Amnesty International denuncia ampia ondata di arresti in Egitto

Amnesty International ha denunciato che dal 20 settembre le autorità egiziane hanno lanciato la più ampia campagna repressiva dalla salita al potere del presidente Abdel Fattah al-Sisi. Le persone arrestate sono oltre 2300, tra le quali almeno 111 minorenni.
Tra gli arrestati vi sono centinaia di manifestanti pacifici così come “bersagli” più specifici, quali avvocati per i diritti umani, giornalisti, attivisti ed esponenti politici.
La vasta maggioranza delle persone arrestate è indagata nell’ambito di una inchiesta che, se si arriverà a giudizio, darà luogo al più grande procedimento penale della storia egiziana per fatti relativi a manifestazioni di piazza.
“Il governo del presidente al-Sisi ha orchestrato questa campagna repressiva per abbattere il minimo segnale di dissenso e ridurre al silenzio ogni dissidente. L’ondata senza precedenti di arresti di massa, che ha riguardato anche persone non coinvolte nelle proteste, invia un messaggio chiaro: chiunque sia considerato una minaccia per il governo sarà colpito”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International.
Secondo un comunicato emesso il 26 settembre dall’ufficio della procura egiziana, “meno di 1000 persone” sono state interrogate in relazione alla loro pacifica partecipazione alle proteste. La dichiarazione conferma che i profili social degli arrestati sono stati visionati per cercare prove di “incitamento alla protesta”, che costituirebbero secondo le autorità giudiziarie egiziane il “reato” di “manifestazione non autorizzata”.
Gli avvocati delle organizzazioni per i diritti umani quali il Centro egiziano per i diritti economici e sociali e la Commissione egiziana per i diritti e le libertà hanno documentato finora oltre 2300 arresti. Decine degli arrestati sono stati successivamente rilasciati ma molti continuano a comparire in procura.
Secondo l’Ong “Belady” per i diritti e le libertà almeno 111 minorenni di età compresa tra 11 e 17 anni sono stati arrestati e in diversi casi sottoposti a sparizione forzata per periodi di tempo che vanno da due a 10 giorni. Almeno 69 di loro rischiano di essere incriminati per “appartenenza a un gruppo terrorista” e “uso inappropriato dei social media”, anche se molti di loro non hanno neanche un telefono cellulare.
Amnesty International ha documentato l’arresto di cinque minorenni: tre stavano comprando materiali scolastici e grembiuli nel centro del Cairo, due stavano tornando a casa da scuola a Suez.
Osama Abdallah, 16 anni, risulta ancora scomparso dopo l’arresto avvenuto il 21 settembre: ha bisogno di medicinali e in quei giorni doveva subire un intervento chirurgico di emergenza.
Amnesty International ha anche visionato immagini nelle quali “informatori” in borghese picchiano e arrestano un ragazzo di 17 anni al Cairo.

