L’atelier di Leonardo e il “Salvator Mundi”

Fino al 19 aprile 2020, la Sala dei Ducali del Castello Sforzesco di Milano accoglie la mostra “L’atelier di Leonardo e il Salvator Mundi”.

Figura di spalle (particolare dell’opera Studi anatomici), 1510-1513 ca., disegno a penna su traccia a matita rossa,

© Comune di Milano tutti i diritti riservati Castello Sforzesco, Gabinetto dei Disegni

Dallo scorso 16 maggio, più di 300mila visitatori hanno già preso parte alle iniziative legate al programma “Leonardo mai visto” al Castello Sforzesco di Milano, che oggi ci riserva una nuova scoperta. Il pubblico è rimasto incantato dalla straordinaria riapertura della Sala delle Asse di Leonardo da Vinci, spiegata grazie all’installazione multimediale “Sotto l’ombra del Moro”, per poi perdersi nella Milano del Rinascimento attraverso l’altro percorso multimediale intitolato “Leonardo a Milano”.

Accanto ai percorsi multimediali, una serie di mostre dossier hanno illustrato le opere grafiche di Leonardo e della sua cerchia. Se la prima, intitolata “Intorno alla Sala delle Asse. Leonardo tra Natura, Arte e Scienza”, ha subito stupito con la scoperta di un disegno inedito attribuibile a Francesco Melzi, allievo ed erede di Leonardo, con l’ultima mostra in programma le sorprese non sono finite.

Recentemente, a seguito di uno studio, un altro foglio, anch’esso custodito presso il Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco e mai presentato al pubblico, è stato attribuito con certezza alla bottega di Leonardo.

Testa di Cristo, dipinto di Gian Giacomo Caprotti detto Andrea Salai (1480 1524), olio su tavola, cm 57.5 x 37.5

© Veneranda Biblioteca Ambrosiana

“Una piccola ma originale e stimolante mostra che evidenzia l’elaborazione del Salvator Mundi all’interno dell’atelier di Leonardo intorno al 1510-13 e le modalità di copia dei suoi disegni anatomici da parte degli allievi. Questa esposizione aggiungerà nuovi elementi alla fortuna cinquecentesca del Salvator Mundi in ambito lombardo grazie alla presenza di alcuni fogli inediti delle collezioni del Castello Sforzesco”, afferma Pietro C. Marani.

L’esposizione, curata da Pietro C. Marani e Alessia Alberti, presenta al pubblico il foglio ri-scoperto, affiancandolo ad altre opere del Gabinetto dei Disegni del Castello Sforzesco e ad importanti prestiti dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana.

Il disegno oggetto della mostra, che viene qui presentato all’interno di una teca in modo da consentirne la visione di entrambi i lati e dopo un intervento di restauro condotto dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, è entrato nelle collezioni civiche nel 1924 tramite un importante acquisto dal santuario milanese di Santa Maria presso San Celso.

Sul recto del foglio sono disegnate figure copiate da studi anatomici di Leonardo risalenti a differenti epoche e cronologie, dal 1487 circa al 1510-13. L’attribuzione del foglio dimostra come gli originali del Maestro si trovassero ancora tutti nella bottega e potessero essere variamente copiati dagli allievi. Non solo, ma un paio di questi disegni anatomici, quelli rifiniti a penna e inchiostro, sono di buona qualità e sono stati tracciati seguendo un disegno sottostante a matita rossa, che potrebbe far pensare ad un primo labile tracciato di Leonardo.

Sul verso del foglio, invece, una scritta a matita nera o carboncino rimanda a uno dei dipinti più dibattuti di Leonardo: “SALV<A>TOR MUNDI”. Forse si tratta di un primo abbozzo per un’epigrafe o una scritta esplicativa da includere eventualmente nel dipinto del “Salvator Mundi” a cui Leonardo stava lavorando proprio intorno al 1510-13 circa. È questa l’epoca a cui possono perciò risalire anche alcune delle repliche del “Salvator Mundi”, fra cui quella, parziale, firmata da Gian Giacomo Caprotti detto il Salaì, datata appunto 1511, custodita oggi dalla Biblioteca Ambrosiana.

Gli studi di figure e i particolari anatomici rappresentati insieme al tipo di carta, antica ma purtroppo senza filigrana, permettono di collocare la sua realizzazione nell’ambito dell’atelier di Leonardo da Vinci e di fissarne l’epoca di esecuzione verso l’inizio del secondo decennio del Cinquecento, in un momento in cui il maestro e la sua bottega stavano evidentemente elaborando il motivo iconografico del Salvator Mundi. Ne è una prova l’iscrizione sul retro del foglio, tracciata forse nel tentativo di mettere a punto un’epigrafe o un cartiglio in caratteri romani, per l’identificazione del soggetto del dipinto.

