Disney. L’arte di raccontare storie senza tempo

In attesa della fine dell’emergenza sanitaria, diamo notizia di mostre o di eventi culturali che si possono mettere in agenda,

sui quali invitiamo a tenersi informati attraverso i canali ufficiali.

Raccontare storie senza tempo riuscendo a incantare il pubblico è considerata una vera e propria arte, ma dietro l’immediatezza tipica del risultato artistico perfetto si nasconde un lavoro di ricerca creativa che dura anni, generalmente ignoto a chi ascolta queste storie.

“Disney. L’arte di raccontare storie senza tempo”, racconta al pubblico questo processo creativo, grazie a preziose opere originali provenienti dagli Archivi Disney di questi immortali lungometraggi e di altri celebri film dei Walt Disney Animation Studios.

L’esposizione racconta i capolavori di Walt Disney, riconducendo le storie alle antiche matrici di tradizione epica: sono i miti, le leggende medievali e il folklore, le favole e le fiabe che costituiscono da secoli il patrimonio narrativo delle diverse culture del mondo. Da queste tradizioni derivano le storie più famose da cui sono stati tratti i film Disney e vengono presentate in chiave narrativa attraverso l’esposizione dei bozzetti preparatori di ricerca creativa, incentrati sull’esplorazione di personaggi, ambientazioni e trame narrative.

Il grande sforzo innovativo degli artisti di Disney fu infatti – e lo è tutt’oggi – quello di portare queste storie al cinema utilizzando diversi strumenti artistici, dal disegno a mano all’animazione digitale, per captare l’essenza delle favole antiche e rivitalizzarle, attualizzandone il valore universale.

In mostra il visitatore potrà ripercorrere l’elaborazione dell’intero processo creativo dietro le quinte di un racconto Disney e verrà incoraggiato a diventare egli stesso un narratore, percorrendo le sale della mostra non solo come spettatore passivo di contenuti, ma come attore protagonista degli stessi. Attraverso postazioni interattive e un allestimento che evoca gli scenari dei grandi capolavori dell’animazione Disney, sarà lo stesso percorso di visita a fornire i ferri del mestiere di ogni grande storyteller. Sala dopo sala ognuno potrà sperimentare gli elementi strutturali fondamentali per dare vita a qualsiasi narrazione fino a provare l’emozione di immedesimarsi nel lavoro di un artista dell’animazione attraverso le stesse tecniche dei Disney Studios.

Mudec, Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano

Fino al 13.09.2020

Si invitano i lettori ad informarsi sull’apertura della mostra attraverso i canali ufficiali del Mudec.

 

la Redazione

 

 

 

Robot. The human project

In attesa della fine dell’emergenza sanitaria, diamo notizia di mostre, di musei o di eventi culturali che si possono mettere in agenda, sui quali invitiamo a tenersi informati attraverso i canali ufficiali. 

Dai primi congegni meccanici dell’antica Grecia alle nuove frontiere dell’Intelligenza Artificiale, l’uomo è sempre stato attratto dall’idea di creare un proprio simile artificiale. Il percorso espositivo racconta la relazione tra l’essere umano e il suo doppio, svelando al pubblico i risultati finora raggiunti, gli straordinari sviluppi tecnologici e le frontiere della robotica e della bionica contemporanea. Il progetto espositivo, realizzato in collaborazione con i principali istituti di ricerca come l’Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e l’IIT di Genova, intende offrire una chiave di lettura per il futuro, con un approccio immersivo dal respiro tecnico-scientifico, antropologico e artistico che svela come l’interazione tra uomo e macchina sia sempre più reale.

Dopo aver presentato gli antenati dei robot, antichi capolavori della tecnica, l’esposizione dà spazio alla robotica moderna applicata alle neuroscienze, ossia la bionica, per poi soffermarsi sui “Cobot” presenti in mostra, robot che sanno riconoscere e trasmettere emozioni, connotati da una grande utilità e accettabilità sociale.
L’impressionante avanzamento tecnologico in questi campi, le prospettive aperte e tutte le possibili implicazioni portano con sé anche interrogativi etici, sociali e culturali di primaria importanza, su cui è fondamentale una riflessione.

Il Mudec

Il progetto del Museo delle Culture ha origine negli anni 1990 quando il Comune di Milano acquista la zona ex industriale dell’Ansaldo per destinarla ad attività culturali. Le fabbriche dismesse, veri e propri monumenti di archeologia industriale, sono state trasformate in laboratori, studi e nuovi spazi creativi. In questo scenario il Comune di Milano progetta un polo multidisciplinare dedicato alle diverse testimonianze e culture del mondo, sede espositiva delle civiche Raccolte etnografiche.
Il Museo delle Culture, concepito in un contesto socio-economico molto diverso dall’attuale, ha dovuto essere ripensato alla luce di una complessità forse non immaginabile alla fine degli anni Novanta.

La vocazione interculturale che lo ha ispirato trova oggi la sua espressione in un progetto capace di rispondere alla chiamata, negli anni sempre più partecipata, del pubblico culturale in un panorama in continua trasformazione per le istituzioni museali, la loro sostenibilità e la loro identità tra ricerca scientifica, testimonianza storica, interpretazione della contemporaneità e visione sul futuro. Il visitatore del Museo delle Culture potrà visitare grandi mostre internazionali declinate attraverso i diversi linguaggi artistici, conoscere il patrimonio etno-antropologico delle collezioni del Comune di Milano composte da oltre 7000 opere d’arte, oggetti d’uso, tessuti e strumenti musicali provenienti da tutti i continenti, partecipare a una programmazione di eventi e iniziative a cura delle comunità internazionali presenti sul territorio.

L’architettura

Nato da un’operazione di recupero di archeologia industriale nell’area dell’ex fabbrica Ansaldo, in zona Tortona, il MUDEC è luogo d’incontro fra le culture e le comunità. All’interno dell’edificio si sviluppano diversi spazi che offrono al visitatore e alla città una molteplicità di proposte culturali e di servizi, distribuiti su 17.000mq. L’area espositiva del Museo, al primo piano, si sviluppa intorno ad una grande piazza centrale coperta e ospita la sezione del percorso museale con le opere della collezione permanente e le sale dedicate alle grandi mostre temporanee.

