Sindrome italiana

La Sindrome italiana è una patologia psichica che colpisce soprattutto le badanti, molto spesso originarie dei Paesi dell’Est europeo, che vivendo a lungo nel nostro Paese, adattandosi ai nostri stili di vita grazie ai quali hanno un lavoro sicuro che, spesso, è vitale per loro stesse e per i familiari rimasti in patria, non sono più in grado di adattarsi allo stile di vita proprio tornando a casa. Là trovano cambiati figli, mariti, genitori; si sono appropriate della vita italiana e non ne hanno più una loro. Spesso costrette (per necessità, per voler fuggire da una situazione non libera per mille ragioni) a lavorare 24 ore su 24 accudendo bambini o anziani e svolgendo pulizie di casa e uffici, dimenticano se stesse, la loro dignità di donne e si snaturano diventando l’alter-ego di chi, qui, ha bisogno di loro. Pertanto non sono più loro stesse e, viceversa, quando tornano a casa, non sono più, o non sono abbastanza, italiane. Gli psichiatri diagnosticano per queste donne una depressione che è particolare, è “italiana”, Paese dove più che in altri esse trovano lavoro. Tornando in Patria diventano silenziose, introverse, si sentono e sono sole, non mangiano, hanno istinti e manie suicide. Insomma, vivono un forte coinvolgimento emotivo che ha zone di luce e molte di ombra. Il teatro ha già indagato colf e badanti, proprio a Brescia con il capolavoro “La badante” di alcuni anni fa. Ed oggi ci troviamo di fronte ad un’opera teatrale ben congegnata, ben fatta, bella da vedere e da vivere.

Ottima l’idea che porta in scena tre donne italiane che, per necessità, trovano lavoro come badanti. La situazione personale delle tre è talmente drammatica che porta a ridere. Intanto partendo dall’idea, dallo svisceramento di un bisogno che si fa azione e scelta, per poi accedere al famoso ufficio di collocamento in cui essere italiana e cercare lavoro come badante è improponibile. Per cercare di farsi considerare per il collocamento, le tre amiche si inventano ogni capacità: infermiera, pedagogista; capaci di pulire, lavare, stirare, riordinare, cucinare, accudire. Tutto ininterrottamente, perché non c’è tempo da perdere: sono disposte a non dormire, a non mangiare, a non avere ore libere, a non avere nemmeno una camera da letto. Comicità e dramma vanno sapientemente a braccetto, anche grazie alla perfetta mimica facciale e al generale non verbale delle tre: Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres, con la straordinaria Monica Bianchi, dirette da Lucia Calamaro che ha anche scritto il testo. La produzione è CTB in collaborazione con Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e TeatroDue di Parma, su progetto MitiPretese. Belle le scene e i costumi di Roberta Monopoli.

L’originalità sta proprio nel non volere raccontare la vita degli altri, ma di calarvisi dentro senza perdere di vista la vita che è proprio tragica, drammatica e, pertanto, divertente. Almeno per gli spettatori che si vedono scappare via davanti uno spaccato di vita leggero e capace di fare profondamente riflettere. Su cosa? Sulla donna sola che proprio perché sola è perfetta per un lavoro accanto ad una persona anziana da accudire ma che non parla, che la lascia nel vuoto e nel silenzio, nella disperazione di vedere morire chi è nelle sue mani e che è la ragione del suo organizzare la propria vita. Il vecchio, o la vecchia, in modo intercambiabile, è su un letto d’ospedale, sulla sedia a rotelle, in poltrona. È da imboccare, cambiare, lavare; bisogna dargli o darle amore, comprensione. E qualche attimo di gioia, come per il suo compleanno. Se la badante ha figli li deve abbandonare e non basta inviare un giocattolo per fare capire che la mamma c’è, è vicina, lo fa per te, per permetterti tutto quello che hai. Perché ogni figlio risponde, o rispenderebbe, che avrebbe preferito avere vicino la mamma che un nuovo peluche per Natale. Si accudiscono vecchi e si lasciano soli i propri, nel disgregamento dei rapporti familiari e sociali che non possono essere sostituiti dai social. Ecco dunque che il malato, anziano, uomo o donna che sia, danza nella sua mente persa nella demenza senile e crea un gioco di luci e ombre, immagini che si stemperano sulle pareti di una stanza che non sono mai quelle dei muri, ma quelle della nostra vita. Un lavoro molto ben costruito, reso leggero e bello da vedere, consigliabile sempre, per chi ha il problema e chi no, perché trasmette anche l’empatia per il malato e per il male che può colpire chiunque in ogni momento. Sperando di trovare qualcuno che poi si occupi anche di noi.

