Un tempo per ogni cosa

È vero che c’è un tempo per ogni cosa? Oppure dobbiamo trovarcelo, quel tempo per noi e per le nostre riflessioni? Le parole che non troviamo per i nostri pensieri sono scritte in questo prezioso manuale scritto da Magliano che, a partire da frasi celebri, riflette sul presente, sull’uomo e sul suo significato nella storia universale. Al 26 ottobre troviamo: “I libri servono a capire e a capirsi, e a creare un universo comune anche in persone lontanissime”, come scrisse Susanna Tamaro, e Magliano ne approfitta per ricordare anche Francesco Petrarca, per il quale i libri cantavano e parlavano. Pochi giorni dopo, gli fa eco Pablo Neruda con “Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”, mentre l’argomento ecologico che sembra così solo attuale, viene ricordato da Willa Silbert Cather che afferma di amare gli alberi perché sembrano più rassegnati di ogni altro essere o cosa al mondo al posto e al modo in cui devono vivere. E se questo può sembrare “un senso generale di perdita”, secondo Linus Mundy, con Erry Hillesum è facile affermare: “Mai rassegnarsi, mai scappare. meglio affrontare tutto, e soffrire”, al 3 novembre. Ogni giorno si possono leggere massime come quelle citate, sulle quali trovarsi e riflettere, pensare che anche ad altri sono venuti in mente gli stessi ricordi, ma anche le stesse immagini, con la possibilità di sperare e di rigenerarsi anche quando ci si sente più una pianta decidua in autunno che un virgulto primaverile di maggio. Soffrire è anche lo stare fermi a leggere qualcosa di più spesso che un messaggio di saluti sui moderni mezzi di comunicazione, per dare maggiore spessore alla nostra anima, dare alimento al pensiero che sempre più si vuole assottigliare per strumentalizzarlo più facilmente. Le letture sono brevi e giorno per giorno ci possono dare elementi per conoscerci meglio, capire che possiamo pensare e avere un parere, oltre che sapere leggere, dato che risultiamo sempre più in fondo alle classifiche culturali anche di base.

E spesso si tramutano i dati generali in sfide e gare alle quali le persone si dicono disinteressate, perché non serve gareggiare in comprensione di testo con inglesi o tedeschi. In realtà la fotografia dei dati è la nostra e non ci rendiamo conto che non siamo quelle bellissime persone migliorate con tecniche digital, ma siamo appassite bucce vuote sempre con più emergenza da riempire, prima che siano avvizzite inutilmente.

Un libro da avere tra le mani o sul comodino sempre, per riempirsi di amore, ricordi, pensieri.

 

Biancarosa Magliano: “C’è un tempo per ogni cosa”, Paoline, Milano, 2018; pagg. 416; euro 15,00

 

Alessia Biasiolo

 

 

“Nell’interno” di Pio Tarantini alla Red Lab Gallery di Milano

PIO TARANTINI Casa rossa, Salento 2008

La casa come specchio della cultura di chi la abita, della sua interiorità, del suo sentire, ma al contempo luogo di intense pulsioni, di incontri amicali e di affetti, del prendersi cura di sé e di chi si ama.

Red Lab Gallery/Miele di via Solari 46 a Milano inaugura la nuova stagione espositiva in uno spazio completamente rinnovato con la mostra dell’autore salentinoPio Tarantini, Nellinterno.

L’esposizione, a cura di Gigliola Foschi, apre il ciclo espositivo “Habitami” e pone l’accento sul concetto dell’abitare, dove l’uomo da sempre si definisce e si racconta.

Pio Tarantini, fotografo pensatore raffinato e sapiente, presenta una decina di opere fra cui alcuni polittici, svelando sin dal titolo il suo personale racconto romanticosul senso del nostro esistere tra le cose, tra l’interno dello spazio abitativo e l’interiorità di chi lo vive e lo anima con la sua presenza.

