A Mantova, un secolo di Monuments Men

È una mostra idealmente dedicata al Direttore del sito archeologico di Palmira Khaled Asaad, quella che si potrà ammirare al Museo Nazionale Archeologico di Mantova fino al 5 giugno, con il titolo “Salvare la Memoria”. Ma anche al non meno prezioso, e spesso anonimo, esercito di “Monuments Men” che ovunque nel mondo si vota al recupero di un patrimonio di arte che è storia di tutti. Un patrimonio violentato da guerre, come quella in Siria appunto, ma anche da terremoti, alluvioni e da tutti quegli eventi che, ferocemente e improvvisamente, si sovrappongono al fisiologico effetto del tempo su ciò che è testimonianza del nostro passato. Una grande storia raccontata, nei tre piani dell’Archeologico di Mantova, da immagini originali, documenti, filmati, reperti (simbolicamente preziosi quelli provenienti da Palmira), testimonianze dirette. Un laboratorio, aperto al pubblico, mostrerà dei restauratori all’opera su testimonianze di una villa distrutta dal terremoto del 2012 nel mantovano. Protagonisti di vicende di salvaguardia e difesa del patrimonio artistico mondiale incontreranno il pubblico nel corso di incontri calendarizzati nel periodo della mostra. Il progetto “Salvare la Memoria” è un’iniziativa del Polo Museale della Lombardia, a cui si affiancano il Comune di Mantova, l’ISCR, l’ICCROM, l’Università degli Studi di Milano, l’Università IULM, Monuments Men Foundation, Palazzo Ducale- Mantova, Diocesi di Mantova, Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Ad affiancare Elena Maria Menotti e Sandrina Bandera, che ne sono curatrici, è un ampio e qualificatissimo Comitato Scientifico. A contrapporsi alla violenza della distruzione c’è la forza della restituzione. Come racconta questa affascinante mostra e come ricorda, non a caso, il suo sottotitolo. Non caso ad accoglierla è Mantova, città devastata dal terremoto del 2012. Quell’evento causò, tra l’altro, il crollo del cupolino della Basilica di Santa Barbara e produsse seri danni ad uno dei luoghi simbolo della città, la Camera degli Sposi in Palazzo Ducale, rendendolo a lungo non visitabile. E con quello di Mantova, altri terremoti, dal Friuli ad Assisi, a Bam, L’Aquila, sino al Nepal. Come dimenticare poi l’alluvione del 1966 a Firenze e l’esercito degli “Angeli del fango”? O, su altro fronte, l’attentato all’Accademia dei Georgofili? Le distruzioni scientemente provocate dagli uomini non si sono rivelate meno catastrofiche di quelle naturali. Distruzioni ereditate da guerre del passato recuperate molto tempo dopo, come è accaduto per Vilnius dove le distruzioni perpetrate dalle truppe di Pietro il Grande, sono state sanate solo dopo il 1989. Rievocando la Prima Guerra Mondiale, l’attenzione è proposta su Mantova, Milano, il Veneto. Ancora Mantova, nella Seconda Guerra Mondiale, insieme a Milano – con focus sulla sala delle Cariatidi a Palazzo Reale, e su Cenacolo, Brera e Poldi Pezzoli – , le figure e l’azione di Pasquale Rotondi e di Modigliani e Pacchioni per la messa in sicurezza delle grandi opere d’arte italiane. Ma anche le vicende dell’obelisco di Axum, con le immagini della traslazione a Roma dall’Etiopia e della sua restituzione. A questa sezione della grande mostra ha collaborato, tra gli altri, la Monuments Men Foundation di Dallas. Tra i troppi conflitti recenti, la mostra propone quelli in Kosovo e in Afghanistan, evidenziando gli interventi di restauro dell’ISCR e la ricostruzione del ponte di Mostar. Le cronache quotidiane documentano le distruzioni in Iraq e Siria. Le immagini delle distruzioni di Palmira hanno colpito l’opinione pubblica mondiale. Da ricordare che in quell’area archeologica era attivo il progetto “Pal.M.A.I.S.” dell’Università degli Studi di Milano, così come ed Ebla l’Italia era presente con una propria missione archeologica. Per scelta delle curatrici, in questa sezione le immagini saranno esclusivamente “positive”: proporranno le attività di ricerca archeologica svolta. Nessuna immagine di distruzione, ma un puro segnale grafico a simboleggiare la temporanea, forzata interruzione di un percorso di ricerca, recupero e valorizzazione. La grandezza di Palmira sarà testimoniata da reperti originali concessi dai Musei Vaticani. La mostra, inoltre, suggerirà di approfondire la grande storia della Mezzaluna Fertile visitando la Collezione Mesopotamica custodita in Palazzo Te. L’attenzione del visitatore viene attratta anche su altri fenomeni presenti durante i conflitti, quali gli scavi clandestini, evidenziando i casi di Apamea, Umma e Zabalam, con l’utilizzo di foto satellitari. Mentre scorrono le immagini della “Giornata Unesco di lutto per la distruzione dei beni culturali”, la mostra porta l’attenzione sul farsi strada di una nuova consapevolezza. Citando come esempio la salvaguardia dei monumenti anche nel caso di grandi opere di ingegneria: emblematico è stato l’innalzamento dei templi di Abu Simbel per consentire l’invaso della diga di Assuan. Questa è una mostra che vuole ostinarsi a guardare avanti, a valorizzare il bello dell’uomo: ed ecco l’attenzione sui “blue shields”, il Comitato Internazionale dello Scudo Blu (ICBS) fondato nel 1996, “per lavorare per proteggere il patrimonio culturale mondiale minacciato da guerre e disastri naturali”. E sull’attività davvero fondamentale del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, soprattutto in Iraq, i nostri “Caschi blu della cultura”. Una mostra per non smarrire la memoria e condividere con i nostri cari, con le famiglie, con gli amici, con i compagni di classe significative e potenti immagini da non dimenticare e un patrimonio di cui essere fieri.

