Estate nella Ski Area San Pellegrino

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(la trincea Monzoni)

Cosa fare nella Ski Area San Pellegrino d’estate? Non c’è bisogno di essere grandi sportivi, escursionisti o scalatori, per divertirsi, vivere nuove entusiasmanti esperienze e assaporare il contatto con la natura circondati dallo splendore delle Dolomiti. Ecco alcune proposte da non perdere nelle località di Falcade e Passo San Pellegrino, a cavallo tra la montagna veneta e la Val di Fassa.

Il Giardino delle Formiche

Facilmente raggiungibile con la nuova cabinovia 8 posti Falcade-Le Buse, Il Giardino delle Formiche è un emozionante sentiero tematico a quasi 2000 metri di altezza. Impreziosito da stupende immagini e didascalie, avvicina i bambini al mondo della Formica Rufa, con scorci mozzafiato sulla piana di Falcade. Un’occasione per conoscere anche gli altri animali del bosco e la ricca flora alpina delle Dolomiti grazie alle tabelle esplicative poste lungo il percorso. Difficoltà: facile. Durata: 30 minuti.

I Balconi Panoramici

Panorama da sogno per chi sale a piedi o in funivia sul Col Margherita (2514 metri), straordinaria terrazza naturale che consente di ammirare la sottostante vallata del San Pellegrino e le principali cime dolomitiche da due particolari punti panoramici attrezzati con panchine, cannocchiali, pannelli informativi sulle vette circostanti e la loro descrizione geologica. Il primo guarda verso nord congiungendo in una sorta di abbraccio virtuale il Gruppo del Latemar alla Marmolada, mentre l’altro è rivolto verso sud in direzione delle Pale di San Martino e della Catena del Lagorai.

I luoghi della Grande Guerra

Le escursioni che partono dalle stazioni a monte della seggiovia Costabella e della funivia Col Margherita ripercorrono le tracce della Grande Guerra nella valle del Passo San Pellegrino. Sulle Creste del Costabella e sull’Alta via dei Monzoni come su Cima Bocche e Cima Juribrutto si combatté ininterrottamente da maggio 1915 a novembre 1917 e questi terribili campi di battaglia costituiscono oggi uno straordinario museo a cielo aperto visitabile da tutti con caverne, trincee, fortini, postazioni militari e numerosi altri reperti ancora ben conservati.

Francesca Fregolent (che ha inviato anche la fotografia)

The Floating Piers – aggiornamenti

Si consiglia ai lettori che volessero visitare il bellissimo lavoro artistico di Christo sul lago d’Iseo, di informarsi poco prima di raggiungerlo circa le decisioni prese per ragioni di ordine pubblico sulle fermate dei treni e delle navette; per ragioni di manutenzione del telo che riveste il ponte, sugli orari di apertura e su ogni altro dettaglio utile alla visita. Vengono decisi, infatti, blocchi o sospensioni a seconda del flusso di visitatori, piuttosto che delle condizioni meteo.

Gli orari notturni, ad esempio, vedono attualmente le visite della passerella sospese. Da oggi, 24 giugno, al 3 luglio, infatti, la passerella verrà chiusa dalle 24.00 alle 6.00, con accesso all’opera artistica fino alle ore 22.00 (questo quanto comunicato ad oggi, salvo ulteriori modifiche).

Sollecitiamo quindi a contattare i numeri di riferimento di cui ne diamo alcuni puramente indicativi:

Brescia Mobilità tel. 030 3061200 (anche http://www.bresciamobilita.it); per i gruppi tel. 030 3061018.

http://www.trenord.it

Polizia Municipale di Iseo tel. 030 980093

 

 

The Floating Piers

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È diventato dal 2015 l’evento più atteso di tutti i tempi sul lago d’Iseo: The Floating Piers dell’artista Bulgaro Christo reinterpreta il Lago d’Iseo fino al 3 luglio 2016. È stato realizzato un sistema modulare, 200.000 cubi in polietilene ad alta densità, che compongono pontili galleggianti a pelo d’acqua impacchettati da un telo giallo cangiante.

Grazie a questi pontili percorribili a piedi, si può raggiungere Peschiera Maraglio di Montisola e l’isoletta di San Paolo dalla terraferma. Il percorso pedonale è lungo 3 chilometri e largo 16 metri.

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The Floating Piers è un progetto artistico dei coniugi Christo e Jeanne-Cluade che realizzano in tutto il mondo opere sul larga scala divenendo eccellenti rappresentati della Land Art, una forma artistica nata negli Stati Uniti alla fine degli anni ’60, consistente in interventi di artisti sul territorio naturale incontaminato. Christo nasce in Bulgaria il 13 giugno 1935 e Jeanne-Cluaden in Marocco il 13 giugno 1935. I due si conoscono a Parigi e collaborano per la realizzazione di alcune opere. Dalla loro relazione l’11 maggio 1960 nasce Cyril. Nel 1964 emigrano negli Stati Uniti dove realizzeranno opere intervenedo su Palazzi, Monumenti e luoghi naturali. Purtroppo Jeanne-Cluaden muore nel 2006, ma il progetto iseano porta anche il suo nome perché era stato pensato e progettato in collaborazione con il marito.

