Il CTB mette in scena il dramma armeno

 

 

 

 (tutte le foto sono di Umberto Favretto)

Tra le nuove produzioni del CTB di Brescia, la bella commedia “Una bestia sulla luna”, in co-produzione con Fondazione Teatro Due di Parma. In scena fino al prossimo 11 dicembre al Teatro Santa Chiara “Mina Mezzadri” di Brescia, dove lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale lo scorso 21 novembre, “Una bestia sulla luna” tratta il dramma armeno prima e dopo la prima guerra mondiale, quando il governo turco, ancora oggi restio ad ammetterlo, ha ordinato a centinaia di persone di lasciare la propria casa e la propria terra per andare lontano, trovando la morte sia per stenti e fatica, sia per uccisione da parte delle forze armate e di polizia turche. Molto è stato fatto e ancora si sta mettendo in atto affinché quella tragedia, ispirazione nazista per l’eliminazione successiva del “problema ebraico”, non rimanga soltanto una testimonianza considerata di parte o addirittura fittizia. Andrea Chiodi, regista del lavoro su testo di Richard Kalinoski, con una leggerezza che unica porta alla vera riflessione, è riuscito nell’intento di alzare il velo su persone dimenticate. Di origini turche e di tradizione ebraica, Chiodi ha vissuto profondamente il testo teatrale e lo ha fatto suo come solo si può con una vera partecipazione umana, oltre che professionale. I protagonisti sono Elisabetta Pozzi nel ruolo di Seta e Fulvio Pepe nel ruolo di Aram Tomasian.

 

Siamo nel 1921, negli Stati Uniti, a Milwaukee precisamente. Aram ha appena visto la sua sposa. È Seta, ragazzina quindicenne conosciuta in fotografia e sposata tre mesi prima per procura. Fuggito dal genocidio armeno, ora vuole sposare una persona del suo popolo, come lui scampata miracolosamente alla morte. Vissuta in orfanotrofio, Seta è grata per essere stata salvata dalla morte e dalle pulci, dalla fame e dal terrore di vedere ancora il carceriere al quale sua sorella si era concessa per salvarla dalla violenza. L’incontro tra i due è buffo, tra una bambola di pezza, unico ricordo della madre, e un quadro di famiglia dove, però, i personaggi ritratti sono senza testa. L’uomo, per introdurre la ragazza nel suo nuovo ruolo di moglie, le legge la Bibbia, con solennità e convinzione, mentre la ragazzina si chiede perché, dato che lei capisce benissimo la situazione e lei la Bibbia la sapeva leggere anche da sola, come faceva al nonno per conciliargli il sonno. Quindi la situazione è tragicomica, con la giovane che si nasconde sotto il tavolo e vuole scappare e Aram che non si capacita di avere un impiastro simile tra i piedi, proprio lui che aveva speso un sacco di soldi in mazzette per permetterle di arrivare in America.

