Banff Centre Mountain Film Festival World Tour dal 16 marzo a Brescia

In seguito all’ordinanza della Regione Lombardia con disposizione valide per l’intero territorio lombardo fino all’1 marzo, a scopo cautelativo il Banff Centre Mountain Film Festival World Tour e il Centro Teatrale Bresciano posticipano la tappa bresciana del festival in programma per lunedì 2 marzo al Teatro Sociale (via F. Cavallotti, 20) a lunedì 16 marzo 2020.

Good Morning-RichardPermin©NielsSAINTVITEUX

I biglietti già in possesso del pubblico resteranno validi per la nuova data.

La rassegna cinematografica internazionale di medio e cortometraggi dedicati al mondo della montagna e degli sport outdoor che presenta le 10 migliori pellicole selezionate tra i film finalisti all’omonimamanifestazione canadese, torna in Italia con la sua 8^ edizione (il Banff è presente in Italia dal 2013 e in sette anni ha fatto registrare oltre 66.000 presenze).

Il pubblico che prenderà parte alla serata avrà modo di rivivere il viaggio di 375 km in solitaria lungo le rapide dei fiumi dell’Himalaya di Nouria Newman (The Ladakh Project); vedere il biker scozzese superstar Danny MacAskill nell’inconsueta veste di baby sitter (Danny Daycare); superare simbolicamente il confine tra USA e Messico grazie all’incontro tra lo slackliner americano CorbinKunst dal lato del Texas e il messicano Jamie Maruffo (The Immaginary Line); raggiungere una delle regioni più remote dell’Antartide con lo snowkite insieme a Leo Houlding, Jean Burgun e Mark Sedon con l’obiettivo di scalare la cima della montagna più remota del pianeta (SpectreExpedition); ripercorrere le tappe che hanno portato Hilaree Nelson e JimMorrison a completare la prima discesa con gli sci del Lhotse Couloir fino ai 6400 m del campo 2 sulla quarta montagna più alta del mondo (Lhotse 8516 m).

Ospite della serata bresciana sarà l’ambassador La Sportiva Silvio Reffo. Classe 1990, inizia ad arrampicare all’età di 13-14 anni sulle falesie vicino casa. Per lui l’arrampicata è sempre stata un’attività a 360° dalle vie in montagna, al bouldering, per poi concentrarsi principalmente sull’arrampicata sportiva in falesia e il mondo delle competizioni.

Questa passione lo ha portato negli anni a visitare le più famose falesie del mondo e a confrontarsi con vie sempre più vicine al suo limite. Nel 2012 si laurea in Fisioterapia. Da allora la sua vita si divide tra la ricerca di nuovi limiti verticali e la riabilitazione di persone con diverse problematiche ortopediche. Tra le più importanti performance ricordiamo The Ring Of Life (9a/a+) alla falesia del Covolo e la salita flash di Mind Control (8c/c+) a Oliana.

Nel 2018 si concentra su vari progetti, tra i quali il multipitch “Viaggio su Plutone” 8b+ 7 lunghezze e “Pure Dreaming” 9a in una falesia di Arco di Trento (il 14° 9a ed il primo da padre). Il 2019 inizia con la ripetizione di “Sidlives” 8c+/9a ad Arco di Trento.

Non mancheranno ovviamente i momenti di intrattenimento per il pubblico, come il “Gioco Tenda” di Ferrino che permetterà agli spettatori di divertirsi ed interagire tra loro nel corso la serata realizzando una tenda personalizzata.

Sarà disponibile inoltre, anche per l’edizione italiana del Banff Centre Mountain Film Festival World Tour, l’edizione limitata dello scaldacollo Buff®, realizzato dall’azienda fondata di Joan Rojas, con l’illustrazione dell’artista statunitense John Fellows.

Il programma completo dei film che saranno proiettati nel corso di ogni serata è disponibile sul sito https://www.banff.it/

La tappa di Brescia del Banff Centre Mountain Film Festival World Tour Italy fa parte di un tour nazionale che prevede 41 proiezioni in 35 città tra febbraio e aprile 2020.

