L’Egitto a Verona

Per la mostra che accompagna la riapertura del Museo dopo i lavori di riqualificazione, si è scelto di presentare al pubblico i materiali relativi al mondo egizio, già esposti nel Museo solo nel 1999-2000. La scelta di un argomento di sicuro interesse è volta a favorire la ripresa della notevole attività didattica che contraddistingueva il Museo prima della chiusura nel 2013 ed è collegata al progetto EgittoVeneto, promosso dalla Regione del Veneto con le Università di Padova e Venezia.

Gli oggetti egizi o ispirati all’Egitto sono entrati al Museo nell’ambito di diverse collezioni, prevalentemente dedicate al mondo classico; sono quindi in numero limitato (un centinaio circa) e privi di provenienza puntuale, ma consentono di sviluppare tematiche interessanti.

La mostra, a cura di Margherita Bolla, è suddivisa in sezioni. Nella prima, Il culto e la magia, si entra nel ricchissimo universo dei culti egizi, già percepiti come esotici da Greci e Romani soprattutto per la tendenza ad adorare alcune divinità sotto forme animali. Minuscoli bronzetti rappresentano un dio-ariete e il bue Apis; altri, cavi come quello della dea-gatta Bastet, servivano a contenere mummie o parti di mummie di animali, che i devoti e i pellegrini acquistavano per deporle nei santuari. Molte statuine in bronzo raffigurano Osiride, dio che – insieme con Iside – rivestì un ruolo importante nella religione dell’Egitto.

La vita oltre la morte presenta materiali tipici delle sepolture, come gli ushabty – figurine in materie prime diverse – che rappresentavano i “servitori” sostituti del morto, pronti a rispondere a Osiride, quando avrebbe chiamato il defunto al lavoro nei propri campi. Alcune parti di mummie, in prestito dal Museo di Storia Naturale di Verona, documentano il complesso trattamento di imbalsamazione che gli Egizi riservavano ai morti, per garantire loro l’”eternità” del corpo. Infine una tavola in pietra raffigura le offerte che i familiari portavano alla tomba, fra le quali non potevano mancare pane e birra.

La sezione Le civiltà africane e Roma è divisa in due parti: con Egitto e Roma si illustra il grande favore che il culto di Iside, con il marito Serapide (già Osiride) e il figlio Arpocrate (Horus), ottenne nell’Impero sia in ambito domestico, come attestano alcuni bronzetti, sia nei santuari dove operavano sacerdoti vestiti in modo peculiare. Uno di essi è rappresentato da una testa in marmo, copia di una nota scultura conservata a Roma. Nella parte dedicata a Africa e Roma si documenta  l’interesse che il mondo africano, con i suoi curiosi animali – come l’elefante o il rinoceronte – o i suoi esotici abitanti, suscitò nella civiltà romana, dove la provincia Africa era raffigurata con copricapo a testa di elefante e con una zanna dello stesso animale sul braccio. Questa sezione della mostra può essere integrata con la visione, al piano superiore del Museo, dei materiali dal santuario delle divinità egizie a Verona.

Proseguendo la mostra, gli oggetti del Museo ispirati in vario modo al mondo egizio illustrano l’Egittomania, la forte attrazione che questa antica e complessa civiltà ha esercitato negli ultimi

secoli sulla cultura europea, non solo fra gli studiosi, fino ad arrivare nell’Ottocento a divertenti produzioni seriali in porcellana.

L’ultima sezione, Un veronese in Egitto (realizzata in collaborazione con l’Università di Padova, Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte, sito nel palazzo del Liviano), è dedicata a Carlo Anti, importante archeologo nato nel 1889 a Villafranca (dove gli sono intitolati un liceo e una via). Prima di diventare professore e poi rettore dell’Università di Padova, studiò materiali romani del Museo Archeologico di Verona, lucerne in particolare (esposte alcune, con soggetto “africano”).

Negli anni Trenta diresse la Missione archeologica italiana a Tebtynis, l’attuale Umm el Breigât nel Fayum, a 170 km a sudovest del Cairo, un esteso villaggio nato attorno al 1800 a.C. e abitato fino al XII secolo d.C., che ha fornito una grande quantità di papiri, oggetto di studio in Italia e all’estero. All’attività di Anti in Egitto (proseguita in particolare dall’IFAO, Institut Français d’Archéologie Orientale, con l’Università di Milano) è dedicato il video che conclude la mostra, che contiene anche un filmato degli anni Trenta, dagli archivi dell’Istituto Luce (Roma).

 

L’EGITTO A VERONA

Museo Archeologico al Teatro Romano, Regaste Redentore, 2 – Verona

tel. +39 045 8062611 – museoarcheologico@comune.verona.it; http://www.museoarcheologicoverona.it

Orari

lunedì 13,30 – 19,30

da martedì a domenica 8,30 – 19,30

la biglietteria chiude alle ore 18.45

 

Biglietti

biglietto intero euro 4,50

biglietto ridotto euro 3,00:

biglietto ridotto scuole euro 1,00:

ingresso gratuito:

Dal 28 maggio al 30 giugno 2016 per festeggiare la riapertura del Museo tariffa unica euro 1,00

 

Visite guidate e segreteria didattica

dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16

tel. +39 045 8036353 – fax +39 045 597140

 

Musei d’Arte Monumenti Museo di Castelvecchio

Roberto Bolis

Il progetto scientifico per il nuovo allestimento del Museo Archeologico al Teatro Romano di Verona

Il progetto scientifico – di Margherita Bolla, curatrice del Museo dal 1994 – intende valorizzare opere di grande pregio, ma per carenza di spazi mai esposte al pubblico o esposte solo per brevi periodi, in occasione delle sedici mostre allestite fra il 1997 e il 2013. La riqualificazione dell’ex-convento dei Gesuati, sede del Civico Museo Archeologico da circa un secolo, ha permesso di usufruire di nuovi spazi coperti, arrivando ad esporre oltre seicento manufatti, nella cui distribuzione è stato necessario tener conto dell’articolazione dell’edificio e di fattori dimensionali e statici.

L’epoca trattata è quella romana, in cui Verona fu considerata una grande città, con numerose e importanti testimonianze sopravvissute ai duemila anni di storia successiva. L’esposizione risulta complementare a quanto visibile in altri musei cittadini: materiali del periodo preromano sono nel Museo di Storia Naturale, mentre documenti di altre civiltà antiche (greca, etrusca, veneta) si trovano nel Museo Maffeiano; sono state anche evitate possibili sovrapposizioni con il futuro Museo Archeologico nazionale (in cui saranno esposti i reperti dagli scavi recenti), concentrando l’attenzione su alcune tematiche, in rapporto alla peculiare collocazione del convento-museo civico, che sorge dal Quattrocento a picco sopra il teatro romano, cui è strettamente collegato, avendo inglobato alcune parti del complesso architettonico antico.

