“L’Amore Malato”: una mostra contro la violenza di genere a Ferrara

Sabato 12 gennaio 2019 alle 11, nel salone d’Onore della residenza comunale di Ferrara (piazza del Municipio 2), si terrà l’inaugurazione della mostra “L’Amore Malato”, opere contro la violenza di genere dell’artista padovano Gino Tonello che resteranno esposte al pubblico fino all’1 febbraio 2019 (dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 18).

L’iniziativa espositiva è organizzata dal Comune di Ferrara in collaborazione con il Centro Donna Giustizia di Ferrara.

La mostra dell’artista padovano Gino Tonello è giunta alla sua terza esposizione. È il frutto di un ampio progetto dedicato al tema della violenza di genere, al quale l’artista sta lavorando ormai da diverso tempo e che continuerà nei prossimi anni.

La decisione di trattare questa tematica, nasce dalla consapevolezza di trovarsi di fronte a un fenomeno, tra cui quello del cosiddetto femminicidio, di dimensioni impressionanti.

I soggetti di Tonello sono composizioni complesse di oggetti, figure e ambienti di rilevante contemporaneità, con inserzioni e modificazione dei supporti. La tela viene rielaborata, tagliata e strappata e successivamente ricomposta in maniera magistrale evidenziando così una tridimensionalità. Le figure appaiono immerse in scenografiche costruzioni e attorniate da una ricca materia. Preferisce simbologie legate alla società contemporanea e non disdegna affrontare direttamente le problematiche connesse alla valorizzazione delle sue iconografie. Le tecniche predilette: olio, paste acriliche, smalti, ossidi e pigmenti.

 

Alessandro Zangara (anche per la fotografia dell’opera)

 

Sotto il cielo d’Egitto

In occasione della mostra dedicata al “Riposo durante la fuga in Egitto” di Francesco Hayez, il museo del Buonconsiglio di Trento propone quattro speciali appuntamenti, condotti da storici dell’arte che presentano temi appassionanti e conversano con il pubblico. Ingresso libero.

Programma

martedì 15 gennaio 2019 I ore 17.00

Simone Consolati, collezionista di antichi e di contemporanei

Committente del capolavoro ritrovato di Francesco Hayez, il nobiluomo Simone Consolati era un raffinato cultore delle belle arti, che si rivela solo ora nelle sue molte sfaccettature di conoscitore, collezionista, bibliofilo e mecenate, nonché di custode delle antiche memorie culturali della sua città.

Emanuela Rollandini

martedì 22 gennaio 2019 I ore 17.00

Francesco Hayez nella collezione di Andrea Maffei

Nel suo palazzo a Riva del Garda Andrea Maffei si era circondato di una collezione di opere d’arte, che comprendeva capolavori di Francesco Hayez. Il sodalizio intellettuale e l’amicizia fra poeta e pittore intreccia temi storici, allegorie e ritrattistica negli anni in cui maturano a Milano le istanze risorgimentali.

Marina Botteri

martedì 29 gennaio 2019 I ore 17.00

Venere che scherza con due colombe: il capolavoro di Hayez tra mito e realtà storica

Ideale figura mitologica o “schifosa donna del volgo”? Il più celebre pittore dell’epoca, una seducente ballerina e un collezionista trentino innamorato? A questi ed altri interrogativi rispondono, in un dialogo coinvolgente, le voci esperte dei due relatori.

Alessandra Tiddia e Roberto Pancheri

martedì 5 febbraio 2019 I ore 17.00

Magistrati e pittori: i trentini a Milano in età romantica 

I giovani pittori trentini che frequentano l’Accademia di Brera negli anni della dominazione austriaca, trovano nella pittura di Francesco Hayez impareggiabili modelli di studio e nel circolo dei funzionari trentini l’indispensabile sostegno di mecenati colti e sensibili.

