Ancora visitabile la rassegna di immagini e documenti sugli statuti comunali di Ferrara del 1173

Ci sarà tempo ancora fino al 29 febbraio 2020 per ammirare la mostra “Voci dalle Pietre. La Cattedrale di Ferrara e gli statuti epigrafici del 1173”, allestita nella Sala Ariosto della biblioteca comunale Ariostea (via Scienze, 17 – Ferrara) e a ingresso gratuito. La conclusione, inizialmente prevista per il 18 gennaio scorso, è stata infatti prorogata di qualche altra settimana.

Gli antichi statuti, oggetto della mostra, rappresentano le prime leggi adottate per regolare la vita sociale della città di Ferrara e risalgono al periodo del libero Comune, antecedente il dominio della Signoria estense. Ad accrescerne il valore, pressoché inestimabile, è il fatto che sono stati scolpiti su lastre di marmo (tuttora visibili solo in parte) sul fianco meridionale della Cattedrale, divenuta così il “monumento parlante” della prima civiltà comunale ferrarese.

L’esposizione, oltre alle immagini fotografiche delle iscrizioni, raccoglie antichi documenti d’archivio inediti e mira a fare da volano per nuove ricerche, da condurre anche con le moderne strumentazioni a disposizione.

La mostra rappresenta il frutto di un accurato lavoro di ricerca condotto da un ampio team di studiosi e esperti, tra cui Michele Pastore, Marco Zuppiroli, Veronica Vona, Alessandro Iannucci, Francesco Scafuri, Fede Berti, Riccardo Dalla Negra, Francesco Guardaldi, Mirna Bonazza, Giovanni Lamborghini e Keoma Ambrogio.

La mostra, visitabile negli orari di apertura della biblioteca (dal lunedì al venerdì 9 – 19, sabato 9- 13), è promossa dall’associazione Ferrariae Decus in collaborazione con l’Arcidiocesi di Ferrara e Comacchio, il Capitolo della Cattedrale di Ferrara, il Comune di Ferrara, la Biblioteca Ariostea, Archibiblio Ferrara, l’Università degli Studi di Ferrara, il Dipartimento di Architettura Ferrara, l’Università di Bologna e Framelab.

 

Alessandro Zangara (anche per le fotografie)

 

Laboratorio di scheggiatura della selce a Ferrara

Qual era la pietra più usata dagli uomini della Preistoria e come veniva lavorata per produrne strumenti utili per le attività quotidiane? Per rispondere a queste e ad altre domande sui nostri antenati il Museo civico di Storia Naturale di Ferrara (slargo Florestano Vancini 2 – già via de Pisis 24) attende i bambini dai 5 ai 12 anni sabato 15 febbraio 2020 alle 15,30 per un laboratorio di scheggiatura della selce.

“Attraverso un percorso tattile  – spiegano gli organizzatori – andremo alla scoperta dei principali manufatti costruiti dall’uomo preistorico e delle tecniche di lavorazione della pietra. Impareremo come gli uomini preistorici utilizzavano la selce: i gesti e i metodi necessari a scheggiarla e a renderla uno strumento indispensabile per la loro sopravvivenza. E infine, i partecipanti potranno cimentarsi nella realizzazione di uno strumento in selce e provare la sua efficacia”.

I laboratori, inseriti nel programma di attività didattiche per ‘Apprendisti scienziati’, sono organizzati dal Museo di Storia Naturale in collaborazione con l’Associazione Didò, che conduce le attività. Per partecipare è necessaria la prenotazione, da effettuare contattando la sezione didattica del Museo al numero 0532 203381 (lunedì, mercoledì, venerdì – dalle 9 alle 12,30) o all’indirizzo dido.storianaturale@gmail.com. Il costo è di 6 euro per bambino e 2 euro per l’adulto accompagnatore.

Ulteriori informazioni alla pagina http://storianaturale.comune.fe.it

 

Alessandro Zangara

Attesi 7 mila runner alla mezza maratona “Giulietta e Romeo”

Gli innamorati potranno correre insieme, ma al nastro di partenza saranno numerosi gli atleti, così come le famiglie con bambini, per le quattro iniziative sportive targate “Giulietta e Romeo”. Domenica 16 febbraio, tra le vie del centro di Verona, torna la Gensan Half Marathon, gara podistica internazionale da 21 chilometri. Un’edizione, la 13esima, storica, perché ospita il Campionato italiano Fidal di mezza maratona sia maschile che femminile per le categorie Assoluti, Promesse e Juniores. Di fatto, sarà la mezza maratona più importante d’Italia in questo 2020, per una gara che si preannuncia di altissimo livello tecnico.

