Torna la stella in Piazza Bra “Simbolo di luce e speranza, un punto fermo in un anno pieno di incertezze”

Il momento dell’accensione della Stella

Da trentasei anni è il simbolo del Natale veronese. Un punto fermo delle festività e della tradizione che, a maggior ragione quest’anno, non poteva mancare da piazza Bra. La Stella Cometa si è accesa per la prima volta, portando un po’ di luce in questo 2020. Erano presenti il sindaco Federico Sboarina, gli assessori alle Manifestazioni Filippo Rando, all’Economato Luca Zanotto e all’Ambiente Ilaria Segala e il segretario generale di Fondazione Verona per l’Arena Alfredo Troisi. Oltre ai rappresentanti degli sponsor che ogni anno collaborano all’iniziativa. E tutti hanno potuto ammirare anche il Presepe di Fontanini creato in un arcovolo dell’Arena, una sorta di grotta che ospita la Natività.

La Stella progettata dall’architetto Rinaldo Olivieri, su idea di Alfredo Troisi, è alta 70 metri e lunga 82 con le punte che arrivano fino ai 22 metri. Per realizzarla sono state necessarie 80 tonnellate di acciaio e ben 2.500 bulloni. Come per la Tour Eiffel, anche la Stella era stata progettata per essere allestita una sola volta, nel 1984 in occasione dell’inaugurazione della Rassegna dei Presepi in Arena. Con gli anni, tuttavia, la cittadinanza l’ha fatta propria e ha continuato ad essere allestita nella piazza centrale della città, per le festività natalizie. La Stella è nel Guinness dei primati essendo l’archiscultura più grande del mondo. Da New York a Osaka, sono molte le richieste arrivate nel corso degli anni per avere la Stella ad eventi ed expo, ma la città non ha mai voluto rinunciare al suo simbolo.

“In un anno così complicato e incerto – ha detto il sindaco -, la Stella non poteva mancare. È conosciuta in tutto il mondo, è la cartolina del Natale scaligero. Ringrazio Alfredo Troisi per non avere rinunciato all’installazione nemmeno quest’anno e come Comune abbiamo dato tutto il nostro sostegno affinché si potesse realizzare. È un punto fermo della nostra tradizione e quest’anno simboleggia ancor più la speranza, quella luce che tutti noi vogliamo vedere quanto prima. Sarà un Natale diverso dal solito, dovremmo rinunciare a tante belle tradizioni e abitudini, ai festeggiamenti, ma la Stella che da 36 anni accompagna le feste natalizie sarà in piazza Bra a ricordarci che anche questo momento passerà e ne arriveranno sicuramente di migliori”.

“Anche per quest’anno Agsm Lighting si è profusa per illuminare la Stella, simbolo del nostro Natale e delle festività – ha detto il presidente di Agsm Lighting Filippo Rigo -. Così come il presepe ricreato all’interno di un arcovolo dell’Arena. Tutti coloro che passeranno da piazza Bra potranno ammirarne la bellezza, soprattutto dopo il calar del sole”.

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

 

Stasera concerto sinfonico del Carlo Felice di Genova in TV

Il direttore Andrea Battistoni

Il concerto sinfonico del 16 ottobre scorso al Teatro Carlo Felice di Genova, l’ultimo dal vivo prima della chiusura al pubblico in ottemperanza al DPCM del 24 ottobre 2020, verrà trasmesso stasera, 2 dicembre, alle ore 20.30, all’interno del “cartellone” di Radio3 Suite, storica trasmissione di musica e cultura del terzo canale radiofonico della Rai.

Il violinista Kevin Zhu

I protagonisti del concerto, in collaborazione con il Paganini Genova Festival, sono il direttore d’orchestra Andrea Battistoni, trentatré anni, e il violinista Kevin Zhu, diciannove. Veronese, violoncellista, compositore (élan vital, 2016), scrittore (Non è musica per vecchi, 2012), Battistoni ha esordito come direttore nel 2008, nel 2012 è diventato il più giovane direttore mai salito sul podio del Teatro alla Scala, nel 2016 è stato nominato Direttore Principale della Tokyo Philharmonic e dal 2017 al 2019 ha ricoperto il ruolo di Direttore Principale dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova. Zhu, nato a Maryland (USA), ha iniziato lo studio del violino a tre anni, cominciando fin da subito a tenere concerti in pubblico e a vincere concorsi; un percorso culminato nel 2018 con il trionfo al Premio Paganini.