Intento che si palesa mettendo “in collisione” costante lo spazio e le figure/immagini che vi si muovono fra reale e immaginario: quasi un’espediente,o un incantesimo, da parte dell’autore per ricordare che l’abitare porta con sé costantemente frammenti di memoria, fili invisibili che anche nel fluire del tempo mantengono vive esistenze, ricordi, verità.

Gigliola Foschi: “Lontano da una logica puramente descrittiva l’autore trasforma le sue opere in un racconto poetico attraversato da una“rêverie” malinconica e vibrante. La realtà su cui egli posa lo sguardo si anima creando una tensione tra la precisione cristallina degli interni da lui raffigurati e l’emergere e lo svanire di figure femminili rese fluide, inquiete e sfuggenti grazie a un “mosso” che pare dotarle di un’intensità interna e misteriosa”.

Dissolvenze che permettono alle immagini di espandersi tra spazio e tempo, per racconti che sembrano rimanere costantemente in sospensione: una donna quasi evanescente appare fugace davanti a una vecchia casa con il tradizionale intonaco rosso del Salento, mentre altre, conturbanti e sensuali, ma sempre visivamente sfuggenti, ci contemplano davanti ad antiche specchiere che ricordano quelle dei boudoir, sostano davanti a un comò aperto, a un letto di ferro battuto come quelli che si usavano un tempo nelle case per bene del Salento.

“Nel contrasto tra il mutamento e ciò che sembra eterno” – racconta Tarantini –“si trova la sostanza di queste apparizioni. Sembrano durare un secondo e invece rimangono lì, intrappolate per sempre”.

Allusive, frammentarie, dilatate, simili a cenni aperti verso altri possibili racconti interiori, nell’operato di Tarantini le immagini vengono trattate con estrema cura e sensibilità, s’inoltrano in un tempo dilatato, capace di estendersi inquieto dal passato al futuro. Esse ci rivelano come la realtà non sia solo uno scenario nel quale ben apparire, ma sia anche composto di oscurità, di storie profonde e inconoscibili, latenze e fugacità.

I racconti fotografici di Pio Tarantini verranno affiancatidalle suggestive installazioni luminose di Nino Alfieri come la scultura “Light Sphere”dove “Nell’interno” la luce satura dei led si trasforma visivamente in un cosmo.

Durante il vernissage l’artista, che da anni ormai si dedica alla realizzazione di opere fondate sullo studio della riflessione della luce e della fluorescenza,coinvolgerà lo spettatore in una esperienza sensoriale totale denominata “Matrix Forms”,avvalendosi dell’esperienza artistica del fotografo Antonio Delluzio.

Red Lab Gallery/Miele è un laboratorio di sperimentazione, pensato per promuovere innanzitutto la cultura delle immagini ma aperto a contaminazioni e narrazioni di diverso tipo. Un luogo dove vengono individuati nuovi modi di esporre, raccontare, far vivere l’arte visiva, intesa come partecipazione interattiva e bidirezionale.

Tante le mostre, i workshop, i talk che confluiscono in Red Lab Gallery/Miele coinvolgono protagonisti del panorama contemporaneo e diverse realtà culturali.

Pio Tarantini, nato nel 1950 nel Salento, vive e lavora a Milano.Esponente della fotografia contemporanea italiana, inizia ad esporre nei primi anni Ottanta e ad oggi i suoi lavori sono stati presentati in gallerie private e sedi pubbliche in Italia e all’estero. Nel 1985 apre a Milano la galleria La Camera Chiara e comincia a scrivere di fotografia per diverse testate. Dal 1995 al 2017 tieneil corso di Fenomenologia degli Stili presso l’Istituto Europeo di Design di Milano edalla sua esperienza didattica nasce il volume Fotografia. Elementi fondamentali di linguaggio, storia, stile, pubblicato nel 2010da Edizioni Favia (Bari).

Ha partecipato al progetto sui beni architettonici e ambientali Archivio delloSpazio della Provincia di Milano e al progetto di Sociologia Visuale Photometropolis presso la Facoltà di Sociologia dell’Università Milano Bicocca.

