Monet al Palazzo Reale di Milano

Ancora alcuni giorni per poter ammirare la bella mostra dedicata a Claude Monet al Palazzo Reale milanese, per la curatela di Marianne Mathieu, storica dell’Arte e curatrice del Musée Marmottan Monet di Parigi, dal quale arrivano le 53 opere dell’artista esposte. La mostra è stata promossa dal Comune di Milano, settore Cultura, per fare conoscere i musei del mondo nella “capitale” lombarda.

L’esposizione si manifesta molto interessante perché permette di comprendere l’evoluzione di Monet e degli impressionisti francesi, a partire dalla loro più nota caratteristica di dipingere all’aria aperta una volta acquisita la novità delle tinte vendute in tubetti, permettendo di focalizzarsi sulla luce, sui colori, sui cambiamenti di questi aspetti naturali durante la giornata, oppure con i cambiamenti climatici, come la nebbia o la presenza di sole o di vento. Le opere scelte sono quelle che Monet stesso riteneva fondamentali per il suo lavoro e la sua espressione ed evoluzione artistica, tanto da averli nella sua casa di Giverny e di non averli mai voluti vendere. Rimarranno al figlio Michael che li donerà al Museo Marmottan Monet, che oggi custodisce il più alto numero di opere dell’artista per questo motivo. Sarà a seguito di quel lauto lascito che il Museo prenderà il secondo nome di Monet, dal 1966. Quell’anno Michel morirà senza eredi, essendo lui l’unico erede di Monet, dopo la morte del fratello maggiore Jean avvenuta nel 1914. Quindi il suo fondo di opere e di studi del padre andranno al Museo fondato dal grande collezionista Marmottan.

Ritratto di Marmottan

La mostra di Milano è quindi divisa in sette sezioni, con tele di piccola misura prevalentemente dedicate ai paesaggi urbani di Londra, Parigi, Vétheuil, Pourville, le varie case dell’artista, alcuni suoi momenti familiari: il ritratto del figlio, la passeggiata con Camille ad Argenteuil (luogo ameno a pochi chilometri da Parigi dove i cittadini arrivavano in treno, specialmente la domenica), piuttosto che la spiaggia di Trouville-sur-Mer dove Monet si recherà pochi giorni dopo il suo matrimonio con Camille avvenuto nel 1870, o Charing Cross, o Belle-ile-en Mer dove era andato per dipingere il carattere selvaggio del luogo e la luce insulare. Lavori degli ultimi decenni dell’Ottocento, fino agli inizi del nuovo secolo. Il visitatore viene coinvolto nella mostra attraversando stanze in cui viene letteralmente immerso nell’ambiente di Monet, con video cangianti che fanno camminare sui pesci rossi o essere immersi nelle ninfee, entrando nel vero senso della parola nell’opera dell’artista. Non sono questi gli aspetti interessanti della mostra, ma di certo sono un mezzo per consentire a chi la visita di lasciarsi per un’oretta tutto alle spalle, tutto all’esterno, per entrare nel senso dell’opera d’arte prodotta, cercando di capirne il valore e perché viene ritenuta così di valore.

Lo stagno delle ninfee, 1917-1919 ca

Durante la prima guerra mondiale, Monet si getta a capofitto nel lavoro: crea un grande atelier dove può produrre opere monumentali, scegliendo come soggetto preferito le ninfee dello stagno. Produrrà anche 19 tele più piccole, con lo stesso soggetto. Le pennellate veloci, i colori accesi e stemperati, fanno delle Ninfee uno dei soggetti più noti e più amati dell’artista. Il giardino era carico di fiori, tra i quali gli iris, le rose, ma anche il ponte giapponese o il salice piangente, soggetti frequenti dei lavori del celebre artista.

Viene anche sottolineato il problema agli occhi che lo affliggerà e sono esposti, accanto alla sua tavolozza, gli occhiali che, grazie ad una ingegnosa trovata ottica del suo oculista, avevano lenti diverse che permettevano a Monet di vedere al meglio.

Una mostra da non perdere, per la preziosa possibilità di vedere a Milano lavori che difficilmente viaggiano.

