Vivaldi. La mia vita, la mia musica

“Vivaldi. La mia vita, la mia musica” è il titolo della mostra in programma a Palazzo Fava. Palazzo delle Esposizioni di Bologna fino al 3 novembre prossimo. Prodotta da Emotional Experiences Srl e da Genus Bononiae. Musei nella città, la mostra-show intende raccontare Antonio Vivaldi ad un vasto pubblico, sia agli appassionati di musica classica sia a quelli che vorranno esplorare la vicenda umana ed artistica dell’autore de “Le Quattro Stagioni”.

Un percorso immersivo in musica, parole, immagini e spettacolari videomapping che porta lo spettatore dentro la straordinaria vicenda artistica ed umana del Prete Rosso – così chiamato per via della sua chioma fulva -, dall’infanzia al sacerdozio, dagli anni di insegnamento di musica presso l’Ospedale della Pietà di Venezia, dove erano ospitati gli orfani della città, ai successi internazionali sino all’oblio che inghiottì per quasi due secoli la sua figura e la sua musica.

Ad accompagnare attraverso l’audioguida il visitatore è la voce inconfondibile di Giancarlo Giannini, attore e indimenticabile doppiatore delle star hollywoodiane, che interpreta Vivaldi. Un Vivaldi ormai anziano che giunto al termine della sua vita si racconta in una confessione amicale ed intima, tra ricordi e nostalgia, ma soprattutto dichiara il suo amore verso la musica, compagna di tutta la vita.

Il percorso si snoda attraverso le sale del Piano Nobile di Palazzo Fava: dalla Sala Carracci, in cui ad accompagnare lo spettatore è una suggestione della memoria raccontata attraverso le immagini di un Vivaldi bambino, al cuore del furor creativo, dal sacerdozio agli anni di insegnamento alle orfanelle. La Sala Rubianesca ospita la ricostruzione di un teatro d’epoca, durante l’esecuzione delle opere: ad essa succede la Sala Giasone, ultima tappa del percorso, che lascia spazio ad un trionfo di musiche e spettacolari immagini fino all’acme del finale.

Un percorso che sarà fruibile anche dai più piccoli: sono infatti a disposizione audioguide ad hoc con testi adattati, che permetteranno anche ai bambini di intraprendere il viaggio alla scoperta delle musiche immortali di uno dei più grandi compositori di tutti i tempi.

“Vivaldi. La mia vita, la mia musica”

Palazzo Fava, via Manzoni 2, Bologna. Orari: Lunedì chiuso; da Martedì a Domenica: 10-19

 

G.B.

“Sturmtruppen. 50 anni” a Bologna

Bonvi in studio

La mostra Sturmtruppen. 50 anni, organizzata da Fondazione Carisbo e Genius Bononiae-Musei nella città in collaborazione con Eredi Bonvicini, è un omaggio all’esercito di fumetti più famoso al mondo, le Sturmtruppen che compiono appunto 50 anni di vita. Era il 1968 quando Bonvi, al secolo Franco Bonvicini, presentò la prima striscia delle sue Sturmtruppen a Lucca vincendo il premio di Paese Sera come miglior esordiente. Il materiale esposto a Palazzo Fava, circa 200 opere originali, tutte messe a disposizione dall’ Archivio Bonvicini e in gran parte inedite, illustra i meccanismi creativi della striscia italiana più famosa al mondo, mostrandone lo spirito caustico sempre attuale. Se il cuore della mostra è dedicato alle Sturmtruppen, non mancano gli excursus nella vastissima produzione artistica dell’autore, da quella seriale, con Cattivik e Nick Carter, a quella autoriale, per arrivare ad alcune opere pittoriche mai esposte e a quelle VM18 con Play Gulp, parodia erotica di tutto il mondo del fumetto. Dalla ricostruzione dello studio, con materiali e strumenti che mostrano il processo creativo, un percorso non cronologico che evidenzia quanto ancora sia attuale il pensiero di un artista che ha profondamente influenzato la cultura pop italiana novecentesca: non solo un cartoonist, ma un artista completo, capace di suscitare l’entusiasmo del grande pubblico così come degli intellettuali, da Umberto Eco a Oreste del Buono.

