Flavio Favelli vince il concorso Icona ArtVerona 2017

In occasione della 13ª edizione di ArtVerona | Art Project Fair, si è riunita la Commissione ICONA, presieduta quest’anno da Silvia Evangelisti nel board di ArtVerona e composta da Mauro De Iorio, collezionista e consulente di ArtVerona e Patrizia Nuzzo, responsabile della Direzione Artistica della Galleria d’Arte Moderna A. Forti – Palazzo della Ragione di Verona.
Il Concorso Icona è sostenuto da Collezione De Iorio di cui l’opera entra a far parte.
La Commissione ha selezionato dieci proposte e indicato l’opera più rispondente al Concorso, che è risultata quella dell’artista Flavio Favelli, Extra Profondo Oro, 2017, collage di carte di cioccolatini su pannello, cm 120 x 190, presentata in fiera dalla galleria Studio Sales di Norberto Ruggeri, Roma, per la riconosciuta capacità dell’artista di lavorare con l’immaginario e con la memoria del nostro paese riuscendo a sintetizzare con diversi registri, felici o drammatici, suggestioni personali e collettive.

In particolare l’opera scelta, che diventerà l’immagine della prossima edizione di ArtVerona, esibisce una brillantezza che diviene simbolo della capacità dell’arte di trasformare in prezioso anche un materiale banale e di scarto come può essere in questo caso la carta delle bananine Perugina in cui il materiale diviene un foglio prezioso che richiama i fogli d’oro dell’arte medievale.

Con ICONA, quest’anno alla sua dodicesima edizione, si intende dare riconoscimento alle Gallerie che di anno in anno partecipano alla manifestazione, essendo queste ultime l’anima e l’espressione della fiera stessa, attraverso l’acquisto, da parte di un’azienda, dell’opera che diventerà l’immagine della campagna di comunicazione di ArtVerona dell’anno successivo. L’opera sarà data in deposito a un museo AMACI – Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani, che, nella fattispecie, quest’anno è la Galleria d’Arte Moderna A. Forti-Palazzo della Ragione di Verona.

Qui di seguito le altre opere che la Commissione ha ritenuto degne di menzione: Paola Angelini, Giardino Mosaico III, 2017, Mixed media on canvas, 210 x 270 cm, courtesy Galleria massimodeluca, Venezia; Evgeny Antufiev, Untitled, 2017, tessuto e ricamo, cm 65 x 50 x 18, Z2O Sara Zanin Gallery, Roma; Paolo Bini, Left behind, 2017, acrilico su tela, cm 150 x 120 x 4,5, courtesy Nicola Pedana, Caserta; Maurizio Donzelli, Mirror, 2016, mixed media in box, cm 101 x 97 x 7,5, courtesy Marignana Arte, Venezia; Bruna Esposito, Occhi, 2016, lambda print, cm 70 x 120, courtesy FL Gallery, Milano; Paolo Icaro, S.T., 1979, scultura in gesso, cm40 x 30, courtesy Labs Gallery, Bologna; Maria Lai, Libro cucito, 1978, libro cucito, cm 11 x 15 x 4, courtesy Galleria Michela Cattai, Milano; Jacopo Mazzonelli, Eject, 2015, composizione in cemento, cm 30 x 230 x 4, courtesy Galleria Giovanni Bonelli, Milano-Pietrasanta; Giovanni Termini, Idea di coesione, 2013, cemento e fasce ricucite, cm 25 x 50 x 50, courtesy Otto Gallery, Bologna.

R.B.

La Banda di Cona dà in custodia pubblica gli antichi spartiti

Roberto Roda, Padova 1988, La Festa del Santo

Il Fondo musicale antico della Banda Filarmonica G.Verdi di Cona trova ospitalità nella sede dell’Archivio Storico Comunale, dove sarà conservato e reso consultabile da parte del pubblico grazie a un comodato gratuito a favore del Comune. L’accordo, ratificato dalla Giunta comunale a fine ottobre, prevede infatti che gli spazi archivistici di via Giuoco del Pallone accolgano il Fondo e il relativo Inventario rendendoli disponibili per la consultazione pubblica con finalità di ricerca storica. Al progetto di recupero, gestione e valorizzazione delle fonti musicali storiche del Ferrarese sarà dedicata la giornata di studi in programma per sabato 25 novembre 2017 alle 10 in Biblioteca Ariostea, via Scienze 17 a Ferrara.