È stato un esponente di punta della Galleria Fotografia Italiana Arte Contemporanea di Milano in quanto autore e caporedattore della pubblicazionetrimestralePagine di Fotografia Italiana.

Nel 2014 pubblica Fotografia araba fenice(Edizioni Quinlan, Bologna), una selezione dei suoi articoli e saggi più recenti. Attualmente scrive articoli, tiene conferenze, workshop e seminari su vari aspetti del Linguaggio Fotografico. Dirige la rivista FC-.

Red Lab Gallery/Miele, Via Solari 46, Milano

Dal 29 ottobre al 26 novembre 2019; da lunedì a venerdì 15.00-19.00; sabato 10.00-12.30; 15.00-19.00. Ingresso libero

 

De Angelis (anche per la fotografia)

 

Arman in mostra a Milano

Arman “Sans titre”, 1971 ca, fisarmonica frammentata nel plexiglas cm 120x120x20

La Tornabuoni Arte dedica la mostra d’autunno, dal 5 ottobre al 6 dicembre 2019, nella sua sede milanese ad Arman, uno degli esponenti più noti e apprezzati del Nouveau Réalisme, le cui opere, connotate da una forte valenza ambientale, sono forse più attuali ora di quanto non lo fossero all’epoca della loro creazione. Un’esposizione monografica, che sceglie di seguire tutta la produzione dell’artista, dai primi anni ’50 in poi.
Le opere selezionate puntano a dare un’idea a tutto tondo della poetica di Arman, il quale osservava la realtà dal suo lato industriale e urbano, mettendone in evidenza tutte le contraddizioni possibili.
Punto di partenza sono le Accumulations del 1953 per arrivare agli Strumenti musicali sezionati, in un percorso che si pone in perfetta sintonia con la società contemporanea. Arman credeva fermamente nel principio di accumulazione, e le sue scatole di vetro riempite con immondizia (polvere, fili, scatole di formaggio etc.) riportano i visitatori ai problemi ambientali di tutti i giorni, in primis l’emergenza rifiuti.
Con un intento irriverente e provocatorio, gli accumuli di Arman possono sembrare confusionari, ma a una visione più attenta mostrano di essere un insieme perfettamente controllato, frutto della costruzione dello sguardo. “Nell’accumulo Arman cerca di cogliere l’essenza e dare una misura a quanto lo circonda” evidenzia la storica dell’arte Rachele Ferrario nel testo introduttivo al catalogo.

Arman “Sans titre”, 2002, violini sezionati tubetti di vernice e acrilico su tela nera cm 102×81

In Arman l’idea di accumulazione si fa tanto più controllata quanto più si assiste alla sua crescita artistica. Da insiemi di oggetti di varia natura egli passa, successivamente, ad accatastare oggetti tra loro identici, differenziati solo da un minimo particolare. “I telefoni, i tappi, i tubetti di colore si differenziano uno dall’altro per una variazione, un dettaglio o inclinazione minimi e per questo le suppellettili, amate, e gli elenchi sono condannati a restare eterogenei e mai dati una volta per tutte” continua Rachele Ferrario. E aggiunge: “Pensare di razionalizzare il mondo in una lista ‘di bellezze diverse’ ha qualcosa di folle, ha a che fare con il desiderio di alterazione della materia. Ma è una caratteristica insita nello spirito della società del secolo scorso da cui nasceranno i mass media, con le vetrine che hanno ispirato poeti, filosofi e artisti da de Chirico ai surrealisti, al Neo-Dada e alla Pop”.

La poetica di Arman ha quindi uno sviluppo binario nel tempo. Se da una parte troviamo le Accumulations, dall’altra troviamo esposto in mostra anche l’altro suo cavallo di battaglia: le frammentazioni. Una scelta azzardata, che va a porsi un po’ in contrapposizione con l’idea di accumulo. Sarà lo stesso Arman a dare però una spiegazione in merito, dicendo: “Credo che nel desiderio di accumulare sia insito un bisogno di sicurezza, mentre nel distruggere e tagliare vi sia la volontà di fermare il tempo”.