Gli eventi. Quest’anno sono quattro. Si parte già il sabato, con City sightseeing run”, allenamento pre-gara gratuito con partenza alle 10.30 dalla circonvallazione Maroncelli. Un’occasione per quanti vorranno provare il percorso della competizione e godersi le bellezze della città, momento particolarmente gradito soprattutto dagli atleti esteri.

La mezza maratona e la staffetta non competitiva Duo Marathon partiranno alle 10 dallo Stadio per arrivare in piazza Bra. Da qui, alle 9, partirà invece la Monument Run, camminata lungo gli ultimi 5 chilometri della mezza maratona.

La medaglia. È in realtà aumentata, la prima al mondo, e sarà consegnata a tutti gli atleti che concluderanno la mezza maratona. Si chiama “QR Code 45” ed è stata realizzata dagli studenti del triennio della Scuola di Design dell’Accademia di Belle Arti, all’interno di un contest rivolto a tutti gli studenti.

La medaglia ha un’inedita forma rettangolare che ricorda la sagoma di Ponte Pietra sulla base, su cui si inserisce la scritta 2020. Attraverso il QR Code presente in ciascuna medaglia, gli atleti potranno accedere direttamente a foto e video del sito di Veronamarathon. Le immagini di Verona saranno così veicolate in tutto il mondo attraverso i partecipanti alla gara.

Ad oggi sono oltre 7 mila gli iscritti alla mezza maratona e alla Duo Marathon, provenienti da tutta Europa.

Per la prima volta, partecipa all’iniziativa anche l’associazione Respiriamo Insieme onlus, che unisce soggetti con problemi respiratori che usano l’attività sportiva per affrontare la patologia.

Le iscrizioni sono ancora aperte. Dalle ore 15 di venerdì 14 febbraio potranno essere effettuate direttamente all’Agsm Forum, dove verranno consegnati anche i pettorali di gara.

“Una manifestazione che ormai fa parte delle tradizioni sportive della città e che, negli anni, ha ottenuto importanti riconoscimenti sia dalla Federazione italiana di atletica leggera che da parte di atleti e maratoneti – ha commentato l’assessore allo Sport Rando -. Far conciliare questi eventi sportivi con la vita cittadina non è sempre facile, ma crediamo che iniziative di questo livello costituiscano un valore aggiunto, valorizzando Verona e rendendola una tra le città più vivaci e dinamiche. Ringrazio pertanto gli organizzatori e i tanti volontari che renderanno possibile e sicuro l’evento”.

Tutte le informazioni su percorso di gara, iscrizioni ed iniziative sono disponibili sul sito giuliettaeromeohalfmarathon.it e sul sito del Comune.

 

Roberto Bolis

 

Una “Domenica in musica” dal barocco al nu-jazz con il Trio Loi/Ghetti/Bonuccelli

Protagonista della prossima “Domenica in musica”, domenica 9 febbraio alle ore 11 nel Primo Foyer del Teatro Carlo Felice, sarà il trio composto da Franceso Loi, Guido Ghetti (rispettivamente primo flauto e primo oboe dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice) e dal pianista Dario Bonuccelli, attivo camerista genovese e solista di fama internazionale, nonché docente presso il Conservatorio di Alessandria.

Il programma proposto è un insieme assai vario per generi, stili e sonorità e permette una visione completa e molto interessante delle possibilità tecniche ed espressive degli strumenti coinvolti.

Il concerto comincerà, dunque, con la Trio sonata in re minore per flauto, oboe e pianoforte di Carl Philip Emanuel Bach (1714-1788), secondogenito del celeberrimo Johann Sebastian, considerato uno degli iniziatori della musica strumentale moderna e fondamentale collegamento tra la polifonia barocca del padre ed il successivo stile galante.

Segue poi il Trio in Mi bemolle maggiore op. 74 di Karl Eduard Goepfart (1859-1942). Nome forse sconosciuto ai più, Goepfart, dopo studi di pianoforte a Weimar (anche come allievo di Liszt), fu grande direttore d’orchestra e prolifico compositore.

