“L’ Elisir d’amore” al Teatro Carlo Felice

Domenica 19 marzo alle ore 20.30, con repliche fino a martedì 28 marzo, al Teatro Carlo Felice di Genova, dopo l’ultima edizione del 2014, andrà in scena “L’Elisir d’amore”, opera in due atti di Gaetano Donizetti. Sul podio a dirigere l’Orchestra e il Coro del Teatro Carlo Felice, il giovanissimo Daniel Smith con il duplice ruolo di Direttore d’Orchestra e Ambasciatore Culturale dell’Australia in Italia.

Un allestimento storico del Teatro Carlo Felice presentato per la prima volta nel 1994, amatissimo dalla critica e dal pubblico, conquistati fin dal debutto per l’umorismo raffinato della regia di Filippo Crivelli e dall’atmosfera a metà tra la favola e il cartone animato delle scenografie realizzate dall’ineguagliabile genovese Lele Luzzati, scomparso nel gennaio del 2007. I  variopinti costumi sono di Santuzza Calì e le luci sono firmate dai Luciano Novelli.

Protagonista, un cast straordinario come il baritono Roberto De Candia (Alfonso Antoniozzi) nel ruolo del simpatico ciarlatano Dulcamara, il soprano Serena Gamberoni (Benedetta Torre) vestirà i panni della bella e capricciosa Adina, il tenore Francesco Meli (Roberto Iuliano) sarà l’impacciato e languido Nemorino, Marta Calcaterra la villanella Giannetta, Federico Longhi (Michele Patti) il tronfio Belcore.

Il celebre melodramma giocoso composto da Donizetti nel 1832, in soli 14 giorni, su libretto di Felice Romani, è ritenuto, insieme al Don Pasquale e al Barbiere di Siviglia, uno dei massimi esempi di opera comica ottocentesca per la sapiente miscela tra buffo e lirico.

La storia, ricca di intrighi e di malintesi, è quella dell’ingenuo Nemorino che, innamorato di Adina, fa di tutto per conquistarla mentre lei sta per sposare Belcore, sergente dell’esercito. Nemorino si fa convincere dal dottor Dulcamara ad acquistare un magico filtro d’amore – in realtà semplice vino rosso – che dovrebbe aiutarlo nell’impresa. Avendo bisogno di denaro per comprare altro elisir, Nemorino è costretto ad arruolarsi nella compagnia di Belcore, suscitando il turbamento di Adina che si decide quindi a confessargli il proprio affetto. Belcore accetta la sconfitta d’amore, convinto di trovare presto un’altra giovane da corteggiare, mentre Dulcamara decanta le lodi del suo potentissimo elisir.

Sponsor principale dell’ opera, sarà Latte Tigullio Centro latte Rapallo già supporter per la Stagione Artistica e Stagione Young 2016-2017.

 

Numerose le attività collaterali organizzate intorno all’opera:

Lunedì 13 marzo – ore 17.30 – Libreria Feltrinelli

Incontro con gli artisti – ospiti: Filippo Crivelli (regista)

A cura del musicologo compositore Massimo Pastorelli

Venerdì 17 marzo ore 15.30 prova aperta esclusivamente riservata agli studenti organizzati in sede scolastica.

Sabato 18 marzo al Teatro Carlo Felice, nel I foyer, laboratori creativi in collaborazione con il museo Luzzati: “Costruire un boccascena a tema Luzzati”, le modalità di partecipazione saranno rese note a breve.

26 marzo – 2 aprile – settimana dei teatri   previste diverse iniziative mirate:

lunedì 27 marzo, giornata mondiale dei teatri, visite guidate gratuite al contenitore teatro e all’allestimento dell’opera e alle colorate scene di Luzzati. Le visite sono previste alle ore 9, 10, 11, e 12. Prenotazione obbligatoria.

Domenica 26 marzo ore 15.30 e martedì 28 marzo ore 20.30 prezzi promozionali per la settimana dei teatri.

Martedì 28 marzo alle ore 11.00 al Teatro Carlo Felice, in scena “Gli elisir di Dulcamara” breve storia dell’imbroglio, di e con il Musicattore® Luigi Maio. Spettacolo a pagamento con prenotazione obbligatoria, nell’ambito della stagione YOUNG del Teatro Carlo Felice.

L’ELISIR D’AMORE Melodramma in due atti di Felice Romani Musica di Gaetano Donizetti
Direttore Daniel Smith

Regia Filippo Crivelli Scene Lele Luzzati Costumi Santuzza Calì Luci

Luciano Novelli

 

Assistente alla regia

Luca Baracchini

Assistente ai costumi

Paola Tosti

 

Personaggi e interpreti :

 

Adina

Serena Gamberoni (19, 22, 26, 28)

Benedetta Torre

 

Nemorino

Francesco Meli (19, 22, 26, 28)

Roberto Iuliano

 

Belcore

Federico Longhi (19, 22, 26, 28)

Michele Patti

 

Dulcamara

Roberto De Candia (19, 22, 26, 28)

Alfonso Antoniozzi

 

Giannetta

Marta Calcaterra

 

Allestimento Fondazione Teatro Carlo Felice Orchestra e Coro del Teatro Carlo Felice Maestro del Coro Franco Sebastiani

Maestro ai recitativi Sirio Restani

 

Repliche

marzo 2017: Martedì 21 marzo (15.30 G), Mercoledì 22 marzo   (20.30 B),

Sabato 25 marzo (15.30 F), Domenica 26 marzo (15.30 C),

Martedì 28 marzo (20.30 L).
 