Un’idea di materialismo e cristallizzazione, quindi, che si sviluppa in binari paralleli all’interno della stessa mostra. Un aspetto non esclude l’altro, e anzi possono essere considerati complementari nella vita di tutti i giorni. Due facce della stessa medaglia, che permettono allo spettatore di aprire gli occhi sulla società contemporanea, in un percorso di riflessione e di presa di coscienza.

Tornabuoni Arte, Via Fatebenefratelli 34/36, Milano – 20121
tel. e fax +39 02.6554841
orari di apertura: lunedì 15.00-19.00; martedì – sabato 10.00-13.00/15.00-19.00. Fino al 6 dicembre 2019

 

Elena Di Stasio

 

Leggere Paul Claudel

La vita di Paul Claudel è un esempio per tutti. All’inizio del nuovo anno scolastico, la storia di una conversione, nella laicissima Francia, segna la via per un itinerario che ci ponga delle domande, molte più e molto più approfondite rispetto a quelle che possono venirci, edulcorate, dal presente.

Domande sul noi e l’io, sull’esistenza, sul percorso di vita al quale dobbiamo dare interezza, completezza, orizzonti ampi e proiettati al futuro, senza fermarci alla notizia flash di cronaca, che ci fa effetto per un istante, e senza crogiolarci solo sull’oggi.

La storia del diplomatico Claudel, drammaturgo, è costellata da nomi altisonanti, come quello della sorella Camille, una delle scultrici più importanti del Novecento, e del suo amato Rodin. La lettura spazia tra Paesi e continenti, tra fatti di storia dalla caduta della monarchia francese alle guerre mondiali. E in mezzo c’è Dio che Paul trova inaspettatamente. Spesso il nostro cammino si fa arduo o semplice, o cambia improvvisamente direzione, per un istante. Eppure questo libro, scritto da Flaminia Morandi, ci conduce per strade diventate un romanzo e lascia la netta sensazione della comprensione profonda. Il cambiamento e il potenziamento delle proprie doti, è un processo nel quale le porte devono essere aperte. Claudel lasciava non solo la porta aperta, ma anche le valigie pronte, per andare nei consolati e nelle ambasciate dove veniva incaricato, interrogandosi sempre e, soprattutto, confrontandosi. Aveva seri padri spirituali, termine inusuale oggi, eppure avere delle guide, e saperle cercare e scegliere, è fondamentale. Possono essere insegnanti o amici, sacerdoti o autori letterari che si leggono costantemente, ma senza curiosità e domande, la vita acquista quella piattezza che genera il senso di confusione attualmente imperante. Guide scelte non perché creano una nuova moda del momento o perché da qualche parte, in TV o sui social, tutti dicono che “spaccano”, ma guide vere, profonde, in cammino.

Camille, sorella adorata, soffre e crea capolavori; finirà purtroppo in una clinica psichiatrica. Paul mette nei suoi scritti i suo tormenti e le sue, di domande, che divengono opere geniali, ancora oggi rappresentate con successo in teatro. Imperante il desiderio di sentirsi vivo, anche gioendo dei ventuno nipoti e dell’esegesi biblica che lo impegnava negli ultimi anni. Ecco: l’impegno. Ciò che contraddistingue l’essere umano e ciò che viene chiesto a tutto tondo sempre più, perché sembra spesso di vivere a sole due dimensioni.

Da leggere.

Flaminia Morandi: “Paul Claudel. Un amore folle per Dio”, Paoline, Milano, 2018; pagg. 288, euro 18,00

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

Mai più schiavi. Abolire la schiavitù in Mauritania

Maria Tatsos racconta la lotta pacifica di Biram Dah Abeid per l’effettiva abolizione della schiavitù nel suo Paese: la Mauritania. Prefazione di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, e Postfazione di Giuseppe Maimone (CoSMICA), profondo conoscitore della situazione storico-politica in Mauritania.