 

Veronica Verzeletti (anche per la fotografia)

 

 

Bellissimi “124 secondi” al Teatro Mina Mezzadri di Brescia

È andato in scena nei giorni scorsi al Teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri di Brescia, il bel lavoro teatrale prodotto dal CTB e dal Teatro Telaio dal titolo “124 secondi”, con Alessandro Mor e Alessandro Quattro, scritto e diretto da Angelo Facchetti, scene e costumi di Giuseppe Luzzi, disegno luci di Stefano Mazzanti, Silvia Mazzini consulente filosofica.

Un lavoro ben fatto e molto ben interpretato, portando a conoscere al più vasto pubblico una storia quasi dimenticata, una commistione di storia, politica, razzismo e antirazzismo, con un finale capace di toccare le corde più profonde di ciascuno: quel che resta è l’uomo e la sua umanità, al di là di barriere, finte barriere, mode, politiche, strilloni e pubblicità.

 

 

 

 

 

La storia è quella di due pugili prigionieri di convenzioni sociali: l’uno tedesco e bianco in una Germania diventata nazista; l’altro americano e nero, negli Stati Uniti della discriminazione e segregazione razziale. Mor e Quattro sono narratori, attori, giornalisti e storici. Sono due uomini che si scontrano rappresentando idee diverse. Sono due uomini che si interrogano sul presente e sul senso di tutto quanto sta accadendo intorno a loro, nel 1936 e nel 1938. Nel 1936 Max Schmelling è il più grande e famoso pugile tedesco, bianco e sufficientemente biondo, ma inviso ad Hitler e alla politica nazista perché diventato famoso durante la Repubblica di Weimar di cui tutto dev’essere cancellato. Il pugile va negli Stati Uniti e, grazie al suo manager, ebreo, rimedia l’incontro con il pugile americano che faceva sognare tutti, Joe Luis. Joe Luis è il primo pugile nero campione del mondo dei Pesi Massimi, l’unico che può picchiare un bianco e riceverne degli applausi. Lo scontro ideologico che si vede in scena è quello, ben detto, di un’America paladina di libertà e democrazia in cui una larga fetta della popolazione non è libera di esistere, in cui Joe Luis fa comodo perché fa fare un sacco di soldi venendo usato dalla macchina organizzativa della boxe. E quell’America si scontra con l’ideologia nazista, già invisa, per cui un bianco, ariano, deve dimostrare la sua superiorità su un nero. Infatti, nel 1936 i due si battono e Schmelling vince, mettendo Joe Luis a tappeto. L’incontro porta Max ad essere osannato dal partito al governo nel suo Paese, che lo rende il simbolo della Germania che tutto può, che tutto schiaccia grazie alla sua superiorità razziale. Pazienza se gli organizzatori sono stati ebrei, dato che la boxe è praticamente in mano loro negli U.S.A. L’incontro, però, di certo sottovalutato da Joe Luis che pensava di sconfiggere il più vecchio rivale facilmente e senza allenamenti idonei, non è valido per il titolo per il quale Joe Luis è stato imbattuto, così si arriva al fatidico 22 giugno 1938, davanti a settantamila persone. Quindici round di tre minuti ciascuno. Joe Luis batte l’amico Max Schmelling all’ottavo round per KO tecnico. Mor e Quattro diventano allora due giornalisti, uno per Paese, che raccontano l’evento in due modi diversi, dimostrando come la manipolazione politica, la politica del consenso, la capacità di far credere ciò che si vuole quando si vuole, stritolano le persone, rendendole cenere o eroi, a seconda dell’opportunità. Gli Stati Uniti battono, in quel momento, la Germania hitleriana in cui la capo della propaganda Goebbels aveva investito su Schmelling, divenuto simbolo della razza ariana.

 

L’unica verità vera è la dimostrazione che i due pugili erano entrambi dei grandi campioni, dei grandi sportivi. Joe Luis aiuterà Max Schmelling a rifarsi una vita negli Stati Uniti, divenendo un uomo di successo. Lui, abbandonato da tutti, morirà giovane senza i soldi per pagarsi il funerale. Unico amico Max: l’amicizia tra i due assurge a simbolo della potenza del bene, del rispetto che supera le barriere, della forza morale che distrugge l’onnipotenza di ogni ideologia. Perché alla fine restano le persone. Eccezionalmente bravi i due attori, con ottimi accorgimenti tecnici che rendono la scena entusiasmante, pur nella sua semplicità. Efficaci le trovate sceniche rese, però, dall’altissima capacità recitativa dei due che vengono applauditi dal pubblico con molte uscite.

