Svetlana Zakharova per Genova Outsider Dancer

Domenica 3 luglio alle ore 20.30 al Teatro Carlo Felice di Genova, nell’ambito del Genova Outsider Dancer, verrà presentato AMORE, il balletto con protagonista assoluta Svetlana Zakharova, una delle più grandi danzatrici viventi, ammirata per la perfezione tecnica e l’eleganza assoluta del suo stile.

La straordinaria ballerina russa, di origine ucraina, è oggi la più richiesta al mondo, definita all’unanimità una delle più grandi stelle del balletto, dal 2003 étoile del Balletto Bol’šoj di Mosca e dal 2007 prima ballerina étoile del Corpo di Ballo alla Scala di Milano.

Un arrivo a Genova atteso ormai da mesi, con tre balletti di altrettanti coreografi contemporanei: il primo, Francesca da Rimini, sulle musiche di Pëtr Il’ič Čajkovskij, creato nel 2012 per il San Francisco Ballet da Yuri Possokhov, coreografo incline alle storie drammatiche e romantiche. Sul palco, accanto a Svetlana, ci saranno Michail Lobukhin e Denis Rodkin, entrambi solisti del Balletto Bol’šoj di Mosca.

Seguirà Rain before it Falls, coreografia creata nel 2014 da Patrick De Bana appositamente per la Zakharova su musiche di Georg Friedrich Händel, Ottorino Respighi e Carlos Pino-Quintana; De Bana, danzatore e coreografo tedesco considerato tra i più interessanti del panorama contemporaneo, in questa occasione si presenterà nel doppio ruolo di autore e co-interprete.

Infine, Strokes Through the Tail, creato nel 2005 per la Hubbard Street Dance Company di Chicago da Marguerite Donlon, una coreografia che trova ispirazione nella Sinfonia n. 40 di Wolfgang Amadeus Mozart e nella quale i danzatori incarnano la struttura di tale notazione rivelando tutto il genio e l’umorismo del grande compositore.

Orchestra del Teatro Carlo Felice, direttore Pavel Sorokin.

 

Marina Chiappa

 

“Tosca” al Teatro Carlo Felice di Genova

Tosca, opera lirica in tre atti di Giacomo Puccini su libretto di Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, a più di un secolo dalla prima assoluta del 14 gennaio 1900 al Teatro Costanzi di Roma, dopo il successo dello scorso anno, torna al  Teatro Carlo Felice dal 4 all’8 maggio.

Sul podio, a dirigere l’Orchestra del Teatro Carlo Felice, Dmitri Jurowski, direttore russo giovane ma già di ampia esperienza internazionale, dal 2011 direttore artistico e direttore principale dell’Orchestra Sinfonica della Città di Mosca.

Regia, scene e luci portano la firma di Davide Livermore, uno dei registi più talentuosi della sua generazione, fornito di una profonda preparazione non solo teatrale, ma anche musicale, da sempre aperto all’innovazione e alla sperimentazione; Regista Residente al Teatro Carlo Felice, dopo i precedenti successi di uno straordinario Otello, un Carmen tutta cubana e un suggestivo Billy Budd, Livermore ripropone per il lirico genovese l’ allestimento di Tosca filtrato dal suo sguardo acuto e innovatore. I preziosi costumi sono di Gianluca Falaschi.

L’opera si avvale di due cast prestigiosi, che si alterneranno nelle recite: Amarilli Nizza e Virginia Tola (Floria Tosca), Francesco Meli che debutterà nel ruolo ed Enrique Ferrer (Mario Cavaradossi), Angelo Veccia (Scarpia), Giovanni Battista Parodi (Angelotti), Matteo Peirone (Sagrestano), Enrico Salsi (Spoletta), Raffaele Pisani (Sciarrone) e Filippo Balestra che si alternerà con Roberto Conti nel ruolo del Carceriere. E in più, le voci bianche Thomas  Bianchi e Sebastiano Carbone (Un Pastorello).

La Tosca di Giacomo Puccini è un’opera degli eccessi. La gelosia di Tosca, l’eroismo repubblicano del suo amato, il pittore Mario Cavaradossi, la cattiveria del Barone Scarpia, capo della polizia: tutto è estremo, in questa vicenda ambientata nella Roma politicamente in subbuglio del 1800. I momenti forti non si contano: la tortura di Cavaradossi e la sua fucilazione in scena; Tosca che, cantante lirica vissuta sempre “d’arte e d’amore” senza far “mai male ad anima viva”, uccide Scarpia, colui davanti a cui “tremava tutta Roma”, congedandosi dal suo cadavere con un rituale tra il macabro e il solenne; il salto nel vuoto di Tosca dai bastioni di Castel Sant’Angelo; la libidine sfrenata di Scarpia.