Completa lo spazio l’auditorium, un teatro da trecento posti dedicato alle performance e alle arti visive.Il piano terra destinato all’accoglienza, è dotato di bistrot, design store, biglietteria, guardaroba, sala Forum delle Culture, sala conferenze-spazio polifunzionale, spazio per la didattica, laboratorio di restauro e depositi allestiti per essere visitati da piccoli gruppi accompagnati. Il MUDEC Lab infine è uno spazio interamente dedicato ai bambini, che propone visite guidate e divertenti laboratori tematici legati al percorso museale e alle mostre in corso.

Ogni ultimo sabato del mese i Volontari Touring Club Italiano accolgono i partecipanti a “I segreti della conservazione”, le visite tematiche programmate con la preziosa collaborazione degli addetti del Comune di Milano, Unità Organizzazione e sicurezza sedi, alla scoperta dei tesori dei Depositi del Mudec.
Robot. The human project . Fino al 26 luglio 2020

Mudec – Museo delle Culture, via Tortona 56, Milano

 

Si invitano i lettori ad informarsi sulla riapertura della mostra attraverso i canali ufficiali del Mudec.

 

la Redazione

 

 

Viaggio oltre le tenebre. Tutankhamon RealExperience a Milano

Il primo maggio del 1821, nell’Egyptian Hall a Londra, Giovanni Belzoni, dopo anni di esplorazioni in Egitto, inaugurava un’esposizione ibrida, basata sui reperti ritrovati durante le sue campagne di scavo ma anche su ricostruzioni dei monumenti da lui scoperti, con riproduzioni dei rilievi dipinti della tomba di Seti I nella Valle dei Re. Il successo fu straordinario: la mostra fu la prima di una lunghissima serie di rassegne che hanno diffuso la conoscenza dell’Antico Egitto in tutto il mondo. Viaggio oltre le tenebre. Tutankhamon RealExperience®, in programma a Palazzo Reale dal 5 marzo al 14 giugno 2020, riprende lo spirito della mostra di Belzoni adattandolo alle esigenze del mondo contemporaneo, sempre più immerso nella cosiddetta realtà virtuale, integrando importanti reperti provenienti da varie collezioni pubbliche e private con un percorso multimediale e immersivo.

Promossa da Comune di Milano|Cultura, Palazzo Reale, Civita Mostre e Musei e Laboratoriorosso, la mostra Viaggio oltre le tenebre. Tutankhamon RealExperience® e un’esperienza coinvolgente e, in parte, immersiva, per raccontare il viaggio “oltre le tenebre” del più famoso dei faraoni e illustrare la concezione dell’aldilà degli antichi egizi, con una selezione di preziosi oggetti originali tra i quali la statua del dio Amon, con i tratti somatici del giovane Tutankhamon. Accanto a reperti significativi sono allestite grandi proiezioni accompagnate da musiche originali e da un coinvolgente percorso narrativo fondato su un solido impianto egittologico che si avvale della consulenza di un prestigioso Comitato Scientifico, presieduto da Miroslav Barta e composto da Zahi Hawass, Christian E. Loeben, Liam McNamara e Gabriele Pieke.

Viaggio oltre le tenebre. Tutankhamon RealExperience® affronta il tema del mistero della morte e della vita oltremondana restituendogli la complessità e la pluralità che caratterizzarono la civiltà egizia. Il visitatore si troverà di fronte ad una concezione innovativa di una civiltà di cui si ritiene a torto di conoscere molti aspetti e avrà modo di scoprire quanto il pensiero occidentale le sia debitrice, grazie all’utilizzo di due diversi linguaggi espositivi che raccontano il viaggio oltre le tenebre del faraone e dei suoi sudditi. Dopo un suggestivo video introduttivo, la sezione archeologica, con opere selezionate da Francesco Tiradritti e allestita su progetto di FC Confalonieri descrive le credenze oltremondane degli egizi attraverso gli oggetti ritenuti necessari per la sopravvivenza ultraterrena, concepita come un proseguimento di quella quotidiana. I monumenti e gli oggetti antichi possono essere ammirati per il loro significato storico e artistico, ma anche come testimonianze delle aspettative e dei timori, non troppo dissimili dai nostri, che persone vissute migliaia di anni fa provavano davanti al mistero dell’ignoto.

I reperti che sono esposti provengono soprattutto dalle Collezioni civiche milanesi e dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze. Per la prima volta e riunito il cosiddetto “Corredo Busca”, che comprende la mummia e il sarcofago, conservati nelle Collezioni civiche, e un interessantissimo papiro lungo 7 metri, databile alla XIX-XX dinastia, recuperato poco prima del 1850 dal marchese Carlo Busca nel corso dei suoi scavi e conservato nell’Archivio dell’Ospedale Maggiore di Milano. In mostra sono esposti anche diversi reperti provenienti da collezioni private.

Tra i reperti esposti, e particolarmente importante la splendida statua del dio Amon, con le sembianze del giovane Tutankhamon, concessa in prestito dalla Fondazione Fritz Beherens e dal Museo August Kestner di Hannover. Mirabili sono inoltre le due teste di figurine funerarie attribuibili alla controversa figura del sovrano Akhenaton (1350 -1333 A.C.), padre di Tutankhamon e a cui si deve una riforma religiosa da molti considerata la prima forma di credo monoteista della storia. Sara visibile inoltre, un raro frammento di rilievo proveniente dalla mastaba di Seshemnefer (VI) Heba (VI Dinastia, regno di Djedkara Isesi; 2388 – 2356 a.C.), a Saqqara. La brillantezza dei colori conservatisi ancora oggi restituisce appieno la magnificenza e il fascino dell’arte austera e delicata del periodo.

Dopo l’esposizione dei reperti antichi, illustrati in un agile catalogo edito da Laboratoriorosso e curato da Francesco Tiradritti, la mostra diventa interamente multimediale, articolata in due diversi ambienti: nel primo, grazie alle straordinarie immagini giunte fino a noi, il visitatore puo ripercorrere i tratti distintivi della civilta che si e affermata per millenni sulle rive del Nilo, partendo da Tebe per poi addentrarsi nella Valle dei Re. E quindi guidato da Howard Carter alla scoperta della tomba di Tutankhamon e del suo straordinario corredo funerario. In un secondo ambiente immersivo sarà lo stesso Tutankhamon a guidare il visitatore nel viaggio attraverso la notte, per conquistare l’immortalità.

