Bottega, Scuola, Accademia. La pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630

 È una pittura coloratissima e comunicativa, quella che, fino al 5 maggio prossimo, propone “Bottega, Scuola, Accademia. La pittura a Verona dal 1570 alla peste del 1630”, in sala Boggian al Museo di Castelvecchio, a cura di Francesca Rossi e Sergio Marinelli.

“La stagione culturale autunnale veronese si arricchisce di un nuovo importante appuntamento – sottolinea l’assessore alla Cultura Francesca Briani. Arte e storia si incontrano per raccontare, attraverso le opere pittoriche esposte, un momento di particolare creatività artistica del nostro territorio. Un’intensità produttiva che, tra il ‘500 e il ‘600, ha portato alla realizzazione di capolavori straordinari. Un’ampia e ricca esposizione che sarà possibile ammirare grazie alle importanti collaborazioni avviate con le principali collezioni civiche cittadine”.

In mostra, nell’elegante allestimento firmato da Alba Di Lieto con Ketty Bertolaso, 61 sceltissime opere, tra dipinti, disegni, strumenti musicali e documenti, parte dei quali presentati per la prima volta al pubblico. A focalizzare l’attenzione sulla scuola artistica più operosa e amata a Verona tra Cinque e Seicento, una stirpe di artisti cresciuti nell’alveo di una bottega famigliare, quella di Domenico e Felice Brusasorzi.

Bottega che, all’incrocio stilistico tra tardo Manierismo, pittura della Realtà e Classicismo, si trasformò in una sorta di accademia corporativa capace di dare impulso a un’intensa stagione di commissioni artistiche che lasciarono un’impronta indelebile in chiese e palazzi pubblici e privati del territorio.

In un contesto che vedeva attive a Verona varie figure di rilievo, come Bernardino India e Paolo Farinati, e la prossimità al prolifico ambiente delle botteghe veneziane di Tintoretto, Tiziano, Veronese e Palma il Giovane, si distingue in città alla metà del ‘500 la bottega dei Brusasorzi. La loro fu una delle botteghe più operose, sia per quanto riguarda la produzione di opere pittoriche sia per la presenza al suo interno di numerosi apprendisti e discepoli, tra i quali – vengono con attenzione illustrati in mostra – Sante Creara, Alessandro Turchi, Pasquale Ottino e Marcantonio Bassetti.

I disegni e dipinti esposti nelle tre aree tematiche del percorso espositivo evidenziano come il periodo giovanile di questi artisti sia improntato al lessico del maestro, per reindirizzarsi in seguito grazie all’influsso di altri autori.

Questo fondamentale momento della produzione artistica veronese fu bruscamente interrotto dalla peste del 1630, che portò alla morte di molti pittori e che mutò in maniera radicale la sensibilità di coloro che sopravvissero, aprendo la strada a una stagione dell’arte.

“Nella rilettura di un’Italia multicentrica – scrive Francesca Rossi, Direttore dei Musei Civici veronesi e curatrice della mostra con Sergio Marinelli – alle prese con l’ascesa e l’affermazione del Caravaggismo, del Naturalismo e della poetica degli affetti divulgata sotto il vessillo della Controriforma Cattolica dalla pittura rubensiana, l’indagine sul contesto veronese contribuisce ad avvalorare l’idea di una tradizione artistica locale che riuscì a mantenere salda la propria identità e autonomia e a tramandarla senza cedere alle tendenze figurative dominanti che condizionavano in quel momento l’intera Europa.”

E questo senza cadere in una miopia autoreferenziale, tutt’altro.

I Brusasorzi e i loro allievi si mantennero perfettamente informati su quanto accadeva nei principali centri artistici italiani e dell’Europa del Nord, privilegiando comunque un’autonomia di stile, alimentando una precisa vitalità espressiva che divenne il marchio di fabbrica non solo di Domenico e di suo figlio, verso i quali Vasari espresse il suo elogio, ma anche della schiera di artisti che monopolizzarono l’arte a Verona per oltre mezzo secolo, rivendo importanti commissioni anche da altre capitali italiane.

