Gianni Berengo Gardin. Vera fotografia con testi d’autore

 

(Venezia, 1959)

CAOS – Centro Arti Opificio Siri di Terni, ospita, fino al 30 aprile prossimo, la mostra “Gianni Berengo Gardin. Vera fotografia con testi d’autore”, un progetto espositivo di Contrasto, prodotto da Civita Mostre e promosso dal Comune di Terni in collaborazione con Indisciplinarte.

Le fotografie di Gianni Berengo Gardin hanno raccontato un’epoca, accompagnato e a volte costruito una visione. Si tratta di uno tra i più grandi maestri della fotografia italiana perché possiede il dono di riuscire sempre a sorprendere per la sua capacità di raccontare il nostro paese e il nostro tempo. Nessuno come lui è stato un vero interprete, un artigiano devoto, un compagno, un amante della fotografia intesa come documentazione attenta e mai banale della realtà.

In sessanta anni di carriera, la vita del fotografo è stata caratterizzata anche da molti incontri, che in un certo senso sono all’origine di questa mostra. Ciascuna delle foto esposte in mostra è infatti presentata da un protagonista dell’arte e della cultura, che ha commentato uno degli scatti scelti nell’immenso corpus fotografico di Berengo Gardin: amici, intellettuali, colleghi, artisti, giornalisti, registi, architetti. I loro testi, accostati a ciascuna delle 24 foto selezionate, permettono ancor di più di ragionare sul valore di testimonianza sociale ed estetica delle immagini.

(Venezia, 2013-2015. Bacino San Marco, visto da via Garibaldi)

I testi sono di registi come Marco Bellocchio, Alina Marazzi, Franco Maresco e Carlo Verdone, architetti come Stefano Boeri, Renzo Piano e Vittorio Gregotti, artisti come  Mimmo Paladino, Alfredo Pirri, Jannis Kounellis; e poi di Lea Vergine e di Goffredo Fofi, del sociologo Domenico De Masi, dei fotografi Ferdinando Scianna, Sebastião Salgado e di un giovane emergente come Luca Nizzoli Toetti, di scrittori come Maurizio Maggiani e Roberto Cotroneo, di giornalisti come Mario Calabresi, Michele Smargiassi e Giovanna Calvenzi, di Peppe Dell’Acqua, psichiatra dell’equipe di Franco Basaglia, di Marco Magnifico, vicepresidente del FAI  e di una  street artist come Alice Pasquini.

L’esposizione è inoltre arricchita da una proiezione di immagini tratte dall’archivio del fotografo. L’intera produzione e l’archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano. Accompagna la mostra il libro Vera fotografia pubblicato da Contrasto.

Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentato le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. È molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 250) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). Contrasto ha pubblicato di recente Il libro dei libri (2014) che raccoglie tutti i volumi realizzati dal maestro della fotografia, Manicomi (2015), Venezia e le grandi navi (2015) e Vera fotografia (2016). L’intera produzione e l’archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano.

Orari

Lunedì chiuso

Dal 26 marzo: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 17.00 alle 20.00

È possibile acquistare il biglietto d’ingresso presso le biglietterie del CAOS

in viale Campofregoso 98, secondo i giorni e gli orari di apertura della mostra.

Biglietti: Intero 5€; Ridotto 3,50€ (per under 25 anni, gruppi di almeno 20 paganti). Gratuito: per bambini fino a 6 anni, portatore handicap e accompagnatore, guide turistiche dell’Unione Europea. La mostra non rientra nella gratuità della prima domenica del mese.

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

 

Ivo Compagnoni a “vernice” di Forlì.

L’artista Ivo Compagnoni espone in questi giorni a “Vernice. Art Fair” di Forlì. Un momento ideale per il bresciano, fresco delle esposizioni a Genova e a Parma, perché Forlì e un’importante area e si colloca tra le città più attive nelle offerte artistiche, soprattutto con l’ultima in corso sull’Art Decò, prima grande mostra dedicata a quell’importante periodo artistico italiano.