Orari: martedì, giovedì e sabato dalle ore 14 alle ore 19 mercoledì, venerdì e domenica dalle ore 8.30 alle ore 13.30

Manuela Rossi

Socialmuseums. I risultati della ricerca

A fronte di un tasso di digitalizzazione e penetrazione di internet molto inferiore alla media europea, gli italiani che utilizzano i social media sono circa 36,5 milioni, ovvero ben il 60% dell’intera popolazione. Indagando su quantità e comportamenti del pubblico che fa uso di tali strumenti per entrare in relazione con le istituzioni culturali, la prima indagine, condotta da Civita con la collaborazione di UNICAB, rileva che sono circa 9 milioni gli italiani (il 36,6% della base degli intervistati) che impiegano i social a tale scopo, in prevalenza fra i 25 e i 44 anni.

Effettuata una distinzione dei luoghi della cultura per categorie (Artisti, Biblioteche, Enti lirici e musicali, Spazi espositivi e Teatri), dall’indagine emerge che sono soprattutto le giovani donne (18-25 anni) ad utilizzare i social per connettersi con le istituzioni museali; in termini di intensità delle relazioni – dato dal numero di contatti di ciascun utente – sono teatri ed enti lirici e musicali ad avere un pubblico online più fedele e affezionato.

Analizzando i differenti utilizzi delle piattaforme social, i risultati della ricerca non sono confortanti, in quanto gli utenti impiegano i social soprattutto per la fruizione virtuale e per scaricare materiali messi a disposizione dalle organizzazioni culturali, mentre l’acquisizione di informazioni per la prenotazione o l’acquisto del biglietto d’ingresso sono nettamente sottoutilizzati. Rispetto alla semplice acquisizione o diffusione dei contenuti, la funzione creativa associata ai social media – la più specifica e caratterizzante – è ancora, in Italia, assolutamente marginale.

Le cause scatenanti di tale ritardo emergono con chiarezza nella seconda indagine svolta da Civita, incentrata sul rapporto fra istituzioni culturali e social media e volta ad indagare in che modo e con quali fini le prime utilizzano i nuovi strumenti offerti dal mondo digitale. Definito, anzitutto, un campione di musei (italiani e stranieri) rappresentativo delle differenti offerte culturali (Musei e Reti museali di arte antica e moderna, Musei e Centri per l’arte contemporanea, Musei della Scienza e Altre istituzioni), ne è risultato un insieme di 26 istituti culturali che ha permesso di individuare, al contempo, elementi positivi ed eventuali limiti dello sfruttamento delle opportunità offerte dai social.