“Felice, in modo particolare, – prosegue la curatrice – si mise alla testa del processo di affermazione di uno stile autonomo che in città incontrò un successo immediato e tale da far rallentare progressivamente, […], gli arrivi di opere e maestranze da fuori per oltre mezzo secolo, sino alla tragica calamità che segnò la fine di un mondo e il rapido oblio di un’intera generazione di pittori.”

Le opere esposte provengono dalle collezioni civiche e da importanti prestiti concessi dall’Accademia Filarmonica di Verona, dalla Fondazione Cariverona, dal Banco BPM, dalla Diocesi di Verona (Basilica di Santa Anastasia), da collezionisti privati a testimonianza dell’importante e consolidata rete di collaborazione territoriale volta alla valorizzazione del patrimonio.

Questa mostra prosegue la linea espositiva di approfondimento frutto di studi e ricerche che il Museo di Castelvecchio ha intrapreso nel corso degli anni e che di volta in volta propone autori e specifici periodi della storia dell’arte veronese, volgendo sempre lo sguardo anche a un contesto più ampio.

Studi e ricerche che hanno portato alla recentissima pubblicazione del secondo volume del “Catalogo generale dei dipinti e delle miniature delle collezioni civiche veronesi”, monumentale opera curata da Paola Marini. Ettore Napione e Gianni Peretti.

L’Accademia Filarmonica accoglierà in Sala Maffeiana la cerimonia di inaugurazione della mostra che sarà preceduta dall’esecuzione di alcuni brani di musica barocca per flauto, violino e violoncello. A conclusione della presentazione seguirà la visita alla mostra in Sala Boggian al Museo di Castelvecchio con accompagnamento musicale.

Verona, Museo di Castelvecchio, Sala Boggian

Fino al 5 maggio 2019. Orari: da martedì a domenica 8.30–19.30; lunedì 13.30–19.30; chiusura biglietteria ore 18.45

S.E. (anche per l’immagine)

Antonino Leto. Tra l’epopea dei Florio e la luce di Capri

Antonino Leto (Monreale, 1844 – Capri, 1913), La sciavica (Studio)

1887 circa, Olio su tela, 40 x 60 cm, Palermo, Collezione privata, Courtesy Galleria Beatrice, Palermo

A oltre dieci anni dalla memorabile rassegna dedicata a Francesco Lojacono che ha rappresentato una svolta decisiva per la valorizzazione della pittura dell’Ottocento in Sicilia, con la mostra dedicata ad Antonio Leto (Monreale 1844 – Capri 1913), che sarà aperta al pubblico nella Galleria d’Arte Moderna di Palermo fino al 10 febbraio 2019, si intende restituire la statura europea che gli compete anche all’altro grande protagonista della pittura in Sicilia.

Appartenenti alla stessa generazione – Leto è sei anni più giovane di Lojacono – i due pittori hanno avuto una vicenda analoga, entrambi affermatisi come interpreti di una straordinaria visione mediterranea del paesaggio, declinato in uno stile che si è confrontato, dai Macchiaioli agli Impressionisti, con i grandi movimenti moderni europei.

Curata da Luisa Martorelli e Antonella Purpura, la mostra è promossa dal Comune di Palermo – Assessorato alla Cultura, dalla Galleria d’Arte Moderna E. Restivo, in occasione di Palermo Capitale della Cultura 2018. L’organizzazione è affidata a Civita. Il Catalogo è edito da Silvana Editoriale

Con circa 100 opere, la mostra sarà la grande occasione per riconsiderare Leto, nel suo articolato percorso artistico, che lo ha visto formarsi innanzitutto a Napoli, dove si recò nel 1864, attratto dalla pittura di Giuseppe De Nittis e dalle proposte della “Scuola di Resina” che, sulla scorta della lezione macchiaiola divulgata da Adriano Cecioni, sosteneva una resa naturalistica svincolata dal descrittivismo analitico di Filippo Palizzi.  Vincendo il “Pensionato Artistico” Leto si trasferisce prima a Roma nel 1875 e poi a Firenze, tra il 1876 e il 1878, dove collabora con la Galleria Pisani che diventa il maggior acquirente della produzione di quegli anni.