Marina Chiappa

Workshop al Teatro Sociale di Brescia

img-1487928070

Il Centro Teatrale Bresciano, in collaborazione con Somebody Teatro delle Diversità, presenta “L’Altro – Masterclass” con la Compagnia Balletto Civile, Compagnia internazionale di ricerca nell’ambito del teatro-danza e teatro fisico. Un appuntamento diretto da Michela Lucenti che rientra nell’iniziativa della programmazione delle giornate FuoriNorma Formazione, che si terrà sabato 18 marzo al Teatro Sociale di Brescia.

“Ripartiamo dal corpo. Il corpo al centro di tutto. Il lavoro sulla relazione, respiro ed intenzione, saranno il trampolino su cui poggiare i propri piedi e svelare una diversità creativa, tentando di rispondere ad un’unica vera urgenza generatrice dell’atto teatrale: chi siamo ora, che cosa stiamo facendo. Trasmettere una consapevolezza dell’agire scenico semplice ed artigianale per far nascere attraverso l’urgenza dell’incontro e della relazione un Teatro autentico dove si incontrano virtuosamente motivazioni e bisogni personali. Sulla base di un percorso collettivo, indagheremo i mezzi espressivi del corpo e della voce come materiale sacro e profano al tempo stesso, come materia tangibile, attraverso cui conoscere sé stessi ed incontrare il proprio straniero, l’altro”, afferma Balletto Civile

Il masterclass si terrà dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 16.00, con un numero massimo di 30 partecipanti; le domande di iscrizione sono aperte fino a lunedì 13 marzo telefonando a SomebodyTeatro 3393818207. Il costo dell’iscrizione è di 20,00 euro, ridotto a 15,00 per gli associati a SomebodyTeatro.

 

Silvia Vittoriano

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Giuliano” al debutto a Brescia

SPETTACOLI CENTRO TEATRALE BRESCIANO GIULIANO NELLA FOTO SCENA 21/02/2017 REPORTER FAVRETTO

“Giuliano” nella foto di scena del 21 febbraio 2017, reporter Favretto

Ignota la storia di Giuliano fino al lavoro messo in scena dal CTB, Teatro Stabile di Brescia. Ignota almeno a chi non avesse letto Gustave Flaubert nel suo “La leggenda di San Giuliano Ospitaliere” del 1877, narrata a partire dall’analisi delle vetrate della sua chiesa, la cattedrale di Rouen. Lì sono raccontate le gesta di un giovane medievale, assassino involontario e, come già altre storie raccontano, destinato ad un percorso di espiazione che lo porterà all’onore degli altari. La leggenda è narrata su due fasi temporali da Alessandro Mor e Alessandro Quattro, entrambi impegnati anche nella drammaturgia. Mor e Quattro hanno disposto la storia, infatti, sia nel presente della voce narrante, l’Ottocento non scevro di ricerche in documenti e archivi di tutto ciò che poteva diventare romanzo o trama teatrale, soprattutto se raccontava di uccisioni, di spettri, di quell’altro da sé che era il sé stesso, e il Medioevo del protagonista. E allora ecco, un novello Flaubert, che ci accompagna per le pieghe di una storia al limite del malato: Giuliano, addestrato alla caccia, scopre ben presto il piacere di uccidere e comprende, ragazzo disciplinato e originale, sveglio e riflessivo, che potrebbe uccidere anche chi ama. Fugge allora dalle sue pulsioni e scappa di casa, per diventare soldato. Dopo un lungo sonno sui suoi progetti di vita, eccolo a capo di schiere di militi ed eccolo capace di difendere chi ha bisogno del suo cuore e della sua spada. Riceve elogi e terre, potere e favori per la sua capacità di fare del nemico polvere. Poi sposerà la figlia di un sultano e capirà che potrà vivere, forse, una vita serena. Ma ecco, il destino è di nuovo dietro l’angolo.

SPETTACOLI CENTRO TEATRALE BRESCIANO GIULIANO NELLA FOTO SCENA 21/02/2017 REPORTER FAVRETTO

Gli appaiono i vecchi genitori in un contesto ai limiti tra l’onirico e il reale e, per un equivoco, li uccide. Sarà questo compimento di un timore o forse la sublimazione del complesso edipico, che porteranno Giuliano a scegliere di camminare ancora, verso altre strade. Bravissimi gli attori in una performance che porta lo spettatore a riflettere su uccisioni odierne e, soprattutto, su quella strana voglia di sangue che ci troviamo appiccicata addosso grazie a serie di film, a giochi elettronici, a fatti sempre più efferati di cronaca. Lo spettacolo, che ha debuttato in prima nazionale lo scorso 25 febbraio a Brescia, al Teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri, fa parte della rassegna teatrale “La palestra del teatro – Drammaturgie del presente”, promossa dal CTB allo scopo di lasciare il palcoscenico a giovani artisti talentuosi e di coinvolgere nuovo pubblico, creando occasioni di crescita civile. Scene e costumi, particolarmente adatti e interessanti, sono di Katya Santoro; il video, utile per la chiusa in modo particolare, di Enzo Ranzanici (luci di Sergio Martinelli e suoni di Edoardo Chiaf).

