Jonathan Biss domani alla IUC di Roma

Biss si esibisce regolarmente con le principali orchestre e nei teatri e festival più importanti del mondo: ha suonato con la New York Philharmonic, la Los Angeles Philharmonic, la Philadelphia Orchestra, la London Philharmonic e l’Orchestra del Concertgebouw di Amsterdam. Si è esibito ai Festival di Salisburgo e Lucerna, è condirettore artistico del Marlboro Music Festival e un rinomato insegnante, scrittore e pensatore in ambito musicale.

Nel 2011 ha iniziato un progetto che si concluderà nel 2020: registrerà tutte le Sonate per pianoforte di Beethoven in nove dischi e nella stagione concertistica 2019-2020 si dedicherà interamente al grande compositore tedesco, in occasione dei 250 anni dalla nascita. Questo progetto prevede più di 50 recital in tutto il mondo, con l’interpretazione di tutte el sue Sonate per pianoforte alla Wigmore Hall di Londra e a Berkeley, cicli di più concerti a Washington, Philadelphia e Seattle e singoli concerti a Roma, Budapest, New York, Sydney e altre città.

L’amore di Jonathan Biss per Beethoven risale alla sua infanzia e da allora la musica di Beethoven è una presenza costante nella sua vita. Nel 2011 ha pubblicato Beethoven’s Shadow, il primo Kindle ed eBook scritto da un musicista classico. Ma non c’è solo Beethoven nella sua vita. Infatti la sua profonda curiosità musicale lo ha portato a esplorare la musica sotto diversi aspetti. Egli stesso afferma: “Sto perseguendo il significato più ampio possibile di ciò che significa essere musicista”. Tramite i concerti, l’insegnamento, la scrittura e le commissioni, si immerge in progetti che gli stanno a cuore, fra cui Late Style, un’esplorazione delle mutazioni stilistiche tipiche dei compositori – Bach, Beethoven, Brahms, Britten, Elgar, Gesualdo, Kurtág, Mozart, Schubert e Schumann – a mano a mano che si avvicinano alla fine della loro vita. Anche questo progetto ha dato vita a una pubblicazione Kindle Single, Coda. Un suo altro progetto è Schumann: Under the Influence, un’iniziativa di 30 concerti che analizza l’opera di Schumann e le sue influenze musicali, con una pubblicazione Kindle correlata.

Per il concerto del suo debutto romano Jonathan Biss ha scelto quattro Sonate che sintetizzano l’intero arco dell’arte di Beethoven, dalla giovinezza alla piena maturità.

La Sonata n. 6 in fa maggiore op. 10 n. 2 fa parte di un gruppo di tre sonate giovanili pubblicate nel 1798, che furono accolte favorevolmente, salvo alcune riserve per la loro eccessiva originalità, mentre ora vi si riconosce un’eleganza stilistica ancora settecentesca.

La Sonata n. 18 in mi bemolle maggiore op. 31 n. 3 “La caccia” appartiene al periodo successivo dell’arte di Beethoven, poco dopo che aveva scritto il famoso testamento di Heiligenstadt, in cui esprimeva l’angoscia e la disperazione del musicista per la sordità che l’aveva colpito e esprimeva la volontà di porre fine alla sua esistenza piena di dolori e incomprensioni.

La Sonata n. 10 in sol maggiore op. 14 n. 2 è un brano di piccole dimensioni e di grande bellezza, che non corrisponde alla consueta immagine di Beethoven, perché è piuttosto un momento di distensione che privilegia un canto ininterrotto, senza cesure e senza asperità.

Infine la Sonata n. 29 in si bemolle maggiore op. 106 “Hammerklavier”, pubblicata nel 1819, che è la più ampia delle trentadue di Beethoven e dell’intera storia della musica. Si può capire che sia stata criticata dai contemporanei, disorientati dalla sua insofferenza alle regole imposte dalla tradizione: ma con questa sonata così complessa (anche per i pianisti, che devono superare grandi difficoltà tecniche) Beethoven consegnò ai posteri un testamento artistico di enorme portata e di difficile interpretazione.