La maggior parte dei minorenni arrestati non è in grado di comunicare coi genitori ed è detenuta insieme agli adulti in violazione degli standard internazionali.
Amnesty International ha documentato l’arresto di 10 giornalisti, la maggior parte dei quali paradossalmente lavora per organi d’informazione filogovernativi, soprattutto a Suez e Mahalla, e di almeno 25 accademici ed esponenti politici di quattro diversi partiti. A queste categorie appartengono il giornalista ed ex segretario del partito Dostour (di ispirazione liberale) Khaled Dawoud e i docenti di scienze politiche Hassan Nefea e Hazem Hosny.
Gli avvocati arrestati sono almeno 16.
Il 29 settembre Mohamed el-Baqer, avvocato e direttore del Centro “Adalah” per i diritti e le libertà è entrato nel palazzo della procura suprema per la sicurezza dello stato per assumere la difesa dell’attivista Alaa Abdel Fattah ed è stato raggiunto dalle stesse infondate accuse mosse al suo cliente: “appartenenza a un gruppo illegale” e “diffusione di notizie false”.
Almeno sette cittadini stranieri sono stati arrestati e costretti a “confessare”, di fronte a una videocamera, di cospirare contro l’Egitto. Tali dichiarazioni sono state trasmesse da un canale televisivo privato.
Un aspetto particolarmente grave e irregolare è stato l’arresto di ex prigionieri sottoposti a misure cautelari come la permanenza notturna nelle stazioni di polizia. In alcuni casi queste persone non si trovavano neanche nei pressi delle manifestazioni.
Alaa Abdel Fattah, attivista politico e ingegnere informatico salito alla ribalta durante la rivolta del 2011, è stato arrestato il 29 settembre. Aveva già scontato un’ingiusta condanna a cinque anni per aver preso parte, nel 2013, a una protesta pacifica. Al momento dell’arresto era sottoposto alla misura cautelare della permanenza notturna di 12 ore per cinque anni nella stazione di polizia di Dokki, al Cairo. Ciò nonostante è stato accusato di “appartenenza a un gruppo illegale” e “diffusione di notizie false”.
Mohamed Ibrahim, fondatore del noto blog “Ossigeno Egitto” è stato nuovamente arrestato il 21 settembre per aver postato video delle proteste mentre era sottoposto alla medesima misura cautelare in una stazione di polizia del Cairo.
Per impedire nuove proteste il 27 settembre, le forze di polizia hanno istituito posti di blocco informali nel centro del Cairo e di Alessandria: “informatori” in borghese e agenti di polizia hanno fermato persone a caso ordinando loro di consegnare gli smartphone per controllare i contenuti dei loro profili social. In alcuni casi questi controlli hanno dato luogo ad arresti. Sempre al Cairo, le forze di polizia hanno effettuato perquisizioni senza mandato in diverse abitazioni.
Un uomo è stato arrestato solo per aver scaricato sul suo telefono un’app di notizie che pubblica articoli critici nei confronti delle autorità.
Amnesty International ritiene che la maggior parte degli arresti sia stata irregolare in quanto basata solo sulla partecipazione o sulla richiesta di partecipazione a proteste pacifiche.
Secondo il Centro egiziano per i diritti economici e sociali, almeno 2285 arrestati sono oggetto di sei separate inchieste ma ben 2268 di loro sono indagati nell’ambito del caso 1338/2019 per “assistenza a un gruppo terrorista” e “diffusione di notizie false”.
Inizialmente, molti degli arrestati sono stati trasferiti in campi provvisori delle Forze centrali di sicurezza ed è stato loro vietato di contattare familiari e avvocati. Le autorità hanno rifiutato di fornire informazioni su dove si trovassero molte delle persone arrestate.
Dopo alcuni giorni, molte persone arrestate sono state interrogate in assenza dei loro avvocati. Si sono verificati interrogatori contemporanei di ampi gruppi di detenuti, col risultato che centinaia di loro sono stati posti in detenzione preventiva per le medesime accuse senza un approfondimento delle circostanze individuali.
Dall’inizio delle proteste il presidente, il procuratore generale, il Servizio statale per le informazioni e svariati organi di stampa filogovernativi hanno cercato di screditare manifestanti ed esponenti politici definendoli “islamisti” o “terroristi”.
Comunicati stampa di organizzazioni locali e internazionali per i diritti umani, tra cui la stessa Amnesty International, sono stati definiti “politicizzati” e infondati rispetto alle denunce di violazioni dei diritti umani ai danni di centinaia di cittadini egiziani. Il Centro “El Nadeem” per la riabilitazione delle vittime della violenza ha dichiarato di aver subito intimidazioni da parte delle forze di sicurezza.

Amnesty International Italia

Censura digitale in Egitto secondo A.I.