Lo spettacolo si è rivelato interessante, molto ben recitato, e capace di catalizzare l’attenzione del pubblico su un argomento storico e un percorso introverso ed esistenziale di spessore.

Da vedere.

(“Giuliano” nella foto di scena del 21 febbraio 2017, reporter Favretto)

Alessia Biasiolo

 

Al Sociale di Brescia “Le donne gelose” di Goldoni

le-donne-gelose_fotoattiliomarasco

(foto di Attilio Marasco)

Il Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa ha messo in scena, vista al Teatro Sociale di Brescia, la commedia di Carlo Goldoni, la prima totalmente in dialetto veneziano, “Le donne gelose”, per la regia di Giorgio Sangati.

Con l’affiatato cast composto da Fausto Cabra, Leonardo De Colle, Federica Fabiani, Elisa Fedrizzi, Ruggero Franceschini, Sara Lazzaro, Sergio Leone, David Meden, Daniele Molino, Nicolò Parodi, Valentina Picello, Marta Richeldi, Sandra Toffolatti, le scene noir di Marco Rossi, luci di Claudio De Pace e costumi di Gianluca Sbicca, è in scena il carnevale. Tradizione voleva che nel mese di gennaio o al massimo febbraio, a seconda della cadenza della Pasqua, le dame più o meno ricche potessero godersi le uscite pubbliche frequentando appunto il teatro, oppure le mascherate carnevalesche, che a Venezia assumevano il ruolo di un vero e proprio status simbol. Chi poteva andava alle feste, modo per incontrare uomini o donne, gli altri si accontentavano di vederle per la strada. Erano le maschere classiche veneziane, pertanto bianche, a coprire la metà faccia, ma erano i mantelli, i vestiti nuovi ad assumere l’importanza maggiore. Si potevano osservare i nuovi modelli e i tessuti più recenti, mentre ci si mascherava per celare sentimenti, curiosità o anche cattiverie. Qualcuno prendeva a nolo degli abiti per non farsi riconoscere, altri si indebitavano pur di comparire, di dare feste e dimostrare la ricchezza che talvolta non si aveva, o non si aveva più. Ecco allora ricorrere ai trucchi: farsi accompagnare da amici, servi, famigli pur di apparire. Le ragazze non vedevano l’ora di poter uscire, accompagnate da madri, madrine, zie, ma accompagnate sempre, perché le ragazze di buona famiglia non potevano uscire da sole. Se gli uomini, mariti o padri, ma anche padrini, zii e tutori, non permettevano le uscite, erano segnati a dito, non erano degni delle loro donne, erano “rusteghi”, come infatti Goldoni stesso sottolineerà in un’altra spassosa commedia. Adesso si mette in scena la gelosia delle donne, con il servo Arlecchino che parla veneziano pure lui, a differenza di altri testi in cui era marcato l’accento delle terre di dominio. Donne che, impotenti dinanzi alle busse dei mariti e alle loro decisioni, non potevano altro che sospettare, malignare, difendersi con le calunnie, mettere in atto le sottili arti del ricatto del pianto e del sospiro, pur di cercare di sapere la verità, alzarsi sopra altre loro simili, valere qualcosa, almeno tra le mura domestiche e sulla prole, propria o acquisita per vari motivi, come le nipoti. Allora eccoci in un interno in cui una zia sa che il marito frequenta la casa di una vedova. Le vedove avevano l’obbligo di comportarsi bene ma, allo stesso tempo, godevano di quel po’ di libertà data dal loro status. Nella commedia, la vedova di turno, Lugrezia, non pensa affatto di risposarsi, non ha figli, ma gestisce le vite di tutto il contado prestando denaro, prestando accessori e vestiario, giocando al lotto. Così ne nasce l’ennesimo grottesco quadro di incomprensioni, sottintesi e sotterfugi che sono divertentissimi per lo spettatore, meno per i personaggi che, a turno, impersonano le sfortune di una Venezia decadente. Soprattutto per la classe media che, ora, sta languendo. Goldoni ci lascia un quadretto divertente che fa, però, come sempre, anche riflettere sulla necessità di coesione sociale, di fare squadra e non di affossarsi l’uno l’altro; sulla genuinità dei rapporti che non devono essere basati sull’apparire e l’apparenza. Insomma, di nuovo il genio veneziano che esalta le scene e che viene esaltato, a secoli di distanza, dall’ottima messa in scena. Volutamente nere le scene, avrebbero tuttavia goduto di qualche squarcio di colore in più. Buona la recitazione in dialetto veneziano, che veniva compromessa dai “sopratitoli” che, per chi li necessitava, restavano troppo in alto rispetto alla scena, di cui pertanto veniva persa alcuna parte. Ho trovato perfettamente calzante la parte di tutti, ma soprattutto la caratterizzazione di Lugrezia, che sapeva agire bene sulla mimica facciale, transitando dalla perfida cupidigia agli slanci compassionevoli senza perdere lo smalto della sua simbologia. Aiutava il trucco di Aldo Signoretti, che ha curato anche le acconciature. Goldoni auspicava che la commedia avesse successo anche fuori città, come lo aveva avuto a Venezia, al suo debutto. Un successo assicurato e sottolineato da numerose uscite e tanti applausi.

