Donazione targata P.S. ai reparti di Pediatria dell’Ospedale Civile di Brescia

Nel pomeriggio dello scorso 14 febbraio, accompagnata dalla dottoressa Patrizia Bevilacqua, della Direzione Sanitaria, e dal dottor Alberto Arrighini, responsabile del Pronto Soccorso pediatrico degli Spedali Civili di Brescia, una delegazione dei frequentatori del IX Corso Vice Ispettori della Polizia di Stato ha fatto visita ai bambini ospiti dei reparti di Pediatria, al fine di regalare loro un momento di gioia con la consegna di un piccolo dono rappresentante la Polizia di Stato.

I Vice Ispettori, con la partecipazione dell’A.N.P.S. di Brescia, hanno raccolto su base volontaria fondi per 1.925 euro, allo scopo di acquistare e donare ai reparti tre aspiratori pediatrici da barella salvavita e divisori a tendina, da impiegare all’interno delle camere di degenza pediatrica.

La Direttrice, alla consegna dei doni, era particolarmente commossa, sottolineando in particolar modo l’importanza delle apparecchiature salvavita donate, soprattutto in questi momenti di economia e necessità.

Immediatamente dopo la consegna dei respiratori e dei fondi raccolti, la visita degli Ispettori è proseguita nei vari reparti tra i bambini ospiti, per regalare momenti di divertimento, anche con la presenza di una poliziotta che per l’occasione era vestita da clown.

Il momento è stato particolarmente toccante e ricco di emozioni anche per gli “Uomini in divisa”, nel regalare un sorriso ai bambini con la consegna dei giochi.

A.N.P.S.

(ph. Fotolive Fabrizio Cattina)

 

Quaresima di chiese. Santa Maria del Carmine a Brescia

Gli affreschi della chiesa di Santa Maria del Carmine di Brescia creano una prospettiva dell’anima affascinante. Nella luce soffusa delle tre navate che costituiscono l’interno della costruzione, si percepiscono creazioni degne di quel cielo che si vuole popolato di persone, santi, artisti del tempo mai passato. La navata centrale presenta una volta decorata con finta architettura prospettica di fine Cinquecento, con la gloria celeste e la Santa Trinità tra schiere di angeli e santi, mentre Sant’Alberto viene assunto in cielo. Nel medaglione sopra l’entrata è la Vergine a vestire l’abito carmelitano, come il santo.

I carmelitani erano arrivati a Brescia per volere del vescovo Balduino Lambertini della Cecca di Bologna che li aveva conosciuti in Oriente. Lo scopo del vescovo era assicurare che un quartiere trascurato della città avesse il giusto pastore, soprattutto tra le schiere di artigiani che erano andati via via popolando gli spazi accanto alle mura, pochi dei quali avevano fatto fortuna tanto da abitare una casa in muratura e non di legno e paglia.

Siamo nel 1346 e comincia a sorgere il complesso del monastero, incontrando sin da subito il favore della popolazione e del Comune. Infatti, arrivarono i finanziamenti per bei lavori d’affresco attorno al chiostro, forse dovuti alla misericordiosa opera di assistenza che i carmelitani assicurarono ai malati di peste che, nel 1348, colpì anche la città di Brescia, divenendo tristemente famosa. Nel secolo successivo i frati ottennero la gestione del lazzaretto di San Bartolomeo. Intorno alla metà del Quattrocento, per un certo distacco dalla regola dell’Ordine, il vescovo di Brescia sostituì i carmelitani con la Congregazione di Mantova che tendeva a riportare l’Ordine alle origini della nascita e che rimasero in città fino alla soppressione napoleonica del 1797.

La chiesa venne costruita addossata al muro del monastero, con la posa della prima pietra il 5 maggio 1429, abbastanza capace perché di un ordine mendicante, e adatta ad ospitare le riunioni dell’Ordine carmelitano, la popolazione in aumento e le tombe delle famiglie nobili che volevano restare da quella parte della città. La costruzione durò a lungo, con alcune variazioni rispetto al progetto originario, e diventa la seconda più grande di Brescia, dopo la chiesa dei santi patroni Faustino e Giovita.