La Filarmonica “Giuseppe Verdi” di Cona, associazione musicale cittadina meglio conosciuta come Banda di Cona, ha di recente condotto a termine il recupero dell’antico archivio musicale, riordinandolo e descrivendolo in un Inventario. È stato così ricomposto un significativo nucleo di documentazione, formato dagli spartiti utilizzati nei secoli passati dai Direttori e dai musicanti, così come si chiamavano un tempo i suonatori di banda. Grazie a Silvana Garutti, archivista della Filarmonica, sono stati dunque elencati circa 80 pezzi d’opera, conservati oggi in bell’ordine in 15 faldoni costituenti dunque l’archivio musicale del complesso bandistico. La documentazione propone in genere spartiti, tutti scritti a mano con elegante grafia, per lo più risalenti al primo trentennio del secolo scorso, benché non manchi qualche testimonianza dell’Ottocento. La perdita e la dispersione del patrimonio musicale sono state evidentemente molto significative, se – a fronte della storia più che secolare della Filarmonica – oggi è avanzato solamente un campione cronologicamente limitato dell’attività della Banda; proprio per questo è da apprezzare l’iniziativa che il presidente Luciano Mazzanti e il segretario Giuliano Gallerani hanno condotto a termine, mettendo a riparo le antiche testimonianze artistiche del sodalizio che oggi dirigono.
Gli spartiti di Cona testimoniano della sempre grande e popolare accoglienza della musica di Giuseppe Verdi, del quale la Banda proponeva trascrizioni dal Nabucco, dal Rigoletto, Traviata, Trovatore; in repertorio seguivano gli altri grandi operisti come Ponchielli con la Gioconda, Donizetti con Lucia di Lammermoor, Mascagni con la Cavalleria rusticana, Puccini con Bohème. Interessanti sono poi i nomi dei Direttori della Banda stessa che, di tempo in tempo, curarono la trascrizione e l’esecuzione in pubblico di quei brani: fondamentale fu l’apporto del maestro Artemio Vaccari a inizio Novecento e, ancor di più, di Ugo Giori, del quale si coglie la decisa presenza negli anni Trenta di quel secolo.

Questo importante patrimonio musicale è destinato ad essere custodito e messo a disposizione del pubblico, affinché gli studiosi e i musicisti possano valorizzarlo per conoscere meglio la Storia musicale di Ferrara e della piccola ma vivace comunità di Cona, dove la Filarmonica si costituì nella seconda metà dell’Ottocento e dove tuttora ha la sua sede sociale.

Gli spartiti della Banda saranno, infatti, prossimamente depositati nell’Archivio Storico Comunale della città, in via Giuoco del pallone, accanto alla Biblioteca Ariostea, custoditi dunque in una sede idonea e qualificata: la Giunta comunale, infatti, ha deliberato in tal senso. Gli spartiti di Cona si aggiungeranno così al grande complesso di documentazione musicale già posseduto dall’Archivio di città, contribuendo a dare corpo e sostanza alla più significativa raccolta di fonti musicali dell’Otto-Novecento che Ferrara e tutto il suo territorio provinciale possano vantare.

Degli archivi musicali, con particolare riguardo a quelli delle antiche Bande, si discuterà sabato 25 novembre 2017, in un convegno pubblico alla Biblioteca Ariostea, per mettere in giusto risalto l’importanza e la ricchezza di quella documentazione, con l’impegno a tramandarne memoria e a promuoverne la conoscenza. Nella circostanza, la Banda di Cona farà sentire nuovamente alla città la sua sonora e squillante voce, riproponendo i brani di repertorio del recuperato archivio musicale.

 

Alessandro Zangara (che ha fornito anche la fotografia)

Da Brooklyn al Bargello: Giovanni della Robbia, la lunetta Antinori e Stefano Arienti

Dopo l’esposizione alle grandi mostre presso il Museum of Fine Arts di Boston e la National Gallery di Washington tra 2016 e 2017, approda a Firenze un capolavoro che ha lasciato l’Italia nel lontano 1898: la lunetta con la Resurrezione di Giovanni della Robbia. Verrà presentata al pubblico nella cornice del Museo Nazionale del Bargello, dove si conserva la maggiore raccolta al mondo di sculture realizzate in terracotta invetriata dai Della Robbia. Commissionata probabilmente intorno al 1520 da Niccolò di Tommaso Antinori (1454-1520), che dette inizio alla fortuna imprenditoriale di questo antichissimo casato fiorentino, la lunetta è di dimensioni monumentali (cm 174,6 x 364,5 x 33) e resta oggi uno dei più notevoli esempi della produzione di Giovanni della Robbia (Firenze 1469-1529). Figlio di Andrea e insieme a lui continuatore della bottega del nonno Luca, Giovanni si indirizzò verso una produzione contraddistinta da una maggiore esuberanza decorativa e cromatica, come appare proprio da questo straordinario esemplare, rimasto per quasi quattro secoli nella sua ubicazione originaria, la prestigiosa Villa Le Rose costruita fuori le mura di Firenze quale residenza di campagna e sede, già in antico, di produzione vinicola. La lunetta raffigura il Cristo risorto, con il committente Antinori in ginocchio alla sua destra e i soldati attorno al sepolcro, secondo l’iconografia tradizionale: il tutto su un articolato sfondo di paesaggio e all’interno di una fastosa cornice di frutti e fiori popolata da piccoli animali.

L’opera venne acquistata nel 1898 da Aaron Augustus Healy (1850-1921), personaggio chiave della Brooklyn di fine Ottocento, importante uomo d’affari, presidente del Brooklyn Institute of Arts and Sciences per venticinque anni, ma anche esperto collezionista e generoso mecenate. Healy, che portò a New York la lunetta per donarla al Brooklyn Museum, la riaccompagna idealmente oggi a Firenze, con una spettacolare presenza ‘in effigie’: altro capolavoro concesso in prestito dallo stesso museo americano è infatti il Ritratto di Aaron Augustus Healy dipinto da John Singer.