Con un drastico cambio di toni e stili, poi, il concerto prevede i Três valsas para três locos di Vagner Cunha (classe 1973), giovane ed eclettico artista brasiliano. Vincitore di numerosi premi sia per musiche originali che per arrangiamenti per il cinema, è un compositore interessato a diversi stili e generi musicali, con un occhio di riguardo al nu-jazz (caratterizzato da una forte contaminazione tra sonorità ed armonie jazz con elementi da diversi stili quali funk ed electronic dance music).

L’esibizione del trio terminerà, infine, con il Duo Brillant Guillaume Tell di Jules Demersseman (1833-1866) e Felix Charles Barthelemy (1829-1868), pezzo frizzante ed allegro che segue la tradizione ottocentesca di combinare la diffusione di celebri pezzi d’opera in versione cameristica con la dimostrazione delle abilità virtuosistiche dei solisti coinvolti.

Al termine del concerto, un aperitivo informale.

Ingresso: € 8 (intero), € 6 (ridotto under 26). Orari di biglietteria: martedì-venerdì dalle 11:00 alle 18:00, sabato dalle 11:00 alle 16:00 e un’ora prima dello spettacolo. Apertura domenicale in occasione del ciclo “Domenica in musica”: ore 10:30-11:15.

 

 

Massimo Pastorelli

Bellissimi “124 secondi” al Teatro Mina Mezzadri di Brescia

È andato in scena nei giorni scorsi al Teatro Santa Chiara-Mina Mezzadri di Brescia, il bel lavoro teatrale prodotto dal CTB e dal Teatro Telaio dal titolo “124 secondi”, con Alessandro Mor e Alessandro Quattro, scritto e diretto da Angelo Facchetti, scene e costumi di Giuseppe Luzzi, disegno luci di Stefano Mazzanti, Silvia Mazzini consulente filosofica.

Un lavoro ben fatto e molto ben interpretato, portando a conoscere al più vasto pubblico una storia quasi dimenticata, una commistione di storia, politica, razzismo e antirazzismo, con un finale capace di toccare le corde più profonde di ciascuno: quel che resta è l’uomo e la sua umanità, al di là di barriere, finte barriere, mode, politiche, strilloni e pubblicità.

 

 

 

 

 

La storia è quella di due pugili prigionieri di convenzioni sociali: l’uno tedesco e bianco in una Germania diventata nazista; l’altro americano e nero, negli Stati Uniti della discriminazione e segregazione razziale. Mor e Quattro sono narratori, attori, giornalisti e storici. Sono due uomini che si scontrano rappresentando idee diverse. Sono due uomini che si interrogano sul presente e sul senso di tutto quanto sta accadendo intorno a loro, nel 1936 e nel 1938. Nel 1936 Max Schmelling è il più grande e famoso pugile tedesco, bianco e sufficientemente biondo, ma inviso ad Hitler e alla politica nazista perché diventato famoso durante la Repubblica di Weimar di cui tutto dev’essere cancellato. Il pugile va negli Stati Uniti e, grazie al suo manager, ebreo, rimedia l’incontro con il pugile americano che faceva sognare tutti, Joe Luis. Joe Luis è il primo pugile nero campione del mondo dei Pesi Massimi, l’unico che può picchiare un bianco e riceverne degli applausi. Lo scontro ideologico che si vede in scena è quello, ben detto, di un’America paladina di libertà e democrazia in cui una larga fetta della popolazione non è libera di esistere, in cui Joe Luis fa comodo perché fa fare un sacco di soldi venendo usato dalla macchina organizzativa della boxe. E quell’America si scontra con l’ideologia nazista, già invisa, per cui un bianco, ariano, deve dimostrare la sua superiorità su un nero. Infatti, nel 1936 i due si battono e Schmelling vince, mettendo Joe Luis a tappeto. L’incontro porta Max ad essere osannato dal partito al governo nel suo Paese, che lo rende il simbolo della Germania che tutto può, che tutto schiaccia grazie alla sua superiorità razziale. Pazienza se gli organizzatori sono stati ebrei, dato che la boxe è praticamente in mano loro negli U.S.A. L’incontro, però, di certo sottovalutato da Joe Luis che pensava di sconfiggere il più vecchio rivale facilmente e senza allenamenti idonei, non è valido per il titolo per il quale Joe Luis è stato imbattuto, così si arriva al fatidico 22 giugno 1938, davanti a settantamila persone. Quindici round di tre minuti ciascuno. Joe Luis batte l’amico Max Schmelling all’ottavo round per KO tecnico. Mor e Quattro diventano allora due giornalisti, uno per Paese, che raccontano l’evento in due modi diversi, dimostrando come la manipolazione politica, la politica del consenso, la capacità di far credere ciò che si vuole quando si vuole, stritolano le persone, rendendole cenere o eroi, a seconda dell’opportunità. Gli Stati Uniti battono, in quel momento, la Germania hitleriana in cui la capo della propaganda Goebbels aveva investito su Schmelling, divenuto simbolo della razza ariana.