Aram vuole rifarsi una vita ma, evidentemente, la vita non ne vuole sapere di rendergli le cose facili solo perché lui è un sopravvissuto, un armeno ingiustamente perseguitato e che ora cerca di essere americano, quindi nuovo, scevro di quei problemi lasciati un Europa. Quindi, nel racconto di una tragedia che si dipana sotto gli occhi degli spettatori con la leggerezza della situazione spesso comica, ecco che la verità emerge con la sua drammatica pesantezza, con la sua drammatica e lucida voglia di continuare ad esistere, ma senza rinunciare al ricordo. Alla bambola di pezza, sempre di pezza e sempre sdrucita anche se con i vestitini nuovi; al quadro di famiglia, anche se ogni tanto è meglio coprirlo e non farlo vedere nella sua sconvolgente e allo stesso tempo ridicola mutilazione, tanto simile a quella delle persone vere. Il racconto è in prima persona da parte di Vincenzo, Vincent (Alberto Mancioppi), nel 1995. La coppia, infatti, non poteva avere figli, così un giorno Seta accoglie in casa un giovane italiano povero e nelle stesse condizioni in cui si era trovata lei. Aram è fotografo di professione, vivono in una bella casa dignitosamente e, quindi, è normale volere aiutare l’orfanello (il bravissimo attore Luigi Bignone), sbandato da quando la madre è ricoverata in un ospedale psichiatrico. Il dramma si ripropone, dunque, sotto altra forma e in altri anni, tanto come ora, oggi, quando non tutti vedono nello stesso modo il dramma di un tempo sulla faccia di persone nuove. Il ricordo dell’Armenia e delle tradizioni di un popolo, di un popolo che non c’era più, viene quindi raccontato su vari piani narrativi di passato e presente, di vita e di memoria, di oggi e di ieri, di necessità di vivere e di continuare a farlo, malgrado tutto. Le nuove opportunità della vita non possono lasciare il passo alla melanconia, alla disperazione, e la testardaggine che dimostra Aram è la sofferenza fatta riscatto, prepotentemente, sempre, anche quando il cuore è a pezzi.

Ne risulta un lavoro interessante, coinvolgente e bello, come solo la bellezza della verità di cui ci si fa carico può essere.

In scena a Brescia fino all’11 dicembre, da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

Il poeta della Beat Generation si svela a Brescia

“A Life: Lawrence Ferlinghetti. Beat Generation, ribellione, poesia”, la mostra che si terrà a Brescia, presso il Museo di Santa Giulia, dal 7 ottobre 2017 al 14 gennaio 2018, mette in luce l’importanza della figura di Lawrence Ferlinghetti, poeta, pittore, editore e agitatore culturale americano di origini bresciane, nel panorama letterario degli anni Cinquanta e Sessanta, ed in particolare all’interno del movimento della Beat Generation.

“Ferlinghetti”, afferma il direttore di Brescia Musei Luigi Di Corato, “oltre ad essere autore di una delle raccolte di poesia più vendute al mondo “A Coney Island of the Mind” (1958), ha avuto un ruolo determinante nella diffusione dell’opera degli scrittori della Beat Generation, tramite la libreria e casa editrice City Lights Bookstore, da lui fondata nel 1953 assieme a Peter D. Martin. Ripercorrere la carriera di Ferlinghetti, come fa questa mostra bresciana, dà modo di rendere omaggio all’intero movimento letterario, aprendo lo sguardo non solo sull’opera dei singoli autori, ma più in generale sul fenomeno Beat, che da New York a San Francisco, dalla costa est alla costa ovest, ha animato il panorama culturale underground americano degli anni Cinquanta e Sessanta”.