L’Artista espone quadri interessanti, alcune sue creazioni particolarmente curate realizzate con materiali di riuso, poveri e resi ricci dall’estro creativo.

Troviamo allora i sacchi utilizzati per trasportare i chicchi di caffè, accanto alle linee pulite, geometriche che intercettano i nidi di vespe e api che sono diventati il simbolo di Ivo. Stavolta accompagnato in mostra da ADID Brescia che, con la collaborazione delle Distillerie Peroni Maddalena di Gussago (Brescia), hanno voluto portare a Forlì un tocco di produzione bresciana, nell’intento di sottolineare come l’arte può essere tramite di cultura a tutto tondo. Sia quella della distillazione, che Compagnoni ha impreziosito con le sue opere, avendo ripetutamente dedicato all’arte, soprattutto della produzione di grappa, molti quadri, sia quella del riuso e riciclo che Ivo ha sempre messo in atto con le sue creazioni.

L’Artista, infatti, guarda alla realtà con occhi liberi da condizionamenti e questo fa sì che sappia fare uscire dai singoli oggetti, dai paesaggi, da pezzi di legno o di vetro, o da pelli di serpenti, quel tocco di originalità che diventa rispetto per la materia e materico nel ricrearlo e rigenerarlo.

Ancora una volta un Artista da scoprire. O riscoprire.

Alessia Biasiolo

Giovanni Cerri. “Spes contra spem”

Appuntamento a Milano dal 20 al 24 marzo con “Spes contra spem”, l’ultimo progetto artistico dell’artista milanese Giovanni Cerri.  La mostra sarà inaugurata lunedì 20 marzo presso lo Spazio Bigli in via Bigli 11/A, nello storico Palazzo Ponti (sede per molti anni della Galleria Il Milione) ed è organizzata in collaborazione con Nextam Partners e a favore di CBM Italia Onlus, l’organizzazione umanitaria internazionale impegnata nella cura e prevenzione della cecità e della disabilità nei Paesi del Sud del mondo.

Durante tutta la durata della mostra sarà infatti esposta l’opera “BLINK” (cm. 140×220) donata dall’artista a favore di CBM Italia Onlus, il cui ricavato – durante il charity event di venerdì 24 marzo – permetterà di raccogliere fondi per donare un microscopio all’Instituto Para Ninos Cyegos y Sordos di Cali, in Colombia, dove CBM cura adulti e bambini con problemi visivi.

La serata di chiusura della mostra vedrà inoltre il concerto per violoncello e chitarra elettrica di Matteo Pauri e Alma Ghiani.

SPES CONTRA SPEM è l’ultimo progetto artistico di Giovanni Cerri incentrato su uno dei temi a lui più cari, le periferie del mondo, che questa volta tocca – in modo evocativo e trasfigurato dal linguaggio artistico – diverse problematiche sociali: i migranti e i profughi, i nuovi “muri” e i fili spinati che chiudono i confini, le emarginazioni e le “fughe”, la disgregazione, il disagio e la precarietà, la crisi di un mondo occidentale che sembra non avere risposte alle istanze più urgenti.

II titolo – spes contra spem, citazione dalla Lettera ai Romani (4,18) di Paolo di Tarso – sottintende il richiamo alla speranza, alla previsione seppur estrema e disperata di una salvezza, attraverso il raggiungimento di una “terra promessa”. La speranza contro ogni speranza, come sottinteso di una fede incrollabile, incondizionata in un futuro migliore. Una riflessione che pone come obiettivo l’esposizione di un ciclo di opere in cui l’immagine dipinta intende rappresentare diversi capitoli di questa moderna odissea.

L’esposizione si articola in 12 quadri ed è strutturata come un’opera unica scomposta in tanti frammenti/capitoli (la guerra, il viaggio, l’infanzia rubata, il sostenersi a vicenda nel dramma della lotta per la sopravvivenza) Una sorta di “affresco” smembrato ma del quale si intuisce a prima vista il tema enunciato. Si riconoscono, in alcune immagini, “omaggi” all’arte rinascimentale (Masaccio, Michelangelo, Leonardo). L’artista infatti, scorge negli antichi maestri l’ispirazione per temi che sempre ricorrono nella storia dell’Uomo: il padre e il figlio che si sostengono nella fuga, i “cacciati” intesi sia come espulsi che prede, le fisionomiche legate alle espressioni della ribellione o del patimento, dell’ira o del dolore.