Fumetto corale abitato da una ridda di personaggi, i militari delle Sturmtruppen di Bonvi, dal soldaten semplice ai vari Sergenten, Capitanen, Generalen e Cuoken, fino al fiero alleaten Galeazzo Musolesi, unico personaggio dotato di identità, le Sturmtruppen diventano presto il fumetto antimilitarista per antonomasia, denunciando la stupida bestialità della guerra. Ma nonostante l’ambientazione circoscritta nel tempo – la Seconda Guerra Mondiale – e nello spazio – le trincee germaniche in cui tutti si esprimono in un inconfondibile slang “tedeschese”, le Sturmtruppen diventano un affresco di umanità di ogni tempo, trasformandosi in archetipi nelle loro manie e solitudini, nelle loro paure e vizi. Chiusi in un universo claustrofobico, i personaggi di Bonvi si muovono sul confine delle macerie e della morte, con un nemico invisibile agli occhi ma echeggiante di fragorosi spari e cannonate, non perdendo mai l’occasione per ridicolizzare la meschinità del potere e per prendersi gioco, ora con un tono pungente, ora con tenerezza, delle debolezze umane.

Palazzo Fava, via Manzoni 2, Bologna, fino al 7 aprile 2019

Orari: da martedì a domenica 10-20

Biglietto Open € 14, Intero € 12, Ridotto € 10 e altre riduzioni o omaggi previsti.

G.B.

Riapre il piano nobile di Palazzo Fava

A partire da sabato 30 giugno, riapre ai visitatori il piano nobile di Palazzo Fava a Bologna con il primo grande ciclo di affreschi di Annibale, Agostino e Ludovico Carracci.

Per l’occasione sono previste visite guidate dedicate alla storia del Palazzo e al primo lavoro su commissione affidato ai Carracci. Nel 1584, infatti, grazie anche all’intercessione di Antonio Carracci, padre di Annibale e Agostino e sarto della famiglia Fava, il conte Filippo Fava affidò la decorazione dell’intero piano nobile del palazzo ai giovani artisti, che diedero prova del loro talento realizzando un gioiello assoluto dell’arte bolognese e italiana.

Visite guidate in italiano e inglese: sabato 30 giugno alle ore 11.00;
domenica 1 luglio alle ore 11.00.

Biglietto di ingresso ridotto al Palazzo € 4,00 + € 5,00 per la visita guidata. Gratuito per i possessori della Membership Card.

Palazzo Fava è aperto dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 19.00.

 

 

Genusbononiae (anche per la fotografia)

Misteriosa magica ragazza a Bologna

Nella magia diurna di Bologna intepidita da un sole primaverile un po’ inaspettato, anche se agognato durante i lunghi mesi di piogge che hanno contraddistinto l’inverno appena passato, passeggiando in direzione del centro il cui cuore è San Petronio, ci si imbatte in un corridoio che incanala la folla verso “La ragazza con l’orecchino di perla”, ormai frase celebre per indicare un mito. Un elegante modo per accogliere i sempre più numerosi visitatori accorsi in città per ammirare uno dei quadri più famosi al mondo, soprattutto perché diventato tale dopo periodi oscuri, sia per l’opera che per il pittore.

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Ora che giunge a Bologna, in una rara apparizione fuori dal museo che lo ospita all’Aia, il quadro diventa pretesto per visitare la bella città turrita, per scoprirne il fascino, gustarne la cucina e riempirsi gli occhi di una movenza che affascina: quella di una ragazzina, una serva sembra, che indossa solo la sua bellezza semplice e umile.

Una semplicità che sola può spiegare il mito che sta diventando questo piccolo quadro dalle grandi potenzialità. Una bellezza genuina, senza desiderio di mettersi in mostra; la capacità di un pittore di ritrarla quasi di sfuggita, come nell’atto di andarsene, di girarsi per un soffio mentre viene chiamata.

