La bella addormentata. Balletto sul ghiaccio di San Pietroburgo a Genova

 Giovedì 31 gennaio, alle ore 20.00, al Teatro Carlo Felice di Genova, va in scena il celebre balletto La bella addormentata, il terzo titolo del ciclo Čajkovskij realizzato con il sostegno di Crédit Agricole.

Protagonista, il Balletto sul ghiaccio di San Pietroburgo, fondato nel 1967 e oggi diretto da Kostantin Rassadin. Una Compagnia di danza unica al mondo, che unisce due grandi tradizioni russe, il balletto e il pattinaggio sul ghiaccio, realizzando il miracolo di trasformare uno sport spettacolare in un’arte espressiva. La bella addormentata presentata quest’anno dal Teatro Carlo Felice non è infatti un tradizionale balletto danzato sulle punte, ma bensì una versione speciale danzata sulle lame.

Secondo Rudolf Nureyev La bella addormentata è il «balletto dei balletti», la rappresentazione più pura di quello stile sublime di danza nato dall’approdo, nell’800, della scuola franco-italiana alla corte degli Zar.

E in effetti, basta pensare alla scena del secondo atto in cu la Principessa Aurora danza a turno con quattro pretendenti (il famoso “Adagio della rosa”), considerata una delle prove tecnicamente più difficili, per una étoile, di tutto il repertorio ballettistico. Quanto alla musica di Čajkovskij, molti ritengono che quella per La bella addormentata sia la sua più suggestiva composta per balletto; come ha scritto Vittoria Ottolenghi, è una musica «che, pur nella sua molteplicità, esprime come in un poema sinfonico la storia di una vita: la nascita, la crescita, la magica sospensione del sonno – echi mitici di morte e resurrezione stagionale – e poi il risveglio all’amore, alla vita.»

La direzione dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice è affidata ad un artista di rilievo, Arkady Shteynlucht, direttore dalla lunga esperienza di collaborazione con la compagnia pietroburghese.

La regia è firmata da Oleg Stepanov, mentre scene e costumi sono state realizzati da Olga Osikovskaia e Tatiana Zaikina, Lighting Designer Anatolii Gensirovskii.

Intorno a La bella addormentata:

Lunedì 28 gennaio 2019 – ore 17.30

Auditorium E. Montale

Conferenza illustrativa “La bella addormentata”

in collaborazione con l’Associazione Teatro Carlo Felice

Relatore Elisa Guzzo Vaccarino

Ingresso libero

 

La bella addormentata

Balletto in due atti

Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij

Coreografie Konstantin Rassadin

Regia Oleg Stepanov

Scene e Costumi  Olga Osikovskaia/Tatiana Zaikina

Direttore d’Orchestra Arkady Shteynlucht

Primi ballerini

Il Re Aleksandr Zavatskov

La Regina Inga Ragosina, Anastasiia Trifonova

La Principessa Aurora  Ekaterina Kostromina, Vera Osipenko

Il Principe Désiré Oleg Iagubkov, Maksim Kudriavtcev

La fata dei Lillà   Ekaterina Kostromina, Aleksandra Igolkina, Evgeniia Cherpakova

Carabosse Viacheslav Vodopianov, Iurii Pototckii, Daniil Pushkarev

La fata Tenerezza Aleksandra Igolkina, Evgeniia Cherpakova

La fata Allegria Mariia Stepanova

La fata Generosità  Ekaterina Filatova

La fata Canarino  Vera Osipenko, Anastasiia Gusarova, Iuliia Bespalova

Catalabutte    Sergei Golodnev, Oleg Kim

Pretendenti   Oleg Iagubkov, Maksim Kudriavtcev, Aleksandr Zavatckov, Oleg Kim, Igor Shelopaev

La fata Diamante Kseniia Lavda

La fata Zaffiro   Ekaterina Filatova, Mariia Berezovskaia

La fata Oro Nataliia Ivanova

La fata Argento   Iuliia Bespalova

La Gatta bianca   Aleksandra Igolkina, Evgeniia Cherpakova

Il Gatto con gli stivali  Iurii Pototckii, Sergei Golodnev

Cappuccetto Rosso Mariia Stapanova

Il Lupo     Georgii Baranov

L’Uccello azzurro Vera Osipenko, Oleg Kim, Oleg Iagubkov, Kostromina Ekaterina

Cortigiani, seguito di Carabosse, cacciatori, danzatori del Balletto

Repliche

Venerdì 1 febbraio – 15.30 (G) – 20.00 (B)