C’è chi, come Alberto Arbasino, vede in Tosca una messa in scena della Crudeltà, il manifesto di un “Teatro della Ferocia” davanti a cui impallidiscono, secondo lo scrittore, titoli giudicati di solito molto più perfidi. La storia, del resto, è tratta dal dramma omonimo (1887) di  Victorien Sardou, uno specialista del teatro a tinte forti che andava di moda nella Parigi di fine ‘800.

L’impatto della vicenda è intensificato dalle scelte compositive di Puccini, che si susseguono con il tempismo di un montaggio cinematografico: melodie di sicuro effetto (“Vissi d’arte”, “Recondita armonia”, “E lucevan le stelle”), armonie inaspettate, colori timbrici di densità pittorica.

Gli incontri collaterali che il Teatro Carlo Felice ha organizzato intono all’evento :

Sabato 30 aprile alle ore 16.00

Auditorium E. Montale

Conferenza Illustrativa “Modernità di Tosca

A cura di Alberto Cantù

In collaborazione con l’Associazione Amici del Carlo Felice e del Conservatorio N. Paganini

Lunedì 2 maggio alle ore 17.30

Libreria La Feltrinelli

UN POMERIGGIO ALL’OPERA

Incontro con gli artisti di Tosca

a cura di Massimo Pastorelli

Marina Chiappa

 

“Scandalo” a Brescia

Scandalo

Il Teatro Stabile del Friuli, Artisti Riuniti e Mittelfest 2015 hanno presentato al Teatro Sociale di Brescia il bel lavoro di Arthur Schnitzler “Scandalo”, per la regia di Franco Però. Un lungo spettacolo (due ore e quaranta minuti) intenso e coinvolgente, di una modernità ben resa dalla traduzione di Ippolito Pizzetti di un lavoro del 1898 mai rappresentato in Italia. Belle le scene di Antonio Fiorentino e i costumi di Andrea Viotti, sottolineati dalla luci di Pasquale Mari e dalle musiche di Antonio Di Pofi. Sotto accusa le convenzioni sociali che, se erano vive al tempo dell’autore Schnitzler, sono attuali anche oggi, perché durano a morire malgrado la spesso sbandierata modernità. Convenzioni interne al mondo borghese, ma che possono essere lette come ancestrali tematiche di famiglie dal gusto arcaico, sia italiane che di altre culture. In nome del buon nome familiare, della giustizia che spesso piomba sui protagonisti come condanna e come vessillo allo stesso tempo. Malgrado le regole socialmente imposte, dentro e fuori la famiglia nucleare, Hugo, giovane dell’alta borghesia novello Romeo, si innamora di Toni, una ragazza di umili origini. Senza dirlo alla famiglia, ha da lei un figlio di cui rivela l’esistenza, come rivela il profondo amore che lo lega alla ragazza, soltanto in punto di morte. Cade malauguratamente da cavallo, senza una spiegazione logica che non sia il fato pronto a intromettersi nella vita degli umani, quindi, prima di morire, chiede alla madre e al padre di promettergli che si sarebbero presi cura non solo del bambino, ma anche della madre, la sua amata. Prendersi in casa una ragazza di umile lignaggio era già uno scandalo, ma rivelare che erano pure diventati nonni a loro insaputa, era di certo troppo.

 

Scandalo 2Per amore di Hugo, comunque, lo fanno lo stesso e il giovane muore avendo riveduto il proprio figlioletto almeno un’ultima volta. Bravi i due bambini in scena. Il fatto non finisce così: il giovane medico innamorato della sorella di Hugo dice chiaro e tondo che non avrebbe mai acconsentito di sposare una ragazza con in casa uno scandalo del genere, lui che non era di certo un medico bravo, ma che era invece capacissimo di puntare il dito contro gli altri, usando la propria estrazione e il proprio ruolo come baluardo per mascherare la propria pochezza. Altri amici si allontanano dalla famiglia e tutto diventa ancor più drammatico quando il bambino muore e, allora, i doveri verso la madre non avevano più ragione di esistere. Praticamente cacciata, dove sarebbe andata? Il rimando alla cronaca attuale di insofferenza verso chi, senza diritto, deve entrare in casa propria è evidente, ma il regista non dà una soluzione preconfezionata. Come normale in teatro, la risposta e la riflessione è in ciascuno che legge e vede lo spettacolo con i proprio occhi e, magari, con qualche interrogativo in più, a disturbare le coscienze come le disturbava Schnitzler. Protagonisti Stefania Rocca e Franco Castellano, con gli attori del Teatro Stabile del Friuli Filippo Borghi, Adriano Braidotti, Ester Galazzi, Andrea Germani, Lara Komar, Riccardo Maranzana, e Alessio Bernardi, Leon Kelmendi. Completano il cast gli attori ospiti Federica De Benedittis e Astrid Meloni.