Attorno al disegno sono esposti, con riferimento ai soggetti sviluppati sul recto, studi cinquecenteschi di anatomia, mentre per il soggetto a cui rimanda la scritta sul verso l’accostamento che si propone è con la variante del Salvator Mundi dipinta nel 1511 dall’allievo di Leonardo Gian Giacomo Caprotti detto Salaì e oggi conservata alla Pinacoteca Ambrosiana.

Collocandosi accanto alla Sala delle Asse, la mostra vuole permettere al pubblico di immergersi all’interno dell’organizzazione del lavoro e del cantiere che ha realizzato anche la decorazione della grande Sala, dove sicuramente sono stati all’opera alcuni dei migliori allievi del Maestro.

“L’atelier di Leonardo e il Salvator Mundi” fa parte del palinsesto “Milano Leonardo 500”, promosso dal Comune di Milano | Cultura in occasione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, e rientra nel programma Leonardo mai visto, che racchiude tutte le iniziative realizzate presso il Castello Sforzesco, realizzato con il sostegno di Fondazione Cariplo, Intesa Sanpaolo, Huawei e Regione Lombardia in stretta connessione con il Comitato territoriale “Milano e l’eredità di Leonardo 1519 – 2019” e in collegamento con il Comitato Nazionale per la celebrazione dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, ed è prodotto da Civita Mostre e Musei.

L’atelier di Leonardo e il Salvator Mundi, Milano, Castello Sforzesco, fino al 19 aprile 2020

 

Barbara Izzo (anche per le immagini)

 

La Certosa di Parma. La città sognata di Stendhal interpretata da Carlo Mattioli

La Certosa di Parma. La città sognata di Stendhal interpretata da Carlo Mattioli è il titolo della mostra, promossa e realizzata da Fondazione Cariparma e Fondazione Carlo Mattioli, ospitata a Palazzo Bossi Bocchi da oggi, 22 febbraio, al 31 maggio 2020, incentrata sulla figura di Henry Beyle (Grenoble 1783 – Parigi 1842), meglio noto come Stendhal, che dedicò il suo più celebre romanzo, La Certosa di Parma, alla nostra città e sulle opere di carattere stendhaliano del pittore Carlo Mattioli.

Carlo Mattioli – Il Teatro Regio – tecnica mista su carta – Collezione privata

La mostra – inserita nel programma delle mostre di Parma Capitale Italiana della Cultura 2020– racconta dei diversi tempi del romanzo, dalla sua fulminante ideazione e stesura (fu scritto in 53 giorni, meno di due mesi, tra novembre e dicembre 1838), alla sua immediata pubblicazione e fortuna editoriale: grazie alla preziosa collaborazione del Complesso Monumentale della Pilotta – Biblioteca Palatina, saranno circa una cinquantinale edizioni, in lingua francese e italiana, che accompagneranno il visitatore lungo il percorso di mostra, dalla prima in francese dell’aprile del 1839 alle più recenti, arricchite anche dagli esemplari conservati nella Biblioteca di Busseto di Fondazione Cariparma e nella Biblioteca della Deputazione di Storia Patria.

Henry Beyle, nacque e visse parte della sua vita a Grenoble. Grazie alla collaborazione con il Musée Stendhal della cittadina francese, allestito presso l’abitazione natale dello scrittore, in mostra saranno un ritratto dello scrittore e alcuni cimeli, oggetti che contribuiranno a ricreare l’ambiente in cui Stendhal scrisse il romanzo.

L’esposizione prosegue attraverso i luoghi e i personaggi del romanzo fermati in un “tempo immaginifico”; di questo mondo stendhaliano si è fatto interprete, negli anni Cinquanta, Carlo Mattioli con dipinti, opere su carta ed inedite ceramiche che hanno portato finalmente, nel 1977, alla pubblicazione del libro d’arte La Certosa di Parma edito da Azzoni di cui Fondazione Cariparma possiede un prezioso esemplare all’interno della collezione di Libri d’Artista donata da Corrado Mingardi.

Carlo Mattioli – Il Teatro Regio – tecnica mista su carta – Collezione privata

Mattioli disegna una Parma presa quasi sempre di notte e da un punto di vista sempre leggermente ribassato perché risulti maestosa. Una città completamente vuota o percorsa da file geometriche di soldatini in uniforme che vanno chissà dove sull’eco di un inutile o tardivo ordine dato solo per dare “geometria” e prospettiva alla scena. Una città cupamente ideale fatta di piazze dilatate e deserte, di palazzi con lunghe teorie di finestre buiee vuote, come se gli abitanti fossero fuggiti, inseguiti da un invasore. Una città senza tempo, con la magnificenza nera di un sogno di Piranesi che si è immerso nelle acque padane, allucinate e metafisiche che bagnano la vicina Ferrara di De Chirico. Compare la basilica della Steccata nella notte. Poi la chiesa “del Quartiere” vista scorciata in un vuoto siderale. Poi la prigione, la torre Farnese che si sovrappone come un lapsus alla Certosa in cui Fabrizio finirà i suoi giorni.

