“Il cappotto” di Vittorio Franceschi

Esilarante la commedia messa in scena da Emilia Romagna Teatro Fondazione, liberamente tratta dal racconto omonimo di Gogol’ “Il cappotto” da Vittorio Franceschi, per la regia di Alessandro D’Alatri, con lo stesso Vittorio Franceschi, Umberto Bortolani, Marina Pitta, Federica Fabiani, Andrea Lupo, Giuliano Brunazzi, Matteo Alì, Alessio Genchi, Stefania Medri.

Poco meno di due ore di risate, riflessioni quanto mai attuali, ottima recitazione, sulle scene di Matteo Soltanto e costumi di Elena Dal Pozzo.

“Il cappotto” è uno dei racconti più famosi di tutta la letteratura mondiale, scritto da Nikolaj Vasil’evic Gogol’ nel 1842 e già al centro di un adattamento cinematografico firmato nel 1952 da Alberto Lattuada con Renato Rascel protagonista.

Ambientato nella Russia zarista, “Il cappotto” racconta, tra realismo e ironia, la vicenda umana del piccolo funzionario Akàkij Akàkievic Basmàchin che vive serenamente della propria anonima attività di copista, sino al momento in cui, costretto dalle convenzioni sociali e dall’arbitrio degli arroganti più che dal freddo dell’inverno, deve comprarsi un nuovo cappotto, per sostituire il vecchio, troppo liso per essere presentabile. L’arrivo del nuovo indumento, acquistato dal sarto Petròvic risparmiando fino all’ultimo centesimo e grazie ad una insperata gratifica natalizia, è per lui un evento importante, che sembra fargli guadagnare il rispetto dei colleghi e dei superiori, finché non gli viene rubato. L’evento pone subito allo spettatore il dramma di un uomo comune, come tanti, forse come tutti coloro che sono in sala, che sperano di avere realizzato qualcosa nella vita e se lo vedono strappare in questo caso dai ladri, oppure dalle banche, dalla disoccupazione, dalle tasse, non ha alcuna importanza. L’importante è porre l’accento, non senza comicità, sull’essere umano e sull’oggi che assomiglia tanto a un ieri poi non da troppo trascorso.

Vittorio Franceschi, infatti, ne ha tratto una propria versione teatrale diretto da Alessandro D’Alatri, regista diviso tra cinema, teatro e pubblicità, che torna a collaborare con Franceschi dopo “Il sorriso di Daphne”, spettacolo vincitore, tra gli altri, del Premio “ETI – Gli Olimpici del Teatro” 2006 e del Premio Ubu “Nuovo testo italiano” 2006.

Rispettando in larga parte la trama e firmando totalmente i dialoghi, assai scarsi nel testo originale, Franceschi ci consegna la storia di un innocente, di un uomo semplice colpito da uno speciale accanimento del destino. “È la storia, credo – scrive l’autore e protagonista – della maggioranza degli esseri umani, dei “copisti della vita” i quali mandano avanti il mondo pur subendone le violenze e gli insulti, e ripetendone all’infinito le parole e gli usi, i sentimenti e i desideri, i sogni e i naufragi. Quindi si parla di noi, anche se Gogol’ questo racconto l’ha scritto nel lontano 1842. Credo che un grave errore sarebbe stato quello di trasferire la storia di Akàkij nei giorni nostri, come spesso si usa fare con i classici. Non ce n’è bisogno. Siamo tutti vecchi Pietroburghesi. Di quella città conosciamo a fondo gli angoli delle strade, i volti dei passanti, le voci, i rumori e gli odori, perché sono gli stessi di Milano e di Torino, di Bologna e di Genova, di Roma e di Napoli e di tutte le città italiane di oggi e di sempre. La marmaglia rapace dei presuntuosi, dei vili, delle mezze calzette, dei barattieri e dei prepotenti cammina e traffica al nostro fianco, come camminava e trafficava al fianco di Akàkij Akàkievič ai tempi dello Zar Nicola I”.

“Ho affrontato la regia – scrive Alessandro D’Alatri nelle sue note – cercando di dilatare i confini del reale, proprietà esclusiva del teatro, restituendo una continuità al racconto come se non dovesse esistere mai una interruzione. Se fosse un film sarebbe un unico piano sequenza che seguendo il candore di un umile personaggio ci accompagna tra le pieghe dei vizi e della corruzione della condizione umana. Un viaggio che, nonostante la distanza storica, ci fa sentire tutta la contemporaneità dell’opera”.

Quindi una commedia quanto mai contemporanea, ricca di sfumature fedeli alla Russia dei tempi andati, ma capace di portare immediatamente alla corruzione attuale, al clientelismo senza tempo, alla solita derisione di chi si crede superiore ai danni di coloro che pensano solo di fare il proprio meglio, reggendo le sorti di un intero Paese. Un lavoro assolutamente contemporaneo, quindi, pur se con il sapore del passato che suscita non solo riflessione, ma sprone per un presente migliore. Da non perdere.

Alessia Biasiolo

One thought on ““Il cappotto” di Vittorio Franceschi

  1. WILLEM ha detto:

    Ho avuto l’immenso piacere di assistere allo spettacolo.Ritengo che l’umiltà del personaggio, purtroppo oggigiorno sia venuta a mancare, non l’interpretazione che è stata veramente eccezionale , e mi ha rammentato il “GRANDE” Renato Rascel,che ricordo con piacere in tutte le versioni da lui interpretate .Mi auguro che il TEATRO racconti sempre di noi, per aiutarci a riderci sopra ,anche nelle situazioni peggiori. Intendo cioè, che continuamo a credere in una vita migliore.

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