Salvatore Ferrari

Info

Servizi educativi del Museo | tel.0461492811 I education@buonconsiglio.it

 

 

7 uomini a mollo

Film divertente, commedia classica un po’ dissacrante, un po’ commovente, molto da ridere. In cui si riassume la società odierna. Si ritrovano uomini che ricordano immediatamente i fasti di “Full monty”, ma in chiave francese. Stavolta la carica vera la dà una donna che “Vi trasformerò in atleti, femminucce lagnose”, dalla sua sedia a rotelle smuove i chili di troppo di maschietti che si preoccupano delle ciabattine infradito, o della colonna sonora “Candle in the wind” con movenze ridicole. Il protagonista immediato è Bertrand, disoccupato e depresso, che non trova motivo per continuare a vivere se non l’amore indiscusso di sua moglie (“È mio marito: sono fiera di lui”) che, malgrado due anni di fatiche, non smette di credere in lui e nelle sue potenzialità. Neanche quando la mettono sull’avviso perché “non sai cosa fa tuo marito”.

E il marito che fa? Decide, primo vero interesse nel buio depressionario, di lasciarsi incuriosire da una squadra di nuoto sincronizzato maschile che poi diventa, niente popò di meno, la nazionale. Le solite problematiche già viste nel meraviglioso film britannico. Chili di troppo, pancetta, capelli lunghi di qua e calvizie di là, timore di essere derisi. Abbiamo il bel gruppo di Mathieu Amalric, Guillaume Canet, Jean-Hugues Anglade, Benoît Poelvoorde, Philippe Katerine allenati da un’alcolista in cura (Virgine Efira) e poi appunto da un’ex atleta, ora paraplegica, Leïla Bekti. Diretti da Gilles Lellouche.

Quella stronza ci ucciderà”, pensano i poveri nuotatori durante gli allenamenti, ma ovviamente non possono che sottomettersi agli ordini, impartiti a suon di frustino, perché non si possono ribellare ad una persona determinata pur se “su ruote”. Fino a quando non prende il sopravvento l’istinto e la buttano in piscina, carrozzina e tutto. E lei si vendica, naturalmente. Come al solito in gruppo escono vizi e virtù: la coppia perfetta scoppia perché il capofamiglia è isterico, e ne ha ben motivo. Un motivo non sufficiente e non bastante a chi segue l’amica che sa in difficoltà, a chi capisce i problemi perché li vive, a chi trova comunque in se stesso la forza che pensava di non avere. Un film equilibrato, spassoso, anche quando si indagano, con grande sensibilità, i rapporti padre-figlia da genitori separati e si creano, con la regia cinematografica, gli stessi fili sottili che sanno legare le persone, anche le più impensate e impensabili, anche quando meno uno se lo aspetta, nella vita reale. Un bel film perché, al di là dello spunto ad effetto, racconta la vita come capita a ciascuno di noi. E sa insegnare a riderne.

Alessia Biasiolo

Tesori ritrovati. Restauri per Gubbio al tempo di Giotto

 

Gubbio, Museo Civico, Maestro Espressionista di Santa Chiara (Palmerino di Guido?) e collaboratore (attribuito), Polittico con Madonna con Bambino e Santi ,

dopo il restauro

La grande mostra “Gubbio al tempo di Giotto” si è chiusa con successo, con importanti riscontri di critica e con più di 26.000 visitatori. Pubblico interessato e specialisti hanno potuto apprezzare il racconto proposto, volutamente decentrato su tre sedi eugubine, scelte non casualmente, ma perché rappresentative dei centri del potere medioevale, i più antichi palazzi civici e la sede vescovile, sfere influenti e determinanti sulla vita politica, civile, spirituale e artistica della Gubbio al tempo di Giotto.