Volti, figure, paesaggi di periferie ai margini del mondo. Immagini di fuga, esodo, lotta, infanzia perduta e tensioni verso orizzonti lontani.

Durante i cinque giorni di esposizione verrà proiettato il video del backstage della mostra, mentre a tutti i visitatori varrà distribuito gratuitamente  il catalogo il catalogo con testo introduttivo di Giovanni Cerri e poesie di Nicolò Mantovani.

Durante la serata/evento di chiusura di venerdì 24 marzo (dalle 18 alle 20) si svolgerà un concerto per violoncello e chitarra elettrica di Matteo Pauri e Alma Ghiani: Matteo Pauri, songwriter e frontman dei milanesi The Comet, e Alma Ghiani incontrano la pittura di Giovanni Cerri attraverso un dialogo tra violoncello e chitarra elettrica, recuperando la lezione di Terry Riley e John Fahey con una sensibilità new wave che è parte della loro biografia musicale e  poetica del frammento sonoro. La serata sarà a favore di CBM Italia, la più accreditata Organizzazione Non Governativa impegnata nella cura e prevenzione della cecità e disabilità evitabile nei Paesi del Sud del mondo. CBM Italia fa parte di CBM, organizzazione attiva dal 1908 composta da 11 associazioni nazionali (Australia, Canada, Germania, Gran Bretagna, Irlanda, Italia, Kenya, Nuova Zelanda, USA, Sud Africa e Svizzera) che insieme sostengono progetti e interventi di tipo medico-sanitario, riabilitativo ed educativo. Dal 1989 CBM è partner dell’Organizzazione Mondiale della Sanità nella lotta contro la cecità prevenibile e la sordità. CBM opera nei Paesi in Via di Sviluppo in sinergia con i partner locali in un’ottica di crescita e sviluppo locale. In un anno (2015) abbiamo raggiunto 39 milioni di persone attraverso 650 progetti in 63 Paesi (di questi, CBM Italia ha sostenuto 72 progetti in 31 Paesi).

Giovanni Cerri è nato nel 1969 a Milano, dove vive e lavora.

Espone dal 1987 in Italia e all’estero (Bolivia, Canada, Cina, Danimarca, Francia, Germania, Polonia, Turchia, USA). Da sempre attratto dalle periferie, in particolare dall’archeologia industriale (fabbriche dismesse, aree abbandonate, relitti di edifici), dal 2001 al 2009, con il ciclo delle «città fantasma», realizza un racconto contemporaneo tra cronaca e pittura, dipingendo su carta di quotidiano.

Nel 2008 espone con il padre Giancarlo al Museo della Permanente a Milano nella mostra «I Cerri, Giancarlo e Giovanni. La pittura di generazione in generazione», nel 2009 realizza il grande trittico «Gomorra, l’altro Eden», ispirato al best-seller di Roberto Saviano, mentre nel 2010 presenta alla Triennale Design Museum di Milano, nell’ambito del Premio «Riprogettare l’archeologia», il grande trittico «Habitat».

Nel 2011 espone al Padiglione Italia Regione Lombardia (54° Biennale di Venezia), quindi alla mostra “Artisti per Noto. L’ombra del divino nell’arte contemporanea” a Palazzo Grimani a Venezia. Nel 2014 il ciclo “The great country” viene esposto prima all’Istituto Italiano di Cultura di Copenaghen, quindi a quello Colonia, e infine al Museo Riva 1920 di Cantù. Nel 2015 la mostra “Milano ieri e oggi” viene esposta all’Unione del Commercio a Palazzo Bovara a Milano e all’Istituto Italiano di Cultura di Varsavia. Una sua opera è  nella collezione del Museo della Permanente a Milano.