Le donne lavorano quindici-venti ore al giorno e spesso sono violentate dai padroni e dai loro parenti. I bambini sono bollati come schiavi prima ancora che nascano e avviati al lavoro durante l’infanzia. Gli uomini, in cambio della loro attività, ricevono a malapena di che sfamarsi. Non è cronaca dell’Ottocento, ma viva attualità, realtà quotidiana di un Paese, la Mauritania, nel quale, sebbene la schiavitù sia stata ufficialmente abolita nel 1981, un numero difficilmente quantificabile di neri (tra oltre quarantamila e mezzo milione) è vittima di qualche forma di asservimento da parte della popolazione arabo-berbera. Con il tacito consenso delle autorità politiche e religiose.

Per sovvertire questa situazione, Biram Dah Abeid, nero e nipote di una schiava ma nato libero, ha fondato l’Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista (IRA): dal 2008 lotta con metodi non violenti per la difesa dei diritti umani e per una società senza schiavi. Imprigionato più volte, è riuscito a portare la condizione del suo Paese sotto i riflettori degli osservatori internazionali. Nel 2013 è stato insignito del premio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e l’anno successivo è stato candidato al Nobel per la pace. La stampa internazionale lo ha paragonato a Nelson Mandela e a Malcolm X. In realtà, le modalità della sua lotta lo avvicinano di più al Mahatma Gandhi. « Preferisco essere solo Biram », ribatte con un sorriso l’uomo che promuove marce pacifiche e sit-in, mobilita l’opinione pubblica e porta la voce degli schiavi anche fuori dai confini del suo Paese, la Mauritania. È grazie a Biram Dah Abeid e agli attivisti di Iniziativa per la Rinascita del Movimento Abolizionista in Mauritania (IRA Mauritanie), il suo movimento, se donne e uomini haratin hanno oggi il coraggio di spezzare le catene che li tengono in soggezione economica e psicologica dei loro connazionali arabo-berberi. E ciò senza mai reagire con la violenza a nessuna provocazione. È questa una caratteristica fondamentale di IRA Mauritanie e del suo fondatore: la lotta per rivendicare i diritti dei neri ancora soggetti a forme di schiavitù deve essere assolutamente pacifica. Biram crede nella bontà delle proprie idee e nella giustizia della propria battaglia.

La giornalista Maria Tatsos ne racconta ora la storia e l’impegno nel suo nuovo libro Mai più schiavi, una sorta di biografia narrata dalla voce dello stesso Biram. Scrive l’autrice: “A sentirlo parlare – senza mai un’invettiva né una parola d’odio verso la classe dirigente arabo-berbera responsabile di questa situazione – ricorda un altro grande uomo, più piccolo di statura, che seppe piegare un impero con le sue idee: Mohandas Gandhi. È a lui che Biram, uomo libero che avrebbe potuto felicemente godersi il suo status personale di hartani privilegiato, dice di ispirarsi. Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo, suggeriva il Mahatma. Con ostinazione, energia e modestia, Biram sottoscrive, sognando una Mauritania in cui nessun essere umano sia padrone della vita di un altro”.

Nota sull’autrice – Maria Tatsos, di origine greca, è giornalista professionista. Laureata in scienze politiche e diplomata in lingua e cultura giapponese presso l’Isiao di Milano, attualmente lavora come freelance e collabora con il Museo Popoli e Culture del Pontificio Istituto Missioni Estere (Pime). Tiene corsi di scrittura autobiografica, svolge attività di ghostwriting ed è autrice di alcuni libri, che spaziano dai diritti dei consumatori alle religioni asiatiche. Con Paoline ha pubblicato il romanzo storico La ragazza del Mar Nero. La tragedia dei greci del Ponto (20172).

MAI PIÙ SCHIAVI. Biram Dah Abeid e la lotta pacifica per i diritti umani

Maria Tatsos

pp.208 – € 16,00

 

Romano Cappelletto

Alessandra Baldoni. “Atlas”

Alessandra Baldoni – Atlas 12 (particolare), 2017-2019, stampa fine art

Immagini che si relazionano le une alle altre senza soluzione di continuità. Stratificazioni di racconti dove letteratura, sogno e poesia, emozioni e stati d’animo si incontrano e si sfiorano tra loro.