Proprio grazie alla collaborazione tra Comune di Gubbio, Diocesi Eugubina, Polo Museale dell’Umbria e sotto la sorveglianza della Soprintendenza per l’Archeologia, le Belle Arti e il Paesaggio dell’Umbria, l’evento ha per altro restituito alla comunità una serie di opere restaurate che a conti fatti rappresentano il nucleo più consistente dell’intero patrimonio museale cittadino d’epoca medioevale. Si aggiunga, inoltre, che precedenti interventi sono stati verificati e rimessi a punto con aggiustamenti anche minimi, ma tutti funzionali alla leggibilità dell’opera e alla sua capacità di riferire dati ed elementi in un contesto di confronti e paragoni quale è stato, per l’appunto, “Gubbio al tempo di Giotto”.

La valenza storico-artistica di quest’ultima impegnativa operazione e il patrimonio di conoscenze maturato hanno dato vita alla mostra Tesori ritrovati. Restauri per Gubbio al tempo di Giotto, presso la Sala dell’Arengo di Palazzo dei Consoli fino al 1 maggio 2019 proprio dedicato ai restauri e ai recuperi e quindi ai confronti possibili tra opere e maestri, tra materiali e tecniche esecutive, tra forme e funzioni del prodotto artistico in un percorso che si dipana tra XIII e XIV secolo, nell’età d’oro di Gubbio e del suo vasto contado.

Gubbio, Museo Civico, “Guiduccio Palmerucci”, Madonna con il Bambino, dopo il restauro

Saranno esposte molte delle opere recentemente restaurate: come le due grandi croci dipinte del Museo Civico di Gubbio, le opere del Maestro della Croce di Gubbio, del Maestro espressionista di Santa Chiara, di Pietro Lorenzetti, del cosiddetto “Guiducci Palmerucci” e di Mello da Gubbio.

Quanto conservato e a disposizione, infatti, permette di ragionare su molti argomenti, ma soprattutto consente di rileggere l’evoluzione dell’arte eugubina tra Duecento e Trecento in rapporto con i grandi centri artistici del tempo. Prima di tutto con Assisi, vero e proprio cratere sismico da cui si propagano impulsi di cultura figurativa la cui intensità registriamo, prima che altrove, proprio a Gubbio. Nella terra del miniatore Oderisi, “l’onor d’Agobbio” che Dante incontra e celebra nel Purgatorio, le invenzioni assisiati di Cimabue, dei pittori romani e di Giotto sono immediatamente recepite e suscitano reazioni, sollecitano aggiornamenti, incoraggiano interpretazioni e pure tentativi di resistenza. E quando da Assisi parte un nuovo impulso, in seguito all’arrivo delle avanguardie, dei senesi Pietro Lorenzetti e Simone Martini, la pittura eugubina si riorienta immediatamente, dimostrando ancora una volta di sapersi confrontare con il nuovo. Si apre allora un lungo dialogo con Siena, lo stesso che determina una nuova stagione artistica, ricca, complessa, prolifica, che avrà ripercussioni non solo nella città dentro le mura, ma in tutto lo sconfinato territorio comunale e oltre, dovunque sono mandate le opere degli artisti di Gubbio. È la stagione del Palazzo dei Consoli, del Palazzo del Podestà, di Piazza Grande, dell’affermazione del governo popolare, del culto dei santi patroni, dello sviluppo economico, urbanistico, territoriale.

La mostra “Tesori ritrovati” parla di questa storia, perché i recenti restauri hanno gettato nuova luce sulle opere, sulle loro qualità, sulle loro peculiarità e caratteristiche, dati e conoscenze che permettono di ricucire i brandelli di un tessuto fortemente lacerato, ma ancora in grado di rivivere, emozionare, insegnare.

Gubbio, Palazzo dei Consoli, fino al 1 maggio 2019

 

Barbara Izzo (anche per le immagini)

 

Fabrizio Sinisi vince il Premio Testori 2018 con “Guerra Santa”

 

Fabrizio Sinisi

Guerra Santa è un testo coinvolgente che non può lasciare indifferente chi legge ed ascolta”: con queste parole si chiude la motivazione per cui Fabrizio Sinisi drammaturgo residente del Centro Teatrale Bresciano per il triennio artistico 2018-2020 –vince il prestigioso Premio Giovanni Testori 2018 per la sezione “Letteratura”.