I due giovani musicisti, insieme all’Orchestra del Teatro Carlo Felice, affrontano due pagine di ampio respiro e di grande impegno tecnico-interpretativo. Il programma si apre con il Concerto in si minore per violino e orchestra op. 61 di Edward Elgar, una partitura di ispirazione tardo-romantica, nonostante sia stata composta tra il 1909 e il 1910, in cui l’orchestra non si limita ad accompagnare il solista, ma partecipa da co-protagonista al discorso musicale; un caposaldo della letteratura concertistica inglese di inizio Novecento, che merita di essere conosciuto non meno del suo omologo – e più celebre – Concerto per violoncello in mi minore op. 85.

 

Massimo Pastorelli (anche per le fotografie)

“Una buona notizia, Verona attrattiva anche durante il Covid”

Verona si conferma  capace di attrarre investitori internazionali anche in tempo di Covid, confermando lo standing conquistato negli ultimi anni.

Proprio in queste ore negli uffici dell’Edilizia privata è stato depositato il progetto per il recupero del cosiddetto Quadrilatero.

Fino a qualche anno fa sede degli uffici del gruppo bancario Unicredit, gli spazi di importante pregio sono stati scelti dalla catena alberghiera Marriott Internazional, multinazionale americana che gestisce hotel di alto livello in tutto il mondo, facendo del lusso e dell’esclusività dei servizi i suoi punti di forza.

A Verona la Marriott International arriverà con il brand Autograph Collection, ovvero il top tra la gamma di hotellerie proposte dal colosso d’oltreoceano. Un cinque stelle superior, una novità assoluta nel panorama alberghiero cittadino, la cui collocazione nel cuore della città avrà ricadute positive su diversi fronti, a cominciare da quello occupazionale.

Un’operazione che ha tra i principali obiettivi quelli di portare a Verona quei turisti ‘agiati’ che oggi, per trovare strutture di così alto livello, scelgono soggiorni in città come Milano o Venezia, da cui spostarsi per visitare Verona in giornata.

Il recupero dell’area adiacente a via Garibaldi e allo storico quartiere della Carega sarà a vantaggio anche dei veronesi perché si apre un’ampia porzione di città, che oggi è completamente chiusa all’accesso e alla sua fruizione, restituendo alla comunità antiche corti medievali e una strada storica fra Garibaldi e Sant’Egidio. A disposizione di tutti i cittadini e non solo degli ospiti dell’hotel, una serie di servizi annessi alla struttura come ristoranti, negozi, sale convegni, centro benessere.

Il progetto si avvale anche di uno studio sull’impatto viabilistico legato alla presenza della struttura, con disagi pari a zero dal punto di vista di nuovo traffico. Primo, perché si calcola che solo una piccola percentuale di clientela raggiunga l’hotel con la propria auto. Secondo, perché l’albergo si doterà di posti auto adeguati alla capienza ricettiva attraverso convezioni con i parcheggi cittadini, senza aggravio di auto per il centro storico.

Un investimento che si aggira intorno agli 80 milioni di euro, 40 dei quali necessari per il recupero degli immobili, circa 22 mila metri quadrati, che la Marriott International ha deciso di fare a Verona in virtù di una progressiva crescita turistica della città e di una sostanziale stabilità nel numero di strutture ricettive veronesi.

Valore aggiunto dell’opera sono le opere compensative previste come oneri contributivi che la proprietà dovrà versare al Comune, circa 2 milioni di euro che potrebbero raddoppiare in virtù della variazione della destinazione d’uso del compendio.

Grazie al decreto Sblocca Italia, il progetto segue un iter agevolato e più veloce rispetto al passato. Dopo l’esame della prima Circoscrizione e di tutti gli uffici competenti, passerà al vaglio del Consiglio comunale per l’approvazione finale.

“Nel contesto storico in cui ci troviamo, queste è senza dubbio una buona notizia -ha detto il sindaco-. Anzitutto perché Verona si conferma città capace di attrarre investitori anche in tempo di Covid, che riconoscono non solo la vocazione internazionale della città, ma anche una vivacità economica che è pronta a ripartire non appena terminata l’emergenza. In secondo luogo, stiamo parlando di una struttura ricettiva senza precedenti per Verona, con una clientela nuova e un indotto che avrà ricadute positive su più ambiti”.