20 – 24 marzo 2017

SPAZIO BIGLI

Via Bigli 11/A, Milano

orari di apertura: 11.00 – 18.00

De Angelis

La fotografia di Elliott Erwitt a Genova

USA. Reno, Nevada. 1960. 'The Misfits'.

USA. Reno, Nevada. 1960. ‘The Misfits’.

Palazzo Ducale di Genova presenta la prima grande retrospettiva di immagini a colori del celebre fotografo Elliott Erwitt.

Un evento unico e straordinario. Se i lavori in bianco e nero del grande maestro sono stati esposti in numerose mostre di grande successo all’estero e in Italia, la sua produzione a colori, invece, è completamente inedita.

Solo in tempi molto recenti Erwitt ha infatti deciso di affrontare, come un vero e proprio viaggio durato lunghi mesi, il suo immenso archivio a colori; una tecnica che aveva scelto di dedicare solo ai suoi lavori editoriali, istituzionali e pubblicitari: dalla politica al sociale, dall’architettura al cinema e alla moda. Immagini dunque sostanzialmente diverse, immagini sulle quali ha posato uno sguardo critico e contemporaneo a distanza di decenni, che ci fanno conoscere un mondo parallelo altrettanto straordinario.

E’ nato così un percorso sorprendente per l’eleganza compositiva, l’uso del colore, l’ironia, talvolta  la comicità e gli altri poliedrici aspetti che rendono Erwitt un autore amatissimo e inimitabile.

La mostra comprende circa 135 scatti, che Elliott Erwitt ha selezionato personalmente, traendoli dai suoi due grandi progetti a colori, Kolor e The Art of André S. Solidor.

Kolor è il titolo del grande volume retrospettivo per realizzare il quale Erwitt ha rivisitato tutto il suo archivio, con un impegno imponente che attraversa tutta la sua produzione a colori. The Art of André S. Solidor è invece l’esilarante e sottile parodia del mondo dell’arte contemporanea con i suoi controsensi e con le sue assurdità.

Mentre il primo progetto vive di scoperte dei vecchi negativi Kodak, in cui si ritrova il tipico linguaggio di Erwitt, dai ritratti di personaggi famosi alle immagini più ironiche e talvolta irriverenti, nella sezione di André S. Solidor, invece, egli crea un vero e proprio alter ego del maestro, con tanto di autoritratti, che si esprime in una produzione che non lascia più niente al caso o all’intuizione, come emerge anche in un breve ed esilarante filmato.

André S. Solidor ama il digitale e il photoshop, la nudità gratuita e l’eccentricità fine a se stessa, ma somiglia ad Elliott Erwitt più di quanto appaia: ironia, metafora e puro divertimento surreale sottendono una seria riflessione sui meccanismi e le assurdità dell’arte contemporanea e del suo mercato.

Membro dal 1953 della storica agenzia Magnum, fondata tra gli altri da Henri Cartier-Bresson e Robert Capa, Erwitt ha raccontato con piglio giornalistico gli ultimi sessant’anni di storia e di civiltà contemporanea, cogliendo gli aspetti più drammatici ma anche quelli più divertenti della vita che è passata di fronte al suo obiettivo.  “Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l’aspetto delle cose, il tuo stato d’animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l’istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla”. Non a caso è considerato il fotografo della commedia umana.

Marilyn Monroe, Fidel Castro, Che Guevara, Sophia Loren, Arnold Schwarzenegger, sono solo alcune delle numerose celebrità colte dal suo obiettivo ed esposte in mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo tagliente e al tempo stesso pieno di empatia, dal quale emerge non soltanto l’ironia del vivere quotidiano, ma anche la sua complessità.

Con lo stesso atteggiamento d’altra parte Erwitt riserva la sua attenzione a qualsiasi altro soggetto, portando all’estremo la qualità democratica che è tipica del suo mezzo. Il suo immaginario è infatti popolato in prevalenza da persone comuni, uomini e donne, colte nel mezzo della normalità delle loro vite.

