Seguimi

XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – LUCA 9, 51-62
51. Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe stato elevato in alto, Gesù prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme
In questa tredicesima domenica del tempo ordinario, il Vangelo di Luca ci presenta il viaggio di Gesù verso Gerusalemme e le esigenze della sequela di Cristo.
Sta per concludersi la missione terrena di Gesù. Lo attende la morte, il suo innalzamento sulla croce e il suo ritorno al Padre, che Luca chiama elevazione, assunzione (rapimento).
Nel testo originale, la decisione di Gesù di partire per Gerusalemme è espressa letteralmente con le parole “rese duro il suo volto per partire verso Gerusalemme”, citando il terzo canto del Servo di Jahvé: “rendo la mia faccia dura come pietra sapendo di non restare deluso” (Isaia 50,7). Gesù è determinato ad andare fino in fondo nel suo destino di sofferenza, in modo fermo e irrevocabile, pur di essere fedele al Padre.
Così anche noi dobbiamo “indurirci”, essere determinati nella scelta di seguire Cristo, la sua umiltà, la sua donazione, il suo essere tutto del Padre e tutto degli uomini. In questo contesto, “indurimento” non è egoismo e durezza di cuore, ma fortezza nel perseguire gli ideali e la scelta di vita a cui Cristo ci chiama. “In cammino verso Gerusalemme”: a Gerusalemme si compirà la missione e Gesù è il Pellegrino che torna alla Casa del Padre, il Samaritano che, dopo aver soccorso l’umanità ferita, raggiunge la meta del suo viaggio.
52. e mandò messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli l’ingresso. 53. Ma essi non vollero riceverlo, perché era chiaramente in cammino verso Gerusalemme.
Fra i due percorsi possibili per raggiungere Gerusalemme, Gesù sceglie di attraversare la Samaria, anche se è una regione ostile, invece di costeggiare il fiume Giordano. Gesù manda i suoi discepoli ad annunciare il suo arrivo nei villaggi, in modo che si possa radunare la gente. I samaritani, considerati pagani (provengono da popolazioni straniere che hanno ripopolato la regione durante la prima deportazione del popolo di Israele in Babilonia), non vogliono accogliere Gesù, trattando male sia lui che i discepoli, così come facevano abitualmente con tutti i pellegrini diretti a Gerusalemme. “Mandò messaggeri”: richiama Malachia 3,1: “Ecco, io vi mando il mio messaggero, che spianerà la via davanti a me”, dove si parla dell’angelo inviato a preparare il giorno del Signore. Anche il Battista è stato inviato per preparare l’accoglienza a Gesù: “E tu, bambino, sarai chiamato profeta dell’Altissimo perché andrai innanzi al Signore a preparargli le strade” (Luca 1,76).
“Villaggio di Samaritani”: Gesù si è presentato come il Buon Samaritano e, invece, proprio dai Samaritani, gli esclusi dal popolo di Israele, viene respinto e allontanato. Aveva assunto un samaritano come esempio nella sua parabola del “Buon Samaritano”, invece proprio dai Samaritani riceve l’opposizione.
54. Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dissero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”. 55. Si voltò e li rimproverò. 56. E si misero in cammino verso un altro villaggio. Lo stile mite e umile di Gesù è in contrasto con quello irruento dei discepoli che vogliono intervenire, sull’esempio di Elia: egli aveva invocato il fuoco per divorare due drappelli di cinquanta uomini che il re Acazia aveva mandato per rapirlo e farlo condannare (cfr. 2 Re 1,10). Non così fa Gesù. Egli vuole salvare tutti, anche i nemici. “Giacomo e Giovanni”: i due discepoli sono gli stessi che vogliono i primi posti accanto a Gesù. Attendevano un Messia rivoluzionario, si trovano davanti a un Messia mite ed umile, che perdona e salva, che attende e pazienta, che sceglie l’ultimo posto e non il primo. L’ideologia ebraica voleva un Messia glorioso e nazionalista. Gesù, invece, è un Messia Servo. “Vuoi che diciamo”: i discepoli vogliono in qualche modo difendere il Maestro, ma non hanno capito che Egli sceglie la mitezza e non la potenza, l’umiltà e non l’arroganza, la debolezza e non la forza. “Si voltò”: questo verbo indica che Gesù cammina davanti ai discepoli. “Li rimproverò”: entrare nella logica di Gesù significa lasciare da parte quella umana, basata sulla vendetta, sul regolamento dei conti, sulla ripicca. Il rimprovero di Gesù non è ira, ma è l’accorato appello di un educatore, di una madre, di un padre: vuole far tornare sulla retta via i propri discepoli. “Verso un altro villaggio”: Cristo non si blocca di fronte al rifiuto, continua e persevera nel suo cammino. Cambia solo il luogo di annuncio. È forte nelle prove e non si sgomenta quando subisce incomprensioni.
57. Mentre camminavano per la strada, un tale gli disse: “Ti seguirò dovunque tu vada”. 58. E Gesù gli rispose: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Inizia l’elenco delle disposizioni che è necessario avere per seguire Gesù. Vengono presentati tre diversi casi. La prima persona si dichiara pronta a seguire Gesù dovunque vada, ma si rende disponibile senza essere chiamata. Solo l’elezione da parte di Gesù consente di divenire discepoli. Egli è senza
dimora, senza sicurezza, è perseguitato e senza appoggi. La sua condizione di precarietà è peggiore di quella degli animali, che, almeno, sanno dove potersi rifugiare. Gesù proclama con chiarezza le difficoltà del cammino del discepolo. Non vuole “reclutare”, non cerca di raccogliere numeri ingenti di discepoli, non illude e presenta chiaramente la durezza del cammino da intraprendere. Chi vuole seguirlo prima di tutto deve essere chiamato, poi deve accettare la povertà, l’insicurezza, la croce, l’incomprensione, l’umiliazione, il fallimento. Solo così realizzerà il progetto del Padre. Dobbiamo dare ragione della nostra fede, ponendo la nostra sicurezza in Dio, la nostra fiducia nella
sua continua presenza accanto a noi, il nostro coraggio nella sua forza, la nostra gioia nella sua beatitudine.
59. A un altro disse: “Seguimi”. E costui rispose: “Signore, permettimi di andare prima a
seppellire mio padre”. Il secondo personaggio è chiamato da Gesù stesso, è sua l’iniziativa. L’interlocutore tergiversa, chiede una proroga per poter seguire i genitori. Uno dei doveri più sacri del popolo ebreo è quello di pensare ai genitori fino alla loro morte, come espressione del quarto comandamento.
60. Gli replicò: “Lascia che i morti seppelliscano i loro morti; tu invece va’ e annuncia il regno di Dio”. Gesù utilizza un linguaggio molto esigente e radicale per scuotere e per mettere davanti al discepolo la centralità del Regno di Dio, davanti alla quale tutto cade in secondo piano. Siamo chiamati a lasciare il passato, a non fermarci alle ferite che ci hanno segnato, a non farci bloccare dai condizionamenti esterni. I doveri verso i propri familiari passano in secondo ordine; non perché non siano importanti, ma perché ci sono delle priorità.
61. Un altro disse: “Ti seguirò, Signore; prima però lascia che io mi congedi da quelli di casa mia”. 62. Ma Gesù gli rispose: “Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”. Un terzo personaggio chiede di andare a salutare i genitori, forse intendendo un periodo di tempo, ma Gesù non ammette ritardi. Nella sequela è necessario superare la nostalgia, lasciare da parte quei legami che potrebbero impedire di essere totalmente disponibili per il Regno. “Nessuno che mette mano all’aratro”: il versetto si riferisce alla vocazione di Eliseo, chiamato mentre stava arando con dodici paia di buoi. Egli brucia subito il suo aratro e sacrifica i buoi per seguire la chiamata di Dio: “Allontanatosi da Elia, Eliseo prese un paio di buoi e li uccise; con gli
attrezzi per arare ne fece cuocere la carne e la diede alla gente, perché la mangiasse. Quindi si alzò e seguì Elia, entrando al suo servizio” (1Re 19,21). Gesù è in continuità con la parola dei profeti, ma è più esigente. Siamo chiamati a vivere intimamente la sua vita, a seguire le sue orme, fino alla morte.
Egli ci vuole dietro a sé per condividere il progetto del Padre, per vivere il mistero pasquale nella sua totalità, dalla passione alla resurrezione. Per far questo dobbiamo utilizzare con libertà i beni materiali e le certezze passeggere, allo scopo di conseguire obiettivi che non vengono meno. “Si volge indietro”: per arare un terreno il contadino non può girarsi, distrarsi, altrimenti rovina il lavoro e il solco diventa storto. Altro esempio è anche alla moglie di Lot, in fuga da Sodoma in fiamme: ella si voltò indietro, contrariamente al divieto di farlo, e rimase di sale: “Il Signore fece piovere dal cielo sopra Sòdoma e sopra Gomorra zolfo e fuoco proveniente dal Signore. Distrusse queste città e tutta la valle con tutti gli abitanti delle città e la vegetazione del suolo. Ora la moglie di Lot guardò indietro e divenne una statua di sale” (Genesi 19,24-26).
“Adatto per il regno di Dio”: se abbiamo attaccamenti a cose, persone o al proprio io; se cerchiamo altre sicurezze, se vogliamo la gloria del mondo, non possiamo essere testimoni credibili del Regno. Saremmo come sale senza sapore (cfr. Luca 14,34).
Se superiamo la tentazione di tergiversare, di stare attaccati al nostro passato, di ancorarci alle nostre cose, saremo associati al cammino di Gesù. “Se qualcuno vuol venire dietro me rinneghi se stesso” (Luca 9,23). Questo è possibile solo in un rapporto di grande comunione con il Signore, che ci fa sentire il suo amore e ci appaga nell’intimo. Potremo così vincere il nostro “io”, nonostante ogni tendenza e resistenza contraria.
Gesù è il Figlio obbediente al Padre, che viene a redimere gli uomini. Chiamati a seguire Cristo, impariamo da Lui a essere fermi nella decisione di cercare il progetto di Dio, costi quello che costi. Se scegliamo il Signore, Lui deve essere veramente “il Signore” della nostra vita, non un appiglio a cui aggrapparsi solo nel bisogno. “Mio Dio, mio Tutto”, diceva San Francesco. Sia veramente Dio il nostro Tutto, la nostra Vita, la nostra Felicità. Appagati dal Suo Amore, vivremo donando amore.
Suor Emanuela Biasiolo