Uno spettacolo che merita di essere visto; un’ora che rapisce, proprio come un vero incontro di boxe.

 

Alessia Biasiolo

Foto di scena di Mario Barnabi, fornite dal CTB

 

 

Il coraggio di dire no. La storia di Perlasca in scena a Brescia

Dopo la scolastica di stamattina, andrà in scena nuovamente stasera, alle ore 20.30, al Teatro Sociale di Brescia, lo spettacolo “Perlasca. Il coraggio di dire no”, di e con il sempre superlativo Alessandro Albertin, a cura di Michela Ottolini. Prenotato dal CTB nel 2018 perché fosse a Brescia proprio nella Giornata della Memoria 2020, Albertin non è nuovo in città, che l’ha ospitato ripetutamente sia al Teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri, che poi al Sociale, dato il vasto consenso di pubblico. Impossibile non restare rapiti dalla capacità recitativa dell’attore, reso ancor più partecipe della toccante storia che racconta perché l’ha dedicata al padre, quando si è trovato nel cimitero di Maserà di Padova, lo stesso che custodisce il riposo eterno di Giorgio Perlasca, Giusto delle Nazioni. La dedica porta l’attore, e quindi ogni spettatore, nel profondo della propria coscienza, perché, al di là di una storia molto ben narrata, non si può non essere colpiti dai molti interrogativi che ciascuno, nel silenzio della sala, pone a se stesso. E se fosse toccato a me? E se fossi stato al suo posto? Mi sarei lasciato cogliere dallo sconforto? Sarei partito per tornare in Italia? in quale Italia, poi, all’indomani dell’8 settembre 1943? Ciò che indubbiamente più colpisce del lavoro teatrale “Perlasca”, e di conseguenza della biografia del “vero” Perlasca, è che ogni parola, ogni immedesimazione di Albertin in un personaggio, sono seguiti da centinaia di persone, e di ragazzi nelle scolastiche, in un silenzio irreale. Non è un silenzio attento, né un silenzio rapito. È come se l’attore fosse davvero solo in scena, nel suo monologo che porta a vedere con gli occhi del cuore ciascuna scena che non c’è sul fondale, ma che egli ben rende, tra il nero di due cubi-sedia, il nero del suo vestire, il nero di una storia che solo il coraggio di un uomo ha illuminato, salvando la vita a migliaia di ebrei dal destino segnato.

Si legge nella presentazione dello spettacolo: “Budapest, 1944. Giorgio Perlasca, un commerciante di carni italiano, è ricercato dalle SS. La sua colpa è quella di non aver aderito alla Repubblica di Salò. Per i tedeschi è un traditore e la deve pagare. In una tasca della sua giacca c’è una lettera firmata dal generale spagnolo Francisco Franco che lo invita, in caso di bisogno, a presentarsi presso una qualunque ambasciata spagnola.

In pochi minuti diventa Jorge Perlasca e si mette al servizio dell’ambasciatore Sanz Briz per salvare dalla deportazione quanti più ebrei possibile.

Quando Sanz Briz, per questioni politiche, è costretto a lasciare Budapest, Perlasca assume indebitamente il ruolo di ambasciatore di Spagna. In soli 45 giorni, sfruttando straordinarie doti diplomatiche e un coraggio da eroe, evita la morte ad almeno 5.200 persone.

A guerra conclusa torna in Italia e conduce una vita normalissima, non sentendo mai la necessità di raccontare la sua storia, se non a pochi intimi. Vive nell’ombra fino al 1988, quando viene rintracciato da una coppia di ebrei ungheresi che gli devono la vita e solo allora, la sua storia torna alla luce.

Oggi il suo nome è scritto nel giardino di Gerusalemme come “Un giusto tra le nazioni”. Un esempio straordinario, il suo, raccontato in uno spettacolo che accompagna lo spettatore a riflettere sul fatto che sempre abbiamo una scelta, che sempre possiamo cambiare la nostra storia.