Il percorso espositivo vuole inoltre raccontare come questa corrente letteraria abbia avuto un particolare seguito in Italia grazie alla traduttrice e critica letteraria Fernanda Pivano, che per prima ha tradotto e fatto pubblicare l’opera di autori come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Charles Bukowski e lo stesso Ferlinghetti di cui è stata sostenitrice e amica. La visita in Italia di alcuni di questi autori (ad esempio Kerouac partecipa a diverse conferenze e rilascia un’intervista alla RAI nel 1966 e Ginsberg prende parte al Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1967) contribuisce inoltre al fatto che il movimento Beat diventi nel paese un fenomeno culturale, musicale e di costume. La mostra diventa quindi l’occasione per ripercorrere la storia di quegli anni e ricrearne l’atmosfera attraverso materiali a stampa, fotografie e registrazioni video. Molti dei libri e documenti in mostra, oltre a una serie di fotografie scattate ai Beat da Ettore Sottsass, provengono proprio dallo sterminato archivio di Fernanda Pivano, oggi curato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche e dalla Fondazione Corriere della Sera. Oltre ai bellissimi scatti di Sottsass, alcuni dei quali inediti, sono presentate in mostra fotografie di Robert Capa, Aldo Durazzi, Larry Keenan, Allen Ginsberg, Christopher Felver e Fred Lyon. In mostra viene documentata anche la carriera artistica di Ferlinghetti che inizia a disegnare e dipingere nell’immediato dopoguerra mentre si trova a Parigi, per conseguire un dottorato alla Sorbona. Qui frequenta nel tempo libero gli atelieres livres per esercitasi nel disegno dal vero, così scoprendo la propria vocazione per le arti figurative. In Santa Giulia viene esposto il prezioso olio su tela Deux del 1950, prima opera dipinta da Ferlinghetti, oltre a un’ampia selezione di disegni realizzati tra gli anni Cinquanta e Duemila, mai esposti in Italia prima d’ora. Tele di grandi dimensioni, provenienti direttamente dalla collezione dell’artista, vanno ad arricchire le sezioni della mostra, testimoniando come Ferlinghetti sia stato sempre ispirato dalle proprie esperienze di vita, dagli avventurosi viaggi in giro per il globo alla costante ricerca delle proprie origini. Le ultime sale della mostra in Santa Giulia vengono riservate al rapporto di Ferlinghetti con l’Italia. Il poeta scopre di avere origini italiane solo a vent’anni quando richiede il proprio certificato di nascita per arruolarsi volontario nella Marina degli Stati Uniti, scelta che determinerà poi la sua partecipazione allo Sbarco in Normandia. In quell’occasione Ferlinghetti realizza che il padre Carlo Leopoldo, morto prima della sua nascita, aveva anglicizzato il proprio cognome in Ferling. Solo nel 1955 il poeta deciderà di prendere ufficialmente il proprio cognome italiano e di firmare con quello tutta la sua opera letteraria e artistica. Da questo momento in poi Ferlinghetti intraprenderà una lunga e tortuosa ricerca per risalire alla città di nascita del padre, Brescia, riuscendo ad individuare nel 2005 la casa da dove era partito per emigrare giovanissimo negli Stati Uniti. S. E.

I Musei delle Armi di Brescia e Gardone Valtrompia

Pistola presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

Per trovare le armi adoperate nei duelli e nella propria difesa personale da Margherida de’ Tolomei, come letto nel libro “L’amante alchimista” di cui abbiamo scritto, ci si può recare in provincia di Brescia a visitare due dei musei più interessanti sulle armi, uno dei quali costituisce la collezione europea privata più importante, il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, sito nel Castello di Brescia.

Lì troviamo, infatti, una daga cinquecentesca del tipo descritto nel libro di Isabella della Spina, accanto a bellissime armature di fanti e di cavalieri, oltre che a numerose alabarde, sempre del Cinquecento. Non mancano armi di anni precedenti, così come di successive, dove fanno bella mostra di sé le armi da fuoco, di varia epoca.

Revolver presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La progressione dello sviluppo delle armi da fuoco la si può vedere, e imparare, nel Museo delle Armi e della Tradizione armiera di Gardone Valtrompia, patria della famosa Beretta armi.

Sin dall’antichità, però, il luogo, ricco di minerali nei dintorni e di acqua, è famoso per la lavorazione del ferro e, quindi, per la produzione di armi bianche e, poi, da fuoco appunto.

Nelle prime sale del Museo si possono seguire le fasi dell’evoluzione storica delle armi, soprattutto quelle da fuoco del ‘500. Si tratta di armi da caccia, da difesa e militari, di cui è spiegato in pannelli didattici molto interessanti il funzionamento. In un secondo livello, invece, è possibile vedere come si passa dalla fusione del ferro al maglio e alla lavorazione delle canne dei fucili, oltre allo sviluppo della lavorazione dei calci per arrivare all’arma confezionata e utilizzabile. In questo settore è possibile vedere anche alcune riproduzioni di armi utilizzate nei film, fiore all’occhiello dell’attuale produzione armiera, spesso manuale, della Valtrompia. Sono alcune le ditte specializzate nel produrre armi per film di Clint Eastwood, i mitici Far West, ma anche armi per i film “I pirati dei caraibi”, Colt di sceriffi e armi bianche. Interessante anche un raro fucile Balilla per bambino, del 1934, con baionetta innestata.