L’esperienza multisensoriale e costruita con immagini e animazioni che provengono anche da tombe e oggetti di altre epoche della storia egizia. Il percorso assume di conseguenza un valore assoluto nell’universo dell’Egitto faraonico, rappresentando il viaggio di tutti i predecessori e i successori di Tutankhamon. Il perpetuo attraversamento delle regioni oscure era sentito come un obbligo per il sovrano che sacrificava la propria resurrezione per salire sulla barca solare in modo da consentire all’alba di ripetersi perpetuo giorno dopo giorno. Le dodici ore della notte erano irte di pericoli che potevano essere superati soltanto con l’incarnazione del dio sole Ra con il sovrano dei morti Osiride.

Allo stesso tema sviluppato nella parte multimediale della mostra e dedicato uno straordinario volume illustrato, edito da Taschen a cura di Sandro Vannini con la collaborazione di Mohamed Megahed.

Per iniziativa del Comune di Milano|Cultura, Viaggio oltre le tenebre. Tutankhamon RealExperience® e collegata alla importante mostra allestita nel Civico Museo Archeologico di Milano dall’ 11 marzo al 20 dicembre 2020, dal titolo Sotto il cielo di Nut. Egitto divino, che intende illustrare il significato delle immagini divine e la relazione tra l’uomo e il divino, nella vita quotidiana e nell’Aldilà dell’antica civiltà nilotica.

Viaggio oltre le tenebre. Tutankhamon RealExperience®, Milano, Palazzo Reale, dal 5 marzo al 14 giugno 2020

Ombretta Roverselli

 

L’atelier di Leonardo e il “Salvator Mundi”

Fino al 19 aprile 2020, la Sala dei Ducali del Castello Sforzesco di Milano accoglie la mostra “L’atelier di Leonardo e il Salvator Mundi”.

Figura di spalle (particolare dell’opera Studi anatomici), 1510-1513 ca., disegno a penna su traccia a matita rossa,

© Comune di Milano tutti i diritti riservati Castello Sforzesco, Gabinetto dei Disegni

Dallo scorso 16 maggio, più di 300mila visitatori hanno già preso parte alle iniziative legate al programma “Leonardo mai visto” al Castello Sforzesco di Milano, che oggi ci riserva una nuova scoperta. Il pubblico è rimasto incantato dalla straordinaria riapertura della Sala delle Asse di Leonardo da Vinci, spiegata grazie all’installazione multimediale “Sotto l’ombra del Moro”, per poi perdersi nella Milano del Rinascimento attraverso l’altro percorso multimediale intitolato “Leonardo a Milano”.

Accanto ai percorsi multimediali, una serie di mostre dossier hanno illustrato le opere grafiche di Leonardo e della sua cerchia. Se la prima, intitolata “Intorno alla Sala delle Asse. Leonardo tra Natura, Arte e Scienza”, ha subito stupito con la scoperta di un disegno inedito attribuibile a Francesco Melzi, allievo ed erede di Leonardo, con l’ultima mostra in programma le sorprese non sono finite.

Recentemente, a seguito di uno studio, un altro foglio, anch’esso custodito presso il Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco e mai presentato al pubblico, è stato attribuito con certezza alla bottega di Leonardo.

Testa di Cristo, dipinto di Gian Giacomo Caprotti detto Andrea Salai (1480 1524), olio su tavola, cm 57.5 x 37.5

© Veneranda Biblioteca Ambrosiana

“Una piccola ma originale e stimolante mostra che evidenzia l’elaborazione del Salvator Mundi all’interno dell’atelier di Leonardo intorno al 1510-13 e le modalità di copia dei suoi disegni anatomici da parte degli allievi. Questa esposizione aggiungerà nuovi elementi alla fortuna cinquecentesca del Salvator Mundi in ambito lombardo grazie alla presenza di alcuni fogli inediti delle collezioni del Castello Sforzesco”, afferma Pietro C. Marani.

L’esposizione, curata da Pietro C. Marani e Alessia Alberti, presenta al pubblico il foglio ri-scoperto, affiancandolo ad altre opere del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco e ad importanti prestiti dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana.

Il disegno oggetto della mostra, che viene qui presentato all’interno di una teca in modo da consentirne la visione di entrambi i lati e dopo un intervento di restauro condotto dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, è entrato nelle collezioni civiche nel 1924 tramite un importante acquisto dal santuario milanese di Santa Maria presso San Celso.

Sul recto del foglio sono disegnate figure copiate da studi anatomici di Leonardo risalenti a differenti epoche e cronologie, dal 1487 circa al 1510-13. L’attribuzione del foglio dimostra come gli originali del Maestro si trovassero ancora tutti nella bottega e potessero essere variamente copiati dagli allievi. Non solo, ma un paio di questi disegni anatomici, quelli rifiniti a penna e inchiostro, sono di buona qualità e sono stati tracciati seguendo un disegno sottostante a matita rossa, che potrebbe far pensare ad un primo labile tracciato di Leonardo.

Sul verso del foglio, invece, una scritta a matita nera o carboncino rimanda a uno dei dipinti più dibattuti di Leonardo: “SALV<A>TOR MUNDI”. Forse si tratta di un primo abbozzo per un’epigrafe o una scritta esplicativa da includere eventualmente nel dipinto del “Salvator Mundi” a cui Leonardo stava lavorando proprio intorno al 1510-13 circa. È questa l’epoca a cui possono perciò risalire anche alcune delle repliche del “Salvator Mundi”, fra cui quella, parziale, firmata da Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì, datata appunto 1511, custodita oggi dalla Biblioteca Ambrosiana.

Gli studi di figure e i particolari anatomici rappresentati insieme al tipo di carta, antica ma purtroppo senza filigrana, permettono di collocare la sua realizzazione nell’ambito dell’atelier di Leonardo da Vinci e di fissarne l’epoca di esecuzione verso l’inizio del secondo decennio del Cinquecento, in un momento in cui il maestro e la sua bottega stavano evidentemente elaborando il motivo iconografico del Salvator Mundi. Ne è una prova l’iscrizione sul retro del foglio, tracciata forse nel tentativo di mettere a punto un’epigrafe o un cartiglio in caratteri romani, per l’identificazione del soggetto del dipinto.