Un bello spettacolo, capace di catturare l’attenzione dell’astante fino all’ultima battuta, affatto scontata. Da vedere.

 

Alessia Biasiolo

 

“I Rusteghi” al Teatro Sociale di Brescia

I Rusteghi - da sin. Maria Grazia Mandruzzato, Margherita Mannino, Cecilia La Monaca, Stefania Felicioli - Foto Serena PeaAncora una volta si è riacceso l’incanto goldoniano in teatro grazie alla compagnia del Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale, che ha messo in scena “I Rusteghi” per la regia di Giuseppe Emiliani. Un paio d’ore di divertimento, anche se la mente può andare facilmente all’idea di donna che traspare dall’opera e che, drammaticamente, è cronaca d’oggi. I rozzi Lunardo, Maurizio, Simon e Canciano possono avere altri nomi, ma l’idea di limitare la libertà della donna, purtroppo, è quanto mai attuale, sotto varie forme. La società dell’epoca di Goldoni, alla quale il celebre drammaturgo ha attinto a piene mai per ridicolizzarla e raccontarne vizi e virtù in chiave ironica e carica di raffinatezze teatrali, era rappresentata da: Alessandro Albertin, Alberto Fasoli, Piergiorgio Fasolo, Stefania Felicioli, Cecilia La Monaca, Michele Maccagno, Maria Grazia Mandruzzato, Giancarlo Previati, Margherita Mannino, Francesco Wolf, in un paio d’ore di buono svago. Buono anche il dialetto del recitativo, dato che Goldoni giocava molto sulle sfumature dell’accento veneto, in generale, e talvolta non solo, per sottolineare contrasti di ceto sociale e di modo di intendere la vita. La trama è presto detta.

I Rusteghi - da sin. Alessandro Albertin, Piergiorgio Fasolo, Giancarlo Previati

I quattro protagonisti maschili sono sposati, ma non intendono scucire soldi per le mogli o per le figlie. Le tengono serrate in casa, imponendo la visione patriarcale della famiglia tipica del Veneto del tempo, adducendo le più svariate scuse. Che le buone ragazze da marito non si devono mai far vedere, nemmeno dal promesso sposo del matrimonio combinato dai padri; che non ci si deve lasciare traviare dalle mode, dalla necessità di vestiti nuovi: basta uno straccetto qualsiasi, senza fronzoli, per non mettere cattive idee in testa, e via discorrendo. In tutto questo pacato benessere, però, interviene prepotentemente la vita esterna, cittadina, che propone l’uso di andare a teatro almeno a Carnevale; di portare fuori le mogli e le figlie per mostrare il proprio status sociale, appunto facendo confezionare loro almeno un vestito nuovo, alla moda, all’anno, e via così. Bello, allora, il dialogo tra moglie e figliastra: la donna si interroga su chi glielo ha fatto fare di maritarsi già grande e rinunciare alla propria libertà con la speranza di una vita migliore accanto ad un uomo; la ragazza attendeva una nuova madre per poter uscire, sperando che il padre fosse meno orso, invece si deve rassegnare che è proprio così e basta. Tra le lagnanze delle donne, ne spicca una, però, che sa usare bene le armi femminili della persuasione e dell’intelligenza sottile: riesce a rigirare il marito come vuole, incurante dei tentativi di lui di imporsi come fanno i suoi amici, e riesce a “intortare” anche gli altri uomini, convincendoli della giustezza delle proprie ragioni. Lei non urla e non sbraita, ma si fa comperare abiti nuovi, il palco a teatro, malgrado il marito giuri di non saperne niente, si fa portare all’opera e alla prosa, in visita dalle amiche e in giro a spasso per la città, perché muove ragioni tali e tante, con un tal garbo, che nessuno sa dirle di no. Commedia in due atti, di cui il primo un po’ lento e poco graffiante, diventa divertente nella seconda parte, quando le baruffe in scena tra i vari personaggi animano il palcoscenico in modo convincente. Belli i costumi di Stefano Nicolao e interessanti le scene di Federico Cautero, ben sottolineanti i caratteri dei singoli che, alla fine, soccombono alla ragione, ma dimostrando in fondo la loro paura del vivere al di fuori delle proprie convinzioni e di quella cornice di lusso che diventa, per loro, più una protezione che una conquista. Alla fine tutto si aggiusta, come sempre nei lavori di Goldoni, ma perché appunto si aggiusta e basta: nessuno alla fine è cambiato nelle proprie posizioni e nei suo convincimenti, se non la condizione di due ragazzi che vengono ufficialmente fidanzati. Tutto cambia per rimanere uguale? Allo spettatore la risposta.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

