Rapporto 2019 di Amnesty International sulle Americhe

Nel 2019 milioni di persone sono scese in strada nelle Americhe per protestare contro gli alti livelli di violenza, disuguaglianza, corruzione e impunità o sono state costrette a lasciare i loro paesi in cerca di salvezza. In risposta, gli stati della regione hanno stroncato le proteste e il diritto d’asilo, in completo spregio dei loro obblighi nazionali e internazionali.
È quanto ha dichiarato da Amnesty International, lanciando il suo rapporto sui diritti umani nel 2019 nelle Americhe.

“Nel 2019 abbiamo assistito a un rinnovato assalto ai diritti umani in buona parte della regione. Leader intolleranti e sempre più autoritari hanno fatto ricorso a tattiche ancora più violente per impedire alle persone di protestare o di cercare salvezza in altri paesi. Ma abbiamo anche visto giovani ergersi dalla parte dei diritti e pretendere il cambiamento, dando luogo a manifestazioni di massa. Il loro coraggio di fronte alla feroce repressione di stato ci fa sperare che le nuove generazioni non saranno prevaricate”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.
“Il 2020 si prospetta come un ulteriore anno di rivolte sociali, instabilità politica e distruzione ambientale e dunque la lotta per i diritti umani è più urgente che mai. E non c’è dubbio che i leader politici che predicano odio e divisione nel tentativo di demonizzare e minacciare i diritti degli altri si troveranno dal lato sbagliato della storia”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
Nel 2019 movimenti di protesta, spesso guidati da giovani, si sono riuniti intorno alle richieste di trasparenza e rispetto dei diritti umani in paesi quali Bolivia, Cile, Colombia, Ecuador, Haiti, Honduras, Portorico w Venezuela. Invece di creare meccanismi per promuovere il dialogo e prendere in considerazione le richieste dei manifestanti, le autorità hanno risposto impiegando tattiche repressive e sempre più militarizzate.
La repressione in Venezuela è stata particolarmente acuta: le forze di sicurezza del presidente Nicolás Maduro hanno commesso crimini di diritto internazionale e gravi violazioni dei diritti umani, tra cui esecuzioni extragiudiziali, arresti arbitrari e uso eccessivo della forza, che potrebbero costituire crimini contro l’umanità. In Cile, l’esercito e la polizia hanno intenzionalmente colpito i manifestanti per scoraggiare il dissenso, uccidendo almeno quattro persone e ferendone migliaia di altre.
In totale, nel contesto delle proteste, sono state uccise almeno 202 persone: 83 ad Haiti, 47 in Venezuela, 35 in Bolivia, 22 in Cile, otto in Ecuador e sei in Honduras.
L’America Latina si è dimostrata ancora una volta la regione più pericolosa al mondo per i difensori dei diritti umani: le persone impegnate nella protezione dei diritti della terra, dei territori e dell’ambiente sono risultate le più esposte a omicidi mirati, criminalizzazione, sfollamento forzato e minacce. La Colombia è rimasto il paese più letale, con almeno 106 omicidi, per lo più di leader contadini, nativi e di discendenza africana, nel contesto di un conflitto armato interno ancora intenso.
Il Messico è stato uno dei paesi più mortali al mondo per i giornalisti, almeno 10 dei quali sono stati uccisi. Il numero degli omicidi ha raggiunto livelli record ma la risposta delle autorità si è basata sulle fallimentari strategie sicuritarie del passato, attraverso la militarizzazione della Guardia nazionale  e l’approvazione di preoccupanti leggi sull’uso della forza.

La violenza delle armi ha continuato a essere uno dei maggiori problemi di diritti umani negli Usa, con troppe armi in giro e leggi inadeguate per tenerne traccia e tenerle lontane dalle mani di persone con intenzioni offensive.
Una nuova normativa annunciata dall’amministrazione Trump nel gennaio 2020 ha reso più semplice l’esportazione di fucili d’assalto, pistole stampate in 3-D, munizioni e altro materiale, diffondendo la violenza delle armi oltreconfine, soprattutto in altri stati delle Americhe.
Analogamente, il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha firmato una serie di decreti che, tra i vari effetti che ne sono derivati, hanno ammorbidito le norme per il possesso e l’uso delle armi da fuoco.
Il numero delle persone fuggite negli ultimi anni dalla crisi dei diritti umani del Venezuela ha raggiunto la cifra, senza precedenti nelle Americhe, di 4,8 milioni ma Perù, Ecuador e Cile hanno risposto introducendo nuovi criteri restrittivi per gli ingressi e rimandando illegalmente indietro venezuelani bisognosi di protezione internazionale.
Più a nord, il governo Usa ha usato il sistema giudiziario contro i difensori dei diritti dei migranti, ha imprigionato illegalmente bambini migranti e ha attuato nuove misure per attaccare e limitare massicciamente l’accesso all’asilo, in violazione dei suoi obblighi internazionali.
Proprio mentre le persone in fuga da una violenza persistente e diffusa cercavano di trovare protezione negli Usa, l’amministrazione Trump le ha rimandate indietro ponendole in pericolo. Decine di migliaia di persone sono state costrette ad attendere il proprio destino in Messico, in condizioni di rischio, sulla base dei “Protocolli per la protezione dei migranti”, meglio noti come le politiche del “Rimani in Messico”.
Gli Usa hanno impedito a un numero sempre maggiore di richiedenti asilo il diritto all’assistenza, applicando programmi segreti di espulsione rapida. Hanno anche fatto pressioni sui paesi vicini perché violassero i diritti dei richiedenti asilo, facendo firmare con le maniere forti a paesi come Guatemala, El Salvador e Honduras una serie di mal concepiti e fittizi accordi sui “paesi terzi sicuri”.
Dopo la minaccia dell’amministrazione Trump di imporre nuovi dazi doganali, il governo del Messico non solo ha accettato di ricevere e rimandare forzatamente indietro richiedenti asilo ai sensi dei “Protocolli per la protezione dei migranti”, ma ha anche dispiegato l’esercito per impedire ai migranti centroamericani di attraversare il suo territorio per arrivare alla frontiera con gli Usa.
L’impunità è rimasta la norma in tutta la regione. Il governo del Guatemala ha compromesso l’accesso alla giustizia delle vittime di gravi violazioni dei diritti umani ponendo fine alle attività della Commissione internazionale contro l’impunità, seguito nel gennaio 2020 da quello dell’Honduras che ha annunciato la fine della Missione di sostegno alla lotta contro la corruzione e l’impunità.
Le preoccupazioni per l’ambiente sono aumentate in tutta la regione. L’amministrazione Trump ha annunciato il ritiro degli USA dall’accordo di Parigi e gravi crisi ambientali hanno colpito i popoli nativi in Brasile, Bolivia, Perú ed Ecuador. Le politiche anti-ambientaliste del presidente brasiliano Bolsonaro hanno alimentato i devastanti incendi dell’Amazzonia e non hanno protetto i popoli nativi dal disboscamento illegale e dall’espansione degli allevamenti di bestiame che sono alla base delle appropriazioni di territorio.
Entrato ufficialmente in carica all’inizio del 2019, Bolsonaro ha immediatamente tradotto in pratica la sua retorica contraria ai diritti umani attraverso una serie di provvedimenti amministrativi e legislativi che hanno messo a rischio i diritti di ogni persona. Nel frattempo, l’emblematico omicidio della difensora dei diritti umani Marielle Franco, avvenuto nel 2018, è rimasto irrisolto.