 

L’unica verità vera è la dimostrazione che i due pugili erano entrambi dei grandi campioni, dei grandi sportivi. Joe Luis aiuterà Max Schmelling a rifarsi una vita negli Stati Uniti, divenendo un uomo di successo. Lui, abbandonato da tutti, morirà giovane senza i soldi per pagarsi il funerale. Unico amico Max: l’amicizia tra i due assurge a simbolo della potenza del bene, del rispetto che supera le barriere, della forza morale che distrugge l’onnipotenza di ogni ideologia. Perché alla fine restano le persone. Eccezionalmente bravi i due attori, con ottimi accorgimenti tecnici che rendono la scena entusiasmante, pur nella sua semplicità. Efficaci le trovate sceniche rese, però, dall’altissima capacità recitativa dei due che vengono applauditi dal pubblico con molte uscite.

Uno spettacolo che merita di essere visto; un’ora che rapisce, proprio come un vero incontro di boxe.

 

Alessia Biasiolo

Foto di scena di Mario Barnabi, fornite dal CTB

 

 

Pinocchio nei costumi di Massimo Cantini Parrini a Prato

Fino al prossimo 22 marzo, sarà possibile visitare la mostra dedicata ai costumi di Pinocchio dell’omonimo film di Matteo Garrone, al Museo del Tessuto di Prato (Via Puccetti, 3).

La mostra presenta in anteprima assoluta l’ultimo lavoro del costumista Massimo Cantini Parrini, oltre trenta costumi realizzati per il film di Garrone, nelle sale cinematografiche.

Massimo Cantini Parrini è l’unico costumista italiano ad aver vinto David di Donatello consecutivi, oltre a Nastri d’Argento, Ciak d’oro, vari prestigiosi riconoscimenti in Festival internazionali e l’EFA, European Film Award nel 2018.

La mostra è articolata in due sezioni. La prima dedicata al costumista e al suo lavoro di studio e ricerca, con una ricca selezione di campioni di tessuto e bozzetti di preparazione dei costumi. La seconda presenta i costumi di scena del film “Pinocchio” selezionati per complessità ed efficacia narrativa, accompagnati da immagini e accessori. Di grande valore sono anche gli abiti storici provenienti dalla collezione personale di Cantini Parrini, sia maschili che femminili sette-ottocenteschi, primo riferimento stilistico per la realizzazione delle sue produzioni.

La mostra è aperta dal martedì al giovedì dalle 10 alle 15, e dal venerdì alla domenica dalle 10 alle 19. Previsto un biglietto d’ingresso.

 

la Redazione

 

Divismo e passioni drammatiche in Adriana Lecouvreur, al Teatro Carlo Felice

Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea non è mai stata messa in scena al Teatro Carlo Felice: la sua ultima rappresentazione genovese fu al Teatro Margherita nel 1989, oltre trent’anni fa. Grande attesa e curiosità, dunque, per il ritorno a Genova di questo titolo, in cartellone al Teatro Carlo Felice dal 12 al 16 febbraio.

La protagonista dell’opera è ispirata a una figura realmente esistita: l’attrice Adrienne Lecouvreur, regina delle scene teatrali parigine degli inizi del ’700, ammirata e amata sia dal pubblico che dagli artisti e intellettuali dell’epoca, tra cui Voltaire, morta in circostanza misteriose. Si racconta, infatti, che fosse stata assassinata dalla Principessa di Bouillon, sua rivale in amore, attraverso un mazzolino di viole avvelenate. Il fascino e il mistero della vicenda colpirono Eugène Scribe, che ne trasse un dramma, diventato un cavallo di battaglia di Sarah Bernhardt, da cui Arturo Colautti ricavò il libretto per l’opera di Cilea.