La tragedia di Oreste, la carriera delle Erinni

 

SPETTACOLI BRESCIA CENTRO TRATRALE BRESCIANO EUMENIDI NELLA FOTO SCENA   25/01/2016 REPORTER FAVRETTO

Il nuovo allestimento di “Eumenidi”, messo in scena dal CTB di Brescia in collaborazione con il 68° Festival del Teatro Classico di Vicenza, riprende la versione realizzata nel 2004 per la Biennale di Venezia sempre dal CTB (in collaborazione con la Biennale di Venezia, il Teatro di Roma e Fondazione Orestiadi di Gibellina) e testi, regia e costumi di Vincenzo Pirrotta che è anche l’interprete principale. Premio dell’Associazione Nazionale Critici nel 2005, lo spettacolo si arricchisce ora di ricerche su testi e musiche, rendendo lo spettacolo ancor più un vero incanto. La bravura di Pirrotta, per la maggior parte del tempo impegnato in un monologo a più voci, trascina lo spettatore in una riflessione su come va il mondo e come è sempre andato, se anche le terribili Erinni accettano di diventare Eumenidi per “sistemare” le cose e fare in modo che tutti, da profondamente arrabbiati, diventino sereni e felici. La storia è nota: Oreste ha ucciso la madre Clitennestra perché si era macchiata dell’omicidio di Agamennone, suo padre. Ossessionato dalla necessità di eliminare quella profonda colpa eliminando la colpevole, Oreste è consapevole di caricare su di sé il delitto dei delitti: l’uccisione della sua stessa madre. Per questo motivo, le Erinni lo perseguitano, come il rimorso si è impossessato di lui e lo perseguita, chiedendo un tributo di sangue a loro volta per cancellare la terribile colpa. Oreste si recherà nell’Aeropago per essere giudicato in presenza di Atena e, dopo discussioni e lamenti, dialoghi tesissimi, monologhi ipnotici in un ritmo frenetico che ricorda la corsa delle Erinni dietro il malcapitato, ma anche l’ossessione che non ha fine con l’omicidio, ecco che si trova la soluzione. Oreste non può essere ucciso perché protetto da Apollo, quindi bisogna accontentare il dio e, allo stesso tempo, soddisfare le dee antiche degli Inferi tramutandole in benevole Eumenidi appunto. Non è così anche ora, propone nella riflessione Pirrotta? Nel testo sono stati inseriti ricerche personali, vocalità, sfumature di dialetto siciliano e tanta fisicità degli attori. Pirrotta, in primo luogo, che impersona Oreste, l’ombra di Clitennestra e la Pitia, ma anche Giovanni Calcagno, Marcello Montalto, Salvatore Ragusa ed Enrico Vicinanza. Le musiche sono di Ramberto Ciammarughi e le scene di Pasquale De Cristofaro; mentre la musica è eseguita dal vivo da Luca Mauceri alle tastiere e strumenti elettronici, Michele Marsella alla chitarra elettrica e Govanni Parrinello alla tamorra e alle percussioni. Gli attori maschi interpretano anche ruoli femminili, come tradizione nel teatro greco classico, recuperando il dialetto della zona di Alcamo, culla della lingua italiana. Abbiamo, quindi, interessanti argot della malavita siciliana, ma anche il baccàghiu che viene reso magistralmente da Pirrotta. Allievo di Mimmo Cuticchio, Pirrotta si avvia a diventare uno dei grandi del teatro contemporaneo, portando avanti ricerche sulle tradizioni popolari e una personale sperimentazione. Particolarmente riuscita in questo spettacolo coinvolgente, emozionante, capace di scuotere lo spettatore e di farlo ridere a distanza di poche battute. Interessante la ripresa del cunto abbinato al blues arcaico che, però, non dimentica i ritmi mediterranei, di tutto il bacino di mare che avvicinava le sponde africane alle italiane e greche forse più un tempo che oggi.