Sabato 2 febbraio – 15.30 (F) – 20:00 (L)

Domenica 3 febbraio – 15.30 (C)

 

 

Marina Chiappa (anche per le fotografie)

Musiche rinascimentali e barocche per guerra, danza, corte e chiesa

Mercoledì 30 gennaio alle 18, la stagione realizzata da Roma Sinfonietta nell’Auditorium “Ennio Morricone” dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Macroarea Lettere e Filosofia, via Columbia 1) riprende con un concerto dell’Ensemble Girolamo Fantini, intitolato “Al suon di bellico strumento”, che eseguirà musiche rinascimentali e barocche destinate alla tromba, strumento guerresco per eccellenza. Si ascolteranno non solo musiche di carattere militare, ma anche musiche destinate alla corte e alla chiesa, danze e canzoni infantili. E ad arricchire e variare il suono delle trombe interverranno i tamburi e altri strumenti a percussione, nonché l’organo.

Si comincia con compositori italiani del Seicento, in particolare Gerolamo Fantini (da cui l’ensemble ha preso il proprio nome), Pietro Torri e Bernardo Storace. Seguono autori tedeschi (Bach con una Marcia e un Corale religioso, Murschhauser con l’elaborazione di un’antica canzone infantile che imita il verso del cuculo) e inglesi (Boyce e Handel, tedesco di nascita ma naturalizzato inglese). Ampio spazio ai francesi, conSinfonie, Concerti, Marce e Fanfare di Campra, Delalande, Philidor e Mouret, che costituivano la splendida cornice sonora della fastosa corte del Re Sole a Versailles.

L’Ensemble Girolamo Fantini è nato nel dicembre 2010 dall’idea di un gruppo di amici umbri, che collaborano abitualmente con bande e altri gruppi musicali e hanno dato vita ad una formazione che si basa principalmente sull‘antico repertorio per gli ottoni. Al gruppo iniziale formato da Andrea Di Mario, Domenico Agostini e Michele Petrignani (trombe naturali) si aggiungono all’occorrenza Michele Camilloni (percussioni) e Gabriele Catalucci (organo), per arricchire l’ensemble di altri colori e possibilità, in modo di poterne ampliare il repertorio.

Mauro Mariani (anche per la fotografia)

Le cose da scoprire, i perché di una civiltà

Leggiamo il parere personale di un viaggiatore.

L’attrazione è fortissima, e non ce ne accorgiamo subito, perché il fascino della cultura araba è veramente coinvolgente. Ho visitato quasi tutti i Paesi arabi dal 1980 e sono riuscito a penetrare la cultura che a noi italiani e europei risulta così difficile da comprendere. Per questi e altri motivi che cercherò di illustrare in questo breve articolo, la civiltà che circonda la nostra Europa, è spesso guardata da noi con quella superficialità da primi della classe. Ricordo bene invece, come il mio professore di arabo, un marocchino serio e preparato, un giorno dopo le prime difficoltà nello studio delle prime lezioni, mi disse: “Se vuoi capire la lingua araba, devi pensare al contrario”. E aveva ragione! Ho avuto molta fortuna nella ricerca di capire gli usi e i costumi di questa etnia che si estende praticamente dall’Iraq e dall’Arabia Saudita fino al Regno Alawita del Marocco affacciato sull’Oceano Atlantico. Così sono riuscito ad entrare nelle case e a carpire la fiducia di molti locali, che altrimenti non avrebbero raccontato ad un europeo sperduto le loro tradizioni cui sono legatissimi e che fino a pochi anni fa, venivano tramandate oralmente. Insomma, come si dice, avevo perfettamente il polso della situazione. Gli Arabi non sono tutti Musulmani (si pensi all’Iraq dove c’era il Patriarcato Caldeo o al Libano dove esiste ancora oggi un Patriarca Cristiano-Maronita). Se prendiamo invece in esame propriamente i musulmani, ci accorgiamo che  questi sono riusciti ad islamizzare diverse parti dell’Asia e dell’Africa con alcune comunità che si sono insediate dove non ti aspetteresti di incontrarle, ad esempio in alcune città della lontana Colombia  in Venezuela e, perché no, nel più grande Paese musulmano del mondo, l’Indonesia. Andando in giro  nei mercatini e parlando nei caffè, ho avuto molte occasioni di riuscire ad ottenere tante informazioni che mi hanno aiutato nei viaggi successivi a capire immediatamente le situazioni in cui mi sono venuto a trovare. In questo modo, sono riuscito ad approfondire la conoscenza di un mondo così bello e allo stesso tempo così complesso. Da subito, ci si accorge che la maggior parte delle idee del sociale e del culturale ha una stretta relazione con il motivo religioso che diventa il leít-motiv.