Revolver cinematografici Uberti presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La parte più tecnica del percorso riguarda lo sviluppo del metodo di sparo del proiettile che passò dall’utilizzo della miccia all’uso della piastra con sviluppo del cane, fino all’uso del fulminato di mercurio e dello sviluppo del sistema di accensione a luminello. Tutti questi sistemi erano volti a ridurre il rischio che la polvere da sparo prendesse fuoco in momenti non utili al possessore dell’arma, che la miccia si spegnesse o che il processo di caricamento dell’arma fosse troppo lento per essere efficace. Quindi l’accensione a luminello andò a sostituire la già moderna pietra focaia che, invece di aspettare di dar fuoco ad una miccia, attraverso un sistema di sfregamento della pietra portava le necessarie scintille per accendere la polvere che avrebbe espulso il proiettile. Nel Museo si possono vedere alcune armi “ridotte”, cioè in cui il sistema a pietra focaia è stato sostituito da quello a luminello per evitare la spesa, soprattutto per gli eserciti, di cambiare tutta la dotazione.

Riproduzione di un maglio, Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

A Gardone Valtrompia è presente anche un fucile alla garibaldina. Per armare i garibaldini vennero istituiti due fondi nel 1860, uno denominato “Fondo per un milione di fucili” e l’altro “Comitato centrale di soccorso a Garibaldi”. Il Fondo permise l’acquisto di fucili francesi e prussiani trasformati a luminello, e fucili inglesi Enfield modello 1853. Le armi del Fondo non raggiunsero subito le truppe garibaldine partite per la Sicilia, ma rimasero nel deposito di Milano fino a che non fosse stato firmato l’ordine di Cavour. Così, furono basilari i fondi americani per le armi all’eroe dei due Mondi, il “New York Garibaldi Found Commitee” e “Italian National Commitee”. I soldati di Garibaldi quindi erano equipaggiati con le armi più disparate, comprese le armi Colt di cui 291 rivoltelle, 59 carabine a rotazione e 23.500 fucili trasformati con brevetto Colt. Alcune di quelle armi furono acquistate direttamente negli Stati Uniti e altre vennero donate dallo stesso Colt per la causa di Garibaldi. Per la prima volta le armi Colt vennero usate nella battaglia di Milazzo, ma vennero subito considerate pericolose e quindi abbandonate. Nel Museo è ben spiegato perché.

Due Musei da visitare e che presentano interessanti attività didattiche per capire lo storico, fondamentale lavoro del maglio che nella Valle, per La Via del Ferro, fa bella mostra di sé.

 

Alessia Biasiolo

 

“Le relazioni pericolose” al Santa Chiara di Brescia

Sarà possibile approfondire “Le relazioni pericolose” al Teatro Santa Chiara di Brescia fino al prossimo 14 maggio. Affascinano ancora gli intrallazzi amorosi, perfidi e a tratti sadici della marchesa di Merteuil e del visconte di Valmont, come raccontate nel romanzo di Choderlos de Laclos e messe in scena da Elena Bucci e Marco Sgrosso, con Gaetano Colella, per la produzione del CTB Teatro Stabile di Brescia con la collaborazione artistica de Le Belle Bandiere. Ne risulta un altro lavoro bellissimo dello stabile bresciano, in cui emergono i tre interpreti, tra cui Elena Bucci nel doppio ruolo della Marchesa di Merteuil e della Presidentessa di Tourvel, e Gaetano Colella perfetto nell’interpretazione di Pierre Ambroise Choderlos de Laclos che dà voce a Cécile de Volanges, al Cavaliere Danceny, a M.me de Volanges e a M.me de Rosemonde. Sgrosso conferma la sua verve e il suo charme, impersonando il visconte combattuto accanto a donne caste e pure o a vere megere, innamorato dell’impossibile, ma anche del gioco della seduzione, del possesso, novello Casanova succube dell’altrettanto e forse ben più stratega Marchesa. Il risultato è intenso, divertente, coinvolgente e destinato a premi. Bellissime le scene e l’allestimento (collaborazione alle scene Carluccio Rossi; assistenza all’allestimento Nicoletta Fabbri, Sara Biasin; sarta Marta Benini di abiti davvero molto belli e perfettamente calzanti non solo per i tempi, ma soprattutto per i personaggi; consulenza ai costumi Ursula Patzak; parrucche Denia Donati; luci Loredana Oddone; drammaturgia del suono Raffaele Bassetti, con musiche che rendevano il clima generale sul palcoscenico ancora più accattivante).