(nella foto: CTB, Brescia, foto di scena di “EUMENIDI” 25/01/2016, Reporter Favretto, per gentile concessione del CTB)

Alessia Biasiolo

 

Il Ballet Preljocaj al Teatro Carlo Felice di Genova

Venerdì 12 febbraio alle ore 20.30 l’appuntamento con la Danza al Teatro Carlo Felice di Genova sarà con il Ballet Preljocaj, la celebre Compagnia, fondata nel 1984 da Angelin Preljocaj, presenterà una rilettura del suo balletto Roméo et Juliette (sulle musiche composte da Sergej Prokof’ev  tra il 1935 e il 1938) creato nel dicembre del 1990 per il Lyon Opéra Ballet.

Pensando alla sua cultura e alle sue origini albanesi, il coreografo ha scelto di collocare questa storia d’amore universale nel contesto dei regimi totalitari dei paesi dell’Est dove non si assiste alla lotta tra due famiglie rivali, come vuole la tradizione, ma a uno scontro tra la milizia incaricata di assicurare l’ordine sociale e il mondo dei senzatetto. I costumi di Enki Bilal si sono trasformati e la danza di Angelin Preljocaj si è evoluta a contatto con i danzatori della sua stessa compagnia, interpreti abituati al suo lavoro, con i quali, nel corso degli anni e delle creazioni successive, si è stabilita una forte complicità artistica.

A proposito di questa sua reinterpretazione della trama shakespeariana, Preljocaj ha scritto: «Romeo e Giulietta rifiutano il modo di vivere imposto loro dalle rispettive classi sociali, classi chiuse ad ogni comunicazione come impone il controllo delle coscienze, da cui lo scandalo del loro amore. Entrambi vorrebbero essere altrove, entrambi sentono la necessità di ribaltare i ruoli, ciascuno aspira a ciò che ha l’altro. Lo choc passionale permette loro di andare oltre, di osare la fuga dalla sorte che è stata tracciata per loro.»

L’Orchestra del Teatro Carlo Felice sarà diretta da Nada Matošević.

In occasione di questo balletto, nel primo foyer del Teatro, dal 12 al 28 febbraio, verrà allestita la mostra fotografica “ Au delà des scenes …” di Christophe Ferrari a cura di Francesca Camponero.

La mostra sarà visitabile in occasione di tutte le aperture del Teatro.

 

Roméo et Juliette

Musica di Sergej Prokof’ev

 

Coreografia Angelin Preljocaj

Direttore Nada Matošević

Scene Enki Bilal

Costumi Enki Bilal e Fred Sathal

Luci Jacques Chatelet

 

Orchestra del Teatro Carlo Felice

 

Repliche

Sabato 13 febbraio – 20.30 (B)

Domenica 14 febbraio – 15.30 (C)

Martedì 16 febbraio – 20.30 (H)

 

Marina Chiappa

Per la Morte la vita è meravigliosa!

 Pivetti

Al Teatro Sociale di Brescia è andata in scena “Lady Mortaccia, la vita è meravigliosa!”, impersonata da Veronica Pivetti per il Teatro De Gli Incamminati, in collaborazione con Pigra Srl, su testo e regia di Giovanna Gra, con Oreste Valente ed Elisa Benedetta Marinoni.

Spettacolo musicale, su musiche di Maurizio Abeni, con notevoli spunti per lo spettatore: cantando la vita di umani che la Morte aspetta al varco, ci troviamo davanti a punti di vista lontani e distorti, perché la Morte non ha le nostre stesse considerazioni e, quindi, non dà lo stesso valore a ciò che per noi è fondamentale. Se si trascorre la vita ad accumulare denaro, alla Morte non interessa, perché a lei i soldi non arrivano. Se una persona pensa alla salute, cercando di vivere il più a lungo possibile, arriva la Morte e organizza un camion che porti al più presto il malcapitato nei suoi inferi. I due aiutanti di Lady Mortaccia sono armati di falce, come da tradizione, ma vestiti da Pizzi Calzelunghe e da povero malcapitato finito con le dita nella presa di corrente, a fare sorridere grazie ai costumi di Valter Azzini che veste anche Mortaccia da alta e dinoccolata signora, un può disincantata anche del suo ruolo. Infatti, dopo divertenti canzoncine che deridono gli umani, la Morte si lagna del fatto che tanta gente che doveva arrivare a lei non arriva affatto per eccesso di organizzazione umana, ma alcune persone che non erano nel brogliaccio dei morti quotidiani, eccole là! Compaiono nell’Oltretomba non chiamate e non volute e non si sa più dove metterle. Come fare? Ecco un cadavere in esubero, un simpaticissimo fantoccio con occhiali scuri. Nel camposanto non c’è il posto stabilito. La Mortaccia, tanto dannata dagli umani, deve risolvere il dilemma e si dispera di non essere più la Morte di una volta, di non essere più rispettata neanche lei. Cosa sta capitando in questo mondo?