La Corporazione degli Orefici scelse la chiesa del Carmine come la sede della propria cappella, essendo degli artigiani tra quelli che popolavano il quartiere: fecero costruire ed affrescare la Cappella di Sant’Eligio. Della costruzione originaria con volta a crocera ad arco acuto, tra altre, rimane la Cappella Averoldi, così chiamata dalla tomba di Giovanni Pietro Averoldi murata sulla parete di sinistra, e affrescata da Vincenzo Foppa. A lui viene ascritto il bel crocefisso che funge da pala d’altare, così come i quattro evangelisti della volta. Notevoli sono anche l’opera di Monti della Cappella attigua, detta dei Santi Innocenti, che raffigura l’adorazione dei Magi e dei pastori, mentre di Pietro Marone è la pala d’altare rappresentante la Strage degli Innocenti.

Abbiamo già scritto di Sant’Alberto, carmelitano, che doveva essere raffigurato in ogni chiesa dell’Ordine dal ‘500 e al quale è stata dedicata un’altra Cappella, così come troviamo nella bellissima chiesa anche l’altare di Santa Maria Maddalena de Pazzi, anch’ella dell’Ordine carmelitano, vissuta a Firenze nel Quattrocento, raffigurata in un lavoro di Rossimi dell’Ottocento che sostituì una tela del Guercino.

Nella chiesa troviamo un trionfo di marmi di vari colori, sapientemente lavorati, così come il portale ligneo che è stato portato all’interno per evitare ulteriori danneggiamenti atmosferici e furti delle pregevoli formelle di legno intagliato che lo compongono, essendo stato sostituito da un portale di legno di fattura più semplice.

Alla fine del ‘400, arrivò in città, grazie a padre Martinoni, l’icona greco-bizantina su tavola della Madonna delle Brine, posizionata nel mezzo di un eccezionale apparato marmoreo dove è devotamente venerata.

Altra ancona marmorea splendida accoglie l’opera di Palma il Giovane dedicata a San Michele Arcangelo che scaccia gli Angeli ribelli dal Paradiso, con accanto due statue dei patroni Faustino e Giovita. Senza dimenticare il coro, l’organo, le altre meravigliose opere che rendono la chiesa un vero gioiello, una citazione particolare va per il compianto sul Cristo morto ligneo, una Pietà composta da dieci statue accolte in una Cappella a lato dell’altare maggiore. Di scuola lombarda, attribuite a Guido Mazzoni, sono databili agli inizi del ‘500.

Non manca la statua della Beata Vergine del Monte Carmelo, lignea settecentesca, con lo scapolare, e un’altra più recente.

La cura della chiesa è anche merito dell’Associazione Amici Chiesa del Carmine, Onlus.

 

Alessia Biasiolo

Corso sui distillati a Brescia

Inizierà a Brescia la settimana prossima un corso per conoscere il mondo dei distillati un po’ più da vicino. Organizzato dall’Associazione Degustatori Italiani grappa e Distillati, Delegazione di Brescia, il corso permetterà di conoscere le basi della distillazione e le caratteristiche di prodotti distillati come la grappa, il cognac, il rum, il whisky, il gin, la vodka, eccetera. Ogni lezione è accompagnata dalla degustazione dei prodotti, in modo da iniziare i corsisti alla tecnica degustativa e all’apprezzamento del distillato non solo dal punto di vista edonico, ma per educare l’edonico al meglio.

Per informazioni ulteriori, contattare l’Associazione organizzatrice scrivendo a: adidbrescia@virgilio.it oppure telefonando allo 0302305000.

Il CTB mette in scena il dramma armeno

 

 

 

 (tutte le foto sono di Umberto Favretto)

Tra le nuove produzioni del CTB di Brescia, la bella commedia “Una bestia sulla luna”, in co-produzione con Fondazione Teatro Due di Parma. In scena fino al prossimo 11 dicembre al Teatro Santa Chiara “Mina Mezzadri” di Brescia, dove lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale lo scorso 21 novembre, “Una bestia sulla luna” tratta il dramma armeno prima e dopo la prima guerra mondiale, quando il governo turco, ancora oggi restio ad ammetterlo, ha ordinato a centinaia di persone di lasciare la propria casa e la propria terra per andare lontano, trovando la morte sia per stenti e fatica, sia per uccisione da parte delle forze armate e di polizia turche. Molto è stato fatto e ancora si sta mettendo in atto affinché quella tragedia, ispirazione nazista per l’eliminazione successiva del “problema ebraico”, non rimanga soltanto una testimonianza considerata di parte o addirittura fittizia. Andrea Chiodi, regista del lavoro su testo di Richard Kalinoski, con una leggerezza che unica porta alla vera riflessione, è riuscito nell’intento di alzare il velo su persone dimenticate. Di origini turche e di tradizione ebraica, Chiodi ha vissuto profondamente il testo teatrale e lo ha fatto suo come solo si può con una vera partecipazione umana, oltre che professionale. I protagonisti sono Elisabetta Pozzi nel ruolo di Seta e Fulvio Pepe nel ruolo di Aram Tomasian.

