La pietra ribaltata domenica di Pasqua Risurrezione del Signore

ANNO B – GIOVANNI 20, 1-9

1. Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Sembrava tutto finito il venerdì, verso il tramonto, con la deposizione di Gesù nel sepolcro. Inizia, invece, il mattino più importante della storia: è il mattino di Pasqua. Secondo gli storici, questi eventi potrebbero essere accaduti il 7 e il 9 aprile dell’anno 30. È il primo giorno della settimana, quello che i cristiani chiamano la “domenica” (dies Domini, giorno del Signore), che sostituisce il giorno sacro per eccellenza (il sabato) degli ebrei. La risurrezione è avvenuta senza testimoni: solo il Padre, Cristo e lo Spirito sono stati i protagonisti di questo evento divino. Il Vangelo e gli Atti degli Apostoli ci riferiscono quello che i testimoni hanno visto “dopo” la risurrezione, ci narrano di quando hanno mangiato con Lui, quando hanno parlato con Lui, nelle apparizioni del Risorto. Questa domenica il vangelo di Giovanni ci presenta Maria di Magdala, sola (diversamente dagli altri sinottici che parlano di donne al plurale), che si reca al sepolcro. Esce quando è ancora buio: buio in senso fisico, ma soprattutto spirituale. Non ci viene detto che avesse olii aromatici da usare per la sepoltura, come ci riferiscono altri evangelisti riguardo alle altre donne. Maria non va per ungere il corpo, va solo spinta dal suo amore umano per il Signore Gesù, che l’aveva liberata da “sette demoni” (cfr. Luca 8,2). Va con il dolore per il vuoto che sente nell’anima. Pensa a Gesù posto nel sepolcro e sente il bisogno di farsi presente ancora a colui che ha tanto amato, non vuole separarsi da lui, nemmeno da morto. Non si parla di visione di angeli, come in altri brani dei sinottici.

2. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Maria di Magdala corre da Pietro, da colui che riconosce come il punto di riferimento della comunità dei discepoli, e dà l’allarme: il corpo di Gesù non c’è più. Fin qui termina la scena con Maria di Magdala. Il Vangelo parlerà ancora di lei successivamente, quando, tornata al sepolcro, si sentirà chiamare dal Risorto (Giovanni 20,16). “L’altro discepolo, quello che Gesù amava”: questo personaggio è presente solo nel Vangelo di Giovanni. Su di lui sono state fatte varie ipotesi. La più accreditata è che egli sia l’evangelista, perché i dettagli riferiti sono unici e vissuti in prima persona. Sembra consolidato, però, che egli non abbia composto materialmente il quarto Vangelo, ma che sia stato redatto dai suoi discepoli e da essi attribuito a Giovanni. L’espressione “L’altro discepolo, quello che Gesù amava” è stata coniata riflettendo sull’amore privilegiato che intercorre fra Gesù e Giovanni. Nei passaggi in cui si dice più semplicemente, “l’altro discepolo” o “il discepolo”, è mancata l’aggiunta dei redattori. “Hanno portato via il Signore dal sepolcro”: il timore di Maria di Magdala è fondato sul fatto che spesso avvenivano furti di cadavere, al punto che l’imperatore romano aveva emanato specifiche ordinanze per contenere il fenomeno. Perfino l’evangelista Matteo (cfr. 28, 11-15) afferma che i capi dei sacerdoti utilizzano la scusa del furto della salma per gettare discredito sulla risurrezione di Cristo. Quando Maria di Magdala giunge al sepolcro, vede la pietra, che prima chiudeva il sepolcro, ribaltata, aperta. Il corpo del Maestro non c’è più, ma non capisce cosa sia successo: è troppo grande l’evento per essere comprensibile subito. Maria di Magdala pensa che il corpo sia stato trafugato. Non ha ancora compreso che Gesù è risorto: è troppo grande un tale pensiero perché nessun uomo fino ad allora era tornato in vita dopo la morte. “Il Signore”: questo titolo è utilizzato da Giovanni solo in riferimento al Risorto nei racconti pasquali. Implica il riconoscimento della sua divinità ed evoca l’onnipotenza divina. “Non sappiamo dove l’hanno posto”: la frase rimanda alle parole di Gesù in cui Egli disse che non si poteva conoscere il luogo dove si sarebbe recato. Altro richiamo è alla sepoltura sconosciuta di Mosè (Deuteronomio 34, 10). Se Maria di Magdala e le altre donne non fossero andate al sepolcro, come avremmo avuto la notizia della risurrezione? È una domanda che ci poniamo per considerare che solo chi è pieno di amore e delicato di animo va a cercare l’amato (cfr. la sposa nel Cantico dei Cantici), sfidando le guardie, affrontando i rischi.

3. Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.

4. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.

5. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Anche in questi versetti si parla di persone che corrono: corre il discepolo amato, più veloce, più giovane, più pieno di amore. Corre Pietro e giunge dopo. Giovanni vede le bende, si ferma, non entra nel sepolcro, attende Pietro di cui riconosce l’autorità, a cui deve rispetto per l’anzianità e per il primato tra i discepoli.

6. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,

7. e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

8. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Pietro entra, vede (si sta facendo giorno, per cui la luce consente di vedere bene) le bende per terra e il sudario (stoffa usata per coprire direttamente il corpo), piegato in parte. Vi è precisione e ordine. Questi dettagli aiutano a capire che non si tratta di trafugamento del corpo, perché i ladri avrebbero portato via il cadavere come si trovava. Per sfasciarlo ci sarebbe voluto molto tempo; infatti bende e sudario aderivano perfettamente al corpo del defunto. Nella risurrezione Cristo Risorto abbandona tutto ciò che si riferisce alla sua sepoltura. Non ne ha più bisogno. Il suo corpo ora è glorioso! “Entrò anche l’altro discepolo vide e credette”: per la legge ebraica è necessaria la testimonianza oculare di almeno due persone, due uomini (non contava la testimonianza delle donne). Pertanto la testimonianza di Pietro e di Giovanni è vera: sono due uomini che constatano la stessa realtà e la testimoniano. I due discepoli hanno bisogno di vedere per credere, così come ne avrà bisogno il discepolo Tommaso che si sentirà dire: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Giovanni 20,29). È tipico di Giovanni usare questo binomio riferito alla risurrezione di Cristo: “vedere e credere”. Egli ci addita il modello del credente: è “il discepolo amato”, che riesce a comprendere la verità di Dio attraverso gli eventi quotidiani concreti. Fede in Cristo, come Dio, e visione del Risorto vanno di pari passo. Per fare esperienza del risorto abbiamo bisogno di sostenerci reciprocamente nella fede: l’amore ardente di Maria di Magdala, che sfida le guardie e va nel buio a cercare il suo Maestro; la lentezza di Pietro pentito, che però poi corre; l’intuizione perspicace e rispettosa di Giovanni, che indica e attende. Dobbiamo aiutarci a cercare le tracce del nostro Signore, i segni che lo rivelano vivo. Proprio perché diversi, stiamo uniti nella fede che ci accomuna e scopriremo che il Risorto è accanto a noi, oggi, come allora (cfr. C. M. Martini, Il vangelo secondo Giovanni, Roma 1980, 157-158).

9. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. In questo versetto Giovanni comunica l’importanza di conoscere la Parola, di fare memoria di quanto Gesù aveva già preannunciato: Egli doveva patire e poi risuscitare. La Parola illumina l’evento e l’evento conferma la Parola. I primi cristiani rileggono tutta la scrittura a partire dalla Risurrezione. Trovano così conferma che il Messia non poteva terminare la vita in modo fallimentare, tragico e umiliante. Capiscono che la gloria di Dio è diversa da quella umana: non la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ma l’essere ultimi con gli ultimi per portarli alla pienezza della vita. I discepoli erano stati accanto a Gesù, ma hanno avuto difficoltà a credere in Lui. Quando, però, credono alla sua risurrezione, diventano testimoni autentici, capaci di dare la vita: proclamano allo scoperto che Gesù è vivo; escono dal Cenacolo; affrontano apertamente le minacce, le torture e la morte, perché la notizia della Vita Nuova di Cristo valichi i secoli, i millenni, ogni angolo della terra. Sul loro esempio apriamoci alla salvezza, crediamo nel Risorto, annunciamolo nel nostro ambiente, senza paura, ma con coraggiosa convinzione, con cambiamento radicale di vita. “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Colossesi, 3,1). È sulla fede nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte che si gioca il cristianesimo. La risurrezione non è un evento accaduto una volta e basta: la passione, la croce e la risurrezione sono contemporanee a noi, perché chi vive in Cristo è unito a Lui anche nel suo mistero di dolore e di risurrezione oggi, ora, qui. Egli continua a risorgere dal fondo di ogni miseria umana, di ogni storia, di ogni morte. Egli semina respiro nuovo, vita gioiosa, speranza senza limiti, fiducia incrollabile nei solchi dell’umanità di ogni tempo. Gesù è Colui che risorge nel passato, nel presente e nel futuro perché Lui è un eterno “ORA”. È Luce che illumina, inebria e riscalda; è libertà che scioglie le bende; è guarigione delle ferite da cui è scaturito il sangue portatore di salvezza eterna; è vita che dissolve la morte; è il respiro del nostro essere che non può vivere senza di Lui; è l’esodo da questo mondo al Padre, dove saremo con Lui per sempre.