Le relazioni pericolose, conto aperto tra la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont ovvero lettere raccolte tra un gruppo di persone e pubblicate a scopo d’istruirne alcune altre”, titolo completo del romanzo di Choderlos de Laclos, diventano un progetto drammaturgico di Bucci e Sgrosso che ancora conquista il pubblico, non tanto solo per gli intrighi, da sempre capaci di far vendere libri, giornali e quant’altro, ma grazie alla bravura dei tre attori in scena. Un’ora e quaranta di intensi battibecchi amorosi, con tradimenti e colpi di scena, ricatti e duello finale. Per educare il pubblico su costumi di allora, siamo nella seconda metà del Settecento, che assomigliano ad alcuni di oggi.

Uno spaccato dell’aristocrazia francese a pochi anni dalla rivoluzione, a voler sottolineare i molti vizi e le poche virtù che verranno apparentemente spazzate via da un vento nuovo, per lo meno capace di innovare quella classe dirigente che era spesso impegnata ad architettare passatempi propri, più che ad occuparsi del bene comune.

Eppure, sembra quasi che il racconto calzante di Choderlos de Laclos stia ritraendo anche il futuro di quegli anni ben presto bui, infarciti di terrore e di novità talvolta già viste, e poi dirompenti per tutta Europa, a cambiare tutto per lasciare tutto uguale. Un passaggio delle battute tra la marchesa di Merteuil e Pierre Ambroise Choderlos de Laclos, infatti, sembra richiamare le parole lette ne “Il Gattopardo”: anche nel capolavoro italiano si discute di dover cambiare tutto per lasciare tutto uguale.

Da vedere.

 

Alessia Biasiolo

Imparare di Distillati. Un corso a Brescia

Bere bene sembra una frase fatta, semplice e scontata. In realtà nel mondo massmediatico odierno, anche il bere è diventato una moda e, purtroppo, una moda pericolosa. Soprattutto per i giovani, che pensano alcune marche siano di nuova invenzione, mentre hanno soltanto adeguato il contenuto alcolico, riducendolo, per permettere una divulgazione maggiore, appunto soprattutto tra i giovani e giovanissimi. Le campagne di informazione asseriscono varie certezze sul bere, ma un’associazione bresciana, che pur non essendo ancora maggiorenne si difende bene sullo scenario nazionale avendo divulgato i propri canoni anche fuori regione, preferisce dire che l’alcol fa male. E siccome non viene metabolizzato, se si vuole bere meglio poco e buono. Ecco allora che organizza corsi per conseguire la “Patente di Degustatore di Distillati”, insegnando le nozioni basilari sulla distillazione, le caratteristiche dei principali distillati (grappa, cognac, armagnac, gin, tequila, rum, whisky, distillati di frutta, eccetera) e i principali concetti di abbinamento cibo-distillato.