 

Siamo nel 1921, negli Stati Uniti, a Milwaukee precisamente. Aram ha appena visto la sua sposa. È Seta, ragazzina quindicenne conosciuta in fotografia e sposata tre mesi prima per procura. Fuggito dal genocidio armeno, ora vuole sposare una persona del suo popolo, come lui scampata miracolosamente alla morte. Vissuta in orfanotrofio, Seta è grata per essere stata salvata dalla morte e dalle pulci, dalla fame e dal terrore di vedere ancora il carceriere al quale sua sorella si era concessa per salvarla dalla violenza. L’incontro tra i due è buffo, tra una bambola di pezza, unico ricordo della madre, e un quadro di famiglia dove, però, i personaggi ritratti sono senza testa. L’uomo, per introdurre la ragazza nel suo nuovo ruolo di moglie, le legge la Bibbia, con solennità e convinzione, mentre la ragazzina si chiede perché, dato che lei capisce benissimo la situazione e lei la Bibbia la sapeva leggere anche da sola, come faceva al nonno per conciliargli il sonno. Quindi la situazione è tragicomica, con la giovane che si nasconde sotto il tavolo e vuole scappare e Aram che non si capacita di avere un impiastro simile tra i piedi, proprio lui che aveva speso un sacco di soldi in mazzette per permetterle di arrivare in America.

Aram vuole rifarsi una vita ma, evidentemente, la vita non ne vuole sapere di rendergli le cose facili solo perché lui è un sopravvissuto, un armeno ingiustamente perseguitato e che ora cerca di essere americano, quindi nuovo, scevro di quei problemi lasciati un Europa. Quindi, nel racconto di una tragedia che si dipana sotto gli occhi degli spettatori con la leggerezza della situazione spesso comica, ecco che la verità emerge con la sua drammatica pesantezza, con la sua drammatica e lucida voglia di continuare ad esistere, ma senza rinunciare al ricordo. Alla bambola di pezza, sempre di pezza e sempre sdrucita anche se con i vestitini nuovi; al quadro di famiglia, anche se ogni tanto è meglio coprirlo e non farlo vedere nella sua sconvolgente e allo stesso tempo ridicola mutilazione, tanto simile a quella delle persone vere. Il racconto è in prima persona da parte di Vincenzo, Vincent (Alberto Mancioppi), nel 1995. La coppia, infatti, non poteva avere figli, così un giorno Seta accoglie in casa un giovane italiano povero e nelle stesse condizioni in cui si era trovata lei. Aram è fotografo di professione, vivono in una bella casa dignitosamente e, quindi, è normale volere aiutare l’orfanello (il bravissimo attore Luigi Bignone), sbandato da quando la madre è ricoverata in un ospedale psichiatrico. Il dramma si ripropone, dunque, sotto altra forma e in altri anni, tanto come ora, oggi, quando non tutti vedono nello stesso modo il dramma di un tempo sulla faccia di persone nuove. Il ricordo dell’Armenia e delle tradizioni di un popolo, di un popolo che non c’era più, viene quindi raccontato su vari piani narrativi di passato e presente, di vita e di memoria, di oggi e di ieri, di necessità di vivere e di continuare a farlo, malgrado tutto. Le nuove opportunità della vita non possono lasciare il passo alla melanconia, alla disperazione, e la testardaggine che dimostra Aram è la sofferenza fatta riscatto, prepotentemente, sempre, anche quando il cuore è a pezzi.

Ne risulta un lavoro interessante, coinvolgente e bello, come solo la bellezza della verità di cui ci si fa carico può essere.