 

Alessia Biasiolo

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” a Brescia

qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo_foto-francesco-squeglia_1875

(foto di Francesco Squeglia)

La Fondazione Teatro di Napoli ha portato in scena al Teatro Sociale di Brescia il lavoro di Dale Wasserman tratto dal romanzo di Ken Kesey “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, tradotto da Giovanni Lombardo Radice, adattato da Maurizio de Giovanni. Pubblicato nel 1962, il romanzo racconta l’esperienza dell’autore in un ospedale psichiatrico dove ha lavorato come volontario. Siamo in California e Randle McMurphy, delinquente condannato al carcere, riesce a farsi ricoverare in quel manicomio per sfuggire ad una dura pena. Si finge “matto”, si agita, attira l’attenzione, è pieno d’idee e iniziative e si diverte un sacco con i matterelli che girano per i reparti. Le scene convincono, in questo bello spettacolo di Alessandro Gassmann con Daniele Russo, Elisabetta Valgoi e con Mauro Marino, Giacomo Rosselli, Alfredo Angelici, Emanuele Maria Basso, Davide Dolores, Daniele Marino, Gilberto Gliozzi, Antimo Casertano, Gabriele Granito, Giulia Merelli. Convincono perché gli attori sembrano matti per davvero: uno con la camminata sincopata, i gesti plateali, la voglia di vita e di evasione; l’altro con i capelli in piedi e la faccia da scienziato pazzo, che gira per le sale dell’ospedale con una scatola di sua invenzione che crede una bomba pronta ad esplodere, ed ogni tanto lo fa, mettendosi, la sveglia che contiene, a suonare; l’altro ancora sordo e muto che però sente e parla e, forse, è ridotto così per le cure a cui è stato sottoposto. Ognuno è là per sua volontà, per farsi curare e sottostare a regole societarie che altrimenti non era in grado di seguire. E grazie a quei volti, Kesey racconta le coercizioni, l’uso e abuso di farmaci, l’uso dell’elettrochoc per fare in modo che le persone stiano tranquille e le cose possano essere comodamente gestite. Bravissima nel ruolo della suora direttrice del reparto Elisabetta Valgoi, intransigente e incapace di accettare altri modi oltre al suo di concepire la vita. Almeno tra quelle mura. L’adattamento del romanzo ambienta la storia ad Aversa, nell’ospedale psichiatrico, nel 1982.

qualcuno-volo-sul-nido-del-cuculo_foto-francesco-squeglia_2083

La forza narrativa dell’autore rimane, e forse prende respiro, grazie a de Giovanni e Gassmann che, ancora oggi, indagano la follia, la prigionia e la libertà, ma anche la solitudine, la malattia, la paura che qualsivoglia avvenimento ci tramuti in quel pazzo, in quel Randle. E che qualcuno ci impedisca di capire, di sentire, di esprimerci. Paure ataviche che vengono fermate, nella trama, da una lobotomia, cioè da qualsivoglia modo di bloccarci le ali e impedirci il nostro volo libero. Da parte di tutti coloro che non vogliono vedere, non hanno tempo per capire, non sono interessati a conoscere e a sentire se non loro stessi. Un lavoro bellissimo, che ha fatto molto ridere il pubblico in sala, quel ridere che soltanto può davvero penetrare ogni sorta di animo umano e arrivare alla riflessione profonda, vera. Tutto aiutato anche dalle videografie di Marco Schiavoni, molto interessanti e capaci di sottolineare la scena ancor più. Efficaci le scene di Gianluca Amodio, con costumi di Chiara Aversano e disegni luci di Marco Palmieri.

Belle le musiche originali di Pivio & Aldo De Scalzi.

Nessun rimpianto per l’adattamento cinematografico di Milos Forman con Jack Nicholson come interprete. Ancora un ottimo spettacolo inserito nella stagione del Sociale di Brescia.

 

Alessia Biasiolo

 

 

“Il vecchio e il mare” al Sociale di Brescia fino al 12 febbraio

 

santospago

Ha debuttato a Brescia, al Teatro Sociale, la messinscena “Il vecchio e il mare”, basata sul romanzo di Ernest Hemingway, con regia e adattamento drammaturgico di Daniele Salvo, prodotto dal CTB di Brescia.

Un lavoro bellissimo, da vedere assolutamente, perché la forza espressiva di Hemingway che per questo lavoro specifico viene ricordata soprattutto per la realizzazione del mitico film hollywoodiano, con l’adattamento di Salvo acquista spazio, volume, forza e bellezza. Infatti, la maggior parte delle persone che ricordavamo il film, anche in sala, si aspettavano un po’ di noia, ma allo stesso tempo la curiosità di vedere come un lavoro letterario potesse diventare teatrale. L’operazione è assolutamente riuscita, dopo la già bella collaborazione del CTB con Daniele Salvo in occasione di “Macelleria Messicana” che era stato un altro successo. In scena, Graziano Piazza nel ruolo di Santiago, e Stefano Santospago nel ruolo di narratore. Il ragazzino che aiuta il vecchio Santiago e che funge da suo allievo è il bravo Luigi Bignone. Ottime le scene di Alessandro Chiti e le luci di Cesare Agnoni.