Il soggiorno a Parigi è decisivo per l’affermazione sul mercato internazionale e, invitato dal mercante Goupil, vi si trasferisce nel 1879.  Di questo periodo rimane la suggestione dei bellissimi dipinti con scene di vita parigina, espressioni accattivanti dei nuovi gusti della clientela borghese.

Uno dei momenti fondamentali e più appassionanti della mostra, anche dal punto di vista storico, sarà la ricostruzione dell’eccezionale rapporto tra Leto e la famiglia Florio, che sono stati i suoi maggiori mecenati. Questo consentirà di vedere in una nuova e speciale prospettiva la mitica epoca della Palermo Liberty o modernista e riflettere sulla complessità – attraverso opportuni confronti – di capolavori come La mattanza a Favignana, uno dei dipinti più intensi del nostro Ottocento che, nella sua coinvolgente dimensione epica, rimanda alle pagine de I Malavoglia di Verga.

Una particolare attenzione sarà riservata anche alla consacrazione nazionale del pittore attraverso gli acquisti da parte della casa reale e dello stato. Verrà riconsiderata in ogni sua fase, attraverso l’esposizione degli straordinari studi preparatori, la complessa e appassionante genesi di un altro suo capolavoro I funari di Torre del Greco che venne presentato all’ Esposizione Nazionale di Roma del 1883, oggetto di acquisizione pubblica per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna. In quest’opera, messa a confronto con il dipinto di analogo soggetto, realizzato da Gioacchino Toma un anno prima, troviamo una dimensione epica determinata dalla rappresentazione e dalla riflessione sul mondo del lavoro nell’Italia postunitaria.

Sarà ricostruita una parte della produzione presentata alle Biennali di Venezia, in particolare quelle del 1910 e del 1924 che lo consacravano definitivamente a livello internazionale e lo inserivano nel circuito del collezionismo più prestigioso. La sua fama in questo ambito è legata soprattutto a paesaggi con vedute di Capri e per la prima volta sarà presentato uno dei capolavori di Leto, Dietro la piccola marina a Capri, originariamente acquistato dal principe Costantino di Grecia alla IX Biennale di Venezia.

Capri fu il luogo dove amò ritirarsi definitivamente a partire dal 1890 con una scelta artistica e di vita condivisa con altri protagonisti della pittura moderna tra Otto e Novecento.  Nel 1892 fonda il “Circolo Artistico” di Capri, insieme ad Augusto Lovatti, Bernardo Hay ed altri artisti, che scelgono come sede delle loro mostre l’Hotel Quisisana. In quest’isola ispiratrice delle sue creazioni dove consuma l’ultima stagione della sua vita, Leto salda una pittura più densa e corposa, a macchia, dai forti contrasti di ombre e luci, come si evince dalle opere Veduta dal giardino dall’Hotel Pagano e I Faraglioni a Capri, entrambe concesse dalla Galleria Ricci-Oddi di Piacenza.

Leto ha saputo rendere, con uno stile davvero personale, l’atmosfera e la luce uniche di quell’isola incantata che, in quegli anni di transizione del secolo, anche attraverso la pittura, stava entrando nell’ immaginario universale. 

Antonino Leto. Tra l’epopea dei Florio e la luce di Capri
Palermo, Galleria d’Arte Moderna
Fino al 10 febbraio 2019

Barbara Izzo (anche per le fotografie)

 

Capodanno allo Zelig

 

Si rinnova il tradizionale appuntamento di Capodanno dello Zelig Cabaret di Milano: lo storico locale comico proporrà una serata di grande spettacolo, con protagonisti alcuni dei migliori comici della squadra dello Zelig televisivo.

Il comico pugliese VINCENZO ALBANO torna sul palco dello storico locale milanese (in Viale Monza al 140) nei panni di capocomico per una serata unica, tra sana ironia e leggerezza e tanto divertimento.

Sul palco dalle ore 23.00, insieme a Vincenzo Albano si alterneranno alcuni dei comici di Zelig più amati come GIANCARLO BARBARA, SILVIO CAVALLO, FEDERICA FERRERO, SIMONETTA GUARINO e GIGI ROCK.