In scena a Brescia fino all’11 dicembre, da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

Il poeta della Beat Generation si svela a Brescia

“A Life: Lawrence Ferlinghetti. Beat Generation, ribellione, poesia”, la mostra che si terrà a Brescia, presso il Museo di Santa Giulia, dal 7 ottobre 2017 al 14 gennaio 2018, mette in luce l’importanza della figura di Lawrence Ferlinghetti, poeta, pittore, editore e agitatore culturale americano di origini bresciane, nel panorama letterario degli anni Cinquanta e Sessanta, ed in particolare all’interno del movimento della Beat Generation.

“Ferlinghetti”, afferma il direttore di Brescia Musei Luigi Di Corato, “oltre ad essere autore di una delle raccolte di poesia più vendute al mondo “A Coney Island of the Mind” (1958), ha avuto un ruolo determinante nella diffusione dell’opera degli scrittori della Beat Generation, tramite la libreria e casa editrice City Lights Bookstore, da lui fondata nel 1953 assieme a Peter D. Martin. Ripercorrere la carriera di Ferlinghetti, come fa questa mostra bresciana, dà modo di rendere omaggio all’intero movimento letterario, aprendo lo sguardo non solo sull’opera dei singoli autori, ma più in generale sul fenomeno Beat, che da New York a San Francisco, dalla costa est alla costa ovest, ha animato il panorama culturale underground americano degli anni Cinquanta e Sessanta”.

Il percorso espositivo vuole inoltre raccontare come questa corrente letteraria abbia avuto un particolare seguito in Italia grazie alla traduttrice e critica letteraria Fernanda Pivano, che per prima ha tradotto e fatto pubblicare l’opera di autori come Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Charles Bukowski e lo stesso Ferlinghetti di cui è stata sostenitrice e amica. La visita in Italia di alcuni di questi autori (ad esempio Kerouac partecipa a diverse conferenze e rilascia un’intervista alla RAI nel 1966 e Ginsberg prende parte al Festival dei due Mondi di Spoleto nel 1967) contribuisce inoltre al fatto che il movimento Beat diventi nel paese un fenomeno culturale, musicale e di costume. La mostra diventa quindi l’occasione per ripercorrere la storia di quegli anni e ricrearne l’atmosfera attraverso materiali a stampa, fotografie e registrazioni video. Molti dei libri e documenti in mostra, oltre a una serie di fotografie scattate ai Beat da Ettore Sottsass, provengono proprio dallo sterminato archivio di Fernanda Pivano, oggi curato dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche e dalla Fondazione Corriere della Sera. Oltre ai bellissimi scatti di Sottsass, alcuni dei quali inediti, sono presentate in mostra fotografie di Robert Capa, Aldo Durazzi, Larry Keenan, Allen Ginsberg, Christopher Felver e Fred Lyon. In mostra viene documentata anche la carriera artistica di Ferlinghetti che inizia a disegnare e dipingere nell’immediato dopoguerra mentre si trova a Parigi, per conseguire un dottorato alla Sorbona. Qui frequenta nel tempo libero gli atelieres livres per esercitasi nel disegno dal vero, così scoprendo la propria vocazione per le arti figurative. In Santa Giulia viene esposto il prezioso olio su tela Deux del 1950, prima opera dipinta da Ferlinghetti, oltre a un’ampia selezione di disegni realizzati tra gli anni Cinquanta e Duemila, mai esposti in Italia prima d’ora. Tele di grandi dimensioni, provenienti direttamente dalla collezione dell’artista, vanno ad arricchire le sezioni della mostra, testimoniando come Ferlinghetti sia stato sempre ispirato dalle proprie esperienze di vita, dagli avventurosi viaggi in giro per il globo alla costante ricerca delle proprie origini. Le ultime sale della mostra in Santa Giulia vengono riservate al rapporto di Ferlinghetti con l’Italia. Il poeta scopre di avere origini italiane solo a vent’anni quando richiede il proprio certificato di nascita per arruolarsi volontario nella Marina degli Stati Uniti, scelta che determinerà poi la sua partecipazione allo Sbarco in Normandia. In quell’occasione Ferlinghetti realizza che il padre Carlo Leopoldo, morto prima della sua nascita, aveva anglicizzato il proprio cognome in Ferling. Solo nel 1955 il poeta deciderà di prendere ufficialmente il proprio cognome italiano e di firmare con quello tutta la sua opera letteraria e artistica. Da questo momento in poi Ferlinghetti intraprenderà una lunga e tortuosa ricerca per risalire alla città di nascita del padre, Brescia, riuscendo ad individuare nel 2005 la casa da dove era partito per emigrare giovanissimo negli Stati Uniti. S. E.