piazza3La scena è composta da un tavolaccio in salita che si apre a diventare la casa del ragazzino o di Santiago, oppure si alza a diventare mare. Le luci permettono di vedere acqua scorrere e diventare impetuosa, quel mare amico-nemico che è il senso della vita di Santiago, ma anche il suo cruccio e la sua morte dentro. La storia è nota: Santiago da tempo non pesca più nessun pesce e viene guardato come un povero vecchio ormai inutile. Il mare, la vita, gli hanno girato le spalle perché ormai alla fine dei suoi giorni. Soltanto un ragazzino può stargli vicino e dimostrargli un po’ d’affetto. Santiago non sarebbe nulla senza di lui, ma anche senza la voce narrante che gli rende giustizia, gli dà carattere e forza. Santospago è Hemingway, di cui fuma il sigaro e veste il cappello, ed è ciascuno degli spettatori che indaga il perché di una vita così, di una lotta con il pesce e con gli squali, quelli che giorno per giorno cercano di portarti via quello che hai. L’allegoria del vivere comune la cerca chiunque in ogni momento dello spettacolo, ma il lavoro è denso, mai senza appigli per tenere l’attenzione, mai retorico, mai buonista, mai fuori dagli schemi tracciati da uno dei più amati narratori del Novecento. Il tutto sottolineato dalle musiche originali di Marco Podda (suono Edoardo Chiaf, costumi di Silvia Aymonino, video di Paride Donatelli), mentre un po’ di magia si impossessa degli astanti quando il pesce che si pensa solo coda e pinna, diventa lisca davvero, ancorata alla povera barca del protagonista come lo stesso Santiago è aggrappato alla sua vita di pescatore, senza la quale non sarebbe null’altro che un’ombra, un relitto umano. Pescato il più grosso pesce della sua vita, pensa a quanto dovrà veleggiare per tornare a casa, quanto ha remato fin lì, molto fuori dai suoi soliti schemi, dalle solite rive. Pensa a quanti soldi potrà ricavare dalla vendita del pesce, che è stato costretto a inseguire e a uccidere, anch’esso così disperatamente attaccato alla vita. In fondo, però, i soldi che potrebbero permettergli un vestito nuovo e del cibo tutti i giorni, sono solo un pretesto di sogno e il senso del tutto è la fatica, l’ingiustizia, la lotta per dimostrare chi si è e cosa si vale.

Un lavoro riuscitissimo, con un Hemingway ancora vitale, pur se dal tavolato di un palcoscenico.

(foto fornite dal CTB)

Alessia Biasiolo

Il coraggio di dire no. Perlasca a Brescia il 6 febbraio

spettacolo-perlasca-foto-di-alberto-scandolara

(foto di Alberto Scandolara)

Uno spettacolo come pochi. Ricordare, tramandare, le solite parole che sembrano vuote di senso, soprattutto quando la frase stantia “Ricordare per non commettere gli stessi errori” si scontra con la dura realtà degli attuali atti di violenza, spesso simili, in modo raccapricciante, a quelli raccontati in un testo indimenticabile. In scena solo un uomo. Già questo sottolinea come basti solo una persona per cambiare la vita di molte altre: la differenza, in questo caso, tra la vita e la morte nella storia di Giorgio Perlasca. Raccontata in modo assolutamente partecipe e affettuoso da Alessandro Albertin, autore di questo testo bellissimo e interprete del monologo capace di tacitare, assolutamente silenzio assoluto, intere scolaresche. Otto le repliche previste a Brescia, alle 10.30 e alle 15.00 scolastiche e stasera per “il pubblico adulto pagante” (fuori abbonamento) come lo chiama Albertin. La replica di stasera è esaurita, pertanto, in accordo con il CTB, ci sarà la possibilità di partecipare ancora a delle repliche il prossimo 6 febbraio, sia per le scuole che serale (così abbiamo saputo dall’attore). Il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri, di Brescia è perfetto per la rappresentazione, scelta per commemorare la Giornata della Memoria, promossa a Brescia, oltre che dal CTB, dal Comune di Brescia, dall’Associazione Familiari Caduti Strage di Piazza Loggia e dalla Provincia di Brescia, nell’ambito di un nutrito programma di iniziative. Trovo, tuttavia, senza nulla togliere a tutti i doverosi altri strumenti per raggiungere ogni sensibilità, ogni modo di ricordare e di pensare, che questo “Il coraggio di dire no”, proprio per come è stato strutturato e realizzato, colpisca corde profonde in modo massiccio e totale. Comunque, ora parliamo di teatro e di questo lavoro a cura di Michela Ottolini, che ha il patrocinio della Fondazione Giorgio Perlasca (gestita dal figlio e dalla nuora di Giorgio), in collaborazione con SPAZIO MIO Overland teatro, produzione Teatro de Gli Incamminati-Teatro di Roma.

Alessandro Albertin ha pensato di raccontare la storia di Giorgio Perlasca nel dicembre di cinque anni fa, quando ha accompagnato suo padre al cimitero del paese d’origine, Maserà, in provincia di Padova, dove l’uomo era nato nel 1943. Il padre di Albertin è sepolto a pochi metri di distanza da Giorgio Perlasca, nativo di lì, di Maserà, e probabilmente lo conosceva, lui barbiere, nel cui salone si parlava di alcune storie, di un certo uomo che aveva fatto qualcosa in Ungheria, forse aveva salvato della gente.