Da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

(foto di scena di Umberto Favretto)

 

 

 

 

Teatro Aperto del CTB a sostegno della drammaturgia contemporanea

Elisabetta Pozzi

Prende il via il prossimo 3 novembre la seconda edizione di Teatro Aperto, il progetto culturale del CTB Centro Teatrale Bresciano a sostegno della drammaturgia contemporanea, che coinvolgerà il pubblico in un percorso di scoperta e indagine collettiva di alcuni dei testi più interessanti della nuova scena nazionale e internazionale.

Il progetto è affidato alla direzione artistica di Elisabetta Pozzi, con il coordinamento organizzativo di Silvia Quarantini, la drammaturgia del suono di Daniele D’Angelo, la direzione tecnica di Cesare Agoni.

Teatro Aperto è realizzato grazie al contributo di Fondazione ASM e con il sostegno della Provincia di Brescia.

Dopo il fortunato esordio della prima edizione – che ha registrato il tutto esaurito di presenze per ogni appuntamento e un’amplissima partecipazione di pubblico, con la compilazione di centinaia di schede di recensione – la Stagione 2018/2019 del CTB ospita la seconda edizione di Teatro Aperto: da novembre a maggio al Teatro San Carlino saranno presentati al pubblico 10 nuovi testi mai allestiti di autori italiani e stranieri contemporanei, sempre in forma di lettura scenica.

Nella rosa di autori selezionati da Elisabetta Pozzi, curatrice del progetto, saranno presenti alcuni tra i nomi piùinteressanti della scena nazionale e internazionale, che il pubblico bresciano avrà occasione di conoscere di persona; ogni lettura, come ormai consuetudine, sarà infatti preceduta da brevi introduzioni al testo a cura degli stessi autori, dei registi o dei traduttori.

Novità della seconda edizione è la suddivisione del progetto in due focus, dedicati rispettivamente agli autori italiani e agli autori stranieri. Raccogliendo alcune suggestioni del pubblico e degli artisti abbiamo ritenuto opportuno dare maggior spazio alla drammaturgia italiana, portando a quattro – contro i due della passata edizione – i testi italiani inseriti nel progetto, e dando loro una peculiare attenzione e visibilità con una finestra ad essi dedicata. Da qui l’idea di un focus con una calendarizzazione serrata, simile alla forma di un “seminario drammaturgico” o di un piccolo festival di novità autoriali.

Nella prima settimana di novembre 2018 saranno dunque presentati 4 testi mai allestiti, firmati da alcuni degli autori più interessanti del panorama nazionale, come Giuliana Musso e Roberto Cavosi.

Il focus sarà una vera e propria immersione nella drammaturgia italiana: si apre il 3 novembre alle ore 16.30 con L’attimo di Bernini di Carlo Longo, si prosegue lunedì 5 novembre alle ore 20.30 con Indemoniate di Giuliana Musso e Carlo Tolazzi e poi mercoledì 7 novembre alle ore 20.30 con La sposa del vento – la bambola di Oskar Kokoschka di Nicola Bonazzi, per concludere sabato 10 novembre alle ore 16.30 con Aromi e amori nella cucina del Gattopardo di Roberto Cavosi.