Si consiglia il pubblico ad informarsi se il programma subirà variazioni a seguito degli aggiornamenti dal Ministero della Sanità www.concertiiuc.it – botteghino@istituzioneuniversitariadeiconcerti.it

 

Mauro Mariani (anche per la fotografia di Benjamin Ealovega)

 

“Noir” il concerto-spettacolo di Antonio Ballista e Lorna Windsor alla IUC

Antonio Ballista

Sabato 25 gennaio 2020 alle 17.30 è in arrivo all’Aula Magna della Sapienza, nell’ambito della stagione della IUC, un nuovo folle, originale, ironico concerto-spettacolo di Antonio Ballista: “Noir… LaPauraSiFaSentire”. Il titolo è un invito a sperimentare il lato oscuro della musica, che evoca leggende misteriose, avvenimenti paurosi, orride streghe, tremende tempeste e mostruosi zombi.

Foto di scena Noir, duo voce-pianoforte

Le parole con cui i protagonisti stessi presentano questo spettacolo non lesinano sulla suspense: “Il TERRORE in musica? Antonia Ballista, Lorna Windsor e Gianluca Massiotta ve lo racconteranno al ritmo accelerato del vostro battito cardiaco, se avrete il coraggio di assistervi.” In realtà le vostre coronarie non corrono alcun rischio, perché i brividi della paura saranno temperati dal sorriso dell’ironia. Il fatto che ci sarà anche un cameo di Paolo Poli (naturalmente si tratta di una registrazione) e che sullo schermo scorreranno immagini terrificanti come gli zombie di Michael Jackson ma anche tenere e divertenti come l’omino di Charlie Chaplin, fa capire che ci si deve aspettare di tutto, terrore ma anche divertimento. Non sarà sollecitato solamente l’udito ma anche l’immaginario visivo, di cui si occuperanno le proiezioni di Gianluca Massiotta. Ci sarà anche il soprano Lorna Windsor, per quei brani di Verdi, Mahler, Berg e Adams che richiedono l’intervento della voce. E verranno letti alcuni brevi testi di Shirley Jackson ed Erik Satie.

Il giovane ottantenne Antonio Ballista, pianista di rara cultura e di grande rigore, ha preparato una scaletta in cui si alternano con calcolato disordine Frédéric Chopin, Modest Musorgskij, Jan Sibelius, Claude Debussy e un’altra dozzina di compositori. E quale finale più adatto di Thriller di Michael Jackson? Né poteva mancare l’innocua “Marcia funebre di una marionetta” di Charles Gounod, che ha assunto un tono sinistro soltanto perché Alfred Hitchcock l’ha usata come sigla dei suoi gialli televisivi.

Prima del concerto si potrà visitare la mostra “Antonio Ballista. Atmosfere sospese. Opere grafiche 1976-2020” allestita negli spazi del MLAC Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, adiacente all’Aula Magna: la mostra resterà aperta fino a sabato 1 febbraio, tutti i giorni dalle 15 alle 19 tranne la domenica, ad ingresso libero.

 

 

Mauro Mariani (anche per le fotografie)

Il Quartetto di Cremona alla IUC

Alle 17.30 di oggi, 14 dicembre 2019, presso l’Aula Magna della Sapienza di Roma prosegue il ciclo di concerti della IUC (Istituzione Universitaria dei Concerti) intitolato “Esplorando Mozart” e affidato al Quartetto di Cremona, che si è affermato come una dei gruppi più interessanti della musica classica in campo italiano ed internazionale e con i suoi concerti e i suoi dischi riscuote unanimi consensi di pubblico e critica. In programma tre dei famosissimi Quartetti dedicati da Mozart a Haydn, tra i massimi capolavori di Mozart e di tutta la storia del quartetto.

