Tornano le sperimentazioni artistiche nel giardino di Castelvecchio

 

  L’opera a Castelvecchio (foto di Michele Alberto Sereni- courtesy Studio la Città)

Gli spazi del giardino di Castelvecchio tornano al centro della sperimentazione artistica. Collocata, sotto la statua di Cangrande, l’installazione Orizzonte dell’artista ateniese Costas Varotsos, primo di una serie di prestiti accordati alla direzione dei Musei Civici da alcune gallerie d’arte.

Gli spazi esterni di Castelvecchio sono sempre stati, a partire dalla direzione di Licisco Magagnato, anche luogo di ricerca artistica. Una caratteristica che si è mantenuta a lungo, basti pensare alle mostre degli anni ’70, per poi arrivare all’esposizione ‘Giardino dei passi perduti’ di Peter Eisenman o all’installazione di Herbert Hamak sui camminamenti di Castelvecchio e, negli anni più recenti, alla mostra di Igor Mitoraj.

Una tipologia di contaminazioni artistico-ambientale che, con l’opera di Varotsos, torna ora nuovamente ad animare il giardino del museo.

L’energia, lo spazio e il tempo sono gli elementi che caratterizzano il lavoro di dell’artista ateniese, noto per le sue sculture site-specific collocate in esterno in varie parti del mondo e fatte in ferro o acciaio e, soprattutto, con il vetro che rappresenta la materia che più ne definisce il suo lavoro.

‘Orizzonte’ è un’opera del 1996 in ferro e vetro che l’artista, abituato a cimentarsi in grandi spazi spesso naturali, ha pensato di installare nel giardino del Museo. Una collocazione che sarà particolarmente apprezzata nel momento in cui il visitatore esce dalla Galleria delle Sculture, per raggiungere la Reggia del Castello attraversando la porta del Morbio.
La trasparenza del vetro è utilizzata per portare lo sguardo del visitatore oltre l’opera e ristabilire una relazione con la realtà della visuale, mentre la forma diventa una ‘lente’ per osservare il mondo pensato e in qualche modo circoscritto nell’immagine proposta dall’artista; infine lo spazio è l’altro materiale di cui Vartsos si serve per realizzare l’opera finale che non perde nulla dell’incorporeità dell’idea in uno scambio continuo tra pieno e vuoto, tra energia e materia.

‘Orizzonte’ sarà esposta per un periodo di sei mesi durante i quali saranno organizzate visite guidate e approfondimenti.

L’iniziativa è resa possibile grazie e alla collaborazione della galleria Studio la Città e alla disponibilità dell’artista.

“Un progetto che intende portare avanti – spiega l’assessore alla Cultura –, grazie alla collaborazione con alcune gallerie d’arte, una sperimentazione artistica che ha da sempre contraddistinto gli spazio esterni di Castelvecchio. Il giardino, infatti, continuerà ad accogliere periodicamente e a rotazione, alcune opere scultoree in dialogo con il complesso museale. Una proposta che arricchisce ulteriormente il percorso espositivo offerto ai visitatori”.

“Ad avviare questa nuova serie di collaborazioni – afferma Francesca Rossi direttore dei Musei Civici – il prestito riconosciuto ai Musei Civici dalla galleria Studio la Città, che mettendo a disposizione di Castelvecchio e del suo pubblico l’installazione ‘Orizzonte’ dell’artista Varotsos”.

“Sin dagli anni ’70 – spiega la gallerista Hélene de Franchis, di Studio la Città – ho sempre collaborato con la Direzione dei Musei Civici sulla base di puntuali progetti artistici condivisi e coerenti con i vari contesti”.

Costas Varotsos nasce nel 1955 ad Atene, dove vive e lavora. Nel 1976 si diploma all’Accademia di Belle Arti di Roma e nel 1978 si laurea in Architettura all’Università degli Studi di Pescara. Nel 1999 è nominato Professore presso l’Aristotle University di Thessaloniki, dove ad oggi ha la cattedra di Architettura. Nel 1987 ha rappresentato la Grecia alla Biennale di San Paolo e, nel 1999, alla Biennale di Venezia. Ha presentato i suoi lavori in numerose mostre nazionali e internazionali e realizzato importanti opere pubbliche per Grecia, Cipro, Italia, Stati Uniti e Svizzera.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

 

Torna per il terzo anno il Festival fotografico ‘Grenze’

Scatti provenienti da ogni angolo del mondo che troveranno spazio in sette gallerie cittadine. Il Covid non ferma l’arte. Dal 9 settembre al 2 novembre si terrà a Verona la terza edizione di ‘Grenze – Arsenali fotografici’. Mostre ed appuntamenti dislocati in tutta la città e uniti da un unico tema: ‘Als ob’, il ‘come se’ tedesco. Una supposizione, un’ipotesi che calza a pennello con il momento attuale.

Location principale sarà l’Arsenale, che ospiterà le foto di Archivio Luigi di Sarro, Jacob Balzani Lööv, Silvio Canini, Gianluca Camporesi, Daniel W. Coburn, del veronese Enrico Fedrigoli, Brian McCarty, Rowshanbakht Hossein & Hassan, Stefano Mirabella e Alessandro Secondin. Sempre nei padiglioni del compendio verranno presentati alcuni scatti provenienti dall’archivio degli Scavi Scaligeri. All’interno dell’Arsenale, per l’intera durata del festival, sarà allestito anche uno spazio dedicato all’editoria fotografica indipendente.
Un autobus d’epoca dell’associazione Inbusclub, invece, sarò parcheggiato sul piazzale esterno durante tutto il festival e ospiterà i fotografi Off selezionati a livello internazionale.