Il focus dedicato agli autori stranieri coprirà una estensione temporale più ampia, con 6 incontri da febbraio a maggio 2019, con il seguente calendario di letture: sabato 9 febbraio ore 16.30, sabato 9 marzo ore 16.30, sabato 16 marzo ore 16.30, sabato 30 marzo ore 16.30, lunedì 15 aprile ore 20.30, sabato 11 maggio ore 16.30.

Il dettaglio della programmazione del focus autori stranieri, con titoli e cast di ciascun appuntamento, sarà comunicato a gennaio 2019.

Proseguendo la formula della passata edizione, accompagneranno Elisabetta Pozzi nelle letture di novembre numerosi attori bresciani di grande bravura come Alessandro Quattro, Fausto Ghirardini, Gianmarco Pellecchia, Anna Scola, Monica Ceccardi.

Ma saranno ospiti anche molti grandi nomi della scena italiana: per il focus di novembre saranno presenti fuoriclasse come Massimo De Francovich e Maria Paiato, poi Tindaro Granata, Fulvio Pepe, Paolo Bessegato e i giovani talenti Alberto Onofrietti e Valentina Bartolo, e molti altri interverranno nella seconda parte del progetto.

Teatro Aperto è un progetto di altissimo profilo culturale per conoscere e approfondire i temi e i linguaggi del teatro di oggi, e al contempo una grande occasione comunitaria e di partecipazione, nella quale il pubblico sarà di nuovo protagonista insieme agli artisti.

Sarà infatti richiesto agli spettatori di continuare ad esprimere attraverso schede di recensione i propri giudizi, commenti o anche semplici sensazioni sui testi in cartellone.

Un percorso collettivo di dialogo e confronto che porterà a definire un testo vincitore, allestito in forma di mise en espace al Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara a conclusione del ciclo di incontri o in forma di allestimento completo nella successiva Stagione, come avvenuto quest’anno per Apologia, il testo di Alexi Kaye Campbell presentato nella prima edizione e campione di gradimento del pubblico, che il CTB ha deciso di produrre e far circuitare a partire da aprile 2019 nei teatri bresciani e italiani.

V.V. (anche per le foto)

“Uomini… siate uomini” omaggio di Brescia a Papa Montini

Mercoledì 3 ottobre alle ore 20.30, al Teatro Sociale di Brescia (via F. Cavallotti, 20) in occasione della santificazione di Papa Paolo VI, il Comune di Brescia in collaborazione con il CTB Centro Teatrale Bresciano presenta “UOMINI… SIATE UOMINI”. Paolo VI mai arreso cercatore del dialogo, un omaggio della Città a Papa Montini. L’ingresso è libero, previa assegnazione del posto.

All’avanguardia nelle questioni sociali, Paolo VI fu capace di scelte coraggiose e controcorrente; aperto alla cultura e al mondo moderno, si ritrovò stretto in una morsa, criticato dai tradizionalisti ma anche dai progressisti. Cercò la riconciliazione con l’universo dell’arte e gli artisti, ricordando loro di essere custodi della bellezza nel mondo, poiché chiamati a rendere visibile ciò che è trascendente, inesprimibile, “ineffabile”. Accorati i suoi appelli per la pace nel mondo, come quello memorabile lanciato a Fatima: “Uomini, procurate d’essere degni del dono divino della pace. Uomini, siate uomini! Uomini, siate buoni, siate saggi, siate aperti alle considerazioni del bene totale del mondo”.

“UOMINI… SIATE UOMINI”. Paolo VI mai arreso cercatore del dialogo è di e con Luciano Bertoli, con la musica curata dall’Orchestra Giovanile del Garda diretta dal M° Alberto Cavoli.

V.V.