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È l’aldilà in difetto, oppure il mondo umano che sta travalicando e travisando il senso della vita? Le dimensioni della vita e della morte sono tante, molte più di quante ne conosciamo e di quante vorremmo approfondire, per noia o per paura di scontrarci con quella parte di noi con la quale non vogliamo fare i conti. La morte, appunto. Alla fine, Pivetti-Mortaccia ci porta proprio a ragionare, sorridendo, sul senso della vita umana, sul punto di non ritorno della vita umana che è la Morte. Quella che vediamo tutti i giorni al telegiornale e alla quale siamo assuefatti, ma che non vogliamo affrontare mai. O almeno non dal punto di vista filosofico, ragionando sul senso del vivere profondo. Ne esce un lavoro teatrale divertente, simpatico, che scivola via ma con una personalità, senza diventare stucchevole. Si lascia vedere senza colpi di scena, perché comunque l’argomento non è leggero, ma reso con leggerezza. Anche con un cornettino regalato agli astanti prima dello spettacolo, con tanto di piumino per togliere il malocchio. Si parla di Morte, ma dal teatro si esce tutti interi!

Alessia Biasiolo

 

Il Mattia Pascal di Tato Russo

Tato RussoIn scena al Teatro Sociale di Brescia il teatro di Tato Russo per il capolavoro pirandelliano “Il Fu Mattia Pascal” in un adattamento che rende pienamente giustizia ad un personaggio spesso interpretato come sconfortato, invischiato nei meandri del proprio malessere interiore, vivente in scena come perseguitato da una sfortuna di cui non riesce a disfarsi. Invece, con grande maestria che lo conferma uno dei grandi del teatro italiano, Tato Russo è un Mattia Pascal pienamente consapevole della sua esistenza, capace di cogliere le provocazioni del destino che, per bocca di un viaggiatore come lui oppure di una donna che percorrerà con lui un pezzo di vita, gli indicano di volta in volta la strada, che poi è un ritorno a se stesso, alle motivazioni profonde di una vita insulsa, dalla quale Mattia come la maggior parte delle persone non riesce ad uscire. E non si tratta di soldi, di fortuna al gioco, bensì di cercare di evadere senza assumersi il carico di sé. Quel sé che ai tempi di Pirandello era tanto di moda scandagliare e che il genio agrigentino ha capito accanto alla moglie malata. La realtà non è una soltanto: sono una moltitudine e, quel che è peggio, una moltitudine che ci naviga dentro senza voler uscire da quel granello di spazio che siamo nei confronti di un universo che ci accoglie come una mamma e che ci respinge come relitti alla deriva.