Alessandro Albertin porta in scena, pur se in forma di monologo, una decina di personaggi che, nel bene e nel male, hanno affiancato Perlasca nella sua straordinaria avventura nella Budapest dell’inverno 1944-45. Un’avventura che è necessario conoscere. In quanto italiani. In quanto uomini.

Per scrivere il testo della pièce, Albertin si è consultato con la Fondazione Giorgio Perlasca, fondata dal figlio dell’eroe padovano”.

In un’ora e mezza circa di dialogo con gli spettatori, Albertin permette a Perlasca di rivivere e di raccontarsi solo uomo: senza appartenenze, senza etichette, perché quando si arriva al dunque, a scegliere (consapevolmente o meno), a doversi porre a paladini della giustizia, della libertà, della vita sulla morte, non serve altro che quello. Jorge si è differenziato dai nazisti perché ha salvato vite umane e non le ha condannate a morte per uccisione sul posto o per deportazione nei campi di sterminio. E non perché avesse rinnegato la sua politica, ma perché credeva profondamente nell’essere umano. Davanti ai grandi principi esistenziali siamo tutti uguali: un insegnamento che Giorgio Perlasca ha pagato con la vita, perché nel dopoguerra fu inviso da tutti proprio per questo. Molto idoneo il parallelo calcistico, che mantiene attenti anche i meno interessati; molto adatto il contatto con il presente, con i Like, per dimostrare che chi si interessa della verità di questi temi non è un avanzo preistorico rimaterializzatosi in un misero giorno di gennaio.

Concordo con Albertin che lo spettacolo si può vedere sempre, in ogni giorno e mese dell’anno, perché la Memoria non si estingue con un liberarsi la coscienza per avere osservato il dettame scelto oltre dieci anni fa dal nostro Parlamento, il 27 gennaio. La costruzione del Sé, della coscienza personale, della capacità di avere valori, riconoscerli e saperli difendere è un processo quotidiano che chiama in causa tutti e non si esaurisce mai, finché c’è vita.

La soddisfazione più grande di condividere lo spettacolo con ragazzi e studenti è sentirsi chiedere quando replica, perché sentono il bisogno di condividerlo con amici e familiari. Ogni anno. Ogni volta.

Grazie Alessandro.

 

Alessia Biasiolo (foto di scena fornite dal CTB)

 

 

Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti

Giacomo Ceruti detto il Pitocchetto”Vecchio con carlino”

Aperta a Brescia, a Palazzo Martinengo, fino al 9 giugno, è visitabile la bella mostra “Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti”, a cura di Davide Dotti. L’esposizione affronta l’interessante legame tra committenza, artisti e animali che ha interessato soprattutto il Rinascimento, sotto varie forme, dall’animale da compagnia, all’animale esotico importato per sgomentare ospiti o pubblico, alle battute di caccia. Esposte le opere del Pitocchetto Ceruti, con anche quattro tele mai esposte prima, accanto a lavori di Guercino, Bachiacca, Grechetto, Campi, Giordano, Duranti, alcuni fiamminghi, tra gli altri.

Proprio Ceruti è stato scelto per la locandina della mostra, un bellissimo “Vecchio con carlino” del 1802 dalle intensità carezzevoli e dal fascino unico: la dolcezza con il quale un anonimo anziano tiene in braccio l’amato cucciolo, sorreggendogli le zampette anteriori tra le dita, rende la grandezza del Pitocchetto che non solo era geniale nel ritrarre la povera gente nelle scene di genere, ma era anche capace di dare carattere ai ritratti più nobili dei ricchi. Il quadro fa coppia con “Vecchio con gatto” della sala successiva, lavori citati nella collezione Melzi d’Eril milanese. Inedite sono, invece, “Ritratto di gentiluomo con labrador” di Lippi, “Venere, Amore e cagnolino vestito da bambina” di Liberi e “Ritratto di ragazzino con cane” di Fiasella, appartenenti a collezioni private. Un’ottantina di capolavori riuniti a sottolineare il rapporto uomo-animali, sotto l’egida del WWF Italia.