Nonostante alcuni progressi e la crescita di vari movimenti per i diritti delle donne, la violenza di genere è rimasta diffusa in tutte le Americhe. Nella Repubblica Dominicana la polizia ha continuato a stuprare e umiliare le lavoratrici del sesso con modalità equiparabili alla tortura.

Ben pochi progressi sono stati fatti dal punto di vista dei diritti sessuali e riproduttivi. Le autorità di El Salvador hanno proseguito a criminalizzare le donne e le ragazze che hanno dovuto fare ricorso a interventi ostetrici di emergenza, soprattutto quelle provenienti da ambienti svantaggiati, attraverso il divieto totale di abortire. In Argentina, è stato registrato un parto ogni tre ore di bambine di età inferiore ai 15 anni, la maggior parte delle quali a seguito di gravidanze forzate causate dalla violenza sessuale.
Alla fine del 2019, 22 stati americani avevano firmato il trattato regionale sui diritti ambientali noto come Accordo di Escazú. Nel febbraio 2020 l’Ecuador è stato l’ottavo stato ad averlo ratificato. Mancano solo tre ratifiche perché entri in vigore.
Negli Usa, a novembre, un tribunale dell’Arizona ha assolto il volontario umanitario Scott Warren dall’accusa di aver “nascosto” due migranti cui aveva fornito cibo, acqua e un posto per dormire. In precedenza, a febbraio, un giudice federale aveva annullato la sentenza nei confronti di altri quattro volontari per accuse analoghe.
L’assoluzione di Evelyn Hernandez, condannata per omicidio aggravato dopo aver subito un intervento ostetrico di emergenza, è stata un’altra vittoria dei diritti umani in El Salvador, sebbene la procura abbia presentato appello.
Le donne e le ragazze sono state in prima fila nei movimenti, prevalentemente guidati dai giovani, che sono scesi in piazza per i diritti umani. Grandi manifestazioni femministe hanno avuto luogo in Argentina, Messico e Cile.
“Questa onda verde di donne e ragazze che chiedono il rispetto dei diritti sessuali e riproduttivi e la fine della violenza di genere pare inarrestabile. Da Santiago del Cile a Washington DC, l’inno di protesta ‘Uno stupratore sulla tua strada’ è stato la colonna sonora della solidarietà nel 2019 e ha ridato slancio all’ottimismo per un 2020 in cui si possano ottenere dei risultati”, ha sottolineato Guevara-Rosas.
“Entriamo in un nuovo decennio e non possiamo consentire ai governi delle Americhe di ripetere gli errori del passato. Invece di limitare diritti conquistati a duro prezzo, chiediamo loro di rafforzarli e di collaborare per creare una regione in cui ognuno possa vivere in libertà e dignità”, ha concluso Guevara-Rosas.

Amnesty International Italia

Amnesty International apprezza l’annuncio della riforma del reato di violenza sessuale in Spagna

Il 3 marzo scorso il governo spagnolo ha annunciato una serie di misure per contrastare la violenza sessuale, tra cui la modifica della definizione giuridica di stupro.
“Apprezziamo l’annuncio del governo spagnolo, che rappresenta una vittoria delle sopravvissute allo stupro e delle innumerevoli donne che, con le loro proteste e azioni, hanno richiamato l’attenzione sulla necessità di riforme legislative, politiche e di prassi”, ha dichiarato Monica Costa Riba, campaigner di Amnesty International.
La riforma del reato di violenza sessuale dovrebbe prevedere che il consenso s’intenderà negato a meno che la persona coinvolta “non abbia manifestato liberamente, attraverso atti esterni conclusivi e inequivocabili, in relazione alle circostanze, la propria volontà esplicita di partecipare all’atto”.
L’annuncio del governo spagnolo è arrivato dopo una serie di gravi casi di stupro di gruppo che il sistema giudiziario aveva affrontato in modo del tutto inadeguato. Tra questi, quello de “La Manada” (Il branco), che indignò tutta la Spagna, oggetto nel 2018 di una sentenza di un tribunale di primo grado che condannò cinque stupratori per il reato più lieve di abuso sessuale.
Questa modifica farà della Spagna il decimo stato su 31 analizzati da Amnesty International in Europa a dire chiaramente che il sesso senza consenso è stupro, in linea con le norme e con gli standard del diritto internazionale. È giunto il momento che altri stati europei seguano l’esempio”, ha“ sottolineato Costa Riba.
“Tra questi stati c’è anche l’Italia. A breve avvieremo una campagna per chiedere al parlamento di riformare la definizione giuridica di stupro, basando tale modifica sul criterio dell’assenza del consenso”, ha dichiarato Tina Marinari, campaigner di Amnesty International Italia.

Amnesty International Italia

 