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Mattia non trova risposte univoche: torna alla sua storia, smascherando la carnefice suocera che adesso si occupa di un nuovo genero soltanto per posizione e soldi; torna al lavoro di aiuto bibliotecario perché non ha altra scelta. Torna ad occuparsi dei suoi soldi e forse a non occuparsene affatto, cercando di gestire quella situazione comica e assurda nel contempo di uno che ha già la tomba con il proprio nome. Russo propone il quesito che Pirandello ha confezionato così bene per il tempo di allora e per il nostro, adatto probabilmente anche per i futuri. Il nome, lo status, la famiglia hanno davvero un senso? Se poi ti identificano come un cadavere in una roggia e nessuno ti riconosce? Oppure ti vuole riconoscere come causa dei propri mali e festeggia inconsciamente la tua morte per avere un’occasione di vita nuova e forse più vera? Cos’è il vero? Tato Russo è davvero bravo nel porre tutte queste domande soltanto (si fa per dire) con una performance impeccabile, senza sbavature, essendo egli davvero Pascal e ciascun spettatore allo stesso tempo, proprio come il vero copione domanda. Rimandare le domande a chi deve trovare una risposta è il vero segreto di Pirandello, in questo suo romanzo e in altri capolavori, sia teatrali che scritti. Riproporre una realtà che non si dipana mai abbastanza, perché non è circoscritta al singolo evento o soggetto; non è iniziata e finita; non ha spazi e tempi, ma tutto è relativo a chi legge, chi ascolta, chi agisce. Se e quando deve agire. La verità, la comprensione, non è data e basta: si deve sentire il treno fischiare, si deve leggere la notizia della propria morte; si deve guardare la propria moglie negli occhi per sapere com’è stato possibile dichiararlo morto e via discorrendo. Tutti, in fondo, sapevano che poteva anche essere ancora vivo, ma imputano a lui la mancata chiarificazione. Imputano a lui lo sbaglio di essersi recato a Montecarlo per tentare una fortuna che portasse la sua situazione ad essere meno alienante. Il suo peccato, però, non è stato provare a cambiare, ma riuscirci proprio. Ha vinto al gioco un sacco di soldi e poi, addirittura capace di approfittare dell’altrettanta sfortuna di essere “morto” per tutti, ha viaggiato, visto il mondo, goduto della propria fortuna. Eppure, non è nessuno. Infatti, si ritrova a dover dire chi è, da dove viene. Non basta essere ricco e onesto, ma bisogna giustificarsi, spiegare, appartenere. Non essere solo per se stessi. Quindi la vita fa pagare a Pascal la sua fortuna, la sua capacità di dirsi di poter provare a cambiare. Moderno Ulisse che sfida il mondo conosciuto, va al di là ma, anziché sentirsi sconfitto, grazie all’interpretazione di Tato Russo adesso Pascal è ancora vincente. Smaschera la piccolezza di tutti, come se fosse un rinnovato Conte di Montecristo, e finisce, oh sì, finisce per non ritrovarsi più nemmeno lui, confuso dalle accuse e da chi, soprattutto, si erge ad avere le soluzioni per tutti.

La chiusa è perfetta, ricca di senso e con il senso che ciascuno spettatore vuole darle. Di nuovo uno spettacolo all’altezza della sempre buona stagione di spettacoli di prosa al Teatro Sociale di Brescia, sempre tutto esaurito.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

“Rivelazione” inaugura Brescia Contemporanea

Primo spettacolo della rassegna teatrale BRESCIA CONTEMPORANEA – Prima rassegna di teatro contemporaneo, promossa dal Centro Teatrale Bresciano in collaborazione con il Festival delle Colline Torinesi, domani sera a Brescia.

La rassegna è articolata in quattro spettacoli che saranno ospitati al Teatro Santa Chiara (Contrada Santa Chiara 50 A) da domani 15 gennaio appunto, fino al 4 marzo prossimo.

Con Rivelazione. Sette meditazioni intorno a Giorgione siamo di fronte ad una messa in scena che ricorda tanto una lezione di “storia dell’arte”, unendo diversi aspetti che interagiscono perfettamente, un percorso verso la conoscenza di un artista quanto mai misterioso ed inquieto.

Lo spettacolo nasce dalla collaborazione tra la Compagnia Anagoor, una tra le più preziose ed importanti realtà teatrali d’avanguardia nazionale e Laura Curino, grande maestra dell’arte e della narrazione storica. Un lavoro imperdibile, didattico e travolgente, immediato, ma non banale con cui la compagnia Anagoor offre un’altra lezione di teatro, di etica e pratica teatrali.

Paola Dallan e Marco Menegoni, due narratori, di fronte a due grandi schermi, ci racconteranno per mezzo di parole, documenti, versi poetici ed immagini, le opere del pittore di Castelfranco, il suo tempo, il respiro delle opere, il clima che le pervade.

Lo spettacolo, che durerà circa un’ora e dieci minuti senza intervallo a partire dalle 20.30, è diretto da Simone Derai su drammaturgia di Laura Curino, Maria Grazia Tonon e Derai stesso.