Esposizioni ed eventi collaterali si alterneranno anche allo Spazio Arte Pisanello, alla Biblioteca Civica, al Teatro Laboratorio, alla Shy Gallery 33, così come a Isolo17, Museo Scienze Naturali, Libreria Pagina12 e Bar Sipario.
Tra questi, l’8 settembre, alle 16, al Museo di Scienze Naturali, il talk ‘Ho parlato ad una capra. La poesia del quotidiano nelle fotografie di animali e piante’. Il 12 settembre, all’Arsenale, alle ore 14.30, l’avvocato Toti Bellastella parlerà di ‘Fotografia e diritto d’autore’. Il 15 settembre, alle 21, il musicista elettronico Vincenzo Scorza terrà una performance al Teatro Laboratorio su ‘Isola – liveset per suoni inesatti e fotoni erranti’.

L’iniziativa è realizzata dall’Istituto Design Palladio, in collaborazione con l’assessorato alla Cultura del Comune di Verona, il Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri e con il patrocinio di Università IUSVE. Curatori e direttori artistici del festival sono Simone Azzoni, docente e critico d’arte, Francesca Marra, fotografa, e Arianna Novaga, docente e studiosa di fotografia.

“Iniziative come questa, di grande spessore artistico, arricchiscono l’offerta culturale della nostra città – ha spiegato l’assessore alla Cultura -. Quando ancora la fotografia era poco valorizzata, Verona, con grande lungimiranza inaugurò il Centro internazionale Scavi Scaligeri, uno spazio espositivo importante che speriamo di poter riaprire presto, ci stiamo adoperando al massimo affinché questo avvenga il prima possibile. Nel frattempo il festival Grenze, grazie a collaborazioni cercate e trovate a livello internazionale, darà a questa bellissima forma d’arte la giusta valorizzazione. Due mesi di eventi e mostre che poi proseguiranno con altre iniziative durante l’inverno”.
Le informazioni aggiornate quotidianamente sul festival si trovano sul sito http://www.grenzearsenalifotografici.com o sulla pagina facebook Grenzearsenalifotografici.

 

Roberto Bolis

 

 

Doppio sogno. Conferenza della psicologa e psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris al Festival della Mente a Sarzana il 6 settembre

Ragazzi e adolescenti tra sogno, avventura, ma anche trasgressione e pericolo. Questi gli spunti iniziali della conferenza Doppio Sogno della psicologa e psicoterapeuta Anna Oliverio Ferraris, al Festival della Mente domenica 6 settembre alle 14.45 in Piazza Matteotti. Filo conduttore dell’edizione 2020 è il sogno.

I ragazzi, pieni di energie e di voglia di vivere, se non riescono a realizzare in modo concreto l’avventura, la cercano nel mondo virtuale attraverso storie rocambolesche, partecipazione a videogiochi, esplorazione di siti estranianti o violenti. In rete possono trovare imbonitori, come i trapper che, a suon di musica, insegnano loro la trasgressione e l’uso delle droghe. Fuori dalla rete trovano lo spacciatore che procura il “viaggio” a volte senza ritorno. Questo allarma molto genitori ed educatori, il cui sogno è invece quello di trovare il modo per aiutare i ragazzi a mantenersi in rotta sia pure senza rinunciare all’avventura.

Anna Oliverio Ferraris, psicologa e psicoterapeuta, ha insegnato Psicologia dello sviluppo all’Università La Sapienza di Roma. Ha diretto la rivista Psicologia contemporanea. È autrice di saggi divulgativi, articoli scientifici e testi scolatici in cui affronta i temi dello sviluppo normale e patologico, dell’educazione, della famiglia, della scuola, delle emozioni, della comunicazione e del rapporto con i media. È stata membro della Consulta Qualità della Rai e del Comitato Nazionale per la Bioetica. Tra i suoi libri più recenti ricordiamo: Tutti per uno (Salani, 2019), Non solo amore: i bisogni psicologici dei bambini (Giunti, 2019), Sopravvivere con un adolescente in casa (Bur, 2019), Famiglia (Bollati Boringhieri, 2020).

 

Delos

 

 

Massimiliano Valerii al Festival della Mente di Sarzana

Il tema del festival della Mente 2020 è il sogno. «Sono parole, come “sogno”, che sprigionano un fascino misterioso» spiega il direttore del Censis Massimiliano Valerii, uno degli ospiti della manifestazione. «La ragione è semplice: aprono uno squarcio su ciò che non siamo e su quello che non abbiamo. Coltiviamo sempre l’aspirazione a una vita più degna. Noi viviamo nel dominio della possibilità, del non ancora realizzato. Vale anche per le leggi invisibili della società». Dati alla mano, quali sono i ritardi da colmare per essere un paese migliore? Quali sono le tappe da percorrere per avverare i nostri sogni di progresso e smentire le profezie più funeste? Nel mezzo della recessione globale causata dalla pandemia, esitiamo tra gli errori della percezione e la certezza dei segnali di allarme. In equilibrio come funamboli sognanti sulla corda tesa tra l’immaginazione e la realtà, c’è però qualcosa che ciascuno di noi può fare. Questo il tema al centro dell’incontro I sogni degli italiani nel nuovo disordine mondiale con Massimiliano Valerii al Festival della Mente sabato 5 settembre alle ore 14.45 in Piazza Matteotti.

Massimiliano Valerii è il curatore dell’annuale Rapporto sulla situazione sociale del Paese, pubblicato dal 1967 e considerato uno dei più qualificati e completi strumenti di interpretazione della realtà socio-economica italiana. A fine agosto uscirà per Ponte delle Grazie La notte di un’epoca.

 

Delos (anche per la fotografia)

 

 

Scienza e sogni: se ne parla alla XVII edizione del Festival della Mente di Sarzana

La XVII edizione del Festival della Mente è dedicata al tema del sogno. E di sogni spesso si parla anche nella scienza medica.