Esce così dal Mauritshuis, il famoso quadro, ed è il pretesto per farci conoscere la Golden Age che hanno vissuto gli olandesi nell’arte, con nomi di prim’ordine, primo fra tutti quello di Rembrandt.

Il museo olandese riaprirà la prossima estate e quale occasione migliore per prestare “La ragazza” che difficilmente lascia i Paesi Bassi? La direzione del museo, infatti, ha approfittato dei necessari restauri per cedere in prestito opere a mezzo mondo, anche se buona parte delle collezioni sono state trasferite alGemeentemuseum dell’Aia per evitare di deludere i molti visitatori che, da Amstedam, si appropinquano fino alla capitale per ammirarne i gioielli d’arte.

Le sedi individuate per il prestito de “La ragazza”, e della mostra omonima, sono state due in Giappone e tre negli Stati Uniti. Unica sede europea Bologna.

“Il rapporto con la Fondazione Carisbo e il suo presidente dott. Leone Sibani e Genus Bononiae-Musei nella Città e il suo presidente prof. Fabio Roversi Monaco, la partecipazione di Intesa San Paolo e quella fondamentale, in qualità di main sponsor, del Gruppo Segafredo Zanetti” afferma il curatore Marco Goldin, ha permesso di ammirare il capolavoro di Vermeer in Italia.

Ed eccoci alla nostra giornata bolognese. L’effetto principale è quello della folla di persone che attendono in fila di entrare nel Palazzo Fava, splendida sede scelta per ospitare la mostra comprendente “La ragazza con l’orecchino di perla” e che da esse prende il nome: è sorridente, in trepidante e paziente attesa. Con attenzione segue le guide o ascolta il nastro delle audio guide per non perdersi nulla dell’incanto e poi, quasi per una strana legge, quando arriva davanti al lavoro di Vermeer, quasi gli passa accanto senza dargli peso. Pieni gli occhi di quanto ammirato in precedenza.

La scelta è caduta sui lavori custoditi nel Mauritshuis e coevi dell’opera principale, per raccontare il XVII secolo olandese ricordato come Golden Age. Si inizia dall’apprendere la storia del museo stesso, per arrivare ai paesaggi, ai ritratti e a nomi noti e meno noti della pittura: Rembrandt, Hals, Ter Borch, Claesz, Van Goyen, Van Honthorst, Hobbema, Van Ruisdael, Steen.

Il Mauritshuis, situato nel cuore politico dell’Aia, era nel Seicento la dimora di Johan Maurits, conte di Nassau-Siegen, e soltanto nel 1822 divenne museo statale. La splendida veduta del palazzo dall’Hofvijver (Stagno della Corte) di Augustus Wijnantz, che apre la prima sezione della mostra, raffigura l’edificio riflesso nel piccolo lago rettangolare. Famoso sin dall’inizio per la sua straordinaria collezione di opere degli antichi maestri del Seicento e del Settecento, ospita tra i dipinti più famosi molti Rembrandt, alcuni dei quali esposti in mostra, come “Canto di lode di Simeone”. Si passa quindi a quadri di paesaggi, soprattutto di Delf, città natale di Vermeer e della quale si riconoscono i colori, cupi e sereni allo stesso tempo, di giornate spesso grigie eppure cariche di fascino. Non mancano boschi, casolari, foglie dipinte con una magica maestria.

Ecco il “Pae­saggio invernale” di Jacob van Ruisdael, o il suo “Veduta di Haarlem con campi di candeggio”, o ancora “Veduta del Reno vicino a Hochelten”, di Jan van Goyen, uno dei più importanti paesaggisti dei Paesi Bassi.