Rapporto di Amnesty International sulla Somalia

La Somalia è diventata uno dei luoghi più pericolosi al mondo per fare giornalismo. Lo ha dichiarato oggi Amnesty International, presentando un rapporto sull’aumento degli attacchi, delle minacce, delle intimidazioni e delle uccisioni nei confronti di giornalisti e giornaliste.
Il drastico deterioramento della libertà di espressione e di stampa è conciso con l’inizio, nel febbraio 2017, della presidenza di Mohamed Abdullahi “Farmajo”. Gli attacchi mirati del gruppo armato “al-Shabaab” e delle forze governative somale hanno inasprito la censura e causato un aumento degli arresti arbitrari. Da allora, sono stati uccisi almeno otto giornalisti e altrettanti, a partire dall’ottobre 2018, sono stati costretti a lasciare il paese.
“In Somalia i giornalisti sono sotto assedio. Sopravvissuti per miracolo ad attentati, assassinati, picchiati e arrestati arbitrariamente, si trovano a operare in condizioni terribili”, ha dichiarato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l’Africa orientale e meridionale.
“Il giro di vite nei confronti della libertà di espressione e di stampa va avanti nell’impunità: raramente le autorità aprono indagini o processano i responsabili degli attacchi contro i giornalisti”, ha aggiunto Muchena.
Uccisioni
Dall’inizio della presidenza Farmajo, sono stati uccisi almeno otto giornalisti: cinque in attacchi indiscriminati di “al-Shabaab”, uno da un poliziotto e due da soggetti non identificati.
Abdirirzak Qassim Iman, 17 anni, operatore di ripresa di Sbs Tv, è stato ucciso il 26 luglio 2018 da un poliziotto che gli ha sparato alla testa nel quartiere Waberi della capitale Mogadiscio. Insolitamente, il responsabile è stato condannato per omicidio, in contumacia, a cinque anni di carcere e a risarcire la famiglia della vittima con 100 cammelli.
Abdullahi Osman Moalim è morto il 13 settembre a causa di un attentato suicida in un ristorante di Beledweyne, nello stato di Hirshabelle. Ali Nur Siyad è stato una delle oltre 500 vittime di un camion bomba fatto esplodere a Mogadiscio il 14 ottobre 2017. Awi Dahir Salad è stato ucciso in un attentato a Mogadiscio nel dicembre 2018. Infine, Mohamed Sahal Omar e Hodan Nalayeh, sono risultati tra le 26 vittime dell’attentato di “al-Shabaab” contro un albergo a Kisimayo, nel luglio 2019.
Ismail Sheikh Khalifa, attivista e giornalista di Kalsan Tv, è sopravvissuto miracolosamente a una bomba piazzata nella sua automobile e fatta esplodere a distanza il 4 dicembre 2018. Si trova attualmente in Turchia, dove sta ricevendo cure mediche per le gravi ferite riportate.
Assediati da ogni lato
Zakariye Mohamud Timaade, già giornalista di Universal Tv, ha lasciato la Somalia nel giugno 2019 dopo essere stato minacciato sia da “al-Shabaab” che da ambienti governativi a causa di due diversi servizi che aveva realizzato. Il gruppo armato lo aveva minacciato di morte per aver riferito della cattura di tre miliziani da parte delle forze di sicurezza, il governo si era infuriato per aver rivelato la presenza attiva di “al-Shabaab” a Mogadiscio.
“La paura più grande era la Nisa [Agenzia nazionale per la sicurezza e l’intelligence]. So che volevano uccidermi. A Mogadiscio puoi nasconderti da ‘al-Shabaab’ ma non dalla Nisa. Possono venirti a prendere in ufficio in ogni momento. Per questo ho deciso di lasciare il paese.
Tentativi di corruzione
Amnesty International ha documentato casi di censura e tentativi di corruzione dei giornalisti da parte del governo somalo. Funzionari dell’ufficio del presidente pagano regolarmente tangenti mensili ad alcuni editori e direttori affinché non pubblichino articoli “sfavorevoli”.
Un ex direttore ha dichiarato: “Ricevevo la telefonata dal funzionario, mi recavo in un albergo per incontrarlo e mi dava il denaro in contanti. Non ha mai accettato di versarli sul mio conto bancario”.
Alcuni giornalisti hanno raccontato ad Amnesty International che i loro editori gli hanno ordinato di non scrivere articoli critici nei confronti degli uffici del presidente e del primo ministro o sui temi dell’insicurezza, della corruzione e delle violazioni dei diritti umani.
Amnesty International ha verificato che in quattro casi altrettanti giornalisti sono stati licenziati dai loro datori di lavoro.
“L’esigenza di fornire di sé un’immagine positiva ha spinto le autorità somale ad adottare tattiche repressive che violano gli standard internazionali sui diritti umani. Le autorità hanno però l’obbligo di rispettare i diritti alla libertà d’informazione, di espressione e di stampa”, ha sottolineato Muchena.
Inseguimenti sui social media
Il clima di censura ha costretto molti giornalisti a spostarsi sui social media per poter esprimere le loro opinioni. La reazione delle autorità è stata di costituire unità dedicate specificamente a monitorare e a segnalare post contenenti critiche.
Giornalisti hanno riferito che ricevono frequenti e minacciose telefonate in cui vengono invitati a cancellare i loro post.
Un giornalista ha perso il posto di lavoro per aver appoggiato un candidato dell’opposizione sulla sua pagina Facebook. A seguito dei suoi rifiuti di cancellare quei contenuti, dall’ufficio del presidente hanno chiamato persino un suo ex insegnante per convincerlo ad abbandonare del tutto la professione giornalistica.
Amnesty International ha documentato la disattivazione permanente di 16 pagine Facebook, 13 delle quali appartenenti a giornalisti, tra il 2018 e il 2019, sempre per aver violato “gli standard della comunità”.
“Facebook deve garantire di non essere manipolata dalle autorità somale, specialmente in vista delle elezioni in programma nel corso dell’anno, e assicurare la massima diligenza quando si tratta di esaminare denunce di violazione degli standard della comunità”, ha commentato Muchena.
“Il presidente Farmajo deve prendere misure immediate per assicurare indagini rapide, esaurienti, indipendenti ed efficaci sulle miriadi di denunce di violazioni dei diritti umani e della libertà di stampa e per sottoporre a processi equi i presunti responsabili”, ha concluso Muchena.
Il rapporto “We live in perpetual fear” è disponibile online all’indirizzo:
https://www.amnesty.it/somalia-giornalisti-attaccati-minacciati-uccisi-e-costretti-allesilio/

 

Amnesty International Italia

 

Cile: Amnesty International presenta le conclusioni delle sue indagini

Le forze di sicurezza sotto il comando del presidente Sebastián Piñera – principalmente le forze armate e i carabineros (la polizia nazionale) – sono responsabili di attacchi generalizzati e dell’uso di una forza non necessaria ed eccessiva con l’obiettivo di colpire e punire i manifestanti. Queste azioni hanno finora causato cinque morti, mentre migliaia di persone sono state torturate, sottoposte a maltrattamenti o ferite in modo grave.
Lo ha dichiarato Amnesty International, al termine di una missione di ricerca in Cile.
“Le intenzioni delle forze di sicurezza cilene sono chiare: colpire chi manifesta per disincentivare la partecipazione, ricorrendo all’atto estremo di praticare la tortura e la violenza sessuale contro i manifestanti. Invece di prendere misure per fermare la gravissima crisi dei diritti umani, le autorità sotto il comando del presidente Sebastián Piñera appoggiano questa politica della punizione da oltre un mese, col risultato che le vittime di violazioni dei diritti umani aumentano ogni giorno”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.
“La responsabilità penale individuale non può limitarsi a processare gli autori materiali delle violazioni dei diritti umani. Garantire la giustizia e la non ripetizione implica sanzionare coloro che hanno dato gli ordini nella piena consapevolezza dei crimini commessi o li hanno tollerati”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
Secondo l’Istituto nazionale dei diritti umani, almeno cinque persone sono morte per mano delle forze di sicurezza e oltre 2300 sono state ferite: di queste, 1400 sono state raggiunte da colpi di arma da fuoco e 220 hanno subito gravi traumi agli occhi.
La Procura ha registrato oltre 1100 denunce di maltrattamenti e tortura e 70 denunce di violenza sessuale a carico di pubblici ufficiali. Secondo i carabineros, nessun pubblico ufficiale è stato ucciso e vi sono stati circa 1600 feriti – 105 in modo grave – tra le forze di sicurezza.
Le manifestazioni, iniziate a metà ottobre per protestare contro l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico, si sono poi estese alla richiesta di una società più giusta in cui lo stato garantisca diritti quali quelli alla salute, all’acqua, all’educazione e alla qualità della sicurezza sociale, in un paese profondamente iniquo.
Amnesty International ritiene che le violazioni dei diritti umani e i crimini di diritto internazionale commessi dalle forze di sicurezza non siano fatti isolati o sporadici ma, invece, costituiscano una costante del modus operandi praticato in tutto il paese principalmente dai carabineros. Il livello di coordinamento richiesto per sostenere la repressione violenta delle proteste nel corso di un mese fa ragionevolmente concludere che vi siano responsabilità ai più alti livelli per aver ordinato o aver tollerato la repressione. Ciò, naturalmente, dovrebbe essere chiarito attraverso indagini indipendenti e imparziali.
La decisione del presidente Piñera di dispiegare l’esercito nelle strade a seguito della proclamazione dello stato d’emergenza ha avuto conseguenze catastrofiche. Sia coloro che hanno deciso di affidare all’esercito il controllo delle manifestazioni con l’uso della forza letale, sia coloro che hanno sparato contro le persone che manifestavano, causando morti e feriti gravi, devono essere sottoposti a indagini e, ove vi siano prove sufficienti, essere giudicati da un tribunale indipendente e imparziale.
Durante e dopo lo stato d’emergenza i dirigenti dei carabineros, così come coloro con funzioni superiori, invece di esercitare un controllo effettivo per prevenire o reprimere la commissione di atti di violenza hanno permesso che tutto ciò continuasse col conseguente aumento delle denunce di maltrattamenti, torture e danni oculari irreversibili. La mancata prevenzione di queste azioni, quando in presenza dell’obbligo di farlo, è motivo di responsabilità individuale secondo il diritto internazionale.
Finora, Amnesty International ha documentato 23 casi di violazioni dei diritti umani nelle regioni di Valparaíso, Tarapacá, Bío-Bío, Antofagasta, Coquimbo, Maule e Araucanía e in 11 comuni della regione metropolitana di Santiago, verificatisi tra il 19 ottobre e l’11 novembre. Attraverso i suoi esperti, l’organizzazione per i diritti umani ha convalidato oltre 130 contenuti fotografici e video sull’uso non necessario ed eccessivo della forza.
Raccomandazioni preliminari di Amnesty International
Le autorità devono porre urgentemente fine alla repressione, dando precisi ordini alle forze di sicurezza affinché esercitino la massima moderazione nell’uso della forza, nel rispetto degli standard internazionali. Un messaggio particolarmente chiaro dev’essere inviato rispetto all’uso di armi potenzialmente letali, affinché non vengano mai usate come mezzo di dissuasione.
Gli organi di giustizia devono indagare sulla catena di comando nelle violazioni dei diritti umani e nei crimini di diritto internazionale commessi nel contesto della crisi dai militari o dai carabineros, come previsto dagli standard internazionali e dall’ordinamento giuridico cileno.
Le autorità devono assicurare che le legittime richieste della popolazione vengano ascoltate, avviando le riforme legislative e politiche necessarie per garantire a tutti i diritti economici, sociali, culturali e ambientali, senza discriminazione e con particolare attenzione alle persone maggiormente vulnerabili, nonché per assicurare un processo partecipativo e inclusivo verso una nuova costituzione che promuova e protegga tutti i diritti umani.
Le autorità devono intraprendere una seria riforma delle forze di polizia per far sì che diventi un’istituzione a garanzia di tutti e che esistano rigorosi meccanismi di controllo e di assunzione delle responsabilità.