Negli ultimi anni sta diventando realtà il sogno dei padri della medicina: utilizzare le armi del sistema immunitario nella lotta contro il cancro. Le terapie immunologiche si sono affiancate con successo alle strategie tradizionali. Il sogno, ora, è trovare nuove armi sempre più efficaci, ma anche coniugare l’avanzamento tecnologico con la sostenibilità. Un’altra sfida è capire – e plasmare – la risposta immunitaria contro il virus Covid-19. Infine, ma non ultima, la condivisione delle terapie più nuove ed efficaci, a livello mondiale, a beneficio della salute di tutti.

Questo il tema della lectio “Immunità, dal cancro a Covid-19: sogni e sfide” con la quale l’immunologo Alberto Mantovani apre il Festival della Mente di Sarzana oggi, venerdì 4 settembre, alle ore 17.30 in piazza Matteotti.

Alberto Mantovani è professore emerito presso Humanitas University, ateneo dedicato alla medicina e alle scienze della vita, e direttore scientifico dell’IRCCS Istituto Clinico Humanitas. In passato ha lavorato in Inghilterra e negli Stati Uniti, ed è stato capo del Dipartimento di Immunologia dell’Istituto Mario Negri di Milano. Ha contributo al progresso delle conoscenze nel settore immunologico sia formulando nuovi paradigmi sia identificando nuove molecole e funzioni. È il ricercatore italiano più citato nella letteratura scientifica internazionale. Per la sua attività di ricerca ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti nazionali e internazionali. Tra i suoi saggi divulgativi, I guardiani della vita (Dalai, 2011), Immunità e vaccini (Mondadori, 2016), Non aver paura di sognare. Decalogo per aspiranti scienziati (La Nave di Teseo, 2016), Bersaglio mobile (Mondadori, 2018), I vaccini fanno bene (La Nave di Teseo, 2020), Il fuoco interiore (Mondadori, 2020).

Il sonno è caratterizzato dalla perdita dello stato di coscienza per il venir meno di un appropriato dialogo fra le varie regioni della corteccia cerebrale mentre si intensifica l’eliminazione delle scorie del metabolismo proteico responsabili di malattie neurodegenerative. Senza sonno vi è la morte per il crollo delle difese immunitarie. In assenza di messaggi che provengono dal mondo esterno, il cervello mantiene una determinata comunicazione al suo interno mettendo insieme in maniera frammentata memorie recenti e lontane. Da qui emergono contenuti che si manifestano come sogni, un’attività mentale da mettere sullo stesso piano di quella della veglia, ma in un mondo illogico e stravagante. Da questa riflessione prende avvio l’incontro Sonno e sogni con il neuroscienziato Piergiorgio Strata, al Festival della Mente sabato 5 settembre alle ore 10 in Piazza Matteotti.

Piergiorgio Strata è un neuroscienziato e accademico italiano. Ha svolto attività scientifica presso l’Università di Pisa e in quella di Torino, dove attualmente è professore emerito. Vincitore di numerosi premi, ha lavorato come ricercatore con il premio Nobel John Eccles a Canberra e a Chicago ed è stato professore associato onorario di Neurologia alla Northwestern University di Chicago dal 1967 al 1972. Ha ricoperto il ruolo di presidente dell’Istituto Nazionale di Neuroscienze e di direttore scientifico dell’European Brain Research Institute “Rita Levi Montalcini”. È autore di La strana coppia. Il rapporto mente-cervello da Cartesio alle neuroscienze (2014) e di Dormire forse sognare (2017), entrambi usciti per Carocci.

Cosa sono i sogni? Quali sono le loro origini? A cosa servono? Sono incidenti dell’evoluzione oppure hanno ragioni profonde? Sidarta Ribeiro, nel suo intervento video L’oracolo della notte disponibile sul sito e sui canali social del Festival della Mente da domenica 6 settembre, si rivolge a uno dei grandi rompicapi dell’umanità e ci guida nella contemplazione della nostra vita interiore, lungo un cammino di secoli e millenni. Illuminare a fondo le funzioni e le ragioni dei sogni significa compiere un lungo viaggio che parte dalla biologia molecolare, dalla neurofisiologia e dalla medicina e arriva alla psicologia, all’antropologia e alla letteratura. Questa è un’avventura nella storia della mente umana per ritrovare un’arte che il mondo contemporaneo rischia di dimenticare: la nostra capacità primigenia di sognare e di narrare.

Sidarta Ribeiro è un neuroscienziato e biologo, famoso per i suoi studi sul sonno, la memoria e i sogni. Suoi ambiti di ricerca sono anche i meccanismi di plasticità sinaptica, la comunicazione vocale tra gli animali, la psichiatria computazionale e le applicazioni educative della neuroscienza. È fondatore e direttore del Brain Institute all’Università Federale del Rio Grande do Norte in Brasile. Ha scritto più di 70 articoli scientifici usciti su riviste internazionali e alcuni libri scientifici. Per Feltrinelli ha pubblicato L’oracolo della notte. Storia e scienza del sogno (2020).

Lo scheletro di una donna uccisa dalla criminalità organizzata perché voleva cambiare vita, le schiere di morti non identificati e dimenticati, le vittime di violenza sessuale, i resti di personaggi storici che rivelano il passato. Il sogno di Cristina Cattaneo, medico legale, è quello di svelare i tanti misteri che si nascondono dietro alla realtà, di restituire un’identità alle vittime e di raccontare le storie di passione e di tenacia dei medici, biologi, archeologi e naturalisti che hanno contribuito ad aiutare la giustizia, a tutelare i diritti umani e a narrare di popolazioni antiche. Ne parlerà, con la giornalista Alessandra Tedesco, durante l’incontro Sogni, corpi e delitti al Festival della Mente domenica 6 alle 18 in piazza D’armi Fortezza Firmafede.