Si passa, quindi, ai ritratti. Come per l’Italia del Moretto, del Pitocchetto, anche l’Olanda ha avuto il momento della pittura di genere e dei ritratti di gente comune, non per forza appartenente a quella nobiltà, o aristocrazia, o alta borghesia che facilmente sovvenzionava o manteneva presso di sé gli artisti. Essi hanno da attingere ad ampie mani ad una lunga serie di persone che, in atteggiamenti più o meno usuali, più o meno in posa, ci danno la dimensione della quotidianità, di quelle piccole cose di più o meno buon gusto nelle quali ciascuno cercava di fare bella mostra di sé. Ed in Italia, come nei Paesi Bassi, impegnati del resto ad ampie navigazioni in tutti i continenti, sono proprio le persone comuni a catturare l’attenzione e il pennello artistico, in opere dal fascino inusuale e misterioso, fino alla giovane serva, appunto. Il realismo e la verità della vita normale cominciano a diventare di moda, dato che proprio gli artisti ne tratteggiano la profondità in sguardi, rughe, modi di fare, di sedersi, di giocare, di ostentare un piglio di posa che denota la dignità, al di là del censo.

Allo stesso tempo, c’è la volontà di onorare quella classe di borghesi che hanno portato al successo la Repubblica olandese, creandone la nuova ricchezza e che ora può permettersi un quadro, cioè di lasciare qualcosa di sé che possa sembrare incidere anche sul futuro, non soltanto sul presente.

Ritratto di uomo anziano di Rembrandt

 

In mostra, ecco “Ritratto di uomo anziano” di LHarmenszoon van Rijn Rembrandt, del 1667, oppure il suo “Ritratto di un uomo con cappello piumato”, dall’interessante virtuosismo tecnico. Interessante anche l’opera del giovane Go­vaert Flin­ck, al­lievo di Rembrandt, che si afferma co­me uno dei principali esponenti di Amsterdam nel campo della ritrattistica e della pittura storica.

Accanto a questa emergente pittura, che tanto deve a Van Dick, le opere che propongono scene di interni, con osterie, contadini, “Al vecchio che canta il giovane fa eco”, di Jan Steen, o donne che scrivono lettere, o uomini che fumano, donne che bevono, e cose così. Pitture intense, dal fascino unico, fino alla natura morta, in varie modalità interpretata.

Per concludere con l’attesissimo quadro di Vermeer, lasciato a campeggiare in una stanza, da solo. È una delle sale più eleganti e più austere, più avvolgenti e più solenni: il quadro è da solo, in ottima luce (a differenza di quelli delle altre sale che per luce si trovano a soffrire a volte parecchio), e dona tutta la sua luminosità. Il soffitto a cassettoni, che crea rimbalzo con le sale morbidamente affrescate e i soffitti colorati precedenti, lascia sospesi a cercare di individuare chi sta guardando quella bellissima ragazzina dei tempi andati. Forse risponde ad un richiamo del padrone, forse vuole andarsene da chi la osserva, ma tutto di quella piccola tela lascia senza fiato: il mistero, la delicatezza con la quale l’opera è stata dipinta, quel senso di passione per l’arte che diventa amore per un dipinto e, forse, per quel qualcosa che la ragazzina aveva e che non era di tutti. Le pennellate sono morbide e invisibili, il tocco è magico anch’esso, fortemente ispirato da una luce che la ragazza aveva dentro di sé.

Ragazza orecchino di perla

Entrato a far parte della collezione del Mauritshuis nel 1903 per legato testamentario, senza che se ne desse molto valore, il quadro, anche grazie al film e al romanzo, ha sempre più acquisito importanza e valore, facendo di Delf una cittadina famosa non soltanto per le sue altrettanto magiche porcellane, o per gli orafi. Johannes Vermeer lo dipinse nel 1665 circa, e non è difficile pensare che qualche donne ne fosse gelosa. Impossibile per tutte possedere quella naturalezza, quella genuinità e quel semplice fascino che non è dato da belletti e da vestiti sontuosi. E nemmeno da un orecchino che, tuttavia, diventa prezioso proprio perché indossato da lei, la sua inseparabile “ragazza”.

La mostra “Il mito della Golden Age. Da Vermeer a Rembrandt capolavori dal Mauritshuis”, resterà aperta a Bologna, Palazzo Fava, sino al 25 maggio prossimo, ad orari prolungati data la grande affluenza di pubblico. E non è da perdere.

Alessia Biasiolo