Amnesty International Italia

Cile, Amnesty International ricorda al presidente Piñera i suoi obblighi in materia di diritti umani

In una lettera aperta inviata al presidente Sebastián Piñera, Amnesty International ha ricordato alle autorità del Cile i suoi obblighi in materia di diritti umani e le ha invitate ad ascoltare le richieste della popolazione e ad attuare misure concrete per darvi seguito.
Durante lo stato d’emergenza sono morte 11 persone, 37 sono state ferite a colpi d’arma da fuoco e oltre 1330 sono state arrestate.
“Invece di paragonare le manifestazioni a uno ‘stato di guerra’ e di definire coloro che protestano nemici dello stato, aumentando così il rischio che subiscano violazioni dei diritti umani, il governo del presidente Piñera dovrebbe ascoltare e prendere seriamente in considerazione le ragioni del malcontento”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe.
“Criminalizzare le proteste non è la risposta. Se le autorità cilene devono prendere misure per prevenire ed evitare azioni violente, in nessuna maniera queste azioni possono essere usate come pretesto per limitare i diritti alla libertà di espressione e di manifestazione pacifica o per fare uso eccessivo della forza. La popolazione ha tutto il diritto e molte ragioni per protestare”, ha commentato Guevara-Rosas.
Amnesty International ha aperto i seguenti canali dove potranno essere inviate prove di possibili violazioni dei diritti umani: Whatsapp +52 55 62170608, e-mail: crisiamerica@amnesty.org e Twitter #EvidenciaCrisisChile.
“Il popolo cileno non è solo. Stiamo monitorando la reazione delle autorità alle proteste e i nostri analisti digitali stanno esaminando i materiali audiovisivi che possano fornire prove solide dell’uso eccessivo della forza e di altre violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Guevara-Rosas.
Le autorità cilene hanno l’obbligo di indagare in modo approfondito, rapido e imparziale su tutte le denunce di uso eccessivo della forza, arresti arbitrari, maltrattamenti e torture e su ogni ulteriore violazione dei diritti umani commessa durante lo stato d’emergenza, così come investigare sulle circostanze e sulle responsabilità nei casi in cui persone hanno perso la vita.

Amnesty International Italia

Amnesty International denuncia ampia ondata di arresti in Egitto

Amnesty International ha denunciato che dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva dalla salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Le persone arrestate sono oltre 2300, tra le quali almeno 111 minorenni.
Tra gli arrestati vi sono centinaia di manifestanti pacifici così come “bersagli” più specifici, quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici.
La vasta maggioranza delle persone arrestate è indagata nell’ambito di una inchiesta che, se si arriverà a giudizio, darà luogo al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza.
“Il governo del presidente al-Sisi ha orchestrato questa campagna repressiva per abbattere il minimo segnale di dissenso e ridurre al silenzio ogni dissidente. L’ondata senza precedenti di arresti di massa, che ha riguardato anche persone non coinvolte nelle proteste, invia un messaggio chiaro: chiunque sia considerato una minaccia per il governo sarà colpito”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International.
Secondo un comunicato emesso il 26 settembre dall’ufficio della procura egiziana, “meno di 1000 persone” sono state interrogate in relazione alla loro pacifica partecipazione alle proteste. La dichiarazione conferma che i profili social degli arrestati sono stati visionati per cercare prove di “incitamento alla protesta”, che costituirebbero secondo le autorità giudiziarie egiziane il “reato” di “manifestazione non autorizzata”.
Gli avvocati delle organizzazioni per i diritti umani quali il Centro egiziano per i diritti economici e sociali e la Commissione egiziana per i diritti e le libertà hanno documentato finora oltre 2300 arresti. Decine degli arrestati sono stati successivamente rilasciati ma molti continuano a comparire in procura.
Secondo l’Ong “Belady” per i diritti e le libertà almeno 111 minorenni di età compresa tra 11 e 17 anni sono stati arrestati e in diversi casi sottoposti a sparizione forzata per periodi di tempo che vanno da due a 10 giorni. Almeno 69 di loro rischiano di essere incriminati per “appartenenza a un gruppo terrorista” e “uso inappropriato dei social media”, anche se molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare.
Amnesty International ha documentato l’arresto di cinque minorenni: tre stavano comprando materiali scolastici e grembiuli nel centro del Cairo, due stavano tornando a casa da scuola a Suez.
Osama Abdallah, 16 anni, risulta ancora scomparso dopo l’arresto avvenuto il 21 settembre: ha bisogno di medicinali e in quei giorni doveva subire un intervento chirurgico di emergenza.
Amnesty International ha anche visionato immagini nelle quali “informatori” in borghese picchiano e arrestano un ragazzo di 17 anni al Cairo.