Dallo scorso 18 giugno la passerella galleggiante sul lago d’Iseo si può percorrere gratuitamente dal comune di Sulzano, sulla costa orientale del lago. La passerella consente di raggiungere a piedi Montisola e l’isoletta di San Paolo.

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Per raggiungere Sulzano sono state aggiunte corse sulla tratta ferroviaria Brescia Edolo con fermata a Sulzano; inoltre è stato potenziato il servizio dei battelli regionali con bus navetta 24 ore su 24 disponibili da Brescia, la Valtrompia, la Valcamonica, la Franciacorta e molti altri luoghi che si sono organizzati per consentire a quante più persone di raggiungere lo straordinario ponte. Non è infatti consentito raggiungere Iseo in automobile, ma i parcheggi sono comodi e comodamente serviti dalle navette. Sono circa 10mila i posti auto che creati sul lago, in Franciacorta e Val Camonica per questo speciale evento. Iseo ha allestito 8 nuovi parcheggi per circa 1500 posti auto. La visita del ponte è gratuita e, a quanti l’hanno provata, è apparsa un’esperienza straordinaria raggiungere l’isoletta San Paolo, camminare sull’acqua e vedere il lago d’Iseo e le sue bellezze da una prospettiva inusuale e unica nella storia del lago. Sono a pagamento le navette, ma il prezzo è comune. Ci sono anche, ad esempio da Brescia, dei percorsi organizzati che, al prezzo di 19,00 euro (con sconti ed esenzioni, previa informazione e prenotazione) permettono di accedere alla navetta andata e ritorno, di visitare la mostra fotografica che racconta il progetto e poi di accedere al ponte.

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La passerella galleggiante sul lago è un grande pontile galleggiante composto da 200 mila parallelepipedi di polietilene ad alta densità collegati tra loro in modo da formare un sistema modulare galleggiante. Lungo tre chilometri, il Floating Piers è rivestito da un tessuto giallo cangiante, che si anima di fino a 17mila persone contemporaneamente per tutta la lunghezza del pontile. La sicurezza è assicurata da bagnini, sub e steward che controllano 24 ore su 24 che tutto fili liscio e bello come l’impatto visivo che si nota dalle fotografie spedite da amici che hanno effettuato la visita o fornite dall’organizzazione dell’evento.

Un’esperienza da non perdere, non solo per conoscere da vicino le realizzazioni di uno dei maggiori artisti contemporanei, ma anche per conoscere, o riscoprire, le bellezze uniche del lago d’Iseo e dell’incantevole Montisola.

 

La Redazione

 

 

L’Egitto a Verona

Per la mostra che accompagna la riapertura del Museo dopo i lavori di riqualificazione, si è scelto di presentare al pubblico i materiali relativi al mondo egizio, già esposti nel Museo solo nel 1999-2000. La scelta di un argomento di sicuro interesse è volta a favorire la ripresa della notevole attività didattica che contraddistingueva il Museo prima della chiusura nel 2013 ed è collegata al progetto EgittoVeneto, promosso dalla Regione del Veneto con le Università di Padova e Venezia.

Gli oggetti egizi o ispirati all’Egitto sono entrati al Museo nell’ambito di diverse collezioni, prevalentemente dedicate al mondo classico; sono quindi in numero limitato (un centinaio circa) e privi di provenienza puntuale, ma consentono di sviluppare tematiche interessanti.

La mostra, a cura di Margherita Bolla, è suddivisa in sezioni. Nella prima, Il culto e la magia, si entra nel ricchissimo universo dei culti egizi, già percepiti come esotici da Greci e Romani soprattutto per la tendenza ad adorare alcune divinità sotto forme animali. Minuscoli bronzetti rappresentano un dio-ariete e il bue Apis; altri, cavi come quello della dea-gatta Bastet, servivano a contenere mummie o parti di mummie di animali, che i devoti e i pellegrini acquistavano per deporle nei santuari. Molte statuine in bronzo raffigurano Osiride, dio che – insieme con Iside – rivestì un ruolo importante nella religione dell’Egitto.

La vita oltre la morte presenta materiali tipici delle sepolture, come gli ushabty – figurine in materie prime diverse – che rappresentavano i “servitori” sostituti del morto, pronti a rispondere a Osiride, quando avrebbe chiamato il defunto al lavoro nei propri campi. Alcune parti di mummie, in prestito dal Museo di Storia Naturale di Verona, documentano il complesso trattamento di imbalsamazione che gli Egizi riservavano ai morti, per garantire loro l’”eternità” del corpo. Infine una tavola in pietra raffigura le offerte che i familiari portavano alla tomba, fra le quali non potevano mancare pane e birra.