Il successo di “Un salto nel nullo!” a Brescia

Scommessa vinta per il CTB Centro Teatrale Bresciano che quest’anno ha scelto di dedicare l’appuntamento estivo a un progetto di grande rilievo non solo artistico, ma anche sociale. Un salto nel Nullo! il festival estivo 2018 del CTB si è concluso nel segno dell’entusiasmo, da parte del pubblico e degli artisti coinvolti, oltreché dal direttivo dello Stabile cittadino.

L’arena allestita dal CTB nella traversa di via Milano via Francesco Nullo, a Brescia, ha ospitato dal 26 giugno all’8 luglio sei appuntamenti di musica e prosa: un significativo contributo culturale, nell’ambito del progetto voluto dal Comune di Brescia Oltre la strada, alla valorizzazione e riqualificazione di una zona difficile.

Un salto nel nullo! ha registrato un totale di 1449 presenze, con il tutto esaurito per Moni Ovadia, Elisabetta Pozzi e Laura Curino.

V. V.

 

 

 

 

 

 

 

 

         

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Dio ride Nish koshe”. Il nuovo lavoro di Moni Ovadia debutta a Brescia

 Sarà in scena ancora stasera e domani, alle ore 21.30, il bello spettacolo di Moni Ovadia che ha brillantemente debuttato ieri sera nell’ambito del Festival “Un salto nel nullo!”, a Brescia. Prodotto dal CTB in collaborazione con Corvino Produzioni, lo spettacolo ha trovato in via Francesco Nullo l’ambiente ideale: una serata fresca, un clima all’aperto attento e raccolto, per un interessante narrazione che colpisce, incuriosisce, affascina, trascina per la capacità di Ovadia di far ridere, come dovrebbe ridere Dio un po’ di più di questi tempi, secondo l’Autore. Ancora una volta la scelta del racconto delle tradizioni ebraiche aiutate dalla musica, impossibile da scindere dalla personalità stessa di un ebreo compiuto, interiore, credente o meno, ma profondamente aiutato nella crescita della sua personalità dalla tradizione ricca di spunti, aneddoti e, soprattutto, capacità di far crescere dentro di sé la libertà. Ecco, Ovadia cerca l’essere tra i libri e nella vita, passata e presente, e ha la libertà del pensiero, dello studio, della ricerca, della scelta dei testi dai libri, sacri e antichi o nuovi, sapendo di appartenere ad un’entità umana che si distingue nel momento in cui sa e pensa, pensa di sapere (meglio ancora se pensa di non sapere abbastanza) e pensa di dover capire, andare oltre, catturare la libertà dell’essere nel Caos che è da superare, come già dissero insigni filosofi.

foto di Umberto Favretto

Venticinque anni dopo “Oylem Goylem”, Ovadia si rivolge ad una nuova generazione per comunicarle come si può trovare un equilibrio nella ricerca anche religiosa. Un equilibrio lontano da come molti hanno fatto diventare Dio in questi tempi e un equilibrio che non attanagli di parole, non attanagli di dubbi coercitivi per l’anima, non costringa tra muri di cemento armato che obbligano la mente a fermarsi sul nulla, ma renda liberi anche di non credere, anche di non sapere l’ebraico ma di parlare in yiddish, di contestare il dondolio di un vecchio ebreo ortodosso e lo strepito delle pallottole che vorrebbero, dovrebbero salvare la Terra Promessa dalla distruzione. Ovadia parla della terra e alla terra: la terra di chi? Perché? Se proprio dalla diaspora gli ebrei hanno avuto più fertile modo di crescere. La terra di Abramo? Di Mosé? Ma se proprio l’andare lontano, l’andare nel deserto (quasi assenza di terra-vita) ha significato anche nelle sacre scritture, il senso del trovarsi e del maturare per fertilizzare il popolo di nuovo credo e nuova linfa. Allora perché difendere la “terra” costruendole sopra il mezzo per fermare ciò che dovrebbe essere libertà di vagare dello spirito? Bella la lezione di ripasso di un percorso che accomuna ebrei e cristiani, riscoprendo quelle tradizioni che ci rendono così simili da essere diversi e che pure portano il racconto ad essere divertente. “Nish koshe” significa in yiddish “così così”: Dio non ride più. Eppure con gli uomini si divertiva, partecipava alle filastrocche e ai raccontini che, come parabole, servivano a capire meglio e, soprattutto, a capire ridendo, la profondità e immensità dell’esistenza umana e, quindi, divina. Come barzellette, belle come le parabole che vivificano i testi sacri, le scenette che Moni Ovadia ci permette di vivere sono fresche ventate di sollievo in mezzo a cumuli di paroloni che intristiscono anche il Sommo.

