CANTI FELICE: una conversazione con Luciano Chessa

Luciano Chessa, foto di Melesio Núñez

Com’è strano che per un disco così minimale – voce, chitarre e elettronica ridotte all’osso – ci sia così tanto da dire, ma quando l’autore è una personalità come Luciano Chessa, tutto torna. E torna all’insegna dell’italiano, che non hai dimenticato nonostante tu viva in America da tanti anni.

Peyrano, il disco di canzoni che precede Canti felice, fu registrato a fine anni ’90: prima del mio trasferimento in California. Come ho spiegato già in altre occasioni, smisi di scrivere canzoni perché da una parte mi sembrava avesse poco senso esprimermi in italiano davanti ad un pubblico anglosassone, e dall’altra constatai in prima persona che in Italia i pochi produttori interessati al tipo di musica che io scrivevo non avrebbero potuto pubblicare miei lavori senza un impegno da parte mia a promuovere le uscite discografiche con esibizioni dal vivo. Si sarebbe trattato di un suicidio editoriale, cosa che John Vignola in buona sostanza mi disse per far retromarcia, dopo che aveva espresso il desiderio di pubblicare il mio Peyrano.

In seguito ho riconsiderato queste posizioni. Un primo ripensamento avvenne in occasione di una collaborazione tra me e Vinicio Capossela durante il suo tour in California nel 2009. Per lui feci una revisione dei testi in inglese che lui usava per presentare i vari brani, oltre che la traduzione in inglese della sua Santissima dei Naufragati che poi su suo invito cantammo a due voci (lui in italiano e io in inglese, in eco) al Bimbo’s 365 di San Francisco, lo storico club in cui iniziò la carriera Rita Hayworth (Rita Cansino) e in cui ora cantano Adele e Jill Scott. Cantare in italiano davanti ad un pubblico straniero non sembrava fosse un così grande ostacolo, soprattutto quando introduzioni in inglese ai brani ben fatte (modestia a parte) offrivano al pubblico quel minimo di contesto utile per seguire il concerto ed emozionarsi. Negli anni mi sono poi reso conto che stavo rientrando in Europa per concerti spesso anche tre volte all’anno (ora che mi sto trasferendo a New York queste visite sono destinate ad aumentare); inoltre – questa è forse la ragione più importante – scrivere canzoni mi stava maledettamente mancando.

In questo processo Lapo Boschi di Skank Bloc Records è stato decisamente il principale artefice: è stato lui, tentatore, a riattizzare quel desiderio mai sopito. “Fu come soffiare sul fuoco”: e così dopo avermi prima chiesto di aggiungere almeno un brano originale alla raccolta di outtakes o brani dal vivo del 2014 che è Entomologia (il brano in questione si intitola Sul Viale delle Olimpiadi), e poi suggerito di preparare un altro disco, il fuoco si è riacceso.

Un fuoco riacceso che ti ha consentito di ripartire, evidentemente con familiarità, da un preciso punto.

Mi ha molto sorpreso il fatto che ho ripreso esattamente dal punto in cui avevo interrotto il lavoro in quaderni: testi pronti e mai musicati sono stati musicati (Vedutisti sbiaditi, Se spirasse), testi appena iniziati sono stati stesi integralmente (de Il velo avevo solo il primo endecasillabo, oltre che ovviamente l’idea del brano). Riaprire quei quaderni mi riportava d’incanto alla fine degli anni ’90: al 30 Agosto del 1998, per esattezza: data in cui abbandonai il campo e partii per la California per iniziare il dottorato. Una sorta di Pompei dell’anima in cui tutti i miei sentimenti erano rimasti fissati in quella data e perfettamente cristallizzati: insetti nell’ambra. Eppure in questo processo di completamento (almeno a quanto posso dire), non sento affatto uno iato.

Che differenze ci sono tra i precedenti lavori Peyrano ed Entomologia e il nuovo Canti felice?

Il grosso dei brani di Peyrano e di Entomologia sono stati scritti in una fase in cui mi piaceva lavorare con altri musicisti e avevo un gruppo, e sono stati scritti per il gruppo e con in mente concerti dal vivo. Includono poi le prime canzoni che ho scritto (un esempio è Dubbio). Questa fase costituiva un’antitesi al mondo della musica classico-contemporanea dal quale di fatto provenivo. Si tratta di un percorso non lineare, il mio, come si può notare dando un’occhiata alle date di composizione di alcuni brani (in Petrolio ne trovi scritti nel 1983 e 1987: e quindi brani che precedono le mie prime canzoni, scritte verso la fine degli anni ’80).