Nato a Parigi nel 1928 da una famiglia russa di origini ebraiche, Elliott Erwitt trascorse l’infanzia in Italia e si trasferì definitivamente negli Stati Uniti nel 1939, prima a New York e poi a Los Angeles. Ebbe a dire, a proposito delle leggi razziali: “Grazie a Benito Mussolini sono Americano”.

Il percorso espositivo si conclude con una sezione multimediale  che comprende la proiezione di due filmati che documentano la sua lunga carriera di autore e regista televisivo e una video collezione di alcune delle sue più significative fotografie in bianco e nero.

La visita è corredata da una audioguida inclusa nel biglietto, che fornisce al visitatore il racconto di quanto accade nelle immagini di Erwitt. Un testo prezioso, frutto di una documentazione ricostruita dalla curatrice con l’autore, e mai pubblicato in precedenza.

La mostra è curata da Biba Giacchetti, con il progetto grafico e di allestimento di Fabrizio Confalonieri. Promossa dal Comune di Genova e dalla Fondazione di Palazzo Ducale, la rassegna è prodotta da Civita Mostre con la collaborazione di SudEst57.

Genova, Sottoporticato di Palazzo Ducale, fino al 16 luglio 2017

 

Barbara Izzo e Arianna Diana

 

Ludovico Maria Chierici. Alla Sala delle Grida del Palazzo della Borsa e nel foyer del Teatro Carlo Felice di Genova

La mostra ”Ludovico Maria Chierici. Un fotografo genovese di primo ‘900” voluta dalla Fondazione Ansaldo che ne ha recentemente acquisito l’intero archivio fotografico e organizzata con la collaborazione della Fondazione Teatro Carlo Felice, si sviluppa attraverso due separati percorsi.

Il primo è collocato presso la Sala delle Grida del Palazzo della Borsa, che Camera di Commercio ha voluto anche in questa occasione mettere a disposizione della Fondazione Ansaldo in virtù di una collaborazione che dura da anni, ed è costituito da circa 80 fotografie scattate fra il 1908 e il 1916, suddivise in cinque temi: Genova, il Porto di Genova, Il Mare bagna Genova, La Riviera di Levante, il Mondo di Chierici; sono immagini fresche che, scattate con una macchina fotografica stereoscopica Verascope, mostrano la formazione autodidatta di un Chierici molto giovane ma sono testimonianze importanti per la storia genovese e preziose immagini della vita di inizio secolo, con vedute cittadine o paesaggi dove le persone appaiono come comparse secondarie senza essere messe in posa.

Il secondo, monotematico, è collocato invece presso il foyer del Teatro Carlo Felice e raggruppa circa quaranta immagini degli spettacoli rappresentati in quel teatro negli anni fra il 1935 ed il 1941. Si tratta di fotografie che hanno la peculiarità di essere state scattate senza flash ma solo con l’ausilio delle luci di scena e riportano visivamente l’aspetto scenografico degli spettacoli melodrammatici di opere di Gioacchino Rossini, Giuseppe Verdi o Richard Wagner, solo per citarne alcuni.

Le fotografie esposte alla Sala delle Grida sono assolutamente inedite mentre quelle presenti al Carlo Felice furono già oggetto di una mostra, tenutasi sempre al Carlo Felice circa 25 anni fa.

La mostra, con ingresso libero, sarà aperta al pubblico alla Sala delle Grida fino al 19 Febbraio con orario 10-19 mentre la parte espositiva collocata presso il foyer del Carlo Felice rimarrà aperta fino al 6 Marzo e sarà visitabile negli orari di apertura del teatro.

Ludovico Maria Chierici (1886-1965) è un fotografo amatore genovese attivo dal primo Novecento, negli anni in cui il dibattito sulla fotografia italiana come tecnica e arte si fa sempre più vivace e inizia a coinvolgere sia fotografi professionisti che amatori. Inizia a fotografare giovanissimo tra il 1901 e il 1902, quando ancora è uno studente che frequenta il Reale Istituto Tecnico di Genova “Vittorio Emanuele II”. Le sue grandi passioni sono la musica, la fotografia e la cinematografia e sarà un amico di famiglia, Adriano Santamaria, fotografo amatore, a dargli i primi insegnamenti di tecnica, permettendogli di utilizzare la sua camera oscura. Figura di spicco nel panorama genovese, Ludovico Maria Chierici è stato membro dell’Associazione Fotografica Ligure e proprietario dalla metà degli anni Quaranta del negozio di fotografia Speich, rinominato poi “F.lli Chierici Fotografia – Cinematografia” con sede inizialmente in piazza della Meridiana e poi in via Roma.