L’indagine mostra che l’utilizzo di tali strumenti come mezzo per entrare in relazione con i propri pubblici o per attrarre visitatori non costituisce ancora, per i nostri musei, un obiettivo strategico e rilevante, ad eccezione dei musei d’arte contemporanea, capaci, al contrario, di richiamare non solo i giovani (cosiddetti “nativi digitali”) ma anche un pubblico più trasversale e meno assiduo.

Tali difficoltà dipendono dalla scarsa conoscenza delle effettive potenzialità dei social dovuta alla poca esperienza finora accumulata nonché dalla difficoltà di associare una piattaforma ad obiettivi specifici. Sono, pertanto, i social multifunzionali, quali Facebook, Twitter e Google+ (seguiti ad una certa distanza da Instagram, Pinterest e YouTube) quelli ritenuti più efficaci dai musei ed utilizzati, in particolare, per stimolare la creazione di contenuti autocreati (user generated content), favorire l’apprendimento ed arricchire la fruizione o condividere i contenuti.

L’indagine, infine, ha mostrato con chiarezza che le nuove piattaforme sono quasi sempre implementate in stretta connessione con il sito web del museo; una scelta volta ad ottimizzare l’uso di tutti gli strumenti a disposizione dell’istituzione ma anche ad arricchire il sito potendo impiegare tutti i supporti di comunicazione (verbali o visivi) tramite l’uso di linguaggi differenti.

Per rispondere alla duplice sfida con cui sono chiamati a misurarsi i nostri musei, ovvero recuperare il tempo perduto e proporsi come soggetti dell’innovazione nell’utilizzo delle tecnologie social, Civita lancia alcune proposte, fornendo, al contempo, indicazioni utili al superamento di alcuni vincoli attuativi.

Da un lato, le istituzioni museali devono accrescere il proprio ruolo identitario e valoriale, a garanzia della qualità della cultura trasmessa e a favore di una redistribuzione dell’accesso alla conoscenza, valutando pregi e difetti rispetto ai propri obiettivi; dall’altro, i nostri musei, devono essere messi in grado di dare l’avvio ad una progettualità innovativa, volta da ottimizzare le funzioni delle piattaforme social in linea con le esigenze del museo stesso ma anche, e di comune accordo, con quelle di centri di ricerca e imprese innovative del settore.

Al fine di intraprendere un’efficace comunicazione attraverso i social, i nostri musei non possono prescindere dal mettere in atto mirati investimenti sulle professionalità addette alla comunicazione museale. A queste ultime, infatti, è richiesta un’adeguata preparazione tanto sulle caratteristiche delle diverse piattaforme – in modo da effettuare scelte coerenti con gli obiettivi che l’organizzazione si pone – quanto sui linguaggi “semplici e informali” da adottare nell’uso di tali canali.

Per far fronte ai costi di investimento e gestione necessari all’acquisizione di personale qualificato, una valida risorsa risiede nell’uso integrato di fondi nazionali comunitari (Agenda Digitale, Horizon 2020, Erasmus+, Industria Creativa ecc) nonché la realizzazione di partenariati europei orientati al sostegno di progetti di innovazione tecnologica.

In quest’ottica, pertanto, si potrebbe prevedere per i musei più visitati, in genere statali, di destinare le entrate aggiuntive alla formazione di personale qualificato (almeno 3 o 4 unità), al fine di migliorare l’interazione “social” con il pubblico, o di attivare eventuali collaborazioni con le imprese operanti nella comunicazione, mentre per musei con minore affluenza, di incentivare una gestione a rete dei servizi dedicati alla comunicazione, riducendo, in tal modo, i costi di gestione per le singole istituzioni. Una soluzione, quest’ultima, sperimentata con successo da musei che fanno capo alla stessa proprietà (come i Musei in Comune a Roma) o localizzati sullo stesso territorio (come la Fondazione Musei Senesi).