La sezione Le civiltà africane e Roma è divisa in due parti: con Egitto e Roma si illustra il grande favore che il culto di Iside, con il marito Serapide (già Osiride) e il figlio Arpocrate (Horus), ottenne nell’Impero sia in ambito domestico, come attestano alcuni bronzetti, sia nei santuari dove operavano sacerdoti vestiti in modo peculiare. Uno di essi è rappresentato da una testa in marmo, copia di una nota scultura conservata a Roma. Nella parte dedicata a Africa e Roma si documenta  l’interesse che il mondo africano, con i suoi curiosi animali – come l’elefante o il rinoceronte – o i suoi esotici abitanti, suscitò nella civiltà romana, dove la provincia Africa era raffigurata con copricapo a testa di elefante e con una zanna dello stesso animale sul braccio. Questa sezione della mostra può essere integrata con la visione, al piano superiore del Museo, dei materiali dal santuario delle divinità egizie a Verona.

Proseguendo la mostra, gli oggetti del Museo ispirati in vario modo al mondo egizio illustrano l’Egittomania, la forte attrazione che questa antica e complessa civiltà ha esercitato negli ultimi

secoli sulla cultura europea, non solo fra gli studiosi, fino ad arrivare nell’Ottocento a divertenti produzioni seriali in porcellana.

L’ultima sezione, Un veronese in Egitto (realizzata in collaborazione con l’Università di Padova, Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte, sito nel palazzo del Liviano), è dedicata a Carlo Anti, importante archeologo nato nel 1889 a Villafranca (dove gli sono intitolati un liceo e una via). Prima di diventare professore e poi rettore dell’Università di Padova, studiò materiali romani del Museo Archeologico di Verona, lucerne in particolare (esposte alcune, con soggetto “africano”).

Negli anni Trenta diresse la Missione archeologica italiana a Tebtynis, l’attuale Umm el Breigât nel Fayum, a 170 km a sudovest del Cairo, un esteso villaggio nato attorno al 1800 a.C. e abitato fino al XII secolo d.C., che ha fornito una grande quantità di papiri, oggetto di studio in Italia e all’estero. All’attività di Anti in Egitto (proseguita in particolare dall’IFAO, Institut Français d’Archéologie Orientale, con l’Università di Milano) è dedicato il video che conclude la mostra, che contiene anche un filmato degli anni Trenta, dagli archivi dell’Istituto Luce (Roma).

 

L’EGITTO A VERONA

Museo Archeologico al Teatro Romano, Regaste Redentore, 2 – Verona

tel. +39 045 8062611 – museoarcheologico@comune.verona.it; http://www.museoarcheologicoverona.it

Orari

lunedì 13,30 – 19,30

da martedì a domenica 8,30 – 19,30

la biglietteria chiude alle ore 18.45

 

Biglietti

biglietto intero euro 4,50

biglietto ridotto euro 3,00:

biglietto ridotto scuole euro 1,00:

ingresso gratuito:

Dal 28 maggio al 30 giugno 2016 per festeggiare la riapertura del Museo tariffa unica euro 1,00

 

Visite guidate e segreteria didattica

dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16

tel. +39 045 8036353 – fax +39 045 597140

 

Musei d’Arte Monumenti Museo di Castelvecchio

Roberto Bolis

Il progetto scientifico per il nuovo allestimento del Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona

Il progetto scientifico – di Margherita Bolla, curatrice del Museo dal 1994 – intende valorizzare opere di grande pregio, ma per carenza di spazi mai esposte al pubblico o esposte solo per brevi periodi, in occasione delle sedici mostre allestite fra il 1997 e il 2013. La riqualificazione dell’ex-convento dei Gesuati, sede del Civico Museo Archeologico da circa un secolo, ha permesso di usufruire di nuovi spazi coperti, arrivando ad esporre oltre seicento manufatti, nella cui distribuzione è stato necessario tener conto dell’articolazione dell’edificio e di fattori dimensionali e statici.

L’epoca trattata è quella romana, in cui Verona fu considerata una grande città, con numerose e importanti testimonianze sopravvissute ai duemila anni di storia successiva. L’esposizione risulta complementare a quanto visibile in altri musei cittadini: materiali del periodo preromano sono nel Museo di Storia Naturale, mentre documenti di altre civiltà antiche (greca, etrusca, veneta) si trovano nel Museo Maffeiano; sono state anche evitate possibili sovrapposizioni con il futuro Museo Archeologico nazionale (in cui saranno esposti i reperti dagli scavi recenti), concentrando l’attenzione su alcune tematiche, in rapporto alla peculiare collocazione del convento-museo civico, che sorge dal Quattrocento a picco sopra il teatro romano, cui è strettamente collegato, avendo inglobato alcune parti del complesso architettonico antico.