Artista cosmopolita e di eccezionale successo, fu uno dei ritrattisti più in voga presso l’alta società delle capitali europee e americane: quello di Healy è uno degli ultimi ritratti eseguiti da Sargent, che in seguito riservò quel privilegio solo a pochi fortunati come Henry James, Vaslav Nijinsky, John D. Rockefeller o il presidente degli Stati Uniti Thomas Woodrow Wilson.

Nel 2016 Marchesi Antinori ha generosamente finanziato il complesso restauro della lunetta, realizzato nei laboratori del Brooklyn Museum in previsione della mostra al Museum of Fine Arts di Boston. Si è in tal modo venuta a creare una singolare convergenza storica, una suggestiva continuità di committenza e tutela esercitata dalla famiglia Antinori attraverso i secoli, che si rinnova ulteriormente in questo eccezionale e temporaneo ritorno in Italia. Marchesi Antinori sostiene infatti anche questa iniziativa fiorentina, a seguito del bando pubblico indetto dal museo ai sensi dell’art. 19 D.Lgs. n. 50/2016.

L’evento accenderà dunque i riflettori, dopo quasi 120 anni dal suo trasferimento oltreoceano, su uno straordinario capolavoro poco conosciuto dal pubblico italiano ed europeo, cui verrà dedicata un’intera sala degli spazi museali del Bargello. In parallelo, la seconda sala ospiterà un’opera di Stefano Arienti, artista italiano tra i più apprezzati in ambito internazionale, dal titolo Scena fissa, con cui la scultura robbiana viene riletta e reinterpretata, dando vita ad un inaspettato dialogo tra arte rinascimentale e contemporanea. Tale creazione, ideata per la sala mostra del museo Nazionale del Bargello, quindi con un progetto site-specific, rientra nelle iniziative di Antinori Art Project, progetto che muove dall’idea di creare una naturale prosecuzione dell’attività di collezionismo, proseguendo una tradizione della famiglia che viene oggi rivolta verso le arti e gli artisti del nostro tempo.

 

Firenze, Museo Nazionale del Bargello

9 novembre 2017 – 8 aprile 2018

 

Salvatore La Spina

 

La rivelazione del Tibet. Ippolito Desideri

Pistoia, Capitale Italiana della Cultura 2017, dedica una mostra al suo illustre cittadino Ippolito Desideri (Pistoia, 1684 – Roma, 1733), missionario gesuita che per primo rivelò il Tibet all’Occidente.

Definito dall’attuale Dalai Lama «un autentico pioniere» del dialogo interreligioso e dell’incontro rispettoso e proficuo fra culture e tradizioni diverse, Ippolito Desideri anticipò di secoli gli specialisti del settore e fu l’antesignano di una fortunata stagione di esplorazioni italiane in Asia.

Nella ricorrenza del terzo centenario dell’arrivo a Lhasa del missionario, a Palazzo Sozzifanti la mostra La rivelazione del Tibet. Ippolito Desideri e l’esplorazione italiana nelle terre più vicine al cielo, che sarà visitabile fino a domenica 10 dicembre. Documenti, carte geografiche, foto panoramiche d’epoca, strumentazione scientifica si alterneranno a filmati e dipinti su stoffa o thangka, che permetteranno ai visitatori di ripercorrere idealmente queste terre lontane.

Dopo aver compiuto un lungo cammino attraverso le regioni del Punjab, Kashmir, Baltistan e Ladakh tra il 1712 e il 1728, Ippolito Desideri rivelò il “Tetto del Mondo” all’Europa attraverso descrizioni ricchissime e originali di un paese all’epoca totalmente sconosciuto. Le pagine dei suoi scritti – cinque opere in lingua tibetana – raccontano le aree esplorate dal punto di vista geografico, storico, antropologico, filosofico e religioso e mostrano una prodigiosa capacità di penetrare la complessità delle concezioni centrali del Buddhismo.

Ippolito Desideri è ritenuto l’iniziatore di una lunga e proficua stagione di ricerche e viaggi che hanno visto protagonista la scienza italiana: il percorso espositivo svelerà l’eccezionale contributo offerto dall’Italia nel campo dell’esplorazione in Tibet, in particolare nell’area Karakorum-Himalaya.

Molti oggetti e immagini in mostra sono stati infatti raccolti durante i vari viaggi di esplorazione e di studio guidati da Osvaldo Roero di Cortanze, Luigi Amedeo di Savoia, Mario Piacenza, Filippo De Filippi, Giuseppe Tucci e Ardito Desio. Questi esploratori – mossi dall’unico fine della conoscenza – compresero a fondo le particolarità geografiche, uniche al mondo, la religione, l’arte e la cultura del Tibet e ne diedero per la prima volta nella storia una precisa collocazione e una descrizione cartografica corretta.

Ispirata dallo studioso pistoiese Enzo Gualtiero Bargiacchi, la mostra è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, ed è curata dal geografo e storico Andrea Cantile e da Massimiliano Alessandro Polichetti e Oscar Nalesini del Museo Nazionale d’Arte Orientale “Giuseppe Tucci” di Roma.