Il diffondersi dei social media si inserisce in una nuova visione del museo, dando vita a quello che è stato definito il “museo relazionale” o, nel contesto statunitense, the participatory museum, enfatizzandone l’aspetto dinamico e interattivo.

In linea con questa nuova visione, si propone, pertanto, l’implementazione strategie digitali ben definite, coerenti con la mission dell’istituzione, misurabili nei risultati oltre che integrate fra i diversi media digitali impiegati dal museo (social network, sito web, blog, ecc.).

Per i nostri musei, accogliere il suddetto modello significa, in primis, superare le forti riserve culturali legate ad una visione in genere “conservatrice” e conservativa del proprio ruolo, vincendo le diffidenze di coloro che temono di sminuire le capacità conoscitive e formative della tradizionale museologia.

È evidente, dunque, che il pieno sfruttamento delle tecnologie legate alla comunicazione pone non al singolo museo, bensì all’intero sistema museale italiano, compiti difficili da affrontare, risolvibili solo attraverso la creazione di condizioni di contesto che rendano ammissibili le suddette sfide.

Risulta quanto mai prioritaria, pertanto, la definizione di uno specifico programma nazionale lanciato, in accordo con le Regioni, da più Ministeri (Beni culturali, Istruzione e Sviluppo Economico), avendo ben chiari: obiettivi da perseguire, fondi a disposizione e procedure di selezione, indicazioni sulla composizione dei partenariati pubblico-privati per la proposta di progetti e, non da ultime, periodiche attività di monitoraggio mirate a valutare gli interventi e ad identificare le tendenze innovative del settore.

Rachele Mannocchi

 

“Tosca” al Teatro Carlo Felice di Genova

Tosca, opera lirica in tre atti di Giacomo Puccini su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, a più di un secolo dalla prima assoluta del 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma, dopo il successo dello scorso anno, torna al  Teatro Carlo Felice dal 4 all’8 maggio.

Sul podio, a dirigere l’Orchestra del Teatro Carlo Felice, Dmitri Jurowski, direttore russo giovane ma già di ampia esperienza internazionale, dal 2011 direttore artistico e direttore principale dell’Orchestra Sinfonica della Città di Mosca.

Regia, scene e luci portano la firma di Davide Livermore, uno dei registi più talentuosi della sua generazione, fornito di una profonda preparazione non solo teatrale, ma anche musicale, da sempre aperto all’innovazione e alla sperimentazione; Regista Residente al Teatro Carlo Felice, dopo i precedenti successi di uno straordinario Otello, un Carmen tutta cubana e un suggestivo Billy Budd, Livermore ripropone per il lirico genovese l’ allestimento di Tosca filtrato dal suo sguardo acuto e innovatore. I preziosi costumi sono di Gianluca Falaschi.

L’opera si avvale di due cast prestigiosi, che si alterneranno nelle recite: Amarilli Nizza e Virginia Tola (Floria Tosca), Francesco Meli che debutterà nel ruolo ed Enrique Ferrer (Mario Cavaradossi), Angelo Veccia (Scarpia), Giovanni Battista Parodi (Angelotti), Matteo Peirone (Sagrestano), Enrico Salsi (Spoletta), Raffaele Pisani (Sciarrone) e Filippo Balestra che si alternerà con Roberto Conti nel ruolo del Carceriere. E in più, le voci bianche Thomas  Bianchi e Sebastiano Carbone (Un Pastorello).

La Tosca di Giacomo Puccini è un’opera degli eccessi. La gelosia di Tosca, l’eroismo repubblicano del suo amato, il pittore Mario Cavaradossi, la cattiveria del Barone Scarpia, capo della polizia: tutto è estremo, in questa vicenda ambientata nella Roma politicamente in subbuglio del 1800. I momenti forti non si contano: la tortura di Cavaradossi e la sua fucilazione in scena; Tosca che, cantante lirica vissuta sempre “d’arte e d’amore” senza far “mai male ad anima viva”, uccide Scarpia, colui davanti a cui “tremava tutta Roma”, congedandosi dal suo cadavere con un rituale tra il macabro e il solenne; il salto nel vuoto di Tosca dai bastioni di Castel Sant’Angelo; la libidine sfrenata di Scarpia.