Tra il 1782 e il 1785 Mozart compose sei quartetti dedicati a Haydn, che era ed è giustamente considerato il creatore del quartetto per archi. I due compositori non solo si ammiravano reciprocamente ma si conoscevano anche personalmente e talvolta si riunivano con altri musicisti in casa dell’uno o dell’altro per suonare insieme proprio dei quartetti. Mozart premise a questi sei quartetti una bellissima dedica in italiano “al mio caro amico Haydn”, in cui affermava che essi “erano il frutto di una lunga e laboriosa fatica”, mettendo così in rilievo quanto sentisse la responsabilità dell’inevitabile confronto con i quartetti del più anziano maestro. E concludeva dicendo: “Ti supplico però di guardarne con indulgenza i difetti, che l’occhio parziale di padre mi può aver celati, e di continuare, loro malgrado, la generosa tua amicizia a chi tanto l’apprezza, mentre son di cuore il tuo sincerissima amico”. Haydn ricambiava pienamente l’affetto e la stima del giovane Mozart, come testimonia quel che disse al padre di lui: “Vi dico davanti a Dio, come uomo d’onore, che vostro figlio è il maggior musicista ch’io conosca di persona o di reputazione. Ha gusto e, ciò che più conta, un grandissimo mestiere compositivo”. Sarebbe improprio e ingiusto dire che Mozart abbia superato Haydn, ma sicuramente, prendendo le mosse da lui, aggiunse qualcosa all’arte del più anziano maestro e raggiunse nuovi lidi.

In questa occasione saranno eseguiti il Quartetto n. 16 in mi bemolle maggiore K 428, il Quartetto n. 18 in la maggiore K 464 e il Quartetto n. 17 in si bemolle maggiore K 458, noto col titolo “La caccia”, rispettivamente terzo, quinto e quarto dei sei “Quartetti Haydn”. I rimanenti tre sono in programma in altri concerti di Esplorando Mozart”.

Il Quartetto di Cremona (il nome della città lombarda è stato scelto in omaggio ai grandi liutai cremonesi Stradivari e Guarneri, ma la sede del quartetto è Genova) è stato fondato nel 2000 e si avvia dunque a festeggiare il traguardo dei vent’anni di attività. Si è affermato come una delle realtà cameristiche più interessanti a livello internazionale ed è regolarmente invitato ad esibirsi nei principali festival e rassegne musicali in Europa, America del sud, Stati Uniti ed Estremo Oriente. Tra i suoi più recenti debutti internazionali da ricordare sono certamente Amburgo, Vancouver, Zurigo, Stoccolma, Ginevra, Madrid, Washington, Valencia e Cartagena de Indias. In questa stagione compirà un lungo tour negli USA e suonerà inoltre in Olanda, Spagna, Germania, Albania, Taiwan, Finlandia, oltre che nelle principali città italiane. In campo discografico ha inciso l’integrale dei Quartetti di Beethoven (eseguiti anche in una tournée internazionale, che ha incluso la IUC) cui sono stati assegnati importanti riconoscimenti, come il Supersonic Award, l’Echo Klassik e il premio ICMA. È recente un nuovo cd dedicato a Schubert. Questi sono i quattro musicisti del quartetto e gli strumenti da loro suonati: Cristiano Gualco – violino “Dom Nicola Amati”, Cremona 1712; Paolo Andreoli – violino Paolo Antonio Testore, Milano ca. 1758; Simone Gramaglia – viola Gioachino Torazzi, ca. 1680; Giovanni Scaglione – violoncello Dom Nicola Amati, Bologna 1712.

Un’ora prima del concerto, alle 16.30 nella Sala Multimediale adiacente all’Aula Magna, avrà luogo un incontro col M° Liutaio Claudio Rampini, che continuerà a guidarci nel complesso mondo della costruzione dei violini: si parlerà di disegno, di sezione aurea, e di un liutaio romano che ha vissuto e lavorato a New York: Fernando S. Sacconi, uno dei maggiori liutai ed esperti di violini antichi del ‘900. È previsto l’intervento del Quartetto di Cremona, che mostrerà al pubblico presente gli strumenti con cui verrà eseguito il loro concerto.