“Un altro contenitore praticamente disabitato che torna a prendere vita – aggiunge l’assessore Segala -. Il progetto presentato ai nostri uffici non prevede semplicemente un hotel, ma anche negozi, ristoranti e nuovi spazi che potranno essere vissuti da tutta la città, compresa una vecchia strada romana che collega via Garibaldi a via Sant’Egidio. Una proposta senza dubbio ambiziosa e che come amministrazione non può che inorgoglirci. Bene anche le valutazioni sugli impatti che l’opera avrà sul traffico della zona e l’importante valore delle opere compensative”.

“Verona cresce a livello turistico del 4 per cento ogni anno – ha sottolineato Leone, della Cushman & Wakefield,  una delle maggiori società private del mercato immobiliare mondiale che ha effettuato un accurato studio di mercato sulla capacità di Verona di assorbire e trasformare flussi turistici da qui a prossimi 10-15 anni -, un elemento che non può sfuggire a investitori del calibro della Mariott International. Una struttura di lusso di questo tipo non è un pericolo per gli albergatori già presenti, che anzi potranno ricalibrare le proprie offerte. Un’occasione unica anche dal punto di vista del lavoro, si ipotizzano circa cento nuove assunzioni di professionalità di qualità”.

 

Roberto Bolis

‘Scrigni di Natale a sorpresa’ per le letture di fine anno

Alla biblioteca comunale Bassani di Barco (Ferrara) è tempo di ‘appuntamenti al buio’ con la lettura. Per tutto il mese di dicembre 2020 i lettori di tutte le età potranno infatti partecipare all’iniziativa ‘Scrigni di Natale a sorpresa!’, scegliendo fra i tanti diversi pacchetti tematici, per bambini o per adulti, messi a disposizione per il prestito ed esposti nella vetrina della biblioteca. Ogni pacco a sorpresa contiene libri, film, musica e audiolibri su innumerevoli argomenti, per soddisfare le curiosità e le passioni più diverse. Tra i tanti temi fra cui scegliere: ‘Famiglie sotto l’albero’, ‘Avventure miracolose di Natale’, ‘Letture per quando si ha il raffreddore’, ‘Letture per sembrare colti’ e ‘Libri per bambini che non vogliono andare a dormire’ (l’elenco completo degli argomenti sul sito https://archibiblio.comune.fe.it).

Per scegliere e ritirare il proprio pacchetto a sorpresa sarà sufficiente prendere appuntamento telefonicamente (0532 797418 e 797419) o via mail (info.bassani@comune.fe.it) per accedere alla biblioteca, in via Grosoli 42 a Barco, negli orari di apertura per prestiti e restituzioni: dal martedì al sabato dalle 9 alle 13; e il martedì, mercoledì e giovedì anche dalle15 alle18,30.

 

Alessandro Zangara

“Arrivederci Saigon”, il film di Wilma Labate

Si rinnova l’appuntamento online con la rassegna Zavattini Live. Film e autori da non perdere di vista con la presentazione di un film che narra una storia incredibile, poco nota all’opinione pubblica, quella di 5 ragazze italiane, Le Stars, che nel 1968, durante un viaggio  in Estremo Oriente per tentare di sfondare nel mondo della musica, si ritrovano in Vietnam per esibirsi di fronte alle truppe americane. Si tratta di Arrivederci Saigon, di Wilma Labate. La regista sarà insieme al montatore Mario Marrone ad illustrare il film nell’incontro organizzato dal Premio Zavattini UnArchive in collaborazione con Arci UCCA, che avrà luogo mercoledi 2 dicembre alle ore 18:30 sui canali ufficiali FB del Premio Zavattini e di Arci UCCA e sul canale YouTube dell’AAMOD (Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico. All’iniziativa parteciperanno, come sempre, Antonio Medici, direttore del Premio Zavattini, Aurora Palandrani, CdA AAMOD, Roberto Roversi e Antonio Borrelli, rispettivamente presidente e vicepresidente nazionale di Arci UCCA. Il film è visibile sul canale RaiPlay.