Cristina Cattaneo, medico e antropologo, è professore ordinario di Medicina legale all’Università degli Studi di Milano e direttore del Labanof, il Laboratorio di antropologia e odontologia forense, presso la stessa Università. Per Raffaello Cortina ha pubblicato Crimini e farfalle (con M. Maldarella, 2006), Naufraghi senza volto (2018), vincitore del premio Galileo 2019, e Corpi, scheletri e delitti (2019).

Predire il futuro è il nostro sogno sin dall’alba dei tempi. Nelle scienze naturali abbiamo inanellato una lunga storia di successi, ma cosa accadrebbe se questo sogno si avverasse non solo per fenomeni meteorologici, ma per tutta la nostra vita? Le nostre tracce sono ovunque. I pagamenti che eseguiamo con il bancomat dicono cosa possiamo permetterci e cosa ci piace, il gps sullo smartphone registra i nostri spostamenti, l’algoritmo di Facebook impara i nostri gusti cinematografici e musicali, fino a conoscere che cosa abbiamo intenzione di votare alle prossime elezioni. Non è più utopico utilizzare questi dati per scrutare il futuro di fenomeni molto più grandi: pandemie, guerre, crolli economici e politici, disastri naturali. Ma gli algoritmi non devono diventare oracoli indiscussi, altrimenti il sogno si trasforma in un incubo. Alessandro Vespignani esplorerà il tema durante il video intervento Algoritmi e oracoli, disponibile sul sito e sui canali social del Festival della Mente a partire da domenica 6.

Alessandro Vespignani è professore di Fisica e informatica alla Northeastern University di Boston, dove dirige anche il Network Science Institute. È fellow dell’Institute for Quantitative Social Science alla Harvard University e membro dell’Academia Europaea e del comitato scientifico della Fondazione ISI di Torino. Negli ultimi anni il suo lavoro scientifico si è concentrato sulle reti complesse e l’attività di ricerca e sviluppo di metodi computazionali per la predizione della diffusione delle epidemie e dei fenomeni di contagio sociale. Ha pubblicato monografie e articoli per i maggiori editori e riviste scientifiche internazionali. In italiano ha pubblicato L’algoritmo e l’oracolo (il Saggiatore, 2019).

Delos

 

Hospitale, la grande installazione di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21

Le infermerie dell’ospedale ancora in funzione all’inizio del Novecento

Nell’ambito delle iniziative di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21, inaugura sabato 5 settembreHospitale – Il futuro della memoria, la più grande installazione di Parma2020+21, aperta al pubblico fino all’8 dicembre e pensata appositamente per l’iconica Crociera dell’Ospedale Vecchio che, insieme all’intero Complesso Monumentale, dal 2016 è oggetto di un importante intervento di rigenerazione urbana che darà vita a un museo multimediale permanente dedicato alla memoria della città.

La mostra in allestimento

Prodotta dal Comune di Parma, progettata e realizzata da Studio Azzurro e con l’importante contributo di Fondazione Cariparma, èuna video-narrazione, articolata in più parti, che racconta la storia dell’Hospitale nato dalle acque – i suoi canali, i mulini, le alluvioni – attraverso la presenza virtuale degli attori Marco Baliani e Giovanna Bozzolo, che assumeranno di volta in volta il ruolo di “io narrante” o di testimoni degli eventi. Otto grandi superfici tessili, che occuperanno le pareti della navata centrale, diventeranno gli schermi sui quali si articolerà, da diversi punti di vista, il racconto della storia dell’Ospedale Vecchio.

L’Ospedale Vecchio è uno dei complessi monumentali più importanti di Parma, nonché l’edificio simbolo della storia ospedaliera della città e dei servizi umanitari dispensati nei secoli.Posto nel quartiere dell’Oltretorrente, è stato l’ospedale cittadino dal XV secolo fino al 1926. Fu fondato nel 1201 da Rodolfo Tanzi; sulle rovine di questo edificio, nella seconda metà del XVsecolo, si inizia a costruire il primo nucleo del complesso che vediamo oggi. L’intera nuova struttura è organizzata intorno alla grande Crociera a croce latina sormontata da una cupola centrale: 120 metri di lunghezza per 100 metri di larghezza, con volte a 12 metri e, al centro dei due bracci della croce, l’altare. L’Ospedale era distinto in due sezioni:l’Ospedale della Misericordia e l’Ospedaledegli Esposti. Il primo era composto da quattro reparti per infermi, inferme, feriti e orfani e poteva ospitare circa 300 ammalati. L’Ospizio degli Esposti era destinato ai soli trovatelli: il termine “esposto”, infatti, indicava il bambino abbandonato in tenera età o non riconosciuto alla nascita.

Il cuore pulsante dell’Oltretorrente ritrova centralità e riattualizza il proprio ruolo e le proprie funzioni grazie al progetto Il Futuro della Memoria, approvato nel 2015 dall’Amministrazione comunalesu propostadell’Assessorato alle Politiche di Pianificazione e Sviluppo del Territorio e delle Opere Pubblicheed ora in fase di realizzazione ad opera di Parma Infrastrutture S.p.A,e improntato alla promozione del dialogo tra identità e innovazione. Un recupero dell’intero complesso dell’Ospedale Vecchio che ha previsto il restauro strutturale della Grande Crociera; la Corte del Sapere con la riorganizzazione della Biblioteca Civica, lì ospitata; nel Chiostro della Memoria Sociale Civile e Popolare si trovano l’Archivio di Stato, l’Archivio Bertolucci, e verrà ospitato l’Istituto Storico della Resistenza e le associazioni partigiane; un nuovo spazio destinato a caffetteria e vari ambienti per esposizioni e incontri. Nella Corte troveranno spazio varie associazioni culturali cittadine.

In occasione di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020+21, l’Ospedale Vecchio, ieri deputato alla cura sanitaria dell’individuo, diviene oggi opportunità per il benessere della comunità grazie alla cultura.

