Il Mattia Pascal di Tato Russo

Tato RussoIn scena al Teatro Sociale di Brescia il teatro di Tato Russo per il capolavoro pirandelliano “Il Fu Mattia Pascal” in un adattamento che rende pienamente giustizia ad un personaggio spesso interpretato come sconfortato, invischiato nei meandri del proprio malessere interiore, vivente in scena come perseguitato da una sfortuna di cui non riesce a disfarsi. Invece, con grande maestria che lo conferma uno dei grandi del teatro italiano, Tato Russo è un Mattia Pascal pienamente consapevole della sua esistenza, capace di cogliere le provocazioni del destino che, per bocca di un viaggiatore come lui oppure di una donna che percorrerà con lui un pezzo di vita, gli indicano di volta in volta la strada, che poi è un ritorno a se stesso, alle motivazioni profonde di una vita insulsa, dalla quale Mattia come la maggior parte delle persone non riesce ad uscire. E non si tratta di soldi, di fortuna al gioco, bensì di cercare di evadere senza assumersi il carico di sé. Quel sé che ai tempi di Pirandello era tanto di moda scandagliare e che il genio agrigentino ha capito accanto alla moglie malata. La realtà non è una soltanto: sono una moltitudine e, quel che è peggio, una moltitudine che ci naviga dentro senza voler uscire da quel granello di spazio che siamo nei confronti di un universo che ci accoglie come una mamma e che ci respinge come relitti alla deriva.

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Mattia non trova risposte univoche: torna alla sua storia, smascherando la carnefice suocera che adesso si occupa di un nuovo genero soltanto per posizione e soldi; torna al lavoro di aiuto bibliotecario perché non ha altra scelta. Torna ad occuparsi dei suoi soldi e forse a non occuparsene affatto, cercando di gestire quella situazione comica e assurda nel contempo di uno che ha già la tomba con il proprio nome. Russo propone il quesito che Pirandello ha confezionato così bene per il tempo di allora e per il nostro, adatto probabilmente anche per i futuri. Il nome, lo status, la famiglia hanno davvero un senso? Se poi ti identificano come un cadavere in una roggia e nessuno ti riconosce? Oppure ti vuole riconoscere come causa dei propri mali e festeggia inconsciamente la tua morte per avere un’occasione di vita nuova e forse più vera? Cos’è il vero? Tato Russo è davvero bravo nel porre tutte queste domande soltanto (si fa per dire) con una performance impeccabile, senza sbavature, essendo egli davvero Pascal e ciascun spettatore allo stesso tempo, proprio come il vero copione domanda. Rimandare le domande a chi deve trovare una risposta è il vero segreto di Pirandello, in questo suo romanzo e in altri capolavori, sia teatrali che scritti. Riproporre una realtà che non si dipana mai abbastanza, perché non è circoscritta al singolo evento o soggetto; non è iniziata e finita; non ha spazi e tempi, ma tutto è relativo a chi legge, chi ascolta, chi agisce. Se e quando deve agire. La verità, la comprensione, non è data e basta: si deve sentire il treno fischiare, si deve leggere la notizia della propria morte; si deve guardare la propria moglie negli occhi per sapere com’è stato possibile dichiararlo morto e via discorrendo. Tutti, in fondo, sapevano che poteva anche essere ancora vivo, ma imputano a lui la mancata chiarificazione. Imputano a lui lo sbaglio di essersi recato a Montecarlo per tentare una fortuna che portasse la sua situazione ad essere meno alienante. Il suo peccato, però, non è stato provare a cambiare, ma riuscirci proprio. Ha vinto al gioco un sacco di soldi e poi, addirittura capace di approfittare dell’altrettanta sfortuna di essere “morto” per tutti, ha viaggiato, visto il mondo, goduto della propria fortuna. Eppure, non è nessuno. Infatti, si ritrova a dover dire chi è, da dove viene. Non basta essere ricco e onesto, ma bisogna giustificarsi, spiegare, appartenere. Non essere solo per se stessi. Quindi la vita fa pagare a Pascal la sua fortuna, la sua capacità di dirsi di poter provare a cambiare. Moderno Ulisse che sfida il mondo conosciuto, va al di là ma, anziché sentirsi sconfitto, grazie all’interpretazione di Tato Russo adesso Pascal è ancora vincente. Smaschera la piccolezza di tutti, come se fosse un rinnovato Conte di Montecristo, e finisce, oh sì, finisce per non ritrovarsi più nemmeno lui, confuso dalle accuse e da chi, soprattutto, si erge ad avere le soluzioni per tutti.

La chiusa è perfetta, ricca di senso e con il senso che ciascuno spettatore vuole darle. Di nuovo uno spettacolo all’altezza della sempre buona stagione di spettacoli di prosa al Teatro Sociale di Brescia, sempre tutto esaurito.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

 

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