https://www.facebook.com/PremioZavattini

https://www.facebook.com/UCCApagina

https://www.youtube.com/AAMODAAMOD

SINOSSI

Sono giovanissime e vengono tutte dalla provincia industriale toscana, così diversa dalle famose colline del Chianti: le acciaierie di Piombino, il porto di Livorno e le fabbriche Piaggio di Pontedera. È la provincia rossa delle case del popolo e del PCI. Uscire da questa provincia per loro è un sogno, ma siamo nel 1968 e tutto è possibile! Ricevono un’offerta che non si può rifiutare, una tournée in Estremo Oriente: Manila, Hong Kong, Singapore. Armate di strumenti musicali e voglia di cantare, partono sognando il successo ma si ritrovano in guerra, e la guerra è quella vera del Vietnam. Dopo cinquant’anni “Le Stars” raccontano la loro avventura tra soldati americani, basi sperdute nella giungla e musica Soul.

NOTE DI PRODUZIONE

È il 1968 e mentre in Italia i giovani occupano le scuole, rinnegano l’autorità di una famiglia patriarcale, rivoluzionano i costumi governati dalla Chiesa e decidono di essere soggetti politici, cinque ragazzine della provincia toscana imparano il soul insieme ai soldati afroamericani in Vietnam. Ancora un altro ’68, tra i tanti, a distanza di cinquant’anni. La sfida è quella di raccontare la Storia con lo sguardo delle protagoniste poco più che adolescenti, riaprendo un capitolo tra i più conflittuali del Novecento con la memoria e la leggerezza di una esperienza incredibile che ha segnato per sempre la loro vita.

SCHEDA TECNICA

Regia Wilma Labate

Sceneggiatura   Wilma Labate

Fotografia   Daniele Ciprì

Montaggio  Mario Marrone

Produzione Tra Lab, Solaria Film, Rai Cinema

Distribuzione Istituto Luce Cinecittà

Vendite Estere Rai Com

Con

Viviana Tacchella

Rossella Canaccini

Daniela Santerini

Franca Deni

nel ruolo di se stesse, ovvero LE STARS

 

Elisabetta Castiglioni

Epidemie italiane: il colera “politico”

(segue)

Comparso nelle Marche, poi in Campania e Puglia nel 1865, diffusosi in alcune zone della Sicilia nel 1866, il morbo dilagò ampiamente nel 1867 in Lombardia, Puglia, Calabria e Sicilia, diffondendo ancora una volta il timore verso ospedali e medici che non solo erano centro di diffusione del contagio, ma accusati di farlo apposta, come emissari forse del governo oppure di chissà chi. Ignazio Cantù scrisse che alle superstizioni si dovevano gran parte dei mali dell’umanità.

Gaetano Strambio notò con orrore che, ancora, si ripetevano i deliri sull’ampollino dei medici, con rapimento o occultamento dei malati per non lasciarli in mano ai sanitari: secondo Strambio, il problema della mancanza di autorità, in un periodo di contrasto tra Stato e Chiesa, lasciava ampio spazio a chi predicava che erano i castighi di Dio a impossessarsi dell’umanità italiana, per punirla delle empietà liberali, mentre lui stesso ipotizzava che fossero proprio dei maneggi dei clericali più conservatori a provocare distruzione e morte.

Contro medici e presunti avvelenatori insorsero a Castellammare e Torre Annunziata, ad esempio, mentre ad Amalfi ebbero la peggio degli uomini di Positano perché galantuomini, pertanto sospettati di diffondere il morbo tra i poveri.

Interessante notare come, a Palermo, si sostenesse con una certa logica per chi voleva pescare nel torbido dell’untore politico, che “se era veleno quando c’era Ferdinando non avrà cessato di esserlo perché c’è Vittorio Emanuele”. In Sicilia, nel 1860 Giuseppe Garibaldi aveva promesso la leva militare al posto del colera, ma ora era evidente che non fosse cambiato molto, quindi la colpa doveva essere del governo per forza.

Perciò venne organizzata, da capipopolo già impegnati nei tumulti del 1848 e del 1860, una rivolta popolare, causata dalla peggiorata condizione economica, la malattia dilagante, la disoccupazione, la liquidazione dell’asse ecclesiastico.