Esito di un progetto iniziato più di due anni fa che ha richiesto un approfondito lavoro di documentazione e scavo storico, il testo “Guerra Santa” è una riflessione inedita e spiazzante su terrorismo islamista e nichilismo europeo, un dramma generazionale che mette in scena uno scontro durissimo fra padri e figli.

Il testo di Fabrizio Sinisi verrà allestito dal Centro Teatrale Bresciano e vedrà il debutto nazionale sul palco del Teatro Mina Mezzadri Santa Chiara di Brescia il prossimo 5 marzo, con la regia di Gabriele Russo e l’interpretazione di Federica Rosellini e Andrea Di Casa. Il testo è in corso di traduzione per successivi allestimenti in Austria, Germania e Romania.

Sono molto felice ed emozionato per questo premio – commenta Fabrizio Sinisi –ancor più prezioso proprio per il ruolo che Testori ha avuto nella mia formazione: un autore fondamentale da cui ho appreso l’idea di teatro come rito, come offerta di sé alla comunità.

Il mio ringraziamento più sincero va al direttore del CTB Gian Mario Bandera, che ha incoraggiato e sostenuto il progetto di “Guerra Santa” fin da prima che venisse scritto”.

Motivazione del Premio Giovanni Testori 2018 – sezione “Letteratura”

Il testo è una tragedia che affonda nel contemporaneo della nostra storia e utilizza il dualismo tra due posizioni diverse, ma specchio della stessa moneta: Padre Lorenzo, un prete cristiano e Laila, una giovane convertita alla religione musulmana. Altro personaggio è Daniele, angelo dello sterminio , grande assente ma motore delle vite che animano la storia. Qui vale l’assunto biblico che gli angeli del male ( gli angeli dello sterminio ) sono fatti della stessa materia di quelli del bene. Dio c’è, ma è terribile perché si comporta come se non esistesse: giunge alle posizioni estreme del nostro vivere, sanguina ma non lo da a vedere, si ricompone infine con una grazia maledetta, di sapore testoriano. Politico e privato si intrecciano in un groviglio di ragioni e passioni che non può che finire in tragedia, individuale e collettiva. Il registro è alto, non aulico ma sostenuto da cadenze che riecheggiano la poesia.

Guerra Santa è un testo coinvolgente che non può lasciare indifferente chi legge ed ascolta.

Collegio dei giurati: Giovanni Agosti, Anna Bernardini, Mauro Bersani, Claudio Ciociola, Davide Colussi, Angelo Curti, Davide Dall’Ombra, Polo Di Stefano, Francesco Frangi, Giovanni Frangi, Maria Grazia Gregori, Silvia Isella, Sandro Lombardi, Valter Malosti, Clelia Martignoni, Remo Melloni, Renato Palazzi, Oliviero Ponte di Pino, Maurizio Porro, Francesco Porzio, Niccolò Reverdini, Alberto Rollo, Roberto Stringa, Claudio Vela, Federico Tiezzi

Fabrizio Sinisi è nato a Barletta nel 1987. Drammaturgo, poeta e scrittore, nel 2012 ha debuttato come autore teatrale con La grande passeggiata, per la regia di Federico Tiezzi. In poesia ha pubblicato La fame e il Contrasto dell’uomo e della donna, con cui ha ottenuto la menzione del Premio Carducci 2015. Nel 2017 il suo La valigia di Ravel viene inserito nel programma del Maggio Musicale Fiorentino, facendone uno tra i più giovani autori rappresentati nella storia della manifestazione toscana. I suoi testi hanno già ottenuto la segnalazione dei più importanti premi di scrittura teatrale in Italia, tra cui il Premio Riccione Tondelli, il Premio Platea e il Premio Testori. Nel 2017 pubblica Tre drammi di poesia, con cui viene selezionato tra i dieci autori italiani del progetto internazionale Fabulamundi. Dal 2010, appena ventitreenne, è dramaturg della Compagnia Lombardi-Tiezzi di Firenze e del Teatro Laboratorio della Toscana, nonché docente di Drammaturgia presso la Scuola di Scrittura Flannery O’Connor di Milano. Dal 2017 è artista residente presso il CTB – Teatro Stabile di Brescia. Nel 2018 vince il Premio Testori per la Letteratura. Da anni collabora con i maggiori registi e teatri italiani. Suoi lavori sono stati tradotti e rappresentati anche in Austria, Croazia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Grecia, Romania, Svizzera e Stati Uniti.