Prediletta dai più grandi soprani del ’900, Adriana Lecouvreur è senza dubbio il capolavoro del compositore calabrese, il titolo in cui riuscì a esprimere in modo più completo il suo stile, originale nel teatro musicale italiano di quegli anni. Mentre la maggior parte degli altri operisti inseguiva i successi della linea verista, Cilea preferì rivolgersi alle raffinatezze dell’opera francese, da cui prese il gusto per la melodia sempre in primo piano (come nella pagina più celebre dell’opera, “Io son l’umile ancella”), accompagnata da armonie ricercate e da colori orchestrali ricchi di sfumature. Andata in scena per la prima volta nel 1902 al Teatro Lirico di Milano, Adriana Lecouvreur ottenne fin da subito un grande successo di pubblico, anche grazie all’effetto coinvolgente dato dall’alternanza tra momenti intimi, slanci passionali e parentesi comiche (il dietro le quinte della Comédie-Française è descritto con garbata ironia).

Il Teatro Carlo Felice di Genova propone Adriana Lecouvreur nell’allestimento dell’Associazione Lirica Concertistica Italiana (As.Li.Co.) con la regia, le scene e i costumi di Ivan Stefanutti (assistente alla regia Filippo Tadolini). Una rilettura della vicenda originale che sposta l’ambientazione ai primi del ’900, negli anni iniziali della storia del cinema, con i primi conseguenti fenomeni di divismo femminile. Adriana, nell’idea di Stefanutti, diventa così una sorta di Lyda Borelli, una delle prime grandi dive del cinema muto. «Una definizione della Borelli – spiega il regista – mi ha fatto pensare che una strada interessante era quella di ambientare l’opera nell’epoca in cui il teatro e il neonato cinema respiravano la stessa aria e le stesse emozioni. Un mondo ancora in bianco e nero fatto di forti contrasti. Anche il libretto mi suggeriva l’atmosfera di quegli anni venata di decadentismo che consentiva di vivere con estrema emotività tutte le vicende di amore e gelosia.»

Sul podio dell’Orchestra e del Coro del Teatro Carlo Felice (preparato da Francesco Aliberti), Valerio Galli, direttore particolarmente attento al repertorio operistico italiano degli inizi del secolo scorso, come ha dimostrato nella Stagione 2019/20 del Teatro Carlo Felice dirigendo il dittico Gianni Schicchi di Puccini e Rapsodia satanica di Mascagni.

Di grande prestigio il cast, in cui spiccano nomi importanti del panorama lirico internazionale: Barbara Frittoli, Amarilli Nizza e Valentina Boi (Adriana); Marcelo Álvarez, Fabio Armiliato e Gianluca Terranova (Maurizio di Sassonia); Judit Kutasi e Giuseppina Piunti (Principessa di Bouillon); Devid Cecconi e Alberto Mastromarino (Michonnet); Federico Benetti (Principe di Bouillon); Didier Pieri (Abate di Chazeuil). Completano il cast: Marta Calcaterra (Mademoiselle Jouvenot), Carlotta Vichi (Mademoiselle Dangeville), John Paul Huckle (Quinault), Blagoj Nacoski (Poisson), Claudio Isoardi (Un maggiordomo). Le luci, che nella regia di Stefanutti hanno un ruolo centrale, sono di Paolo Mazzon.

Nell’Atto III di Adriana Lecouvreur c’è una famosa scena danzata, che in questo allestimento ha le coreografie di Michele Cosentino ed è interpretata da Michele Albano, Ottavia Ancetti e Giancarla Malusardi.

Lunedì 10 Febbraio 2020 – ore 17.30, Spazio Eventi della Libreria Feltrinelli – via Ceccardi 16 r. Un pomeriggio all’Opera. Incontro con i protagonisti di Adriana Lecouvreur. Moderatore Massimo Pastorelli. Accesso libero e gratuito sino ad esaurimento posti disponibili

“Percorso di prova” per l’andata in scena dell’Adriana Lecouvreur con il Corso di Fotografia di Scena dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova a cura della professoressa Patrizia Lanna.

– Collaborazione con l’artista Monica Frisone che presenta i “Gioielli della lirica”, una linea dedicata al titolo in scena.

Azienda Preti presente alle recite con dolci sorprese agli spettatori.

– Riparte la sinergia con AMT a beneficio del pubblico che viene a Teatro e degli abbonati AMT.