Geografi, storici, antropologi, filosofi e teologi, inoltre, approfondiranno la figura di Ippolito Desideri in un convegno internazionale, il 13 e il 14 ottobre alla biblioteca San Giorgio.

 

Delos

Business e glamour: a Host l’ospitalità di tendenza conquista operatori e trend-setter internazionali

Dopo cinque giorni di serrato networking tra tendenze e business, si conclude a fieramilano HostMilano, la manifestazione leader nel mondo per l’ospitalità nelle sue diverse declinazioni. A sottolineare l’esito della 40° edizione sono i numeri: i visitatori professionali sono stati in totale 187.602 (+24,3% rispetto al 2015),dei quali il 38,8% internazionali da 177 Nazioni (pari a 72.699, +20,4% rispetto al 2015). I Paesi più rappresentati tra i visitatori sono stati oltre a quelli europei la Cina, gli USA, quelli dell’area russa e Medio-Oriente, oltre a importanti presenze da Paesi particolarmente distanti o inconsueti, come Australia, Nuova Zelanda, Cambogia, Polinesia e Paesi africani (Botswana, Burundi, Eritrea, Ruanda, Zimbabwe).

Un parterre costituito in grandissima maggioranza da responsabili acquisti e decisori aziendali, tra i quali si segnalano gli oltre 1.500 hosted buyer profilati da tutto il mondo, individuati anche grazie alla stretta collaborazione con ITA-ICE Agenzia.

“Host è un caso di successo –commenta Fabrizio Curci, Amministratore Delegato e Direttore Generale di Fiera Milano Spa –; con un incremento del 24,3% del numero di visitatori professionali, Host si conferma punto di riferimento per l’industria dell’ospitalità, il luogo dove le sue filiere si incontrano per plasmare le tendenze di domani, oltre che per fare business e networking. In particolare crescono a due cifre le presenze estere +20,4%: decisori e buyer arrivano anche dai Paesi più lontani per non mancare a questo appuntamento.”

“Abbiamo particolarmente apprezzato –prosegue Curci– il sempre maggiore impegno degli espositori a contestualizzare il loro prodotto con veri e propri storytelling, spesso di grande fascino. Una capacità che viene riconosciuta internazionalmente all’Italia e rafforza il valore del Made in Italy come asset fondamentale, in un settore in cui la nostra industria è spesso leader”.

Oltre 500 gli eventi in calendario, inoltre, tra i quali spiccano i Campionati Mondiali di Pasticceria FIPGC che quest’anno, circondata da un tifo da stadio, hanno visto trionfare l’Italia su 20 squadre di tutto il mondo, davanti a Cina (seconda) e Giappone (terzo).

Il ruolo di HostMilano è confermato anche dalla crescente attenzione delle istituzioni internazionali. Business Beyond Borders, progetto internazionale promosso dalla Commissione Europea, ha coinvolto 240 aziende di 53 Paesi in oltre 200 incontri, mentre partecipava per la prima volta il Grupo Consular de América Latina y el Caribe N.I., che raggruppa le rappresentanze consolari di Bolivia, Colombia, El Salvador, Ecuador, Messico, Nicaragua, Panama, Uruguay e Venezuela. Anche questa edizione ha inoltre ottenuto la prestigiosa certificazione dello US Commercial Service, rilasciata dallo US Department of Commerce solo a un ristretto numero di fiere internazionali che si distinguono per la capacità di creare effettivo business.

L’appuntamento con la prossima edizione di HostMilano è a fieramilano dal 18 al 22 ottobre 2019.

Flaviana Facchini

 

Botero a Verona

Botero e la moglie all’inaugurazione della mostra a Verona

Continuano le grandi mostre ad AMO-Palazzo Forti di Verona.

Dopo i successi di Tamara de Lempicka, di Picasso e di Toulouse Lautrec, che hanno attirato un pubblico nazionale ed internazionale nella prestigiosa sede espositiva veronese, ora è protagonista il grande Fernando Botero, un artista vivente ma già entrato nella schiera dei grandi classici.

Fernando Botero ha scelto di concludere i festeggiamenti per il suo 85esimo compleanno e per i suoi 50 anni di carriera proprio ad AMO-Palazzo Forti, dove verranno ospitate oltre 50 opere di grandi dimensioni che ripercorrono tutta la sua carriera.

I corpi smisurati, le atmosfere fiabesche e fantastiche dell’America Latina, l’esuberanza delle forme e dei colori, l’ironia e la nostalgia, tutto questo è riassunto nell’emozionante carrellata delle opere esposte fino al 25 febbraio 2018 a Verona.

Tra i tanti capolavori in mostra Coniugi Arnolfini (2006), Fornrina, aprés Raffaello (2009) e Cristo crocifisso (2000).