Non vi è festa, momento della giornata, circostanza sociale, politica o culturale che non abbia questi legami.

Per questo motivo, se pensiamo al Califfato, non dobbiamo di certo soffermarci all’odierna rappresentazione dello Stato islamico (Daesh in arabo) L’Isis infatti, si è autoproclamato califfato, ed erano almeno 90 anni che non sentivamo questa parola: l’ultimo califfato fu abolito nel 1924 da Mustafa Kemal Ataturk in Turchia. Lo Stato a cavallo fra Siria e Iraq, ci viene spesso presentato in maniera superficiale con poche informazioni e qualche volta distorte ad arte. La capacità di seduzione del Califfato contemporaneo è coinvolgente in particolare per quanti si lasciano ammaliare dalla promessa di un ordine ottenuto attraverso la coercizione e la violenza. Il vero Califfo negli anni di massimo splendore del califfato, fu invece, un personaggio mitico ma realmente esistito nell’antica Mesopotamia Harùn Al-Rasheed protagonista delle Mille e una notte il quale, regnò a Bagdad nei secoli di massimo splendore del grande Califfato. La società in questi anni così importanti, era divisa in quattro classi:

– gli Arabi musulmani, che detenevano il potere;

– i Mawali, cioè gli infedeli convertiti all’Islam;

– i Dhimmi, adepti di altre religioni tollerate dal Corano, che godevano della protezione dei musulmani in cambio del pagamento di un tributo;

– da ultimi, gli schiavi.

Quindi c’era una convivenza pacifica e regolamentata nei minimi dettagli. Ricordo di aver proposto negli anni Novanta a un editore un libro su queste tematiche, ma la poca lungimiranza, lo ha fatto optare per un cortese rifiuto. Detto per inciso, erano gli anni Novanta quando in Algeria venivano sterminate intere famiglie a colpi di scimitarra e di coltello. Non era propriamente la festa del montone la più grande ricorrenza musulmana che ricorda il sacrificio di Abramo, fermato all’ultimo momento da Dio che riconoscendo la sua fede, ha voluto salvare la vita dell’unico figlio tanto atteso dal Patriarca e da sua moglie Rebecca. Molti non conoscono per esempio che la famiglia araba è matriarcale, anche se è sempre l’uomo a contare e a decidere come avveniva ai tempi di Gesù. Molti credendo di offrire un gesto di galanteria, allungano la mano ad una donna, che viene sistematicamente ritirata da quest’ultima non per scortesia, ma solo perché è la mano di un estraneo che non fa parte della famiglia. Ricordo a tal proposito la sorpresa di una dirigente parzialmente velata, incontrata in un hotel importante vicino Muskat la capitale dell’Oman, poiché non avevo allungato la mano come era consuetudine dello straniero di turno, e le ho spiegato che questo mi era stato insegnato durante una delle mie esperienze in Marocco. Per questi e altri motivi, un’Europa sonnolenta e superficiale ha lasciato correre molto tempo prima di accorgersi con grande sorpresa di aver ospitato il suo assassino in casa. D’altronde, la parola assassino, deriva proprio dall’arabo e precisamente da una tribù detta per l’appunto assassini. Le cose sono state preparate con molta cura e senza fretta, metodo tipico degli arabi che non hanno mai fretta e aspettano il momento opportuno per passare all’azione. Quante persone, sapevano con esattezza il significato del termine talebano? Molti lo utilizzavano a sproposito e comunque in contesti sbagliati. Talebano deriva propriamente dalla parola araba talib che significa nient’altro che studente. Ho potuto incontrare personalmente ragazzi e ragazze che mi chiedevano un visto per andare in Italia, ma alla domanda su cosa volessero fare una volta arrivati nel nostro Bel Paese, rispondevano: “Non lo so”. La mia replica era sempre la stessa, “Allora rimani in Marocco!”. Di certo i bombardamenti degli europei e degli americani, hanno contribuito ad inasprire il clima, ma i viaggi in Italia Belgio Francia e Spagna avevano spesso, per non dire quasi sempre, un unico scopo, quello di inserire nella società il migrante e quindi di fare in modo che fosse pronto al momento opportuno per l’azione preparata secondo i dettami del Corano e sotto la guida dei cosiddetti fratelli guida, cioè gli Iman. Ricordo bene quando tutto questo è iniziato, ne parlavo con gli amici anche di una certa cultura e questi mi rispondevano: “Sei esagerato!”. Certo l’uomo che ascolta le notizie e legge i giornali è di sicuro informato, ma non riesce ad avere il polso della situazione come chi sta vivendo queste esperienze direttamente, quindi non può comprendere lo svolgimento di fatti che risultano a lui così lontani. A tal proposito, non va dimenticato che la Guerra Santa o jihad che dir si voglia, è un dovere! Vi siete mai chiesti perché il testo sacro preveda di avere fino a quattro mogli? Bene, chi faceva la guerra erano gli uomini e naturalmente, molti morivano, per cui era previsto che il fratello o il cugino o il miglior amico si prendesse cura della donna rimasta vedova. Inoltre, la conquista in nome di Allah è un’azione collettiva. La jihad, nella sua forma di guerra santa, risponde a tre requisiti, scrive lo storico Jean Flori:

– essere condotta in nome di una religione con la promessa di essere ricompensati dopo la morte in battaglia;

– essere una guerra di conquista al fine di stabilire la legge islamica;

– essere proclamata da un’autorità religiosa.

Oltre a queste tradizioni, sono da ricordare un dettame sempre del Corano, che prescrive di pregare 5 volte al giorno con una serie di minuziosi consigli, per esempio se sei in viaggio e non hai la direzione de La Mecca, pregherai più a lungo, una volta arrivato a casa. Tutto ciò per aiutare soprattutto le popolazioni sedentarie a mettere in funzione la peristalsi intestinale. Per questo motivo, è vietata la carne di maiale e il vino, dal momento che l’Islam è nato in una zona della terra dove gran parte è deserto e quindi le temperature sono calde durante tutto l’anno, non certo per paura che, come poteva avvenire una volta, il maiale trasmettesse un parassita come la tenia.  Se chiederete ad un musulmano perché la preghiera in moschea si fa il venerdì, riceverete le risposte più variegate, dal fatto che il Profeta si sia inchinato per la prima volta proprio il venerdì al fatto che, siccome gli ebrei pregano il sabato, non ci sarebbero dovute essere sovrapposizioni. Purtroppo sappiamo bene come è andata a finire!

Come molti sappiamo, il Ramadan è il mese del digiuno, ma alcune persone ne sono esenti, come gli ammalati e naturalmente i guerrieri. Fra l’altro questo mese dell’anno Islamico è sempre stato il più fecondo, per alcune ragioni importanti. La diminuzione fino a due ore di lavoro che può essere applicata a chi non mangia e non beve assolutamente dall’alba al tramonto e una fecondità senza confronti negli altri mesi del calendario lunare.

Quante persone fino a qualche anno fa conoscevano l’arabo ed erano quindi in grado di capire i sermoni carichi di violenza che venivano pronunciati senza controllo nella preghiera ad Allah nel giorno sacro proprio il venerdì? Quante persone sono state in grado di dire no alla conversione all’Islam tollerante, senza un background adeguato? E da ultimo, quanti si sono lasciati convertire dalla rete, dove fino a poco tempo fa non c’era un controllo capillare come oggi?