Un tentativo di eliminare gli ultimi spazi rimasti a disposizione per le voci critiche e la libertà d’espressione: così Amnesty International ha definito l’assalto alla libertà digitale in corso dal 24 maggio in Egitto. Da quel giorno, secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, sono stati bloccati almeno 63 siti, 48 dei quali dedicati all’informazione. Tra i primi a essere censurati è stato Mada Masr, portale indipendente di qualità noto per le sue analisi profondamente critiche nei confronti del governo egiziano. Il 10 giugno è stato bloccato l’accesso alla piattaforma globale Medium. L’11 giugno è stata la volta del siti Albedaiah, diretto dal giornalista indipendente Khaled al Balshy, Elbadiland Bawabit e Yanair.   “L’attuale giro di vite nei confronti dei media digitali è un’ulteriore dimostrazione che le vecchie tattiche poliziesche dello stato egiziano sono ancora attuali. Persino nei peggiori momenti della repressione ai tempi di Mubarak le autorità non avevano impedito l’accesso a tutti i portali informativi indipendenti”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Le autorità egiziane sembrano avere nel mirino gli ultimi spazi rimasti a disposizione per la libera espressione. Con quest’ulteriore mossa stanno dimostrando fino a che punto sono pronti ad arrivare per impedire ai cittadini egiziani di accedere a notizie, analisi e opinioni indipendenti sul loro paese. Chiediamo che il blocco sia annullato immediatamente”, ha proseguito Bounaim. Il 24 maggio, oltre a Mada Masr, sono stati bloccati anche Daily News Egypt, Elborsa e Masr al Arabia. Le autorità non hanno chiarito quali attività illegali stessero svolgendo e non hanno fornito dettagli sulla base legale del provvedimento. In alcune interviste, funzionari del governo hanno fatto generico riferimento al “sostegno al terrorismo” e alla “pubblicazione di notizie false”. Il giorno dopo, la stampa egiziana ha citato una “agenzia sovrana” (termine col quale s’indica l’intelligence egiziana) che aveva giustificato i provvedimenti invocando il “contrasto al terrorismo” e accusando – senza fornire alcuna prova – il Qatar di sostenere alcuni dei portali bloccati. La maggior parte dei blocchi riguarda portali d’informazione ma sono compresi anche siti da cui possono essere scaricati programmi come VPN e TOR. Amnesty International è stata in grado di verificare che solo uno dei siti bloccati era collegato a gruppi che usano o promuovono la violenza. Molti dei portali bloccati erano diventati un rifugio per quelle voci critiche egiziane che non potevano più andare in televisione o scrivere sui giornali, l’una e le altre finite sotto il rigido controllo statale da quando il presidente Abdel Fattah al-Sisi è salito al potere. Il portale Mada Masr è stato indomito nel denunciare costantemente le violazioni dei diritti umani, come le detenzioni arbitrarie, i processi iniqui, la repressione contro le Ong, le esecuzioni extragiudiziali e la pena di morte. La sua direttrice, Lina Attallah, ha detto ad Amnesty International di ritenere che il sito sia stato bloccato perché pubblica notizie basate su ricerche approfondite e fonti verificate: “Pubblichiamo quello che le autorità non vogliono che la gente legga”, ha detto. “Il governo egiziano pare voler sfruttare i recenti attentati compiuti dai gruppi armati per chiudere gli ultimi spazi di libertà e ridurre al silenzio le voci critiche. Ancora una volta, le autorità usano la sicurezza nazionale per praticare una totale repressione”, ha commentato Bounaim. “Invece di attaccare le voci critiche e indipendenti, l’Egitto dovrebbe rispettare la sua Costituzione e il diritto internazionale che lo obbligano a non imporre limitazioni arbitrarie alla libertà d’espressione e a proteggere il diritto di ogni persona a cercare, ricevere e condividere informazioni”, ha sottolineato Bounaim. La Costituzione egiziana vieta la censura dei mezzi d’informazione, salvo che in tempo di guerra e di mobilitazione militare, protegge la libertà d’espressione e di stampa tanto in forma cartacea quanto digitale e riconosce il diritto di tutti i cittadini a utilizzare i mezzi e gli strumenti di telecomunicazione. Le ragioni legali e i poteri sulla base dei quali il governo egiziano ha bloccato i siti sono ambigui e non è chiaro se siano state applicate le leggi ordinarie – che già prevedono la censura per motivi di sicurezza nazionale – o le disposizioni dello stato d’emergenza, dichiarato per tre mesi il 9 aprile a seguito degli attentati contro due chiese a Tanta ed Alessandria. Un’ora dopo gli attentati, le autorità avevano confiscato le copie del quotidiano Albawaba, che aveva chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno per non aver saputo impedirli. Lo stato d’emergenza conferisce al governo ampi poteri di sorveglianza e di censura. Il 10 aprile il presidente del parlamento, Ali Albel’al, ha annunciato che questi poteri avrebbero riguardato anche Twitter, Facebook e YouTube, piattaforme usate a suo dire dai “terroristi” per comunicare tra loro e ha minacciato di procedimenti giudiziari gli autori di reati informatici. Le vaghe disposizioni della legge anti-terrorismo prevedono condanne fino a 15 anni per i responsabili di siti usati per promuovere “idee terroristiche” e consentono alle autorità di bloccare siti sospettati di promuovere il “terrorismo”. Due dei siti bloccati, Daily News Egypt ed Elborsa, appartengono alla Business News Company, già munita di licenza governativa. Nel novembre 2016, tuttavia, il governo ha congelato i suoi patrimoni accusandola di legami con la Fratellanza musulmana, senza fornire alcuna prova. Da allora i 230 dipendenti non ricevono lo stipendio. I rappresentanti di molti dei siti bloccati hanno presentato esposti al Sindacato dei giornalisti, al Consiglio nazionale della stampa, al ministro delle Comunicazioni e alla procura generale senza ricevere finora alcuna risposta. Mada Masr si è rivolto a un tribunale amministrativo ma il suo appello non è stato ancora preso in esame.