Lo spettacolo usa come pretesto la voce narrante di Simkha Rabinovich, come già un quarto di secolo fa, con l’ausilio anche di un gruppo di musicanti dal vivo, la Moni Ovadia Stage Orchestra, che ha i musicisti partecipi del testo sia per movenze che per suonate. Ecco allora Maurizio Dehò al violino che spesso ricorda i suoni tipici della tradizione ebraica; Luca Garlaschelli al contrabbasso, Albert Florian Mihai alla fisarmonica, Paolo Rocca al clarinetto e al cymbalon Marian Serbanal. I musici (anche riferimento alle orchestrine della Shoa) e Simka, si presentano come dei vagabondi, a sottolineare di nuovo (se non fosse chiaro, si deve rileggere una vasta fonte di testi sacri in proposito) che proprio dal basso, spesso, arriva la verità: da coloro che non si lasciano fuorviare dal lusso, dal benpensante benessere, dalle lusinghe frivole della vita, mantenendo la propria ragione e il proprio barlume di raziocinio. Bello affermare che siamo tutti in attesa di un Messia: gli ebrei perché lo aspettano da sempre, i cristiani perché ne aspettano il ritorno alla fine dei tempi. Quindi, una vita da condurre insieme, mano nella mano, per la stessa strada. Le melodie permettono di capire più di tante parole, assieme alle storielle, e chi vuole ascoltare sono tanti.

Dopo un quarto di secolo di erranza, Simkha Rabinovich e i suoi compagni di strada, ritornano per continuare la narrazione di quel popolo sospeso fra cielo e terra in permanente attesa, per indagarne la vertiginosa spiritualità con lo stile che ha permesso loro di farsi tramite di un racconto impossibile eppure necessario, rapsodico e trasfigurato, fatto di storie e canti, di storielle e musiche, di piccole letture e riflessioni alla ricerca di un divino ineffabile presente e assente, vivo e forse inesistente, padre e madre, redentore che chiede di essere redento nel cammino di donne, uomini e creature viventi verso un mondo di giustizia e di pace”, afferma Ovadia.

Ed è così che gli spettatori lo hanno capito. Uno spettacolo bello, leggero e leggiadro, convincente, brioso e profondo, intelligentemente divertente come raramente accade. Una produzione azzeccata e che di certo avrà molto successo. Da non perdere.

  

Alessia Biasiolo

Ottocento, il nuovo spettacolo messo in scena dal CTB di Brescia

 ph Aleksandra Pawloff 

Tornano a calcare il palcoscenico della Leonessa d’Italia Elena Bucci e Marco Sgrosso con un’intelligente lavoro che cavalca le gesta culturali italiane del secolo d’oro della nostra recente cultura, l’Ottocento che dà il titolo alla piece. Nel piccolo e accogliente teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri di Brescia, prende così forma l’atterraggio di Mary Poppins di cui si vede la figura nera su un velo di memoria e di ricordo; quel velo che troppo spesso ci offusca, in un’era che guarda sempre all’introito che la cultura può dare, ma senza conoscerla. E,quel che è peggio, disconoscendola addirittura.