Mauro Mariani (anche per la fotografia)

 

Enrico Rava 80th Anniversary World Tour alla IUC

Per festeggiare i suoi ottant’anni, Enrico Rava ha riunito i musicisti con cui ha collaborato più strettamente negli ultimi anni e con questo gruppo di giovani e meno giovani protagonisti del jazz italiano sta effettuando una lunga tournée intercontinentale, l’Enrico Rava 80th Anniversary World Tour 2019, che avrà la sua unica tappa romana nell’Aula Magna della Sapienza (piazzale Aldo Moro 5, Roma) martedì 10 dicembre alle 20.30 per la stagione della IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti. In quest’occasione Rava suonerà i brani più significativi della sua carriera, rivisti in un’ottica odierna, e nuove composizioni scritte per questa occasione.

Enrico Rava è sicuramente il jazzista italiano più conosciuto e apprezzato a livello internazionale, come dimostrano le nomine a Chevalier des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura francese e a Doctor in Music Honoris Causa alla Barklee School of Music di Boston. Inoltre è cittadino onorario della città di Atlanta in Georgia. Trombettista dotato di un forte senso melodico, che dalla lezione di Miles Davis e Chet Baker si è mosso verso colori più mediterranei, è un personaggio unico, che ha saputo “giocare” con il proprio ruolo di testimone di momenti diventati storici, ma che soprattutto non ha mai perso di visto la necessità di aggiornarsi, di circondarsi di musicisti giovani, per farli crescere ma anche per captare nuovi stimoli e nuove traiettorie. Solo poche settimane fa è uscito il suo nuovo album “Roma” per ECM in duo con Joe Lovano.

Nato il 20 agosto 1939 a Trieste – per caso, come ha raccontato egli stesso – da una famiglia piemontese e cresciuto a Torino, Enrico Rava si trasferisce nei primi anni Sessanta a Roma, dove ha l’occasione di collaborare con musicisti del calibro di Gato Barbieri e Steve Lacy e con quest’ultimo   passa anche un periodo a Buenos Aires. Nel 1967 fa il gran salto a New York, dove incontra e collabora con artisti come Roswell Rudd, Carla Bley, Charlie Haden, John Abercrombie, Cecil Taylor, tra i tanti. Negli anni Settanta rientra in Italia, dove si susseguono concerti e dischi con i gruppi a suo nome e dove avviene l’incontro anche con l’opera, da lui rivisitata in due splendidi album, e con il pop di Michael Jackson. Scopre tanti talenti italiani, tra cui Massimo Urbani, Stefano Bollani, Paolo Fresu, Gianluca Petrella, Giovanni Guidi, Francesco Diodati e suona con tanti celebri artisti internazionali come Lee Konitz, Richard Galliano, John Scofield, Pat Metheny, Dave Douglas, Michel Petrucciani. Nella sua lunga carriera, Rava ha collaborato non solo con i più grandi jazzisti mondiali, ma anche con rappresentanti delle altre arti, come Andrea Camilleri, Michelangelo Pistoletto, Francesco Tullio Altan e Bernardo Bertolucci.

Con lui suoneranno in questo concerto Giovanni Guidi al pianoforte, Gianluca Petrella al trombone, Francesco Diodati alla chitarra, Gabriele Evangelista al basso e Enrico Morello alla batteria.

Giovanni Guidi, esponente della generazione dei trentenni del jazz italiano, ha vinto il Top Jazz 2007 (il premio della critica indetto dalla rivista Musica Jazz) quale miglior nuovo talento nazionale e nel 2016 il disco “Ida Lupino” inciso insieme a Gianluca Petrella è stato eletto miglior disco italiano Ha realizzato una decina di album a suo nome, favorevolmente accolti da pubblico e stampa specializzata e ha partecipato a numerosi e importanti festival nazionali ed internazionali. È uno dei musicisti più apprezzati della sua generazione, sempre alla ricerca di soluzioni non banali come improvvisatore, compositore e bandleader.

Gianluca Petrella è considerato uno dei miglior trombonisti jazz del mondo e tra i più importanti musicisti jazz italiani di tutti i tempi.
Nella lista delle collaborazioni con musicisti internazionali figurano: Steve Bernstein, Bobby Previte, Pat Metheny, Tomasz Stanko, Greg Osby, Carla Bley. Tra gli italiani Paolo Fresu, Roberto Gatto, Antonello Salis, Gianluigi Trovesi, Francesco Bearzatti, Danilo Rea e tanti altri.