L’elemento paesaggistico è una componente fondamentale della visita e lo splendido panorama del teatro e della città dall’alto consente di mettere immediatamente in relazione ciò che si vede nel Museo con il contesto esterno.

La struttura del complesso permette percorsi differenti, ma quello privilegiato inizia dal piano superiore del convento, con una sintetica introduzione alla Verona romana e alle residenze che vi si trovavano, spesso dotate di arredi lussuosi, come una pregiata fontanella in marmo ornata da teste di Tritoni, esseri acquatici fantastici. A fronte, una digressione nella “città dei morti”, con una visione delle necropoli poste al di fuori dell’impianto urbano, secondo il rito funerario seguito: dapprima la cremazione, che comprende fra l’altro la nota “tomba del medico” rinvenuta nel 1910 e caratterizzata appunto dalla presenza di strumenti chirurgici, poi l’inumazione, dove – oltre a materiali da sepolture veronesi – si presentano i resti di una cassa in piombo rinvenuta a pochi chilometri dalla città, in cui al defunto erano state date come viatico monete d’oro, invece delle usuali in bronzo.

Si ritorna alla città con i suoi monumenti pubblici, iniziando dall’Arco dei Gavi, che sulla via Postumia (fuori porta Borsari) segnava il confine fra abitato e necropoli. L’Arco è rappresentato da vari documenti e da un plastico realizzato agli inizi dell’Ottocento, pochi anni dopo la demolizione e in vista della ricostruzione, avvenuta poi solo nel 1932 a poca distanza dal sito originario, a fianco di Castelvecchio.

Le sezioni successive del piano superiore sono dedicate agli edifici da spettacolo. Il grandioso anfiteatro (Arena) è illustrato da uno splendido plastico del tardo Settecento, dalle sculture in bronzo e marmo che vi sono state ritrovate e da un mosaico in cui sono raffigurate – come in una fotografia ante litteram – scene di combattimenti gladiatori che vi si svolsero.

Uno spazio considerevole è ovviamente destinato al teatro nei suoi vari aspetti: la struttura architettonica, i documenti sugli spettacoli e i reperti dagli scavi, le sculture che celebravano personaggi eminenti; poi la grande varietà di raffinate sculture decorative, destinate in parte alla sospensione in parte a integrare l’architettura.

Fra le prime si segnala un elemento ornato su una delle due facce dal raro motivo della Sfinge con i resti scarnificati di coloro che non riuscirono a sciogliere il suo indovinello, fra le seconde una bellissima serie di quattro erme (coronamenti di balaustra), una delle quali – di satiro adolescente – ha ispirato il logo del Museo. Per la collocazione di alcune sculture sono state utilizzate, con effetti suggestivi, cavità praticate dai monaci nella roccia del colle di San Pietro, cui il Museo è addossato.

Conclude il percorso al piano superiore una sezione dedicata al santuario dove erano venerate le divinità di origine egizia Iside e Serapide, situato nella zona del complesso teatrale; di particolare interesse i frammenti di sculture in pietre pregiate originarie dell’Egitto (sienite di Aswan, basanite), che contribuivano a creare l’atmosfera esotica del luogo di culto.

Scendendo una scala che ricalca in parte un percorso romano si raggiunge il piano principale del convento, con la sezione dedicata alla scultura che ornava i luoghi pubblici della città. Elementi in bronzo e marmo sono esposti in uno spazio in precedenza scoperto e ora dotato di un tetto trasparente, mentre nel vasto Refettorio del convento sono collocate imponenti statue, oltre a un bel mosaico inserito nel pavimento in un allestimento novecentesco e rispettato in quello attuale.

Si prosegue con l’esposizione delle sculture appartenenti alle raccolte nel tempo pervenute al Comune; non provengono da Verona ma ad essa sono legate in quanto testimonianza del gusto collezionistico, della passione per l’antico e dell’amore per la propria città di personaggi eminenti, come i Giusti, Francesco Muselli, Gaetano Pinali; di quest’ultimo, che contribuì alla scoperta del teatro e fu per qualche tempo proprietario del palazzetto Fontana, si espone – in un ambiente che sul teatro si affaccia – il grande “Oratore” integrato da Antonio Canova.

Una sezione di questa sala è destinata alle esposizioni temporanee; quella di apertura è dedicata all’Egitto.