Alessia Biasiolo

Al Petit Palais di Parigi le tele di Luca Giordano provenienti dal Museo di Castelvecchio

A Parigi due dipinti del Museo di Castelvecchio di Verona. Il prestito, effettuato in occasione della mostra parigina “Luca Giordano (1634-1705). Il trionfo della pittura napoletana”, ha riguardato le opere dell’artista napoletano ‘Diana ed Endimione‘ e ‘Bacco e Arianna’, quest’ultima divenuta immagine guida dell’esposizione. I due capolavori resteranno nella capitale francese, esposti al museo Petit Palais, fino al 27 febbraio 2020.

Il direttore dei Musei civici Francesca Rossi si è recata a Parigi in occasione dell’allestimento, che ha visto insieme al direttore del Petit Palais Christophe Leribault (nella foto).

I due dipinti, eseguiti tra il 1675 e il 1680 per Palazzo Archinto a Milano, sono giunti al Museo di Castelvecchio nel 1937 attraverso Achille Forti.

Prima dell’invio a Parigi, le opere sono state sottoposte a Castelvecchio ad alcuni interventi di restauro, che hanno restituito completa leggibilità ai dipinti, rimediando ad alcune piccolissime abrasioni date dal tempo e a piccole alterazioni pittoriche risalenti a precedenti interventi.

Mostra “Luca Giordano (1634-1705). Il trionfo della pittura napoletana”
Il museo Petit Palais presenta al pubblico, per la prima volta sul suolo francese, una retrospettiva dedicata a Luca Giordano (1634-1705), uno degli artisti più brillanti del diciassettesimo secolo europeo, curata da Stefano Causa e Patrizia Piscitello.

In esposizione circa 90 opere fra tavole monumentali e disegni, riunite grazie a prestiti eccezionali che, oltre al Museo di Castelvecchio, hanno interessato in particolar modo il Museo e Real Bosco di Capodimonte di Napoli e il Museo del Prado.

Formatosi nel segno di de Ribera, poi influenzato da Rubens e Piero da Cortina, Luca Giordano è stato un artista di grande successo, a cui furono commissionati molti lavori, che lo portarono alla realizzazione di circa 5 mila dipinti oltre a numerosi affreschi.

 

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

Da Verona a Parigi per la SLA. I 1000 chilometri di corsa di Amicabile

Una sfida a fin di bene. Questo è quello che si è proposto il corridore Fabrizio Amicabile che, il 21 agosto, partirà da Verona per arrivare fino al cuore della Francia, Parigi. Tutto questo per aiutare, con i fondi che accumulerà con la corsa, i malati di Sla – Sclerosi laterale amiotrofica.

Dopo la lunga maratona in solitaria, affrontata nel 2016 partendo da Peschiera del Garda per arrivare a Roma, città in cui quest’anno ha ricevuto la benedizione del nuovo progetto dal Papa, Fabrizio punta ora ad un nuovo obbiettivo lungo più di mille chilometri, col nobile intento di sensibilizzare quante più persone possibili sulla realtà dei malati di Sla.

Un’impresa non facile che, oltre all’enorme distanza, porterà Amicabile ad affrontare di corsa tracciati impervi, come l’attraversamento della Alpi ad un altitudine di più 2500 metri.

Sostengono l’impresa i Comuni di Verona, da cui avverrà la partenza, Peschiera del Garda, dove Amicabile vive, Ponti sul Mincio, sua città natale, e San Giovanni Lupatoto, sede del suo club sportivo Gsd Momboca. L’iniziativa è inoltre supportata dall’associazione Rotary club Peschiera e del Garda Veronese, insieme a molti altri enti e società private.

“Un’iniziativa straordinaria – afferma l’assessore allo Sport del Comune di Verona Rando – che rappresenta un esempio importante di grande solidarietà e vicinanza verso chi è nella difficoltà. La sfida di Fabrizio, anche se ardua ed impegnativa, non punta a dimostrare doti o capacità sportive particolari, ma il desiderio di un uomo di aiutare, attraverso la corsa, i tanti malati di Sla e le loro famiglie”.

Per informazioni e donazioni è disponibile il sito www.unacorsaperlasla.it

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)