I protagonisti dei suoi dipinti sono sempre privi di stati d’animo riconoscibili, non provano né gioia, né dolore. Di fronte ai giocatori di carte, alla gente del circo, ai vescovi, ai matador, ai nudi femminili Botero non esprime alcun giudizio. Nei suoi dipinti scompare la dimensione morale e psicologica: il popolo, in tutta la sua varietà, semplicemente vive la propria quotidianità,

assurgendo a protagonista di situazioni atipiche nella loro apparente ovvietà. Per Botero dipingere è una necessità interiore, ma anche un’esplorazione continua verso il quadro ideale che non si raggiunge mai. Apolide, eppure legato alla cultura della sua terra, Botero ha anticipato di diversi decenni l’attuale visione globale di un’arte senza più steccati, né confini: lo si può leggere e apprezzare in qualsiasi luogo e in qualsiasi tempo, se ne apprezza il continuo richiamo alla classicità in una visione assolutamente contemporanea che include nella riflessione la politica e la società. La sua pittura non sta dentro un genere, pur esprimendosi attraverso la figurazione, ma inventa un genere proprio e autonomo attorno al quale il pittore colombiano ha sviluppato la propria poetica in oltre mezzo secolo di carriera.

Prima sezione – Gli Esordi

L’arte di Botero si rivela un universo più complesso di quanto può apparire ad una prima visione superficiale, concepito come risultanza di un ricercato equilibrio tra maestria esecutiva e valori espressivi. La sua pittura parte da lontano ed è tesa al conseguimento di un’immagine ricca e complessa, strutturata su più livelli. Un’immagine che porta in se tutta la storia, tutta la memoria, il peso e il sapore della terra natale.

Botero fin dagli esordi ha avuto come riferimento la grande arte precolombiana e il barocco coloniale, oltre ovviamente alla pittura muralista messicana assai nota anche in Colombia. Molti artisti come lui si sono ispirati a quest’ultimo movimento che per la prima volta prendeva assumeva la vita latino-americana come soggetto nell’arte, risvegliando un forte sentimento identitario.

I pittori messicani hanno raffigurato gli indigeni e i lavoratori da un punto di vista politico. Io mi sono interessato molto a Orozco, Rivera e Siqueiros e a tutti gli artisti che facevano un discorso simile. Il mio obiettivo era ridestare lo spirito delle mie origini, della mia storia, della storia della gente latino-americana”.

In dipinti come Apoteosi di Ramon Hoyos Botero perviene ad una grande abilità narrativa, espressa attraverso un segno vigoroso e una pennellata nervosa derivata dall’espressionismo astratto, pur senza mai venir meno alla figurazione, per quanto esasperata e convulsa.

Seconda sezione – Versioni da antichi maestri

Uno degli elementi caratterizzanti la pittura di Fernando Botero consiste nella sua capacità di coniugare mirabilmente la cultura latino-americana delle sue origini, alimentata dall’iperbole e dal gusto del fantastico, a quella occidentale. Il riferimento all’Europa va ovviamente ascritto soprattutto alla cultura pittorica incontrata e amata attraverso Giotto, Piero della Francesca,

Leonardo, Mantegna, Velázquez, Goya, importanti punti di riferimento durante i suoi viaggi in Italia e Spagna nei primi anni Cinquanta. A costoro si aggiungeranno in seguito Dürer e Rubens, Manet e Cézanne, a testimonianza della curiosità intellettuale di Botero e della sua volontà di stabilire un rapporto ideale con la grande arte europea del passato e della modernità, con i cui capolavori si è confrontato fin dai suoi esordi.

La storia dell’arte è un grande, pressoché infinito magazzino d’immagini, saccheggiabile ma non imitabile. Botero non imita mai, infatti. Egli ricrea alla sua maniera, dando vita a immagini che ambiscono a una loro autonomia.

Siamo di fronte a vere e proprie re-interpretazioni con le quali Botero vuole rendere omaggio, anche attraverso una certa benevola ironia, a dipinti celeberrimi, cercando, a secoli di distanza, di ricrearne lo spirito, attualizzato e fatto proprio attraverso la sua idea originale del volume e dello spazio, del segno e del colore.

Botero rivisita il genio dei grandi maestri per tradurlo in un’espressione tipica del suo fare, per instillare la propria idea armonica nello spirito decantato in un tempo magico. L’artista colombiano ha sempre perseguito con abilità e perspicacia la deriva poetica delle sue composizioni che, oltre a essere caratterizzate da una perizia pittorica degna dei talenti menzionati, gli ha permesso di coltivare il gusto del bello. Lo si vede, ad esempio, in Après Goya (2006) che mantiene inalterata l’atmosfera intimista, corroborata dalla sinuosa impronta boteriana; nella monumentale presenza de L’infanta Margherita Teresa (2006), doveroso omaggio a Velasquez e nel delicato reinterpretazione, sinuosa e sensuale di Raffaello nel dipinto de La Fornarina (2009).

Terza Sezione – Nature morte

Le nature morte rivestono un ruolo di primaria importanza all’interno dell’opera di Botero e, a partire dalla fine degli anni Sessanta, alimentano con regolare continuità la seduzione di un’immagine che va ben al di là della semplice composizione di frutta e oggetti su un tavolo, per rivelarsi a volte un vero e proprio mondo a sé, ricco e diversificato, governato da regole ben

precise.

Quando dipingo una mela o un’arancia, so che si potrà riconoscere che è mia e che sono io che l’ho dipinta, perché quello che io cerco è di dare a ogni elemento dipinto, anche al più semplice, una personalità che viene da una convinzione profonda”.