Giorgio Perlasca, infatti, non aveva raccontato nulla, o quasi, della sua storia assurda quanto terribilmente vera e preziosa e proprio per questo è stato nominato Giusto delle Nazioni e il suo albero è a Gerusalemme, a ricordarlo nel modo forse più consono, più elegante e silenzioso. Modo altrettanto bello per Albertin di ricordare il suo papà, in un legame di intenti e di storia che è profondo e di quella profondità vera che non smette di commuovere l’attore in scena e di convincere, così, centinaia di ragazzi delle scuole, muti a sentirlo e guardarlo, trascinati da parole, toni, luci e sentimenti in una storia che rimane dentro. Già, perché mentre nasceva il papà di Albertin, Perlasca era a Budapest, nel 1942, 1943. Si occupava di comperare bestiame da inviare in Italia per il macello. Conosceva bene e amava la bella città sul Danubio, al tempo filonazista; conosceva bene anche la stazione e i carri bestiame: lui li mandava a sud, qualcun altro li mandava a nord, diretti ai campi di sterminio.

Giorgio Perlasca era fascista: aveva combattuto come volontario durante la guerra civile spagnola, meritando una lettera-salvacondotto di Francisco Franco, da usare in caso di necessità. E così sarà. La sorte e la forza di un uomo si incontrano dopo l’8 settembre 1943: l’Italia dichiara l’armistizio. Perlasca resta senza lavoro perché la sua azienda chiude immediatamente. Gli italiani sono guardati con sospetto, compreso lui che, malgrado fosse fascista, contestava le leggi razziali e quei giochi spaventosi di molti tedeschi, e molti ungheresi delle Croci frecciate, che sparavano agli ebrei anche per strada, tanto erano da eliminare. Senza passaporto, senza lavoro, Perlasca comincia ad avere paura di fare la loro stessa fine e allora va all’ambasciata spagnola e, vantando la lettera del generalissimo, riesce ad ottenere il passaporto spagnolo e l’egida di diplomatico. Vuole fare qualcosa e, in quel momento, qualcosa significava difendere e salvare gli ebrei che chiedevano aiuto, soprattutto se ebrei spagnoli, ma anche solo perché sembrava che l’ambasciata spagnola si occupasse di loro. Inizia allora la lotta contro il tempo, contro gli ideali antiebraici, contro l’idea della razza ariana, contro la violenza gratuita, contro la propria stessa paura. Inizia la trattativa con le autorità, inizia la disperata e folle catena di giornate contro il massacro, l’invio nelle camere a gas, le uccisioni sulle rive del Danubio. Albertin in scena interpreta vari toni, vari accenti, vari personaggi. La sua bravura è sostenuta da questo testo e dalla storia che vive come se Perlasca, adesso Jorge Perlasca, fosse lui. Jorge riuscirà a salvare migliaia di vite, una delle quali Lili, bambina, che riuscirà a fare scendere dal treno diretto ad Auschwitz e che rincontrerà nel 1957, ragazza felice diretta in Canada a cercare fortuna. Saranno però due ungheresi sulla sessantina, nel 1988, a trovarlo a Maserà e a scoperchiare la verità. La coppia lo stava cercando da tempo e portava ancora in borsa il foglio di tutela che aveva salvato la vita. La firma quella di Perlasca che si era addirittura spacciato per il console di Spagna quando il vero era dovuto rientrare nel proprio Paese. Da quel momento, la storia di Giorgio si saprà e meriterà l’attenzione internazionale.

Un po’ meno quella italiana. Giorgio Perlasca era un personaggio scomodo, che non aveva rinnegato la sua appartenenza fascista, che aveva dichiarato di avere fatto tutto quanto come uomo e non come cristiano cattolico, che non era proprio così simpatico alla sinistra. Sta di fatto che di tanta gente non se ne sa più niente, con i propri dinieghi, la propria spocchia giudicante, mentre Perlasca è una luce fulgida in grado di dirci che sì, si può dire la verità, si può dire no, anche quando è difficile e scomodo e tutti dicono il contrario. Rimanere se stessi, o imparare ad esserlo, è l’insegnamento più grande che resta dal lavoro di Albertin, oltre all’insegnamento su quell’uomo straordinario della provincia di Padova. La possibilità di riconoscere le situazioni e di opporvisi se necessario. Perlasca era fascista, ma non aveva accettato le leggi razziali, pertanto la sua storia insegna che si può abbracciare un’idea ma non per questo in toto, se quello che professa è contrario alla propria etica. Insegnare a ricordare, a capire, è difficile per quanto necessario e sempre “di moda”, dal momento che ci troviamo davanti anche oggi a delle necessità e impellenze a tratti simili a quelle narrate: salvare la vita di fronte a gente che pensa qualcuno non ne abbia diritto. Pertanto, se qualcuno pensa alla Giornata della Memoria come ad un momento per lavarsi la coscienza, legga, grazie ad Albertin-Perlasca, che è il giorno di partenza per riflettere e approfondire le proprie nozioni e convinzioni in difesa della libertà e della giustizia.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“L’ora di ricevimento” per la regia di Placido al Sociale di Brescia

lora-di-ricevimento-4

“L’ora di ricevimento”, di Stefano Massini, prodotta dal Teatro Stabile dell’Umbria, è una divertente commedia ambientata in Francia diretta da Michele Placido e interpretata da Fabrizio Bentivoglio, con la partecipazione di Francesco Bolo Rossini, Giordano Agrusta, Arianna Ancarani, Carolina Balucani, Rabii Brahim, Vittoria Corallo, Andrea Iarlori, Balkissa Maiga, Giulia Zeetti, Marouane Zotti. Una voce cantante di Federica Vincenti, musiche originali di Luca D’Alberto, costumi di Andrea Cavalletto e scene di Marco Rossi. Bentivoglio è il professor Ardeche, insegnante di Lettere in una scuola della banlieue Les Izards, ai margini dell’area metropolitana di Tolosa. Il professore accoglie gli spettatori nella sua aula, umidiccia, un po’ ammuffita e sempre uguale, anno dopo anno, con una porta, una finestra, due file di neon sulla testa, la cattedra e i banchi per i suoi tredici allievi. Nessuno ha un cognome locale, tutti sono immigrati, la nuova generazione della nuova umanità mondiale, esempio della mescolanza della buona globalizzazione.