– Collaborazione con Unite, con un corso dedicato all’avvicinamento alle opere del Teatro Carlo Felice, che prevede una card dedicata per la visione dei vari titoli.

– Visite guidate agli allestimenti dell’opera per le scuole.

 

Massimo Pastorelli

 

 

 

 

 

Concorso ‘San Valentino nella Casa di Giulietta’

In poche ore ha raggiunto i principali media internazionali, attirando l’attenzione e la curiosità dei cittadini di tutto il mondo.

È il concorso per la coppia di innamorati che desidera trascorrere la serata e la notte di San Valentino nella Casa di Giulietta, cenando a lume di candela con piatti stellati creati per l’occasione e dormendo nel letto allestito nella più romantica delle stanze dal sapore medievale. Il letto di Giulietta è stato realizzato dal maestro Renzo Mongiardino e utilizzato nella scenografia del film ‘Romeo e Giulietta’ di Franco Zeffirelli. È di proprietà di Imperiale Services ed è esposto nel museo Casa di Giulietta.

La notizia è stata veicolata attraverso airbnb.com/juliet, tradotto in 10 lingue, e supportata da un lancio stampa internazionale in 20 paesi: Stati Uniti, Inghilterra, Irlanda, Italia, Spagna, Portogallo, Francia, Germania, Danimarca, Svezia, Olanda, Giappone, India, Thailandia, Messico, Argentina, Sudafrica, Nuova Zelanda, Cina e Canada.

In poche ore, è stata pubblicata sulla stampa italiana e internazionale con quasi 100 articoli: in Francia su Le Figaro, in Irlanda nel programma televisivo Ireland AM, in Inghilterra su Daily Mirror, The Sun, Evening Standard, in Germania sul Tageskarte, in Argentina su La Nacion, in Spagna su La Vanguardia solo per citarne alcuni. L’iniziativa del San Valentino a Verona è, quindi, presente su tutti i siti dei principali quotidiani on line ed è già stata ripresa da alcuni notiziari.

“Per Verona si tratta di un’occasione unica di promozione culturale e turistica che valorizza il sito della Casa di Giulietta, i nostri musei e tutto il tessuto cittadino. Oltre alla massiccia promozione, il Comune ottiene da Airbnb 90 mila euro di sponsorizzazione che saranno utilizzati per realizzare un’importante mostra a Castelvecchio su Caroto”, commenta il sindaco Federico Sboarina.

“Verona ha tutte le caratteristiche per far crescere i flussi turistici – ha detto il country manager Airbnb Italia Giacomo Trovato -. I media internazionali stanno rispondendo molto positivamente alla nostra campagna, dall’Inghilterra all’Argentina fino alla Nuova Zelanda. Grazie a questa iniziativa, siamo felici di dare visibilità non solo a Casa di Giulietta, ma al più ampio patrimonio culturale della città, e a beneficio di tutto il tessuto economico locale”.

Il concorso termina il 3 febbraio. Per partecipare, i romantici di tutto il mondo dovranno prendere carta e penna e scrivere a Giulietta, raccontandole la propria storia d’amore e le motivazioni che spingono a partecipare all’iniziativa. Dopodiché bisognerà incrociare le dita e sperare di far breccia nella giuria ad hoc che sceglierà i vincitori con il supporto del Club di Giulietta.

L’iniziativa prevede che una coppia di fortunati innamorati trascorra la serata e la notte di venerdì 14 febbraio nelle stanze della Casa di Giulietta, oggetto di uno speciale restyling di alcune sale per riprodurre l’atmosfera di una vera e propria casa. La notte nel letto della Casa sarà la ciliegina sulla torta della più ampia esperienza che i vincitori del concorso vivranno a Verona il 14 febbraio. Dal tour nei luoghi legati a Giulietta e Romeo alla visita ai musei cittadini fino alla cena con menù dedicato realizzata dallo chef veronese Giancarlo Perbellini, che verrà servita nella nuova e romantica sala da pranzo allestita al primo piano della Casa.

 

Roberto Bolis

“Fra noi e le cose” di Nesci e Oliana al Red Lab di Milano

Un dialogo inedito fra due autori di differenti generazioni attorno all’eredità di un approccio visivo innovativo.

Mario Cresci, maestro riconosciuto della fotografia italiana, e Novella Oliana appaiono profondamente in sintonia nelleggere e interpretare il mondo circostante, ognuno attraverso la propria visione. Entrambi esplorano una metodologia dello sguardo di cui Mario Cresci è stato in primis sperimentatore e fautore.