In scena una carrellata di personaggi, di gag, battute, pezzi comici nuovi e di repertorio che divertiranno il pubblico.Tra un numero comico e l’altro via libera alla sensualità di Marlene ClouseaueBig Bottom Berenicee le loro performance di burlesque.

Uno spettacolo di cabaret a 360 gradi,composto da una scaletta di grande intensità ritmica e comica, Vincenzo Albano e il cast di comici convocati assicurano infatti un susseguirsi di situazioni che non lasciano respiro allo spettatore per le numerose risate e che riscalderà l’atmosfera in attesa della mezzanotte e poi… spumante e panettone per tutti! Fino all’alba per fare colazione insieme.

Il programma prevede numerosi interventi dei comici in cast a partire dal presentatore della serata, Vincenzo Albano, che il pubblico televisivo conosce soprattutto per la partecipazione a Zelig e Zelig Time, come “uomo dei tutorial” e per il suo personaggio, il manager Enzo Ratti, ma anche per essere l’intervistatore del programma “People from… Milano” (Zelig TV).

La serata sarà ricca di gag comiche, monologhi, personaggi surreali, numeri comici musicali.

Giancarlo Barbara in scena ripercorrerà alcuni notissimi film e canzoni di successo ponendo degli interrogativi, per poi sorprendere tutti con le sue risposte. Sul palco è solito a interagire con il pubblico coinvolgendolo nel racconto delle sue storie improbabili, cambiando mille espressioni grazie alla sua mimica straordinaria. Con i suoi interventi comici durante la serata di Capodanno, si potrà assistere a una miscela di monologhi e gag sul mondo del cinema, della musica e del kung fu in un comico e sorprendente susseguirsi di citazioni. A tutto questo si aggiungono le esibizioni musicali di Silvio Cavallo che porterà sul palco la sua straordinaria energia eclettica, riversandola in canzoni dalle incantevoli melodie e dalle liriche soavi… e di Gigi Rock, figura di gentile ed estroverso «rocker metropolitano» caratterizzato da una spiccata vena surreale, capace di attirare un pubblico variegato e per questo apparso in trasmissioni televisive come «Paperissima sprint» o «Quelli che il calcio» ed ovviamente «Zelig». Durante la serata di San Silvestro Gigi Rock diventerà Gigi Love con le sue improbabili canzoni d’amore, il poeta Gigi Pulp o il travolgente ballerino Gigi Dance. La notte di San Silvestro a Zelig Cabaret si tinge di rosa con Federica Ferrero, conosciuta soprattutto per il personaggio della Dottoressa Ferrero, una improbabile brevettatrice di oggetti alquanto insoliti e di dubbia utilità e di Simonetta Guarino, che porterà in scena il meglio del suo spettacolo “50 sfumature di Gigio. (Gigio è mio marito)” in cui interpreta Gaia, la stravagante casalinga che, per affrontare le ristrettezze e le difficoltà della vita familiare, si aiuta con calmanti colorati e fughe nel fatato mondo dei saldi dei grandi magazzini. Non mancheranno incursioni dell’ultimo personaggio creato da Simonetta Guarino, Leonarda, rampante manager di ultima generazione dal cinismo dissacrante.

“Da sempre – dichiara Giancarlo Bozzo, direttore artistico di Zelig Cabaret – la formula magica del successo dello Zelig Cabaret non si basa su caviale e paillettes, ma su un’accurata scelta degli artisti e dei testi che propongono, qualcosa che si ripete ogni giorno dell’anno, dal 1 gennaio al 31 dicembre. Ecco perché i migliori comici degli ultimi trentadue anni sono tutti passati di qui, una tappa fondamentale per tutti loro.

E allora, come da tradizione, anche questa volta lo Zelig Cabaret si prepara per offrire una notte di fine anno memorabile per tutti gli amanti del teatro e del cabaret, una serata fra amici semplice, divertente, panacea per il cuore e per la mente, nel suo genere assolutamente unica, da stra-consigliare a tutte le persone cui vogliamo bene. Per ridere e sorridere ancora una volta insieme.”