«Hospitale ha rappresentato, nel dossier di Parma 2020, il progetto pilota pensato con Studio Azzurro da cui scaturiva il senso della gran parte dei progetti che ci hanno portati ad essere Capitale Italiana della Cultura» dichiara Michele Guerra, Assessore alla Cultura «Ripartire da qui, oggi, dopo il mutamento di paradigma cui abbiamo assistito in seguito all’emergenza socio-sanitaria, assume per noi un significato ancora più simbolico: Parma riparte da dove era nato il pensiero di una cultura che batte il tempo e riparte da un luogo come l’Ospedale Vecchio che ci racconta una storia di ospitalità e cura ancora più potente e attuale di quanto potevamo immaginare».

«Hospitale, come un’overture musicale, anticipa l’annuncio della nuova destinazione dello storico Ospedale Vecchio di Parma – afferma Leonardo Sangiorgi di Studio Azzurro –Hospitale è una sfida allo spazio e al tempo, intrapresa fondendo insieme l’antico e teatrale strumento della narrazione a voce e le moderne tecnologie digitali che fanno rivivere inaspettate storie attraverso grandi figure parlanti».

HOSPITALE –Il futuro della memoria, si sviluppa in un allestimento in tre parti.

All’Ingresso il visitatore si trova di fronte alla riproduzione, in un’unica immagine sincronizzata, della facciata frontale dell’ospedale come appare nell’acquerello di Sanseverini e completata con immagini attuali, accompagnate da una colonna sonora che contribuisce a creare uno spazio ricco di suggestioni.

L’Altare è la seconda installazione.L’allestimento è caratterizzato dalla presenza di otto quinte semitrasparenti in tulle: il primo gruppo è disposto al centro dello spazio, proprio sotto la cupola, a formare l’ideale sviluppo dell’altare anticamente presente in quel punto. Gli altri quattroteli, disposti agli angoli dell’incrocio dei bracci, diventano schermi che riproducono le silhouette delle quattro statue – proprio nel luogo dove erano collocate – che ritraevano La Compassione, L’Aiuto, La Carità, L’ Amore per il prossimo.

Il Testimone è lo spazio per gli otto racconti della storia dell’Ospedale. Nella parte più vasta della navata centrale sono presentate otto videoproiezioni sincronizzate: gli otto temi che racchiudono la storia dell’Ospedale Vecchio dai tempi della sua fondazione fino alle epoche più recenti. È il racconto di una storia quasi sconosciuta agli stessi abitanti della città: la Parma dell’assistenza religiosa e poi civile, ma anche della rivolta popolare. Il visitatore sarà guidato da due “testimoni” virtuali, gli attori Marco Baliani e Giovanna Bozzolo che assumeranno di volta in volta il ruolo di “io narrante” o di testimone degli eventi.

Studio Azzurro è un gruppo di ricerca artistica, fondato nel 1982, a Milano da Fabio Cirifino, Paolo Rosa e Leonardo Sangiorgi. Studio Azzurro indaga le possibilità poetiche ed espressive che così fortemente incidono sulle relazioni e i modelli di messa in rete della nostra epoca. Seguendo pratiche affini all’estetica relazionale con particolare attenzione per le conseguenze sociali delle azioni e dei lavori artistici, progetta e realizza dapprima videoambienti, poi ambienti sensibili, spettacoli teatrali e film. Oltre allo sviluppo di opere sperimentali, il gruppo si caratterizza per esperienze più divulgative come la progettazione di musei e di mostre tematiche, attraverso le quali, senza rinunciare alla ricerca, ha potuto costruire un contesto comunicativo che permetta un’attiva e significativa partecipazione dello spettatore all’interno di un impianto narrativo ispirato all’ipertestualità e all’oscillazione tra elementi reali e virtuali. L’anima di Studio Azzurro è formata da molte persone che negli anni, per brevi o lunghi periodi, hanno contribuito con i propri pensieri e le proprie sensibilità a costruire un’atmosfera creativa unitaria, che ha favorito questo particolare tipo di sperimentazione, permettendo di mantenere una rotta e una coerenza di significati lungo il corso di un’attività molto articolata.

Il restauro della Crociera dell’Ospedale Vecchio è stato promosso dalla Regione Emilia-Romagna tramite il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (POR-FESR) e fondi ministeriali del Piano Periferie, con il contributo di Fondazione Cariparma.

Hospitale – Il futuro della memoria. Dal 5 settembre all’8 dicembre 2020

Orari: martedì-venerdì e domenica: 10-19 (ultimo ingresso). Sabato: 10-22 (ultimo ingresso). Chiusura: lunedì.

 

Delos (anche per le fotografie)

Baluardo dell’Amore: a Ferrara apre un parco archeologico nei luoghi dell’antica porta cittadina lungo le Mura sud

Dopo quattrocento anni Ferrara riporta alla luce il Baluardo dell’Amore offrendo al pubblico un itinerario di visita che ricalca fedelmente i percorsi originariamente tracciati dagli Estensi. Il nuovo Parco archeologico realizzato dal Comune di Ferrara nel tratto sud delle mura cittadine, in corrispondenza dell’antica Porta d’amore, è stato aperto ufficialmente al pubblico.

“Siamo soddisfatti – ha affermato l’assessore ai Lavori pubblici Maggi – per l’apertura alla fruizione di cittadini e turisti di un nuovo bene monumentale, uno spazio recuperato con grande cura che racconta la storia antica, le origini della nostra città. Ringrazio tutti coloro che hanno contribuito a questo importante risultato, aumentando il fascino e l’attrattività delle nostre Mura storiche”.

Il Baluardo dell’Amore è integrato nel tratto di mura meridionale della città che costituiva la cortina militare più attrezzata per la difesa; si colloca circa a metà della via dei Baluardi e rappresenta il focus prospettico per chi percorre via Porta d’Amore in direzione mura.