Amnesty International Italia

In Egitto, secondo Amnesty International, misure cautelari punitive

Amnesty International ha denunciato lo scorso 6 marzo, che le autorità egiziane stanno ricorrendo sempre di più a misure cautelari arbitrarie ed eccessive per perseguitare gli attivisti rilasciati dal carcere, come ad esempio trascorrere fino a 12 ore al giorno nelle stazioni di polizia.

Secondo la normativa vigente in Egitto sulle misure cautelari da eseguire prima del processo o come pena accessoria alla condanna, le persone rilasciate devono trascorrere un certo numero di ore al giorno o alla settimana presso una stazione di polizia.

Amnesty International ha documentato almeno 13 casi in cui nei confronti di attivisti scarcerati sono state imposte misure arbitrarie ed eccessive, addirittura tali da facilitare un ulteriore arresto.

“Le autorità egiziane stanno punendo gli attivisti con misure cautelari eccessive e in alcuni casi addirit tura ridicole, che limitano i loro diritti fondamentali e talvolta costituiscono una vera e propria privazione della libertà. Molte di queste persone erano state accusate o condannate per il loro attivismo pacifico e non avrebbero mai dovuto essere arrestate”, ha dichiarato Najia Bounaim, vicedirettrice per le campagne presso l’ufficio regionale di Amnesty International di Tunisi.

“L’abuso delle misure cautelari è la più recente tattica cui le autorità stanno ricorrendo per stroncare il dissenso. Queste condizioni arbitrarie devono essere abolite e gli attivisti in carcere solo per aver esercitato i loro diritti alla libertà d’espressione o di manifestazione devono essere posti in libertà immediatamente e senza alcuna condizione”, ha aggiunto Bounaim.

Le misure cautelari vengono decise dai giudici ma il numero di ore da trascorrere presso le stazioni di polizia è lasciato alla discrezionalità delle autorità di polizia.

Gli ex detenuti, anziché presentarsi a una stazione di polizia per firmare il registro e poi andar via, hanno l’obbligo di rimanervi anche per 12 ore al giorno, durante le quali non possono ricevere visite né comunicare, se non con agenti di polizia.

Ahmed Maher e Mohamed Adel, due attivisti rilasciati dopo tre anni di carcere per manifestazione non autorizzata, sono sottoposti a tale misura e per questo motivo non possono lavorare, studiare o esprimere liberamente le loro opinioni.

In almeno quattro casi documentati da Amnesty International, attivisti in libertà condizionata sono stati nuovamente arrestati anche se non avevano violato le misure cautelari loro imposte.

Sebbene la legge 99 del 1945 preveda che una persona rilasciata con misura cautelare a suo carico possa trascorrere le ore assegnate a casa, in modo che sia reperibile in caso di ispezioni, la polizia ha ampi poteri di obbligarla a passarle presso una stazione di polizia se risulti complicato effettuare l’ispezione presso il suo domicilio. La legge prevede un anno di carcere per chi viola le misure cautelari imposte, senza specificare in cosa possa consistere la violazione. Gli standard internazionali richiedono alle autorità di illustrare, in forma orale o scritta, le caratteristiche delle misure cautelari non detentive, compresi gli obblighi e i diritti del destinatario di tali misure.

Gli ampi poteri discrezionali, privi di supervisione giudiziaria, affidati alla polizia trasformano di fatto le misure cautelari non detentive in un’altra forma di detenzione.

Queste misure facilitano ulteriori violazioni dei diritti umani ai danni di attivisti già perseguitati dalle autorità, come le detenzioni arbitrarie, i maltrattamenti, le restrizioni arbitrarie alla libertà di movimento e di espressione; possono inoltre interferire nel godimento di altri diritti, come quello al lavoro, allo studio e a un adeguato standard di vita.