 

Véronica Verzeletti (anche per la fotografia)

 

 

Bottega, Scuola, Accademia. La pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630

 È una pittura coloratissima e comunicativa, quella che, fino al 5 maggio prossimo, propone “Bottega, Scuola, Accademia. La pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630”, in sala Boggian al Museo di Castelvecchio, a cura di Francesca Rossi e Sergio Marinelli.

“La stagione culturale autunnale veronese si arricchisce di un nuovo importante appuntamento – sottolinea l’assessore alla Cultura Francesca Briani. Arte e storia si incontrano per raccontare, attraverso le opere pittoriche esposte, un momento di particolare creatività artistica del nostro territorio. Un’intensità produttiva che, tra il ‘500 e il ‘600, ha portato alla realizzazione di capolavori straordinari. Un’ampia e ricca esposizione che sarà possibile ammirare grazie alle importanti collaborazioni avviate con le principali collezioni civiche cittadine”.

In mostra, nell’elegante allestimento firmato da Alba Di Lieto con Ketty Bertolaso, 61 sceltissime opere, tra dipinti, disegni, strumenti musicali e documenti, parte dei quali presentati per la prima volta al pubblico. A focalizzare l’attenzione sulla scuola artistica più operosa e amata a Verona tra Cinque e Seicento, una stirpe di artisti cresciuti nell’alveo di una bottega famigliare, quella di Domenico e Felice Brusasorzi.

Bottega che, all’incrocio stilistico tra tardo Manierismo, pittura della Realtà e Classicismo, si trasformò in una sorta di accademia corporativa capace di dare impulso a un’intensa stagione di commissioni artistiche che lasciarono un’impronta indelebile in chiese e palazzi pubblici e privati del territorio.

In un contesto che vedeva attive a Verona varie figure di rilievo, come Bernardino India e Paolo Farinati, e la prossimità al prolifico ambiente delle botteghe veneziane di Tintoretto, Tiziano, Veronese e Palma il Giovane, si distingue in città alla metà del ‘500 la bottega dei Brusasorzi. La loro fu una delle botteghe più operose, sia per quanto riguarda la produzione di opere pittoriche sia per la presenza al suo interno di numerosi apprendisti e discepoli, tra i quali – vengono con attenzione illustrati in mostra – Sante Creara, Alessandro Turchi, Pasquale Ottino e Marcantonio Bassetti.

I disegni e dipinti esposti nelle tre aree tematiche del percorso espositivo evidenziano come il periodo giovanile di questi artisti sia improntato al lessico del maestro, per reindirizzarsi in seguito grazie all’influsso di altri autori.

Questo fondamentale momento della produzione artistica veronese fu bruscamente interrotto dalla peste del 1630, che portò alla morte di molti pittori e che mutò in maniera radicale la sensibilità di coloro che sopravvissero, aprendo la strada a una stagione dell’arte.

“Nella rilettura di un’Italia multicentrica – scrive Francesca Rossi, Direttore dei Musei Civici veronesi e curatrice della mostra con Sergio Marinelli – alle prese con l’ascesa e l’affermazione del Caravaggismo, del Naturalismo e della poetica degli affetti divulgata sotto il vessillo della Controriforma Cattolica dalla pittura rubensiana, l’indagine sul contesto veronese contribuisce ad avvalorare l’idea di una tradizione artistica locale che riuscì a mantenere salda la propria identità e autonomia e a tramandarla senza cedere alle tendenze figurative dominanti che condizionavano in quel momento l’intera Europa.”