Su tale baluardo si ergeva dal 1936 un fabbricato adibito a scuola materna (Scuola Bianca Merletti), dal disegno fedele al periodo d’origine. La scuola occupava una superficie in pianta di circa mq.500 e si affacciava con due piani fuori terra su via dei Baluardi.

Alla destra dell’edificio scolastico si trovava un piccolo fabbricato in mattoni a vista e copertura in coppi, utilizzato come deposito.

I lavori di demolizione dei manufatti e le opere di messa in sicurezza del baluardo dell’Amore, così come previsto dal I Lotto Funzionale del progetto di “Demolizione della Scuola Bianca Merletti e Riqualificazione del Baluardo dell’Amore”, sono iniziati in data 04/08/2007 e terminati in data 19/02/2008; durante questi lavori ed a seguito dell’esecuzione di saggi statici sulla superficie del baluardo, vennero alla luce alcuni ritrovamenti architettonici storici che necessitavano quantomeno di un approfondimento conoscitivo.

Accogliendo le indicazioni espresse dalla allora Soprintendenza BB.AA.PP., la predisposizione del progetto esecutivo del II lotto riguardante il Recupero e Valorizzazione del Baluardo dell’Amore, doveva essere anticipato da opere di scavo e di indagine archeologica per la ricerca di strutture interrate, da concordare con la competente Soprintendenza per i Beni Archeologici.

La campagna di scavi archeologici eseguita fra il 2013 e 2014, all’interno del II Lotto Funzionale – I Stralcio, ha messo in luce i resti dell’antica Porta d’Amore del 1451 e nella parte centrale del baluardo dell’Amore, i resti di un piccolo bastione in muratura, denominato “rivellino”, mai ultimato completamente. Quest’ultimo, realizzato nel 1557 per volere di Ercole II d’Este in difesa della quattrocentesca Porta dell’Amore, era un tipico baluardo cinquecentesco a forma di freccia, cioè “alla moderna”. Tale fortificazione venne solo in parte demolita e per il resto inglobata nell’attuale baluardo dell’Amore.

Nell’area oggetto di studio sono state scoperte, infine, altre costruzioni, parti integranti dell’intera fortificazione, come un locale “casamattato” con volta a botte, importanti aperture nei fianchi del baluardo alfonsiano, antiche pavimentazioni e persino un piccolo ma evocativo oratorio; tali ritrovati ricoprono un’area di circa mq.650.

Lo stato generale delle murature ritrovate, evidenziarono porzioni decoese a causa del collassamento delle malte, in particolar modo sulle creste delle stesse murature e localizzati problemi strutturali come sulla volta lato est (collegamento parco archeologico-vallo); le pavimentazioni ritrovate, a causa di avvallamenti evidenti, presentavano ristagni di acqua.

A seguito degli interventi previsti ed eseguiti all’interno del II Lotto – I Stralcio del progetto di riqualificazione ed in linea con le prescrizioni della Soprintendenza per i Beni Archeologici, le murature sono state completamente consolidate e restaurate, le pavimentazioni protette e ricoperte da teli e successivo strato di stabilizzato così come sono state rivestite provvisoriamente le murature in elevazione con teli di “tessuto non tessuto”; di fatto, si trattava di un’area archeologica “congelata”, in attesa di un progetto di completamento di riqualificazione paesaggistica ed architettonica finalizzato anche alla ricucitura del percorso sopra mura ed alla permeabilità pedonale della cinta muraria, fra città e vallo sottomura.
A seguito del completamento degli scavi archeologici e dell’esecuzione delle opere di restauro e consolidamento dei ritrovati nell’ambito del II Lotto I Stralcio, sono state eseguite le indagini archeologiche mirate ad esplorare la sequenza stratigrafica dei paramenti murari e dei pavimenti oltre che i rilievi architettonici dell’intera area interessata mediante laser-scanner; ciò ha permesso di rappresentare fedelmente lo stato di fatto e di ricostruire la storia del luogo dal quattrocento ad oggi.

Sulla base di queste conoscenze ha preso forma il progetto per la realizzazione del Parco Archeologico del Baluardo dell’Amore che, nel rispetto della conservazione dei ritrovati, prevedeva la valorizzazione del bene al fine di “raccontare” al visitatore una parte di storia estense fra le più importanti della Ferrara antica.

Si potranno ammirare dopo circa 400 anni le strutture originarie, tombate per disposizioni papali attorno al 1630 e ricalcare le orme dei predecessori estensi del XV e XVI secolo, attraversando la piazza d’armi, passando sotto ed all’interno del I livello della Porta dell’Amore, piuttosto che salire sulle antiche cannoniere per immaginarsi scene belliche difensive e ritrovare gli originari coni ottici delle guardie estensi.

L’esigenza di un intervento funzionale volto alla ricucitura del percorso sopra mura ed alla permeabilità pedonale della cinta muraria, fra città e vallo sottomura, hanno presentato l’occasione per disegnare i percorsi di visita del Parco Archeologico ricalcando fedelmente i percorsi degli estensi.