michele-placidoIl professore, nel suo monologo iniziale, si dimostra subito come professionista da anni, della scuola di insegnanti classica che ancora non ha acquisito le novità scolastiche e che, dunque, etichetta i suoi allievi. Dà a ciascuno un appellativo che non può non piacere alla platea e ai molti insegnanti e studenti presenti in sala, che ridono di scene già viste e spesso usuali nella scuola dell’obbligo. Ardeche insegna in una scuola media, di primo grado; i suoi allievi hanno circa undici anni, ma di loro sono già evidenti i segni della futura età adulta. C’è il missionario, il ragazzo sempre in fuga, quello incantato dalla finestra, insomma, ognuno con il proprio mondo che non si lascia scalfire da ciò che avviene in classe. Tanti soggetti insieme che, però, sono soli e tali restano, sia durante la lezione che dopo. A scuola i soliti eventi: il vetro infranto da una pallonata, le risate, le burle del mondo degli adulti. Il professore che sogna i problemi perché, in fondo, è terrorizzato da ciò che può succedere, originato da quel micro-macrocosmo che sono gli studenti, uno ad uno. E poi, la fatidica ora del ricevimento. L’incontro con le famiglie. La ricerca, ancora malgrado le disillusioni, di avere un interlocutore con cui discutere del bene dei bambini. Invece…

I genitori che vanno a scuola se la prendono con l’insegnante, portandosi appresso i propri vizi e scarse virtù. Gente che pensa le sia tutto dovuto dal mondo circostante, indipendentemente da dove venga, e che cerca scappatoie che la faccia per un momento sentire meno frustrata, meno numero in una società di numeri.

La commedia, molto divertente e nella quale è facile immedesimarsi, ritrae uno spaccato contemporaneo che va oltre il teatro e oltre la scuola, sottolinea, con l’ottima regia, le problematiche che devono necessariamente essere affrontate, se si vuole una società nel vero senso della parola. E che parte dalla scuola. Una scuola frustrante per tutti, perché non viene posta al centro di una strategia di progettazione del futuro, pertanto, appunto, discarica di tutti i problemi sociali, risolti e irrisolti. Chi vuole saperla più lunga del professore, l’insegnante che non ce la fa più e si lascia sopraffare da un manipolo di discoli; la madre che cerca una via d’uscita attraverso la figlia al proprio tunnel; il padre che cerca di vantare un’appartenenza culturale o religiosa, senza immaginare di avere di fronte persone come lui, che parlano la sua stessa lingua o la capiscono e che, quindi, non lo possono fare sentire diverso. E appunto, e questo è interessante, quella diversità che viene sbandierata e messa in primo piano per cercare di essere di più e meglio degli altri, sempre facile e comodo, molto di più di studiare per emergere in se stessi. Alla fine tanti interrogativi su dove, e soprattutto come, stiamo andando, ma anche una spassosa serata all’insegna del divertimento, perché niente meglio della risata ci può fare sentire più normali, ci può far prendere meno sul serio e ci può fare ricordare che chiunque non sia capace di ridere di se stesso e voglia cancellare l’ironia dal mondo, non è ancora cresciuto abbastanza.

Da vedere.

(foto U.S. CTB)

Alessia Biasiolo

Premio UBU migliore attrice 2016 a Elena Bucci

 

 elena-bucci-foto-gz-pictures

Il CTB di Brescia esulta per il premio UBU come migliore attrice 2016 a Elena Bucci per gli spettacoli “La locandiera” produzione proprio del CTB, “La Canzone di Giasone e Medea” sempre produzione CTB nella Stagione di prosa 2015/16, “Macbeth Duo”, “Bimba. Inseguendo Laura Betti”.

La premiazione della trentanovesima edizione dei Premi Ubu, curata dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, con il patrocinio e contributo del Comune di Milano e in collaborazione con Ateatro e Il tamburo di Kattrin, si è svolta il 14 gennaio scorso a Milano, negli studi Rai di Piazza Verdi, a cura di Elio Sabella.

Il Premio Ubu per il teatro – l’unico realizzato totalmente in forma di referendum, da 39 anni – è, storicamente, un riconoscimento dallo sguardo lungo, che cerca di individuare non solo il meglio che c’è, ma quello che verrà, aprendosi alle nuove prospettive. I premi sono stati decretati dai voti di una giuria di 59 referendari, tra critici e studiosi teatrali e abbracciano diversi ruoli del teatro, dalla regia agli attori e attrici, dalla scenografia alla drammaturgia contemporanea, fino allo spettacolo dell’anno e ai ‘premi speciali’, destinati a segnalare realtà trasversali, non contemplate dalle altre categorie.