I Musei delle Armi di Brescia e Gardone Valtrompia

Pistola presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

Per trovare le armi adoperate nei duelli e nella propria difesa personale da Margherida de’ Tolomei, come letto nel libro “L’amante alchimista” di cui abbiamo scritto, ci si può recare in provincia di Brescia a visitare due dei musei più interessanti sulle armi, uno dei quali costituisce la collezione europea privata più importante, il Museo delle Armi “Luigi Marzoli”, sito nel Castello di Brescia.

Lì troviamo, infatti, una daga cinquecentesca del tipo descritto nel libro di Isabella della Spina, accanto a bellissime armature di fanti e di cavalieri, oltre che a numerose alabarde, sempre del Cinquecento. Non mancano armi di anni precedenti, così come di successive, dove fanno bella mostra di sé le armi da fuoco, di varia epoca.

Revolver presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La progressione dello sviluppo delle armi da fuoco la si può vedere, e imparare, nel Museo delle Armi e della Tradizione armiera di Gardone Valtrompia, patria della famosa Beretta armi.

Sin dall’antichità, però, il luogo, ricco di minerali nei dintorni e di acqua, è famoso per la lavorazione del ferro e, quindi, per la produzione di armi bianche e, poi, da fuoco appunto.

Nelle prime sale del Museo si possono seguire le fasi dell’evoluzione storica delle armi, soprattutto quelle da fuoco del ‘500. Si tratta di armi da caccia, da difesa e militari, di cui è spiegato in pannelli didattici molto interessanti il funzionamento. In un secondo livello, invece, è possibile vedere come si passa dalla fusione del ferro al maglio e alla lavorazione delle canne dei fucili, oltre allo sviluppo della lavorazione dei calci per arrivare all’arma confezionata e utilizzabile. In questo settore è possibile vedere anche alcune riproduzioni di armi utilizzate nei film, fiore all’occhiello dell’attuale produzione armiera, spesso manuale, della Valtrompia. Sono alcune le ditte specializzate nel produrre armi per film di Clint Eastwood, i mitici Far West, ma anche armi per i film “I pirati dei caraibi”, Colt di sceriffi e armi bianche. Interessante anche un raro fucile Balilla per bambino, del 1934, con baionetta innestata.

Revolver cinematografici Uberti presso il Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

La parte più tecnica del percorso riguarda lo sviluppo del metodo di sparo del proiettile che passò dall’utilizzo della miccia all’uso della piastra con sviluppo del cane, fino all’uso del fulminato di mercurio e dello sviluppo del sistema di accensione a luminello. Tutti questi sistemi erano volti a ridurre il rischio che la polvere da sparo prendesse fuoco in momenti non utili al possessore dell’arma, che la miccia si spegnesse o che il processo di caricamento dell’arma fosse troppo lento per essere efficace. Quindi l’accensione a luminello andò a sostituire la già moderna pietra focaia che, invece di aspettare di dar fuoco ad una miccia, attraverso un sistema di sfregamento della pietra portava le necessarie scintille per accendere la polvere che avrebbe espulso il proiettile. Nel Museo si possono vedere alcune armi “ridotte”, cioè in cui il sistema a pietra focaia è stato sostituito da quello a luminello per evitare la spesa, soprattutto per gli eserciti, di cambiare tutta la dotazione.

Riproduzione di un maglio, Museo delle Armi di Gardone Valtrompia

A Gardone Valtrompia è presente anche un fucile alla garibaldina. Per armare i garibaldini vennero istituiti due fondi nel 1860, uno denominato “Fondo per un milione di fucili” e l’altro “Comitato centrale di soccorso a Garibaldi”. Il Fondo permise l’acquisto di fucili francesi e prussiani trasformati a luminello, e fucili inglesi Enfield modello 1853. Le armi del Fondo non raggiunsero subito le truppe garibaldine partite per la Sicilia, ma rimasero nel deposito di Milano fino a che non fosse stato firmato l’ordine di Cavour. Così, furono basilari i fondi americani per le armi all’eroe dei due Mondi, il “New York Garibaldi Found Commitee” e “Italian National Commitee”. I soldati di Garibaldi quindi erano equipaggiati con le armi più disparate, comprese le armi Colt di cui 291 rivoltelle, 59 carabine a rotazione e 23.500 fucili trasformati con brevetto Colt. Alcune di quelle armi furono acquistate direttamente negli Stati Uniti e altre vennero donate dallo stesso Colt per la causa di Garibaldi. Per la prima volta le armi Colt vennero usate nella battaglia di Milazzo, ma vennero subito considerate pericolose e quindi abbandonate. Nel Museo è ben spiegato perché.