L’accesso al Parco Archeologico è allestito su via Baluardi tramite un cancello in ferro interposto fra le due cortine di recinzione dell’area realizzate tramite una composizione di gabbie metalliche con il sistema del terreno rinforzato al fine di riconsegnare verso l’esterno la continuità del terrapieno verde delle mura. Il visitatore in entrata si troverà di fronte una cortina muraria, costituita dai resti della cinta borsiana e della Porta dell’Amore (XV sec.) che, “estrusa/riallestita” verso l’alto, con l’uso di una struttura metallica, si innalzerà riproponendo le volumetrie originarie degli stessi manufatti. Sopra tale cortina, è stata installata la passerella di ricucitura del percorso mura, al centro della quale si trova il livello superiore della Porta dell’Amore; ripristinando così la continuità della promenade cittadina, si permetterà di osservare il Parco Archeologico dall’alto a 360° nonché di entrare, proprio come facevano gli Estensi, all’interno del livello superiore dell’antica torre, riproposto spazialmente.Il visitatore potrà addentrarsi nel Parco, passando sotto la Porta, grazie all’apertura ad arco “ricostruito” e dopo aver osservato i ritrovati interni alla torre, fra i quali una rampa di scale in cotto che raggiungeva il livello superiore, potrà uscire per osservare i manufatti di un diverso periodo storico: il XVI secolo. Si troverà di fronte al rivellino a forma di freccia del 1557, restaurato e consolidato, all’interno del quale sono visitabili due piccoli ambienti con volte a botte, uno al centro adibito in origine a deposito armi, e l’altro, sull’asse nord-ovest, adibito a piccolo oratorio. Sulla muratura del piccolo baluardo sono ben visibili linee d’imposta, conci e chiavi di volte che rievocano il sistema di copertura della “galleria” interposta fra le mura di Borso ed il rivellino; sulle estremità opposte, a nord-ovest ed a sud-est, si aprono i varchi che permettono l’uscita al vallo sottomura, aperti, consolidati e restaurati durante i precedenti lavori.

L’intera superficie di calpestio dell’area interna al Parco, è costituita da una nuova pavimentazione che lavorata e disegnata “cita” le originarie pavimentazioni ritrovate, già adeguatamente protette secondo le indicazioni impartite dalle Soprintendenze preposte.

Importo complessivo dell’opera: 420.000 euro, finanziato in parte con risorse regionali POR FESR 2014-2020 Asse 5 – “La Grande Cornice Verde” (per 300.000 euro) e in parte con risorse comunali (per 120.000 euro).

Alessandro Zangara (anche per le fotografie)

 

Le dodici stelle di Shakespeare

L’epoca di Shakespeare è segnata dalla frattura definitiva fra mondo antico e moderno, un segnale di tormento umano ed esistenziale su cui si riflettono i suoi lavori, spesso condizionati dal contesto sociale, ma ancor più spesso da… “altro”. La complessità dei sentimenti e delle azioni nei personaggi ritratti dal Bardo, secondo uno studiato allineamento astrologico naturalis che ipotizzava nel Cinquecento proprio uno stretto e intenso rapporto fra universo ed esseri viventi, è alla base del primo saggio scritto da Enrico Petronio “Le dodici stelle di Shakespeare”, pubblicato da “Emersioni”, marchio di Lit Edizioni, disponibile da ora in libreria.

Costruito come un diario di bordo, esattamente come tutto il senso della ricerca che da anni compie col suo blog “Lo Zio Willy”, l’autore parte proprio dalla sua autobiografia esplorativa per analizzare le tappe di un processo che vede collimare le dodici tappe connesse ai segni zodiacali, con i caratteri psicologici di alcuni dei personaggi shakespeariani più significativi, secondo l’ordine della Natura sulla ruota del Tempo.

“Da sempre considero William Shakespeare come uno straniero sconosciuto, a cui ho raccontato la vita – afferma Petronio – ma gradualmente è diventato il mio confidente più vicino nel raccontarmi, attraverso le sue opere, un mondo pervaso di uomini e donne con i loro inespugnabili misteri. Si è sempre detto che il nostro autore si sia occupato di tutta la gamma dell’umanità ed è sempre passato come un genio illuminato, ma nessuno si è mai chiesto come abbia fatto a padroneggiare una così vasta area di psicologie umane. Studiando quella che era l’astrologia ai suoi tempi, che poi è la stessa trattata da molti astrologi contemporanei, ho ipotizzato che Shakespeare abbia costruito i suoi personaggi più famosi assegnando ad ognuno, prima di descriverli, il segno zodiacale più consono. Romeo doveva quindi essere dell’Ariete perché, a mio avviso, possiede le specifiche caratteristiche di quel segno, così come Amleto non può che essere dei Pesci, il segno più complesso e tormentato che corrisponde al dodicesimo stadio dell’evoluzione umana, quella che alcuni definiscono dell’ “ultraumano”. Secondo questo concetto, quindi, lo scrittore sarebbe stato un vero e proprio artigiano, concependo per ogni opera una struttura chiara e razionale, assolutamente premeditata e in linea con gli schemi dell’astrologia.”

Dal Sonetto 14 attraverso il mistero di “Tutto è bene”, fino all’analisi approfondita di “Romeo e Giulietta”, il racconto offre spunti per una teoria nuova e rivoluzionaria nella comprensione del pensiero shakespeariano. Un saggio decisamente originale che vuole essere anche uno specchio riflesso tra l’analisi testuale delle opere del Bardo e le continue ricerche che Petronio compie da anni sull’argomento e che sono sfociate in alcuni casi in vere e proprie conferenze-spettacolo su varie e molteplici tematiche connesse.
Enrico Petronio si diploma attore prima nel Regno Unito alla Richmond Drama School, poi alla Scuola del Piccolo Teatro di Milano con Giorgio Strehler. Successivamente si diploma in regia con Luca Ronconi per il quale lavora come assistente. È assistente alla regia anche per Cesare Lievi e Laura Pasetti. Debutta come regista con I due gentiluomini di Verona di Shakespeare al Teatro Vittoriale (Gardone Riviera). Di Shakespeare dirige ancora Tutto è bene quel che finisce bene e Romeo e Giulietta. Crea il festival Scene dal parco della luna a Villa Nicolaj (in provincia di Bologna) dove, oltre a testi originali propri, dirige grandi classici (Cechov, Pirandello e Garcia Lorca) e ancora Shakespeare con Nudo, ovvero Sogno di una notte di mezza estate. Nel 2016 crea Lo zio Willy, portale sul web di cultura shakespeariana pop.