Dopo gli anni di Peyrano, e una volta arrivato negli Stati Uniti, l’attività è ritornata sulla composizione sperimentale. E se pure questa attività ha incluso  arrangiamenti di alcune mie canzoni in un contesto da camera o orchestrale (Il pedone dell’aria, Strelitzie…), in questo periodo il lavoro sul contemporaneo ha preso il sopravvento (ho scritto due opere, ho iniziato il lavoro con l’Orchestra of Futurist Noise Intoners, eccetera…).

In un brano di EntomologiaSul Viale delle Olimpiadi – c’è una sorta di anticipazione del clima di Canti felice. E in linea di massima è possibile rinvenire una continuità tra i lavori.

Sul Viale delle Olimpiadi, il brano istigato da Lapo, rappresentava allora una sintesi delle mie esperienze dei 20 anni precedenti: canzoni in italiano + musica sperimentale/contemporanea/ noise. È una sorta di prova generale di quello che sarà il mondo di Canti felice: voci, chitarra e una linea di noise. Unica differenza è che in Canti felice ho deciso di utilizzare un filo di suono elettronico (principalmente sinusoidi e rumore bianco) invece che il violoncello rumorista.

A parte le molte differenze, secondo me vale la pena sottolineare la continuità d’idee. Carpe, per esempio, il brano-manifesto che apriva Humus, o Insetti nell’ambra, o il brano di chiusura Stelleradio, erano già registrati con voci, chitarra e noise (in questo caso realizzato con una chitarra elettrica distorta da fischiare). Sia Humus che Canti felice sono nati in una fase in cui ho preferito suonare da solo, e sono stati registrati nello stesso modo; ciò nonostante, lo sviluppo di idee e temi ha continuato anche in album principalmente registrati in studio con un gruppo, come Peyrano ed Entomologia.

Inoltre Peyrano, composto e registrato negli anni ’90 (e quindi in tempi in cui mostrare un’apertura nei confronti della canzone d’autore italiana veniva – da parte dalle figure più “hard-edge” della scena – considerato alto tradimento) includeva la cover di Ulisse coperto di sale. Brano del periodo d’oro di Lucio Dalla, quello con i formidabili testi di Roberto Roversi, iniziai a suonarlo dal vivo con il mio gruppo dopo aver incontrato Dalla durante i miei anni di Università a Bologna. Le cover di Giurato e Battisti in Canti felice e altre (di Tenco, Bertè (Fossati), Mannoia (Cavallo), eccetera) non incluse nella tracklist finale di Canti felice testimoniano lo svilupparsi di questa mia passione per la canzone d’autore italiana.

Canzone d’autore, ma anche letteratura, penso a La Spendula che evoca elementi dannunziani…

Ho ricomposto Fiori di Plastica, un brano scritto a quattro mani con Marco Pinna, amico e collaboratore dai tempi del liceo, alla luce del mio primo viaggio in Brasile, e ho chiesto sempre a Marco, ora docente di latino, di partecipare alla mia fantasiosa missione: forgiare il “Sassarese illustre” con una traduzione in sassarese di La Spendula. Si tratta del sonetto che Gabriele D’Annunzio stese quando visitò la cascata della Spendula, nei pressi di Villacidro, durante il noto viaggio in Sardegna con Edoardo Scarfoglio (questo ben prima del duello tra i due, in cui Scarfoglio ferì il Vate offeso della parodia della sua Isaotta Guttadauro, che nel Corriere di Roma veniva ferocemente trasformata in Risaotta al pomodauro).

La scelta di D’Annunzio non dovrebbe sorprendere, se si considera che già in Peyrano avevo musicato l’amato Carducci. Ma un poeta vivente non l’avevo ancora musicato: e così la vera novità è per me l’aver musicato Certe volte di Pasquale Panella, testo che lui ha scritto per me ed è a me scherzosamente diretto, ad iniziare dal riferimento alla città in cui ho lavorato per vent’anni, San Francisco.

Eccoci arrivati al titolo, che proviene proprio da Panella!