Due Musei da visitare e che presentano interessanti attività didattiche per capire lo storico, fondamentale lavoro del maglio che nella Valle, per La Via del Ferro, fa bella mostra di sé.

 

Alessia Biasiolo

 

“Le relazioni pericolose” al Santa Chiara di Brescia

Sarà possibile approfondire “Le relazioni pericolose” al Teatro Santa Chiara di Brescia fino al prossimo 14 maggio. Affascinano ancora gli intrallazzi amorosi, perfidi e a tratti sadici della marchesa di Merteuil e del visconte di Valmont, come raccontate nel romanzo di Choderlos de Laclos e messe in scena da Elena Bucci e Marco Sgrosso, con Gaetano Colella, per la produzione del CTB Teatro Stabile di Brescia con la collaborazione artistica de Le Belle Bandiere. Ne risulta un altro lavoro bellissimo dello stabile bresciano, in cui emergono i tre interpreti, tra cui Elena Bucci nel doppio ruolo della Marchesa di Merteuil e della Presidentessa di Tourvel, e Gaetano Colella perfetto nell’interpretazione di Pierre Ambroise Choderlos de Laclos che dà voce a Cécile de Volanges, al Cavaliere Danceny, a M.me de Volanges e a M.me de Rosemonde. Sgrosso conferma la sua verve e il suo charme, impersonando il visconte combattuto accanto a donne caste e pure o a vere megere, innamorato dell’impossibile, ma anche del gioco della seduzione, del possesso, novello Casanova succube dell’altrettanto e forse ben più stratega Marchesa. Il risultato è intenso, divertente, coinvolgente e destinato a premi. Bellissime le scene e l’allestimento (collaborazione alle scene Carluccio Rossi; assistenza all’allestimento Nicoletta Fabbri, Sara Biasin; sarta Marta Benini di abiti davvero molto belli e perfettamente calzanti non solo per i tempi, ma soprattutto per i personaggi; consulenza ai costumi Ursula Patzak; parrucche Denia Donati; luci Loredana Oddone; drammaturgia del suono Raffaele Bassetti, con musiche che rendevano il clima generale sul palcoscenico ancora più accattivante).

Le relazioni pericolose, conto aperto tra la marchesa di Merteuil e il visconte di Valmont ovvero lettere raccolte tra un gruppo di persone e pubblicate a scopo d’istruirne alcune altre”, titolo completo del romanzo di Choderlos de Laclos, diventano un progetto drammaturgico di Bucci e Sgrosso che ancora conquista il pubblico, non tanto solo per gli intrighi, da sempre capaci di far vendere libri, giornali e quant’altro, ma grazie alla bravura dei tre attori in scena. Un’ora e quaranta di intensi battibecchi amorosi, con tradimenti e colpi di scena, ricatti e duello finale. Per educare il pubblico su costumi di allora, siamo nella seconda metà del Settecento, che assomigliano ad alcuni di oggi.

Uno spaccato dell’aristocrazia francese a pochi anni dalla rivoluzione, a voler sottolineare i molti vizi e le poche virtù che verranno apparentemente spazzate via da un vento nuovo, per lo meno capace di innovare quella classe dirigente che era spesso impegnata ad architettare passatempi propri, più che ad occuparsi del bene comune.

Eppure, sembra quasi che il racconto calzante di Choderlos de Laclos stia ritraendo anche il futuro di quegli anni ben presto bui, infarciti di terrore e di novità talvolta già viste, e poi dirompenti per tutta Europa, a cambiare tutto per lasciare tutto uguale. Un passaggio delle battute tra la marchesa di Merteuil e Pierre Ambroise Choderlos de Laclos, infatti, sembra richiamare le parole lette ne “Il Gattopardo”: anche nel capolavoro italiano si discute di dover cambiare tutto per lasciare tutto uguale.

Da vedere.

 

Alessia Biasiolo