Suor Emanuela Biasiolo

Taci, esci da lui

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -ANNO B –MARCO 1,21-28
In quel tempo, 21. Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao]insegnava.Il brano odierno presenta alla nostra meditazione l’insegnamento e l’esorcismo praticato da Gesù a Cafarnao(in ebraico significa letteralmente: villaggio di Nahum), cittadina a nord del lago di Tiberiade, che si trova in un luogo di passaggio tra la Palestina, il Libano e l’Assiria.Gli abitanti sono provenienti da vari popoli, prevalentemente pagani.Marco, nel suo Vangelo,scritto negli anni settanta dopo Cristo,catechizza le sue comunità per aiutarle a capire come annunciare concretamente la Buona Novella.Descrive cosa fa Gesù nella sua giornata “tipo”.Dopo aver lasciato Nazareth, Gesù abitaa Cafarnao, ospite nella casa diSimone (Pietro), nelle soste tra un itinerario e l’altro in Galilea e in Giudea.Egli non è più da solo, ma vive con una comunità che lo segue(il brano della domenica precedente ha, infatti, presentato la chiamata dei primi discepoli).Gesù partecipa abitualmente alla preghiera del sabato, come ogni pio israelita, nella sinagoga della città, per obbedire al comandamento di santificare il settimo giorno (cfr. Esodo 20,8-11; Deuteronomio 5,12-15). Avveniva normalmente cheun ebreo credente(compiuti di tredici anni)laico,come Gesù,venissechiamato a leggere le Scritture ed eventualmente a commentarle.Tuttavial’insegnamento di Gesù è particolare. L’evangelista non ci riferisce i contenuti del suo insegnamento, a differenza diLuca (cfr. Luca 4,16-21).
22. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Lo stupore dei fedeli nella sinagoga nasce dal fatto che Gesù insegna in modonuovo,cioè con parole accompagnate ad azioni che le confermano;econ autorità (exousia), cioè non solo spiegando la legge, come fanno gli scribi, ma con un insegnamento che sgorgada lui stesso, dai suoi gesti, dal suo modo di guardare, ascoltare, guarire le persone.Gesù attiral’attenzione, perché la sua parola viene dalle profondità del cuore, esprime convinzione e passione. Il suo insegnamentoscaturisce dall’intimità silenziosa con il Padre, da una coerenza tra proclamazione e vita. Gesù non seduce per l’erudizione e le citazioni, ma perché arriva al cuore di chi ascolta, che ne resta scosso, ferito, convinto, consolato.Egli ha autorità, cioè è credibile, perché realizza ciò che dice.
23. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare,
24. dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. Inizia l’episodio dell’uomo indemoniato, un uomo in cui il demonio opera in modo particolare, opponendosi allo Spirito Santodi Dio. Il dialogo avvienetra lo spirito impuro e Gesù(non tra l’uomo e Gesù). “Uomo posseduto”:una persona dichiarata impura non poteva presentarsi davanti a Dio per pregare e non poteva ricevere la benedizione promessa da Dio ad Abramo, se non dopo essersi purificata, secondo molte norme da osservare, che rendevano quasi impossibile la riammissione nella società.“Che c’è tra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il Santo di Dio!”.Il maleteme la presenzadi Cristo, si sente minacciato perché Gesù gli toglie la possibilità di continuare a dominare l’uomo. “Io so chi tu sei”:il primo riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio viene da un demonio. Il male sa benissimo chi è Dio e chi è il suo inviato.