Francesco Diodati appartiene alla nutrita schiera di giovani musicisti jazz in rapida ascesa nazionale, e non solo. La chiarezza d’idee e la volontà di condividere la propria poetica con musicisti della stessa generazione sono i suoi tratti salienti. Il contributo di Diodati s’iscrive nella linea del jazz contemporaneo, in cui il senso della storia convive con l’apertura a un vasto universo sonoro. L’uso sapiente degli effetti elettronici che s’innesta sulla padronanza tecnico musicale della chitarra elettrica e acustica, riflette una concezione dello spazio sonoro che dilata i confini fisici delle sei corde.

Gabriele Evangelista, ritenuto uno dei contrabbassisti italiani più creativi ed eclettici, è l’ultimo dei talenti valorizzati da Rava. Scoperto ai seminari jazz di Siena, sta bruciando le tappe a velocità supersonica ed è richiestissimo per le sue straordinarie doti (precisione unita ad una sfrenata creatività ed ad un grande interplay ) da molti musicisti italiani.

Enrico Morello è un batterista dal drumming raffinato, che può contare su una preparazione accademica e una serie di esperienze internazionali rare per tanti suoi coetanei e che coltiva lo studio del suo strumento con passione e professionalità. È un musicista curioso e rispettoso della tradizione, con uno swing stupefacente e grande sensibilità nella scelta delle dinamiche, che guarda al futuro, costantemente impegnato in una personale ricerca che parte dal jazz ma esplora tutto l’universo musicale.

 

Mauro Mariani (anche per le fotografie)

Il quartetto Emerson in musiche di Beethoven, Dvorak e Bartok alla IUC

Martedì 19 novembre 2019 alle 20.30 per la stagione della IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti torna nell’Aula Magna della Sapienza (P.le Aldo Moro 5) torna a Roma il Quartetto Emerson, uno degli ensemble da camera di maggior prestigio degli ultimi decenni, vincitore di nove Grammy, di tre Gramophone Awards, del Richard J. Bogomolny National Service Award (la più alta onorificenza statunitense nell’ambito della musica da camera) e del Premio Avery Fisher, nonché premiato come “Ensemble of the Year” da Musical America e insignito di vari riconoscimenti internazionali. Nel 2016 la Universal ha dedicato all’Emerson per il 40° anniversario un box di ben 52 CD con tutte le sue registrazioni effettuate per una delle case discografiche più prestigiose in ambito classico, la Deutsche Grammophon.

Formatosi a New York, l’Emerson è quartetto in residence dello Smithsonian Institution di Washington D.C. e i suoi quattro componenti insegnano alla Stony Brook University: è dunque l’espressione della raffinata cultura delle più prestigiose istituzioni e università della east coast americana. I membri del quartetto sono i violinisti Eugene Drucker e Philip Setzer, il violista Lawrence Dutton e il violoncellista Paul Watkins, subentrato nel 2013. Un loro tratto distintivo è che i due violinisti si alternano nella parte di primo e secondo violino.

Suoneranno musiche di Dvorak, Bartok e Beethoven. Di Antonin Dvorak il Quartetto n. 12 op. 96 “Americano”: è il più bello e più noto dei quartetti del compositore ceco ed ha una stretta relazione col paese da cui proviene l’Emerson, dato che fu scritto in America negli anni in cui Dvorak dirigeva il Conservatorio di New York. Il compositore amava moltissimo la musica popolare, non solo quella della sua terra ma tutta la musica popolare, però qui non cita letteralmente temi tradizionalii americani ma piuttosto evoca alcune caratteristiche di quella musica o – per meglio dire – di quelle musiche, quella degli immigrati europei, quella degli afroamericani e quella dei nativi.