E questo senza cadere in una miopia autoreferenziale, tutt’altro.

I Brusasorzi e i loro allievi si mantennero perfettamente informati su quanto accadeva nei principali centri artistici italiani e dell’Europa del Nord, privilegiando comunque un’autonomia di stile, alimentando una precisa vitalità espressiva che divenne il marchio di fabbrica non solo di Domenico e di suo figlio, verso i quali Vasari espresse il suo elogio, ma anche della schiera di artisti che monopolizzarono l’arte a Verona per oltre mezzo secolo, rivendo importanti commissioni anche da altre capitali italiane.

“Felice, in modo particolare, – prosegue la curatrice – si mise alla testa del processo di affermazione di uno stile autonomo che in città incontrò un successo immediato e tale da far rallentare progressivamente, […], gli arrivi di opere e maestranze da fuori per oltre mezzo secolo, sino alla tragica calamità che segnò la fine di un mondo e il rapido oblio di un’intera generazione di pittori.”

Le opere esposte provengono dalle collezioni civiche e da importanti prestiti concessi dall’Accademia Filarmonica di Verona, dalla Fondazione Cariverona, dal Banco BPM, dalla Diocesi di Verona (Basilica di Santa Anastasia), da collezionisti privati a testimonianza dell’importante e consolidata rete di collaborazione territoriale volta alla valorizzazione del patrimonio.

Questa mostra prosegue la linea espositiva di approfondimento frutto di studi e ricerche che il Museo di Castelvecchio ha intrapreso nel corso degli anni e che di volta in volta propone autori e specifici periodi della storia dell’arte veronese, volgendo sempre lo sguardo anche a un contesto più ampio.

Studi e ricerche che hanno portato alla recentissima pubblicazione del secondo volume del “Catalogo generale dei dipinti e delle miniature delle collezioni civiche veronesi”, monumentale opera curata da Paola Marini. Ettore Napione e Gianni Peretti.

L’Accademia Filarmonica accoglierà in Sala Maffeiana la cerimonia di inaugurazione della mostra che sarà preceduta dall’esecuzione di alcuni brani di musica barocca per flauto, violino e violoncello. A conclusione della presentazione seguirà la visita alla mostra in Sala Boggian al Museo di Castelvecchio con accompagnamento musicale.

Verona, Museo di Castelvecchio, Sala Boggian

Fino al 5 maggio 2019. Orari: da martedì a domenica 8.30–19.30; lunedì 13.30–19.30; chiusura biglietteria ore 18.45

S.E. (anche per l’immagine)

Antonino Leto. Tra l’epopea dei Florio e la luce di Capri

Antonino Leto (Monreale, 1844 – Capri, 1913), La sciavica (Studio)

1887 circa, Olio su tela, 40 x 60 cm, Palermo, Collezione privata, Courtesy Galleria Beatrice, Palermo

A oltre dieci anni dalla memorabile rassegna dedicata a Francesco Lojacono che ha rappresentato una svolta decisiva per la valorizzazione della pittura dell’Ottocento in Sicilia, con la mostra dedicata ad Antonio Leto (Monreale 1844 – Capri 1913), che sarà aperta al pubblico nella Galleria d’Arte Moderna di Palermo fino al 10 febbraio 2019, si intende restituire la statura europea che gli compete anche all’altro grande protagonista della pittura in Sicilia.

Appartenenti alla stessa generazione – Leto è sei anni più giovane di Lojacono – i due pittori hanno avuto una vicenda analoga, entrambi affermatisi come interpreti di una straordinaria visione mediterranea del paesaggio, declinato in uno stile che si è confrontato, dai Macchiaioli agli Impressionisti, con i grandi movimenti moderni europei.