“Si tratta di misure arbitrarie ed eccessive, in sintesi un’altra forma di detenzione mascherata. Alcuni attivisti non possono esercitare i lo ro diritti alla libertà di espressione, associazione e movimento anche dopo la fine della pena. Ecco un altro modo con cui il sistema giudiziario egiziano riduce al silenzio e intimidisce le voci critiche”, ha commentato Bounaim.

Secondo la legge egiziana, le misure cautelari possono essere applicate rispetto a un’ampia serie di reati e criminalizzano il diritto di manifestazione pacifica e quello alla libertà di espressione. Le persone condannate ai sensi dell’articolo 375 bis del codice penale per “minaccia alla salute pubblica” o per aver “instillato terrore nella popolazione” possono trascorrere in carcere da 12 mesi a cinque anni seguiti da un analogo periodo di misure cautelari.

Nel caso in cui le misure cautelari siano disposte prima del processo, con la determinazione delle ore da trascorrere presso le stazioni di polizia, è lo stesso giudice a stabilire se e come tali misure siano violate e a ordinare un nuovo arresto. Poiché la legge non specifica in cosa consista la violazione, la polizia ne approfitta per segnalare che la persona oggetto delle misure non si è presentata. In generale, queste misure scoraggiano fortemente gli attivisti dal prendere parte a iniziative pubbliche.

Alcuni casi

Nel dicembre 2013 Ahmed Maher, noto attivista politico e leader del movimento giovanile 6 aprile, è stato condannato per manifestazione non autorizzata a tre anni di carcere e a una multa di circa 7000 euro insieme ad altri due attivisti, Mohamed Adel e Ahmed Douma. Come pena accessoria, sono stati disposti tre anni di misura cautelare.

Il 5 gennaio 2017 si è presentato alla stazione di polizia di al-Tagamu’ al-Khamis per l’avvio della misura cautelare. Lì ha appreso che avrebbe dovuto trascorrervi 12 ore al giorno, dalle 6 di sera alle 6 di mattina: in altre parole, un altro anno e mezzo di detenzione.

Secondo il suo avvocato, Maher si sente come se fosse di nuovo in carcere, limitato nei suoi movimenti e impedito dal prendere parte a ogni attività politica e a esprimere le sue idee. Non può prendersi cura della madre malata, non trova un lavoro e non può proseguire a praticare la sua professione di ingegnere civile.

Poiché nella condanna del dicembre 2013 non era specificato in cosa sarebbe consistita la misura cautelare accessoria alla pena, l’avvocato ritiene che sia stata l’Agenzia per la sicurezza nazionale a indicare alla polizia di tenere sotto controllo Maher per 12 ore al giorno.

Nei primi quattro giorni, Maher è stato costretto a rimanere seduto in un corridoio buio, di fronte a una cella. In seguito, è stato posto in una piccola stanza di un metro e mezzo per due in un sottoscala. Nelle 12 ore che è costretto a trascorrere nella stazione di polizia gli è vietato usare dispositivi elettronici e non può incontrare familiari. A seconda dei turni degli agenti, gli viene negato anche l’uso dei servizi igienici. Ha chiesto un colloquio con la direzione della stazione di polizia, che gli è stato finora negato.

Mohamed Adel (vedi sopra) ha iniziato il periodo di misura cautelare il 22 gennaio 2017. A sua volta, è obbligato a trascorrere 12 ore, dalle 6 di sera alle 6 di mattina, presso la stazione di polizia di Aga, nel governatorato di Dakahlia. Non può usare il telefono cellulare e altri dispositivi elettronici e gli è vietato guardare la televisione. Ha chiesto un giorno alla settimana di annullamento della misura, per poter proseguire gli studi universitari al Cairo, ma la richiesta è stata respinta.

Adel ha dovuto rinviare il matrimonio. Sente di non poter avere la libertà di esprimere le sue idee per il timore che questo potrebbe violare la misura cautelare e comportare un nuovo processo.

Abd el-Azim Ahmed Fahmy, conosciuto come Zizo Abdo, è stato arrestato nel maggio 2016 con l’accusa di istigazione a prendere parte a una manifestazione non autorizzata. Dopo cinque mesi di detenzione preventiva, è stato sottoposto a una misura cautelare consistente nel trascorrere due ore tre volte alla settimana nella stazione di polizia di Bolak al-Dakrour, al Cairo. Il 14 febbraio 2017 un tribunale ha ordinato la fine della misura cautelare e 45 giorni di carcere perché l’8 febbraio non si era presentato alla stazione di polizia. Il motivo: era stato arrestato dalla polizia in un bar e trattenuto per cinque ore in un’altra stazione di polizia…

Il 26 febbraio un tribunale ha accolto l’appello di Fahmy ripristinando l’originale misura cautelare. Fahmy si sente intrappolato tra libertà e prigione, non può lavorare né viaggiare. Evita in tutti i modi ogni coinvolgimento in attività politiche per il timore che ciò comporti una violazione della misura cautelare e dunque il ritorno in carcere.