Possiamo fare come con gli Ebrei un concordato? O diventerebbe un Islam-concordato e poi una sola parola, Islam? A tal proposito, quanti sono informati che il terreno concesso per l’edificazione di una Moschea non verrà più restituito allo stato perché vengono applicate alcune clausole che prevedono come quel terreno sarà parte della comunità islamica tollerante per sempre?

Ancora, siamo sicuri che i nostri fratelli Musulmani ci vogliano convertire solo per andare dritti in Paradiso? Quanto siamo consapevoli che, comunque convertiti, saremo sempre dei convertiti, e quindi Musulmani di serie B?

L’Islam, dicono i cosiddetti Musulmani moderati, è una religione di pace, ma come mai allora dopo Mohamed l’Unico Profeta l’Inviato, nominati i quattro Califfi in ossequio al numero magico, sì proprio il quattro, subito uno di loro venne ucciso? Infatti così l’Islam si è subito diviso in Sanniti, circa il novanta per cento, e gli sciiti seguaci di Alì che sono preminenti in Siria Iran e Iraq, all’incirca il 10 per cento. Sempre a proposito di conversione all’unica Fede, cui saremo tutti prima o poi chiamati a obbedire, non deve stupire il fatto che l’Islam si compirà quando verrà pregato ai quattro angoli della terra, cioè dappertutto. Quindi poche illusioni sugli insegnamenti del testo Sacro dei Musulmani che, come è affermato dagli Iman, non è interpretabile, poiché alla fine saremo chiamati, obtorto collo, ad una conversione collettiva o ad una morte sicura, per infedeltà o apostasia. Il progetto è quello di istituire un califfato in Iraq e in tutto l’Oriente. Per riuscire in tal modo a controllare e governare questa entità. Così si potrà estendere la legge islamica in ogni continente. Per restaurare infine il potere e la gloria dell’Islam sunnita. Quello delle armate del Profeta.

 

Bruno Bertucci

Finali di pallavolo a Verona

La presentazione della Coppa

Il grande volley femminile torna a Verona. Sabato 2 e domenica 3 febbraio, infatti, l’Agsm Forum ospiterà le finali di Coppa Italia femminile di Serie A1 e di Serie A2. A contendersi gli ambiti trofei le migliori squadre italiane e le più forti giocatrici del campionato e della nostra nazionale. L’evento sportivo è stato presentato, in sala Arazzi, dal sindaco Federico Sboarina, dall’assessore allo Sport Filippo Rando, dal presidente della Lega Pallavolo Serie A femminile Mauro Fabris, dal direttore generale di Master Group Sport Antonio Santa Maria e dal presidente della Commissione Sport Stefano Bianchini.

Sono quattro le squadre che, tra sabato e domenica, si contenderanno la 41ª Coppa Italia di A1: Igor Gorgonzola Novara, Savino Dal Bene Scandicci, Imoco Volley Conegliano e Unet E-Work Busto Arsizio. Mentre Lmp Bam Mondovì e Canovi Coperture Sassuolo, domenica 3 febbraio dalle 14.30, daranno l’assalto alla 22ª Coppa Italia di A2. Le partite saranno trasmesse da Rai Sport e in 115 Paesi stranieri.

“È con grande orgoglio – ha detto il sindaco Sboarina – che diamo il bentornato al meglio della pallavolo femminile italiana. Un gradito ritorno per il volley di altissimo livello, dopo che Verona ha ospitato, nel 2010, le partite del Campionato del Mondo maschile. Grazie a quell’evento, oggi, possiamo contare su impianti sportivi di grande qualità che mettiamo a disposizione delle squadre protagoniste di queste finali di Coppa Italia. Ringrazio gli organizzatori e invito i tanti appassionati di volley ad andare all’Agsm Forum per vedere dal vivo le migliori giocatrici italiane”.

“Ringrazio la Federazione Italiana Pallavolo – ha detto l’assessore Rando – per aver scelto Verona come sede della finale della Coppa Italia, ma voglio pensare che questo sia solo l’inizio di un percorso che faccia tornare la nostra città protagonista della grande pallavolo anche a livello femminile. Queste partite saranno l’occasione per ammirare le campionesse della nostra nazionale che, dopo aver giocato un grandissimo Mondiale in Giappone, nel prossimo fine settimana saranno l’una contro l’altra per contendersi questo prestigioso trofeo”.