L’elemento paesaggistico è una componente fondamentale della visita e lo splendido panorama del teatro e della città dall’alto consente di mettere immediatamente in relazione ciò che si vede nel Museo con il contesto esterno.

La struttura del complesso permette percorsi differenti, ma quello privilegiato inizia dal piano superiore del convento, con una sintetica introduzione alla Verona romana e alle residenze che vi si trovavano, spesso dotate di arredi lussuosi, come una pregiata fontanella in marmo ornata da teste di Tritoni, esseri acquatici fantastici. A fronte, una digressione nella “città dei morti”, con una visione delle necropoli poste al di fuori dell’impianto urbano, secondo il rito funerario seguito: dapprima la cremazione, che comprende fra l’altro la nota “tomba del medico” rinvenuta nel 1910 e caratterizzata appunto dalla presenza di strumenti chirurgici, poi l’inumazione, dove – oltre a materiali da sepolture veronesi – si presentano i resti di una cassa in piombo rinvenuta a pochi chilometri dalla città, in cui al defunto erano state date come viatico monete d’oro, invece delle usuali in bronzo.

Si ritorna alla città con i suoi monumenti pubblici, iniziando dall’Arco dei Gavi, che sulla via Postumia (fuori porta Borsari) segnava il confine fra abitato e necropoli. L’Arco è rappresentato da vari documenti e da un plastico realizzato agli inizi dell’Ottocento, pochi anni dopo la demolizione e in vista della ricostruzione, avvenuta poi solo nel 1932 a poca distanza dal sito originario, a fianco di Castelvecchio.

Le sezioni successive del piano superiore sono dedicate agli edifici da spettacolo. Il grandioso anfiteatro (Arena) è illustrato da uno splendido plastico del tardo Settecento, dalle sculture in bronzo e marmo che vi sono state ritrovate e da un mosaico in cui sono raffigurate – come in una fotografia ante litteram – scene di combattimenti gladiatori che vi si svolsero.

Uno spazio considerevole è ovviamente destinato al teatro nei suoi vari aspetti: la struttura architettonica, i documenti sugli spettacoli e i reperti dagli scavi, le sculture che celebravano personaggi eminenti; poi la grande varietà di raffinate sculture decorative, destinate in parte alla sospensione in parte a integrare l’architettura.

Fra le prime si segnala un elemento ornato su una delle due facce dal raro motivo della Sfinge con i resti scarnificati di coloro che non riuscirono a sciogliere il suo indovinello, fra le seconde una bellissima serie di quattro erme (coronamenti di balaustra), una delle quali – di satiro adolescente – ha ispirato il logo del Museo. Per la collocazione di alcune sculture sono state utilizzate, con effetti suggestivi, cavità praticate dai monaci nella roccia del colle di San Pietro, cui il Museo è addossato.

Conclude il percorso al piano superiore una sezione dedicata al santuario dove erano venerate le divinità di origine egizia Iside e Serapide, situato nella zona del complesso teatrale; di particolare interesse i frammenti di sculture in pietre pregiate originarie dell’Egitto (sienite di Aswan, basanite), che contribuivano a creare l’atmosfera esotica del luogo di culto.

Scendendo una scala che ricalca in parte un percorso romano si raggiunge il piano principale del convento, con la sezione dedicata alla scultura che ornava i luoghi pubblici della città. Elementi in bronzo e marmo sono esposti in uno spazio in precedenza scoperto e ora dotato di un tetto trasparente, mentre nel vasto Refettorio del convento sono collocate imponenti statue, oltre a un bel mosaico inserito nel pavimento in un allestimento novecentesco e rispettato in quello attuale.

Si prosegue con l’esposizione delle sculture appartenenti alle raccolte nel tempo pervenute al Comune; non provengono da Verona ma ad essa sono legate in quanto testimonianza del gusto collezionistico, della passione per l’antico e dell’amore per la propria città di personaggi eminenti, come i Giusti, Francesco Muselli, Gaetano Pinali; di quest’ultimo, che contribuì alla scoperta del teatro e fu per qualche tempo proprietario del palazzetto Fontana, si espone – in un ambiente che sul teatro si affaccia – il grande “Oratore” integrato da Antonio Canova.

Una sezione di questa sala è destinata alle esposizioni temporanee; quella di apertura è dedicata all’Egitto.

Sul corridoio di collegamento fra l’ambiente ora citato e il Refettorio si aprono tre celle monastiche, in cui sono esposti oggetti di piccole dimensioni, provenienti dal territorio e di collezione: bronzetti preromani e romani, di grande valore didattico per lo studio dei culti antichi e per la conoscenza degli arredi delle domus (il Museo possiede una raccolta di bronzi fra le maggiori dell’Italia settentrionale); oggetti legati alla vita quotidiana, come vetri dai meravigliosi colori, lucerne, recipienti.

La visita prosegue nel chiostro del Museo dove sono state risistemate iscrizioni e stele, con numerosi esempi di scultura funeraria, opera di botteghe di lapicidi che in epoca romana lavoravano il calcare locale, tratto dalle cave site in Valpolicella. Dal chiostro si entra nella chiesa del convento (con affreschi e un pregevole soffitto ligneo cinquecentesco), che ospita la sezione dedicata ai mosaici, in bianco e nero e policromi, da Verona e dai dintorni.

Dalla chiesa si passa alla Grande Terrazza, riaperta al pubblico nel 2002 con un allestimento che è rimasto invariato; vi sono esposte, all’aperto, lapidi funerarie (nell’area verso il colle) ed elementi architettonici (nell’area verso il teatro), a integrazione di quanto visto all’interno del Museo.

La visita termina con la sala inferiore, che accoglie are e lapidi dedicate agli dei romani venerati nel Veronese ed elementi architettonici di grande raffinatezza. Ma non si deve dimenticare che anche altrove, nel teatro, è possibile vedere esposti reperti romani.

In concomitanza con la riapertura del Museo è stato pubblicato da Cierre Edizioni un agile volume (M. Bolla, Il teatro romano di Verona, 2016) che illustra il complesso monumentale romano e gli edifici che su di esso sorsero nel tempo, fino ad arrivare al nuovo allestimento.

 

Musei d’Arte Monumenti Museo di Castelvecchio

 

Riaperto a Verona il Museo Archeologico al Teatro Romano

Sindaco_in_un_momento_della_visita museo archeologicoÈ stato riaperto al pubblico lo scorso 28 maggio il Museo Archeologico al Teatro Romano, totalmente rinnovato ed ampliato. A pochi mesi dal recente riallestimento del Museo degli Affreschi un altro importante appuntamento per la città.