Così, arriva in teatro una coppia, che ravvia il ricordo percorrendo trame e spartiti, rapendo il pubblico di fiabesco e di nostalgia. Ripetuti gli applausi conclusivi e molte le chiamate dei due attori, meritatamente premiati per questa drammaturgia originale di cui sono autori e registi, nonché interpreti. Un lavoro colto, adatto a chi ha letto Poe, ammirato Van Gogh, è un po’ inorridito con Baudelaire, ma godibile anche per coloro che non sanno nulla di tutto ciò e ascoltano la narrazione di un periodo spumeggiante di balli, fruscianti vestiti, caffè, musica e avventurose scoperte, dentro e fuori dell’essere umano. Ecco comparire Emily Dickinson con la sua triste storia e i suoi inimitabili poemi, sullo sfondo della Parigi di Toulouse Lautrec o di Boldini, mentre Dumas e Verdi si contendono “Traviata” osservati da Cechov, Hugo, Dostoevskij e altri. Passato e presente si incrociano e si allontanano, rendendo lo spettacolo vivace, accattivante e da non perdere.

Eccellente la recitazione di Bucci e Sgrosso, capaci di non cadere nel ridondante, di interessante lo spettatore e di stimolarlo nella fantasia e nella curiosità per tutta la durata dello spettacolo.

 

Alessia Biasiolo

le due foto di scena sono di Umberto Favretto

 

Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia

Alessandro Bonvicino detto il Moretto, “Sacra Famiglia con San Giovannino”, c. 1535

La grande mostra della primavera, allestita nel Museo di Santa Giulia di Brescia, sarà dedicata a Tiziano e alla pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia. Il progetto espositivo ruoterà infatti attorno al grande pittore veneto, in ragione innanzitutto delle sue due fondamentali imprese bresciane: il polittico realizzato per il vescovo Altobello Averoldi tra il 1520 e il 1522 nella collegiata dei Santi Nazaro e Celso, e le tre tele con le Allegorie di Brescia, realizzate molti anni dopo, negli anni sessanta del Cinquecento, per il salone della Loggia, andate poi distrutte durante l’incendio del 1575.

Alla mostra è strettamente collegata la riapertura della Pinacoteca Tosio Martinengo, finalmente nella sua sede storica di Piazza Moretto, dopo 9 anni di chiusura, nelle cui collezioni sono presenti alcuni straordinari esempi della cultura artistica di Brescia e Venezia nel Cinquecento. La connessione tra i due eventi è resa ancor più significativa dalla scelta di istituire un unico biglietto di ingresso per la visita della mostra, della Pinacoteca Tosio Martinengo e del Museo Diocesano fino al 1 luglio 2018. Il progetto è inoltre completato da un articolato itinerario di visita che comprende la Collegiata dei Santi Nazaro e Celso (dove è tutt’ora conservato il Polittico Averoldi), il santuario di Sant’Angela Merici e numerose altre chiese a Brescia e nel territorio della provincia.

Tiziano, Polittico Averoldi, c. 1520-1522

L’evento espositivo, promosso da Comune di Brescia e da Fondazione Brescia Musei e organizzato da Civita Mostre, prosegue la tradizione delle mostre dedicate ai grandi maestri della pittura antica e sarà l’occasione per valorizzare i capolavori di Tiziano, per ripercorrere l’eco suscitata dalla sua opera presso i maggiori pittori bresciani del tempo, da Girolamo Romanino al Moretto e a Giovan Girolamo Savoldo e infine per riscoprire le vicende relative alla decorazione e ai progetti di ampliamento del Palazzo della Loggia che videro coinvolto anche Andrea Palladio.

Si tratta pertanto di una iniziativa che permetterà di ripercorrere, in modo appassionante, l’influenza che il grande pittore ebbe sugli sviluppi della pittura bresciana. Il complesso Averoldi, infatti, rappresenta uno spartiacque nella storia della pittura bresciana del Cinquecento, in quanto il suo arrivo in città provocò reazioni a catena negli esponenti più ricettivi dell’arte locale.