La maggior parte dei minorenni arrestati non è in grado di comunicare coi genitori ed è detenuta insieme agli adulti in violazione degli standard internazionali.
Amnesty International ha documentato l’arresto di 10 giornalisti, la maggior parte dei quali paradossalmente lavora per organi d’informazione filogovernativi, soprattutto a Suez e Mahalla, e di almeno 25 accademici ed esponenti politici di quattro diversi partiti. A queste categorie appartengono il giornalista ed ex segretario del partito Dostour (di ispirazione liberale) Khaled Dawoud e i docenti di scienze politiche Hassan Nefea e Hazem Hosny.
Gli avvocati arrestati sono almeno 16.
Il 29 settembre Mohamed el-Baqer, avvocato e direttore del Centro “Adalah” per i diritti e le libertà è entrato nel palazzo della procura suprema per la sicurezza dello stato per assumere la difesa dell’attivista Alaa Abdel Fattah ed è stato raggiunto dalle stesse infondate accuse mosse al suo cliente: “appartenenza a un gruppo illegale” e “diffusione di notizie false”.
Almeno sette cittadini stranieri sono stati arrestati e costretti a “confessare”, di fronte a una videocamera, di cospirare contro l’Egitto. Tali dichiarazioni sono state trasmesse da un canale televisivo privato.
Un aspetto particolarmente grave e irregolare è stato l’arresto di ex prigionieri sottoposti a misure cautelari come la permanenza notturna nelle stazioni di polizia. In alcuni casi queste persone non si trovavano neanche nei pressi delle manifestazioni.
Alaa Abdel Fattah, attivista politico e ingegnere informatico salito alla ribalta durante la rivolta del 2011, è stato arrestato il 29 settembre. Aveva già scontato un’ingiusta condanna a cinque anni per aver preso parte, nel 2013, a una protesta pacifica. Al momento dell’arresto era sottoposto alla misura cautelare della permanenza notturna di 12 ore per cinque anni nella stazione di polizia di Dokki, al Cairo. Ciò nonostante è stato accusato di “appartenenza a un gruppo illegale” e “diffusione di notizie false”.
Mohamed Ibrahim, fondatore del noto blog “Ossigeno Egitto” è stato nuovamente arrestato il 21 settembre per aver postato video delle proteste mentre era sottoposto alla medesima misura cautelare in una stazione di polizia del Cairo.
Per impedire nuove proteste il 27 settembre, le forze di polizia hanno istituito posti di blocco informali nel centro del Cairo e di Alessandria: “informatori” in borghese e agenti di polizia hanno fermato persone a caso ordinando loro di consegnare gli smartphone per controllare i contenuti dei loro profili social. In alcuni casi questi controlli hanno dato luogo ad arresti. Sempre al Cairo, le forze di polizia hanno effettuato perquisizioni senza mandato in diverse abitazioni.
Un uomo è stato arrestato solo per aver scaricato sul suo telefono un’app di notizie che pubblica articoli critici nei confronti delle autorità.
Amnesty International ritiene che la maggior parte degli arresti sia stata irregolare in quanto basata solo sulla partecipazione o sulla richiesta di partecipazione a proteste pacifiche.
Secondo il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, almeno 2285 arrestati sono oggetto di sei separate inchieste ma ben 2268 di loro sono indagati nell’ambito del caso 1338/2019 per “assistenza a un gruppo terrorista” e “diffusione di notizie false”.
Inizialmente, molti degli arrestati sono stati trasferiti in campi provvisori delle Forze centrali di sicurezza ed è stato loro vietato di contattare familiari e avvocati. Le autorità hanno rifiutato di fornire informazioni su dove si trovassero molte delle persone arrestate.
Dopo alcuni giorni, molte persone arrestate sono state interrogate in assenza dei loro avvocati. Si sono verificati interrogatori contemporanei di ampi gruppi di detenuti, col risultato che centinaia di loro sono stati posti in detenzione preventiva per le medesime accuse senza un approfondimento delle circostanze individuali.
Dall’inizio delle proteste il presidente, il procuratore generale, il Servizio statale per le informazioni e svariati organi di stampa filogovernativi hanno cercato di screditare manifestanti ed esponenti politici definendoli “islamisti” o “terroristi”.
Comunicati stampa di organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra cui la stessa Amnesty International, sono stati definiti “politicizzati” e infondati rispetto alle denunce di violazioni dei diritti umani ai danni di centinaia di cittadini egiziani. Il Centro “El Nadeem” per la riabilitazione delle vittime della violenza ha dichiarato di aver subito intimidazioni da parte delle forze di sicurezza.

Amnesty International Italia

Rapporto di Amnesty International sulle Filippine

In un rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha denunciato che l’ondata di omicidi di polizia scatenati tre anni fa dall’assassina campagna contro la droga del presidente delle Filippine Rodrigo Duterte continua a distruggere vite umane e a devastare intere comunità.
L’organizzazione per i diritti umani ha sollecitato le Nazioni Unite ad avviare immediatamente un’indagine sulle gravi violazioni dei diritti umani e sui possibili crimini contro l’umanità commessi nel contesto della “guerra alla droga”.
Le forze di polizia operano nella totale impunità uccidendo persone delle zone più povere delle Filippine i cui nomi compaiono su “liste di sorvegliati” redatte al di fuori di qualsiasi procedura giudiziaria.
Il governo filippino ha riconosciuto almeno 6600 uccisioni da parte della polizia ma molte migliaia di altri omicidi commessi da sconosciuti sarebbero probabilmente collegati alle forze di polizia.
Dopo il trasferimento di una serie di alti funzionari di polizia dalla regione metropolitana di Manila, l’epicentro della campagna di omicidi è ora la provincia di Bulacan, nella regione di Luzon centrale.
Il presidente Duterte ha più volte difeso la “guerra alla droga” parlando di “criminali” la cui uccisione è “giustificabile”.
Il rapporto odierno aggiorna una precedente ricerca pubblicata da Amnesty International nel gennaio 2017, dalla quale era emerso che la polizia prendeva sistematicamente di mira le persone più povere e indifese del paese mettendo loro addosso le “prove”, assoldando sicari, rubando i beni personali delle persone uccise e falsificando rapporti ufficiali.
Amnesty International ha esaminato 20 casi, in cui sono state uccise 27 persone, avvenuti nella provincia di Bulacan tra maggio 2018 e aprile 2019.
“Essere poveri nelle Filippine di Duterte è molto pericoloso: per finire assassinati basta un’accusa non provata di uso, acquisto o vendita di droga. Ovunque ci siamo recati per svolgere le nostre ricerche abbiamo incontrato gente terrorizzata. La paura è ora penetrata a fondo nel tessuto sociale del paese”, ha dichiarato Nicholas Bequelin, direttore per l’Asia orientale e sudorientale di Amnesty International.
Molti omicidi, lo stesso modello
In ciascuna operazione di polizia esaminata da Amnesty International, la polizia ha citato la stessa giustificazione preconfezionata: una retata di spacciatori in cui si è costretti a ricorrere alla forza letale a causa della reazione armata dei fermati.
Le famiglie delle vittime e i testimoni oculari hanno smentito questa versione dei fatti sostenendo che la vittima non aveva mai avuto un’arma o era troppo povera per possederne una; oppure che essa prima era finita nel nulla e, a cadavere rinvenuto, era stata immediatamente definita uno spacciatore.
Secondo un’esperta della scientifica consultata da Amnesty International, i rapporti ufficiali della polizia non rispettano gli standard minimi di plausibilità: “Sono uno uguale all’altro. Più che rapporti, sembrano dei facsimile”.
In un caso la polizia ha affermato che Jovan Magtanong, 30 anni e padre di tre figli, aveva aperto il fuoco contro gli agenti e che sulla scena del crimine erano stati trovati un sacchetto contenente droga e una pistola calibro 38. I testimoni oculari hanno descritto tutta un’altra scena: quando è stato chiamato alla porta di casa e poi colpito stava dormendo insieme ai suoi bambini, non aveva una pistola e non si drogava da oltre un anno.
Dalle liste dei sorvegliati alle liste della morte