L’edificio del Museo sorge dal XV secolo, come convento dei Gesuati, sul fianco del colle di San Pietro a picco sopra il Teatro Romano; a questo è strettamente collegato avendo inglobato alcune parti del complesso architettonico antico. Questa particolarissima collocazione costituisce un elemento fondamentale ed eccezionale della visita all’intero complesso: lo splendido panorama del teatro e della città dall’alto consente infatti di mettere immediatamente in relazione ciò che è esposto nel Museo con il contesto esterno.

Il recente ampliamento e il riallestimento delle sale espositive sono stati realizzati proprio sulla base di uno stretto dialogo con l’intero contesto.

Ciò che veronesi e turisti possono ora finalmente ammirare è un Museo Archeologico di impronta internazionale, ricco non solo di reperti di notevolissimo valore, ma anche di apparati illustrativi adeguati, elegante e innovativo. La visione spettacolare che dal nuovo Museo si gode sull’Adige e sulla città, l’essere dentro il Teatro Romano, la suggestione dei luoghi, la bellezza e l’importanza dei reperti esposti e l’eleganza e funzionalità dell’allestimento, sono fattori che sicuramente faranno del nuovo Museo Archeologico al teatro romano una delle mete imperdibili di Verona.

Il percorso museale

L’accesso al rinnovato Museo Archeologico al Teatro Romano avviene dal rinascimentale palazzetto Fontana sorto sulla struttura scenica del teatro. L’edificio, interamente restaurato, prevede due piani dedicati alla didattica con un allestimento che permette anche attività di laboratorio per le scolaresche.

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Una volta usciti da palazzo Fontana e attraversato il teatro romano, si può scegliere di raggiungere le sale espositive con un ascensore o con una panoramica scalinata che costeggia il teatro (percorso richiesto a scuole e gruppi).

Il percorso museale attraversa tre piani espositivi. Il primo, situato al quinto livello dell’ex convento, è uno spazio quadrato che si affaccia sul Chiostro dei Gesuati; il secondo corrisponde al piano sottostante e si compone del nuovo cortile coperto, dell’ex-refettorio e di una serie di stanze minori tra cui tre celle monastiche; il terzo, ancora inferiore, è costituito dalla sala delle iscrizioni (già portineria del convento).

La struttura del complesso permette percorsi differenti, ma quello privilegiato inizia dal piano superiore del convento, con una sintetica introduzione alla Verona romana e alle residenze che vi si trovavano, spesso dotate di arredi lussuosi, come la pregiata fontanella in marmo ornata da teste di Tritoni. I visitatori sono via via condotti nella quotidianità della Verona di due millenni orsono, illustrata nelle sezioni: “Abitare a Verona”, “Le necropoli”, e “Gli edifici pubblici”. In questa ultima sezione sono descritti gli edifici di maggior importanza dell’epoca romana veronese. “L’Arco dei Gavi” e “L’Anfiteatro romano” (Arena), rappresentati da due straordinari plastici rispettivamente ottocentesco e settecentesco accompagnati da varia documentazione.

Completa la sezione dedicata agli edifici pubblici la presentazione de “Il Teatro romano” nei suoi vari aspetti: la struttura architettonica, i documenti sugli spettacoli e i reperti dagli scavi, le sculture che celebravano personaggi eminenti; poi la grande varietà di raffinate sculture decorative, destinate in parte alla sospensione in parte a integrare l’architettura. Conclude il percorso al piano superiore una sezione dedicata al Santuario di Iside e Serapide luogo di culto situato nella zona del complesso teatrale dove erano venerate le due divinità di origine egizia.

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Scendendo al piano sottostante, attraverso la curva dell’elegante scalone in pietra che ricalca in parte un percorso romano, si entra nel nuovo cortile coperto, dove si ammirano sculture in pietra e bronzo che ornavano i luoghi pubblici della città. Le troviamo all’interno delle grandi vetrine passanti che dividono la corte coperta dalla sala affacciata sul teatro. Si entra quindi nel refettorio, dedicato alle grandi sculture romane rinvenute a Verona, per poi accedere alla sezione riservata alla “Scultura di collezione” testimonianza del gusto, della passione per l’antico e dell’amore per la propria città di personaggi veronesi eminenti, come i Giusti, Jacopo Muselli, Gaetano Pinali. Sul corridoio di collegamento si aprono tre celle monastiche in cui sono esposti oggetti di piccole dimensioni, provenienti dal territorio e di collezione: bronzetti preromani e romani, di grande valore scientifico per lo studio dei culti antichi e per la conoscenza degli arredi delle domus (il Museo possiede una raccolta di bronzi fra le maggiori dell’Italia settentrionale); oggetti legati alla vita quotidiana, come vetri dai meravigliosi colori, lucerne, recipienti.

Una sezione della sala verso il teatro è destinata alle esposizioni temporanee e in occasione della riapertura al pubblico è presentata la mostra L’Egitto a Verona. La visita prosegue nel chiostro del Museo dove sono state risistemate iscrizioni e stele, con numerosi esempi di scultura funeraria, opera di botteghe di lapicidi che in epoca romana lavoravano il calcare locale, tratto dalle cave site in Valpolicella. Dal chiostro si entra nella chiesa del convento (con affreschi e un pregevole soffitto ligneo cinquecentesco), che ospita la sezione dedicata ai mosaici, in bianco e nero e policromi, da Verona e dai dintorni. Dalla chiesa si passa alla Grande Terrazza, riaperta al pubblico nel 2002 con un allestimento che è rimasto invariato; vi sono esposte, all’aperto, lapidi funerarie (nell’area verso il colle) ed elementi architettonici (nell’area verso il teatro), a integrazione di quanto visto all’interno del Museo. La visita termina con la sala al piano inferiore, che accoglie are e lapidi dedicate agli dei romani venerati nel Veronese ed elementi architettonici di grande raffinatezza.

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L’intervento di restauro e ampliamento

Il nuovo Museo Archeologico è situato in un edificio che ingloba parte dei resti del teatro romano ed è quindi frutto di sovrapposizioni e riedificazioni andate stratificandosi nei secoli. I livelli  dell’edificio si dilatano progressivamente salendo di quota occupando, via via, superfici sempre più consistenti dell’invaso conico del colle. L’intervento sul complesso è stato preceduto da un’intensa attività diagnostica ed è stato volto ad assicurarne la statica, oltre che ad ampliare le superfici espositive.