Il Verbo si fece carne

II DOMENICA DOPO NATALE – GIOVANNI 1,1-18
1. In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
Meditiamo il prologo del Vangelo di Giovanni, pagina teologicamente e poeticamente molto profonda, in cui il quarto evangelista presenta Cristo fin dalla sua preesistenza presso il Padre. È necessario applicarsi con calma e concentrazione su questi versetti che sono da contemplare più con il cuore che con l’intelligenza. “In principio”: Giovanni fa un chiaro riferimento all’inizio della creazione “In principio Dio creò il cielo e la terra” (Genesi 1,1). Nello stesso tempo dichiara che il Cristo esiste da sempre, non creato, vivente prima dell’inizio. “Il Verbo”: il termine è tradotto con “Parola”. Giovanni riunisce la cultura ebraica e greca e parla di Cristo come il Logos (in greco). Secondo i Greci antichi il Logos è la “ragione immanente del mondo” che compenetra l’universo. Per gli Ebrei invece il Verbo è la Sapienza personificata (Siracide 24 e Proverbi) che scende sulla terra. “Era presso Dio”: alcuni esegeti traducono VERSO anziché PRESSO intendendo così il dialogo che esiste in Dio tra il Padre e il Figlio. “Il Verbo era Dio”: il Verbo che preesiste fin dal principio è Dio. Dopo l’Incarnazione si potrà parlare di Dio come Padre e Figlio in relazione fra loro grazie all’Amore. Il Figlio è uguale al Padre, ma è distinto dal Padre. Il Verbo / La Parola / il Figlio c’era già prima che il mondo avesse inizio. Tutto ciò che esiste non viene dal caso, ma grazie al Verbo.
2. Egli era, in principio, presso Dio: Si veda il versetto precedente. Dal momento che la Parola è Dio, chi accoglie la Parola è inserito in Dio. Se accogliamo Cristo viviamo anche con Lui nel Padre e siamo in dialogo e in relazione di amore con la Trinità stessa: Padre, Figlio e Spirito, che è Amore.
3. tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. Ora Giovanni parla del Verbo / Parola che esce da sé. Il Padre crea l’universo attraverso la Parola. La Parola continua a creare e rinnova tutto l’esistente in modo dinamico e sempre nuovo. Ogni evento accade grazie alla Parola, che guida la storia verso la salvezza definitiva di gioia e di felicità. La creazione, come dice il termine, è CREATA, ha un’origine. Il Logos / la Parola, invece è senza inizio. “Senza di lui nulla è stato fatto”: secondo lo stile ebraico, per accentuare il significato lo si ripete in diversi modi. Questo versetto significa che fin dall’inizio vi è un solo Dio creatore che crea ogni cosa.
4. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; La Parola dona la vita e rende tutto ciò che esiste partecipe della vita di Dio. Il creato non può sussistere senza la vita che viene dal Padre ed è comunicata dal Figlio. Senza il soffio creativo di Dio noi non esistiamo e non possiamo continuare a vivere, che lo sappiamo o no. “Era la luce”: se vogliamo dare un significato alla nostra vita dobbiamo vivere in Dio e lasciarci guidare da Lui, Luce che illumina la nostra esistenza.
5. la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta. La luce indica la VITA che scaturisce dall’atto creatore di Dio. Le tenebre sono originate dal rifiuto della Luce, non sono preesistenti alla Luce. Il frutto delle scelte sbagliate precipita l’uomo in una NON–LUCE che diventa NON– VITA, cioè morte. “Le tenebre non l’hanno vinta”: Gesù, che è la Luce, non è stato sconfitto dalle tenebre della morte. Chi rifiuta la Parola di Gesù, però, rimane nelle tenebre, resta cieco: “Io sono venuto in questo mondo per giudicare, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi” (Giovanni 9,39). È una libera scelta dell’uomo quella di seguire la Luce o precipitare nelle tenebre.
6. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. L’evangelista Giovanni prosegue il discorso sul Logos / Parola, quasi interrompendolo e presenta Giovanni Battista come il testimone della Luce, del Logos presente nel mondo. “Uomo mandato da Dio”: l’espressione rievoca la vocazione dei profeti: Mosè, Isaia, Geremia, scelti e mandati da Dio per annunciare la salvezza. È un richiamo anche al profeta annunciato da Malachia
3,1: “Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti”. “Il suo nome era Giovanni”: Giovanni significa “dono o grazia di Dio, ma anche Dio ha esaudito, il Signore è misericordioso”. Connota un carattere gentile, ma anche fermo e deciso.
7. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. La finalità della testimonianza di Giovanni è che tutti gli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi riconoscano la Luce della Vita, che è Cristo. Per mezzo di Lui, chi crede ha la possibilità di entrare in dialogo con Dio.
8. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Giovanni è solo colui che prepara la venuta del Messia, non è lui la Luce. L’evangelista ha grande stima di Giovanni, ma chiarisce che solo Gesù è l’atteso, così che non si confondano le due figure.
9. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. In contrapposizione con le false luci apparse nel mondo, con i falsi idoli adorati dai popoli antichi, Cristo è la luce vera, Colui che illumina il cammino di ogni uomo e di ogni donna nella sua singolarità. Ogni persona, infatti, ha insito nel cuore, il desiderio irresistibile di raggiungere la verità, il bene, il bello e il buono. Ogni uomo, infatti, è fatto a immagine e somiglianza di Dio e da Lui amato con predilezione.
10. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Il Verbo / Parola è rivolto al mondo e ha il compito di portare il mondo al Padre per avere la felicità senza fine. L’umanità, ognuno di noi, ha la grande responsabilità di scegliere se accogliere o meno l’amore gratuito di Dio, se aprirsi alla Luce, o nascondersi per non vederla, o voltare le spalle al Creatore. Purtroppo questo è avvenuto nel passato e anche al giorno d’oggi: chi nega Dio si vota alla morte; chi accoglie Dio ha la speranza di vederlo faccia a faccia nella vita senza fine.
11. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. Il Logos / Parola è venuto nel mondo in mezzo al suo popolo, scelto appositamente, non un popolo qualsiasi, ma quello con cui aveva una particolare relazione e predilezione. Nonostante questo è stato rifiutato e ha patito il dolore del rifiuto proprio da parte di coloro da cui si aspettava corrispondenza.
12. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome. Nell’umanità esiste una parte che accoglie la Luce, che crede nel nome di Gesù. A costoro è dato il potere di diventare figli di Dio. La fede trasforma la finitezza dell’uomo e lo inserisce nella divinità di Dio, grazie al Figlio. A chi crede viene data una dignità che non finisce, viene donata la figliolanza in Dio, a qualunque popolo e a qualunque epoca appartenga. “A quelli che credono nel suo nome”: credere nel nome di Gesù significa consegnargli la propria stessa vita.
13. i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. Chi crede nel Nome di Gesù diventa figlio di Dio e l’appartenenza a Lui supera l’origine storica in un popolo determinato (non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo) e in un tempo specifico.
14. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Da questo versetto si comprende il significato di tutti quelli precedenti: il Logos / Verbo, si incarna nella storia, non lascia sola l’umanità sofferente, senza senso, senza direzione, senza speranza. Cristo assume la condizione di fragilità, di miseria e di precarietà degli uomini e addita l’orizzonte di vita eterna che cambia l’esistenza, permette la conoscenza del Padre, perché è Lui a rivelarlo. “Si fece carne”: Cristo non appare nel mondo come una visione eterea, evanescente. Assume un corpo, con tutto ciò che comporta la debolezza della fisicità di un uomo: bisogno di nutrimento, di riposo, di apprendimento graduale delle leggi della vita… “Venne ad abitare in mezzo a noi”: Cristo si mette alla pari con noi e sperimenta cosa significhi per una persona la fatica del vivere. Gesù diventa uomo reale e concreto e nella sua debolezza rivela la Gloria. Non poteva diventare più grande di quanto è; ha scelto di diventare più piccolo, l’Infinito che si contrae nel finito, lo assume e lo porta in Dio. Tutto questo per Amore, per solo Amore.
15. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: “Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me”. L’evangelista ribadisce che Gesù è più importante di Giovanni. Probabilmente vuole dirimere dispute tra i cristiani del primo secolo. Nella sua umiltà Giovanni aveva affermato fin dall’inizio della sua predicazione che la superiorità di Gesù era tale, che lui si riteneva indegno addirittura di fare il servizio di schiavo: slegargli i calzari. “Era prima di me”: Gesù è prima di Giovanni perché come Dio è preesistente alla creazione; è la Parola stessa di Dio.
16. Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Dalla Vita di Gesù è scaturita la salvezza per tutti coloro che lo hanno accolto. Più allarghiamo il cuore ad accoglierLo, più Lui ci riempie e ci dona grazia su grazia. “Grazia su grazia”: secondo alcuni esegeti la prima grazia sarebbe la creazione, la seconda l’incarnazione. Secondo altri significa una grazia dopo l’altra. Per altri ancora si tratta prima della Legge di Mosè e poi dell’Incarnazione.
17. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Giovanni confronta Mosè (la Legge) e Gesù (la Verità). Nella storia prima c’è stato Mosè e poi Gesù, ma Gesù è molto più importante. Egli trascende l’esperienza del popolo di Israele e porta a compimento la storia. Non esiste opposizione, ma perfezionamento, completamento e superamento. Non viene rinnegato nulla del passato, ma portato a compimento, perché le esperienze precedenti aiutano l’uomo a crescere e a progredire. Non c’è contrapposizione tra l’Antico e il Nuovo Testamento.
18. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato. “Dio, nessuno lo ha mai visto”: per la Bibbia Dio è trascendente e nessuno può vederlo. Nell’ultimo versetto del prologo, Giovanni ribadisce che il Figlio rivela il Padre e ci permette di conoscerlo, anche se la visione completa e definitiva potremo averla solo dopo la morte, che è il velo che ci separa da Lui. Per vedere il volto di nostra madre, dobbiamo nascere. Per vedere il volto di Dio, dobbiamo morire. Ecco che per il cristiano la morte è un passaggio alla vita, alla festa dell’Incontro senza fine.
Nell’Eucaristia Cristo ha voluto venire ad abitare dentro di noi per cui possiamo accogliere l’Infinito, anche se non possiamo vederlo con i nostri occhi di carne. “Il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre”: questa espressione indica che il Figlio è in intimità assoluta con il Padre: “Io e il Padre siamo uno” (cfr. Giovanni 10,29). “Lo ha rivelato”: con l’Incarnazione, se ascoltiamo e obbediamo al Figlio, possiamo conoscerLo, grazie alla sua vita, ai suoi gesti, alle sue parole. Se Gesù non si fosse incarnato, sarebbe stato impossibile ogni comunicazione diretta con Dio e noi vivremo senza alcuna speranza. Nessuna scienza, infatti, riuscirà mai a fare in modo che il cuore dell’uomo sia appagato. Solo Dio può appagare la sete più profonda del cuore umano. Riflettendo sul Verbo = Parola, dobbiamo supporre che se qualcuno parla, ci deve essere chi ascolta. Se uno parla e l’altro ascolta, vuole dire che ci sono due persone in relazione fra loro. Nella comunicazione, una persona si esprime e l’altra accoglie dentro di sé il messaggio. L’accoglienza del messaggio nasce dall’amore, per cui chi parla sa di essere amato e accolto da chi ascolta. È un ascolto accogliente e corrisposto. Per mezzo della fede, se ascoltiamo Dio, noi suoi figli, entriamo in una relazione di amore e facciamo spazio dentro di noi per accogliere quanto Lui ci comunica e così viene in noi la Luce. Per semplificare: quando ascoltiamo Dio diventiamo come la terra che accoglie il seme, che in noi fruttifica e genera altra vita. Chiediamo al Padre, che ci ha creati a sua immagine e che ci ha redenti con la sua Grazia, di accogliere, ascoltare, obbedire al Figlio che ci manifesta la vita divina. In Lui, possiamo trovare compimento al nostro desiderio di vedere il Volto di Dio. Dio si è fatto carne: questa è la nostra gioia, che durerà per sempre.
Suor Emanuela Biasiolo