Nella maggior parte dei casi esaminati da Amnesty International, i nomi delle persone uccise erano inclusi in liste di sorvegliati per motivi di droga compilate dalle autorità al di fuori di qualsiasi procedura giudiziaria.
È su queste liste che la polizia si basa per compiere arresti o uccidere. I funzionari locali, sono sotto pressione per mostrare risultati attraverso la raccolta dei nomi di presunti “consumatori”, “spacciatori”, “finanziatori” e “protettori” nella loro zona di competenza. Secondo Amnesty International, queste liste sono illegali, ingiustificabili e inverosimili e costituiscono un’ulteriore prova dell’accanimento del governo contro le comunità povere e marginalizzate.
Gli attivisti per i diritti umani, i funzionari locali e altre persone ascoltate da Amnesty International hanno confermato che non c’è modo per essere tolti da queste liste, che dunque creano un sistema di sorveglianza e rischio permanenti.
“Il governo Duterte ha creato una lotteria mortale in cui le autorità possono manipolare e controllare le liste, a prescindere se le persone elencate siano o meno consumatori o spacciatori. È un sistema ingordo e cinico che premia l’obbedienza cieca e l’assassinio”, ha commentato Bequelin.
Le responsabilità della polizia
L’enorme incremento delle uccisioni illegali nella provincia di Bulacan è stato preceduto da una serie di trasferimenti ai vertici della polizia. Comandanti precedentemente in servizio nella regione metropolitana di Manila, in cui precedentemente si contava il maggior numero di vittime, sono stati promossi a incarichi più elevati nella provincia e in tutta la regione di Luzon centrale.
Uno di loro è l’Alto sovrintendente Chito Bersaluna, capo della polizia della città di Caloocan quando, nell’agosto 2017, venne ucciso il 17enne Kian delos Santos. A seguito dell’attenzione suscitata dal caso, Bersaluna è stato posto per un certo periodo in “congedo amministrativo” e tre suoi sottoposti sono stati condannati.
È giunto il momento di un’indagine delle Nazioni Unite
Con la sola eccezione degli agenti condannati per l’omicidio di Kian delos Santos, le autorità filippine non hanno svolto indagini credibili per processare i responsabili delle uccisioni illegali e delle esecuzioni extragiudiziali nel contesto delle operazioni di contrasto alla droga.
Il nuovo rapporto di Amnesty International va ad aggiungersi alle sempre più numerose prove che le violazioni dei diritti umani commesse durante la “guerra alla droga” costituiscono crimini contro l’umanità.
Finora il governo delle Filippine ha cercato di respingere ogni tentativo di indagare a livello internazionale. Quando, nel febbraio 2018, il Tribunale penale internazionale ha lanciato un esame preliminare della situazione, il presidente Duterte ha subito annunciato che il paese si sarebbe ritirato dallo Statuto del tribunale, cosa poi accaduta nel marzo 2019.
Il rapporto di Amnesty International mette anche in evidenza la clamorosa inadeguatezza dei programmi di riabilitazione e dei trattamenti antidroga. Il contrario di ciò che servirebbe, per ridurre i rischi e i danni associati all’uso di droghe e soprattutto per porre fine all’attuale campagna di violenza e paura.
L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto al Consiglio delle Nazioni Unite sui diritti umani di avviare immediatamente un’indagine indipendente, imparziale ed efficace sulle violazioni commesse durante la “guerra alla droga”, inclusi i crimini di diritto internazionale.
Analogamente, Amnesty International chiede all’ufficio della Procuratrice del Tribunale penale internazionale di accelerare l’esame della situazione e aprire una piena e completa indagine.
Il rapporto è online all’indirizzo:
https://www.amnesty.it/filippine-la-guerra-alla-droga-ha-fatto-almeno-6600-morti-amnesty-international-sollecita-uninchiesta-delle-nazioni-unite/

Amnesty International Italia

Lo scienziato iraniano Ahmadreza Djalali ha bisogno di aiuto

Accompagnata da una delegazione di Amnesty International Italia, Vida Merhannia, la moglie di Ahmadreza Djalali, lo scienziato in prigione in Iran da tre anni e due mesi e da quasi due anni in attesa dell’esecuzione per l’accusa fabbricata di “spionaggio”, ha incontrato lo scorso 6 giugno il presidente della Camera dei Deputati Roberto Fico.
Ahmadreza Djalali, ricercatore esperto in Medicina dei disastri, di riconosciuto prestigio internazionale, ha trascorso alcuni anni anche in Italia, collaborando con l’Università del Piemonte Orientale.
Vida Merhannia, che vive in Svezia con i due figli nati dalla coppia, ha descritto al presidente Fico le drammatiche condizioni di salute del marito, che in carcere ha perso decine di chili di peso e non riceve cure adeguate e che, per salvaguardare la propria dignità, ha recentemente rifiutato di essere portato in ospedale ammanettato e con la divisa da prigioniero.
All’incontro ha preso parte anche Luca Ragazzoni, collega dell’Università del Piemonte Orientale, che ha sottolineato il fondamentale contributo di Ahmadreza Djalali nel campo della ricerca sulla medicina dei disastri, non solo a livello nazionale ma per l’intera comunità scientifica mondiale.
Al presidente Fico Vida Merhannia ha parlato di un disperato bisogno di aiuto, rivolgendogli un appello affinché le istituzioni italiane possano intraprendere un’azione incisiva ed efficace per salvare la vita del marito.

 

L’appello per salvare Ahmadreza Djalali dalla pena di morte è online qui:

https://www.amnesty.it/appelli/iran-ricercatore-universitario-rischia-la-pena-morte/

 

Amnesty International Italia

Amnesty International analizza la situazione dei diritti umani negli stati del Medio Oriente e dell’Africa del Nord nel 2018