 

Elisabetta Castiglioni (anche per l’immagine)

Valigialab a Caprera

Avrà luogo dal 2 al 9 agosto 2020 sull’isola di Caprera, in Sardegna, il VALIGIALAB, laboratorio residenziale gratuito promosso dal festival LA VALIGIA DELL’ATTORE come percorso di alta formazione sulle tecniche di recitazione.

Quest’anno il laboratorio, che si svolgerà in ottemperanza a tutte le disposizioni relative all’emergenza sanitario di contrasto all’epidemia Covid-19, avrà come docente il regista Daniele Luchetti e come titolo “Isolati“.  Per il primo anno, proprio a causa della regolamentazione sanitaria degli ultimi mesi, il corso si svolgerà successivamente alla manifestazione cinematografica e purtroppo vedrà partecipare solo otto giovani studenti, rispetto al numero più elevato degli scorsi anni, provenienti dalle maggiori scuole di teatro e cinema italiane e non solo.

Le allieve e gli allievi saranno ospitati e svolgeranno il laboratorio presso il Centro di Educazione Ambientale, gentilmente concesso per l’occasione dall’Ente Parco Nazionale Arcipelago di La Maddalena.

“Siamo realmente soddisfatti del livello di attenzione all’iniziativa – afferma Giovanna Gravina Volonté, direttrice artistica e ideatrice della rassegna insieme a Fabio Canu – anche perché, forse proprio per le complicanze dell’isolamento degli ultimi mesi, abbiamo visto triplicare le richieste di adesione rispetto agli anni precedenti. Un segnale, in questo panorama incerto sui lavori del mondo dello spettacolo, che conferma comunque il desiderio e l’ambizione dei giovani di voler continuare a studiare e a studiare insieme, anche in casi di eventi imprevedibili come quelli provocati da questo virus.”

Negli scorsi anni si sono succeduti all’insegnamento del laboratorio artisti del calibro di Toni Servillo, Paolo Rossi, Pierfrancesco Favino, Sonia Bergamasco, Elio Germano, Fabrizio Gifuni, Michele Riondino e Carlo Cecchi. Daniele Luchetti, tutor di questa nuova edizione, presenterà in anteprima al pubblico il laboratorio nell’ambito della serata a lui dedicata, venerdì 31 luglio alle ore 21,15 alla Fortezza i Colmi nell’isola di La Maddalena, anticipando la proiezione in arena del suo film “Momenti di trascurabile felicità” (2019). Saranno presenti alla serata Ferruccio Marotti, ideatore nel 2010 del Valigialab, e Andrea Micciché, presidente del Nuovo Imaie, collecting di Artisti Interpreti Esecutori sostenitore di buona parte dell’iniziativa..

Il laboratorio, chiuso al pubblico, sarà filmato integralmente e reso visibile a tutti nei prossimi mesi previo comunicato stampa. Le riprese sono realizzate grazie al contributo della società cooperativa Artisti 7607.

 

Elisabetta Castiglioni

‘Tramonti UNESCO’. Verona festeggia i vent’anni dal riconoscimento UNESCO

Verona, al calar del sole, è pronta a svelare le sue mura magistrali sotto una nuova luce. Avvalendosi dell’occhio esperto delle guide turistiche veronesi. Fino a ottobre, ogni venerdì e sabato si terrà uno speciale tour dal Bastione delle Maddalene alla Rondella di San Zeno in Monte, passando per Porta Vescovo e la Batteria di Scarpa, sopra Alto San Nazaro. La partenza sarà alle 18, proprio per arrivare sulla terrazza cittadina verso le ore 20 e godere della vista panoramica con la luce particolare di fine giornata. Una camminata di due ore seguendo il tramonto del sole. Di mese in mese, quindi, cambieranno gli orari di partenza. Non varierà invece l’abbigliamento consigliato: capi sportivi e scarpe comode.

L’iniziativa ‘Tramonti Unesco’ è realizzata dal Comune in occasione dei vent’anni dal riconoscimento che ha inserito Verona nel patrimonio mondiale, titolo che la nostra città si è aggiudicata proprio per il valore storico delle mura magistrali. Un tesoro che tanti veronesi ancora non conoscono. E che l’amministrazione comunale vuole valorizzare, anche grazie al supporto delle guide turistiche autorizzate. Sono stati una quarantina, infatti, i professionisti che hanno risposto al bando e che ora frequenteranno un corso di sei ore, tre di teoria e altrettante direttamente sui luoghi del tour. Un approfondimento sulle motivazioni del riconoscimento Unesco, ma anche sulla storia delle architetture difensive. Una full immersion che poi consentirà alle guide di accompagnare i visitatori passo dopo passo e rispondere a tutte le domande.
Il tour costerà 10 euro a persona. Per prenotare è possibile inviare una mail all’indirizzo tramontiunesco@comune.verona.it. O recarsi allo Iat di via degli Alpini, aperto per il mese di luglio con i seguenti orari: dal martedì al giovedì dalle 9 alle 13, il venerdì dalle 9 alle 18, il sabato e la domenica dalle 9 alle 17.
“A piccoli gruppi sarà possibile riscoprire una parte del nostro immenso patrimonio difensivo – ha spiegato Toffali, assessore ai Rapporti con l’UNESCO -. Una bella occasione per visitare assieme alle guide, dei luoghi non convenzionali ed essere turisti nella propria città. Il percorso sarà di circa due ore, salendo sulle Torricelle. All’arrivo una sorpresa attenderà tutti i partecipanti. Oggi più che mai, a distanza di vent’anni, dobbiamo festeggiare ma anche valorizzare il sito Unesco, puntando ad ampliarlo alla linea difensiva esterna. Al momento, infatti, solo la cinta magistrale interna è un bene patrimonio dell’umanità. Ma ci sono dei forti che hanno un grandissimo valore storico-artistico e che meritano di essere riconosciuti e conosciuti a livello internazionale”.

Roberto Bolis