Khaled el-AnsarySaid Fatallah Ahmed Kamal hanno trascorso sette mesi in detenzione preventiva, per appartenenza a un gruppo illegale chiamato “Giovani del 25 gennaio”, dal 30 dicembre 2015 al 1° agosto 2016. Poi sono stati rilasciati con la misura cautelare di trascorrere quattro ore, dalle 20 alle 24, in tre distinte stazioni di polizia per tre volte alla settimana. Il 7 settembre il periodo è stato ridotto a due ore una volta alla settimana. Due giorni dopo, la procura ha fatto appello e il tribunale ha disposto un nuovo arresto per 45 giorni, nonostante non avessero in alcun modo violato la misura cautelare. Da allora, i 45 giorni di carcere sono stati via via rinnovati, l’ultima volta il 25 febbraio.

El-Ansary e Fatallah hanno intrapreso uno sciopero della fame per protestare contro il loro trattamento. Secondo la madre di el-Ansary, la misura cautelare e il carcere stanno avendo un effetto assai negativo sugli studi universitari e il lavoro del figlio e sulla vita e la situazione economica della famiglia.

Amnesty International Italia

 

 

 

Centinaia di sparizioni in Egitto. Un rapporto di Amnesty International

In Egitto, l’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) si rende responsabile di rapimenti, torture e sparizioni forzate nel tentativo di incutere paura agli oppositori e spazzare via il dissenso pacifico: è quanto ha denunciato oggi Amnesty International in un drammatico nuovo rapporto, che mette in luce una scia senza precedenti di sparizioni forzate dai primi mesi del 2015. Il rapporto, intitolato “Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo”, rivela una vera e propria tendenza che vede centinaia di studenti, attivisti politici e manifestanti, compresi 14enni, sparire nelle mani dello stato senza lasciare traccia. Secondo le organizzazioni non governative locali, la media delle sparizioni forzate è di tre-quattro al giorno. Di solito, agenti dell’Nsa pesantemente armati fanno irruzione nelle abitazioni private, portano via le persone e le trattengono anche per mesi, spesso ammanettate e bendate per l’intero periodo. “Questo rapporto rivela le scioccanti e spietate tattiche cui le autorità egiziane ricorrono nel tentativo di terrorizzare e ridurre al silenzio manifestanti e dissidenti” – ha dichiarato Philip Luther, direttore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Le sparizioni forzate sono diventate uno dei principali strumenti dello stato di polizia in Egitto. Chiunque osi prendere la parola è a rischio. Il contrasto al terrorismo è usato come giustificazione per rapire, interrogare e torturare coloro che intendono sfidare le autorità” – ha aggiunto Luther. “Le autorità egiziane si ostinano a negare l’esistenza del fenomeno delle sparizioni forzate, ma i casi descritti nel nostro rapporto forniscono ampie prove del contrario. Denunciamo non solo le brutalità cui vanno incontro gli scomparsi ma anche la collusione esistente tra le forze di sicurezza e le autorità giudiziarie, il cui ruolo è quello di mentire per coprire l’operato della sicurezza o non indagare sulle denunce di tortura, e che in questo modo si rendono complici di gravi violazioni dei diritti umani” – ha sottolineato Luther. Sparizioni forzate e tortura Il rapporto descrive in dettaglio i casi di 17 persone sottoposte a sparizione forzata, detenute illegalmente per periodi varianti da diversi giorni a sette mesi, tagliate fuori dal mondo esterno e private di contatti con avvocati e familiari e di qualsiasi supervisione giudiziaria. Il rapporto comprende inoltre drammatiche testimonianze delle torture praticate durante sessioni d’interrogatorio che possono durare fino a sette ore, allo scopo di estorcere “confessioni” che verranno poi usate come prova durante gli interrogatori ufficiali davanti al giudice e che condurranno alla condanna. In alcuni casi, sono stati torturati anche dei minorenni. Uno dei casi più agghiaccianti è quello di Mazen Mohamed Abdallah: sottoposto a sparizione forzata nel settembre 2015, quando aveva 14 anni, è stato ripetutamente violentato con un bastone di legno per estorcergli una falsa “confessione”. Aser Mohamed, a sua