Nel 2018 la vergognosa compiacenza della comunità internazionale verso le massicce violazioni dei diritti umani negli stati del Medio Oriente e dell’Africa del Nord ha incoraggiato i governi a commettere spaventose violazioni dei diritti umani e dato loro la sensazione che non verranno mai chiamati a risponderne alla giustizia.
Lo ha dichiarato Amnesty International pubblicando la sua analisi sui diritti umani negli stati del Medio Oriente e dell’Africa del Nord nel 2018.
L’analisi illustra come le autorità di tutta la regione abbiano spudoratamente portato avanti brutali campagne repressive per stroncare il dissenso e colpire manifestanti, società civile e oppositori politici, spesso col tacito sostegno di alleati potenti.
La sconvolgente uccisione di Jamal Khashoggi nell’ottobre 2018 ha provocato un oltraggio senza precedenti a livello globale, costringendo l’Arabia Saudita a indagare e addirittura spingendo alcuni stati a prendere decisioni raramente viste in passato, come la sospensione della fornitura di armi al paese da parte di Danimarca e Finlandia. Tuttavia gli alleati-chiave come Stati Uniti, Regno Unito e Francia non hanno fatto nulla del genere e nel complesso la comunità internazionale non ha dato seguito alle richieste delle organizzazioni per i diritti umani per un’indagine indipendente delle Nazioni Unite, in grado di fornire giustizia.
“C’è voluto l’omicidio a sangue freddo di Khashoggi all’interno di un consolato perché una manciata di stati maggiormente responsabili sospendessero i trasferimenti di armi a un paese che guida una coalizione responsabile di crimini di guerra e che ha contribuito alla catastrofe umanitaria dello Yemen.
Eppure, neanche la condanna globale per quell’omicidio è stata seguita da azioni concrete per assicurarne i responsabili alla giustizia”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice regionale per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.
“Per tutto il 2018 negli stati del Medio Oriente e dell’Africa del Nord migliaia di dissidenti e manifestanti pacifici hanno subito spudorate violazioni dei diritti umani di un livello scioccante, nel silenzio assordante della comunità internazionale”, ha aggiunto Morayef.
L’analisi di Amnesty International denuncia che nel 2018 il giro di vite nei confronti del dissenso e della società civile si è significativamente intensificato in Arabia Saudita, Egitto e Iran, tre stati emblematici dell’inadeguatezza della risposta internazionale a clamorose violazioni dei diritti umani da parte dei governi.
In Iran le manifestazioni, costanti durante tutto l’anno, sono state soppresse violentemente e migliaia di persone sono state arrestate e imprigionate. Tuttavia l’Unione europea, che ha in corso un dialogo sui diritti umani con questo stato, è rimasta muta.
Nel corso del 2018 Danimarca, Finlandia, Norvegia e Olanda hanno sospeso le forniture di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita. Al contrario Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno proseguito, tra gli altri, a esportare armi che hanno consentito alla coalizione di colpire civili, scuole e ospedali in Yemen, in violazione del diritto internazionale. Sul piano interno, in Arabia Saudita è proseguito il giro di vite contro gli attivisti della società civile e uomini e donne protagonisti di campagne sui diritti delle donne sono stati imprigionati e sottoposti a torture.
Stati come la Francia e gli Stati Uniti hanno continuato a fornire armi anche all’Egitto, che le ha impiegate a scopo di repressione interna nell’ambito di un massiccio giro di vite sui diritti umani. Mai come oggi nella sua storia recente, l’Egitto è diventato un luogo pericoloso in cui esprimere critiche.
Gli Stati Uniti si sono impegnati a fornire a Israele aiuti militari nei prossimi 10 anni per un valore di 38 miliardi di dollari, nonostante l’impunità di cui beneficiano le forze israeliane e il gran numero di violazioni dei diritti umani che esse continuano a commettere nei Territori occupati palestinesi.
Secondo il Centro palestinese per i diritti umani, l’anno scorso nella Striscia di Gaza le forze israeliane hanno ucciso almeno 180 manifestanti, tra cui 35 minorenni, nel corso delle proteste per il diritto al ritorno dei rifugiati. Il Consiglio Onu dei diritti umani ha istituito una commissione d’inchiesta ma Israele ha rifiutato di cooperare e le pressioni perché collaborasse sono state scarse se non nulle.
“Ancora una volta gli alleati dei governi della regione hanno messo i loro lucrosi accordi economici, la cooperazione in tema di sicurezza e le forniture di armi per miliardi di dollari prima dei diritti umani, alimentando le violazioni e creando un clima in cui i governi si sentono ‘intoccabili’ e al di sopra della legge”, ha commentato Philip Luther, direttore delle ricerche sul Medio Oriente e sull’Africa del Nord di Amnesty International.
“È giunto il momento che il mondo segua il cammino di Danimarca, Finlandia, Norvegia e Olanda che hanno sospeso le forniture di armi alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita e dato il chiaro segnale che violare i diritti umani ha evidenti conseguenze”, ha aggiunto Luther.
Amnesty International sta chiedendo a tutti gli stati di sospendere immediatamente la vendita o il trasferimento di armi sia a tutte le parti coinvolte nel conflitto dello Yemen che a Israele fino a quando non vi sarà più il concreto rischio che tali armi potranno essere usate per compiere o facilitare gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani o del diritto internazionale umanitario.
L’organizzazione sta anche sollecitando tutti gli stati a dare maggiore sostegno ai meccanismi internazionali atti ad assicurare la giustizia alle vittime, come le inchieste dell’Onu sulle uccisioni a Gaza, sulle violazioni nello Yemen e su quelle in Siria così come il Tribunale penale internazionale.
La sfrenata repressione del dissenso
L’assenza di iniziative giudiziarie in tutta la regione ha significato che le autorità hanno avuto mano libera per incarcerare chi aveva espresso critiche pacifiche, limitare le attività della società civile e ricorrere ad arresti arbitrari, imprigionamenti e uso eccessivo della forza contro manifestanti che rivendicavano i loro diritti.
Amnesty International ha definito il 2018 in Iran come “l’anno della vergogna”. Le autorità hanno arrestato, spesso in modo arbitrario, oltre 7000 tra manifestanti, studenti, giornalisti, ambientalisti, attivisti, lavoratori, difensori dei diritti umani. Tra coloro che hanno pagato un prezzo elevato per il loro attivismo, le donne che hanno protestato contro la prassi abusiva e discriminatoria dell’obbligo d’indossare il velo.
In Arabia Saudita le autorità hanno arrestato e incriminato persone che avevano espresso critiche, accademici e difensori dei diritti umani. Nel mese di maggio almeno sono state arrestate, senza essere formalmente accusate, almeno otto difensore dei diritti delle donne che avevano svolto campagne per l’abolizione del divieto di guida per le donne e del sistema del tutore maschile. Praticamente tutte le persone che difendono i diritti umani in Arabia Saudita sono ora dietro le sbarre o in esilio.
Le autorità egiziane hanno inasprito la repressione ai danni dei dissidenti alla vigilia delle elezioni presidenziali. Nel corso dell’anno hanno arrestato almeno 113 persone per l’espressione pacifica di opinioni critiche e adottato nuove norme per ridurre ulteriormente al silenzio gli organi d’informazione indipendenti. Due donne sono state arrestate per aver denunciato le molestie sessuali via Facebook: una di loro, Amal Fathy, si è vista confermare in appello una condanna a due anni di carcere.
In Iraq le forze di sicurezza hanno ucciso e arrestato manifestanti. In Marocco decine di persone sono state condannate a lunghe pene detentive per aver preso parte a manifestazioni.
Negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein i noti attivisti Ahmed Mansour e Nabil Rajab sono stati condannati rispettivamente a 10 e cinque anni per aver espresso opinioni sui social media.
In Algeria, attivisti e blogger sono stati presi di mira per aver criticato su Facebook le politiche governative.
Le autorità di Giordania, Libano e Palestina hanno a loro volta arrestato arbitrariamente attivisti e altre persone che avevano espresso critiche nei confronti delle autorità o per aver preso parte a manifestazioni pacifiche.
“In tutti gli stati del Medio Oriente e dell’Africa del Nord i governi hanno mostrato un’impressionante intolleranza nei confronti dei diritti alla libertà di espressione, di associazione e di manifestazione pacifica. Coloro che sono scesi in strada per sfidare l’oppressione e che hanno osato esprimere critiche hanno pagato un prezzo elevato. Alcuni stanno scontando anni di carcere solo per aver espresso le loro opinioni, vittime di sentenze ridicolmente pesanti imposte dai governi per intimidire gli attivisti”, ha commentato Morayef.
La sofferenza delle popolazioni nei conflitti armati
Le continue forniture di armi ai governi della regione da parte della comunità internazionale e la mancata sollecitazione, da parte di quest’ultima, di procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili di crimini contro l’umanità e ulteriori violazioni dei diritti umani hanno avuto un impatto devastante e duraturo nel tempo.
In Libia, Siria e Yemen anche nel 2018 sono stati commessi crimini di guerra e altre gravi violazioni del diritto internazionale dei diritti umani. Anche se gli scontri armati in Iraq e Siria sono diminuiti, il livello di sofferenza delle popolazioni civili è rimasto elevato.
L’occupazione militare israeliana ha proseguito a infliggere sofferenza ai palestinesi della Cisgiordania e di Gaza. Le politiche israeliane di espansione degli insediamenti illegali e l’incessante blocco nei confronti di Gaza hanno costituito gravi violazioni del diritto internazionale.
In Siria le forze governative hanno continuato a commettere crimini di guerra e crimini contro l’umanità e sia Russia che Cina hanno contribuito a ostacolare l’accertamento delle responsabilità. Le ricerche di Amnesty International hanno rivelato che centinaia di civili sono stati uccisi e migliaia feriti dalla coalizione guidata dagli Usa nel corso dell’offensiva per cacciare il gruppo armato Stato islamico da Raqqa, anche a seguito di attacchi che hanno violato il diritto internazionale umanitario. Tanto in Siria quanto in Libia le forze della coalizione sono state lente nel riconoscere e dare spiegazioni sulle vittime civili causate dalle loro operazioni militari.
Per quanto riguarda lo Yemen, mentre alcuni stati europei hanno sospeso i trasferimenti di armi ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, altri come Stati Uniti, Regno Unito e Francia hanno proseguito a inviare forniture militari del valore di miliardi di dollari, alcune delle quali sono state usate per commettere violazioni del diritto internazionale umanitario durante il conflitto.
In Libia il mancato sollecito da parte della comunità internazionale alla richiesta di istituire, all’interno del Consiglio Onu dei diritti umani, meccanismi efficaci di accertamento delle responsabilità ha incoraggiato le parti in conflitto a commettere ulteriori violazioni nel completo disprezzo del diritto internazionale.
“Da troppo tempo l’assenza di pressioni internazionali per assicurare che le parti in conflitto che commettono crimini di guerra e altre violazioni dei diritti umani siano chiamate a risponderne ha consentito agli autori di atrocità di rimanere impuniti. E invece i procedimenti giudiziari sono fondamentali non solo per assicurare giustizia alle vittime di tali crimini ma anche per contribuire a evitare che il ciclo infinito di violazioni prosegua e causi ulteriori vittime”, ha sottolineato Luther.
Spiragli di speranza per i diritti umani
Tra le massicce repressioni e violazioni dei diritti umani che hanno contrassegnato il 2018, vanno segnalati alcuni piccoli miglioramenti nei campi dei diritti delle donne e delle persone Lgbti.
Nel Maghreb sono entrate in vigore leggi per contrastare la violenza sulle donne e la Palestina ha seguito il cammino di altri stati abolendo la norma che consentiva alle persone sospettate di stupro di evitare la condanna sposando le loro vittime.
In Arabia Saudita è stato finalmente annullato il divieto di guida per le donne, anche se coloro che avevano svolto campagne proprio per questo obiettivo sono state arrestate.
Sebbene le relazioni omosessuali restino un reato nella regione, vanno segnalate due piccole vittorie per i diritti delle persone Lgbti negli stati in cui la mobilitazione della società civile è stata particolarmente forte: in Tunisia è stata presentata una proposta di legge per decriminalizzare le relazioni tra persone dello stesso sesso e in Libano un tribunale ha stabilito che il sesso tra persone omosessuali consenzienti non è un reato.
In un contesto regionale contrassegnato dall’impunità, quegli stessi due stati hanno fatto passi avanti per accertare le responsabilità per le violazioni dei diritti umani del passato: in Libano, dopo anni di campagne della società civile, il parlamento ha approvato una legge che istituisce una commissione d’inchiesta sulle migliaia di sparizioni avvenute durante la guerra civile, mentre in Tunisia la Commissione per la verità e la dignità è riuscita a superare i ripetuti tentativi delle autorità di ostacolarne il lavoro.
“Di fronte a uno scenario di schiacciante repressione, alcuni governi hanno fatto piccoli passi avanti. Questi miglioramenti sono il risultato del coraggioso lavoro dei difensori dei diritti umani del Medio Oriente e dell’Africa del Nord e sono un tributo nei confronti di coloro che mettono regolarmente a rischio la loro libertà per opporsi alla tirannia e per far sapere a coloro che hanno il potere che si stanno piantando semi concreti di cambiamento per gli anni a venire”, ha concluso Morayef.