Il nuovo allestimento

Data l’estrema eterogeneità dei reperti esposti, dalla grande statuaria a testimonianze importanti ma minute, nel progetto di allestimento si è scelto di non interferire con la loro lettura utilizzando per ampi fondali e grandi basi il bianco e il grigio chiaro. Per la grafica e per alcuni supporti puntuali, ispirandosi ai colori dei tetti veronesi dei quali si può godere una vista spettacolare dalle finestre del museo, è utilizzato il colore rosso mattone associato al più contemporaneo rosso “ciliegia” per alcuni testi.

Come per i colori anche per i materiali si è percorsa la linea della semplicità e pulizia utilizzando legno laccato e per l’interno delle vetrine esclusivamente acciaio verniciato e cristallo.

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Il progetto di riqualificazione dell’area del Colle di San Pietro

Il progetto di riqualificazione complessiva di questa vasta area verde, ricchissima di testimonianze archeologiche e storiche, è un impegno che vede unite l’Amministrazione Comunale e la Fondazione Cariverona. La scelta è stata dettata dalla volontà di uniformare gli interventi nel più ampio e articolato obiettivo di rivitalizzazione del colle di San Pietro attraverso l’attivazione di una serie di funzioni culturali in sinergia tra pubblico e privato e di interventi complessi per il recupero e l’ammodernamento delle strutture esistenti, tale da rendere il Museo Archeologico al Teatro Romano in linea con gli standard internazionali.

Nel progetto complessivo rientra anche la rifunzionalizzazione della ex Caserma di San Pietro che prevede l’inserimento di un ascensore (ex funicolare) per agevolare la salita al colle.

La spesa per la parte del grande progetto relativa al Museo Archeologico è stata di poco inferiore ai 5 milioni di euro, coperti da un contributo regionale di € 3.499.860, mentre Fondazione Cariverona si è fatta carico della maggior parte dei costi restanti (€ 1.199.940,00) e ha designato alla redazione della progettazione preliminare, definitiva ed esecutiva dell’intervento lo Studio Grisdainese di Padova, professionisti già incaricati del nuovo polo museale a Castel San Pietro, fornendo all’amministrazione il progetto per l’appalto. L’Amministrazione Comunale ha integrato il finanziamento per la parte mancante (€ 300.000), elaborato il programma museologico dell’intervento, coordinato tutte le conseguenti procedure tecnico-amministrative, ivi compresa la Direzione Lavori, e fornito il progetto scientifico per l’allestimento, oltre all’assistenza in ogni fase del complesso intervento, che ha comportato fra l’altro lo svuotamento di quasi tutto il Museo, effettuato nel 2013.

Museo Archeologico al Teatro Romano, Regaste Redentore, 2 – Verona

tel. +39 045 8062611 museoarcheologico@comune.verona.it; ww.museoarcheologicoverona.it

Orari

lunedì 13,30 – 19,30

da martedì a domenica 8,30 – 19,30

la biglietteria chiude alle ore 18.45

Biglietti

biglietto intero euro 4,50

biglietto ridotto euro 3,00:

biglietto ridotto scuole euro 1,00:

ingresso gratuito:

Fino al 30 giugno 2016 per festeggiare la riapertura del Museo tariffa unica euro 1,00.

Roberto Bolis (che ha fornito anche le fotografie)

 

Jan Fabre. Spiritual Guards

Fig.1-mostra lotto-caravaggioSi rinnova l’appuntamento annuale con la grande arte al Forte Belvedere di Firenze. Dopo le mostre internazionali di Giuseppe Penone e Antony Gormley, i bastioni dell’antica fortezza medicea ospiteranno le opere di Jan Fabre, uno degli artisti più innovativi e rilevanti del panorama contemporaneo. Artista totale, Fabre (Anversa, 1958) sprigiona la sua immaginazione nei diversi linguaggi della scultura, del disegno e dell’installazione, della performance e del teatro.

La grande mostra Jan Fabre. Spiritual Guards, promossa dal Comune di Firenze, si svilupperà tra Forte Belvedere, Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria. Si tratta di una delle più complesse e articolate mostre in spazi pubblici italiani realizzata dall’artista e regista teatrale fiammingo. Per la prima volta in assoluto un artista vivente si cimenterà contemporaneamente in tre luoghi di eccezionale valore storico e artistico.  Saranno esposti un centinaio di lavori realizzati da Fabre tra il 1978 e il 2016: sculture in bronzo, installazioni di gusci di scarabei, lavori in cera e film che documentano le sue performance. Fabre presenterà anche due opere inedite, pensate appositamente per questa occasione.

Fig.27-mostra lotto-caravaggioGià l’anteprima è stato un evento di straordinario impatto visivo e dai forti connotati simbolici. La mattina del 15 aprile, infatti, ben due sculture in bronzo di Fabre sono entrate a far par parte – temporaneamente – di quel museo a cielo aperto che è Piazza Signoria. Una di queste, Searching for Utopia, di eccezionali dimensioni, dialoga con il monumento equestre di Cosimo I, capolavoro rinascimentale del Giambologna; mentre la seconda, The man who measures the clouds (American version, 18 years older), si innalza sull’Arengario, o Ringhiera, di Palazzo Vecchio, tra le copie del David di Michelangelo e della Giuditta di Donatello. In entrambe le opere si riconosce l’autoritratto dell’artista, nella doppia veste di cavaliere e guardiano, come tramite tra terra e cielo, tra forze naturali e dello spirito. Ad una storia dell’arte che si è messa anche a disposizione del potere politico ed economico – come quella di Piazza Signoria con i suoi giganti di marmo (David, Ercole, Nettuno) e con le sue rappresentazioni bibliche, mitologiche o del genius loci (Giuditta, Perseo, Marzocco) – Jan Fabre oppone un’arte che vuole rappresentare e incarnare il potere dell’immaginazione, la missione dell’artista come “spiritual guard”. E lo fa in una piazza che dal Rinascimento in poi è stata pensata e usata come agorà e palcoscenico figurativo, che da allora è diventata luogo paradigmatico del rapporto tra arte e spazio pubblico, e dove è stata configurata in modo esemplare la funzione simbolica-spettacolare del monumento moderno.  In Palazzo Vecchio, una serie di sculture dialogano con gli affreschi e i manufatti conservati in alcune sale del percorso museale del palazzo, in particolare quelle del Quartiere di Eleonora, assieme alla Sala dell’Udienza e alla Sala dei Gigli. Tra le opere esposte anche un grande mappamondo (2.50 m di diametro) rivestito interamente di scarabei dal carapace cangiante, la cui forma e dimensione dialoga perfettamente con il celebre globo conservato nella Sala delle Mappe geografiche, opera cinquecentesca di Ignazio Danti.