Ecco, per Botero il problema della forma è conferire un’immagine autentica anche agli oggetti inanimati.

Nelle sue nature morte le forme di tutti gli elementi, assimilabili talora a figure solide geometriche, propongono un impatto narrativo e spaziale che vanifica ogni possibile contestazione di tipo realistico. Le arance o le mele appaiono veramente come tali, al pari delle caraffe o dei tavoli, al di là di una dilatazione volumetrica che qui risulta necessaria per rispondere a quelle dichiarate esigenze che rendono Botero l’inimitabile artista conosciuto in tutto il mondo. In un simile contesto il colore interviene come opportuno elemento di ulteriore, raffinato equilibrio.

I canoni della sua “classicità”, da assommarsi al profumo ineguagliabile di una memoria nostalgica che dilata certe emozioni e atmosfere, si possono assaporare in Natura morta con frutta e bottiglia (2000), il cui particolare clima di complicità discende dalle equivalenti composizioni concepite nel Seicento dallo spagnolo Francisco de Zurbarán per toccare quindi Paul Cézanne, capace di infondere una spiccata personalità, se così si può dire, anche a una mela che conquista la scena.

Lo stesso ragionamento vale per il violino e per il trombone, proiettati decisamente verso l’osservatore in Natura morta con strumenti musicali (2004). Di contro il paesaggio che si spalanca in Natura morta davanti al balcone (2000) tende ad assorbire compiutamente il tavolo con le arance creando un amalgama di desideri in fuga consentiti solo allo sguardo.

Quarta Sezione – Circo

Botero si è innamorato del circo in Messico, dove spesso trascorre i mesi invernali, rimanendo attratto dai suoi personaggi, dai colori, dal movimento, dalla vita e dalle molteplici storie legate a uno spettacolo antico e moderno al tempo stesso, già immortalato da artisti come Picasso, Léger, Chagall e tanti altri.

“Un soggetto bellissimo e senza tempo” ha dichiarato in più di un’occasione l’artista. Egli mette in scena, racconta e illustra la vita del circo nella sua pienezza, soffermandosi sul lavoro degli addetti impegnati nei preparativi e indugiando sui momenti di pausa prima o dopo lo spettacolo, nei quali i membri di questa grande famiglia si ritrovano per condividere la loro quotidianità, per riposarsi dalle fatiche e per godere di occasioni conviviali. Ma soprattutto Botero ci consegna una carrellata di ritratti di grande bellezza, da Pierrot ad Arlecchino, dalla cavallerizza impegnata nel suo numero ai clown sui loro improbabili trampoli, dall’elefante ai cavalli: un universo variopinto e un caleidoscopio di colori che innalzano la meraviglia a principio essenziale di comprensione. Infatti se il circo è il luogo fisico e mentale in cui lo stupore è la regola indispensabile al funzionamento del suo articolato meccanismo, il particolare atteggiamento creativo di Botero con le sue invenzioni ne favorisce il conseguente approdo sulla tela.

Basta soffermarsi su alcune opere per rendersi conto della validità di tale constatazione. In Gente del circo con elefante (2007) gli interpreti si comportano secondo la consuetudine del loro ambiente: il saltimbanco compie i ricorrenti esercizi ginnici, il clown si propone in maschera inforcando lunghi trampoli, la donna dalle grandi forme si mette in posa tenendo sulle ginocchia una scimmia vestita da bambino sotto il placido ingombro del pachiderma. Questo è il quotidiano che attira il gesto di Botero perché appartiene di diritto al suo modo di ricostruire l’universo e di riconsegnarlo alla nostra ammirata attenzione.

Quinta sezione – Vita latino-americana

Si ritrova nella mia pittura un mondo che ho conosciuto quando ero molto giovane, nella mia terra.

Si tratta di una specie di nostalgia e io ne ho fatto l’aspetto centrale del mio lavoro. […] Io ho vissuto quindici anni a New York e molti anni in Europa, ma questo non ha cambiato nulla nella mia disposizione, nella mia natura e nel mio spirito latino-americano. La comunione con il mio paese è totale”.

Per il giovane Botero i punti di riferimento non potevano che essere le tavole e le sculture policrome dell’arte coloniale, il linguaggio diretto ed essenziale dell’arte popolare e, per quanto concerne la purezza della forma, l’arte precolombiana. Elementi presenti ancor oggi nella sua pittura e che caratterizzano una poetica raffinatasi col passare dei decenni, ma che di quel

retaggio culturale porta in sé la stessa immediatezza e la stessa forza narrativa.

Il tessuto narrativo di Botero proviene dai racconti e dai climi della terra natale in cui egli continua a specchiarsi e da cui trae alimento.

Nelle scene di vita quotidiana ricondotte sulla tela le persone raffigurate sono profondamente comprese nel loro ruolo di dispensatrici di immagini così lontane dal nostro vivere attuale: ci osservano dal loro paesaggio incantato esibendo una compunta impassibilità. Le azioni godono di una lenta armonia e di una espansione osmotica capace di coinvolgere gesti, atteggiamenti,

ambientazioni e oggetti.