Anche l’ungherese Bela Bartok era un attento studioso della musica popolare, ma nel suo Quartetto n. 5 del 1934 i riferimenti al folclore, seppure presenti, passano in secondo ordine rispetto alle, sonorità taglienti e alle furiose ebbrezze ritmiche di questo brano del periodo dell’espressionismo.

Infine di Ludwig van Beethoven il Quartetto op. 59 n. 2, che fa parte dei tre dedicati al conte Rasumowsky, ambasciatore di Russia a Vienna e grande appassionato del quartetto, al punto da fondarne uno egli stesso, in cui suonava la parte del secondo violino. Nel 1806 commissionò tre Quartetti a Beethoven, ponendo come condizione che usasse alcuni temi popolari russi: dunque pure qui c’è un aggancio con la musica popolare, con la citazione di una famosa melodia russa nel terzo movimento. Contemporaneo della Sinfonia “Eroica” e della Sonata “Appassionata”, questo Quartetto si collega a quei due capolavori per l’ampiezza e l’audacia della forma, per i toni appassionati, per la continua tensione drammatica, appena interrotta da brevi oasi contemplative.

Mauro Mariani (anche per la fotografia)

Il duo italo-russo Nordio-Lidskin in tre Sonate stasera alla IUC di Roma

Domenico Nordio, violinista italiano acclamato in tutto il mondo, e il pianista russo Mikhail Lidsky sono i protagonisti del concerto di stasera, sabato 9 novembre, alle 17.30 nell’Aula Magna della Sapienza per la stagione della IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti. In programma musiche di Mendelssohn, Beethoven e Prokof’ev.

Domenico Nordio è stato un bambino prodigio, ha dato il suo primo concerto a dieci anni, a sedici ha vinto il prestigioso Concorso Internazionale “Viotti” e a diciassette il Gran Premio dell’Eurovisione, che lo ha lanciato a livello internazionale. Ora è un artista maturo che si esibisce nelle più importanti sale del mondo, come Carnegie Hall di New York, Salle Pleyel di Parigi, Teatro alla Scala di Milano, Barbican Center di Londra, Suntory Hall di Tokyo, Concertgebouw di Amsterdam, Teatro Colon di Buenos Aires e ancora a Mosca, San Pietroburgo, Istanbul, Mumbai, São Paulo, Melbourne e Shanghai. Incide per Sony Classical.

Anche Mikhail Lidsky è stato molto precoce, esibendosi per la prima volta come solista con un’orchestra tredici anni. A ventuno anni ha vinto il primo premio all’ All-Russia Piano Competition, iniziando da allora una carriera internazionale che lo ha portato­ – oltre che in Russia – in Belgio, Germania, Italia, Francia, Finlandia, Turchia, Taiwan, Giappone e altri paesi ancora, spesso in duo con celebri strumentisti.

Sarà forse perché sono stati entrambi così precoci che iniziano il loro recital con la Sonata in fa maggiore composta nel 1820 dall’undicenne Felix Mendelssohn, che fu un fanciullo prodigio non meno straordinario di Mozart. È veramente difficile immaginare che questa Sonata in tre movimenti, dalla solida forma classica e dalla felice invenzione melodica, sia stata composta a soli undici anni!

Nordio e Lidsky passano poi a un brano composto nel 1812 daLudwig van Beethoven nel pieno della sua maturità artistica, la Sonata in sol maggiore op. 96, decima e ultima delle sue Sonate per questo duo strumentale. Messa in ombra dalla famosissima Sonata “a Kreutzer”, la cui celebrità è dovuta anche a fattori extramusicali, come il romanzo di Tolstoj dallo stesso titolo, questa Sonata è in realtà il capolavoro di Beethoven in questo genere musicale: qui i due strumenti sono messi sullo stesso piano e valorizzati al massimo delle loro possibilità, dando vita a un dialogo serrato e apparentemente libero, ma governato dalle regole di chiarezza ed equilibrio proprie dello stile classico.

