musica e nella musica scompariva, per diventarne un tutt’uno. Davvero una soddisfazione nel silenzio del bellissimo teatro, verificare come la musica sinfonica, italiana ed europea, ancora interessi ed affascini le giovani generazioni, in cui l’interpretazione diventa fondamento per la crescita comune ancora, con la musica, nella musica, per la musica. Presenti in sala, tra il pubblico, anche dei bambini di cui ciascuno ha apprezzato l’educazione: hanno seguito il concerto con attenzione e con l’impegno di, chissà, futuri musicisti.

Dmitri Matvienko aveva affermato che davanti all’orchestra dimentica tutto e si immerge nella musica, e gli astanti hanno potuto riscontrare che è davvero così, non sono frasi fatte. E in realtà si percepisce che il giovane Direttore d’orchestra sente la musica, la intuisce, la penetra con la propria sensibilità e personalità portando i musicisti che dirige a esprimere vecchi spartiti che sembrano nuovissimi, appena sfornati da una mente e dai suonatori in un tutt’uno. Quindi con la sinfonia di Franz Jospeh Haydn da “Il mondo della luna”, a “Il tramonto” di Ottorino Respighi per mezzosoprano e orchestra d’archi, su versi di Percy Bysshe Shelley, si è potuto ampiamente apprezzare il talento di Matvienko, ma anche la voce di Sonia Ganassi, in un impegnativo testo che ne ha messo in risalto la doti canore. Molti gli applausi per il programma intero, con più uscite del Direttore. Nell’attenzione posta al repertorio strumentale italiano del XX e XXI secolo, trascinante “Piccola musica notturna” su poesia di Manuel Machado di Luigi Dallapiccola e la conclusione grandiosa con la Sinfonia n. 2 in Re minore, op. 36 di Ludwig van Beethoven. Tanto la potenza strumentale, quanto i silenzi, le note alte e quelle soffuse, hanno trionfato a Genova, perché l’impetuosità giovanile e la forza sono state accompagnate alla dolcezza e all’interpretazione intelligente di chi ha scritto musica e testi. Questo è ciò che rende più prezioso il concerto: il proprio personale apporto, del Direttore e dell’Orchestra, facendo rivivere quanto ci è arrivato nel corso della storia musicale. Certamente un ottimo inizio per la stagione sinfonica del Teatro Carlo Felice e un Direttore da seguire negli anni futuri.

Alessia Biasiolo

Il mondo della luna

Il concerto di apertura del cartellone sinfonico del Teatro Carlo Felice, con la partecipazione del mezzosoprano Sonia Ganassi, in programma sabato 11 settembre alle ore 20, vede il debutto sul podio dell’Orchestra del Teatro di Dmitri Matvienko, trent’anni, nativo di Minsk, in un programma che intreccia suggestioni musicali e poetiche in particolare italiane, che si rincorrono per l’Europa, in cui la luna e la notte sono protagoniste. Il suo titolo Il mondo della luna gli deriva dall’opera di Haydn la cui sinfonia d’apertura viene presentata a inizio di serata, scritta su di un libretto che Carlo Goldoni aveva originariamente destinato a un altro grande compositore italiano, Baldassarre Galuppi.

Fresco di vittoria del Primo Primo e del Primo del pubblico del Malko Competition DNSO/2021 Matvienko si appresta conquistare le platee dei teatri internazionali di tutto il mondo, dall’Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo, alla Royal Stockholm Philharmonic Orchestra. L’evento suggella un protocollo d’intesa grazie a cui il Teatro Carlo Felice avrà la possibilità di ospitare nelle suggestive stagioni i vincitori del prestigioso concorso, tra le massime sfide del podio dedicate alla nuova generazione di direttori internazionale, sotto la presidenza di Fabio Luisi, che è direttore principale della Danish National Symphony Orchestra e direttore onorario del Teatro Carlo Felice. 

“E’ il processo delle prove, della costruzione del fatto musicale ad affascinarmi: davanti all’orchestra dimentico il mondo intero e sono immerso nella musica, racconta il giovane direttore al pubblico e alla stampa, cui si è presentato oggi nell’atmosfera raccolta del Foyer del Teatro. A un giovane direttore posso oggi dire che, al di là dello studio, dell’intensità con cui ogni musicista deve applicarsi, contano molto anche l’intuito, la capacità di rapportarsi con quello che sente e con quello che accade attorno. Rapportarsi a compositori italiani come Dallapiccola, un vero genio musicale, con un brano dall’immenso fascino come Piccola musica notturna, con il Respighi d’ispirazione lirica, oltre che con Haydn e Beethoven, permette a me e al pubblico di godere di una parte della musica del nostro tempo estremamente melodica, che unisce, come per esempio in Skrijabin, il lirismo e il colore alla dimensione dell’elaborazione e della ricerca sul linguaggio musicale. Sono autori che vorrò eseguire il più sovente possibile anche in futuro”.

Il programma del concerto presenta incastonati tra la Sinfonia dall’opera Il mondo della luna di Franz Jospeh Haydn e, nella seconda parte, la Sinfonia n. 2 in re minore op.36 di Ludwig van Beethoven, Il tramonto di Ottorino Respighi, poemetto lirico per mezzosoprano e orchestra d’archi si sviluppa su versi di Percy Bysshe Shelley e Piccola musica notturna di Luigi Dallapiccola, un brano celebre in ambito internazionale, debuttato nel 1955 ad Hannover, ma poco presente nei cartelloni sinfonici italiani; “un programma audace e insolito per un giovane direttore della nuova schiera di talenti del podio internazionale, spiega il Sovrintendente Claudio Orazi, che sposa l’attenzione del Teatro Carlo Felice per il repertorio strumentale italiano del XX e del XXI secolo, a partire dalla “generazione dell’80”, e valorizza una concezione di musica assoluta squisitamente italiana che, da queste premesse, si sviluppa e arriva sino ai nostri giorni”.

Dmitri Matvienko è oggi direttore affiliato della National Academic Opera and Ballet Theatre of Belarus. E’ attualmente impegnato in produzioni alla National Academic Opera and Ballet Theatre di Minsk, alla Novaya Opera di Mosca e alla Staatsoper di Monaco di Baviera, dove fa parte del team artistico di Vladimir Jurowski come assistente musicale nella nuova produzione di The Nose di Shostakóvitch. Si è formato alla grande scuola direttoriale russa, con Gennady Rozhdestvensky, Vladimir Jurowski, Teodor Currentzis e Vasily Petrenko, figure con cui condivide la sua passione per la lirica e per la musica del nostro tempo, che affronta collaborando con le realtà più innovative della scena moscovita, in ambito teatrale, come lo Stanislavsky Electrotheatre e, in ambito strumentale, con l’ensemble “N’Caged”, tra i gruppi di musica contemporanea più attivi della capitale russa.

PROGRAMMA

Teatro Carlo Felice, Sabato 11 settembre ore 20.00

Concerto sinfonico. In collaborazione con Malko Competition for Young Conductors DNSO/2021

Franz Joseph Haydn

Il mondo della luna: Ouverture, Hob. XXVIII:7

Luigi Dallapiccola

Piccola musica notturna, danza pantomima su di una poesia di Manuel Machado

Ottorino Respighi

Il tramonto, P. 101, per mezzosoprano e orchestra d’archi

Ludwig van Beethoven

Sinfonia n. 2, in re minore, op. 36

Nicoletta Tassan Solet (anche per le fotografie)