Red Lab Gallery/Miele di via Solari 46 a Milano fino al 29 giugno la mostra di Alessandra Baldoni, Atlas, a cura di Gigliola Foschi.

Alessandra Baldoni, fotografa intima ed eterea, costruisce piccoli racconti da ascoltare ancor prima che da vedere, immersi nel silenzio che li avvolge con incanto.  Fotografie che possono inizialmente sì disorientare, ma che poco alla volta sprofondano l’anima in continue sollecitazioni di fronte alle quali non si può rimanere inerti.

Capace di creare immaginari visivi dal forte connotato favolistico, Alessandra Baldoni presenta a Milano una ricerca che sboccia in dittici o trittici costruiti con attenzione maniacale in ogni particolare, per una lettura d’insieme armonica e avvolgente, ma che nello stesso tempo potrebbero essere scomposti, e ogni scatto, ogni frammento, respirerebbe di vita propria.

Volti, dettagli di opere d’arte, animali impagliati, natura, corpi o parti di essi, paesaggi: questi i soggetti letterari dei “set fotografici” della Baldoni che poco alla volta riempiono le pagine dei suoi racconti sospesi, autoprodotti e senza committenza, con costanti corrispondenze fra uomo e natura.

Gigliola Foschi: “Essenziali ed evocative, le immagini di Alessandra Baldoni s’impongono allo sguardo per la loro forza magica e perturbante. Pervase da una sottile inquietudine, costruiscono una sorta di costellazione dove ogni opera rimanda all’altra, senza trasformarsi in una narrazione precisa e afferrabile”.

La forza magica delle sue immagini, come le carte dei tarocchi, sta nel loro guardarsi costantemente le une con le altre, come se ci fosse un rimbalzo continuo di riferimenti e richiami, un fil rouge che lega un soggetto a un altro, e quest’ultimo a un altro ancora. Un Atlante di narrazioni che celano spazi colmi di ricordi e stati d’animo.

Il punto di partenza della sua ricerca sono i particolari, i punti di interpunzione dei suoi manoscritti, che l’artista unisce con pazienza, senza fretta, per arrivare a raccontare, e in parte raccontarsi.

Aspetto preponderante nelle immagini della fotografa perugina (classe 1976) sono, inoltre, le figure umane caratterizzate da sguardi che rubano la scena: assenti, perturbanti, adolescenziali, curati con estrema perizia tecnica e comunicativa, proiettano chi li osserva in una dimensione di disincanto. Sguardi di soggetti dall’area un po’ sognante, malinconica, nel momento di massimo ripiegamento interiore, ma non per questo privi di speranza, di fronte ai quali non è così difficile identificarsi.

In dialogo con le immagini di Alessandra Baldoni, la vetrina della Red Lab Gallery presenta alcune opere di Florencia Martinez, artista italo-argentina che lavora con fili e stoffa, fino a creare opere germinanti e contorte, capaci di divenire presenze magiche e stregate, che accendono visioni inedite e familiari simili alle filastrocche dell’infanzia. Un albero o una testa si trasformano in figure traboccanti un’energia selvaggia, contenuta e come domata dalla forza dei fili che paiono bloccarne i movimenti e la crescita proliferante.

I racconti fotografici all’interno della Red Lab Gallery vengono ulteriormente esaltati grazie a una innovativa modalità di allestimento, il sistema photoSHOWall: moduli-cornice che possono ospitare foto singole originali in tiratura limitata o scomposizioni inedite.

Durante tutte le inaugurazioni delle mostre del ciclo “Ascoltare la Terra”, lo chef Cristiano Bonolo proporrà ricette pensate per incoraggiare uno stile di vita sano e naturale, nel rispetto del Pianeta.

Giovedì 6 giugno alle ore 18, in occasione di Milano Photoweek, Red Lab Gallery/Miele presenta il talk “Atlas/Mondo, una mostra e un libro”.