Vincenzo Albano, alla sua prima volta come conduttore del capodanno comico milanese per antonomasia, risponde: “Vi faremo ridere, divertirvi ed emozionarvi in questa serata che, nonostante durerà 2 anni, volerà come se fossero poche ore! Volete un’anticipazione dello spettacolo? Ok: ad un certo punto faremo un conto alla rovescia, ma non vi dico quando.”

 

Claudia Bianchi

West Side Story al Teatro Carlo Felice di Genova

 

Dopo il grande successo dello scorso anno, martedì 1 gennaio 2019 alle ore 16.00, al Teatro Carlo Felice torna West Side Story.

Il capolavoro di Leonard Bernstein, Jerome Robbins, Arthur Laurents e Stephen Sondheim che ha rivoluzionato la storia della musica, nel quale si fonde il giusto connubio tra linguaggio popolare e stile colto, un’opera che travalica i generi e le generazioni, il più famoso musical di Broadway in scena in un’edizione rinnovata ma fedele all’originale proposta in lingua originale con dialoghi in italiano.

Questo grande allestimento, vedrà la regia di Federico Bellone (Viale del Tramonto, A qualcuno piace caldo, Mary Poppins della Disney, Flashdance) ripresa da Chiara Vecchi con le coreografie originali di Jerome Robbins riprodotte da Fabrizio Angelini.

A dirigere l’Orchestra e il Coro del Teatro Carlo Felice, sarà il giovanissimo quanto talentuoso Alpesh Chauhan, direttore inglese, dotato di ampia sicurezza e disinvoltura con una capacità introspettiva e un’espressività fuori dal comune che, fin dalle sue prime apparizioni in pubblico, ha confermato un’autorevolezza musicale indiscutibile per il modo di entrare nel cuore di una partitura ottenendo un pieno coinvolgimento da parte dell’orchestra.

Il cast che interpreteranno le indimenticabili melodie e i coinvolgenti ritmi della partitura di Bernstein comprende numerosi artisti di altissimo livello tra i quali spiccano Luca Giacomelli Ferrarini (Tony), Caterina Gabrieli (Maria), Simona Di Stefano (Anita), Giuseppe Verzicco (Riff) e Mark Biocca (Bernardo).

Una storia d’amore ma anche un action thriller, West Side Story è tutto questo, un amore sfortunato tra due giovani, Tony e Maria, la cui felicità è distrutta dall’odio tra le due bande rivali alle quali appartengono: i Jets e gli Sharks, il tutto ambientato nella giungla urbana della New York degli anni Cinquanta. Il musical conobbe un ulteriore successo anche nella sua versione per il grande schermo: l’omonimo film con Natalie Wood vinse 10 premi Oscar, 3 Golden Globe e il Grammy Award per la colonna sonora. Adattamento del celebre Romeo e Giulietta di Shakespeare, il capolavoro di Bernstein unisce ritmi travolgenti di mambo e samba con melodie affascinanti che sono rimaste nella memoria collettiva quali “Maria”, “America”, “I Feel Pretty” e “Tonight”.

Ricordiamo che sabato 29 dicembre – ore 16.00 – presso l’Auditorium E. Montale, si svolgerà la Conferenza illustrativa a cura di Lorenzo Costa in collaborazione con l’Associazione Amici del Carlo Felice e del Conservatorio N. Paganini – ingresso gratuito.

 

Marina Chiappa (anche per le fotografie)

Auguri in musica

Per porgere i migliori auguri di liete feste ai nostri lettori, utilizziamo le note del violino e del pianoforte sentite al Teatro Sancarlino di Brescia, con il patrocinio della Provincia di Brescia, grazie alla performance di Celeste Di Meo e di Kwag Jongrey.

Violino e pianoforte hanno portato a Brescia ottima musica, grazie all’organizzazione A.D.I.D. Delegazione di Brescia e Donne della Grappa, in collaborazione con l’Associazione Sidus e la Distilleria Peroni Maddalena di Gussago, con la direzione artistica del maestro Silvano D’Andria, in collaborazione con Alessia Biasiolo.

Romana, sedicenne, Celeste ha incantato per la preparazione e la bravura, evidente con l’esecuzione di musiche non usuali e non facili, sottolineata dall’eccellente pianoforte di Jongrey; entrambe hanno dato alla città di Brescia quel contributo culturale che le Associazioni organizzatrici desideravano, per sottolineare la possibilità di essere e di riuscire, pur essendo giovani, pur essendo semplicemente due ragazze apparentemente uguali a qualsiasi altra.