Tra il 16 e il 22 settembre 1866, migliaia di persone calarono dalle zone circostanti e arrivarono a Palermo dove misero a sacco gli uffici pubblici, impadronendosi della città. I Borboni avevano favorito la rivolta, soffiando sul pericoloso fuoco della disperazione, ottenendo un pesantissimo intervento governativo che acuì l’odio nei confronti del Piemonte che governava dalla capitale Firenze.

Le truppe al comando di Cadorna sbarcarono sull’isola diffondendo ancor più il colera. Le fucilazioni e gli arresti si moltiplicarono, con tribunali militari e rastrellamenti. Si contarono migliaia di morti, con la reazione popolare che non si fece attendere, soprattutto per l’aumento della pressione fiscale. Il colera poteva solo essere italiano, nemico, contro un’isola che, quindi, tanto italiana in quel momento di novella unità nazionale non si sentiva. Ogni azione del governo, anche la distribuzione di viveri e medicinali, non venne accettata, perché sospettata di essere soltanto un altro metodo per diffondere il morbo ed eliminare i popolani locali.

Nello stesso 1867, in Calabria i reazionari incolpavano del colera la scomunica da parte di Pio IX. Per fronteggiare il morbo, il popolo beveva litri di olio d’oliva e cercava di linciare gli untori. Anche in questo caso, borbonici e clericali alimentarono le credenze popolari sperando di poterne avere la meglio e di ripristinare lo status politico precedente.

Il prefetto di Cosenza addita anche i cittadini agiati ed educati, cioè colti, di credere nella diffusione del colera come veleno; oltretutto in Calabria era diffusa l’idea di una setta responsabile dei tumulti e in tal senso si organizzarono anche delle indagini. La psicosi dei veleni e degli untori, insomma, colpiva non solo l’immaginario collettivo della plebe, ma tutta la società civile.

Purtroppo un’epidemia di colera colpisce l’Italia anche nel 1884-85, ma il Paese risponde in maniera meno impreparata. Infatti, nel 1883 Koch ha scoperto la causa del morbo, un vibrione, che si debella già portando a ebollizione l’acqua.

Il governo, guidato da Depretis, mette in atto una azione efficace, con una strategia precisa e coerente: l’urto contro la malattia è la scrupolosa igiene personale, dei locali, l’isolamento, la disinfezione, la distruzione degli oggetti infetti.

Malgrado l’attacco delle opposizioni, la vigilanza in tutta Italia porta sicuri risultati, ma spiegabili anche con l’aumentata istruzione, una buona profilassi e buoni progressi economici. Tuttavia, l’idea degli avvelenamenti non passa: si crede ancora che gli ampollini dei medici, le polverine, le caraffine per contenere il colera, fossero un’azione politica o di qualcuno contro il popolo.

Il “Corriere della Sera” titola “Cose da Medioevo”, anche quando si credeva che l’Italia fosse cresciuta abbandonando le superstizioni. Addirittura si assicurava che gli avvelenatori, medici e farmacisti, venissero pagati 25 lire al giorno.

Sono passati anni, l’istruzione è migliorata in Italia, ma le superstizioni riappaiono prepotenti quando la situazione, soprattutto sanitaria, porta al panico collettivo.

Se infatti i Borboni dovevano diffondere il colera perché le bocche da sfamare erano troppe, erano i carabinieri a gettare in giro il morbo sotto Umberto. E non si fanno attendere anche le polemiche dalle colonne dei giornali, dal momento che il Sud italiano, Palermo in testa, era stato dipinto come in preda all’anarchia e alla barbarie, pertanto i giornali palermitani insorsero rispondendo per le rime.

Francesco Crispi, dalla sua, lamentava che il clero non aveva utilizzato la sua potenze spirituale e parzialmente temporale per convincere le persone che non c’erano veleni e untori. In effetti non era vero: il vescovo di Palermo e di Catania, ad esempio, avevano scritto ai preti di predicare che il colera aveva un’origine naturale, pertanto non solo doveva essere accettato come una calamità naturale, ma dovevano essere accettati anche gli aiuti dalle autorità, che ancora una volta al Sud non venivano considerati positivi.

C’era chi pensava addirittura, allora, che i preti avvelenassero l’ostia della comunione, proprio perché stavano con il governo.