Quella Parma, Mattioli la vuole nera, con bagliori blu, lunari, punti di bianco mobili, le uniformi degli onnipresenti soldatini. Fra i tanti personaggi raccontati da Stendhal l’artista ha privilegiato il protagonista, Fabrizio del Dongo e la sua divina scriteriata giovinezza destinata a soccombere. Colto sempre di profilo, con la tuba nera, i capelli biondi e il mantello rosso mosso dal vento, Fabrizio domina incontrastato sulla fantasia dello scrittore e del pittore fino al tragico epilogo della storia.

Delle avventure di Fabrizio e dei suoi spasimi la mano del pittore non registra quasi nulla, così come dei tanti comprimari. Molti capitoli li ignora, li ritiene inutili, non vuole fare illustrazioni: solo un accenno di racconto nell’arresto di Fabrizio in piedi accanto alla carrozza su cui siede Clelia; e poi Fabrizio che corre, pugnale in mano, dopo aver ucciso Giletti, la torre Farnese in lontananza a memento.

Per il resto nulla: o le scene vuote o il personaggio, Fabrizio, che riempie tutto, il foglio ma prima ancora la mente. La sua bellezza soverchiante è come quella delle figure dei vasi attici, colta sempre di profilo. Fabrizio è dove deve essere.

La Certosa di Parma, La città sognata di Stendhal interpretata da Carlo Mattioli (che vede il patrocinio dell’Ambasciata di Francia) è una straordinaria occasione per approfondire un monumento letterario che fu in grado, ma lo è tutt’ora, di richiamare su Parma l’attenzione del mondo della cultura.

Eventi collaterali all’esposizione saranno inoltre quattro conferenze previste a Palazzo Bossi Bocchi, con ingresso libero:

  • La “città invisibile” di Stendhal, a cura di Francesca Dosi – martedì 3 marzo, ore 17,00;
  • Corrispondenze e suggestioni tra Stendhal, Correggio e Carlo Mattioli, a cura di Luisa Viola – martedì 10 marzo, ore 17,00;
  • La Certosa di Parma, una lettura del romanzo di Stendhal, a cura di Guido Conti – giovedì 19 marzo, ore 17,00;
  • La Certosa di Parma si conclude con una “favola”, ma senza lieto fine…, a cura di Luisa Viola -martedì 21 aprile, ore 17,00.

Parma, Palazzo Bossi Bocchi, dal 22 febbraio al 31 maggio 2020, dal martedì al giovedì 15.30/18; sabato e domenica 10/12.30 e 15.30/18. Festività 12 e 13 aprile e 1 maggio dalle 15.30 alle 18. Visite guidate tutti i giovedì alle 16.30 (prenotate per i gruppi). Ingresso gratuito. Gli ambienti sono attrezzati per la visita di persone diversamente abili con rampe di accesso ed ascensori-montacarichi.

 

Delos (anche per le immagini)

 

Ancora visitabile la rassegna di immagini e documenti sugli statuti comunali di Ferrara del 1173

Ci sarà tempo ancora fino al 29 febbraio 2020 per ammirare la mostra “Voci dalle Pietre. La Cattedrale di Ferrara e gli statuti epigrafici del 1173”, allestita nella Sala Ariosto della biblioteca comunale Ariostea (via Scienze, 17 – Ferrara) e a ingresso gratuito. La conclusione, inizialmente prevista per il 18 gennaio scorso, è stata infatti prorogata di qualche altra settimana.

Gli antichi statuti, oggetto della mostra, rappresentano le prime leggi adottate per regolare la vita sociale della città di Ferrara e risalgono al periodo del libero Comune, antecedente il dominio della Signoria estense. Ad accrescerne il valore, pressoché inestimabile, è il fatto che sono stati scolpiti su lastre di marmo (tuttora visibili solo in parte) sul fianco meridionale della Cattedrale, divenuta così il “monumento parlante” della prima civiltà comunale ferrarese.

L’esposizione, oltre alle immagini fotografiche delle iscrizioni, raccoglie antichi documenti d’archivio inediti e mira a fare da volano per nuove ricerche, da condurre anche con le moderne strumentazioni a disposizione.

La mostra rappresenta il frutto di un accurato lavoro di ricerca condotto da un ampio team di studiosi e esperti, tra cui Michele Pastore, Marco Zuppiroli, Veronica Vona, Alessandro Iannucci, Francesco Scafuri, Fede Berti, Riccardo Dalla Negra, Francesco Guardaldi, Mirna Bonazza, Giovanni Lamborghini e Keoma Ambrogio.