C’è chi, come Alberto Arbasino, vede in Tosca una messa in scena della Crudeltà, il manifesto di un “Teatro della Ferocia” davanti a cui impallidiscono, secondo lo scrittore, titoli giudicati di solito molto più perfidi. La storia, del resto, è tratta dal dramma omonimo (1887) di  Victorien Sardou, uno specialista del teatro a tinte forti che andava di moda nella Parigi di fine ‘800.

L’impatto della vicenda è intensificato dalle scelte compositive di Puccini, che si susseguono con il tempismo di un montaggio cinematografico: melodie di sicuro effetto (“Vissi d’arte”, “Recondita armonia”, “E lucevan le stelle”), armonie inaspettate, colori timbrici di densità pittorica.

Gli incontri collaterali che il Teatro Carlo Felice ha organizzato intono all’evento :

Sabato 30 aprile alle ore 16.00

Auditorium E. Montale

Conferenza Illustrativa “Modernità di Tosca

A cura di Alberto Cantù

In collaborazione con l’Associazione Amici del Carlo Felice e del Conservatorio N. Paganini

Lunedì 2 maggio alle ore 17.30

Libreria La Feltrinelli

UN POMERIGGIO ALL’OPERA

Incontro con gli artisti di Tosca

a cura di Massimo Pastorelli

Marina Chiappa

 

Il Premio “La Leonessa. Città di Brescia” alla diciassettesima edizione

Il prestigioso Premio di Poesia è entrato nel vivo dell’organizzazione. Un gran numero di poesie stanno arrivando alla Segreteria organizzativa, dimostrando che le novità di quest’ennesima edizione sono state apprezzate dai Poeti di tutta Italia.

Le Sezioni del Premio sono le seguenti:

Sezione Poesia Italiana a tema libero.

Sezione Poesia Dialetto Italiano.

Sezione Poesia in Dialetto Bresciano.

Sezione Poesia in Lingua Straniera.

Sezione a Tema: “Giubileo di Pace. Figure di santi”.

Sezione speciale 2016

Per ricevere il bando integrale, bisogna scrivere a: associazionesidus@libero.it

Lo splendore di Venezia a Brescia

Dopo il successo riscosso con “Il cibo nell’Arte dal Seicento a Warhol”, Palazzo Martinengo ospita la più importante mostra sul vedutismo veneziano del ‘700 e ‘800 mai organizzata in Italia. Si tratta di un’esposizione di caratura internazionale, ricca di capolavori provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed estere, che vuole celebrare la città italiana che più di ogni altra è stata, ed è ancora oggi, un mito intramontabile nell’immaginario collettivo: Venezia.

Crogiolo di arte e cultura, religioni e commerci, monumenti storici e scorci mozzafiato, la Serenissima ha sedotto con il suo fascino ammaliante generazioni di viaggiatori, mercanti, letterati e soprattutto pittori che hanno fissato sulla tela con la magia del pennello piazze, chiese e canali, luci, riflessi e le mutevoli atmosfere di questo “luogo incantato fuori dal tempo sospeso tra distese di acqua e di cielo”.

Nel corso dei secoli Venezia è stata così spesso immortalata sia da artisti italiani che stranieri da determinare la nascita del vedutismo, nuovo filone iconografico particolarmente apprezzato dai colti e ricchi viaggiatori del Grand Tour desiderosi di tornare in patria con una fedele istantanea delle incantevoli bellezze ammirate nel Bel Paese.

Per raccontare al pubblico la genesi e lo sviluppo della gloriosa stagione del vedutismo veneziano, Palazzo Martinengo accoglie in esclusiva una selezione di oltre cento capolavori di Canaletto, Bellotto, Guardi e dei più importanti vedutisti del XVIII e XIX secolo. Accuratamente selezionati da un comitato scientifico internazionale presieduto dal curatore Davide Dotti, i dipinti dimostrano che la fortuna del vedutismo non si esaurì con la fine della Repubblica di Venezia, ma proseguì anche durante l’intero corso dell’Ottocento.