Nell’anno che ha preceduto le registrazioni, Lapo Boschi mi ha organizzato dei concerti dal vivo. In occasione di un concerto luganese, ho deciso di includere la cover di Vocazione di Enzo Carella. Carella ha un’ottima dizione, ma alcuni termini proprio non riuscivo a decifrarli. E così ho scritto a Pasquale Panella, con cui sono in contatto da oltre una decina d’anni, per chiedere lumi. Pasquale mi manda una missiva alquanto dettagliata in cui non solo mi scioglie gli enigmi, ma mi analizza l’intero testo. Al che io ringrazio e lui replica con un one-liner che recita: «Si figuri: canti felice» (con Pasquale ci diamo del lei, cosa che trovo deliziosamente inattuale). E così nell’immaginare un titolo appropriato per queste 12 canzoni – di cui tre su testi di Panella – lo scanzonato, sfacciato candore di quel congiuntivo esortativo panelliano mi è parso perfetto.

Il lato B di Canti Felice – perchè stiamo sempre ragionando in termini di facciate di una cassetta – è composto da pezzi non tuoi…

Cover collezionate negli anni sono state selezionate: Carella, Battisti, Giurato e due traduzioni dall’inglese (Donovan e Syd Barrett) che mi hanno portato via molto tempo perché mi ero risoluto a rendere non solo il significato, ma anche l’esatta prosodia e perfino i suoni degli originali (con Opel in particolare, il conto era aperto da anni, e credo di averlo finalmente chiuso.)

Nel registrare il materiale, decisi di fare un disco diviso in due lati: uno di brani originali e uno di cover, ma in cui la rigidità di questo schema si stemperasse in echo e rimandi, grazie ad un dialogo tra il materiale stesso (Panella per esempio ricorre in Certe volte, Gabbianone e Vocazione). La scarna semplicità degli arrangiamenti fatti solo di voci, chitarre e sintetizzatore Aardvark disegnato dall’amico Matt Ingalls per iPhone, dona all’insieme l’ulteriore collante.

Gabbianone firmato Battisti/Panella, storico inedito, risalente al 1986. Perchè lo hai scelto?

Perchè è un brano stupefacente eppure a mio avviso non è noto quanto meriterebbe. Purtroppo è relegato nel sottoscala del sottoscala della produzione battistiana. Se il materiale Battisti/Panella è di nicchia, Gabbianone è di nicchia al quadrato. Questo mi intristiva.

La fase “bianca” di Battisti, quella dei cinque dischi con Panella, è ancora oggi oggetto di culto, tu sei uno di quei musicisti che ama in modo particolare i lavori della maturità battistiana. Secondo te quali sono le peculiarità di dischi come Don Giovanni e Hegel?

Come Panella ha notato in un’intervista recente a proposito della copertina, Don Giovanni è separato dai dischi bianchi perché nel disegno di copertina c’è un punto di rosso. Forse è per questo che il discorso di Don Giovanni si sviluppa nel disco stesso, mentre i quattro successivi sembrano fare un discorso loro proprio… Ma mentre scrivo queste parole ripenso alla continuità tra Don Giovanni e l’Apparenza: la centralità della tastiera e le molte parentele, somiglianze… (Equivoci Amici/Per altri motivi), eccetera. E la teoria cede il posto alla vertigine.

Questi dischi sfuggono. Restano in testa, e nel cuore, e ti sfuggono al tempo stesso. Li ascolti e li riascolti all’infinito: una mise-an-abîme. Si sa: gli specchi opposti non si esauriscono mai. E allora perché non immergersi nel piacere di ascoltare questa musica e questi testi accoppiarsi? Mi fa godere quanta cura c’è nel loro lavoro. Un argine che ci ripara dalla sciatteria.

Scrivo e mi viene in mente il nuovo libro di Daniela Cascella, Singed: libro in cui l’autrice cerca di ricordare una canzone tra mille canzoni spazzate via da un incendio che ha bruciato il suo appartamento londinese, riducendo in brandelli centinaia di libri e dischi. La ricerca di questa canzone, presente in maniera ossessionante nella memoria, diventa nel libro un pretesto per mettere in movimento una fascinosa spirale di risonanze e vibrazioni sonico-testuali. La canzone in questione è una delle canzoni chiave di Hegel.

Così accade: si ascoltano queste canzoni, magari anche superficialmente. Ma di colpo ci rendiamo conto che sono parte di noi, e iniziano a mancarci.