Fig.33-mostra lotto-caravaggio

La mostra al Forte Belvedere, tra i bastioni e la palazzina, presenta circa sessanta opere in bronzo e cera, oltre a una serie di film incentrati su alcune storiche performance dell’artista. Le curatrici Melania Rossi e Joanna De Vos, insieme al direttore artistico del progetto Sergio Risaliti, hanno scelto il Forte Belvedere come nucleo tematico dell’esposizione Jan Fabre. Spiritual Guards, per le sue caratteristiche spaziali e storiche. Una fortificazione che nel tempo è servita per difendere Firenze dalle minacce esterne, ma anche per proteggere la famiglia dei Medici in tempi di rivolte cittadine. Un luogo di difesa dall’esterno e dall’interno quindi, che suggerisce un percorso attraverso la vita, le ambizioni e le angosce dei potenti signori medicei e che allude a opposte percezioni e sensazioni umane come quelle di controllo e abbandono, ma anche a bisogni e desideri contrapposti come quelli di protezione armata e di slancio spirituale, così profondi e radicati da condizionare le forme architettoniche e la configurazione dello spazio naturale. Soprattutto qui al Forte Belvedere dove è evidente la necessità di fortificarsi nella consapevolezza di restare pur sempre indifesi.

A comunicare queste ambivalenze che, oltre la storia, costituiscono tutta l’esperienza e la vitalità umana, sono due schieramenti scultorei formati da sette scarabei bronzei posizionati nei punti di vedetta del Forte e da una serie di autoritratti dell’artista a figura intera – tutti di un bagliore dorato che riflette il paesaggio circostante come un alone spirituale – che popolano gli angoli dei bastioni all’esterno della palazzina, circondando la villa Medicea.

Gli scarabei sono angeli di metamorfosi, guardiani-custodi, simboleggiano nelle antiche religioni e nella tradizione pittorica italiana e fiamminga della vanitas il passaggio tra la dimensione terrena e la vita eterna con il loro continuo movimento. Allo stesso tempo possiedono una bellissima corazza che mette in luce drammaticamente la vulnerabilità di quel corpo “regale”. E così anche Jan Fabre, che si definisce, vive e si esprime come cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza, si spoglia e si veste delle sue armi dispiegando nel luogo più alto di Firenze il suo esercito vestito di armature lucenti e cangianti. Una legione che è qui chiamata a raccontare la devozione per la vita, a difendere quella fragile pura bellezza che l’arte è in grado di generare, contro un nemico invisibile che arriva da dentro e da fuori contemporaneamente, sempre pronto a colpire e offendere.

All’interno del primo piano della palazzina, in questa occasione riaperta al pubblico dopo molti anni, il percorso continuerà con sculture in cera e con proiezioni di film delle performance, in continuità e dialogo con le opere esterne e con il magnifico paesaggio fiorentino.

La spettacolare integrazione bronzea in Piazza della Signoria e le opere realizzate con gusci di scarabei in mostra a Palazzo Vecchio si misureranno con il tessuto urbano e con uno dei più visitati palazzi storici della città, costituendo perfetto completamento visivo e concettuale alla mostra. Impresa e motto della mostra è giustappunto Spiritual Guards, da interpretare come incitamento a vivere una vita eroica, sia bellicosa che disarmata a difesa dell’immaginazione e della bellezza.

Dobbiamo qui ricordare che Jan Fabre nel corso della sua lunga carriera – iniziata negli anni ’70 – ha già avuto diversi contatti con Firenze, partecipando a molte collettive e presentando qui alcune sue produzioni teatrali. Nel 2012 due suoi busti in bronzo della serie Chapters, in cui si autoritrae con impressionanti corna e orecchie d’asino, sono entrati a far parte delle collezioni degli Uffizi. Nel 2015 l’artista ha ricevuto il Premio Michelangelo per la scultura in occasione della seconda edizione della Settimana Michelangiolesca.

Izzo, Diana

(fotografie fornite dalle autrici dell’articolo)

 

Estate ricca di eventi a Cortina d’Ampezzo

I011309-funiviaSport, natura e divertimento, ma anche arte, musica, cultura e tante gustose proposte gastronomiche: questa sarà l’estate del comprensorio Tofana-Freccia nel Cielo di Cortina d’Ampezzo. Dal 23 giugno all’11 settembre 2016 un calendario ricco di iniziative accompagnerà turisti ed escursionisti che saliranno in funivia (in fotografia) sulla Tofana di Mezzo per raggiungere Col Drusciè (1778 m), Ra Valles (2470 m) e Cima Tofana (3244 m), punti di partenza ideali per chi vuole fare trekking, vie ferrate, arrampicata, mountain bike e freeride o semplicemente ammirare uno splendido panorama sulle vette dolomitiche e la conca ampezzana. L’offerta è davvero ampia. Dalla mostra di pittura dell’artista Maurizio Boscheri, che verrà inaugurata domenica 10 luglio in occasione del Tofana Day e prevede anche laboratori didattici per i bambini, alle visite guidate ai sentieri dei Pianeti e dell’Universo, brevi percorsi tematici di circa mezz’ora che portano alla scoperta del sistema solare e dei suoi pianeti. Per chi ama respirare atmosfere magiche e naturalistiche sono previsti numerosi appuntamenti con l’alba (in fotografia) e il tramonto a Cima Tofana.

I011308-alba_Cima-Tofana

Ogni evento sarà arricchito da un accompagnamento musicale o narrativo, e novità di quest’anno, la possibilità di praticare la disciplina yoga al sorgere del sole sulla terrazza panoramica in alta quota. Tornano poi i tradizionali appuntamenti con “A Cena Sotto le Stelle” del ristorante Col Drusciè: la curiosità e la gioia di poter osservare, con i propri occhi, le meraviglie del cielo stellato si uniscono al piacere di assaporare i prelibati piatti tipici della cucina di montagna. Dopo cena, infatti, i fortunati ospiti potranno ammirare in diretta, attraverso gli strumenti dell’Osservatorio Astronomico di Col Drusciè, i più spettacolari oggetti del cielo estivo godendo della sapiente guida di esperti astronomi. Tutti i martedì, dalle ore 12.00, la pizzeria più alta d’Europa a Capanna Ra Valles ospiterà invece delle vere e proprie lezioni teorico-pratiche per conoscere l’arte della preparazione della pizza, e a seguire, saranno proposti vari assaggi nella formula “all you can eat”. Da non perdere, infine, l’evento “Pranzo in Classica” di sabato 8 agosto, durante il quale i violinisti dell’accademia musicale Dino Ciani proporranno la loro splendida musica nella spettacolare cornice delle Tofane. Al termine è previsto il pranzo al ristorante Col Drusciè.

U.S.