Sala dopo sala il visitatore vivrà un affascinante viaggio alla scoperta degli scorci più suggestivi della Città dei Dogi – da Piazza San Marco a Punta della Dogana, da Palazzo Ducale al Ponte di Rialto fino allo spettacolare Canal Grande percorso dalle gondole – seguendo il filo di un racconto che si dipana lungo due secoli di Storia dell’Arte, attraversando le differenti correnti pittoriche succedutesi nel corso del tempo, dal barocco al rococò, dal romanticismo fino agli echi dell’impressionismo.

Le luminose vedute ideate dai pittori, popolate da spigliate macchiette in costumi d’epoca e dai personaggi della Commedia dell’Arte, diventano sovente cornici alle famose feste veneziane del Redentore, della Regata Storica, della Sensa e del coloratissimo Carnevale animato dalle tradizionali maschere.

La mostra, che si articola secondo un avvincente itinerario cronologico, è suddivisa in dieci sezioni tematiche impreziosite dalla presenza di una raffinata selezione di vetri di murano creati dall’artista Maria Grazia Rosin, tra cui l’installazione “Gelatine Lux” esposta alla 53º Biennale d’Arte di Venezia. Conclude il percorso espositivo la sala “Venezia teatro della vita”, dove sono protagonisti dipinti con scene di vita quotidiana ambientate in campi e campielli, tra le calli e i canali della città.

L’esposizione di Palazzo Martinengo è un evento unico e imperdibile in grado di regalare emozioni indimenticabili, svelando l’anima più autentica della Serenissima, colta con formidabile sensibilità estetica dai più grandi maestri del vedutismo. Perché Venezia continui ad essere un mito, un sogno, vanto e orgoglio della nostra Italia terra delle meraviglie!

 

Anna Defrancesco

 

The ‘70s. Una stagione felice del cinema americano

Torna nell’ambito della tradizionale rassegna “I martedì del festival” organizzata dall’Ufficio Cinema del Comune di Verona”, la seconda parte della proposta dedicata al cinema americano degli anni Settanta. La retrospettiva presenta 18 titoli, per un percorso cinematografico in programmazione a partire da venerdì 22 aprile e fino al prossimo 2 maggio, nella sala Convegni della Gran Guardia. La seconda proposta della rassegna “The 70s” affronta in maniera più sistematica il rapporto con i generi classici della tradizione hollywoodiana, riletti, rinnovati e spesso mescolati dal gruppo di giovani cineasti nati negli anni Quaranta e dei loro fratelli di poco maggiori formatisi negli studi televisivi negli anni Cinquanta e Sessanta, che cambiarono radicalmente il modo di fare cinema. Proposti nella rassegna alcuni evergreen accanto a titoli meno conosciuti, che affrontano diversi temi: il dramma politico, l’inconscio, il giornalismo investigativo, la fantapolitica, lo spionaggio e uno dei grandi traumi del cuore profondo dell’America: la guerra del Vietnam.

Tutti i film sono ad ingresso libero fino ad esaurimento dei posti disponibili.

Proiezioni in lingua originale con sottotitoli in italiano.

Verona Film Festival, via Leoncino 6 , tel. 045 8005348 – fax 045 593762 – veronafilmfestival@comune.verona.it.

Il programma completo

venerdì 22 aprile

ore 16: “Cabaret” (Cabaret, USA, 1972, 124′) di B. Fosse

ore 18: “Duel” (Duel, USA, 1971, 90′) di S. Spielberg

ore 21: A Wedding (Un matrimonio, USA, 1978, 125′) di R. Altman

sabato 23 aprile

ore 16: “Next Stop, Greenwich Village” (Stop a Greenwich Village, USA, 1976, 111′) di P. Mazursky

ore 18: “The Warriors” (I guerrieri della notte, USA, 1979, 92′) di W. Hill

ore 21: “The Deer Hunter” (Il cacciatore, USA,1978, 183′) di M. Cimino

giovedì 28 aprile

ore 16: “Paper Moon” (Paper Moon, USA, 1973, 102′) di P. Bogdanovich

ore 18: “Three Days of the Condor” (I tre giorni del Condor, USA, 1975, 117′) di S. Pollack