volta 14enne al momento dell’arresto, è stato vittima di sparizione forzata nel gennaio 2016 per 34 giorni, negli uffici dell’Nsa di Città 6 ottobre (nella Grande Cairo). Durante quel periodo è stato picchiato, colpito con scariche elettriche su tutto il corpo e sospeso per gli arti. Alla fine è stato portato di fronte a un procuratore che lo ha minacciato di ulteriori scariche elettriche quando ha provato a ritrattare la “confessione”. I due 14enni sono tra i cinque minorenni vittime di sparizione forzata per fino a 50 giorni descritti nel rapporto di Amnesty International. Alcuni di loro, anche dopo che ne era stato disposto il rilascio, sono stati sottoposti nuovamente a sparizione forzata prima di venire raggiunti da nuove accuse. In altri casi, sono stati arrestati i familiari di persone da cui si voleva ottenere una “confessione”. Nel luglio 2015 Atef Farag è stato arrestato insieme al figlio 22enne Yehia. I loro familiari sostengono che Atef è stato arrestato per aver preso parte a un sit-in mentre suo figlio, che è disabile, è stato preso per costringere il padre a “confessare” una serie di gravi reati. Dopo una sparizione forzata durata 159 giorni, padre e figlio sono stati rinviati a processo per appartenenza al gruppo fuorilegge della Fratellanza musulmana. L’evidente aumento delle sparizioni forzate risale al marzo 2015, ossia alla nomina a ministro dell’Interno di Magdy Abd el-Ghaffar, che in precedenza aveva fatto parte del Servizio per le indagini sulla sicurezza dello stato (Ssi), la famigerata polizia segreta dei tempi di Mubarak, responsabile di gravi violazioni dei diritti umani: è stata smantellata dopo la rivolta del 2011 ma solo per essere rinominata Nsa. Nel 2015 Islam Khalil, 26 anni, è stato sottoposto a sparizione forzata per 122 giorni. Tenuto bendato e ammanettato per l’intero periodo, è stato picchiato brutalmente e sottoposto a scariche elettriche anche sui genitali. Una volta, negli uffici dell’Nsa della città di Tanta (a nord del Cairo), è stato tenuto sospeso per i polsi e le caviglie per ore e ore fino a quando ha perso conoscenza. Una volta, un agente che lo stava interrogando gli ha detto: “Pensi di avere qualche valore? Ti possiamo uccidere, arrotolarti in una coperta e buttarti in una discarica e nessuno chiederà di te”. In un’altra occasione, un secondo agente lo ha sollecitato a dire le ultime preghiere mentre gli stava somministrando scariche elettriche. Dopo 60 giorni Islam Khalil è stato trasferito in quello che ha chiamato “l’inferno”, ossia gli uffici dell’Nsa a Lazoughly, dove sono proseguite le torture. A Lazoughly, a giudizio unanime il peggior centro di detenzione dell’Nsa, si stima si trovino centinaia di detenuti. Questa sede dell’Nsa si trova dentro il ministero dell’Interno, ironicamente a poca distanza da piazza Tahrir, dove cinque anni fa migliaia di persone avevano manifestato contro la tortura e le brutalità delle forze di sicurezza di Mubarak. La sparizione forzata dello studente italiano Giulio Regeni, trovato morto al Cairo nel febbraio 2016 con segni di tortura, ha attratto l’attenzione dei mezzi d’informazione di ogni parte del mondo. Le autorità egiziane si ostinano a negare qualsiasi coinvolgimento nella sparizione e nell’uccisione di Giulio Regeni, ma il rapporto di Amnesty International rivela le similitudini tra i segni di tortura sul suo corpo e quelli sugli egiziani morti in custodia dello stato. Ciò lascia supporre che la sua morte sia stata solo la punta dell’iceberg e che possa far parte di una più ampia serie di sparizioni forzate ad opera dell’Nsa e di altri servizi d’intelligence in tutto il paese. Le sparizioni forzate non solo aumentano il rischio di tortura e collocano i detenuti al di fuori della protezione della legge, ma hanno anche un impatto devastante sulle famiglie degli scomparsi, che sono lasciate sole a interrogarsi sul destino dei loro cari. “Tutto quello che voglio sapere è se mio figlio è vivo o morto” – dichiarava mesi fa Abd el-Moez Mohamed, padre di Karim, uno studente d’Ingegneria di 22 anni scomparso per quattro mesi dopo essere stato rapito nella sua abitazione del Cairo da