Il messaggio dedicato al “bere bene e consapevole” ha incontrato il favore dei numerosissimi presenti, ed è giunto nel cuore di tutti, per un evento di successo, per pubblico e critica.

Ha arricchito l’evento l’artista Ivo Compagnoni che ha esposto durante il concerto i suoi artistici strumenti musicali.

 

A tutti i lettori i migliori auguri di Buon Natale!

 

La Redazione di lemienotizie.com

 

 

 

 

 

Sindrome italiana

La Sindrome italiana è una patologia psichica che colpisce soprattutto le badanti, molto spesso originarie dei Paesi dell’Est europeo, che vivendo a lungo nel nostro Paese, adattandosi ai nostri stili di vita grazie ai quali hanno un lavoro sicuro che, spesso, è vitale per loro stesse e per i familiari rimasti in patria, non sono più in grado di adattarsi allo stile di vita proprio tornando a casa. Là trovano cambiati figli, mariti, genitori; si sono appropriate della vita italiana e non ne hanno più una loro. Spesso costrette (per necessità, per voler fuggire da una situazione non libera per mille ragioni) a lavorare 24 ore su 24 accudendo bambini o anziani e svolgendo pulizie di casa e uffici, dimenticano se stesse, la loro dignità di donne e si snaturano diventando l’alter-ego di chi, qui, ha bisogno di loro. Pertanto non sono più loro stesse e, viceversa, quando tornano a casa, non sono più, o non sono abbastanza, italiane. Gli psichiatri diagnosticano per queste donne una depressione che è particolare, è “italiana”, Paese dove più che in altri esse trovano lavoro. Tornando in Patria diventano silenziose, introverse, si sentono e sono sole, non mangiano, hanno istinti e manie suicide. Insomma, vivono un forte coinvolgimento emotivo che ha zone di luce e molte di ombra. Il teatro ha già indagato colf e badanti, proprio a Brescia con il capolavoro “La badante” di alcuni anni fa. Ed oggi ci troviamo di fronte ad un’opera teatrale ben congegnata, ben fatta, bella da vedere e da vivere.

Ottima l’idea che porta in scena tre donne italiane che, per necessità, trovano lavoro come badanti. La situazione personale delle tre è talmente drammatica che porta a ridere. Intanto partendo dall’idea, dallo svisceramento di un bisogno che si fa azione e scelta, per poi accedere al famoso ufficio di collocamento in cui essere italiana e cercare lavoro come badante è improponibile. Per cercare di farsi considerare per il collocamento, le tre amiche si inventano ogni capacità: infermiera, pedagogista; capaci di pulire, lavare, stirare, riordinare, cucinare, accudire. Tutto ininterrottamente, perché non c’è tempo da perdere: sono disposte a non dormire, a non mangiare, a non avere ore libere, a non avere nemmeno una camera da letto. Comicità e dramma vanno sapientemente a braccetto, anche grazie alla perfetta mimica facciale e al generale non verbale delle tre: Manuela Mandracchia, Sandra Toffolatti, Mariàngeles Torres, con la straordinaria Monica Bianchi, dirette da Lucia Calamaro che ha anche scritto il testo. La produzione è CTB in collaborazione con Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia e TeatroDue di Parma, su progetto MitiPretese. Belle le scene e i costumi di Roberta Monopoli.