“Tornare a Verona – ha detto il presidente Fabris – è sempre una garanzia. Farlo per un evento di questo rilievo, dà ancora più soddisfazione perché, durante le partite di finale, non solo vedremo giocare le stelle della nazionale femminile, ma anche le campionesse straniere del nostro campionato che è il migliore del mondo”.

 

Roberto Bolis (anche per la fotografia)

Michele Campanella festeggia i 50 anni dal suo debutto

Michele Campanella foto di Salvatore Scialò

Michele Campanella, oggi uno dei più famosi pianisti a livello internazionale, era un giovanissimo e già molto promettente pianista quando suonò per la prima volta alla IUC, cinquant’anni fa. Da allora è tornato alla IUC moltissime volte e ora, proprio per festeggiare i cinquant’anni del suo primo concerto all’Aula Magna, vi torna ancora una volta martedì 29 gennaio 2019 alle 20.30 (Aula Magna della Sapienza, Città Universitaria, Piazzale Aldo Moro 5).

Nato a Napoli e allievo del grande maestro Vincenzo Vitale, Michele Campanella è il maggior erede attuale della illustre tradizione pianistica napoletana. Ai suoi esordi, grazie alla sua tecnica fenomenale, era considerato soprattutto uno straordinario virtuoso e uno dei maggiori interpreti di Franz Liszt ma in seguito ha gradualmente esteso il suo repertorio a tutti i grandi autori di musica pianistica. Ma dice: “Non chiamatemi pianista, preferisco il termine musicista: con il primo si pensa alle mani, con il secondo al cuore e al cervello”. Oggi ha settantuno anni, ma sia lo spirito che le dita sono ancora quelle di un giovane: “Non intendo considerare la mia carriera terminata – afferma –, credo invece che il meglio debba ancora arrivare e lavoro affinché ciò avvenga”.

Si è esibito in concerto con le principali orchestre europee e statunitensi, collaborando con grandi direttori quali Claudio Abbado, Riccardo Muti, Zubin Mehta, Wolfgang Sawallisch, Georges Prêtre, Thomas Schippers, Christian Thielemann e molti altri. Da oltre vent’anni è titolare della cattedra di pianoforte all’Accademia Chigiana di Siena, una delle più prestigiose istituzioni musicali del mondo.

Michele Campanella, foto di Damiano Rosa

Questo suo concerto romano è un’occasione speciale, che va festeggiata in modo speciale, per questo Campanella ha scelto di offrire agli ascoltatori tre capolavori assoluti della musica per pianoforte di ogni tempo. Diversissimi tra loro, questi tre capolavori sono però accomunati dall’aver segnato segnato una trasformazione radicale della musica pianistica e in particolare della Sonata per pianoforte: sono la Sonata “Patetica” di Ludwig van Beethoven, la Fantasia “Wanderer” di Franz Schubert e la prima Sonata di Robert Schumann.

La Sonata in do minore op. 13 “Patetica”, scritta tra il 1798 e il 1799 da un Beethoven non ancora trentenne, costituisce una vera pietra miliare nella storia della musica, perché dischiuse inedite e profonde prospettive all’arte di questo gigantesco musicista. Schubert non aveva che venticinque anni quando nel 1822 compose la Fantasia “Wanderer”, che è in realtà una grande Sonata per pianoforte in quattro movimenti, con la particolarità che essi sono interdipendenti e collegati idealmente: questa novità rispetto alle regole tradizionali indusse l’autore a usare il titolo più libero di “Fantasia” per non attirarsi le critiche di accademici e conservatori. Schumann era ancora più giovane – aveva infatti ventitré anni quando – quando nel 1833 iniziò a comporre la sua Grande Sonata in fa diesis minore op. 11, cui lavorò accanitamente per oltre due anni, per raggiungere la fusione tra la logica della Sonata classica e l’immediatezza espressiva e il libero fantasticare dei giovani artisti romantici.