Cresceva in sapienza, età e grazia

PRIMA DOMENICA DOPO NATALE

SANTA FAMIGLIA DI GESÙ, MARIA E GIUSEPPE-ANNO C-LUCA 2,41-52 41.

I suoi genitori si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. La prima domenica dopo Natale celebriamo la festa della Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe. La Liturgia ci propone di guardare al mistero di Gesù che si fa uomo e ha bisogno di tutto: affetto, nutrimento, vestiario. Deve imparare a camminare, parlare, leggere proprio come un qualunque bambino che nasce sulla terra. La sua relazione all’interno della Famiglia di Nazareth, attualizzazione terrena dell’amore che intercorre tra il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, è fondata sulla comunione. Il brano odierno fa da sfondo a tutto l’insegnamento e il comportamento di Gesù, che si reca a Gerusalemme con Maria e Giuseppe. Era impegno di ogni ebreo osservante recarsi nella città santa almeno tre volte all’anno. L’obbligo diminuiva ad una sola volta per chi abitava molto lontano.

42. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa.
A dodici anni un giovane ebreo diventava, e diventa ancora oggi, adulto con la cerimonia del bar mitsvah (“il figlio del precetto”). Era ed è tenuto ad osservare tutti i comandamenti della Legge, anche i più difficili. Gesù si reca con Maria e Giuseppe a compiere i riti prescritti.
43. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a
Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. 44. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; i lunghi viaggi venivano fatti in carovana per aiutarsi a vicenda nelle difficoltà, per sostenersi nelle fatiche del viaggio. Vi erano molte persone e il ragazzo poteva stare sia con i parenti che con il gruppo dei ragazzi. Luca ci racconta il particolare dello smarrimento di Gesù. Il racconto è abbastanza inverosimile perché sembra strano che alla partenza della carovana i genitori non si siano accorti della sua
assenza.
45. non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
L’intento dell’evangelista è teologico: vuole spiegarci che la vera patria di Gesù non è Nazareth, ma Gerusalemme. È qui che si realizza il mistero di Dio e Gesù deve restare nel luogo che gli compete come vero Messia. I genitori tornano indietro a cercarlo, carichi di angoscia, in mezzo alla confusione, alle persone, alle carovane, alle masserizie.

46. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. Gesù si trova nel tempio come discepolo che ascolta e interroga per imparare le cose di Dio. Solitamente i maestri insegnavano sotto i portici del cortile esterno ed utilizzavano il metodo della domanda e della risposta, per aiutare l’apprendimento.
“Dopo tre giorni”: il riferimento ai tre giorni potrebbe nascondere l’allusione alla passione, morte e risurrezione di Cristo. Maria e Giuseppe sono provati dalla ricerca durata così a lungo. Gesù si lascia cercare e vuole che lo troviamo per poi cercarlo ancora, così fino all’incontro finale. La ricerca alimenta il desiderio, purifica le intenzioni, vince la pigrizia, apre alla gioia.

47. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Luca insiste a mettere in risalto la persona di Gesù, il suo interesse per le Scritture, la capacità intellettiva, la sapienza che dimostra. Successivamente, verrà detto che, divenuto adulto, insegna con autorità, destando meraviglia nel popolo (cfr. Luca 4,32).
48. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Maria rimprovera Gesù per essersi allontanato senza avvisare. In queste poche parole sono racchiusi
il dolore per il distacco, l’angoscia della perdita, la fatica della ricerca, la delusione per un figlio che non fa riferimento ai genitori prima di agire. Luca afferma che Maria e Giuseppe non avevano ancora capito la portata della vita del Figlio. Essi capiscono solo gradatamente, nonostante l’annuncio degli angeli la notte di Betlemme alla nascita
del Bambino. Il fatto che stanno vivendo supera ogni comprensione e non riescono a capire subito il disegno di Dio su di lui, che resta misterioso. “Restarono stupiti”: Maria e Giuseppe si aprono con stupore a quanto sta avvenendo, scrutano ogni
comportamento di Gesù nell’intento di penetrare maggiormente nel mistero che hanno davanti ma che non possono possedere. Anche noi vediamo ma non afferriamo mai dio, perché Lui ci sovrasta anche se, nello stesso tempo, è con noi.
“Angosciati, ti cercavamo”: l’angoscia come segno della privazione da Gesù è il sentimento che dovrebbe afferrare anche noi quando dovessimo trovarci per strade diverse dalle sue. La fede nella sua misericordia è la forza che ci fa ritrovare il Signore.
49. Ed egli rispose loro: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”. Maria e Giuseppe sono sottoposti alla prova del buio della perdita di Gesù; Egli non è un figlio qualunque, ma il Figlio di Dio, il Verbo della Vita, che è stato loro affidato. Il ritrovamento genera una gioia incontenibile, all’interno della quale non manca il rimprovero per un allontanamento senza preavviso. Gesù risponde al rimprovero di Maria obbligando lei e Giuseppe a compiere un salto di qualità, a porsi in un’altra dimensione. Più che il legame con loro, conta al di sopra di tutto il legame con il Padre e la missione da compiere. Gesù è nel Tempio, è nella sua casa, che gli spetta di diritto perché è la dimora del Padre. Al di sopra di tutto deve compiere il progetto per cui è stato inviato. Egli è la Parola incarnata. “Io devo occuparmi”: Luca pone in risalto il verbo “devo”, segno della sua adesione totale a quello che il Padre dispone per lui. Il programma della sua vita è compiere la salvezza voluta dal Padre suo. Il suo amore è tale che diventa connaturale obbedire: ““devo” perché voglio”. I genitori non devono bloccare le aspirazioni più importanti che albergano nel cuore di un figlio, ma assecondarle, aiutandolo nelle scelte perché siano sempre verso il Vero, il Bene, il Bello, il Giusto.

50. Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Maria e Giuseppe non comprendono il significato delle parole pronunciate da Gesù. Hanno sperimentato le normali difficoltà di comprensione dell’altro, come avviene in una famiglia comune. Ogni persona è unica e porta dentro di sé un segreto che non può essere compreso subito da chi la attornia. Luca invita chi legge ad approfondire la comprensione del mistero di Cristo, Verbo Incarnato. Non basta una lettura superficiale. Occorre lo sforzo di andare oltre.

51. Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. Gesù manifesta qual è la sua missione, poi torna a vivere l’esperienza di crescita umana e di fede secondo la progressione e la gradualità tipiche di ogni fanciullo. Si sottomette alla legge della vita, che comporta la paziente acquisizione di conoscenze, di comportamenti, di competenze. Maria medita, attende di capire, non ha fretta di giungere a conclusioni. Si lascia portare da Dio e
condurre dove Lui vuole, come una credente qualsiasi che attende la rivelazione di Dio.
52. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.
Per diventare uomo completo, maturo e responsabile, Gesù deve compiere un cammino di crescita, comune a tutti gli esseri umani. Quando dobbiamo procedere nelle tenebre “accecanti” di una vita ordinaria non dobbiamo temere il buio e la fatica. Verrà il momento in cui la luce splenderà sul nostro cammino e sarà gioia piena, completo raggiungimento della visione beatifica che ci attende. L’importante è mantenere vivo il
nostro rapporto con Dio, crescere davanti a Lui. Verrà il momento dell’incontro in cui svanirà l’angoscia dello smarrimento, scaturirà il giubilo del ritrovamento e saremo pienamente appagati nella gioia senza fine.


Suor Emanuela Biasiolo

Amerai

XXXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – MARCO 12,28-34
In quel tempo, 28. si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Il brano del Vangelo presenta l’incontro di Gesù con uno scriba che, a differenza degli avversari che volevano condannare a morte Gesù, si dimostra aperto al dialogo e desideroso di capire l’essenza della Legge, sfrondata da tanti legalismi. Per comprendere questo testo, è necessario conoscere che erano stati individuati nella Torah addirittura 613 precetti del Signore, suddivisi in 365 negativi e 248 positivi. I rabbini
raccomandavano di osservarli tutti, sia che fossero facili o difficili da mettere in pratica.
29. Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore;
La risposta di Gesù è diretta e si riferisce alla preghiera che ogni ebreo maschio doveva recitare mattina e sera: “Shemà Israel”, “Ascolta Israele”, cioè il versetto tratto dal libro del Deuteronomio 6,4. Queste parole erano scritte e racchiuse nei contenitori (filatteri) che gli ebrei si legavano sulla fronte o alle braccia al momento della preghiera. Il significato è molto importante: il popolo ebreo è grato a Dio per essere stato eletto da Lui con predilezione e dichiara di sceglierlo come unico Signore e Dio. In mezzo a popoli pagani e politeisti (come per esempio quella greca), gli ebrei si distinguono per avere un Dio solo.
“Il Signore nostro Dio è l’unico Signore”: il nostro Dio non è un idolo fatto da mani d’uomo a cui si attribuiscono poteri soprannaturali. Il nostro Dio è l’Unico Signore, Creatore, Salvatore, Padre.
30. amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Nella versione di Marco troviamo il comando di amare Dio non solo con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la forza (come nel testo della Scrittura), ma anche con tutta la mente (dianoia), intesa come forza dell’intelletto. Questo elenco insiste sul fatto che è tutta la persona a dover orientarsi a Dio per compiere la sua volontà con tutte le capacità umane. Non basta riservare qualche momento soltanto a Lui, ma sempre dobbiamo avere l’intenzione di dargli gloria e obbedienza, che scaturisce dall’amore. “Amerai il Signore tuo Dio”: Dio, il nostro Creatore, ci chiede l’elemosina di amarlo perché Egli è innamorato di noi. Mentre gli altri popoli si rivolgono a Dio per propiziarselo, per timore, noi siamo chiamati a rivolgerci a Lui in un rapporto di figliolanza.
“Con tutto il tuo cuore”: il cuore per gli ebrei è il luogo da cui scaturisce ogni desiderio e ogni azione. Dobbiamo amare Dio nella concretezza di scelte operative, ma anche in modo esclusivo: Lui prima di tutto, senza concorrenti. “Con tutta la tua anima”: questo termine sta per “energia vitale” che abbiamo dentro come persone viventi. La motivazione della nostra azione deve essere l’amore, che ci porta al dono, al servizio, al
perdono. Come Cristo ha dato tutto se stesso, tutta la sua vita, così anche noi dobbiamo fare nei riguardi suoi e dei nostri fratelli. “Con tutta la tua mente”: l’intelligenza ci consente di approfondire la conoscenza di Colui che amiamo, la Sua Parola, per incontrarLo.
“Con tutta la tua forza”: siamo chiamati a diventare amore, solo amore. Per raggiungere questo obiettivo dobbiamo concentrare tutte le nostre energie fisiche, psichiche e morali, investire il nostro essere nel servizio del prossimo, nel perdonare senza limiti, nel costruire relazioni di fraternità.

31. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi”. Riferendosi al libro del Levitico (19,18), Gesù allarga il comandamento dell’amore al prossimo, verso il quale dobbiamo avere la stessa cura che avremmo per noi stessi. La fonte dell’amore è Dio stesso. L’amore per Lui e per gli altri diventa la sintesi di tutta la Legge, della prima e della seconda tavola che Mosè aveva ricevuto sul Sinai. “Il secondo è questo”: il secondo comandamento sgorga dal primo, ma non è secondario. È sempre l’unico amore, che deriva dalla stessa fonte e che si esprime in due direzioni, come due facce della stessa medaglia. Alcuni commentatori fanno notare che dovremmo specificare che sono tre gli oggetti del nostro amore: Dio, noi stessi, gli altri. Chi non ama se stesso, non si accoglie nella sua realtà, nella sua debolezza e fragilità, nella sua ricchezza, non può amare gli altri. “Amerai il prossimo”: il nostro deve essere un amore di donazione, che non si appropria dell’altro, che non lo soggioga, che non lo opprime, ma che lo aiuta a diventare più persona, capace a sua volta di amare e di essere amato. Amare è dare la vita, come ha fatto Cristo, in modo gratuito, senza secondi fini, senza attendersi alcuna ricompensa, senza essere ricambiati. L’amore è una decisione e si decide di amare anche quando l’emotività spingerebbe a fare diversamente. “Come te stesso”: il principio della vita cristiana è credere di essere amati da Dio. Coscienti che Dio ama ciascuno di noi, dobbiamo nutrire solo amore dentro il nostro cuore, da riversare sui nostri fratelli. Amati anch’essi da Dio, diventano altri noi stessi. Noi non possiamo odiare noi stessi, perché siamo amati da Dio. Non possiamo odiare gli altri, perché anch’essi sono amati da Dio. Nel comandamento dell’Amore si riassume tutta la Legge. Un solo comandamento diviso in due, al posto dei 613 precetti degli ebrei del tempo di Gesù. “Non c’è altro comandamento più grande di questi”: siccome “Pieno compimento della legge è l’amore” (Romani 13,10), amando Dio e gli altri sostituiamo tutte le norme e i precetti. Chi ama dimentica se stesso, chi ama supera il male, non tiene conto di quello che dicono sul suo conto, non si vendica dei torti subiti… amare è perdonare, elargire, mettersi a disposizione senza calcolo. Chi ama dedica tempo, attenzione; previene i bisogni, si dona senza calcolo.
32. Lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33. amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”.
Lo scriba capisce che Gesù ha risposto alla perfezione e si dichiara d’accordo con Lui. Aggiunge il particolare che l’amore di Dio e del prossimo “vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. Si tratta di una dichiarazione di grande importanza, posta sulle labbra di un osservante giudeo, fatta sul piazzale del Tempio: è in pieno accordo con la posizione dei profeti di tutto l’Antico Testamento. Nello stesso tempo è in netto contrasto con l’usanza di compiere sacrifici di animali. “Vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”: amare Dio è il culto spirituale che Egli si aspetta da noi. Egli non chiede, come nell’antica mentalità, di spargere il sangue di tori, di capri, ecc. Chiede di essere amato sopra ogni cosa, donando goccia a goccia, respiro dopo respiro, battito dopo battito la nostra vita, come offerta a Lui gradita.
34. Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo. È una gioia per Gesù poter lodare lo scriba che, onesto e veramente fedele a Dio, risponde saggiamente. Il Regno di Dio è presente, perché lo scriba riconosce la potenza di Dio che agisce qui e ora nella storia. Per questo non è lontano dal Regno. “Nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo”: espressione che sottolinea il contrasto tra l’ipocrisia dei nemici di Gesù che lo cercavano solo per tendergli un tranello e aver modo di accusarlo. Diversamente, invece, lo scriba cerca la verità e il cuore della Legge. Per questo Gesù lo apprezza molto. La risposta che Gesù dà allo scriba è molto sapiente ed esaustiva. Porre domande ora è superfluo. Ricevuta la risposta, non rimane che il silenzio. Ora dobbiamo solo vivere quanto abbiamo imparato. La nostra vita consiste nell’accogliere l’amore di Dio e nel rispondere al suo amore. Dio non ci chiede di obbedire a un codice legislativo, ma ci indica in un unico comandamento, diviso in due, la strada per la felicità. Iniziamo ogni giorno daccapo la grande avventura della vita e, a vele spiegate, andiamo incontro all’Amore, unico senso del nostro esistere, inestinguibile Sorgente del nostro amare.

Suor Emanuela Biasiolo

La pietra ribaltata domenica di Pasqua Risurrezione del Signore

ANNO B – GIOVANNI 20, 1-9

1. Nel giorno dopo il sabato, Maria di Magdala si recò al sepolcro di buon mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Sembrava tutto finito il venerdì, verso il tramonto, con la deposizione di Gesù nel sepolcro. Inizia, invece, il mattino più importante della storia: è il mattino di Pasqua. Secondo gli storici, questi eventi potrebbero essere accaduti il 7 e il 9 aprile dell’anno 30. È il primo giorno della settimana, quello che i cristiani chiamano la “domenica” (dies Domini, giorno del Signore), che sostituisce il giorno sacro per eccellenza (il sabato) degli ebrei. La risurrezione è avvenuta senza testimoni: solo il Padre, Cristo e lo Spirito sono stati i protagonisti di questo evento divino. Il Vangelo e gli Atti degli Apostoli ci riferiscono quello che i testimoni hanno visto “dopo” la risurrezione, ci narrano di quando hanno mangiato con Lui, quando hanno parlato con Lui, nelle apparizioni del Risorto. Questa domenica il vangelo di Giovanni ci presenta Maria di Magdala, sola (diversamente dagli altri sinottici che parlano di donne al plurale), che si reca al sepolcro. Esce quando è ancora buio: buio in senso fisico, ma soprattutto spirituale. Non ci viene detto che avesse olii aromatici da usare per la sepoltura, come ci riferiscono altri evangelisti riguardo alle altre donne. Maria non va per ungere il corpo, va solo spinta dal suo amore umano per il Signore Gesù, che l’aveva liberata da “sette demoni” (cfr. Luca 8,2). Va con il dolore per il vuoto che sente nell’anima. Pensa a Gesù posto nel sepolcro e sente il bisogno di farsi presente ancora a colui che ha tanto amato, non vuole separarsi da lui, nemmeno da morto. Non si parla di visione di angeli, come in altri brani dei sinottici.

2. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: “Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!”. Maria di Magdala corre da Pietro, da colui che riconosce come il punto di riferimento della comunità dei discepoli, e dà l’allarme: il corpo di Gesù non c’è più. Fin qui termina la scena con Maria di Magdala. Il Vangelo parlerà ancora di lei successivamente, quando, tornata al sepolcro, si sentirà chiamare dal Risorto (Giovanni 20,16). “L’altro discepolo, quello che Gesù amava”: questo personaggio è presente solo nel Vangelo di Giovanni. Su di lui sono state fatte varie ipotesi. La più accreditata è che egli sia l’evangelista, perché i dettagli riferiti sono unici e vissuti in prima persona. Sembra consolidato, però, che egli non abbia composto materialmente il quarto Vangelo, ma che sia stato redatto dai suoi discepoli e da essi attribuito a Giovanni. L’espressione “L’altro discepolo, quello che Gesù amava” è stata coniata riflettendo sull’amore privilegiato che intercorre fra Gesù e Giovanni. Nei passaggi in cui si dice più semplicemente, “l’altro discepolo” o “il discepolo”, è mancata l’aggiunta dei redattori. “Hanno portato via il Signore dal sepolcro”: il timore di Maria di Magdala è fondato sul fatto che spesso avvenivano furti di cadavere, al punto che l’imperatore romano aveva emanato specifiche ordinanze per contenere il fenomeno. Perfino l’evangelista Matteo (cfr. 28, 11-15) afferma che i capi dei sacerdoti utilizzano la scusa del furto della salma per gettare discredito sulla risurrezione di Cristo. Quando Maria di Magdala giunge al sepolcro, vede la pietra, che prima chiudeva il sepolcro, ribaltata, aperta. Il corpo del Maestro non c’è più, ma non capisce cosa sia successo: è troppo grande l’evento per essere comprensibile subito. Maria di Magdala pensa che il corpo sia stato trafugato. Non ha ancora compreso che Gesù è risorto: è troppo grande un tale pensiero perché nessun uomo fino ad allora era tornato in vita dopo la morte. “Il Signore”: questo titolo è utilizzato da Giovanni solo in riferimento al Risorto nei racconti pasquali. Implica il riconoscimento della sua divinità ed evoca l’onnipotenza divina. “Non sappiamo dove l’hanno posto”: la frase rimanda alle parole di Gesù in cui Egli disse che non si poteva conoscere il luogo dove si sarebbe recato. Altro richiamo è alla sepoltura sconosciuta di Mosè (Deuteronomio 34, 10). Se Maria di Magdala e le altre donne non fossero andate al sepolcro, come avremmo avuto la notizia della risurrezione? È una domanda che ci poniamo per considerare che solo chi è pieno di amore e delicato di animo va a cercare l’amato (cfr. la sposa nel Cantico dei Cantici), sfidando le guardie, affrontando i rischi.

3. Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro.

4. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro.

5. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Anche in questi versetti si parla di persone che corrono: corre il discepolo amato, più veloce, più giovane, più pieno di amore. Corre Pietro e giunge dopo. Giovanni vede le bende, si ferma, non entra nel sepolcro, attende Pietro di cui riconosce l’autorità, a cui deve rispetto per l’anzianità e per il primato tra i discepoli.

6. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra,

7. e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte.

8. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Pietro entra, vede (si sta facendo giorno, per cui la luce consente di vedere bene) le bende per terra e il sudario (stoffa usata per coprire direttamente il corpo), piegato in parte. Vi è precisione e ordine. Questi dettagli aiutano a capire che non si tratta di trafugamento del corpo, perché i ladri avrebbero portato via il cadavere come si trovava. Per sfasciarlo ci sarebbe voluto molto tempo; infatti bende e sudario aderivano perfettamente al corpo del defunto. Nella risurrezione Cristo Risorto abbandona tutto ciò che si riferisce alla sua sepoltura. Non ne ha più bisogno. Il suo corpo ora è glorioso! “Entrò anche l’altro discepolo vide e credette”: per la legge ebraica è necessaria la testimonianza oculare di almeno due persone, due uomini (non contava la testimonianza delle donne). Pertanto la testimonianza di Pietro e di Giovanni è vera: sono due uomini che constatano la stessa realtà e la testimoniano. I due discepoli hanno bisogno di vedere per credere, così come ne avrà bisogno il discepolo Tommaso che si sentirà dire: “Beati quelli che pur non avendo visto crederanno” (Giovanni 20,29). È tipico di Giovanni usare questo binomio riferito alla risurrezione di Cristo: “vedere e credere”. Egli ci addita il modello del credente: è “il discepolo amato”, che riesce a comprendere la verità di Dio attraverso gli eventi quotidiani concreti. Fede in Cristo, come Dio, e visione del Risorto vanno di pari passo. Per fare esperienza del risorto abbiamo bisogno di sostenerci reciprocamente nella fede: l’amore ardente di Maria di Magdala, che sfida le guardie e va nel buio a cercare il suo Maestro; la lentezza di Pietro pentito, che però poi corre; l’intuizione perspicace e rispettosa di Giovanni, che indica e attende. Dobbiamo aiutarci a cercare le tracce del nostro Signore, i segni che lo rivelano vivo. Proprio perché diversi, stiamo uniti nella fede che ci accomuna e scopriremo che il Risorto è accanto a noi, oggi, come allora (cfr. C. M. Martini, Il vangelo secondo Giovanni, Roma 1980, 157-158).

9. Non avevano infatti ancora compreso la Scrittura, che egli cioè doveva risuscitare dai morti. In questo versetto Giovanni comunica l’importanza di conoscere la Parola, di fare memoria di quanto Gesù aveva già preannunciato: Egli doveva patire e poi risuscitare. La Parola illumina l’evento e l’evento conferma la Parola. I primi cristiani rileggono tutta la scrittura a partire dalla Risurrezione. Trovano così conferma che il Messia non poteva terminare la vita in modo fallimentare, tragico e umiliante. Capiscono che la gloria di Dio è diversa da quella umana: non la sopraffazione dell’uomo sull’uomo, ma l’essere ultimi con gli ultimi per portarli alla pienezza della vita. I discepoli erano stati accanto a Gesù, ma hanno avuto difficoltà a credere in Lui. Quando, però, credono alla sua risurrezione, diventano testimoni autentici, capaci di dare la vita: proclamano allo scoperto che Gesù è vivo; escono dal Cenacolo; affrontano apertamente le minacce, le torture e la morte, perché la notizia della Vita Nuova di Cristo valichi i secoli, i millenni, ogni angolo della terra. Sul loro esempio apriamoci alla salvezza, crediamo nel Risorto, annunciamolo nel nostro ambiente, senza paura, ma con coraggiosa convinzione, con cambiamento radicale di vita. “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra” (Colossesi, 3,1). È sulla fede nella vittoria di Gesù Cristo sulla morte che si gioca il cristianesimo. La risurrezione non è un evento accaduto una volta e basta: la passione, la croce e la risurrezione sono contemporanee a noi, perché chi vive in Cristo è unito a Lui anche nel suo mistero di dolore e di risurrezione oggi, ora, qui. Egli continua a risorgere dal fondo di ogni miseria umana, di ogni storia, di ogni morte. Egli semina respiro nuovo, vita gioiosa, speranza senza limiti, fiducia incrollabile nei solchi dell’umanità di ogni tempo. Gesù è Colui che risorge nel passato, nel presente e nel futuro perché Lui è un eterno “ORA”. È Luce che illumina, inebria e riscalda; è libertà che scioglie le bende; è guarigione delle ferite da cui è scaturito il sangue portatore di salvezza eterna; è vita che dissolve la morte; è il respiro del nostro essere che non può vivere senza di Lui; è l’esodo da questo mondo al Padre, dove saremo con Lui per sempre.