In tal modo si può assaporare Famiglia con animali (1998) percorsa da un morbido equilibrio di incontri e di situazioni private di ogni urgenza: i movimenti rimangono sospesi nell’aria. Parimenti Atelier di Sartoria (2000) propone interpreti da inserirsi nel grande gioco della memoria e depositari

di una soavità comportamentale e contemplativa che coinvolge per empatia anche Le sorelle (1969-2005) in pingue e compunta posa fotografica, senza dimenticare i gaudenti partecipi che si ritrovano ne La casa di Marta Pintuco (2001) dove ogni malizia appare bandita come si conviene a un mondo dove tutto è concesso e possibile in nome di un estatico sogno a occhi aperti.

Sesta sezione – Politica

L’insopprimibile rapporto con la sua terra non fa di Botero un artista etnico, folcloristico, ma costituisce il presupposto obbligato di un transito, di una meditazione, del raggiungimento della consapevolezza di poter creare e dar vita a un’arte originale e autentica connaturata al temperamento latino-americano. Nella sua pittura c’è una radicata dimensione popolare, un profondo attaccamento alla propria cultura, alla memoria mai venuta meno della quotidianità di Medellín. Queste caratteristiche si evidenziano anche nei dipinti dedicati al potere, ai politici e ai militari. Opere nelle quali l’artista non intende esprimere giudizi di merito sui personaggi ritratti: presidenti, ministri, ambasciatori. Ad attrarlo è l’eleganza multicolore degli abiti sgargianti dei

rappresentanti del potere e delle first lady, lo sfarzo barocco degli ambienti. Questi dipinti, immersi in un clima di sospensione, inducono al sorriso, conquistano lo sguardo incuriosito, come nell’improbabile ritratto de Il Presidente e i suoi ministri (2011), coloratissima parata di generali nelle loro divise sfarzose, di alti prelati e di politici professionisti, tutti indaffarati e impegnati con importanti dossier al servizio del presidente che giganteggia al centro della scena. Il tono di Botero è quello di un narratore indipendente, di un affabulatore dall’accento libertario la cui caratteristica risiede nella saggezza temperata dal sorriso e da un innato senso dell’ironia.

Settima sezione – Corrida

Ho osato dipingere la corrida poiché conoscevo assai bene questo tema. Non si può dipingere se non esiste una forte relazione tra un soggetto e il proprio animo. Questa relazione è assolutamente necessaria in quanto ti dà una sorta di autorità morale. Io l’avevo. Il tema mi usciva dal “sangre” (sangue) e dalla mia stessa vita”.

Non poteva certo mancare all’interno dell’opera di Botero il confronto con il tema suggestivo e affascinante della corrida, profondamente connaturato alla sua cultura e alla tradizione del suo popolo.

A interessarlo non è soltanto il combattimento dell’uomo con il toro ma tutto quanto fa da cornice a questo rito laico. Dalla vestizione dei protagonisti celebrati nella fastosa eleganza dei loro costumi e visti come moderni eroi alla scesa nell’arena dei matadores a cavallo, al pubblico assiepato sugli

spalti per applaudire i propri idoli, tutto sembra far parte di una straordinaria rappresentazione popolare nella quale la violenza insita nella corrida sembra essere vissuta in modo naturale, anche nelle scene più crude. Gli abiti sontuosi di sete damascate, di ori e di fregi servono agli officianti per fornire un senso magico e sacro alla complessità dei comportamenti e dei gesti che conducono alla stoccata finale ovvero al sacrificio del toro, che nelle tele di Botero assume un atteggiamento rassegnato e consapevole come in El Arrastre. L’attenzione dell’artista è incentrata sulla spettacolarità della coreografia più che sulla tensione del momento, sul sangue che bagna l’arena.

Ottava sezione – Religione

La religione occupa un ruolo importante nell’impegno pittorico di Botero perché il clima favolistico in cui vengono immersi i vari personaggi chiamati in causa riflette perfettamente l’immagine percettiva di un mondo dove la realtà deve fare sempre i conti con lo sconfinamento in una fantasia che determina compiutamente i pensieri e i gesti della gente. In un simile contesto la religione si pone come un esempio di pratica del soprannaturale che permea la quotidianità da tradursi in sorpresa, in contemplazione estatica, in forma adattata a un pensiero pronto a plasmare uniformemente le cose e le persone.

Sotto tale profilo gli interpreti de Il seminario (2004) si comportano alla stregua di innocenti depositari di un sentimento che si dipana dal placido riposo del lettore, elegantemente sdraiato a terra in primo piano, per rimbalzare nell’accorata preghiera del prelato al suo fianco e pervadere quindi l’attonita, rapita compostezza dei restanti effigiati. D’altro canto Il Nunzio (2004) è una variegata macchia di colore che entra a far parte del paesaggio secondo la logica delle apparizioni capaci di trasformare l’evento, per noi inatteso, in rimarcata consuetudine. Tale approccio percettivo e creativo riesce quindi a rendere plausibile anche il compiaciuto interprete della Passeggiata sulla collina (1977), un monsignore che recita il rosario muovendosi nel verde con la gonfia leggerezza di una nuvola e con la maestosa compostezza che l’abito gli impone.