Rapporto di Amnesty International sul Libano

Una carente assistenza internazionale e le politiche discriminatorie perseguite dal governo stanno creando le condizioni per facilitare lo sfruttamento e la violenza sessuale nei confronti delle rifugiate siriane in Libano. Il rapporto, intitolato “Voglio un posto sicuro. Rifugiate siriane prive di protezione in Libano”, descrive come la decisione del governo libanese di non rinnovare i permessi di soggiorno e la diminuzione dei fondi internazionali stiano lasciando le rifugiate siriane in una situazione precaria, col rischio incombente di sfruttamento da parte di chi è in posizione di potere, dai signori della guerra ai datori di lavoro fino anche alle forze di polizia. “La combinazione tra la significativa diminuzione dei finanziamenti internazionali per la crisi dei rifugiati e le rigide restrizioni imposte dal governo di Beirut, sta alimentando un clima nel quale le rifugiate provenienti dalla Siria rischiano di subire molestie e sfruttamento senza poter chiedere protezione alle autorità” – ha dichiarato Kathryn Ramsay, ricercatrice sulle questioni di genere di Amnesty International. Nel 2015 il governo libanese ha interrotto la registrazione, da parte dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), dei nuovi arrivati e ha introdotto nuove norme che hanno reso più difficile il rinnovo del permesso di soggiorno. Privi di status legale, i rifugiati vanno incontro ad arresti arbitrari, imprigionamenti e persino rimpatri forzati. Molti hanno timore di denunciare alla polizia gli abusi subiti. Il 20 per cento dei nuclei familiari rifugiati in Libano è guidato dalle donne, che in alcuni casi – quando i loro mariti vengono uccisi, arrestati, fatti sparire o rapiti in Siria – diventano il principale sostegno economico della famiglia.   “La maggior parte dei rifugiati siriani in Libano lotta per la sopravvivenza in condizioni spesso disperate, a causa di una diffusa discriminazione e di enormi ostacoli nell’accesso al cibo, all’alloggio e all’impiego. Per le rifugiate, sopravvivere in queste circostanze può essere persino più complicato. Molte, soprattutto le capofamiglia, vanno incontro a sempre maggiori rischi di molestie, sfruttamento e abusi sul posto di lavoro e in strada” – ha sottolineato Ramsay. Povertà e sfruttamento da parte dei datori di lavoro e dei signori della guerra Circa il 70 per cento delle famiglie rifugiate siriane vive ben al di sotto della soglia di povertà della popolazione libanese. La risposta umanitaria delle Nazioni Unite alla crisi dei rifugiati siriani è sempre stata inadeguata: nel 2015 l’Onu ha ricevuto solo il 57 per cento dei fondi necessari per operare in Libano. La grave mancanza di fondi ha costretto il World Food Programme a ridurre gli aiuti alimentari forniti mensilmente alla maggior parte dei rifugiati particolarmente vulnerabili: alla metà del 2015, il valore era calato da 27,50 euro a 12,50 euro per poi risalire alla fine dell’anno a poco meno di 20 euro, ossia meno di 70 centesimi al giorno. Nel corso del 2015 una donna su quattro, tra coloro con cui ha parlato Amnesty International, ha smesso di ricevere contributi per il cibo. Molte rifugiate hanno riferito di essere in grandi difficoltà di fronte ai costi alti della vita in Libano e che la ricerca di un alloggio o del cibo le espone a rischi ancora più elevati di sfruttamento. Alcune hanno dichiarato di aver ricevuto proposte sessuali o offerte di aiuto finanziario o di altra natura in cambio di sesso. In un clima di marcata discriminazione nei loro confronti, le rifugiate che riescono a trovare un impiego vengono sfruttate da datori di lavoro con paghe estremamente basse: “Sanno che accetteremo qualunque salario perché ci troviamo in questa situazione di bisogno” – ha dichiarato “Asmaa” (nome cambiato per ragioni di sicurezza), una rifugiata siriana di 56 anni, di origine palestinese, che vive nel campo profughi di Shatila, a Beirut. Ha deciso di non mandare più le figlie a lavorare: “Mia figlia lavorava in un negozio. Ma quando il titolare ha iniziato a toccarla e a molestarla, non ce l’ho più mandata”. Diverse donne hanno denunciato di aver perso il lavoro o aver rinunciato a un lavoro a causa del comportamento di chi le aveva assunte. Trovare denaro sufficiente per affittare un appartamento è un’altra sfida complessa. Almeno il 58 per cento delle rifugiate siriane vive in appartamenti o camere in affitto, le altre in insediamenti informali o in palazzine abbandonate. Molte hanno dichiarato di non aver più potuto pagare rate d’affitto esorbitanti e sono finite in alloggi squallidi, sporchi, pericolanti e infestati dai topi. “La mancanza di stabilità finanziaria è causa di enormi difficoltà per le rifugiate e incoraggia chi è in posizione di potere a sfruttare la situazione” – ha commentato Ramsay. La mancanza dello status legale aumenta i rischi Procedure burocratiche assai onerose e gli alti costi del permesso di soggiorno introdotti nel gennaio 2015 hanno impedito a molti rifugiati di ottenerne il rinnovo. In assenza di questo documento, la paura di essere arrestati spinge tanti di loro a non denunciare gli abusi subiti. La maggior parte delle rifugiate incontrate da Amnesty International ha confermato che la mancanza del permesso di soggiorno le ha dissuase dallo sporgere denuncia. “Hanan” (nome cambiato per ragioni di sicurezza), una rifugiata siriana di origini palestinesi che vive in un campo nei pressi di Beirut con le sue tre figlie, ha riferito di essersi recata in una stazione di polizia per denunciare l’autista di un autobus che l’aveva molestata: è stata respinta dal funzionario di turno, secondo il quale in assenza di un documento non poteva presentare denuncia. “È assai chiaro alle rifugiate con cui abbiamo parlato che la violenza e lo sfruttamento sono resi persino peggiori dal non avere il permesso di soggiorno e non poter chiedere aiuto e protezione a nessuno” – ha aggiunto Ramsey. Un’altra rifugiata siriana ha raccontato ad Amnesty International di essere stata oggetto di minacce dopo che si era rivolta alla polizia: “Gli agenti si presentavano alle nostre case o ci telefonavano chiedendo di uscire con loro: erano proprio gli stessi tre che avevano preso la nostra denuncia. Siccome non abbiamo il permesso di soggiorno, ci minacciavano che ci avrebbero arrestate se non fossimo uscite con loro”. Il Libano è il paese che ospita il maggior numero di rifugiati pro capite al mondo ed è certo che la comunità internazionale non lo sta sostenendo adeguatamente. Ma questo non può in alcun modo giustificare la mancanza di protezione di fronte alla violenza e allo sfruttamento. “I flussi di rifugiati hanno posto un onere considerevole sulle spalle del Libano ma questa non può essere la scusa per aver introdotto quelle dure limitazioni che hanno creato condizioni di pericolo per le rifugiate. Invece di rafforzare il clima di paura e d’intimidazione, le autorità libanesi devono modificare urgentemente le loro politiche in modo da assicurare che le rifugiate siano protette e che tutti i rifugiati in Libano possano rinnovare il loro permesso di soggiorno facilmente e senza restrizioni” – ha precisato Ramsey. Il sostegno internazionale è fondamentale La mancanza di finanziamento e sostegno internazionale per i rifugiati in Libano è un fattore che contribuisce direttamente alla povertà e alla precarietà della vita delle rifugiate siriane, aumentando i rischi nei loro confronti. L’Unhcr ha identificato come vulnerabile, e dunque bisognoso di un urgente reinsediamento in paesi fuori dalla regione, almeno il 10 per cento dei rifugiati siriani, ovvia 450.000 persone, tra cui le donne e le ragazze a rischio sono considerate le “più vulnerabili”. Amnesty International sta chiedendo alla comunità internazionale di aumentare il numero di reinsediamenti e di offrire ai rifugiati siriani percorsi legali e sicuri per uscire dalla regione. “I paesi più ricchi del mondo, come il Regno Unito in Europa, i paesi del Golfo e gli Usa devono fare di più per alleviare questa crisi. Oltre a rafforzare l’impegno umanitario per sostenere i profughi interni in Siria e i rifugiati siriani nella regione, devono mostrare condivisione delle responsabilità offrendo un maggior numero di reinsediamenti. Infine, devono premere su paesi come il Libano affinché siano rimossi gli ostacoli alla registrazione legale dei rifugiati, sia garantito l’accesso ai servizi essenziali e siano protette le donne e le ragazze” – ha concluso Ramsay.
Amnesty International Italia