“Un po’ stordita dalla mia fortuna e tra qualche capriola di gioia, ringrazio con tutto il cuore chi ha voluto darmi questo Premio, che mi incoraggia a future ardite visioni e allo stesso tempo mi evoca personalità, volti, spettacoli, progetti che sono emozionanti memorie e storie del teatro. Mi parla del mistero e della grazia del nostro mestiere e del suo gioco che sempre con stupore si rinnova mentre si innesta in una tradizione antica che si perde nel tempo. Riporta in luce il desiderio di incontrarsi e lavorare insieme in nome del valore e del piacere dell’arte nella vita di tutti e di ogni giorno.

Lo dedico quindi, grata a chi mi ha concesso di trovarmi in tanto straordinaria compagnia, a chi non c’è più ma resta nella maestria, a chi mi ha accompagnato e sostenuto fino a qui con qualità e dedizione, a chi lavora con coraggio e passione nella luce e in ombra e a chi ancora non c’è, ma porterà con sé il teatro del futuro”, ha affermato Elena Bucci.

 

Silvia Vittoriano (foto GZPictures)

 

 

 

 

La Befana al Sociale di Brescia

Estremamente interessante proporre la magia al Teatro Sociale di Brescia, idea che potrebbe essere inserita stabilmente nella programmazione di prosa annuale, come spettacolo fuori abbonamento. Bello che l’artista bresciano noto come Erix Logan (Erix come lo chiamavano già da bambino, Logan in onore al Canada) abbia avuto il palcoscenico per salutare i bresciani e ricordare da dove è partito per la sua sfolgorante carriera mondiale, con molti riconoscimenti per la capacità di incantare con la magia, l’illusione e tutte le sfaccettature dell’arte del “mago”. Lo spettacolo del giorno dell’Epifania, stracolmo di gente e con tanti bambini portati a teatro dai genitori, bellissima visione d’insieme per avvicinare al teatro anche coloro che forse lo pensano come esulante dai propri interessi, è stato discreto. Molto interessante per la seconda parte, dopo l’intervallo, perché più intensa la scaletta e con meno parti “narrate”, a voler spiegare una magia che non deve essere proprio spiegata per definizione. Troppo mentali le didascalie, le spiegazioni (superflue) e meno spazio lasciato alla dimostrazione pratica che avrebbe reso ben meglio le qualità del nostro. Lo spettacolo è anche, e talvolta soprattutto, questione di ritmo, pertanto la spiegazione della propria arte con esempi di illusioni o altro avrebbe di certo giovato allo spettacolo stesso. Nell’era appunto, come ha detto Logan stesso, delle immagini in rete di “maghi” improvvisati, vederne uno vero dal vivo agire come tale un po’ di più sarebbe di certo stato più educativo, più convincente e più “magico” di tante parole. Il legame di cuore e la comprensione di cuore basta renderli evidenti con lo stretto rapporto con l’artista Maya, così come il messaggio solidale che, bellissimo, stava rischiando di diventare moralisteggiante. Nel complesso uno spettacolo carino, con alcuni spunti davvero interessanti. Bello l’intervento di Codega che, soggetto di un nuovo “esercizio” di Logan, ha raccontato la sua storia come parte di una magia: sapere sopravvivere ad un incidente stradale, trovare in sé ancora la voglia di vivere, di praticare sport seduto su una sedia a rotelle e di immaginare di avere una bacchetta magica per eliminare pregiudizi e barriere architettoniche. Codega, che aveva sfidato Logan alla Versiliana di Marina di Pietrasanta durante la presentazione del suo bel libro, ha raccolto l’elaborazione della sfida del “mago” (bellissimo poter chiamare così una persona: il mago è chi sa rendere magico un momento e, purtroppo, oggi ce ne sono pochi di maghi-illusionisti davvero). Le possibilità erano tre: essere sparato da un cannone, volare, essere tagliato a metà. Tutti esercizi classici dell’arte dello stupire. Dei tre, Logan ha scelto di fare volare, carrozzina e tutto, l’atleta-scrittore che, evidentemente emozionato e forse un po’ terrorizzato, ha volato davvero davanti agli occhi di tutti i presenti. Gli applausi sono stati tanti, sinceri, per entrambi e, mi permetto di sottolineare, per un’amicizia che si è vista sul palco. L’amicizia di persone che non per forza si frequentano e si conoscono da tanto tempo, non lo so e non è importante saperlo, ma l’amicizia che è possibile anche per pochi attimi, sempre tra le persone. Quei pochi istanti che portano alla meraviglia, allo stupore, alla felicità, alla gioia di vivere. Questo si è visto sul palco del Teatro Sociale di Brescia ed è stato un bel modo per festeggiare la Befana, come ci piace chiamarla. Certo, lo spettacolo bresciano di Logan non è stato bello solo per questo, sarebbe sminutivo affermarlo. Tuttavia proprio questo sketch permette di spiegare quanto volevo esprimere sopra: le parole sì, ma poi i fatti, tanti fatti buoni e belli come quelli visti in scena (anche le lucciole, ad esempio, dopo la donna sparita e riapparsa, l’escapologia dalla cassa chiusa, eccetera) che tolgano un po’ il palcoscenico, specialmente televisivo, a tante, troppe parole che finiscono per apparire vuote di senso.

Torna a Brescia ancora, Erix, città dalla quale si parte sempre per creare qualcosa di buono!

 

Alessia Biasiolo