Sul corridoio di collegamento fra l’ambiente ora citato e il Refettorio si aprono tre celle monastiche, in cui sono esposti oggetti di piccole dimensioni, provenienti dal territorio e di collezione: bronzetti preromani e romani, di grande valore didattico per lo studio dei culti antichi e per la conoscenza degli arredi delle domus (il Museo possiede una raccolta di bronzi fra le maggiori dell’Italia settentrionale); oggetti legati alla vita quotidiana, come vetri dai meravigliosi colori, lucerne, recipienti.

La visita prosegue nel chiostro del Museo dove sono state risistemate iscrizioni e stele, con numerosi esempi di scultura funeraria, opera di botteghe di lapicidi che in epoca romana lavoravano il calcare locale, tratto dalle cave site in Valpolicella. Dal chiostro si entra nella chiesa del convento (con affreschi e un pregevole soffitto ligneo cinquecentesco), che ospita la sezione dedicata ai mosaici, in bianco e nero e policromi, da Verona e dai dintorni.

Dalla chiesa si passa alla Grande Terrazza, riaperta al pubblico nel 2002 con un allestimento che è rimasto invariato; vi sono esposte, all’aperto, lapidi funerarie (nell’area verso il colle) ed elementi architettonici (nell’area verso il teatro), a integrazione di quanto visto all’interno del Museo.

La visita termina con la sala inferiore, che accoglie are e lapidi dedicate agli dei romani venerati nel Veronese ed elementi architettonici di grande raffinatezza. Ma non si deve dimenticare che anche altrove, nel teatro, è possibile vedere esposti reperti romani.

In concomitanza con la riapertura del Museo è stato pubblicato da Cierre Edizioni un agile volume (M. Bolla, Il teatro romano di Verona, 2016) che illustra il complesso monumentale romano e gli edifici che su di esso sorsero nel tempo, fino ad arrivare al nuovo allestimento.

 

Musei d’Arte Monumenti Museo di Castelvecchio

 

Riaperto a Verona il Museo Archeologico al Teatro Romano

Sindaco_in_un_momento_della_visita museo archeologicoÈ stato riaperto al pubblico lo scorso 28 maggio il Museo Archeologico al Teatro Romano, totalmente rinnovato ed ampliato. A pochi mesi dal recente riallestimento del Museo degli Affreschi un altro importante appuntamento per la città.

L’edificio del Museo sorge dal XV secolo, come convento dei Gesuati, sul fianco del colle di San Pietro a picco sopra il Teatro Romano; a questo è strettamente collegato avendo inglobato alcune parti del complesso architettonico antico. Questa particolarissima collocazione costituisce un elemento fondamentale ed eccezionale della visita all’intero complesso: lo splendido panorama del teatro e della città dall’alto consente infatti di mettere immediatamente in relazione ciò che è esposto nel Museo con il contesto esterno.

Il recente ampliamento e il riallestimento delle sale espositive sono stati realizzati proprio sulla base di uno stretto dialogo con l’intero contesto.

Ciò che veronesi e turisti possono ora finalmente ammirare è un Museo Archeologico di impronta internazionale, ricco non solo di reperti di notevolissimo valore, ma anche di apparati illustrativi adeguati, elegante e innovativo. La visione spettacolare che dal nuovo Museo si gode sull’Adige e sulla città, l’essere dentro il Teatro Romano, la suggestione dei luoghi, la bellezza e l’importanza dei reperti esposti e l’eleganza e funzionalità dell’allestimento, sono fattori che sicuramente faranno del nuovo Museo Archeologico al teatro romano una delle mete imperdibili di Verona.

Il percorso museale

L’accesso al rinnovato Museo Archeologico al Teatro Romano avviene dal rinascimentale palazzetto Fontana sorto sulla struttura scenica del teatro. L’edificio, interamente restaurato, prevede due piani dedicati alla didattica con un allestimento che permette anche attività di laboratorio per le scolaresche.

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Una volta usciti da palazzo Fontana e attraversato il teatro romano, si può scegliere di raggiungere le sale espositive con un ascensore o con una panoramica scalinata che costeggia il teatro (percorso richiesto a scuole e gruppi).

Il percorso museale attraversa tre piani espositivi. Il primo, situato al quinto livello dell’ex convento, è uno spazio quadrato che si affaccia sul Chiostro dei Gesuati; il secondo corrisponde al piano sottostante e si compone del nuovo cortile coperto, dell’ex-refettorio e di una serie di stanze minori tra cui tre celle monastiche; il terzo, ancora inferiore, è costituito dalla sala delle iscrizioni (già portineria del convento).

La struttura del complesso permette percorsi differenti, ma quello privilegiato inizia dal piano superiore del convento, con una sintetica introduzione alla Verona romana e alle residenze che vi si trovavano, spesso dotate di arredi lussuosi, come la pregiata fontanella in marmo ornata da teste di Tritoni. I visitatori sono via via condotti nella quotidianità della Verona di due millenni orsono, illustrata nelle sezioni: “Abitare a Verona”, “Le necropoli”, e “Gli edifici pubblici”. In questa ultima sezione sono descritti gli edifici di maggior importanza dell’epoca romana veronese. “L’Arco dei Gavi” e “L’Anfiteatro romano” (Arena), rappresentati da due straordinari plastici rispettivamente ottocentesco e settecentesco accompagnati da varia documentazione.