L’Uganda, regione dei Grandi Laghi. Scopriamola insieme

Un Paese che ai più non dice molto, ma che fa parte a tutti gli effetti dell’Africa in via di sviluppo, mi ha dato lo spunto, per intervistare la presidente dell’associazione AFRON che si interessa di portare avanti, fra le altre cose, la prevenzione oncologica. Ho potuto avere un colloquio con Titti Andriani che ha toccato temi vari e di stretta attualità.

IMG_0561-Titti AndrianiCom’è nata AFRON Oncologia per l’Africa Onlus?

AFRON viene fondata a Roma il 10 maggio 2010 da medici specialisti dell’Istituto dei Tumori di Roma “Regina Elena” e nasce in seguito ad un allarme lanciato nel 2008 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: “se non si interverrà tempestivamente con opportuni programmi di prevenzione e cura, l’Africa si troverà ad affrontare, entro il 2020, 13 milioni di nuovi casi di cancro e circa 1 milione di decessi l’anno”.

Di fronte a questa drammatica realtà era impossibile rimanere indifferenti; mi sono fatta quindi promotrice e portavoce della lotta al cancro nei paesi africani, coinvolgendo amici e colleghi oncologi con cui già lavoravo.

L’Associazione opera in Uganda e si occupa in particolare di tumori femminili: cancro della mammella e della cervice uterina.

Perché l’Uganda?

L’Uganda è un paese meraviglioso, non a caso viene definita la Perla d’Africa. Nel 2006 ho svolto la mia prima esperienza di volontariato in Uganda e mi sono innamorata del paese, delle sue bellezze naturali e del sorriso della sua gente, ripromettendomi di tornare ed aprire presto un progetto umanitario. Prima di fondare AFRON, ho cercato dei paesi idonei dove iniziare le nostre attività, ma l’Uganda poi si è rivelata perfetta, c’erano le basi sanitarie per introdurre le nostre attività. L’Uganda è stato il primo paese africano ad avere un Istituto Nazionale per la Cura e lo Studio del Cancro e ad introdurre le cure palliative. L’attenzione verso la lotta al cancro era molto alta e noi ci siamo inseriti nel paese nel momento più favorevole.

Che situazione avete trovato in Uganda?

L’Uganda può veramente definirsi un paese in via di sviluppo. La situazione politica ed economica è abbastanza stabile e ci consente di programmare delle attività anche a lungo termine. La lingua ufficiale è l’inglese, insieme allo Swahili, inserito nel 2005, ma in Uganda vengono parlate circa 40 lingue o dialetti. Le popolazioni confinanti non potrebbero comunicare se non parlassero l’inglese in comune, questo vale anche per noi che lavoriamo in tante regioni diverse. Anche i gruppi etnici sono numerosi, divisi principalmente fra popolazioni bantu e popolazioni sudanesi e nilotiche. Le religioni sono per la maggioranza cristiana (cattolica e anglicana). I musulmani sono il 12,1% e gli animisti l’1,9%.

Nel lavorare in Uganda, come superate le resistenze dei locali?

Effettivamente grandi resistenze non ve ne sono, anzi. L’Uganda è stato un Protettorato Britannico ed il processo di colonizzazione si è rivelato molto leggero, rispetto a quello che hanno subito altri paesi africani, soprattutto quelli francofoni. Il rapporto con i bianchi è sempre stato di cooperazione, mai di subordinazione. Noi abbiamo ereditato quanto di buono hanno lasciato gli inglesi: un buon sistema sanitario e scolastico.

Per quanto scherzosamente ci chiamano “muzungu” (bianco), i rapporti con i locali sono di reciproca stima e collaborazione. Abbiamo tanto da imparare anche noi da loro.

Titti Andriani

Quali sono i vostri settori di intervento?

Essenzialmente sono 4:

garantiamo la formazione oncologica del personale medico ed infermieristico locale;

sensibilizziamo le donne e le comunità di riferimento sul riconoscimento della malattia e l’abbattimento dello stigma del cancro;

promuoviamo la prevenzione e la diagnosi precoce, quale mezzo prioritario per sconfiggere il cancro;

favoriamo l’accesso ai trattamenti oncologici, non coperti dai sistemi sanitari africani.

Quanto è difficile far capire alle persone che devono recarsi in ospedale anziché lasciarsi morire o andare dallo stregone?

Purtroppo sul cancro ci sono ancora tanto stigma e miscredenze. Si pensa che sia una malattia infettiva, come lo è stato l’HIV, e quindi le persone malate vengono emarginate perché ritenute contagiose. Molti pensano che sia una punizione per un comportamento sbagliato e quindi si lasciano morire senza avere alcuna possibilità di cura. Molti ancora pensano che il cancro sia una maledizione divina e quindi lo stregone sembra essere l’unica soluzione per guarire. C’è anche la credenza che siano gli ospedali stessi a far morire le persone; questo purtroppo perché, quando i pazienti si presentano in ospedale, sono in uno stadio molto avanzato e le conseguenze quindi sono fatali. C’è anche chi, convinto che la diagnosi di cancro sia una sentenza di morte, preferisce tenere i soldi da parte per un buon funerale piuttosto che per la degenza in ospedale.