 

Silvia Vittoriano

Brescia diventa Versailles… grazie a Paolo Rossi

Il classico caso di una commedia che dura più di due ore, eppure quando si chiude il sipario e scrosciano gli applausi finali, ti sembra di esserti appena seduto in sala. Al Teatro Sociale di Brescia è andata in scena la rappresentazione di “Molière: la recita di Versailles” del Teatro Stabile di Bolzano, per la regia di Giampiero Solari, su testo riscritto da Stefano Massini, Solari stesso e Paolo Rossi, direttore dello Stabile e protagonista del lavoro. Assieme a Rossi sul palcoscenico anche Lucia Vasini, Fulvio Falzarano, Mario Sala, Emanuele Dell’Aquila, Alex Orciari, Stefano Bembi, Mariaberta Blasko, Riccardo Zini, Irene Villa, Karoline Comarella, Paolo Grossi. Canzoni originali di Gianmaria Testa, con musiche eseguite dal vivo da “I Virtuosi del Carso”.

Rossi inizia a spiegare che cosa vedrà il pubblico: incaricato di dirigere il teatro di Bolzano, immagina di essere Molière quando il Re Sole gli chiese di preparargli una commedia nuova in poche ore. Il parallelo si presta a tramutare la scena in un’affascinate melange di nuovo e moderno, di commedia dell’arte e di teatro d’avanguardia, tra prove e ripassi della parte, un improbabile suggeritore e la cruda realtà. Oggi, afferma Paolo Rossi, il mestiere dell’attore è quanto mai superato, forse inutile, perché ogni persona, o personaggio, recita meglio di quanto ogni attore potrebbe mai fare. Si pensi agli avvocati, ai politici, a tanta altra gente. Secondo il capocomico/Molière/Rossi chiunque recita meglio di quanto potrebbe recitare un attore che volesse impersonare ciascuno di quei ruoli e se anche un attore mette in scena il personaggio di un politico sapendo di recitare, non è mai bravo quanto il politico stesso che, invece di sapere che recita e magari recitando mente, quando si riguarda in video crede talmente tanto in quello che dice che si commuove persino e finisce per credersi. Quindi, agli attori non rimane che recitare la vita, in questa mescola di passato e presente che finisce per diventare un tutt’uno. Gli attori indossano maschere del Seicento che potrebbero andare bene anche per          questo periodo di carnevale e se si tolgono la maschera sono comunque coloro che devono fingere di essere quello che forse non sono. Ciascuno indossa la sua maschera quotidiana come facciamo sempre uscendo di casa, sia che si guidi un’auto, sia che si salga in carrozza. Per divertire il re, si deride la corte, perché nulla è più spassoso della satira su noi stessi, ma se si può essere feroci sul prossimo senza incorrere in grane, proprio perché riparati dal travestimento, è di certo più divertente, non solo più conveniente.

La riscrittura dell’opera, firmata da Stefano Massini, uno dei maggiori drammaturghi italiani, Paolo Rossi e Giampiero Solari, si prefigge di approfondire l’arte comica, fondendo tradizione e attualità con rigore e poesia. Un viaggio nel teatro, soprattutto dietro le quinte di una compagnia in prova che deve allestire uno spettacolo in tutta fretta, una nuova commedia che mette a confronto, in un gioco di specchi temporali ed esistenziali, il lavoro e la vita del capocomico Molière e del personaggio capocomico Paolo Rossi.

Il lavoro si ispira a “Improvvisazione di Versailles”, quando Molière metteva in scena se stesso volonteroso di fondare una nuova commedia di carattere e di costume.

Egli era sempre alla ricerca di una nuova forma di commedia, che fosse al passo con i tempi, che proponesse una recitazione più naturalistica, tanto come oggi Rossi e Solari teorizzano una coesistenza sul palco dell’attore che conosce il mestiere (o almeno dovrebbe conoscerlo), dei personaggi e della persona in quanto tale. Così come potrebbe essere ogni spettatore. La compresenza esige e permette un’improvvisazione totale, che ravvivi lo spettacolo e la riuscita è ottima. Rossi, istrione, circondato da attori davvero bravi, affascina e conquista, permette riflessioni e risate, coinvolge e dissacra, getta il sasso e ritira la mano per burlarsi di tutto e di tutti, in modo intelligente e professionale, conducendo un lavoro apparentemente senza nesso eppure sorprendente e riuscito.

Davvero bella la parte dedicata al riformatore papa Francesco, con in testa il basco alla Che Guevara, rivoluzionario e conservatore, ironico e profondo, davanti ad un gruppo di preti, suore e frati, in una gag che è stata pensata forse prima degli ultimi eventi di fuoriuscita di notizie riservate. L’ironia e la burla non diventano dissacratorie e permettono al pubblico davvero di assaporare la voglia di ridere in un momento in cui ce n’è davvero molto bisogno.

 

A.B.