C’è anche Il tuffatore di Flavio Giurato…

Scoprii Giurato proprio con Il Tuffatore. Da ragazzino i tuffi erano il mio sport. Mi allenai per competere. Tentavo e fallivo: ma li adoravo. Nel 2007 ho scritto quello che considero uno dei miei più importanti brani pianistici, Louganis, che include il video di Terry Berlier e che ho eseguito in Australia, Argentina, Brasile, allo Stone di New York, per Monday Evening Concerts a Los Angeles… (in occasione del concerto di Los Angeles e della successiva ottima recensione nel LA Times, Greg Louganis – il più grande tuffatore di tutti i tempi e mio idolo negli anni 80 – mi scrisse un affettuoso messaggio di ringraziamento).

Nella nota che ho scritto per accompagnare l’esecuzione di Louganis, sostenevo che i tuffi sono fra le espressioni più belle e più alte che l’umanità abbia prodotto, e che sono perfetta metafora di un ciclo vitale. Tuffandosi si nasce, si muore e si rinasce. Un paio di anni dopo m’imbatto in un brano in cui Giurato scrive «Voglio essere un tuffatore per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria». Come poteva NON essere amore a prima vista?

È facile parlare di “lo-fi”, ma qui hai messo in campo una vera e propria “filosofia sonora” che valorizza l’integrità dei brani, ed è stato decisivo per te il luogo dove sono avvenute le registrazioni.

Molto ha giocato l’aver deciso di non registrare questo disco in studio come il mio precedente Petrolio, prodotto interamente nei Fantasy Studios di Berkeley, lo studio dei Creedence Clearwater Revival, e in cui registravano Bill Evans, McCoy Tyner, Isaac Hayes (ma che ha ospitato numerose produzioni italiane di Corrado Rustici degli anni ’80, tra Zucchero e Loredana Bertè).

La scommessa era questa: registrare Canti felice utilizzando lo stesso identico setup che negli anni ’90 usai per registrare il mio primo disco, Humus: stesso registratore 4 piste a cassetta (riparato per l’occasione), stessa chitarra, stesso microfono. È facile nascondersi dietro effetti, e produzioni. Ora come allora ho pensato: se questi brani valgono qualcosa, lo si potrà verificare soltanto se si azzerano i valori voluttuari di disturbo: solo questo potrà darci la misura di quanto si è effettivamente cresciuti. Ora come allora quindi, il fruscìo del nastro, la fragilità della voce, l’imprecisione delle esecuzioni non sono semplicemente una “feature”: diventano bandiera.

Decisivo è stato l’incanto dei luoghi in cui ho registrato: metà dei brani sono stati incisi a Joshua Tree, nel lato Californiano del deserto del Mojave, in un periodo in residenza alla Harrison House; il resto è stato registrato nei boschi di sequoie di Saratoga, sempre in California, in residenza a Villa Montalvo.

Anche Canti felice esce con Skank Bloc Records, ovviamente in cassetta.

Ci dai un tuo parere sulla “scuderia” di cui fai parte e sul supporto cassetta?

Mi piace lo spirito Skank Bloc e mi piacciono le varie produzioni: Insetti nell’ambra, Griselda Masalagiken, DJ Balli…

Nonostante l’etichetta sia parigina, la relazione con Bologna – città natale di Lapo e mia città italiana d’adozione – è centrale, a iniziare dal riferimento degli Scritti Politti. Poi mi piace come lavora Lapo: abbiamo fatto assieme il missaggio di Canti felice e trovo che il metodo di lavoro sviluppato e ora ben collaudato sia ottimo. Abbiamo lavorato in grande sintonia, e a questo punto non vedo l’ora di lavorare ancora ad altri progetti.

Quanto al discorso “cassetta”: il disco è stato registrato in cassetta con un 4 piste della Vestax che possiedo da metà anni ’90. Rimettere queste tracce masterizzate su supporto cassetta concettualmente chiude un ciclo. È stata questa un’idea di Lapo che non mi ha visto per niente opposto. L’umiltà del supporto mi sembra del tutto in sintonia con questa filosofia dell’azzeramento lo-fi quasi francescana: se i brani valgono qualcosa, il valore non dipenderà dalla vanità della veste.

Esistono tanti Luciano Chessa o ti senti sempre lo stesso, sia nel dirigere Lee Ranaldo e la New World Symphony, sia nel suonare chitarra e voce davanti a un microfono?

Io mi sento lo stesso Luciano Chessa. Da un certo punto di vista, tutti i palchi del mondo sono uguali.

 

Donato Zoppo

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