Attorno al disegno sono esposti, con riferimento ai soggetti sviluppati sul recto, studi cinquecenteschi di anatomia, mentre per il soggetto a cui rimanda la scritta sul verso l’accostamento che si propone è con la variante del Salvator Mundi dipinta nel 1511 dall’allievo di Leonardo Gian Giacomo Caprotti detto Salaì e oggi conservata alla Pinacoteca Ambrosiana.

Collocandosi accanto alla Sala delle Asse, la mostra vuole permettere al pubblico di immergersi all’interno dell’organizzazione del lavoro e del cantiere che ha realizzato anche la decorazione della grande Sala, dove sicuramente sono stati all’opera alcuni dei migliori allievi del Maestro.

“L’atelier di Leonardo e il Salvator Mundi” fa parte del palinsesto “Milano Leonardo 500”, promosso dal Comune di Milano | Cultura in occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, e rientra nel programma Leonardo mai visto, che racchiude tutte le iniziative realizzate presso il Castello Sforzesco, realizzato con il sostegno di Fondazione Cariplo, Intesa Sanpaolo, Huawei e Regione Lombardia in stretta connessione con il Comitato territoriale “Milano e l’eredità di Leonardo 1519 – 2019” e in collegamento con il Comitato Nazionale per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, ed è prodotto da Civita Mostre e Musei.

L’atelier di Leonardo e il Salvator Mundi, Milano, Castello Sforzesco, fino al 19 aprile 2020

 

Barbara Izzo (anche per le immagini)

 

“Fra noi e le cose” di Nesci e Oliana al Red Lab di Milano

Un dialogo inedito fra due autori di differenti generazioni attorno all’eredità di un approccio visivo innovativo.

Mario Cresci, maestro riconosciuto della fotografia italiana, e Novella Oliana appaiono profondamente in sintonia nelleggere e interpretare il mondo circostante, ognuno attraverso la propria visione. Entrambi esplorano una metodologia dello sguardo di cui Mario Cresci è stato in primis sperimentatore e fautore.

Red Lab Gallery/Miele di via Solari 46 a Milano, dopo la mostra di Pio Tarantini, continua a porre l’accento sul concetto dell’abitare con la mostra, aperta dal 6 febbraio, “Fra noi e le cose” a cura di Gigliola Foschi, seconda del ciclo espositivo “Habitami” e realizzata grazie alla collaborazione con la galleria Matèria di Roma.

L’intonazione poetica del titolo rimanda alla delicatezza e armonia del confronto fra una delle figure artistiche più ricche e complete del panorama italiano, Mario Cresci, e la capacità di ascolto, rielaborazione e trasformazione, con altrettanta eufonia e grazia, diNovella Oliana, che modula la fotografia in una ricerca senza punti d’arrivo, in un percorso di riflessione che si dilata nel tempo.

Un dialogo proficuo in circa venti fotografie che, nonostante tematiche in apparenza diverse, è evidente tra la serie   La casa di Annita (2003) di Mario Cresci e la ricerca Lo spazio necessario (2016-2020) di Novella Oliana.

MARIO CRESCI: LA CASA DI ANNITA

È il tentativo di preservare la memoria di una vita trascorsa in una villetta degli anni Trenta attraverso le tracce sedimentate dagli oggetti appartenuti alle persone scomparse che l’hanno abitata: immagini-ricordo di una casa che andava svuotandosi, finito il tempo di chi l’avevavissuta.

Scrive Gigliola Foschi nel suo testo critico: “Mario Cresci sente che il corpo vivo della casa sta cessando di esistere per la perdita delle sue funzioni, avverte il dolore di chi è costretto ad aprire e liberare vecchie scatole, armadi e cassetti pieni di cose conservate con cura.Con discrezione decide allora di usare la fotografia come una forma di scrittura fredda, classificatoria e possibilmente priva di sentimenti retorici. Eppure, nonostante il suo sguardo sia frontale e diretto, qualcosa accade e questo qualcosa è una piccola differenza che cambia tutto, è un leggero scarto che rimescola le carte e le rimette in gioco.”

La sua intende essere una rispettosa fotografia-prelievo ma, nel momento in cui Cresci sposta gli oggetti, anche se di poco, entra in intimità con essi. Le sue immagini diventano strumento di un confrontarsi inedito con la realtà e con il senso dell’abitare spazi intesi come depositi di memorie, storie, momenti di vita vissuta.

Mario Cresci, classe 1942, mette in atto una personale “ricerca antropologica” ele scene che egli fotografaacquistano una nuova vita che ridà senso a quella passata.

Per l’artista, che vive e lavora a Bergamo, il valore della memoria delle cose non diviene mai sterile nostalgia del passato, ma valorizzazione di atti creativi espressi da persone che in essi hanno proiettato la loro storia e la loro identità.

NOVELLA OLIANA: LO SPAZIO NECESSARIO

Artista, docente e ricercatrice, per Novella Oliana,in perfetta sintonia con le ricerche di Mario Cresci, la fotografia è una continua ricerca, uno strumento di riflessione che si dilata nel tempo, che si approfondisce di gesto in gesto (come il tagliare, il cucire, il raccogliere piccoli sassi…) senza avere una meta prestabilita, ma che parte sempre da un punto che è profondamente radicato al suo essere, alla sua vita, vicino ai luoghi da lei amati.

Scrive Gigliola Foschi: “La meta è il suo continuo lavorio, dove il tagliare, il cucire, il raccogliere piccoli sassi bianchi, e poi fotografie d’archivio, e poi frammenti di immagini, si coniuga senza fratture con il fotografare, il rifotografare, il comporre, il creare piccole installazioni magiche fatte di un quasi niente: uno specchietto, un isolotto mignon, una piccola immagine…”.

Novella Oliana, classe 1978, attraverso la fotografia ha sviluppato in maniera più vasta la comprensione di mondi culturali differenti che interagiscono con il nostro, in particolare quelli del Medio Oriente e del Mediterraneo.

Nelle fotografie esposte a Milano tutto ragiona attorno al mare, dentro il mare, la sua storia, i suoi miti. Il mare come una parte di sé, la superfice acquatica come un testo da smontare e ricomporre, il Mediterraneo come un universo denso di riflessi, di apparizioni e scomparse, di isole che emergono e si inabissano nascondendosi alla vista come nel trittico Hypothése d’île.