Amnesty International Italia

Voci per la libertà: al via il bando di concorso

Hanno preso il via i lavori di due prestigiosi premi del festival “Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty” per brani legati ai temi dei diritti umani: sono i Premi Amnesty International Italia nelle sezioni emergenti e big.

Tutto culminerà dal 18 al 21 luglio a Rosolina Mare (Rovigo) nella nuova edizione del festival musicale nato nel 1998 in occasione del 50° Anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani.

Per quanto riguarda gli emergenti, è disponibile sul sito http://www.vociperlaliberta.it il bando di concorso per questa nuova edizione, a cui possono partecipare tutti gli artisti che abbiano un brano che parli di diritti umani, in qualsiasi lingua o dialetto e di qualsiasi genere musicale.

La scadenza del bando è fissata per il 6 maggio, ma gli artisti che si iscriveranno entro il 16 marzo avranno un’ulteriore possibilità. Fra tutti loro infatti il pubblico potrà votare online il brano migliore, conferendo il Premio Web Social e facendo accedere direttamente l’artista vincitore alle semifinali della fase live.

Altra ulteriore occasione sarà il Premio Under 35, riservato a tutti gli artisti iscritti regolarmente al concorso di età non superiore ai 35 anni. Anche in questo caso sarà possibile ascoltarli e votarli dal web ed il vincitore accederà direttamente alle semifinali.

L’Associazione Voci per la Libertà sceglierà poi tra tutti gli iscritti altre sei proposte, che parteciperanno assieme al Premio Web Social e al Premio Under 35 al concorso dal vivo a Rosolina Mare. Vitto e alloggio nelle serate di esibizione degli 8 gruppi semifinalisti saranno a carico dell’Organizzazione.

Qui una giuria composta da importanti addetti ai lavori e giornalisti assegnerà il Premio Amnesty International Italia nella sezione Emergenti.

Il vincitore avrà diritto a molti bonus, come la produzione di un videoclip e, insieme agli altri finalisti, all’inserimento in un cd assieme ai big distribuito attraverso Amnesty International. Ma nel 2018 per alcuni dei finalisti ci sono state anche decine di concerti e di laboratori musicali, un tour di 8 date realizzato grazie al NUOVO IMAIE e una comunicazione costante delle varie iniziative.

Altro appuntamento di grande rilievo è quello con il Premio Amnesty International Italia per i Big. Dal 2003 infatti Amnesty International Italia e Voci per la libertà premiano una canzone (uscita nell’anno precedente) di un nome affermato della musica italiana sui diritti umani.

Alla e-mail info@vociperlaliberta.it tutti possono segnalare entro il 15 febbraio 2019 brani che abbiano queste tre caratteristiche:

1) pubblicati tra il 1 gennaio 2018 e il 31 dicembre 2018,

2) composti/interpretati da un artista italiano noto,

3) su un tema legato alla Dichiarazione universale dei diritti umani.

Tutte le proposte saranno prese in considerazione da uno staff composto da esponenti di Amnesty International Italia e di Voci per la Libertà, che ne selezionerà 10. Le nomination verranno quindi sottoposte ad una giuria di importanti addetti ai lavori (giornalisti, conduttori radiofonici e televisivi, docenti universitari, referenti di Amnesty e di Voci per la Libertà), che eleggerà tra le candidate il Premio Amnesty International Italia, sezione Big, 2019. Il vincitore sarà ospite nella nuova edizione di Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty.

Inizia così il fitto percorso di Voci per la libertà nel 2019, dopo le grandissime soddisfazioni del 2018: un’edizione indimenticabile per la qualità e la quantità dei partecipanti, seguita dalla vittoria della Targa Tenco come miglior album a progetto per il cd del 2017. E poi, a fine anno, l’uscita del cd del 2018 e di un libro speciale in occasione del 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani (la “DUDU”), il 10 dicembre.

Il libro si intitola “In arte DUDU. La Dichiarazione universale dei diritti umani illustrata da giovani artisti italiani” (Peruzzo Editoriale) e contiene un’opera d’arte contemporanea per ciascuno dei 30 articoli della Dichiarazione. Presso l’editore è possibile acquistare il volume con il cd in omaggio: https://graficheperuzzo.it/in-arte-dudu-2/

“Voci per la Libertà – Una canzone per Amnesty” è un’iniziativa dell’Associazione Culturale Voci per la Libertà e di Amnesty International Italia.

Monferr’Autore