Lo dimostra il fatto che tanto la formazione di Romanino, collocabile a partire dalla fine del primo decennio del Cinquecento, così come quella di Moretto, di poco successiva, si giocano in un rapporto costante con gli esemplari di Tiziano, conseguenza anche della giovanile frequentazione del contesto lagunare da parte dei due artisti.

Caso in parte diverso fu quello di Savoldo, per il quale il rapporto con Tiziano si stabilì solo in coincidenza con il definitivo trasferimento del pittore a Venezia, avvenuto intorno al 1515, quando l’artista aveva circa 35 anni.

Oltre che sul piano strettamente stilistico, la famigliarità degli artisti bresciani con Tiziano e con l’ambiente veneziano trova un’importante conferma nella condivisione di simili tipologie di rappresentazione, in particolare per quanto riguarda i dipinti per la devozione privata.

Per rendere chiaro questo percorso il curatore della mostra, Francesco Frangi, con il supporto di un prestigioso comitato scientifico, ha selezionato oltre cinquanta capolavori, provenienti da importanti istituzioni museali, italiane e internazionali, come la Pinacoteca di Brera, il Museo Poldi Pezzoli e le Civiche Raccolte d’Arte del Castello Sforzesco di Milano, i Musei Capitolini e la Galleria Borghese di Roma, la Galleria Palatinadi Palazzo Pitti di Firenze, l’Accademia Carrara di Bergamo, il Museo di Palazzo Bianco e di Palazzo Rosso di Genova, le Gallerie dell’Accademia di Venezia, la Pinacoteca Ala Ponzone di Cremona, la Galleria Sabauda di Torino, il Museo del Prado di Madrid, il Liechtenstein Museum e il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Museo di Belle Arti di Budapest, il Museo Puškin di Mosca, la National Gallery di Washington.

Divisa in 6 sezioni, in un allestimento curato dallo studio degli architetti Giovanni Tortelli e Roberto Frassoni, la mostra consente di ripercorrere l’influenza di Tiziano sugli sviluppi della pittura bresciana e di scoprire, attraverso una sequenza di confronti ravvicinati, in che misura le sue ricerche coloristiche vennero interpretate dai maggiori protagonisti dell’arte locale.

Un’audioguida inclusa nel biglietto di ingresso è a disposizione di tutti i visitatori per arricchire il percorso di visita. Un ricco catalogo è curato da Silvana Editoriale.

Per completare l’offerta culturale legata alla mostra, sono previste diverse attività dedicate alle scuole ma anche al pubblico adulto. Un nutrito programma didattico è stato predisposto per coinvolgere gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado, attraverso visite guidate, laboratori e percorsi tematici condotti dagli operatori dei Servizi educativi di Fondazione Brescia Musei. Per il pubblico extra-scolastico sono invece previste per gli adulti visite guidate che uniscono alla mostra approfondimenti in città e sul territorio, specifiche attività per le famiglie e cicli di conferenze per tutti gli appassionati che vogliono indagare specifiche tematiche legate al Rinascimento. Lo splendore dell’epoca rinascimentale viene indagato anche attraverso altri linguaggi espressivi, grazie alla collaborazione con alcune prestigiose realtà culturali cittadine come il Centro Teatrale Bresciano e il Conservatorio di Brescia Luca Marenzio. Completa il programma la ricca rassegna di film del cinema Nuovo Eden che racconta questo straordinario periodo storico artistico.

 

Tiziano e la pittura del Cinquecento tra Venezia e Brescia

Brescia, Museo di Santa Giulia, Via Musei 81/b

Fino al 1 luglio 2018

Orari: fino al 15 giugno: mart. – merc. – ven. – sab. – dom. dalle h. 9.00 alle h.18.00; giov. dalle h. 9.00 alle h. 22.00

Dal 16 giugno al 1luglio: mart. – merc. – ven. – sab. – dom. dalle h. 10.30 alle h.19.00; giov. dalle h. 10.30 alle h. 22.00. La biglietteria chiude un’ora prima

 

Barbara Izzo