Martedì 29 gennaio 2019 ore 20.30

Michele Campanella pianoforte

50 anni con la IUC

Beethoven Sonata n. 8 in do minore op. 13 “Patetica”

Schubert Fantasia in do maggiore “Wanderer-Fantasie” op. 15 D. 760

Schumann Sonata n. 1 in fa diesis minore op. 11

 

Mauro Mariani (anche per le fotografie)

 

Domenica in musica nel Primo Foyer del Teatro Carlo Felice

Prosegue la Stagione DOMENICA IN MUSICA, con l’appuntamento di Domenica 27 gennaio alle ore 11.00 presso il Primo Foyer del Teatro Carlo Felice in collaborazione con l’Associazione “Musica con le ali”.

Protagoniste, le giovani talentuose Fabiola Tedesco al violino e Martina Consonni al pianoforte che interpreteranno il raffinato programma “Eredità musicale viennese” con l’esecuzione della Sonata n.4  in La maggiore op. 162 “Grand duo”  D 574 di Franz Schubert, la Sonata n. 2 in La maggiore op. 100 di Johannes Brahms e la Sonata n. 8 in Sol maggiore op. 30 n. 3 di Ludwig van Beethoven.

L’iniziativa Domenica in Musica conferma l’attenzione di un pubblico genovese sempre più attento e desideroso di novità culturali, abbinate anche alla possibilità di ascoltare della buona musica sorseggiando un aperitivo nel primo foyer, ambiente suggestivo e raffinato a cura del Caffè del Teatro.

Domenica 27 gennaio 2019 ore 11.00

Primo Foyer Teatro Carlo Felice

“Eredità musicale viennese”

In collaborazione con l’Associazione “Musica con le ali”

Fabiola Tedesco

violino

Martina Consonni

pianoforte

Musiche di

Franz Schubert

Sonata n.4  in La maggiore op. 162 “Grand duo”  D 574

Johannes Brahms

Sonata n. 2 in La maggiore op. 100

Ludwig van Beethoven

Sonata n. 8 in Sol maggiore op. 30 n. 3

 

Marina Chiappa

“Nonna Teresa”, la ricerca di una madre per far luce sulla storia del figlio deportato

Sabato 26 gennaio 2019 alle 16 nella sala mostre del Museo del Risorgimento e della Resistenza (corso Ercole I d’Este 19, Ferrara) si terrà l’incontro intitolato “Nonna Teresa”, la storia di una madre impegnata a far luce su quanto accaduto al figlio deportato da Bova di Marrara (piccola frazione a una ventina di chilometri di Ferrara) in Germania.
A parlare di questo lungo viaggio per riportare a casa il figlio deceduto nel lager nazista sarà Silvia Pascale, studiosa trevigiana della deportazione militare e presidente di ANEI-Associazione nazionale ex internati di Treviso.

La ricercatrice Silvia Pascale proporrà una storia di famiglia che, in qualche modo, ha sollecitato la volontà della ricercatrice di lavorare per far tornare alla luce tante storie di persone comuni che nel drammatico biennio ’43-’45 si trovarono a vivere lo strazio della vita dei lager e anche a morirci.
Il racconto è quello di una ricerca molto lunga che parte dalla scoperta della “marmetta” di Zerbini Anadage, omonimo dello zio acquisito della studiosa, esposta al Tempio dell’Internato Ignoto a Padova e della successiva lettura del diario di nonna Teresa Mascellani in Zerbini, scritto per ricordare la morte del figlio Anadage, nello Stalag XII A. Il racconto emotivo è accompagnato dalla ricostruzione storica, avvenuta attraverso la consultazione dell’Archivio tedesco di Bad Arolsen in Germania e dei certificati della Croce Rossa Internazionale effettuata dalla studiosa, che da anni si occupa di Internati Militari Italiani. Grazie a queste ricerche e allo studio dei documenti si è potuto ricostruire la vicenda di Anadage dall’8 settembre 43 fino a gennaio del 44 quando è morto. Con l’aiuto del diario e della documentazione successiva sempre avvenuta attraverso fonti d’archivio è stato possibile ricostruire dettagliatamente la storia del rimpatrio dei resti di Anadage nel dicembre del 1956. Tutto questo lavoro è in fase di stesura finale in attesa di pubblicazione ed è di importanza fondamentale perché è stato voluto dalla mamma di un IMI (internato militare italiano), un unicum nel panorama della documentazione di questa pagina di storia.

 

Alessandro Zangara