L’originalità sta proprio nel non volere raccontare la vita degli altri, ma di calarvisi dentro senza perdere di vista la vita che è proprio tragica, drammatica e, pertanto, divertente. Almeno per gli spettatori che si vedono scappare via davanti uno spaccato di vita leggero e capace di fare profondamente riflettere. Su cosa? Sulla donna sola che proprio perché sola è perfetta per un lavoro accanto ad una persona anziana da accudire ma che non parla, che la lascia nel vuoto e nel silenzio, nella disperazione di vedere morire chi è nelle sue mani e che è la ragione del suo organizzare la propria vita. Il vecchio, o la vecchia, in modo intercambiabile, è su un letto d’ospedale, sulla sedia a rotelle, in poltrona. È da imboccare, cambiare, lavare; bisogna dargli o darle amore, comprensione. E qualche attimo di gioia, come per il suo compleanno. Se la badante ha figli li deve abbandonare e non basta inviare un giocattolo per fare capire che la mamma c’è, è vicina, lo fa per te, per permetterti tutto quello che hai. Perché ogni figlio risponde, o rispenderebbe, che avrebbe preferito avere vicino la mamma che un nuovo peluche per Natale. Si accudiscono vecchi e si lasciano soli i propri, nel disgregamento dei rapporti familiari e sociali che non possono essere sostituiti dai social. Ecco dunque che il malato, anziano, uomo o donna che sia, danza nella sua mente persa nella demenza senile e crea un gioco di luci e ombre, immagini che si stemperano sulle pareti di una stanza che non sono mai quelle dei muri, ma quelle della nostra vita. Un lavoro molto ben costruito, reso leggero e bello da vedere, consigliabile sempre, per chi ha il problema e chi no, perché trasmette anche l’empatia per il malato e per il male che può colpire chiunque in ogni momento. Sperando di trovare qualcuno che poi si occupi anche di noi.

Da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

(foto di scena di Umberto Favretto)

 

 

 

 

Duecento anni fa nasceva Antonio Bazzini, virtuoso del violino

A conclusione del “Festival Antonio Bazzini. Brescia e l’Europa. 1818-2018”, iniziativa del Conservatorio “Luca Marenzio” di Brescia in collaborazione con il CTB, in scena un lavoro per approfondire la figura di un illustre musicista bresciano praticamente dimenticato. In occasione del bicentenario dalla nascita, la sua città natale si è ricordata di Antonio che l’ha resa famosa in mezza Europa: violinista d’eccezione, capace di recupero dei musicisti del passato, premiato e ammirato in molti Paesi, non era profeta in patria, come spesso succede. Considerato da Schumann, Mendelssohn, Rossini, amato dal pubblico, paragonato a Paganini e al suo estro diabolico, compositore insignito dalle corti europee, critico del verdismo imperante e incapace di accettare il semplicismo per continuare a sperimentare innovazioni, anche grazie alle sue notevoli competenze acquisite viaggiando, purtroppo una di quelle persone che dice la verità, a Brescia non veniva considerato per le sue alte doti. Il lavoro teatrale messo in scena al Teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri di Brescia il 16 e 17 scorsi, ha ripercorso la biografia del virtuoso, sottolineando le sue innumerevoli qualità. Eppure non gli ha troppo reso onore. Il lavoro prevedeva la lettura dei testi e non la recitazione. Chi impersonava lo stesso Bazzini, dall’abito stropicciato, leggeva la propria storia, senza essere capace di raccontarla e raccontarsi nemmeno per le battute dialogiche. Lo stesso per le tre attrici spalla. Troppe le allusioni e poco il detto per la biografia privata, resa maliziosa senza dare allo spettatore la veridicità dei fatti, con toni da pettegolezzo poco adatti al rispetto di una figura evidentemente troppo grande per i tempi e, forse, anche per l’oggi. Indubbiamente Antonio Bazzini aveva pregi e difetti, ma era un personaggio capace di vivere ad alto livello, lavorando assiduamente, per metà delle corti europee, meritandosi il tributo dei grandi della musica e dei mecenati; sarà stato inviso ai concittadini, forse incapace di dirigere il Conservatorio milanese, ma certo troppo colto e bravo per poter essere al livello comune. L’industria culturale del tempo, Ricordi in testa, non avrà saputo sfruttare la sua capacità e forse lui era troppo poco propenso alle doti salottiere all’infuori del proprio sapere musicale, ma di certo anche oggi non gli si è dato tutto l’onore che, finalmente, meriterebbe.