Un buon curato, allora, doveva citare la Bibbia, dove era chiara l’origine divina della peste; metteva in guardia di non lasciare le case per paura degli untori, perché i ladri ne approfittavano ad arte per svaligiare le case e, inoltre, come poteva un prete stare dalla parte di un governo che non li amava affatto? In più, se già non ce n’era abbastanza, era chiaro che erano stati proprio i liberali ad inventare la storia del veleno in odio ai Borboni: una verità che, rivelata in quel momento, non portò comunque a convincimenti seri.

(continua)

prof.ssa Alessia Biasiolo

Torna la marcia del giocattolo per sostenere la ricerca. Iscrizioni online e corsa a distanza

Basta iscriversi online per ricevere a casa maglia e gadget, da indossare per correre a distanza. In prossimità di casa, in campagna o nelle aree verdi, evitando qualsiasi tipo di assembramento. La Marcia del Giocattolo torna con un format completamente nuovo, in ottemperanza alle misure anti Covid. Ma come da tradizione l’appuntamento, anche quest’anno, per tutti è l’8 di dicembre. L’iniziativa, giunta alla 43a edizione, si correrà, quindi, in tutta sicurezza e per la solidarietà. L’evento, organizzato da Associazione Straverona in collaborazione con il Comune, supporta la Fondazione Città della Speranza, riferimento italiano per la ricerca in campo oncoematologico pediatrico. Tutti i partecipanti, con l’adesione sul sito http://www.marciadelgiocattoloverona.it, contribuiranno alla raccolta fondi. Le iscrizioni, già aperte, consentiranno di ricevere direttamente a casa la maglia ufficiale e gli omaggi dei partner. Il pettorale personalizzato, invece, verrà inviato via mail. Non mancherà la possibilità di registrare anche i bambini, che riceveranno a casa l’immancabile giocattolo.

L’8 dicembre, ciascuno potrà fare attività fisica indossando maglia e pettorale, scattando delle foto da condividere sui social, interagendo virtualmente con gli altri partecipanti all’evento. Inoltre, tutti potranno contribuire alla maratona radiofonica delle radio partner, con messaggi e note vocali, vivendo la Marcia del Giocattolo a distanza, ma con la giusta colonna sonora.

La manifestazione è stata presentata sulla scalinata di Palazzo Barbieri, dall’assessore allo Sport Filippo Rando e dal presidente di Associazione Straverona Gianni Gobbi. Erano presenti anche Stefania Fochesato di Città della Speranza e i rappresentanti di alcuni sponsor, tra cui Agsm con il consigliere Francesca Vanzo, Amia con il presidente Bruno Tacchella e il vicepresidente Alberto Padovani.

“In questo periodo complicato e di grande incertezza – ha detto Rando -, la tenacia degli organizzatori ha permesso di rivedere tutto il format della Marcia e di proporre un evento diverso dal solito ma che dà un messaggio di speranza. Tutti i veronesi, nel pieno rispetto delle regole, potranno partecipare ed essere protagonisti della solidarietà. Cerchiamo di vivere l’atmosfera natalizia anche se a distanza e con le limitazioni che garantiscono la nostra salute”.

Tutte le informazioni sono presenti sul sito http://www.marciadelgiocattoloverona.it, sulle pagine Facebook e Instagram di Straverona ASD o telefonando al numero 340 4735425.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

 

Mercoledì 2 dicembre il secondo concerto del Teatro Carlo Felice nel palinsesto “Aperti nonostante tutto”

Lorenzo Passerini

Mercoledì 2 dicembre alle ore 21.00, in streaming su tutti i canali social del Teatro Carlo Felice e su www.anfols.it, secondo appuntamento con l’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova all’interno del palinsesto Aperti, nonostante tutto, promosso dall’ANFOLS (Associazione Nazionale Fondazioni Lirico Sinfoniche) e sostenuto dall’ANSA.

Sul podio, il giovane direttore Lorenzo Passerini, impegnato in un programma che valorizza la musica sinfonica italiana dell’Ottocento e della prima metà del Novecento; in particolare, quella della cosiddetta “generazione dell’Ottanta”, un gruppo di compositori che ebbe l’enorme merito di aprire l’Italia alle più avanzate esperienze musicali europee dell’epoca e, al tempo stesso, di riallacciarsi all’antica e nobile tradizione strumentale italiana che aveva fatto scuola dal Cinquecento al Settecento.