Si ha la possibilità così di leggere delle schede tematiche per capire la situazione degli animali rari o del bracconaggio, nelle sezioni suddivise in: animali nella pittura sacra, cani, gatti, pesci rettili e insetti, uccelli, animali da fattoria, nani e pigmei, animali esotici. È il caso del rinoceronte che girava per le corti europee per la gioia del proprietario, piuttosto che i fenicotteri, le scimmie, o il più casereccio asino. Una mostra molto visitata e apprezzata, con audio-guida a disposizione, facilmente fruibile da tutti, compresi i bambini che si possono così fare avvicinare ai percorsi museali o di visita.

 

Gli animali nell’Arte. Dal Rinascimento a Ceruti

Palazzo Martinengo, via dei Musei 30, Brescia

Fino al 9 giugno 2019

Orari: mercoledì, giovedì e venerdì: dalle 9:00 alle 17:30; sabato, domenica e festivi: dalle 10:00 alle 20:00; lunedì e martedì chiuso. Aperture straordinarie: Pasqua, Pasquetta, 25 Aprile, 29 aprile, 30 aprile, 1 maggio, 2 giugno.

 

 

Alessia Biasiolo

 

Sindrome italiana

La Sindrome italiana è una patologia psichica che colpisce soprattutto le badanti, molto spesso originarie dei Paesi dell’Est europeo, che vivendo a lungo nel nostro Paese, adattandosi ai nostri stili di vita grazie ai quali hanno un lavoro sicuro che, spesso, è vitale per loro stesse e per i familiari rimasti in patria, non sono più in grado di adattarsi allo stile di vita proprio tornando a casa. Là trovano cambiati figli, mariti, genitori; si sono appropriate della vita italiana e non ne hanno più una loro. Spesso costrette (per necessità, per voler fuggire da una situazione non libera per mille ragioni) a lavorare 24 ore su 24 accudendo bambini o anziani e svolgendo pulizie di casa e uffici, dimenticano se stesse, la loro dignità di donne e si snaturano diventando l’alter-ego di chi, qui, ha bisogno di loro. Pertanto non sono più loro stesse e, viceversa, quando tornano a casa, non sono più, o non sono abbastanza, italiane. Gli psichiatri diagnosticano per queste donne una depressione che è particolare, è “italiana”, Paese dove più che in altri esse trovano lavoro. Tornando in Patria diventano silenziose, introverse, si sentono e sono sole, non mangiano, hanno istinti e manie suicide. Insomma, vivono un forte coinvolgimento emotivo che ha zone di luce e molte di ombra. Il teatro ha già indagato colf e badanti, proprio a Brescia con il capolavoro “La badante” di alcuni anni fa. Ed oggi ci troviamo di fronte ad un’opera teatrale ben congegnata, ben fatta, bella da vedere e da vivere.

Ottima l’idea che porta in scena tre donne italiane che, per necessità, trovano lavoro come badanti. La situazione personale delle tre è talmente drammatica che porta a ridere. Intanto partendo dall’idea, dallo svisceramento di un bisogno che si fa azione e scelta, per poi accedere al famoso ufficio di collocamento in cui essere italiana e cercare lavoro come badante è improponibile. Per cercare di farsi considerare per il collocamento, le tre amiche si inventano ogni capacità: infermiera, pedagogista; capaci di pulire, lavare, stirare, riordinare, cucinare, accudire. Tutto ininterrottamente, perché non c’è tempo da perdere: sono disposte a non dormire, a non mangiare, a non avere ore libere, a non avere nemmeno una camera da letto. Comicità e dramma vanno sapientemente a braccetto, anche grazie alla perfetta mimica facciale e al generale non verbale delle tre: Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres, con la straordinaria Monica Bianchi, dirette da Lucia Calamaro che ha anche scritto il testo. La produzione è CTB in collaborazione con Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e TeatroDue di Parma, su progetto MitiPretese. Belle le scene e i costumi di Roberta Monopoli.