Suor Emanuela Biasiolo

Taci, esci da lui

IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO -ANNO B –MARCO 1,21-28
In quel tempo, 21. Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao]insegnava.Il brano odierno presenta alla nostra meditazione l’insegnamento e l’esorcismo praticato da Gesù a Cafarnao(in ebraico significa letteralmente: villaggio di Nahum), cittadina a nord del lago di Tiberiade, che si trova in un luogo di passaggio tra la Palestina, il Libano e l’Assiria.Gli abitanti sono provenienti da vari popoli, prevalentemente pagani.Marco, nel suo Vangelo,scritto negli anni settanta dopo Cristo,catechizza le sue comunità per aiutarle a capire come annunciare concretamente la Buona Novella.Descrive cosa fa Gesù nella sua giornata “tipo”.Dopo aver lasciato Nazareth, Gesù abitaa Cafarnao, ospite nella casa diSimone (Pietro), nelle soste tra un itinerario e l’altro in Galilea e in Giudea.Egli non è più da solo, ma vive con una comunità che lo segue(il brano della domenica precedente ha, infatti, presentato la chiamata dei primi discepoli).Gesù partecipa abitualmente alla preghiera del sabato, come ogni pio israelita, nella sinagoga della città, per obbedire al comandamento di santificare il settimo giorno (cfr. Esodo 20,8-11; Deuteronomio 5,12-15). Avveniva normalmente cheun ebreo credente(compiuti di tredici anni)laico,come Gesù,venissechiamato a leggere le Scritture ed eventualmente a commentarle.Tuttavial’insegnamento di Gesù è particolare. L’evangelista non ci riferisce i contenuti del suo insegnamento, a differenza diLuca (cfr. Luca 4,16-21).
22. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Lo stupore dei fedeli nella sinagoga nasce dal fatto che Gesù insegna in modonuovo,cioè con parole accompagnate ad azioni che le confermano;econ autorità (exousia), cioè non solo spiegando la legge, come fanno gli scribi, ma con un insegnamento che sgorgada lui stesso, dai suoi gesti, dal suo modo di guardare, ascoltare, guarire le persone.Gesù attiral’attenzione, perché la sua parola viene dalle profondità del cuore, esprime convinzione e passione. Il suo insegnamentoscaturisce dall’intimità silenziosa con il Padre, da una coerenza tra proclamazione e vita. Gesù non seduce per l’erudizione e le citazioni, ma perché arriva al cuore di chi ascolta, che ne resta scosso, ferito, convinto, consolato.Egli ha autorità, cioè è credibile, perché realizza ciò che dice.
23. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare,
24. dicendo: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!”. Inizia l’episodio dell’uomo indemoniato, un uomo in cui il demonio opera in modo particolare, opponendosi allo Spirito Santodi Dio. Il dialogo avvienetra lo spirito impuro e Gesù(non tra l’uomo e Gesù). “Uomo posseduto”:una persona dichiarata impura non poteva presentarsi davanti a Dio per pregare e non poteva ricevere la benedizione promessa da Dio ad Abramo, se non dopo essersi purificata, secondo molte norme da osservare, che rendevano quasi impossibile la riammissione nella società.“Che c’è tra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il Santo di Dio!”.Il maleteme la presenzadi Cristo, si sente minacciato perché Gesù gli toglie la possibilità di continuare a dominare l’uomo. “Io so chi tu sei”:il primo riconoscimento di Gesù come Figlio di Dio viene da un demonio. Il male sa benissimo chi è Dio e chi è il suo inviato.

“Santo di Dio”: il malegrida la verità, svelail nome di Gesù. Secondo un’altra spiegazione, al tempo di Gesù, gli ebrei pensavano che il demonio fosse la causa della malattia, della morte e del peccatoe venivano, perciò, praticati esorcismi. Nello scontro fra il terapeuta e la forza del male, era molto importante conoscere il nome. Per questo motivo, anche nell’episodio riportato in questo brano del Vangelo di Marco, lo spirito maligno attacca Gesù chiamandolo per nome, tentando di possederloe dominarlo.“Spirito impuro”:l’espressione ricorre dodici volte in Marco, insieme al nome “demonio”.All’evangelista Marco interessa far sapere che l’autorità di Gesù si rivela, fin dall’inizio della sua vita pubblica, nonsolo nell’insegnamento, ma anche nei suoi interventi, storicamente testimoniati, contro lo spirito del male. In seguito Gesù verrà accusato dai suoi avversari proprio a causa della sua attivitàdi esorcista (cfr. Marco 3,22).Impariamo anche noi cristiani a non farci vincere dal potere del male che vuole alienarci, distaccarci dal Signore, facendoci credere che è bene ciò che è male, oppure convincendoci circa la non gravità del male.Sono tentazioni che si superano solo con il contatto quotidiano con la Parola e con i sacramenti.

25. E Gesù gli ordinò severamente: “Taci! Esci da lui!”. Gesù comanda al male di lasciare l’uomo, rivela la sua potenza. Gesù è il vero liberatore che guarisce le profonde ferite dell’umanità.Caratteristica di Marco è “il segreto messianico”, cioè il divieto di manifestare l’identità di Gesù prima cheegli compia la sua missione.Per la prima volta Gesù ordina di tacere e lo fa aun demonio, che vorrebbe manipolare il potere del suo nome divino. Gesù non vuole essere riconosciuto troppo velocemente Figlio di Dio, perché si aderisca a Lui per convinzione, non per entusiasmo, non per i suoi prodigi. Solo quando sarà appeso alla croce il centurione proclamerà: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Marco 15,39).Anche noi dobbiamo seguire Cristo non perché siamo trasportati dall’entusiasmo di un momento, ma perché consapevoli di essere partecipi della sua figliolanza divina e della sua missione, che porta alla croce, alla morte, alla risurrezione.

26. E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. L’ordine perentorio imposto da Gesù costringe il demonio ad andarsene.La riuscita dell’esorcismo rivela l’identità di Cristo e conferma la sua potenza (basileia)reale, il suo potere sovrano su ogni realtà.“Straziandolo e gridando forte”:Marco accentua la lotta tra il potere del male e il potere di Dio.La vittoria riportata da Gesù conferma la buona notizia e rendecredibilela sua parola.L’uomo viene liberato: questo è ciò che sta a cuore a Cristo, la nostra liberazione dal male e dal dominio dello spirito cattivo. Egli ci restituisce lacapacità di vivere con coscienza e libertà. Se seguiamo Cristo dobbiamo assumere la sua mentalità, allontanarci dallo spirito impuro e saper andare anche controcorrente, contro quanto propina la società permissiva,consumistica ed alienante.

27. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. I presenti rimangono stupiti di tutto ciò che sta accadendo, sia per l’insegnamento sia per gli interventi di Gesù. Marco ci invita a vedere in Lui il Profeta, atteso da Israele, in quanto i segni della sua azione sono quelli attribuiti dai profeti al Messia. In tutta l’attività di Gesù si estende la sua lotta contro il male e il demonio. Questo e altri episodi di esorcismo ci dannouna manifestazione tangibile.

28. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.Marco sottolinea che è talmente grande l’esperienza vissuta dai presenti che la fama di Gesù,come predicatore, come profeta ecome taumaturgo,si diffonde oltre i confini della città di Cafarnao e abbraccia tutta la regionedella Galilea.Anche noi cristiani dovremmo essere persone capaci di suscitare stupore per l’azione di Dio:“Non sonopiù io che vivo, ma Cristo vive in me”; per l’amore fraterno: “Guardate comesi amano”;per la coerenza di vita: “Ecco un uomo in cui non c’è falsità”.Il Cristo risorto è la nostra forza, il nostro Liberatore. Egli ci rende invincibili, se solo aderiamo a Lui con tutto il cuore.Consapevoli di essere da Lui abitati, possiamo sconfiggere il male e liberare a nostra volta gli altri.Dobbiamo essere testimonicoraggiosidiDio, vivo e presente con noi fino alla fine dei tempi. Non dobbiamo aver paura, dunque, dello spirito impuro, perché con la forza di Dio non ci lasceremo vincere dal male, ma vinceremo con il Bene il male.

Suor Emanuela Biasiolo