La mostra, visitabile negli orari di apertura della biblioteca (dal lunedì al venerdì 9 – 19, sabato 9- 13), è promossa dall’associazione Ferrariae Decus in collaborazione con l’Arcidiocesi di Ferrara e Comacchio, il Capitolo della Cattedrale di Ferrara, il Comune di Ferrara, la Biblioteca Ariostea, Archibiblio Ferrara, l’Università degli Studi di Ferrara, il Dipartimento di Architettura Ferrara, l’Università di Bologna e Framelab.

 

Alessandro Zangara (anche per le fotografie)

 

Pinocchio nei costumi di Massimo Cantini Parrini a Prato

Fino al prossimo 22 marzo, sarà possibile visitare la mostra dedicata ai costumi di Pinocchio dell’omonimo film di Matteo Garrone, al Museo del Tessuto di Prato (Via Puccetti, 3).

La mostra presenta in anteprima assoluta l’ultimo lavoro del costumista Massimo Cantini Parrini, oltre trenta costumi realizzati per il film di Garrone, nelle sale cinematografiche.

Massimo Cantini Parrini è l’unico costumista italiano ad aver vinto David di Donatello consecutivi, oltre a Nastri d’Argento, Ciak d’oro, vari prestigiosi riconoscimenti in Festival internazionali e l’EFA, European Film Award nel 2018.

La mostra è articolata in due sezioni. La prima dedicata al costumista e al suo lavoro di studio e ricerca, con una ricca selezione di campioni di tessuto e bozzetti di preparazione dei costumi. La seconda presenta i costumi di scena del film “Pinocchio” selezionati per complessità ed efficacia narrativa, accompagnati da immagini e accessori. Di grande valore sono anche gli abiti storici provenienti dalla collezione personale di Cantini Parrini, sia maschili che femminili sette-ottocenteschi, primo riferimento stilistico per la realizzazione delle sue produzioni.

La mostra è aperta dal martedì al giovedì dalle 10 alle 15, e dal venerdì alla domenica dalle 10 alle 19. Previsto un biglietto d’ingresso.

 

la Redazione

 

“Fra noi e le cose” di Nesci e Oliana al Red Lab di Milano

Un dialogo inedito fra due autori di differenti generazioni attorno all’eredità di un approccio visivo innovativo.

Mario Cresci, maestro riconosciuto della fotografia italiana, e Novella Oliana appaiono profondamente in sintonia nelleggere e interpretare il mondo circostante, ognuno attraverso la propria visione. Entrambi esplorano una metodologia dello sguardo di cui Mario Cresci è stato in primis sperimentatore e fautore.

Red Lab Gallery/Miele di via Solari 46 a Milano, dopo la mostra di Pio Tarantini, continua a porre l’accento sul concetto dell’abitare con la mostra, aperta dal 6 febbraio, “Fra noi e le cose” a cura di Gigliola Foschi, seconda del ciclo espositivo “Habitami” e realizzata grazie alla collaborazione con la galleria Matèria di Roma.

L’intonazione poetica del titolo rimanda alla delicatezza e armonia del confronto fra una delle figure artistiche più ricche e complete del panorama italiano, Mario Cresci, e la capacità di ascolto, rielaborazione e trasformazione, con altrettanta eufonia e grazia, diNovella Oliana, che modula la fotografia in una ricerca senza punti d’arrivo, in un percorso di riflessione che si dilata nel tempo.

Un dialogo proficuo in circa venti fotografie che, nonostante tematiche in apparenza diverse, è evidente tra la serie   La casa di Annita (2003) di Mario Cresci e la ricerca Lo spazio necessario (2016-2020) di Novella Oliana.

MARIO CRESCI: LA CASA DI ANNITA

È il tentativo di preservare la memoria di una vita trascorsa in una villetta degli anni Trenta attraverso le tracce sedimentate dagli oggetti appartenuti alle persone scomparse che l’hanno abitata: immagini-ricordo di una casa che andava svuotandosi, finito il tempo di chi l’avevavissuta.

Scrive Gigliola Foschi nel suo testo critico: “Mario Cresci sente che il corpo vivo della casa sta cessando di esistere per la perdita delle sue funzioni, avverte il dolore di chi è costretto ad aprire e liberare vecchie scatole, armadi e cassetti pieni di cose conservate con cura.Con discrezione decide allora di usare la fotografia come una forma di scrittura fredda, classificatoria e possibilmente priva di sentimenti retorici. Eppure, nonostante il suo sguardo sia frontale e diretto, qualcosa accade e questo qualcosa è una piccola differenza che cambia tutto, è un leggero scarto che rimescola le carte e le rimette in gioco.”