Aprono il concerto tre brani, Gavotta op. 55 n. 2, Notturno op. 70 e Giga op. 61 n. 3 di Giuseppe Martucci (1856-1909), principale esponente del sinfonismo italiano tardo ottocentesco; quindi, l’omaggio alla “generazione dell’Ottanta”, con Paganiniana di Alfredo Casella (1883-1947), fantasioso divertimento su temi di Paganini, e la suite descrittiva ed evocativa Gli uccelli di Ottorino Respighi (1879-1936).

 

Massimo Pastorelli (anche per le fotografie)

Epidemie italiane: il colera “politico”

(segue)

Addirittura i deputati comunali o i parroci altalenavano nelle credenze, combattuti all’idea che nelle teorie complottiste ci fosse qualcosa di vero. Spesso scoppiavano disordini, perché si temeva l’uso politico di una malattia diffusa appunto dai politici e le persone, oltre ad organizzare le rivolte, rifiutavano l’ospedalizzazione per timore di essere ammazzate in ospedale. Soltanto lo spaventoso numero dei morti, salito ad oltre ventimila nella città di Torino ad esempio, farà sedare gli animi e li rese più disponibili ad ascoltare le parole del sindaco.

In Sardegna, il colera fece scattare una forte opposizione antipiemontese, data l’unione delle due regioni in un unico Regno.

Nella “colta e civilissima” Firenze, come veniva definita al tempo, il caso di colera tra i carcerati fece diffidare dei pubblici poteri.

Al Sud, si pensava male dei Piemontesi, alludendo alla guerra di Crimea da dove molti soldati erano in effetti tornati ammalati, ma si pensava anche a un “veleno” sparso tra la popolazione dalle autorità napoletane per sfoltirla e intimorire i sopravvissuti, memori della pesante azione antiliberale messa in atto dopo i moti del 1848 che avevano portato con sé fucilazioni e arresti.

Anche a livello politico si vigilava affinché non ci fosse utilizzo del colera come arma contro il governo, o di una parte politica contro l’altra.

Nel 1856, una lettera anonima accusava un deputato di avere avvelenato l’acqua con il verderame e di avere attribuito a Ferdinando II il colera-veleno. Altri avevano diffuso la voce che un fornaio, a Silvi, aveva avvelenato il pane, sperando così di causare un’insurrezione e di mettere a sacco il forno.

Alcuni gridavano all’avvelenamento delle spighe di grano con fosfato di fiammiferi.

Nei territori di Chieti e Pescara, venne fatta comminare una buona dose di legnate a chi propagava notizie sediziose sul morbo. Fu subito chiaro che dove le misure repressive adottate erano più drastiche, il popolo rispettava maggiormente le indicazioni date e i disordini furono nulli, per evitare che si ripetessero le sommosse viste nel 1837.

La repressione era utile anche contro gli allarmisti, che spesso erano donne popolane, perché il panico diventava pericoloso tanto quanto la malattia.

Un povero girovago di Brindisi, Francesco D’Alessio, ad esempio, entrato da un pizzicagnolo, venne visto toccare dei ceci arrostiti, forse perché ne avrebbe voluto per mangiare; poi venne visto entrare in un’osteria dove da solo si servì di un bicchiere di vino al banco. La voce circolò subito e venne accusato di avvelenamento: rincorso dalla folla inferocita, trovò rifugio in chiesa. Il piglio divertito del giudice istruttore fa comprendere la tragicommedia che denota la paura diffusa in tempi drammatici.

Lo smarrimento dinanzi all’impossibilità di azioni contro la malattia, faceva aumentare il timor panico, l’odio verso qualcuno, il pregiudizio e a volte si innestava sulla criminalità usuale. Spesso si rispondeva al contagio dicendo di stare in casa, a finestre tappate, soprattutto laddove si pensava che nubi di aglio bruciato stessero vagando portando il colera.

Si ebbe poi un colera nazionalpopolare nel 1865-67 quando si ribadisce dalle colonne del saggio di Michele Lessona “Volere è potere” che non era vero che il colera fosse inviato al popolo dal governo liberale, ma di certo il detto governo aveva le sue colpe, dal momento che i liberali non si erano fatti scrupoli di mantenere viva nel popolo la credenza degli untori politici se faceva comodo.

(continua)

prof.ssa Alessia Biasiolo

Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere

La Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, mercoledì 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, ha proposto una serie di incontri in digitale con due classi dell’Istituto tecnico industriale Aldini Valeriani di Bologna e una classe del polo liceale Rambaldi- Valeriani-Alessandro di Imola.