 

 

 

Alessia Biasiolo

 

Il “fossile vivente” della Biblioteca Ariostea incanta

il Ginkgo Biloba di Ferrara, foto di Fausto Natali

Uno dei protagonisti assoluti degli scatti fotografici di questo caldo autunno è certamente il magnifico ginkgo biloba della Biblioteca Ariostea di Ferrara, in via Scienze 17 a Ferrara. Da alcune settimane si assiste a un autentico pellegrinaggio alla biblioteca cittadina per ammirare questo autentico monumento vegetale. Uno splendido esemplare di ginkgo maschio che, dall’alto dei suo venti metri di altezza (e quasi cinque di circonferenza), troneggia su tutto il giardino fin dall’ultima decade dell’Ottocento, quando faceva parte dell’Orto botanico dell’Università assieme a oltre 4000 specie vegetali e a quattro serre di cui una riscaldata per le palme.

il Ginkgo Biloba di Ferrara, foto di Fausto Natali

Questa specie è un autentico “fossile vivente” in quanto risale a 250 milioni di anni fa ed è l’ultima esistente della famiglia Ginkgoaceae, ritenuta estinta fino al XVIII secolo. Inoltre, forse pochi sanno che il ginkgo è una delle piante più resistenti allo smog, è praticamente immune da malattie ed è l’unica pianta sopravvissuta alla bomba atomica che trasformò la città di Hiroshima in un deserto annerito (in Oriente è stato elevato a simbolo di rinascita, come da noi, da millenni, è considerato l’olivo).

Va segnalato che Il ginkgo della biblioteca cittadina è stato inserito nella lista degli alberi monumentali ai sensi dell’art. 7 della Legge 14 gennaio 2013 e che un paio di anni orsono è stato interprete non casuale del videoclip musicale del celebre pianista brasiliano Marcelo Cesena.

Ancora per un paio di settimane, un po’ in ritardo a causa del caldo anomalo di quest’anno, il ginkgo dell’Ariostea e il suo accecante tappeto giallo poseranno in tutto il loro splendore per i fotografi che desiderassero immortalarli.

 

Servizio Biblioteche e Archivi (anche per le fotografie)

 

“Lo schiaccianoci” al Teatro Carlo Felice

 Giovedì 20 dicembre, alle ore 20.00, al Teatro Carlo Felice, va in scena il celebre balletto Lo schiaccianoci, il primo titolo del ciclo Čajkovskij, realizzato con il sostegno di Crédit Agricole, al quale seguiranno Il lago dei cigni, l’11 gennaio 2019 e La bella addormentata il 31 gennaio 2019.

Questo balletto dalle atmosfere fantastiche, interpretato dal Balletto del Teatro Astana Opera, è stato rappresentato per la prima volta il 5 dicembre 1892 al Teatro Mariinskij di S. Pietroburgo imponendosi, da allora, come uno dei balletti più amati di tutti i tempi.

Merito della storia (tratta da un onirico racconto di E.T.A. Hoffmann), che approfitta dell’atmosfera favolistica tipica del Natale per raccontare le paure e i sogni dell’infanzia, costellati di topi spaventosi, un Principe salvatore e un regno dei dolciumi, la terra della felicità nell’immaginario infantile. Ma l’eterno successo de Lo schiaccianoci è dovuto anche alle musiche, colorate di timbri fatati e di una perfezione e una trasparenza mozartiane. Mai come in questa partitura, per molti aspetti neoclassica, Čajkovskij è stato così elegante e raffinato, e al tempo stesso immediato e popolare, trasformando la dolce favola in una riflessione filosofica sull’irragiungibilità della felicità perfetta. La danza cinese, quella araba, il valzer dei fiori: sono brani che tutti conoscono, anche senza saperlo.

Il Balletto del Teatro Astana Opera presenta il classico balletto di Natale nella storica versione del leggendario coreografo russo Yuri Grigorovich, recentemente festeggiato e celebrato in patria in occasione del suo novantesimo compleanno.

Il libretto è di Ivan Vsevoložskij, allora direttore dei Teatri Imperiali, e le coreografie originali furono ideate dal più grande coreografico dell’Ottocento, Marius Petipa.

La direzione dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice è affidata ad un artista di rilievo, Arman Urasgaliyev, che si alternerà con Abzal Mukhitdinov, mentre il Coro di Voci Bianche del Teatro Carlo Felice è diretto da Gino Tanasini.

 

Marina Chiappa (anche per le fotografie)