Quali sono le aspettative della Vostra Onlus?

Abbiamo tantissimo lavoro da portare avanti, combattere il cancro vuol anche dire insegnare la cultura della prevenzione nella popolazione africana, perché solo con la prevenzione e la diagnosi precoce ci si può salvare. Oggi come già accennato, purtroppo le persone si recano in ospedale troppo tardi sia per la distanza dagli ospedali, sia per le scarse risorse economiche. Le donne non lasciano volentieri il lavoro nei campi ed i numerosi bambini a casa. Anche la mancata conoscenza della malattia e dei suoi sintomi costituisce un grande ostacolo. Per questo motivo ci stiamo concentrando su due attività in particolare, che sono le uniche armi possibili per combattere il cancro in Uganda: INFORMAZIONE E SCREENING. Una donna che conosce la malattia e che riceve un pap test è una donna che può salvarsi dal cancro.

Come fate a far conoscere le vostre attività?

Usiamo gli strumenti di comunicazione più frequenti, dal sito a Facebook, alla newsletter agli eventi. A breve lanceremo una campagna di comunicazione e raccolta fondi che si chiamerà BREAK THE WALL: vogliamo rompere il muro del silenzio, dell’indifferenza e della disperazione che oggi avvolge la malattia oncologica e isola le donne ammalate. Il messaggio BREAK THE WALL si indirizza sia alle donne ugandesi, per spingerle verso la prevenzione, e sia ai nostri connazionali, per sensibilizzarli verso la nostra causa e verso un diritto alla salute che speriamo un giorno  diventi universale.

Intervista di Bruno Bertucci

 

 

Parole ghiaccianti in Marmolada

I011345-Marmolada_museo-Grande-GuerraLa Città di Ghiaccio si scioglie in versi. Da sabato 16 luglio fino a domenica 9 settembre 2016 nei luoghi più emblematici della Marmolada prenderà forma uno straordinario itinerario di parole, frammenti di poesie, metafore dei pensieri e dei sentimenti di coloro che hanno vissuto, e purtroppo vivono ancora oggi, la tragedia della guerra.

Parole Ghiaccianti, questo il titolo della mostra, perché come la guerra anche la parola è un’arma: esplode, spara, brucia, ferisce e a volte uccide. E proprio con le parole si è voluto dare vita ad un’emozionante viaggio di memorie e sensazioni, versi come segnali, schegge, frammenti di un tutto, che raccontano di sofferenza e paura, speranza e fratellanza.

Parole e versi di autori e poeti, gente “del posto” e gente lontana. Contenuti scritti in varie lingue a ricordare che la guerra è una minaccia alla libertà di tutti i popoli.

Una mostra open air che costituisce anche una sorta di prefazione alla visita del museo Marmolada Grande Guerra 3000 m situato all’interno della stazione di arrivo della funivia a Serauta, a pochi passi dalla Zona Monumentale Sacra dove migliaia di soldati italiani e austro-ungarici si affrontarono in condizioni climatiche proibitive e vicino alla leggendaria Città di Ghiaccio scavata nella roccia e nel ghiaccio della Marmolada.

U.S.

(in fotografia, il Museo della Grande Guerra della Marmolada; immagine fornitaci con l’articolo)

Inaugurata a Kiev la mostra con le tele rapinate a Castelvecchio

 

Mostra Kiev dipinti Castelvecchio

Alla presenza del Sindaco Flavio Tosi, del presidente ucraino Petro Poroshenko e dell’ambasciatore italiano Fabrizio Romano, è stata inaugurata a Kiev, al museo Khanenko (meglio conosciuto come Museum of western and oriental art), la mostra con le 17 tele rapinate a Castelvecchio nel novembre scorso e recuperate in Ucraina.

“È con grande gioia che oggi, a nome della città di Verona – ha detto Tosi – ringrazio il presidente dell’Ucraina per essersi occupato personalmente di dirigere le operazioni che hanno portato al ritrovamento delle opere, in collaborazione con le forze dell’ordine e le Procure di più Paesi. Per questo consegniamo, come segno di riconoscenza, l’attestato di conferimento al presidente Poroshenko della cittadinanza onoraria veronese e ricordo che abbiamo previsto che tutti i cittadini ucraini possano entrare gratuitamente, fino alla fine di quest’anno, nei musei di Verona, terza città turistica d’Italia. L’augurio è che possa consolidarsi la cooperazione tra le nostre realtà, dal punto di vista economico, turistico, sociale ed istituzionale. Ora aspettiamo il rientro delle opere a Castelvecchio, operazione che dovrebbe concludersi nell’arco di qualche settimana”.

“Quello di oggi è un evento simbolico -ha detto Poroshenko- perché non si tratta di un caso di restituzione chiuso nelle stanze del potere: le opere sono diventate pubbliche e molti cittadini potranno ora apprezzarle. Ringrazio il Sindaco Tosi -ha proseguito il presidente ucraino- per aver dato la possibilità ai cittadini di Kiev di ammirare questi straordinari capolavori. Questa mostra simboleggia quindi l’impegno dell’Ucraina per la conservazione del patrimonio artistico locale e mondiale. Il mio auspicio è che i rapporti di amicizia fra i nostri due territori possano ora rinforzarsi ulteriormente”.

Con l’occasione il Sindaco Tosi ha consegnato nelle mani del presidente ucraino la pergamena con la cittadinanza onoraria. Tosi ha anche chiesto a Poroshenko di valutare la possibilità di accompagnare personalmente le opere d’arte a Verona, quando rientreranno al Museo di Castelvecchio.

 

Roberto Bolis

“Musica nei quartieri – Le strade del Jazz” a Verona

Continuerà venerdì 24 e sabato 25 giugno, al parco San Giacomo, la rassegna “Musica nei Quartieri – Le Strade del Jazz”, organizzata dall’associazione culturale Verona Swing in collaborazione con il Comune, iniziata lo scorso 18 giugno.

Suoneranno il gruppo scaligero The Hot TeaPots, la Storyville Jazz Band e la University Big Band; la rassegna si conclude domenica 26 giungo al Castello di Montorio con la musica del TeaSpoon Quartet e della Big Band Ritmosinfonica Città di Verona.

“Una rassegna pensata per portare la musica jazz nei quartieri cittadini, arricchendo l’offerta culturale della stagione estiva” ha detto l’assessore Lella, che ha sottolineato “la bellezza delle cornici suggestive in cui si svolgono i concerti all’aperto, luoghi che consentiranno di apprezzare ancora di più gli spettacoli di musica”.

Roberto Bolis