Completa la sezione dedicata agli edifici pubblici la presentazione de “Il Teatro romano” nei suoi vari aspetti: la struttura architettonica, i documenti sugli spettacoli e i reperti dagli scavi, le sculture che celebravano personaggi eminenti; poi la grande varietà di raffinate sculture decorative, destinate in parte alla sospensione in parte a integrare l’architettura. Conclude il percorso al piano superiore una sezione dedicata al Santuario di Iside e Serapide luogo di culto situato nella zona del complesso teatrale dove erano venerate le due divinità di origine egizia.

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Scendendo al piano sottostante, attraverso la curva dell’elegante scalone in pietra che ricalca in parte un percorso romano, si entra nel nuovo cortile coperto, dove si ammirano sculture in pietra e bronzo che ornavano i luoghi pubblici della città. Le troviamo all’interno delle grandi vetrine passanti che dividono la corte coperta dalla sala affacciata sul teatro. Si entra quindi nel refettorio, dedicato alle grandi sculture romane rinvenute a Verona, per poi accedere alla sezione riservata alla “Scultura di collezione” testimonianza del gusto, della passione per l’antico e dell’amore per la propria città di personaggi veronesi eminenti, come i Giusti, Jacopo Muselli, Gaetano Pinali. Sul corridoio di collegamento si aprono tre celle monastiche in cui sono esposti oggetti di piccole dimensioni, provenienti dal territorio e di collezione: bronzetti preromani e romani, di grande valore scientifico per lo studio dei culti antichi e per la conoscenza degli arredi delle domus (il Museo possiede una raccolta di bronzi fra le maggiori dell’Italia settentrionale); oggetti legati alla vita quotidiana, come vetri dai meravigliosi colori, lucerne, recipienti.

Una sezione della sala verso il teatro è destinata alle esposizioni temporanee e in occasione della riapertura al pubblico è presentata la mostra L’Egitto a Verona. La visita prosegue nel chiostro del Museo dove sono state risistemate iscrizioni e stele, con numerosi esempi di scultura funeraria, opera di botteghe di lapicidi che in epoca romana lavoravano il calcare locale, tratto dalle cave site in Valpolicella. Dal chiostro si entra nella chiesa del convento (con affreschi e un pregevole soffitto ligneo cinquecentesco), che ospita la sezione dedicata ai mosaici, in bianco e nero e policromi, da Verona e dai dintorni. Dalla chiesa si passa alla Grande Terrazza, riaperta al pubblico nel 2002 con un allestimento che è rimasto invariato; vi sono esposte, all’aperto, lapidi funerarie (nell’area verso il colle) ed elementi architettonici (nell’area verso il teatro), a integrazione di quanto visto all’interno del Museo. La visita termina con la sala al piano inferiore, che accoglie are e lapidi dedicate agli dei romani venerati nel Veronese ed elementi architettonici di grande raffinatezza.

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L’intervento di restauro e ampliamento

Il nuovo Museo Archeologico è situato in un edificio che ingloba parte dei resti del teatro romano ed è quindi frutto di sovrapposizioni e riedificazioni andate stratificandosi nei secoli. I livelli  dell’edificio si dilatano progressivamente salendo di quota occupando, via via, superfici sempre più consistenti dell’invaso conico del colle. L’intervento sul complesso è stato preceduto da un’intensa attività diagnostica ed è stato volto ad assicurarne la statica, oltre che ad ampliare le superfici espositive.

Il nuovo allestimento

Data l’estrema eterogeneità dei reperti esposti, dalla grande statuaria a testimonianze importanti ma minute, nel progetto di allestimento si è scelto di non interferire con la loro lettura utilizzando per ampi fondali e grandi basi il bianco e il grigio chiaro. Per la grafica e per alcuni supporti puntuali, ispirandosi ai colori dei tetti veronesi dei quali si può godere una vista spettacolare dalle finestre del museo, è utilizzato il colore rosso mattone associato al più contemporaneo rosso “ciliegia” per alcuni testi.

Come per i colori anche per i materiali si è percorsa la linea della semplicità e pulizia utilizzando legno laccato e per l’interno delle vetrine esclusivamente acciaio verniciato e cristallo.