ore 21: “Dog Day Afternoon” (Quel pomeriggio di un giorno da cani, USA, 1975, 130′) di S. Lumet

venerdì 29 aprile

ore 16: “Al that Jazz” (Al thatJazz, USA, 1979, 123′) di B. Fosse

ore 18: “Assault on precint 13” (Distretto 13 – le brigate della morte, USA, 1976, 91′) di J.Carpenter

ore 21: “All the president’s men” (Tutti gli uomini del Presidente, USA, 1976, 138′) di A. J. Pakula

sabato 30 aprile

ore 16: “Deliverance” (Un tranquillo weekend di paura, USA, 1972, 110′) di J. Boorman

ore 18: “Lenny” (Lenny, USA, 1974, 111′) di B. Fosse

ore 21: “The wild bunch” (Il mucchio selvaggio, USA, 1969, 144′) di S. Peckinpah

Lunedì 2 maggio

ore 16: “Five Easy Pieces” (Cinque pezzi facili, USA, 1970, 98′) di B. Rafelson

ore 18: “The beguiled” (La notte brava del soldato Jonathan, USA, 1971, 105′) di D. Siegel

ore 21: “Marathon man” (Il maratoneta, USA, 1976,125′) di J. Schlesinger

 

 

Roberto Bolis

Rievocazione storica a Verona, protagonista la principessa Sissi

Si terrà sabato 23 aprile dalle ore 17, con partenza dall’ex Arsenale di Verona, la “Rievocazione storica della visita a Verona della principessa d’Austria Sissi”, organizzata dall’associazione culturale Amici del Teatro con il patrocinio del Comune di Verona e della Regione Veneto. L’evento è stato presentato all’hotel Due Torri dal consigliere incaricato alla Cultura Antonia Pavesi insieme ad Alessandro Bravi presidente dell’Associazione culturale Amici del Teatro. Presenti il presidente di Agsm Energia Giuseppe Stoppato e Roberto Bussola di Banca Mediolanum spa, due dei main sponsor dell’evento. “Un’ occasione – spiega Pavesi – per rinnovare i ricordi di un personaggio molto amato e del gran ballo che la nobiltà veronese e veneta diede in occasione della visita in città dell’imperatrice d’Austria Elisabetta di Baviera. Una bella proposta storico-culturale per la città, giunta quest’anno alla sua seconda edizione, frutto di una fattiva collaborazione tra il Comune ed alcune realtà economiche della città”.

Il programma della giornata prevede, alle 17, inizio sfilata di carrozze d’epoca che dall’ex Arsenale, con passaggio su ponte Castelvecchio, giungerà in piazza Bra dove si svolgerà la prima esibizione di danze ottocentesche, tratte da “Scene da un ballo a palazzo”. Successivamente, il corteo proseguirà lungo Corso Portoni Borsari, per arrivare in piazza delle Erbe e continuare per via Cairoli, piazza Viviani, lungadige Rubele, Sottoriva, via Ponte Pietra, via Massalongo, Corso Santa Anastasia, vicolo Cappelletta, Arche Scaligere fino alla piazza dei Signori, dove si terrà la cerimonia conclusiva dell’omaggio all’Imperatrice da parte della nobiltà veneta, con tutti i gruppi di danza partecipanti. Alle 18, all’hotel Due Torri, incontro con Licia Campi Pezzi, autrice delle due monografie dedicate agli Asburgo: “Sissi: la Regina delle Dolomiti” e “Francesco Giuseppe. Una dinastia al tramonto”. A seguire, alle 20, cena con il ballo in costume ottocentesco accompagnata da musiche del periodo. Ingresso a pagamento con prenotazione. Per informazioni Associazione culturale Amici del Teatro: cell. 333 6455859 – mail amteatro@tin.it.

Gli appuntamenti proseguono domenica 24 aprile, in piazza dei Signori alle ore 17, con musiche e danze in costume tirolese della banda musicale ed il gruppo di Danze VTG Gries di Bolzano.

 

Roberto Bolis