L’iniziativa si inserisce nel progetto NoiNo.org della Fondazione del Monte – coordinato dall’associazione Il progetto Alice e gestito da Rete Attraverso lo Specchio – che ha l’obiettivo di contrastare la violenza di genere cercando di cambiare i modelli maschili e sensibilizzando i più giovani attraverso percorsi educativi rivolti alle scuole superiori, corsi di formazione per insegnanti ed eventi pubblici aperti a tutti.

Quest’anno NoiNo.org, con lo slogan Prendiamo parola contro la violenza sulle donne, si impegna contro il cyberbullismo e la violenza maschile che passa dai social media e dalla rete, una violenza che purtroppo con l’emergenza sanitaria si è fatta ancora più forte e capillare.

Tra i 18 e i 29 anni un ragazzo su quattro pensa che la violenza sulle donne sia dovuta a un raptus momentaneo, giustificato dal troppo amore, e che vada risolta dentro le mura di casa. Una percentuale preoccupante di teenager di entrambi i sessi tollera che in una relazione ci siano comportamenti violenti e possessivi. I maschi, in particolare, condividono una visione fortemente sessista e stereotipata delle differenze di genere. Infine, per il 21% delle ragazze e dei ragazzi, il cyberstalking rientra nella normalità.

Quest’anno, per coinvolgere e sensibilizzare gli studenti su questi temi anche in piena pandemia, NoiNo.org e la compagnia PartecipArte hanno deciso di trasferire online attività che normalmente svolgono in laboratorio e a teatro.

L’attrice Claudia Signoretti e l’attore Olivier Malcor hanno proposto a due classi dell’Istituto tecnico industriale Aldini Valeriani di Bologna e a una classe del Liceo Rambaldi Valeriani di Imola un laboratorio online per permettere loro di affrontare in diretta alcuni problemi della cultura maschilista. I ragazzi hanno potuto inoltre sperimentare a distanza alcuni sketch tratti da Amore mio – Quando una relazione diventa pericolosa, uno spettacolo di Teatro Forum costruito per mostrare le tappe che portano alla violenza e suggerire soluzioni che possano aiutare chi si trova in una relazione pericolosa. Il Teatro Forum è un genere molto particolare, in cui il pubblico può interrompere l’azione e intervenire per cambiare la storia, scoprendo così in presa diretta le difficoltà d’intervento, comprendendo strategie pericolose e individuando possibili vie d’uscita.

«La nostra attenzione va a tutti i progetti che mirano a difendere la dignità della persona, una dignità svilita dagli atti di bullismo e cyberbullismo e a maggior ragione annientata da violenze domestiche che spesso portano addirittura alla morte. Purtroppo, nei contesti in cui il valore della vita è ridotto a zero, le donne e i bambini sono spesso le vittime più deboli» afferma Giusella Finocchiaro, Presidente della Fondazione del Monte.

«Il progetto NoiNo.org porta in classe temi di cui si parla solo superficialmente come fatti di cronaca, per svelare invece come la violenza sulle donne ci riguarda tutti da vicino. Per prevenire la violenza di genere è infatti necessario imparare a creare relazioni alla pari, basate sull’ascolto e sul rispetto reciproco, riconoscendo il valore delle differenze, dell’autonomia e della fiducia, senza il controllo e il possesso. Lo spazio educativo della scuola è dunque un luogo privilegiato per sensibilizzare i più giovani sui comportanti da adottare. Abbiamo deciso di scommettere su questi tempi, consapevoli del ruolo di presidio sociale e culturale della scuola nelle nuove modalità di relazione tra docenti e alunni/e, o con le famiglie» dichiara Cristina Gamberi, referente della Rete Attraverso lo Specchio.

«Noi di PartecipArte portiamo in scena i conflitti, gli abusi, le violenze e le discriminazioni, invitando il pubblico a trovare delle soluzioni per cambiare una cultura maschile che è tossica e dannosa e che spesso ci intrappola in relazioni pericolose – spiega l’attore Olivier Malcor di PartecipArte. Cerchiamo di usare giochi, teatro e altre forme di intrattenimento per affrontare collettivamente questi problemi e cercare di risolverli insieme».

Informazioni su: www.noino.org

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