Le immagini di Novella Oliana si offrono come narrazioni “aperte”. Lesue microstorie vanno ascoltate con attenzione. Per renderle attive nel nostro immaginario l’autrice sceglie di rimetterle in gioco sottovoce, in modo sommesso ma tenace (non a caso le sue immagini sono spesso di piccole/medie dimensionie composte da dittici o trittici), si affida agli incontri, ai ritrovamenti dove ogni pezzo che si aggiunge si trasforma e si riscrive.

Gigliola Foschi: “Il valore delle sue opere non è tanto nelle singole immagini, ma nel loro insieme composto di frammenti che si connettono gli uni agli altri come costellazioni. È nella rinuncia a ogni pretesa di completezza, nel continuo fare e rifare in cui si mescolano storia e invenzione, svelamento e occultamento, nel nome di un’idea di Mediterraneo che si nutre di archivi immaginari e d’immaginazioni individuali e collettive”.

Red Lab Gallery/Miele è un laboratorio di sperimentazione, pensato per promuovere innanzitutto la cultura delle immagini ma aperto a contaminazioni e narrazioni di diverso tipo. Un luogo dove vengono individuati nuovi modi di esporre, raccontare, far vivere l’arte visiva, intesa come partecipazione interattiva e bidirezionale.

Tante le mostre, i workshop, i talk che confluiscono in Red Lab Gallery/Miele coinvolgendo protagonisti del panorama contemporaneo e diverse realtà culturali.

Red Lab Gallery/Miele, Via Solari 46, Milano, dal 6 febbraio al 4 aprile, ingresso libero da lunedì a venerdì 15.00-19.00; sabato 10.00-12.30; 15.00-19.00. Il 6 febbario dalle 18.30.

 

De Angelis (anche per le immagini: i primi due lavori di Cresci, gli altri due di Oliana)

 

“Harry Potter e il calice di fuoco” in concerto con l’Orchestra Italiana del Cinema

Dopo il successo di Titanic Live in concerto e un lungo tour di cine-concerti in Cina, l’Orchestra italiana del Cinema torna a grande richiesta a Milano il 27 e 28 dicembre 2019 al Teatro degli Arcimboldi (Viale dell’Innovazione, 20, Milano), nella stessa prestigiosa cornice che ha registrato nelle edizioni precedenti il sold out dei primi tre episodi di Harry Potter.

Sul palco una straordinaria formazione di oltre 80 musicisti che sotto la direzione del M° Timothy Henty, eseguirà la magica partitura di Patrick Doyle dal vivo in perfetto sincrono con la proiezione dell’intero film “Harry Potter e il Calice di Fuoco”, con dialoghi in italiano, in alta definizione su uno schermo di oltre 12 metri. Il tour mondiale della Harry Potter Film Concert Series è stato lanciato nel 2016 da CineConcerts e Warner Bros. Consumer Products per celebrare i film di Harry Potter. Dalla prima mondiale di Harry Potter e la Pietra Filosofale in concerto a giugno 2016, oltre 1,3 milioni di persone hanno apprezzato questa magica esperienza da JK Rowling’s Wizarding World, con oltre novecento spettacoli in più di 48 paesi del Mondo. Le date italiane sono prodotte da Marco Patrignani e Forum Music Village, i concerti in programma a Milano hanno ricevuto il patrocinio del Consolato Britannico.

In Harry Potter e il Calice di Fuoco, Harry entra misteriosamente nel Torneo Tremaghi, una gara estenuante tra diverse scuole di magia in cui affronta un drago, demoni d’acqua e un labirinto incantato che lo porterà nella stretta morsa di Lord Voldemort. Harry, Ron ed Hermione lasciano l’infanzia per sempre e affrontano sfide oltre la loro immaginazione.

L’originale partitura di Patrick Doyle vincitrice dell’ International Film Music Critics AWARD (IFMCA) e dell’ ASCAP Film and Television Music Award, rappresenta un nuovo incredibile affresco musicale delle nuove avventure di Harry e i suoi amici.

Fondata da Marco Patrignani, l’Orchestra Italiana del Cinema (O.I.C.) è il primo ensemble sinfonico italiano ad essersi dedicato esclusivamente all’interpretazione di colonne sonore.

L’Orchestra è nata nell’ambito del Forum Music Village, lo storico studio di registrazione fondato alla fine degli anni Sessanta da quattro pietre miliari della musica da film: Ennio Morricone, Piero Piccioni, Armando Trovajoli, Luis Bacalov. Suo obiettivo è quello di promuovere in tutto il mondo la straordinaria eredità musicale delle colonne sonore di film sia italiani che internazionali.

Impegnata su un vasto programma di colonne sonore, l’Orchestra presta una particolare attenzione al repertorio storico italiano, e grazie alla collaborazione di esperti del settore ha recuperato partiture di capolavori non pubblicati e/o mai registrati, con il sostegno di numerose associazioni, fondazioni e archivi pubblici e privati. Nel corso della sua attività, l’OIC ha avuto riconoscimenti da prestigiose istituzioni italiane e internazionali.

 

Elisabetta Castiglioni (anche per la fotografia)

 

17 graffi. Piazza Fontana 50°

Diciassette fotografie e diciassette poesie in ricordo e memoria di ognuna delle diciassette vittime della Strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura a Milano.

Antonio Grassi

Nel cinquantesimo anniversario di quella che fu una delle pagine più drammatiche della storia della Repubblica Italiana, la Casa della Memoria di via Confalonieri 14, a Milano, ha inaugurato la mostra “17 Graffi. Piazza Fontana 50°”.

Stefano Porfirio

Ideata e curata da Stefano Porfirio, realizzata da photoSHOWall in collaborazione con l’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969, il Comune di Milano e la Casa della Memoria, la mostra presenta 18 fotografie, ognuna delle quali corredata da una poesia, per onorare le vittime e ricordare che i parenti non hanno smesso di contare e dimenticare i 18.262 giorni trascorsi da quel tragico pomeriggio del 1969.