La sua intende essere una rispettosa fotografia-prelievo ma, nel momento in cui Cresci sposta gli oggetti, anche se di poco, entra in intimità con essi. Le sue immagini diventano strumento di un confrontarsi inedito con la realtà e con il senso dell’abitare spazi intesi come depositi di memorie, storie, momenti di vita vissuta.

Mario Cresci, classe 1942, mette in atto una personale “ricerca antropologica” ele scene che egli fotografaacquistano una nuova vita che ridà senso a quella passata.

Per l’artista, che vive e lavora a Bergamo, il valore della memoria delle cose non diviene mai sterile nostalgia del passato, ma valorizzazione di atti creativi espressi da persone che in essi hanno proiettato la loro storia e la loro identità.

NOVELLA OLIANA: LO SPAZIO NECESSARIO

Artista, docente e ricercatrice, per Novella Oliana,in perfetta sintonia con le ricerche di Mario Cresci, la fotografia è una continua ricerca, uno strumento di riflessione che si dilata nel tempo, che si approfondisce di gesto in gesto (come il tagliare, il cucire, il raccogliere piccoli sassi…) senza avere una meta prestabilita, ma che parte sempre da un punto che è profondamente radicato al suo essere, alla sua vita, vicino ai luoghi da lei amati.

Scrive Gigliola Foschi: “La meta è il suo continuo lavorio, dove il tagliare, il cucire, il raccogliere piccoli sassi bianchi, e poi fotografie d’archivio, e poi frammenti di immagini, si coniuga senza fratture con il fotografare, il rifotografare, il comporre, il creare piccole installazioni magiche fatte di un quasi niente: uno specchietto, un isolotto mignon, una piccola immagine…”.

Novella Oliana, classe 1978, attraverso la fotografia ha sviluppato in maniera più vasta la comprensione di mondi culturali differenti che interagiscono con il nostro, in particolare quelli del Medio Oriente e del Mediterraneo.

Nelle fotografie esposte a Milano tutto ragiona attorno al mare, dentro il mare, la sua storia, i suoi miti. Il mare come una parte di sé, la superfice acquatica come un testo da smontare e ricomporre, il Mediterraneo come un universo denso di riflessi, di apparizioni e scomparse, di isole che emergono e si inabissano nascondendosi alla vista come nel trittico Hypothése d’île.

Le immagini di Novella Oliana si offrono come narrazioni “aperte”. Lesue microstorie vanno ascoltate con attenzione. Per renderle attive nel nostro immaginario l’autrice sceglie di rimetterle in gioco sottovoce, in modo sommesso ma tenace (non a caso le sue immagini sono spesso di piccole/medie dimensionie composte da dittici o trittici), si affida agli incontri, ai ritrovamenti dove ogni pezzo che si aggiunge si trasforma e si riscrive.

Gigliola Foschi: “Il valore delle sue opere non è tanto nelle singole immagini, ma nel loro insieme composto di frammenti che si connettono gli uni agli altri come costellazioni. È nella rinuncia a ogni pretesa di completezza, nel continuo fare e rifare in cui si mescolano storia e invenzione, svelamento e occultamento, nel nome di un’idea di Mediterraneo che si nutre di archivi immaginari e d’immaginazioni individuali e collettive”.

Red Lab Gallery/Miele è un laboratorio di sperimentazione, pensato per promuovere innanzitutto la cultura delle immagini ma aperto a contaminazioni e narrazioni di diverso tipo. Un luogo dove vengono individuati nuovi modi di esporre, raccontare, far vivere l’arte visiva, intesa come partecipazione interattiva e bidirezionale.

Tante le mostre, i workshop, i talk che confluiscono in Red Lab Gallery/Miele coinvolgendo protagonisti del panorama contemporaneo e diverse realtà culturali.

Red Lab Gallery/Miele, Via Solari 46, Milano, dal 6 febbraio al 4 aprile, ingresso libero da lunedì a venerdì 15.00-19.00; sabato 10.00-12.30; 15.00-19.00. Il 6 febbario dalle 18.30.

 

De Angelis (anche per le immagini: i primi due lavori di Cresci, gli altri due di Oliana)

 

3 Body Configurations

Claude Cahun, Self-portrait (reflected image in mirror, checqued Jaket), Autoritratto (imagine riflessa nello specchio, giacca a scacchi), 1928
mm. 118/94, negativo, Courtesy Jersey Heritage Collection

Fino al 18 aprile 2020, la Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna è lieta di presentare 3 Body Configurations a cura di Fabiola Naldi e Maura Pozzati, in via delle Donzelle, 2 Bologna.