Red Lab Gallery/Miele di via Solari 46 a Milano, dopo la mostra di Pio Tarantini, continua a porre l’accento sul concetto dell’abitare con la mostra, aperta dal 6 febbraio, “Fra noi e le cose” a cura di Gigliola Foschi, seconda del ciclo espositivo “Habitami” e realizzata grazie alla collaborazione con la galleria Matèria di Roma.

L’intonazione poetica del titolo rimanda alla delicatezza e armonia del confronto fra una delle figure artistiche più ricche e complete del panorama italiano, Mario Cresci, e la capacità di ascolto, rielaborazione e trasformazione, con altrettanta eufonia e grazia, diNovella Oliana, che modula la fotografia in una ricerca senza punti d’arrivo, in un percorso di riflessione che si dilata nel tempo.

Un dialogo proficuo in circa venti fotografie che, nonostante tematiche in apparenza diverse, è evidente tra la serie   La casa di Annita (2003) di Mario Cresci e la ricerca Lo spazio necessario (2016-2020) di Novella Oliana.

MARIO CRESCI: LA CASA DI ANNITA

È il tentativo di preservare la memoria di una vita trascorsa in una villetta degli anni Trenta attraverso le tracce sedimentate dagli oggetti appartenuti alle persone scomparse che l’hanno abitata: immagini-ricordo di una casa che andava svuotandosi, finito il tempo di chi l’avevavissuta.

Scrive Gigliola Foschi nel suo testo critico: “Mario Cresci sente che il corpo vivo della casa sta cessando di esistere per la perdita delle sue funzioni, avverte il dolore di chi è costretto ad aprire e liberare vecchie scatole, armadi e cassetti pieni di cose conservate con cura.Con discrezione decide allora di usare la fotografia come una forma di scrittura fredda, classificatoria e possibilmente priva di sentimenti retorici. Eppure, nonostante il suo sguardo sia frontale e diretto, qualcosa accade e questo qualcosa è una piccola differenza che cambia tutto, è un leggero scarto che rimescola le carte e le rimette in gioco.”

La sua intende essere una rispettosa fotografia-prelievo ma, nel momento in cui Cresci sposta gli oggetti, anche se di poco, entra in intimità con essi. Le sue immagini diventano strumento di un confrontarsi inedito con la realtà e con il senso dell’abitare spazi intesi come depositi di memorie, storie, momenti di vita vissuta.

Mario Cresci, classe 1942, mette in atto una personale “ricerca antropologica” ele scene che egli fotografaacquistano una nuova vita che ridà senso a quella passata.

Per l’artista, che vive e lavora a Bergamo, il valore della memoria delle cose non diviene mai sterile nostalgia del passato, ma valorizzazione di atti creativi espressi da persone che in essi hanno proiettato la loro storia e la loro identità.

NOVELLA OLIANA: LO SPAZIO NECESSARIO

Artista, docente e ricercatrice, per Novella Oliana,in perfetta sintonia con le ricerche di Mario Cresci, la fotografia è una continua ricerca, uno strumento di riflessione che si dilata nel tempo, che si approfondisce di gesto in gesto (come il tagliare, il cucire, il raccogliere piccoli sassi…) senza avere una meta prestabilita, ma che parte sempre da un punto che è profondamente radicato al suo essere, alla sua vita, vicino ai luoghi da lei amati.

Scrive Gigliola Foschi: “La meta è il suo continuo lavorio, dove il tagliare, il cucire, il raccogliere piccoli sassi bianchi, e poi fotografie d’archivio, e poi frammenti di immagini, si coniuga senza fratture con il fotografare, il rifotografare, il comporre, il creare piccole installazioni magiche fatte di un quasi niente: uno specchietto, un isolotto mignon, una piccola immagine…”.

Novella Oliana, classe 1978, attraverso la fotografia ha sviluppato in maniera più vasta la comprensione di mondi culturali differenti che interagiscono con il nostro, in particolare quelli del Medio Oriente e del Mediterraneo.

Nelle fotografie esposte a Milano tutto ragiona attorno al mare, dentro il mare, la sua storia, i suoi miti. Il mare come una parte di sé, la superfice acquatica come un testo da smontare e ricomporre, il Mediterraneo come un universo denso di riflessi, di apparizioni e scomparse, di isole che emergono e si inabissano nascondendosi alla vista come nel trittico Hypothése d’île.