L’originalità sta proprio nel non volere raccontare la vita degli altri, ma di calarvisi dentro senza perdere di vista la vita che è proprio tragica, drammatica e, pertanto, divertente. Almeno per gli spettatori che si vedono scappare via davanti uno spaccato di vita leggero e capace di fare profondamente riflettere. Su cosa? Sulla donna sola che proprio perché sola è perfetta per un lavoro accanto ad una persona anziana da accudire ma che non parla, che la lascia nel vuoto e nel silenzio, nella disperazione di vedere morire chi è nelle sue mani e che è la ragione del suo organizzare la propria vita. Il vecchio, o la vecchia, in modo intercambiabile, è su un letto d’ospedale, sulla sedia a rotelle, in poltrona. È da imboccare, cambiare, lavare; bisogna dargli o darle amore, comprensione. E qualche attimo di gioia, come per il suo compleanno. Se la badante ha figli li deve abbandonare e non basta inviare un giocattolo per fare capire che la mamma c’è, è vicina, lo fa per te, per permetterti tutto quello che hai. Perché ogni figlio risponde, o rispenderebbe, che avrebbe preferito avere vicino la mamma che un nuovo peluche per Natale. Si accudiscono vecchi e si lasciano soli i propri, nel disgregamento dei rapporti familiari e sociali che non possono essere sostituiti dai social. Ecco dunque che il malato, anziano, uomo o donna che sia, danza nella sua mente persa nella demenza senile e crea un gioco di luci e ombre, immagini che si stemperano sulle pareti di una stanza che non sono mai quelle dei muri, ma quelle della nostra vita. Un lavoro molto ben costruito, reso leggero e bello da vedere, consigliabile sempre, per chi ha il problema e chi no, perché trasmette anche l’empatia per il malato e per il male che può colpire chiunque in ogni momento. Sperando di trovare qualcuno che poi si occupi anche di noi.

Da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

(foto di scena di Umberto Favretto)

 

 

 

 

Teatro Aperto del CTB a sostegno della drammaturgia contemporanea

Elisabetta Pozzi

Prende il via il prossimo 3 novembre la seconda edizione di Teatro Aperto, il progetto culturale del CTB Centro Teatrale Bresciano a sostegno della drammaturgia contemporanea, che coinvolgerà il pubblico in un percorso di scoperta e indagine collettiva di alcuni dei testi più interessanti della nuova scena nazionale e internazionale.

Il progetto è affidato alla direzione artistica di Elisabetta Pozzi, con il coordinamento organizzativo di Silvia Quarantini, la drammaturgia del suono di Daniele D’Angelo, la direzione tecnica di Cesare Agoni.

Teatro Aperto è realizzato grazie al contributo di Fondazione ASM e con il sostegno della Provincia di Brescia.

Dopo il fortunato esordio della prima edizione – che ha registrato il tutto esaurito di presenze per ogni appuntamento e un’amplissima partecipazione di pubblico, con la compilazione di centinaia di schede di recensione – la Stagione 2018/2019 del CTB ospita la seconda edizione di Teatro Aperto: da novembre a maggio al Teatro San Carlino saranno presentati al pubblico 10 nuovi testi mai allestiti di autori italiani e stranieri contemporanei, sempre in forma di lettura scenica.

Nella rosa di autori selezionati da Elisabetta Pozzi, curatrice del progetto, saranno presenti alcuni tra i nomi piùinteressanti della scena nazionale e internazionale, che il pubblico bresciano avrà occasione di conoscere di persona; ogni lettura, come ormai consuetudine, sarà infatti preceduta da brevi introduzioni al testo a cura degli stessi autori, dei registi o dei traduttori.

Novità della seconda edizione è la suddivisione del progetto in due focus, dedicati rispettivamente agli autori italiani e agli autori stranieri. Raccogliendo alcune suggestioni del pubblico e degli artisti abbiamo ritenuto opportuno dare maggior spazio alla drammaturgia italiana, portando a quattro – contro i due della passata edizione – i testi italiani inseriti nel progetto, e dando loro una peculiare attenzione e visibilità con una finestra ad essi dedicata. Da qui l’idea di un focus con una calendarizzazione serrata, simile alla forma di un “seminario drammaturgico” o di un piccolo festival di novità autoriali.

Nella prima settimana di novembre 2018 saranno dunque presentati 4 testi mai allestiti, firmati da alcuni degli autori più interessanti del panorama nazionale, come Giuliana Musso e Roberto Cavosi.