Partendo dal rapporto del corpo dell’artista che agisce nello spazio pubblico e privato, la mostra offre la possibilità di vedere per la prima volta in Italia un’attenta selezione di opere fotografiche di Claude Cahun (grazie alla collaborazione con Jersey Heritage Collection), un’altrettanta e significativa selezione delle opere fotografiche di VALIE EXPORT (grazie alla collaborazione con l’Atelier VALIE EXPORT e il Museion di Bolzano) e una riproposizione di un progetto fotografico della fine degli anni Novanta di Ottonella Mocellin (grazie alla collaborazione con la galleria Lia Rumma).

L’esposizione si presenta come la possibilità di approfondire un ambito della storia dell’arte del 900 ampiamente caratterizzata dall’uso dei dispositivi extra artistici quali il corpo, la fotografia e la performance. 3 Body Configurations, infatti, prende spunto dal titolo di un progetto di VALIE EXPORT sviluppato dal 1972 al 1982.

Le tre importanti presenze sottolineano la riflessione estetica e progettuale di un’occupazione tanto fisica quanto mentale della propria identità, della propria prassi progettuale come anche della necessità di indagare i rapporti fra il corpo dell’artista e lo spazio dell’architettura, della natura e dell’illusione.

Per Claude Cahun, VALIE EXPORT, Ottonella Mocellin la fotografia si dichiara testimone infinito, immobile e indiscusso di una pratica avvenuta anche solo per un istante.

La mostra è documentata da una preziosa pubblicazione (italiano/inglese) edita da Corraini con testi inediti di Fabiola Naldi, di Maura Pozzati e della filosofa Francesca Rigotti.

L’evento è inserito tra i Main Project di ART CITY Bologna 2020, programma di iniziative speciali promosso dal Comune di Bologna in collaborazione con BolognaFiere in occasione di Arte Fiera.

Ingresso libero dal lunedì al sabato dalle 10 alle 19.

 

Delos (anche per la fotografia)

 

 

 

Helmut Newton. Works

 

Helmut Newton, Rushmore, Italian Vogue, 1982 © Helmut Newton Estate

La GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino apre la stagione espositiva del 2020 inaugurando la grande retrospettiva Helmut Newton. Works, promossa da Fondazione Torino Musei e prodotta da Civita Mostre e Musei con la collaborazione della Helmut Newton Foundation di Berlino.

Il progetto espositivo è a cura di Matthias Harder, direttore della fondazione tedesca, che ha selezionato 68 fotografie con lo scopo di presentare una panoramica, la più ampia possibile, della lunga carriera del grande fotografo che sin dagli inizi non ha mai smesso di stupire e far scalpore per i suoi concetti visivi veramente unici. Il risultato è un insieme di opere non solo particolarmente personali e di successo, ma che hanno raggiunto un pubblico di milioni di persone anche grazie alle riviste e ai libri in cui sono apparse, e alle mostre delle sue foto.

Nel percorso di mostra si spazia dagli anni Settanta con le numerose copertine per Vogue, sino all’opera più tarda con il bellissimo ritratto di Leni Riefenstahl del 2000, offrendo la possibilità ai visitatori di comprendere fino in fondo il suo lavoro come mai prima d’ora.

Quattro sezioni che rendono visibile come in questo lungo arco di tempo, Newton abbia realizzato alcuni degli scatti più potenti e innovativi del suo tempo. Numerosi ritratti a personaggi famosi del Novecento, tra i quali Andy Warhol (1974), Gianni Agnelli (1997), Paloma Picasso (1983), Catherine Deneuve (1976), Anita Ekberg (1988), Claudia Schiffer (1992) e Gianfranco Ferré (1996). Delle importanti campagne fotografiche di moda, invece, sono esposti alcuni servizi realizzati per Mario Valentino e per Thierry Mugler nel 1998, oltre a una serie di importanti fotografie, ormai iconiche, per le più importanti riviste di moda internazionali.

Il chiaro senso estetico di Newton pervade tutti gli ambiti della sua opera, oltre alla moda, anche nella ritrattistica e nella fotografia di nudi. Al centro di tutto le donne, ma l’interazione tra uomini e donne è un altro motivo frequente della sua opera.

Helmut Newton morì improvvisamente il 23 gennaio 2004 a Los Angeles, prima di poter assistere alla completa realizzazione della Fondazione a lui dedicata.

Helmut Newton Works è il titolo del grande volume edito da Taschen che comprende anche le foto esposte in mostra e ne rappresenta idealmente il catalogo.

GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino – via Magenta,31 www.gamtorino.it

Dal 30 gennaio al 3 maggio 2020. Da martedì a domenica dalle h. 10.00 alle h. 18.00. Chiuso lunedì. La biglietteria chiude un’ora prima (biglietto intero 10 €, ridotto 8 €gruppi di minimo 15 persone, ridotto under 25 6 €: ridotto giovani e studenti da 6 fino a 25 anni compiuti con documento e tesserino universitario. Gratuito per minori di 6 anni. Disabili e accompagnatore

 

Ombretta Roverselli (anche per la fotografia)

 

“Maschere e Buonumore”, una mostra-studio in parete per un mese al MAF

Non poteva mancare, in periodo di Carnevale, una specifica mostra al MAF, il Centro di Documentazione del Mondo Agricolo Ferrarese di San Bartolomeo in Bosco. A partire da domenica 26 gennaio, infatti, sarà esposta la mostra-studio inedita, curata da Marco Dondi, su “Maschere e Buonumore”. Il noto collezionista di Bondeno proporrà interessanti documentazioni sulle tematiche dell’Allegria e dell’Umorismo, che hanno avuto come momento emblematico il Carnevale.

La mostra si articola in due sezioni, la prima focalizzante le Maschere, caratterizzata da fotografie d’epoca, cartoline illustrate, volantini e manifesti. Un ruolo importante avranno, in particolare, splendidi manifesti di spettacoli che si rappresentarono a Bondeno, non ultimi quelli del Teatro dei Burattini.
La seconda sezione, più specificamente dedicata all’Allegria nelle sue forme più variegate, è incentrata su soggetti umoristico-satirici. Una particolare attenzione è dedicata all’opera artistica di Giovanni Manca (1889-1984), noto illustratore, fumettista e scenografo.

Una mostra, quindi, che si preannuncia di rilevante interesse e che verrà illustrata al pubblico nel corso dell’appuntamento culturale di domenica 16 febbraio, dedicato interamente al Carnevale fra tradizione e innovazione.
L’esperienza espositiva di Marco Dondi è promossa dal Comune di Ferrara, dal MAF e dall’Associazione omonima e si avvale del patrocinio della Regione Emilia-Romagna.

È liberamente visitabile, fino al 20 febbraio, agli orari di apertura del Museo: da martedì a venerdì, dalle 9 alle 12, festivi dalle 15 alle 18.

MAF- CENTRO DI DOCUMENTAZIONE MONDO AGRICOLO FERRARESE Via Imperiale 263 SAN BARTOLOMEO IN BOSCO/FERRARA

 

Alessandro Zangara (anche per le immagini)

“Noir” il concerto-spettacolo di Antonio Ballista e Lorna Windsor alla IUC

Antonio Ballista

Sabato 25 gennaio 2020 alle 17.30 è in arrivo all’Aula Magna della Sapienza, nell’ambito della stagione della IUC, un nuovo folle, originale, ironico concerto-spettacolo di Antonio Ballista: “Noir… LaPauraSiFaSentire”. Il titolo è un invito a sperimentare il lato oscuro della musica, che evoca leggende misteriose, avvenimenti paurosi, orride streghe, tremende tempeste e mostruosi zombi.

Foto di scena Noir, duo voce-pianoforte

Le parole con cui i protagonisti stessi presentano questo spettacolo non lesinano sulla suspense: “Il TERRORE in musica? Antonia Ballista, Lorna Windsor e Gianluca Massiotta ve lo racconteranno al ritmo accelerato del vostro battito cardiaco, se avrete il coraggio di assistervi.” In realtà le vostre coronarie non corrono alcun rischio, perché i brividi della paura saranno temperati dal sorriso dell’ironia. Il fatto che ci sarà anche un cameo di Paolo Poli (naturalmente si tratta di una registrazione) e che sullo schermo scorreranno immagini terrificanti come gli zombie di Michael Jackson ma anche tenere e divertenti come l’omino di Charlie Chaplin, fa capire che ci si deve aspettare di tutto, terrore ma anche divertimento. Non sarà sollecitato solamente l’udito ma anche l’immaginario visivo, di cui si occuperanno le proiezioni di Gianluca Massiotta. Ci sarà anche il soprano Lorna Windsor, per quei brani di Verdi, Mahler, Berg e Adams che richiedono l’intervento della voce. E verranno letti alcuni brevi testi di Shirley Jackson ed Erik Satie.

Il giovane ottantenne Antonio Ballista, pianista di rara cultura e di grande rigore, ha preparato una scaletta in cui si alternano con calcolato disordine Frédéric Chopin, Modest Musorgskij, Jan Sibelius, Claude Debussy e un’altra dozzina di compositori. E quale finale più adatto di Thriller di Michael Jackson? Né poteva mancare l’innocua “Marcia funebre di una marionetta” di Charles Gounod, che ha assunto un tono sinistro soltanto perché Alfred Hitchcock l’ha usata come sigla dei suoi gialli televisivi.