La seconda parte è interamente dedicata a Sergej Prokof’ev, russo come Lidsky. Si ascolteranno due dei brani più rappresentativi della sua musica per violino e pianoforte. Le Cinque Melodie op. 35 bis sono il suo primo importante lavoro per violino e pianoforte, composto nel 1925: in realtà non si tratta di pezzi originali, ma di trascrizioni delle sue Cinque Melodie senza parole eseguite per la prima volte nel 1921 New York dalla cantante Nina Kochitz e da Prokof’ev stesso al pianoforte. Sono cinque brevi brani in forma libera e di umore sempre mutevole, ora meditativo, ora malinconico, ora misterioso, ora appassionato, ora scherzoso. Segue la Sonata n. 2 in re maggiore op. 94 bis: è anch’essa una trascrizione di un precedente lavoro, la Sonata per flauto e pianoforte del 1943, ma è profondamente diversa dalle Cinque melodie per la sua ampia architettura in quattro movimenti, che si rifà allo stile classico. Questa trascrizione fu fatta da Prokof’ev su richiesta del grande violinista David Oistrach, in piena seconda guerra mondiale, quando il compositore ebbe a dichiarare: “Quello che ora occorre fare è della grande musica, cioè della musica che tanto nella forma quanto nel contenuto risponda alla grandezza dell’epoca: non è facile trovare il linguaggio giusto, ma è certo che esso dovrà essere espresso con una melodia chiara e semplice”.

 

Mauro Mariani (anche per la fotografia)

 

“Bestemmia d’amore”, concerto-spettacolo di Pippo Delbono e Enzo Avitabile

I quattro interpreti del concerto-spettacolo

Pippo Delbono ed Enzo Avitabile protagonisti martedì 5 novembre 2019 alle 20.30 all’Aula Magna della Sapienza per la stagione della IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti.

Questo concerto-spettacolo del regista e attore ligure e del cantante e polistrumentista napoletano, intitolato “Bestemmia d’amore”, sfugge ad ogni definizione: “È un canto un concerto – così lo descrive Pippo Delbono – dove le parole diventano musica. Per parlare di questo tempo volgare e sacro, nero e luminoso, duro e dolce. Per parlare ancora dell’amore. Dell’ amore bestemmiato, ferito, affogato, ucciso, rinato, ucciso ancora, ancora vivo”.

Musica e parole che si fondono per dare vita e corpo alle infinite contraddizioni del nostro tempo, della vita, degli uomini, dell’amore. Proprio nella dicotomia si anima l’interazione dei due artisti che – partendo dalle radici più profonde della nostra cultura, anche quelle cattoliche, sebbene Delbono sia buddista da venticinque anni – esplorano temi apparentemente contrastanti, che trovano una perfetta armonia nel suono e nelle parole. Ed ecco che è messo in scena l’equilibrio degli opposti: amore e odio, volgare e sacro, nero e luminoso, duro e dolce. Ciò che sembra antitetico diventa complementare e inscindibile.

È un’altra tappa del viaggio artistico che da diverso tempo Delbono sta facendo insieme ad Avitabile, un musicista unico nella sua capacità di coniugare la tradizione del blues, del jazz, del funky, del rock con il classico e il barocco, fino ad abbracciare l’antica tradizione popolare e napoletana, per arrivare però ad una musica sua, originale e unica.

Con la sua “musica del mondo” Avitabile affronta temi etici e sociali, scavando nelle miserie del mondo con la precisa volontà di diffondere un messaggio: ogni essere umano è degno di abitare lo spazio terrestre, senza distinzioni, senza razze, senza barriere.

Tutto questo si sposa alla perfezione con il percorso artistico di Delbono, che vi aggiunge il suo desiderio di portare in scena la vita reale per renderla qualcosa d’altro, farla diventare arte. Tale messaggio viene veicolato scegliendo testi del mistico spagnolo Juan de La Cruz, di Rimbaud, di Pasolini – immancabile nel lavoro del regista – e di altri ancora.

Insieme alla voce di Pippo Delbono, che recita e canta, e al canto di Enzo Avitabile, che suona anche l’arpina, il tamburo e il sax sopranino, saranno la chitarra napoletana di Gianluigi Di Fenza e i tamburi di Carlo Avitabile.

 

Mauro Mariani (anche per la fotografia)