Il focus sarà una vera e propria immersione nella drammaturgia italiana: si apre il 3 novembre alle ore 16.30 con L’attimo di Bernini di Carlo Longo, si prosegue lunedì 5 novembre alle ore 20.30 con Indemoniate di Giuliana Musso e Carlo Tolazzi e poi mercoledì 7 novembre alle ore 20.30 con La sposa del vento – la bambola di Oskar Kokoschka di Nicola Bonazzi, per concludere sabato 10 novembre alle ore 16.30 con Aromi e amori nella cucina del Gattopardo di Roberto Cavosi.

Il focus dedicato agli autori stranieri coprirà una estensione temporale più ampia, con 6 incontri da febbraio a maggio 2019, con il seguente calendario di letture: sabato 9 febbraio ore 16.30, sabato 9 marzo ore 16.30, sabato 16 marzo ore 16.30, sabato 30 marzo ore 16.30, lunedì 15 aprile ore 20.30, sabato 11 maggio ore 16.30.

Il dettaglio della programmazione del focus autori stranieri, con titoli e cast di ciascun appuntamento, sarà comunicato a gennaio 2019.

Proseguendo la formula della passata edizione, accompagneranno Elisabetta Pozzi nelle letture di novembre numerosi attori bresciani di grande bravura come Alessandro Quattro, Fausto Ghirardini, Gianmarco Pellecchia, Anna Scola, Monica Ceccardi.

Ma saranno ospiti anche molti grandi nomi della scena italiana: per il focus di novembre saranno presenti fuoriclasse come Massimo De Francovich e Maria Paiato, poi Tindaro Granata, Fulvio Pepe, Paolo Bessegato e i giovani talenti Alberto Onofrietti e Valentina Bartolo, e molti altri interverranno nella seconda parte del progetto.

Teatro Aperto è un progetto di altissimo profilo culturale per conoscere e approfondire i temi e i linguaggi del teatro di oggi, e al contempo una grande occasione comunitaria e di partecipazione, nella quale il pubblico sarà di nuovo protagonista insieme agli artisti.

Sarà infatti richiesto agli spettatori di continuare ad esprimere attraverso schede di recensione i propri giudizi, commenti o anche semplici sensazioni sui testi in cartellone.

Un percorso collettivo di dialogo e confronto che porterà a definire un testo vincitore, allestito in forma di mise en espace al Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara a conclusione del ciclo di incontri o in forma di allestimento completo nella successiva Stagione, come avvenuto quest’anno per Apologia, il testo di Alexi Kaye Campbell presentato nella prima edizione e campione di gradimento del pubblico, che il CTB ha deciso di produrre e far circuitare a partire da aprile 2019 nei teatri bresciani e italiani.

V.V. (anche per le foto)

“Uomini… siate uomini” omaggio di Brescia a Papa Montini

Mercoledì 3 ottobre alle ore 20.30, al Teatro Sociale di Brescia (via F. Cavallotti, 20) in occasione della santificazione di Papa Paolo VI, il Comune di Brescia in collaborazione con il CTB Centro Teatrale Bresciano presenta “UOMINI… SIATE UOMINI”. Paolo VI mai arreso cercatore del dialogo, un omaggio della Città a Papa Montini. L’ingresso è libero, previa assegnazione del posto.

All’avanguardia nelle questioni sociali, Paolo VI fu capace di scelte coraggiose e controcorrente; aperto alla cultura e al mondo moderno, si ritrovò stretto in una morsa, criticato dai tradizionalisti ma anche dai progressisti. Cercò la riconciliazione con l’universo dell’arte e gli artisti, ricordando loro di essere custodi della bellezza nel mondo, poiché chiamati a rendere visibile ciò che è trascendente, inesprimibile, “ineffabile”. Accorati i suoi appelli per la pace nel mondo, come quello memorabile lanciato a Fatima: “Uomini, procurate d’essere degni del dono divino della pace. Uomini, siate uomini! Uomini, siate buoni, siate saggi, siate aperti alle considerazioni del bene totale del mondo”.

“UOMINI… SIATE UOMINI”. Paolo VI mai arreso cercatore del dialogo è di e con Luciano Bertoli, con la musica curata dall’Orchestra Giovanile del Garda diretta dal M° Alberto Cavoli.

V.V.