Alessandra Baldoni e la scrittrice Silvia Camporesi, autrice di Il mondo è tutto ciò che accade (Danilo Montanari Editore 2018), libro antologia del suo percorso artistico, dialogheranno con la curatrice Gigliola Foschi per raccontare le proprie ricerche fotografiche dove si intrecciano filosofia e letteratura, poesia e memorie.

Alessandra Baldoni, nata nel 1976 a Perugia, vive in un paese vicino al Lago Trasimeno.

Tra le sue mostre più recenti. Anno 2018: “Wunderkammer der Natur”, a cura di Sabrina Raffaghello, Berlino, SR-, Berlino; “Il sangue delle donne” a cura di Manuela De Leonardis (Palazzo Fibbioni, L’Aquila); “Vertigo”, a cura di Roberta Vanali (Centro Fotografico, Cagliari). Anno 2017: “Developing Italian Experimental Photography”, SR-  ContemporaryArtBerlin; “Gioco di Fantasmi”, a cura di Chiara Serri, (CSArt, Reggio Emilia); “Chronos-Le stanze del contemporaneo”, a cura di Angela Madesani (Palazzo Vezzoli, Bergamo).

Nel 2018 i suoi lavori sono entrati nella selezione del premio Arteam Cup, a cura di Espoarte, Fondazione Zoli (Forlì), mentre nel 2017 del “Premio Fabbri”, a cura di Carlo Sala (Fondazione Fr.Fabbri, Pieve di Soligo, TV).

 

ALESSANDRA BALDONI. Atlas. Mostra a cura di Gigliola Foschi. Red Lab Gallery/MieleVia Solari 46, Milano. Ingresso libero, da lunedì a venerdì 15.00-19.00; sabato 10.00-12.30; 15.00-19.00

 

de Angelis

 

Le onde marine di Susanna Montagna al concerto di Antonija Pacek

L’acqua rappresenta genuinità e purezza, ingredienti necessari per esprimere le emozioni: esattamente come l’atmosfera suscitata dalle melodie della compositrice e pianista Antonija Pacek, la pittrice di onde Susanna Montagna esprime nelle sue opere un subconscio che si rispecchia perfettamente nel movimento sussultorio del mare.

Le proiezioni delle sue opere, accostate ai nuovi brani dell’album IL MARE dell’artista musicale neoclassica, già definita in Germania “Einauda” per il suo stile minimalista e introspettivo, saranno, insieme alle poesie ispirate a tali composizioni, scritte e sussurrate fuori campo negli intermezzi musicali dall’attrice Daniela Cavallini, il perfetto connubio artistico “al femminile” che avrà luogo nel concerto-evento in programma venerdì 10 maggio alle ore 19,30 al Teatro Dal Verme di Milano. Nel corso della serata saranno proiettati alcuni dei suoi lavori in movie-motion sul fondale (effetti di Claudio Ammendola), mentre la pianista interpreterà composizioni tratti dal suo recente disco ed altri selezionati dai precedenti lavori “Soul colours” e “Life Stories”. Questa la set list in programma: Strong, The Sea,  Before the Storm, Forgive, Aloft, Floating, We Were Meant to Meet, Ecstasy, Expecting Nina, Late Fall, Waiting, Female Divinity, Viva Life, Magic Forest, Back to Faith e Worth Living For.

Brani romantici, minimalisti, emozionali, adatti all’ascolto di un pubblico emozionale, in un itinerario sonoro che concettualmente, tocca l’eterno conflitto tra il dolore e la felicità, percorrendo i grandi interrogativi della vita, del sogno e dell’introspezione interiore, ora accompagnati da parole in poesia ed immagini fluttuanti di una pittura naturalistica ma allo stesso tempo onirica.

La montagna arriva al mare, come la pittura alla musica: in questo caso l’espressione non potrebbe essere più indicata!

Venerdì 10 maggio 2019 – ore 19,30
Teatro Dal Verme

Via San Giovanni sul Muro 2,  20121 Milano

Elisabetta Castiglioni (anche per la fotografia)