Il prossimo corso inizierà a Brescia il 20 febbraio. Info disponibili contattando l’Associazione A.D.I.D. all’indirizzo adidbrescia@virgilio.it

“Il vecchio e il mare” al Sociale di Brescia fino al 12 febbraio

 

santospago

Ha debuttato a Brescia, al Teatro Sociale, la messinscena “Il vecchio e il mare”, basata sul romanzo di Ernest Hemingway, con regia e adattamento drammaturgico di Daniele Salvo, prodotto dal CTB di Brescia.

Un lavoro bellissimo, da vedere assolutamente, perché la forza espressiva di Hemingway che per questo lavoro specifico viene ricordata soprattutto per la realizzazione del mitico film hollywoodiano, con l’adattamento di Salvo acquista spazio, volume, forza e bellezza. Infatti, la maggior parte delle persone che ricordavamo il film, anche in sala, si aspettavano un po’ di noia, ma allo stesso tempo la curiosità di vedere come un lavoro letterario potesse diventare teatrale. L’operazione è assolutamente riuscita, dopo la già bella collaborazione del CTB con Daniele Salvo in occasione di “Macelleria Messicana” che era stato un altro successo. In scena, Graziano Piazza nel ruolo di Santiago, e Stefano Santospago nel ruolo di narratore. Il ragazzino che aiuta il vecchio Santiago e che funge da suo allievo è il bravo Luigi Bignone. Ottime le scene di Alessandro Chiti e le luci di Cesare Agnoni.

piazza3La scena è composta da un tavolaccio in salita che si apre a diventare la casa del ragazzino o di Santiago, oppure si alza a diventare mare. Le luci permettono di vedere acqua scorrere e diventare impetuosa, quel mare amico-nemico che è il senso della vita di Santiago, ma anche il suo cruccio e la sua morte dentro. La storia è nota: Santiago da tempo non pesca più nessun pesce e viene guardato come un povero vecchio ormai inutile. Il mare, la vita, gli hanno girato le spalle perché ormai alla fine dei suoi giorni. Soltanto un ragazzino può stargli vicino e dimostrargli un po’ d’affetto. Santiago non sarebbe nulla senza di lui, ma anche senza la voce narrante che gli rende giustizia, gli dà carattere e forza. Santospago è Hemingway, di cui fuma il sigaro e veste il cappello, ed è ciascuno degli spettatori che indaga il perché di una vita così, di una lotta con il pesce e con gli squali, quelli che giorno per giorno cercano di portarti via quello che hai. L’allegoria del vivere comune la cerca chiunque in ogni momento dello spettacolo, ma il lavoro è denso, mai senza appigli per tenere l’attenzione, mai retorico, mai buonista, mai fuori dagli schemi tracciati da uno dei più amati narratori del Novecento. Il tutto sottolineato dalle musiche originali di Marco Podda (suono Edoardo Chiaf, costumi di Silvia Aymonino, video di Paride Donatelli), mentre un po’ di magia si impossessa degli astanti quando il pesce che si pensa solo coda e pinna, diventa lisca davvero, ancorata alla povera barca del protagonista come lo stesso Santiago è aggrappato alla sua vita di pescatore, senza la quale non sarebbe null’altro che un’ombra, un relitto umano. Pescato il più grosso pesce della sua vita, pensa a quanto dovrà veleggiare per tornare a casa, quanto ha remato fin lì, molto fuori dai suoi soliti schemi, dalle solite rive. Pensa a quanti soldi potrà ricavare dalla vendita del pesce, che è stato costretto a inseguire e a uccidere, anch’esso così disperatamente attaccato alla vita. In fondo, però, i soldi che potrebbero permettergli un vestito nuovo e del cibo tutti i giorni, sono solo un pretesto di sogno e il senso del tutto è la fatica, l’ingiustizia, la lotta per dimostrare chi si è e cosa si vale.

Un lavoro riuscitissimo, con un Hemingway ancora vitale, pur se dal tavolato di un palcoscenico.