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Il progetto di riqualificazione dell’area del Colle di San Pietro

Il progetto di riqualificazione complessiva di questa vasta area verde, ricchissima di testimonianze archeologiche e storiche, è un impegno che vede unite l’Amministrazione Comunale e la Fondazione Cariverona. La scelta è stata dettata dalla volontà di uniformare gli interventi nel più ampio e articolato obiettivo di rivitalizzazione del colle di San Pietro attraverso l’attivazione di una serie di funzioni culturali in sinergia tra pubblico e privato e di interventi complessi per il recupero e l’ammodernamento delle strutture esistenti, tale da rendere il Museo Archeologico al Teatro Romano in linea con gli standard internazionali.

Nel progetto complessivo rientra anche la rifunzionalizzazione della ex Caserma di San Pietro che prevede l’inserimento di un ascensore (ex funicolare) per agevolare la salita al colle.

La spesa per la parte del grande progetto relativa al Museo Archeologico è stata di poco inferiore ai 5 milioni di euro, coperti da un contributo regionale di € 3.499.860, mentre Fondazione Cariverona si è fatta carico della maggior parte dei costi restanti (€ 1.199.940,00) e ha designato alla redazione della progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva dell’intervento lo Studio Grisdainese di Padova, professionisti già incaricati del nuovo polo museale a Castel San Pietro, fornendo all’amministrazione il progetto per l’appalto. L’Amministrazione Comunale ha integrato il finanziamento per la parte mancante (€ 300.000), elaborato il programma museologico dell’intervento, coordinato tutte le conseguenti procedure tecnico-amministrative, ivi compresa la Direzione Lavori, e fornito il progetto scientifico per l’allestimento, oltre all’assistenza in ogni fase del complesso intervento, che ha comportato fra l’altro lo svuotamento di quasi tutto il Museo, effettuato nel 2013.

Museo Archeologico al Teatro Romano, Regaste Redentore, 2 – Verona

tel. +39 045 8062611 museoarcheologico@comune.verona.it; ww.museoarcheologicoverona.it

Orari

lunedì 13,30 – 19,30

da martedì a domenica 8,30 – 19,30

la biglietteria chiude alle ore 18.45

Biglietti

biglietto intero euro 4,50

biglietto ridotto euro 3,00:

biglietto ridotto scuole euro 1,00:

ingresso gratuito:

Fino al 30 giugno 2016 per festeggiare la riapertura del Museo tariffa unica euro 1,00.

Roberto Bolis (che ha fornito anche le fotografie)

 

Jan Fabre. Spiritual Guards

Fig.1-mostra lotto-caravaggioSi rinnova l’appuntamento annuale con la grande arte al Forte Belvedere di Firenze. Dopo le mostre internazionali di Giuseppe Penone e Antony Gormley, i bastioni dell’antica fortezza medicea ospiteranno le opere di Jan Fabre, uno degli artisti più innovativi e rilevanti del panorama contemporaneo. Artista totale, Fabre (Anversa, 1958) sprigiona la sua immaginazione nei diversi linguaggi della scultura, del disegno e dell’installazione, della performance e del teatro.

La grande mostra Jan Fabre. Spiritual Guards, promossa dal Comune di Firenze, si svilupperà tra Forte Belvedere, Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria. Si tratta di una delle più complesse e articolate mostre in spazi pubblici italiani realizzata dall’artista e regista teatrale fiammingo. Per la prima volta in assoluto un artista vivente si cimenterà contemporaneamente in tre luoghi di eccezionale valore storico e artistico.  Saranno esposti un centinaio di lavori realizzati da Fabre tra il 1978 e il 2016: sculture in bronzo, installazioni di gusci di scarabei, lavori in cera e film che documentano le sue performance. Fabre presenterà anche due opere inedite, pensate appositamente per questa occasione.

Fig.27-mostra lotto-caravaggioGià l’anteprima è stato un evento di straordinario impatto visivo e dai forti connotati simbolici. La mattina del 15 aprile, infatti, ben due sculture in bronzo di Fabre sono entrate a far par parte – temporaneamente – di quel museo a cielo aperto che è Piazza Signoria. Una di queste, Searching for Utopia, di eccezionali dimensioni, dialoga con il monumento equestre di Cosimo I, capolavoro rinascimentale del Giambologna; mentre la seconda, The man who measures the clouds (American version, 18 years older), si innalza sull’Arengario, o Ringhiera, di Palazzo Vecchio, tra le copie del David di Michelangelo e della Giuditta di Donatello. In entrambe le opere si riconosce l’autoritratto dell’artista, nella doppia veste di cavaliere e guardiano, come tramite tra terra e cielo, tra forze naturali e dello spirito. Ad una storia dell’arte che si è messa anche a disposizione del potere politico ed economico – come quella di Piazza Signoria con i suoi giganti di marmo (David, Ercole, Nettuno) e con le sue rappresentazioni bibliche, mitologiche o del genius loci (Giuditta, Perseo, Marzocco) – Jan Fabre oppone un’arte che vuole rappresentare e incarnare il potere dell’immaginazione, la missione dell’artista come “spiritual guard”. E lo fa in una piazza che dal Rinascimento in poi è stata pensata e usata come agorà e palcoscenico figurativo, che da allora è diventata luogo paradigmatico del rapporto tra arte e spazio pubblico, e dove è stata configurata in modo esemplare la funzione simbolica-spettacolare del monumento moderno.  In Palazzo Vecchio, una serie di sculture dialogano con gli affreschi e i manufatti conservati in alcune sale del percorso museale del palazzo, in particolare quelle del Quartiere di Eleonora, assieme alla Sala dell’Udienza e alla Sala dei Gigli. Tra le opere esposte anche un grande mappamondo (2.50 m di diametro) rivestito interamente di scarabei dal carapace cangiante, la cui forma e dimensione dialoga perfettamente con il celebre globo conservato nella Sala delle Mappe geografiche, opera cinquecentesca di Ignazio Danti.