Diciassette delle fotografie, una per ogni vittima realizzate appositamente per la mostra da altrettanti fotografi, sono una rappresentazione e interpretazione di chi allora perse la vita tramite i dati raccolti sul luogo dell’attentato e, a fine mostra, verranno consegnate come memoria storica all’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969 stampate in fineart da CILAB.

Francesco Cito

La diciottesima immagine invece, realizzata da Stefano Porfilio e anch’essa accompagnata da una poesia, è stata concepita come immagine simbolica dell’intero percorso espositivo.

A ognuna delle diciotto opere in mostra sono state abbinate altrettante poesie che saranno lette il giorno dell’inaugurazione: sedici scritte appositamente per la mostra da altrettanti poeti e uomini di cultura, mentre due sono state tratte dalla poesia di Pier Paolo Pasolini “Patmos”, composta nei giorni immediatamente successivi alla strage, e dal libro di Matteo Dendena “Ora che ricordo ancora”. L’ingresso alla mostra è libero.

Emanuela Viaro

I 18 i fotografi che espongono sono: Adolfo Violini, Andrea Rossato, Angelo Raffaele Turetta, Antonio Grassi, Emanuela Viaro, Francesco Cito, Gianni Berengo Gardin, Gianni Macheda, Graziano Perotti, Marina Alessi, Massimo Lagorio, Mauro Pinotti, Paola Rizzi, Paolo Scarano, Raoul Iacometti, Silvio Canini, Stefania Mantelli, Stefano Porfirio.

I 19 gli autori che partecipano sono: Agnese Coppola, Benedetta Tobagi, Erica Regalin, Federica Giuliani, Federico Balzarini, Federico Klauser, Frediano Tavano, Gianni Bombaci, Giuseppe Langella, Matteo Dendena, Mauro Toffetti, Melina Scalise, Pier Paolo Pasolini, Roberto Mutti, Roberto Uggeri, Rossana Bachella, Sandro Iovine, Silvestro Serra, Susan Moore.

All’interno della Casa della Memoria, complementare alla mostra, è il progetto speciale photoSHOWall “I Giganti” a cura di Roberto Mutti: sei delle foto in mostra (rispettivamente di: Angelo Raffaele Turetta, Antonio Grassi, Francesco Cito, Graziano Perotti, Paolo Scarano, Gianni Berengo Gardin) verranno scomposte grazie a un sistema espositivo non convenzionale con sei installazioni di grandi dimensioni disposte in cerchio a formare una piazza ideale, secondo il progetto di Davide Tremolada Intraversato.

Il progetto speciale “I Giganti” vuole essere un richiamo al dovere della memoria e la scomposizione di sei fotografie in strutture giganti dal grande impatto visivo permette un livello di lettura più profondo dell’opera fotografica stessa.

 

De Angelis (anche per le fotografie)

 

“Letizia Battaglia. Storie di strada”

Dal 5 dicembre 2019 al 19 gennaio 2020, negli spazi espositivi di Palazzo Reale a Milano, sarà aperta al pubblico la grande mostra “Storie di strada”, una grande retrospettiva con oltre 300 fotografie che riscostruiscono per tappe e temi la straordinaria vita professionale di Letizia Battaglia.

Letizia Battaglia, Lunedì di Pasquetta a Piano Battaglia, 1974

Promossa da Comune di Milano|Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre e Musei, la mostra anticipa con la sua apertura il palinsesto “I talenti delle donne”, promosso e coordinato dall’Assessorato alla Cultura, che durante tutto il 2020 proporrà iniziative multidisciplinari – dalle arti visive alle varie forme di spettacolo dal vivo, dalle lettere ai media, dalla moda alle scienze– dedicate alle donne protagoniste nella culturae nel pensiero creativo.

Con circa 300 fotografie, molte delle quali inedite, “Storie di strada” attraversa l’intera vita professionale della fotografa siciliana, e si sviluppa lungo un articolato percorso narrativo costruito su diversi capitoli e tematiche. I ritratti di donne, di uomini o di animali, o di bimbi, sono solo alcuni capitoli che compongono la rassegna; a questi si aggiungono quelli sulle città come Palermo, e quindi sulla politica, sulla vita, sulla morte e sull’amore, e due filmati che approfondiscono la sua vicenda umana e artistica. Il percorso espositivo si focalizza sugli argomenti che hanno costruito la cifra espressiva più caratteristica dell’artista, che l’ha portata a fare una profonda e continua critica sociale, evitando i luoghi comuni e mettendo in discussione i presupposti visivi della cultura contemporanea. Quello che ne risulta è un vero ritratto, quello di un’intellettuale controcorrente, ma anche una fotografa poetica e politica, una donna che si interessa di ciò che la circonda e di quello che, lontano da lei, la incuriosisce.

Come ha avuto modo di ricordare la stessa Battaglia, “La fotografia l’ho vissuta come documento, come interpretazione e come altro ancora […]. L’ho vissuta come salvezza e come verità”. “Io sono una persona – afferma ancora – non sono una fotografa. Sono una persona che fotografa.”.

Quelle che il progetto della mostra si propone di esporre – ricorda Francesca Alfano Miglietti curatrice della mostra – del percorso di Letizia Battaglia, sono ‘forme d’attenzione’: qualcosa che viene prima ancora delle sue fotografie, perché Letizia Battaglia si è interrogata su tutto ciò che cadeva sotto al suo sguardo, fosse un omicidio o un bambino, uno scorcio o un raduno, una persona oppure un cielo. Guardare è stata la sua attività principale, che si è ‘materializzata’ in straordinarie immagini”.

Non ha bisogno di presentazioni Letizia Battaglia (Palermo, 1935). Non solo in Italia, ma anche all’estero: nel 2017 il New York Times l’ha infatti citata come una delle undici donne straordinarie dell’anno.

Letizia Battaglia ha raccontato da insider tutta Palermo, per non parlare del contributo dato al teatro, all’editoria e alla promozione della fotografia come disciplina. È riconosciuta come una delle figure più importanti della fotografia contemporanea non solo per i suoi scatti saldamente presenti nell’immaginario collettivo, ma anche per il valore civile ed etico da lei attribuito al fare fotografia.