(foto fornite dal CTB)

Alessia Biasiolo

Il coraggio di dire no. Perlasca a Brescia il 6 febbraio

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(foto di Alberto Scandolara)

Uno spettacolo come pochi. Ricordare, tramandare, le solite parole che sembrano vuote di senso, soprattutto quando la frase stantia “Ricordare per non commettere gli stessi errori” si scontra con la dura realtà degli attuali atti di violenza, spesso simili, in modo raccapricciante, a quelli raccontati in un testo indimenticabile. In scena solo un uomo. Già questo sottolinea come basti solo una persona per cambiare la vita di molte altre: la differenza, in questo caso, tra la vita e la morte nella storia di Giorgio Perlasca. Raccontata in modo assolutamente partecipe e affettuoso da Alessandro Albertin, autore di questo testo bellissimo e interprete del monologo capace di tacitare, assolutamente silenzio assoluto, intere scolaresche. Otto le repliche previste a Brescia, alle 10.30 e alle 15.00 scolastiche e stasera per “il pubblico adulto pagante” (fuori abbonamento) come lo chiama Albertin. La replica di stasera è esaurita, pertanto, in accordo con il CTB, ci sarà la possibilità di partecipare ancora a delle repliche il prossimo 6 febbraio, sia per le scuole che serale (così abbiamo saputo dall’attore). Il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri, di Brescia è perfetto per la rappresentazione, scelta per commemorare la Giornata della Memoria, promossa a Brescia, oltre che dal CTB, dal Comune di Brescia, dall’Associazione Familiari Caduti Strage di Piazza Loggia e dalla Provincia di Brescia, nell’ambito di un nutrito programma di iniziative. Trovo, tuttavia, senza nulla togliere a tutti i doverosi altri strumenti per raggiungere ogni sensibilità, ogni modo di ricordare e di pensare, che questo “Il coraggio di dire no”, proprio per come è stato strutturato e realizzato, colpisca corde profonde in modo massiccio e totale. Comunque, ora parliamo di teatro e di questo lavoro a cura di Michela Ottolini, che ha il patrocinio della Fondazione Giorgio Perlasca (gestita dal figlio e dalla nuora di Giorgio), in collaborazione con SPAZIO MIO Overland teatro, produzione Teatro de Gli Incamminati-Teatro di Roma.

Alessandro Albertin ha pensato di raccontare la storia di Giorgio Perlasca nel dicembre di cinque anni fa, quando ha accompagnato suo padre al cimitero del paese d’origine, Maserà, in provincia di Padova, dove l’uomo era nato nel 1943. Il padre di Albertin è sepolto a pochi metri di distanza da Giorgio Perlasca, nativo di lì, di Maserà, e probabilmente lo conosceva, lui barbiere, nel cui salone si parlava di alcune storie, di un certo uomo che aveva fatto qualcosa in Ungheria, forse aveva salvato della gente.

Giorgio Perlasca, infatti, non aveva raccontato nulla, o quasi, della sua storia assurda quanto terribilmente vera e preziosa e proprio per questo è stato nominato Giusto delle Nazioni e il suo albero è a Gerusalemme, a ricordarlo nel modo forse più consono, più elegante e silenzioso. Modo altrettanto bello per Albertin di ricordare il suo papà, in un legame di intenti e di storia che è profondo e di quella profondità vera che non smette di commuovere l’attore in scena e di convincere, così, centinaia di ragazzi delle scuole, muti a sentirlo e guardarlo, trascinati da parole, toni, luci e sentimenti in una storia che rimane dentro. Già, perché mentre nasceva il papà di Albertin, Perlasca era a Budapest, nel 1942, 1943. Si occupava di comperare bestiame da inviare in Italia per il macello. Conosceva bene e amava la bella città sul Danubio, al tempo filonazista; conosceva bene anche la stazione e i carri bestiame: lui li mandava a sud, qualcun altro li mandava a nord, diretti ai campi di sterminio.