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La mostra al Forte Belvedere, tra i bastioni e la palazzina, presenta circa sessanta opere in bronzo e cera, oltre a una serie di film incentrati su alcune storiche performance dell’artista. Le curatrici Melania Rossi e Joanna De Vos, insieme al direttore artistico del progetto Sergio Risaliti, hanno scelto il Forte Belvedere come nucleo tematico dell’esposizione Jan Fabre. Spiritual Guards, per le sue caratteristiche spaziali e storiche. Una fortificazione che nel tempo è servita per difendere Firenze dalle minacce esterne, ma anche per proteggere la famiglia dei Medici in tempi di rivolte cittadine. Un luogo di difesa dall’esterno e dall’interno quindi, che suggerisce un percorso attraverso la vita, le ambizioni e le angosce dei potenti signori medicei e che allude a opposte percezioni e sensazioni umane come quelle di controllo e abbandono, ma anche a bisogni e desideri contrapposti come quelli di protezione armata e di slancio spirituale, così profondi e radicati da condizionare le forme architettoniche e la configurazione dello spazio naturale. Soprattutto qui al Forte Belvedere dove è evidente la necessità di fortificarsi nella consapevolezza di restare pur sempre indifesi.

A comunicare queste ambivalenze che, oltre la storia, costituiscono tutta l’esperienza e la vitalità umana, sono due schieramenti scultorei formati da sette scarabei bronzei posizionati nei punti di vedetta del Forte e da una serie di autoritratti dell’artista a figura intera – tutti di un bagliore dorato che riflette il paesaggio circostante come un alone spirituale – che popolano gli angoli dei bastioni all’esterno della palazzina, circondando la villa Medicea.

Gli scarabei sono angeli di metamorfosi, guardiani-custodi, simboleggiano nelle antiche religioni e nella tradizione pittorica italiana e fiamminga della vanitas il passaggio tra la dimensione terrena e la vita eterna con il loro continuo movimento. Allo stesso tempo possiedono una bellissima corazza che mette in luce drammaticamente la vulnerabilità di quel corpo “regale”. E così anche Jan Fabre, che si definisce, vive e si esprime come cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza, si spoglia e si veste delle sue armi dispiegando nel luogo più alto di Firenze il suo esercito vestito di armature lucenti e cangianti. Una legione che è qui chiamata a raccontare la devozione per la vita, a difendere quella fragile pura bellezza che l’arte è in grado di generare, contro un nemico invisibile che arriva da dentro e da fuori contemporaneamente, sempre pronto a colpire e offendere.

All’interno del primo piano della palazzina, in questa occasione riaperta al pubblico dopo molti anni, il percorso continuerà con sculture in cera e con proiezioni di film delle performance, in continuità e dialogo con le opere esterne e con il magnifico paesaggio fiorentino.

La spettacolare integrazione bronzea in Piazza della Signoria e le opere realizzate con gusci di scarabei in mostra a Palazzo Vecchio si misureranno con il tessuto urbano e con uno dei più visitati palazzi storici della città, costituendo perfetto completamento visivo e concettuale alla mostra. Impresa e motto della mostra è giustappunto Spiritual Guards, da interpretare come incitamento a vivere una vita eroica, sia bellicosa che disarmata a difesa dell’immaginazione e della bellezza.

Dobbiamo qui ricordare che Jan Fabre nel corso della sua lunga carriera – iniziata negli anni ’70 – ha già avuto diversi contatti con Firenze, partecipando a molte collettive e presentando qui alcune sue produzioni teatrali. Nel 2012 due suoi busti in bronzo della serie Chapters, in cui si autoritrae con impressionanti corna e orecchie d’asino, sono entrati a far parte delle collezioni degli Uffizi. Nel 2015 l’artista ha ricevuto il Premio Michelangelo per la scultura in occasione della seconda edizione della Settimana Michelangiolesca.

Izzo, Diana

(fotografie fornite dalle autrici dell’articolo)