Le immagini di Novella Oliana si offrono come narrazioni “aperte”. Lesue microstorie vanno ascoltate con attenzione. Per renderle attive nel nostro immaginario l’autrice sceglie di rimetterle in gioco sottovoce, in modo sommesso ma tenace (non a caso le sue immagini sono spesso di piccole/medie dimensionie composte da dittici o trittici), si affida agli incontri, ai ritrovamenti dove ogni pezzo che si aggiunge si trasforma e si riscrive.

Gigliola Foschi: “Il valore delle sue opere non è tanto nelle singole immagini, ma nel loro insieme composto di frammenti che si connettono gli uni agli altri come costellazioni. È nella rinuncia a ogni pretesa di completezza, nel continuo fare e rifare in cui si mescolano storia e invenzione, svelamento e occultamento, nel nome di un’idea di Mediterraneo che si nutre di archivi immaginari e d’immaginazioni individuali e collettive”.

Red Lab Gallery/Miele è un laboratorio di sperimentazione, pensato per promuovere innanzitutto la cultura delle immagini ma aperto a contaminazioni e narrazioni di diverso tipo. Un luogo dove vengono individuati nuovi modi di esporre, raccontare, far vivere l’arte visiva, intesa come partecipazione interattiva e bidirezionale.

Tante le mostre, i workshop, i talk che confluiscono in Red Lab Gallery/Miele coinvolgendo protagonisti del panorama contemporaneo e diverse realtà culturali.

Red Lab Gallery/Miele, Via Solari 46, Milano, dal 6 febbraio al 4 aprile, ingresso libero da lunedì a venerdì 15.00-19.00; sabato 10.00-12.30; 15.00-19.00. Il 6 febbario dalle 18.30.

 

De Angelis (anche per le immagini: i primi due lavori di Cresci, gli altri due di Oliana)

 

“Dire e fare il mondo: tra antropologia e linguistica”. Favole a Pistoia

Adriano Favole

Adriano Favole, antropologo e consulente al programma del festival di Pistoia Dialoghi sull’uomo, martedì 4 febbraio alle ore 11 al Teatro Manzoni di Pistoia rifletterà su: “Dire e fare il mondo: tra antropologia e linguistica”.

Che relazione c’è tra la lingua e la cultura di una società? È la lingua oppure il contesto socio-culturale a determinare la nostra visione e, insieme, la costruzione del mondo? Favole si concentrerà principalmente sul rapporto tra società, lingua e cultura e sulla diversità linguistica e culturale tra gli esseri umani, fornendo diversi spunti etnografici.

In antropologia si sono alternati due principali modelli teorici per spiegare il rapporto tra lingua e cultura. Da un lato la teoria che sostiene che la lingua che usiamo influenza pesantemente la nostra costruzione del mondo; dall’altro, un secondo modello teorico dà molta importanza al contesto sociale e culturale nel quale la lingua prende forma.

Per lo più, gli antropologi ritengono che si possa fare ricorso a entrambi i modelli: le lingue condizionano il pensiero e l’agire sociale e, viceversa, il contesto sociale modella le lingue. Attraverso la lingua si veicolano rapporti gerarchici e di potere. La lingua trasmette diseguaglianze, oltre che informazioni e sapere.

«Come abbiamo constatato anche negli ultimi tempi – afferma Favole – la lingua può esprimere odio in senso profondo, ma è anche uno dei pochi strumenti di condivisione tra gli esseri umani».

Gli antropologi hanno lavorato molto sul modo in cui il contatto culturale cambia i sistemi linguistici. Perché alcune lingue divengono egemoniche? Perché in alcuni contesti si sono formate lingue creole? Esistono lingue globali? I nuovi media sono un pericolo per la diversità linguistica, oppure possono favorire l’uso scritto di alcune lingue a tradizione orale? Come possiamo costruire insieme il mondo del futuro senza perdere l’incredibile ricchezza della diversità linguistica?

Adriano Favole insegna Antropologia culturale e Cultura e Potere all’Università di Torino. L’incontro è visibile in diretta streaming sul sito http://www.dialoghisulluomo.it. Le classi collegate in streaming potranno inoltre dialogare o porre domande attraverso Twitter usando l’hashtag #DialoghiPistoia.

 

Delos (anche per la fotografia)