Giorgio Perlasca era fascista: aveva combattuto come volontario durante la guerra civile spagnola, meritando una lettera-salvacondotto di Francisco Franco, da usare in caso di necessità. E così sarà. La sorte e la forza di un uomo si incontrano dopo l’8 settembre 1943: l’Italia dichiara l’armistizio. Perlasca resta senza lavoro perché la sua azienda chiude immediatamente. Gli italiani sono guardati con sospetto, compreso lui che, malgrado fosse fascista, contestava le leggi razziali e quei giochi spaventosi di molti tedeschi, e molti ungheresi delle Croci frecciate, che sparavano agli ebrei anche per strada, tanto erano da eliminare. Senza passaporto, senza lavoro, Perlasca comincia ad avere paura di fare la loro stessa fine e allora va all’ambasciata spagnola e, vantando la lettera del generalissimo, riesce ad ottenere il passaporto spagnolo e l’egida di diplomatico. Vuole fare qualcosa e, in quel momento, qualcosa significava difendere e salvare gli ebrei che chiedevano aiuto, soprattutto se ebrei spagnoli, ma anche solo perché sembrava che l’ambasciata spagnola si occupasse di loro. Inizia allora la lotta contro il tempo, contro gli ideali antiebraici, contro l’idea della razza ariana, contro la violenza gratuita, contro la propria stessa paura. Inizia la trattativa con le autorità, inizia la disperata e folle catena di giornate contro il massacro, l’invio nelle camere a gas, le uccisioni sulle rive del Danubio. Albertin in scena interpreta vari toni, vari accenti, vari personaggi. La sua bravura è sostenuta da questo testo e dalla storia che vive come se Perlasca, adesso Jorge Perlasca, fosse lui. Jorge riuscirà a salvare migliaia di vite, una delle quali Lili, bambina, che riuscirà a fare scendere dal treno diretto ad Auschwitz e che rincontrerà nel 1957, ragazza felice diretta in Canada a cercare fortuna. Saranno però due ungheresi sulla sessantina, nel 1988, a trovarlo a Maserà e a scoperchiare la verità. La coppia lo stava cercando da tempo e portava ancora in borsa il foglio di tutela che aveva salvato la vita. La firma quella di Perlasca che si era addirittura spacciato per il console di Spagna quando il vero era dovuto rientrare nel proprio Paese. Da quel momento, la storia di Giorgio si saprà e meriterà l’attenzione internazionale.

Un po’ meno quella italiana. Giorgio Perlasca era un personaggio scomodo, che non aveva rinnegato la sua appartenenza fascista, che aveva dichiarato di avere fatto tutto quanto come uomo e non come cristiano cattolico, che non era proprio così simpatico alla sinistra. Sta di fatto che di tanta gente non se ne sa più niente, con i propri dinieghi, la propria spocchia giudicante, mentre Perlasca è una luce fulgida in grado di dirci che sì, si può dire la verità, si può dire no, anche quando è difficile e scomodo e tutti dicono il contrario. Rimanere se stessi, o imparare ad esserlo, è l’insegnamento più grande che resta dal lavoro di Albertin, oltre all’insegnamento su quell’uomo straordinario della provincia di Padova. La possibilità di riconoscere le situazioni e di opporvisi se necessario. Perlasca era fascista, ma non aveva accettato le leggi razziali, pertanto la sua storia insegna che si può abbracciare un’idea ma non per questo in toto, se quello che professa è contrario alla propria etica. Insegnare a ricordare, a capire, è difficile per quanto necessario e sempre “di moda”, dal momento che ci troviamo davanti anche oggi a delle necessità e impellenze a tratti simili a quelle narrate: salvare la vita di fronte a gente che pensa qualcuno non ne abbia diritto. Pertanto, se qualcuno pensa alla Giornata della Memoria come ad un momento per lavarsi la coscienza, legga, grazie ad Albertin-Perlasca, che è il giorno di partenza per riflettere e approfondire le proprie nozioni e convinzioni in difesa della libertà e della giustizia.

 

Alessia Biasiolo