Nona sezione – Sante

Osservando la storia dell’arte ho mi sono reso conto che il tema dei santi era scomparso dalla pittura dopo la Rivoluzione francese, dopo essere stato un soggetto preferito tra il XIII e il XV secolo. Ho ritenuto che un tema così affascinante meritava di essere ripreso”.

Nel passato queste umili figure di sante sono state rappresentate da artisti come Rubens, Van Eyck, El Greco, Zurbaran come personaggi nobili e eleganti per rendere loro omaggio. Botero intende riallacciarsi a questa tradizione presentando le sue Sante in abiti eleganti, di “haute couture”, ma attualizzando le figure e interpretandole con una vena di ironia come donne mondane della società odierna: ingioiellate, con guanti lunghi e scollature generose, mostrando gambe e tacchi alti. Senza per questo perdere la loro aura di sacralità. L’artista ha studiato ciascuna delle sante raffigurate, la loro storia e il loro martirio per offrircene una sua versione. Santa Barbara, per esempio, molto venerata dalla Chiesa, viene ritratta con un seno nudo e lacerato, e con una Bibbia in mano: rappresentazione della sofferenza per fustigazione subita come punizione per la sua fede incrollabile.

Ogni santa ha la sua storia e il suo martirio. Quando viene dipinta con una palma in mano significa che è stata torturata, se tiene un fiore è significa che è morta vergine e se appare con una spada è che era un guerriero.

Tutto questo nel rispetto della tradizione storica, ma naturalmente usando una grande quantità di immaginazione e una notevole libertà interpretativa, sempre alla ricerca di “ciò che è diverso, ciò che nessuno dipinge”, conferendo a queste sante l’inconfondibile e variopinta impronta della cultura latinoamericana.

Decima Sezione – Nudi

Le opere di Botero si avvalgono di un perfetto equilibrio tra le forme, i concetti e le nostalgie. Le forme devono conquistare armonicamente gli spazi; i concetti trovano l’opportuna traduzione nei risultati espressi sulla tela; la nostalgia costituisce un mirabile valore aggiunto perché trasferisce il clima favolistico delle vicende narrate nel sogno perduto dell’infanzia e perché costituisce il magico recupero di un paesaggio smarrito con il disconoscimento dell’innocenza. I nudi dell’artista colombiano sono un esempio chiarificatore di tali propositi. In primis si specchiano in volumi ammantati della straordinaria grazia muliebre nonostante l’abbondanza rubensiana dei corpi; le storie sembrano immerse in una sorta di eden primordiale che non contempla la malizia e il peccato; di conseguenza i comportamenti si giovano di una naturalezza che ci fa accogliere come ovvio il clima in cui si svolgono le scene. E questa è una delle prerogative di Botero: far sentire l’osservatore in sintonia emozionale con le immagini scaturite dalla sua immaginazione.

Si rimane pertanto colpiti dalla naturale sensualità di Donna seduta (1997) che si presente in tutta la sua elegante opulenza e dalla protagonista de Il bagno (2002) le cui matronali fattezze riempiono di luce carnale lo spazio angusto. Due modi per affrontare la narrazione con la consapevolezza dei ritmi e delle misure: un incontro di rotondi gesti e di poetica digressione nel

primo caso; un rapporto di tensioni volumetriche nel secondo.

La mostra vede come sponsor AGSM, sponsor tecnico Trenitalia, media partner L’Arena, hospitality partner Due Torri Hotel Verona.

L’evento è consigliato da Sky Arte HD.

Il catalogo è edito da Skira/Arthemisia.

AMO Arena Museo Opera, Palazzo Forti, Verona

Fino al 25 febbraio 2018. Lunedì dalle 14.30 alle 19.30. Dal martedì a domenica dalle 9.30 alle 19.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Biglietti

Intero € 14,00 Audioguida inclusa

Ridotto € 12,00 Audioguida inclusa

 

Salvatore Macaluso

 

Al restauro il balcone di Giulietta a Verona

Si concluderà entro il 15 novembre, il restauro del Balcone della Casa di Giulietta, a Verona.

I lavori, commissionati dal Comune e vagliati dalla Soprintendenza, sono eseguiti gratuitamente dalla ditta veronese Tecnored, specializzata nella produzione di sistemi per la deumidificazione e il consolidamento di edilizia civile e monumentale.

Dopo una prima fese di indagine statica del manufatto, effettuata nel mesi estivi, l’intervento di restauro entra ora nella fase operativa, con l’analisi dei materiali e l’utilizzo delle più moderne tecniche.

Nello specifico, i lavori riguardano la pulitura di tutto il balcone; la stillatura delle lesioni presenti; il consolidamento delle pietre tufacee, più sensibili ad usura e inquinamento; l’applicazione di materiale protettivo impermeabile su tutta la superficie del balcone, compreso il piano di calpestio.

Durante i lavori non sarà possibile accedere al Balcone, che sarà protetto da un’area transennata per consentire le operazioni di restauro e per garantire la sicurezza del cantiere. Sarà invece consentito come di consueto visitare sia museo all’interno della Casa di Giulietta sia la statua di Giulietta nel cortile esterno.

 

Roberto Bolis (che ha fornito anche la fotografia)