agenti dell’Nsa pesantemente armati, nell’agosto 2015. Alcuni familiari hanno denunciato la scomparsa dei loro cari al ministero dell’Interno e alla procura ma nella maggior parte dei casi non sono scattate le indagini. Nelle rare occasioni in cui ciò è accaduto, le indagini sono state chiuse dopo l’ammissione che lo scomparso era nelle mani dell’Nsa anche se questi ha continuato a vedersi negati i contatti con parenti e avvocati. “Il presidente Abdel Fattah al-Sisi deve ordinare a tutte le agenzie per la sicurezza dello stato di porre fine alle sparizioni forzate e alla tortura e dire chiaramente che chiunque ordinerà o commetterà queste violazioni dei diritti umani, o se ne renderà complice, sarà portato di fronte alla giustizia” – ha affermato Luther. “Tutte le persone detenute in tali condizioni devono avere accesso a familiari e avvocati e coloro che sono trattenuti solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti alla libertà di espressione e alla libertà di riunione devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni” – ha aggiunto Luther. Il rapporto chiede inoltre al presidente al-Sisi di istituire con urgenza una commissione indipendente d’inchiesta che indaghi su tutte le denunce di sparizione forzata e di tortura commesse dall’Nsa o da altre agenzie per la sicurezza dello stato e che abbia il potere di chiamare a deporre tutte le agenzie governative, comprese quelle militari, senza subire interferenze. Collusione e inganno Il rapporto di Amnesty International contiene forti accuse nei confronti della procura egiziana, colpevole di accettare prove dubbie ottenute dall’Nsa – che falsifica regolarmente le date d’arresto per nascondere il periodo in cui i detenuti sono sottoposti a sparizione forzata -, di emettere incriminazioni basate su “confessioni” estorte sotto coercizione e di non disporre indagini sulle denunce di tortura, evitando ad esempio di ordinare esami medici e di includerne i risultati negli atti ufficiali. Nei rari casi in cui la procura autorizza esami medici indipendenti, gli avvocati dei detenuti non possono prendere visione dei risultati. “Siamo molto critici nei confronti della procura egiziana, che si rende complice di violazioni dei diritti umani e tradisce in modo crudele il dovere, assegnatole dalla legge, di proteggere le persone dalle sparizioni forzate, dagli arresti arbitrari e dalla tortura. Se l’istituto della procura non verrà riformato per garantire la sua indipendenza dal potere esecutivo, ciò sarà fatto di proposito” – ha chiarito Luther. L’Egitto è considerato da molti paesi occidentali un partner chiave nella lotta al terrorismo a livello regionale e questa è la giustificazione usata per rifornirlo di armi e altro materiale nonostante le prove che tali forniture vengono usate per commettere gravi violazioni dei diritti umani. Molti paesi continuano a tenere strette relazioni diplomatiche, commerciali e di altra natura con l’Egitto senza dare priorità ai diritti umani. “Tutti gli stati, particolarmente quelli dell’Unione europea e gli Usa, devono usare la loro influenza per spingere l’Egitto a porre fine a queste terribili violazioni dei diritti umani, perpetrate col falso pretesto della sicurezza e del contrasto al terrorismo” – ha sottolineato Luther. “Invece di proseguire ciecamente a fornire equipaggiamento di sicurezza e di polizia all’Egitto, questi paesi dovranno annullare tutti i trasferimenti di armi e altro materiale che vengono usati per compiere gravi violazioni dei diritti umani fino a quando non saranno poste in essere garanzie efficaci contro il loro uso improprio, non saranno condotte indagini esaurienti e indipendenti sulle violazioni dei diritti umani e i responsabili di queste ultime non saranno portati di fronte alla giustizia” – ha concluso Luther.

Il rapporto “Egitto: ‘Tu ufficialmente non esisti’. Sparizioni forzate e torture in nome del contrasto al terrorismo” è disponibile presso l’Ufficio Stampa di Amnesty International Italia e online all’indirizzo: http://www.amnesty.it/Rapporto-Egitto-centinaia-persone-scomparse-torturate

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