Prima del concerto si potrà visitare la mostra “Antonio Ballista. Atmosfere sospese. Opere grafiche 1976-2020” allestita negli spazi del MLAC Museo Laboratorio di Arte Contemporanea, adiacente all’Aula Magna: la mostra resterà aperta fino a sabato 1 febbraio, tutti i giorni dalle 15 alle 19 tranne la domenica, ad ingresso libero.

 

 

Mauro Mariani (anche per le fotografie)

Vetri e disegni di Carlo Scarpa in mostra a Castelvecchio

È aperta al pubblico, nella sala Boggian al Museo di Castelvecchio, la mostra dal titolo “Carlo Scarpa. Vetri e Disegni. 1925-1931”, appuntamento autunnale dei Musei Civici di Verona. Dedicata al celebre architetto veneziano e alla produzione della vetreria M.V.M. Cappellin & C., l’esposizione sarà visitabile fino al 29 marzo 2021.

In mostra 69 vetri provenienti da collezioni pubbliche e private, accostati a 52 disegni realizzati per la vetreria negli anni tra il 1925 e il 1931 e corredati da una selezione di 23 fotografie d’epoca. Tutte opere degli anni giovanili dell’architetto, in esposizione proprio all’interno di Castelvecchio che, ancora oggi, rappresenta uno dei suoi magistrali esempi di restauro e allestimento museografico.

Un’esposizione coinvolgente, che nasce della collaborazione tra il Comune di Verona con Le Stanze Del Vetro e Pentagram Stiftung ed è a cura di Marino Barovier, tra i più reputati esperti dell’arte vetraria muranese, insieme ad Alba Di Lieto e Ketty Bertolaso della Direzione dei Civici Musei del Comune di Verona.

“Un’esposizione di particolare fascino – sottolinea l’assessore alla Cultura Francesca Briani – che trae spunto e approfondisce ulteriormente la mostra scarpiana realizzata a Venezia da Barovier, tra la fine del 2018 e l’inizio del 2019. Un’opportunità interessante per vedere alcune delle più importanti realizzazioni della produzione vetraria del giovane Carlo Scarpa, al tempo designer e futuro promettente architetto, studente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia. Vetri e disegni che permettono, inoltre, di valorizzare l’attività dell’Archivio digitale Carlo Scarpa, di cui il museo di Castelvecchio è custode, offrendo la possibilità di ammirare opere di design di altissimo livello e di grande bellezza”.

“La mostra – spiega la curatrice dei Musei Civici Veronei, Francesca Rossi – è una rara occasione per vedere una parte della raccolta grafica e fotografica della vetreria Cappellin, conservata nell’Archivio Carlo Scarpa di Verona, insieme alla collezione dei disegni del restauro e allestimento del Museo di Castelvecchio. Una tappa che si collega ad una precisa linea espositiva dedicata al grande architetto veneziano e a un percorso di valorizzazione dell’arte vetraria avviato, nel 1960, da Licisco Magagnato con la mostra ‘Vetri di Murano 1860-1960’, allestita dallo stesso Scarpa. In quell’occasione, l’architetto progettò alcune vetrine ora restaurate e che sono state riutilizzate in occasione dell’allestimento di questa mostra”.

“Ricerca estrema dello sperimentare, per ricreare con materiali nuovi opere che hanno ridefinito il concetto di design del vetro – dichiara Marino Barovier –. Questo è stato Scarpa. Studioso e creatore al tempo stesso. Con il suo lavoro è riuscito a generare opere considerate al tempo impossibili, apportando una rivoluzione nello studio e lavorazione del vetro”.

L’esplorazione proposta in mostra, che presenta gli esordi “dell’irregolare” e “abilissimo” Carlo Scarpa, costituisce un ritorno alle origini, una raro confronto tra la creazione finale, in questo caso la selezione dei vetri esposti, i disegni originali e la documentazione fotografica d’epoca.

Negli ultimi anni altre due mostre sono testimonianza del costante interesse per l’attività artistica legata al vetro, Vinicio Vianello: il design del Vetro (2007) e Giorgio Vigna. Stati Naturali (2013). In quest’ultima esposizione l’artista ha saputo creare un intenso e serrato dialogo tra le proprie opere, l’arte antica e l’architettura del celebre complesso museale scarpiano.

L’Archivio Carlo Scarpa di Verona, che ha sede al Museo di Castelvecchio, conserva, insieme alla raccolta grafica sul restauro di Castelvecchio, la collezione dei disegni e delle fotografie relative ai vetri di Cappellin.
Acquisita nel 2004 nell’ambito delle iniziative promosse dal Comitato Paritetico Carlo Scarpa (2002-2013) Stato – Regione del Veneto, grazie ad Aldo Businaro, l’importante raccolta venne interamente affidata dalla Regione del Veneto all’archivio scarpiano veronese istituzionalizzato in quegli stessi anni.

 

Roberto Bolis