“Santo di Dio”: il malegrida la verità, svelail nome di Gesù. Secondo un’altra spiegazione, al tempo di Gesù, gli ebrei pensavano che il demonio fosse la causa della malattia, della morte e del peccatoe venivano, perciò, praticati esorcismi. Nello scontro fra il terapeuta e la forza del male, era molto importante conoscere il nome. Per questo motivo, anche nell’episodio riportato in questo brano del Vangelo di Marco, lo spirito maligno attacca Gesù chiamandolo per nome, tentando di possederloe dominarlo.“Spirito impuro”:l’espressione ricorre dodici volte in Marco, insieme al nome “demonio”.All’evangelista Marco interessa far sapere che l’autorità di Gesù si rivela, fin dall’inizio della sua vita pubblica, nonsolo nell’insegnamento, ma anche nei suoi interventi, storicamente testimoniati, contro lo spirito del male. In seguito Gesù verrà accusato dai suoi avversari proprio a causa della sua attivitàdi esorcista (cfr. Marco 3,22).Impariamo anche noi cristiani a non farci vincere dal potere del male che vuole alienarci, distaccarci dal Signore, facendoci credere che è bene ciò che è male, oppure convincendoci circa la non gravità del male.Sono tentazioni che si superano solo con il contatto quotidiano con la Parola e con i sacramenti.

25. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. Gesù comanda al male di lasciare l’uomo, rivela la sua potenza. Gesù è il vero liberatore che guarisce le profonde ferite dell’umanità.Caratteristica di Marco è “il segreto messianico”, cioè il divieto di manifestare l’identità di Gesù prima cheegli compia la sua missione.Per la prima volta Gesù ordina di tacere e lo fa aun demonio, che vorrebbe manipolare il potere del suo nome divino. Gesù non vuole essere riconosciuto troppo velocemente Figlio di Dio, perché si aderisca a Lui per convinzione, non per entusiasmo, non per i suoi prodigi. Solo quando sarà appeso alla croce il centurione proclamerà: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Marco 15,39).Anche noi dobbiamo seguire Cristo non perché siamo trasportati dall’entusiasmo di un momento, ma perché consapevoli di essere partecipi della sua figliolanza divina e della sua missione, che porta alla croce, alla morte, alla risurrezione.

26. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. L’ordine perentorio imposto da Gesù costringe il demonio ad andarsene.La riuscita dell’esorcismo rivela l’identità di Cristo e conferma la sua potenza (basileia)reale, il suo potere sovrano su ogni realtà.“Straziandolo e gridando forte”:Marco accentua la lotta tra il potere del male e il potere di Dio.La vittoria riportata da Gesù conferma la buona notizia e rendecredibilela sua parola.L’uomo viene liberato: questo è ciò che sta a cuore a Cristo, la nostra liberazione dal male e dal dominio dello spirito cattivo. Egli ci restituisce lacapacità di vivere con coscienza e libertà. Se seguiamo Cristo dobbiamo assumere la sua mentalità, allontanarci dallo spirito impuro e saper andare anche controcorrente, contro quanto propina la società permissiva,consumistica ed alienante.

27. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. I presenti rimangono stupiti di tutto ciò che sta accadendo, sia per l’insegnamento sia per gli interventi di Gesù. Marco ci invita a vedere in Lui il Profeta, atteso da Israele, in quanto i segni della sua azione sono quelli attribuiti dai profeti al Messia. In tutta l’attività di Gesù si estende la sua lotta contro il male e il demonio. Questo e altri episodi di esorcismo ci dannouna manifestazione tangibile.

28. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.Marco sottolinea che è talmente grande l’esperienza vissuta dai presenti che la fama di Gesù,come predicatore, come profeta ecome taumaturgo,si diffonde oltre i confini della città di Cafarnao e abbraccia tutta la regionedella Galilea.Anche noi cristiani dovremmo essere persone capaci di suscitare stupore per l’azione di Dio:“Non sonopiù io che vivo, ma Cristo vive in me”; per l’amore fraterno: “Guardate comesi amano”;per la coerenza di vita: “Ecco un uomo in cui non c’è falsità”.Il Cristo risorto è la nostra forza, il nostro Liberatore. Egli ci rende invincibili, se solo aderiamo a Lui con tutto il cuore.Consapevoli di essere da Lui abitati, possiamo sconfiggere il male e liberare a nostra volta gli altri.Dobbiamo essere testimonicoraggiosidiDio, vivo e presente con noi fino alla fine dei tempi. Non dobbiamo aver paura, dunque, dello spirito impuro, perché con la forza di Dio non ci lasceremo vincere dal male, ma vinceremo con il Bene il male.

Suor Emanuela Biasiolo