Nel corso della sua vita Letizia Battaglia ha raccontato anche i volti dei poveri e le rivolte delle piazze, tenendo sempre la città come spazio privilegiato per l’osservazione della realtà, oltre che del suo paesaggio urbano. Letizia Battaglia ‘tratta’ il suo lavoro come un manifesto, esponendo le sue convinzioni in maniera diretta, vera, poetica e colta, rivoluzionando così il ruolo della fotografia di cronaca. Impara la tecnica direttamente ‘in strada’, e le sue immagini si distinguono da subito per il tentativo di catturare una potente emozione e quasi sempre un sentimento di ‘pietas’.

I soggetti di Letizia, scelti non affatto casualmente, hanno tracciato un percorso finalizzato a rafforzare le proprie ideologie e convinzioni in merito alla società, all’impegno politico, alle realtà emarginate, alla violenza provocata dalle guerre di potere, all’emancipazione della donna.

Molti sono i documentari che hanno indagato la sua figura di donna e di artista, il più recente dei quali è stato presentato all’edizione 2019 del Sundance Film Festival. Il film Shooting The mafia, per la regia di Kim Longinotto, racconta Letizia Battaglia giornalista e artista, che con la sua macchina fotografica e la propria movimentata vita è testimone in prima persona di un periodo storico fondamentale per la Sicilia e per l’Italia tutta, quello culminato con le barbare uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Accompagna la mostra un catalogo Marsilio Editori, con testi di Francesca Alfano Miglietti, Leoluca Orlando, Maria Chiara Di Trapani, Filippo La Mantia, Paolo Ventura.

Molte sono le iniziative inserite all’interno del programma di attività collaterali legate a “Storie di strada”. Un ricco calendario di proiezioni cinematografiche in collaborazione con il MIC – Museo Interattivo del Cinema: sette incontri dal 10 dicembre al 21 dicembre 2020.

E non solo. Dal 5 dicembre al 21 febbraio 2020 sarà possibile partecipare a due fotocontest: “Letizia Battaglia – Progetti”, “Letizia Battaglia – Persone” che inviteranno a scendere in strada per fotografare il vivere quotidiano. La giuria è composta da Letizia Battaglia, Francesca Alfano Miglietti e Denis Curti. Tra i premi previsti una lettura portfolio e pubblicazioni su testate di settore. La partecipazione al concorso è gratuita ed aperta a tutti, professionisti ed appassionati. Le foto saranno raccolte secondo le modalità previste dal regolamento. Per ulteriori informazioni http://www.mostraletiziabattaglia.it

Infine, “Intorno a Letizia” visite speciali tra le quali quella di Francesca Alfano Miglietti, di Antonio Marras e di Vincenzo Argentieri, permetteranno al visitatore di conoscere Letizia Battaglia a 360 gradi.

Orari: lunedì 14.30 – 19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica: 9.30 – 19.30; giovedì e sabato: 9.30 – 22.30. La biglietteria chiude un’ora prima

 

Ombretta Roverselli (anche per la fotografia)

 

 

L’Annunciazione di Filippino Lippi a Palazzo Marino, Milano

L’Annunciazione di Filippino Lippi: l’angelo annunziante

È “L’Annunciazione” di Filippino Lippi il capolavoro protagonista della mostra di Natale in Sala Alessia Palazzo Marino con ingresso libero, dal 29 novembre 2019 al 12 gennaio 2020.

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento natalizio con l’arte: le porte di Palazzo Marino si aprono dal 29 novembre 2019 al 12 gennaio 2020 per consentire ai milanesi e sempre più numerosi turisti di ammirare un grande capolavoro di Filippino Lippi, una Annunciazione che il maestro toscano ha dipinto in due grandi tondi: uno raffigurante “L’Angelo annunziante”, l’altro “L’Annunziata”.

“Quest’anno il tema del Natale viene celebrato con un’opera straordinaria, proveniente dalle collezioni civiche di San Gimignano, che ringraziamo per aver voluto condividere con la nostra città un capolavoro che le appartiene da oltre cinque secoli – dichiara l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno -. Ancora una volta, i Municipi partecipano alle celebrazioni natalizie proponendo un’iniziativa d’arte che segue lo stesso modello di Palazzo Marino, e cioè con l’esposizione, sempre gratuita, di altre due importanti opere provenienti dalle collezioni civiche milanesi e, in particolare, dal Castello Sforzesco”.

L’Annunciazione di Filippino Lippi: la Vergine annunziata

Proprietario dell’opera esposta a Palazzo Marino è da sempre il Comune di San Gimignano, che la commissionò nel 1482 proprio per ornare la sede del Municipio. Una committenza laica, dei Priori e dei Capitani di Parte Guelfa, di cui l’Archivio Storico Comunale conserva una completa documentazione.

Pur essendo ormai lontana la potenza che la città aveva espresso nel Trecento, San Gimignano restava un centro importante, frequentato da Benozzo Gozzoli e Pinturicchio, Benedetto da Maiano e Antonio del Pollaiolo, il Ghirlandaio e Pier Francesco Fiorentino. Proprio una tavola di quest’ultimo artista sarà restaurata nell’occasione, grazie alla collaborazione tra le due amministrazioni.

Conservati nella Pinacoteca Civica di San Gimignano, i due grandi tondi vennero realizzati tra il 1483 e il 1484, quando Filippino, allievo di Sandro Botticelli, aveva 26 anni ed era già impegnato in importanti committenze tra cui la Cappella Brancacci a Firenze.

Il soggetto dell’Annunciazione era molto importante per la città di San Gimignano, dove, come a Firenze, la celebrazione della Santissima Annunziata, il 25 marzo, rappresentava il primo giorno dell’anno secondo il calendario fiorentino.

La mostra è curata da Alessandro Cecchi, uno dei maggiori studiosi dell’arte toscana tra Quattro e Cinquecento, e sarà presentata nella Sala Alessi di Palazzo Marino con un allestimento dedicato, un ampio apparato didattico e la proiezione di un video.

Il tondo con l’Angelo Annunziante presenta l’Angelo inginocchiato su un pavimento in prospettiva centrale, mentre il tondo con l’Annunziata appare più arioso e luminoso grazie alla luce riflessa in diagonale. Le cornici in legno intagliato, dipinto, dorato e argentato furono realizzate sei anni più tardi probabilmente da Antonio da Colle, attivo a San Gimignano nella seconda metà del Quattrocento.