Curata da Luisa Martorelli e Antonella Purpura, la mostra è promossa dal Comune di Palermo – Assessorato alla Cultura, dalla Galleria d’Arte Moderna E. Restivo, in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018. L’organizzazione è affidata a Civita. Il Catalogo è edito da Silvana Editoriale

Con circa 100 opere, la mostra sarà la grande occasione per riconsiderare Leto, nel suo articolato percorso artistico, che lo ha visto formarsi innanzitutto a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalle proposte della “Scuola di Resina” che, sulla scorta della lezione macchiaiola divulgata da Adriano Cecioni, sosteneva una resa naturalistica svincolata dal descrittivismo analitico di Filippo Palizzi.  Vincendo il “Pensionato Artistico” Leto si trasferisce prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni.

Il soggiorno a Parigi è decisivo per l’affermazione sul mercato internazionale e, invitato dal mercante Goupil, vi si trasferisce nel 1879.  Di questo periodo rimane la suggestione dei bellissimi dipinti con scene di vita parigina, espressioni accattivanti dei nuovi gusti della clientela borghese.

Uno dei momenti fondamentali e più appassionanti della mostra, anche dal punto di vista storico, sarà la ricostruzione dell’eccezionale rapporto tra Leto e la famiglia Florio, che sono stati i suoi maggiori mecenati. Questo consentirà di vedere in una nuova e speciale prospettiva la mitica epoca della Palermo Liberty o modernista e riflettere sulla complessità – attraverso opportuni confronti – di capolavori come La mattanza a Favignana, uno dei dipinti più intensi del nostro Ottocento che, nella sua coinvolgente dimensione epica, rimanda alle pagine de I Malavoglia di Verga.

Una particolare attenzione sarà riservata anche alla consacrazione nazionale del pittore attraverso gli acquisti da parte della casa reale e dello stato. Verrà riconsiderata in ogni sua fase, attraverso l’esposizione degli straordinari studi preparatori, la complessa e appassionante genesi di un altro suo capolavoro I funari di Torre del Greco che venne presentato all’ Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. In quest’opera, messa a confronto con il dipinto di analogo soggetto, realizzato da Gioacchino Toma un anno prima, troviamo una dimensione epica determinata dalla rappresentazione e dalla riflessione sul mondo del lavoro nell’Italia postunitaria.

Sarà ricostruita una parte della produzione presentata alle Biennali di Venezia, in particolare quelle del 1910 e del 1924 che lo consacravano definitivamente a livello internazionale e lo inserivano nel circuito del collezionismo più prestigioso. La sua fama in questo ambito è legata soprattutto a paesaggi con vedute di Capri e per la prima volta sarà presentato uno dei capolavori di Leto, Dietro la piccola marina a Capri, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla IX Biennale di Venezia.

Capri fu il luogo dove amò ritirarsi definitivamente a partire dal 1890 con una scelta artistica e di vita condivisa con altri protagonisti della pittura moderna tra Otto e Novecento.  Nel 1892 fonda il “Circolo Artistico” di Capri, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, che scelgono come sede delle loro mostre l’Hotel Quisisana. In quest’isola ispiratrice delle sue creazioni dove consuma l’ultima stagione della sua vita, Leto salda una pittura più densa e corposa, a macchia, dai forti contrasti di ombre e luci, come si evince dalle opere Veduta dal giardino dall’Hotel Pagano e I Faraglioni a Capri, entrambe concesse dalla Galleria Ricci-Oddi di Piacenza.

Leto ha saputo rendere, con uno stile davvero personale, l’atmosfera e la luce uniche di quell’isola incantata che, in quegli anni di transizione del secolo, anche attraverso la pittura, stava entrando nell’ immaginario universale. 

Antonino Leto. Tra l’epopea dei Florio e la luce di Capri
Palermo, Galleria d’Arte Moderna
Fino al 10 febbraio 2019

Barbara Izzo (anche per le fotografie)