“Un onore poter inviare come ambasciatori della nostra città i tondi di Filippino Lippi commissionati dalla città di San Gimignano nel 1482 e conservati presso la nostra Pinacoteca. Con la città di Milano ci lega un rapporto di stima e la volontà di intensificare il dialogo e la collaborazione fra Enti del nostro paese Italia. Se guardiamo alla nostra storia troviamo ancora connessioni preziose con la città di Milano: l’architetto Piero Bottoni che negli anni 50 ha redatto il nostro piano regolatore di San Gimignano proteggendo e valorizzando il nostro centro storico con le sue torri. Non ultimo lo zafferano, la spezia che noi coltiviamo fin dal Medioevo, ancora oggi preziosa DOP di San Gimignano, e ingrediente rinomato della cucina milanese”, afferma Carolina Taddei, Assessore alla Cultura del Comune di San Gimignano.

Si conferma quindi anche quest’anno la volontà del Comune di Milano di valorizzare il patrimonio culturale diffuso nei centri di un “Italia minore” che è in realtà uno scrigno di tesori straordinari e mai abbastanza conosciuti. Un percorso che finora ha dato risalto a città come Fermo, Sansepolcro, Ancona e Perugia che conservano opere di grandi maestri come Rubens, Piero della Francesca, Tiziano e Perugino.

Patrocinata dal MIBACT – Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo, promossa dal Comune di Milano e Intesa Sanpaolo (partner istituzionale), con il sostegno di Rinascente, la mostra è coordinata da Palazzo Reale e realizzata insieme alla Pinacoteca Civica di San Gimignano, con il supporto del Comune di San Gimignano, in collaborazione con le Gallerie d’Italia di Piazza Scala. L’organizzazione è affidata a Civita.

Si uniscono all’iniziativa natalizia di Palazzo Marino anche i Municipi 2, 3, 7 e 8 del Comune di Milano, con un doppio dono alla collettività, per la più ampia conoscenza del patrimonio culturale cittadino.

Dal 30 novembre al 12 gennaio sarà possibile infatti ammirare due importanti opere provenienti dalle collezioni civiche del Castello Sforzesco: “L’Adorazione dei pastori” di Paolo Caliari (bottega del Veronese), che potrà essere ammirata prima presso villa Scheibler (Municipio 8) dal 30 novembre al 20 dicembre, e poi presso l’Emeroteca di via Cimarosa (Municipio 7) dal 21 dicembre al 12 gennaio; e “L’Annunciazione” di Carlo Francesco Nuvolone, che sarà allestita prima presso Cascina Turro (Municipio 2) e a seguire presso l’Auditorium Cerri (Municipio 3), con date in corso di definizione.

Le iniziative sono promosse da Comune di Milano, i Municipi 2, 3, 7 e 8, coordinata da Palazzo Reale, e realizzata insieme alla Pinacoteca Civica del Castello Sforzesco con l’organizzazione di Civita.

Orari di apertura al pubblico: tutti i giorni dalle ore 9.30 alle ore 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.30). Giovedì dalle ore 9.30 alle ore 22.30

(ultimo ingresso alle ore 22.00). Chiusure anticipate: 7 dicembre chiusura ore 12.00 (ultimo ingresso alle ore 11.30), 24 e 31 dicembre 2019 chiusura ore 18.00 (ultimo ingresso alle ore 17.30). Festività: 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio aperti dalle ore 9.30 alle ore 20.00 (ultimo ingresso alle ore 19.30).

 

Ombretta Roverselli (anche per le immagini)

 

Un tempo per ogni cosa

È vero che c’è un tempo per ogni cosa? Oppure dobbiamo trovarcelo, quel tempo per noi e per le nostre riflessioni? Le parole che non troviamo per i nostri pensieri sono scritte in questo prezioso manuale scritto da Magliano che, a partire da frasi celebri, riflette sul presente, sull’uomo e sul suo significato nella storia universale. Al 26 ottobre troviamo: “I libri servono a capire e a capirsi, e a creare un universo comune anche in persone lontanissime”, come scrisse Susanna Tamaro, e Magliano ne approfitta per ricordare anche Francesco Petrarca, per il quale i libri cantavano e parlavano. Pochi giorni dopo, gli fa eco Pablo Neruda con “Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità”, mentre l’argomento ecologico che sembra così solo attuale, viene ricordato da Willa Silbert Cather che afferma di amare gli alberi perché sembrano più rassegnati di ogni altro essere o cosa al mondo al posto e al modo in cui devono vivere. E se questo può sembrare “un senso generale di perdita”, secondo Linus Mundy, con Erry Hillesum è facile affermare: “Mai rassegnarsi, mai scappare. meglio affrontare tutto, e soffrire”, al 3 novembre. Ogni giorno si possono leggere massime come quelle citate, sulle quali trovarsi e riflettere, pensare che anche ad altri sono venuti in mente gli stessi ricordi, ma anche le stesse immagini, con la possibilità di sperare e di rigenerarsi anche quando ci si sente più una pianta decidua in autunno che un virgulto primaverile di maggio. Soffrire è anche lo stare fermi a leggere qualcosa di più spesso che un messaggio di saluti sui moderni mezzi di comunicazione, per dare maggiore spessore alla nostra anima, dare alimento al pensiero che sempre più si vuole assottigliare per strumentalizzarlo più facilmente. Le letture sono brevi e giorno per giorno ci possono dare elementi per conoscerci meglio, capire che possiamo pensare e avere un parere, oltre che sapere leggere, dato che risultiamo sempre più in fondo alle classifiche culturali anche di base.

E spesso si tramutano i dati generali in sfide e gare alle quali le persone si dicono disinteressate, perché non serve gareggiare in comprensione di testo con inglesi o tedeschi. In realtà la fotografia dei dati è la nostra e non ci rendiamo conto che non siamo quelle bellissime persone migliorate con tecniche digital, ma siamo appassite bucce vuote sempre con più emergenza da riempire, prima che siano avvizzite inutilmente.

Un libro da avere tra le mani o sul comodino sempre, per riempirsi di amore, ricordi, pensieri.

 

Biancarosa Magliano: “C’è un tempo per ogni cosa”, Paoline, Milano, 2018; pagg. 416; euro 15,00

 

Alessia Biasiolo