Il Fondo Chierici, oggi conservato presso la Fondazione Ansaldo con sede in Villa Cattaneo dell’Olmo a Genova, sarà oggetto nei prossimi mesi di una completa digitalizzazione e tutte le immagini saranno rese fruibili in rete sul sito http://www.fondazioneansaldo.it; un progetto che fa parte della mission di tutela, gestione e valorizzazione del patrimonio archivistico della Fondazione Ansaldo, capace di regalare alla città di Genova un’ulteriore arco di storia fatto di immagini.

 

Marina Chiappa

 

Giovanni Dal Ponte. Protagonista dell’Umanesimo tardogotico

La grande mostra del 2016 della Galleria dell’Accademia di Firenze, voluta dal nuovo direttore del museo, Cecilie Hollberg,è ormai da mesi in fase di intenso studio e preparazione.

Si tratta della prima rassegna monografica dedicata al pittore fiorentino Giovanni di Marco (1385-1437), più noto con il soprannome di Giovanni dal Ponte, dovuto all’ubicazione della sua bottega in Piazza di Santo Stefano al Ponte a Firenze.

Nell’ambito degli studi sulla pittura fiorentina del cruciale momento di passaggio tra la cultura tardogotica e quella rinascimentale era attesa da tempo una mostra come questa, in grado di offrire un bilancio critico aggiornato sull’attività di questo protagonista di primo piano nel panorama artistico fiorentino del primo quarto del secolo XV.

Giovanni dal Ponte fu dotato di un linguaggio al tempo stesso assai individuale ed estroso, nonché aggiornato sull’attività dei maggiori artisti operanti in quel tempo nel capoluogo toscano: da Lorenzo Ghiberti, Lorenzo Monaco e Gherardo Starnina, a Masolino e al Beato Angelico e Paolo Uccello, a Masaccio. Tutti questi artisti di altissimo livello saranno presenti in mostra per illustrare l’ambiente artistico in cui si svolse la formazione del pittore.

La produzione di Giovanni dal Ponte sarà accuratamente documentata in ogni fase del suo percorso artistico non soltanto grazie ai prestiti ottenuti dall’Italia, ma in particolare per le numerose opere che giungeranno dall’estero.

Sono davvero in numero ragguardevole le prestigiose istituzioni museali di varie parti del mondo che hanno voluto assicurare la loro partecipazione all’iniziativa della Galleria dell’Accademia di Firenze, soprattutto considerandola comprensibile e ben nota difficoltà a concedere i preziosi e assai fragili dipinti di quest’epoca. Tra le altre, si possono ricordare la National Gallery di Londra, il Museo del Prado a Madrid,il Museum of Art di Filadelfia, il Fogg Art Museum di Cambridge (U.S.A.), o il Museo Jacquemart-André di Parigi.Da quest’ultimo giungerà un importante e raro cassone dipinto, ancora integro nella sua struttura originale, che sarà restaurato per l’occasione. Preme rimarcare in maniera particolare i numerosi e importanti restauri che saranno portati a termine in previsione dell’esposizione e che ne costituiranno un ulteriore punto di merito oltre a rappresentare un contributo non marginale sul versante fondamentale della tutela e della conservazione.

Il progetto scientifico, così come la cura della mostra e del catalogo a corredo,si devono ad Angelo Tartuferi, responsabile del settore dipinti dal Duecento al Quattrocento della Galleria dell’Accademia di Firenze e grande conoscitore dell’argomento,e Lorenzo Sbaraglio del Polo museale regionale della Toscana,che ha approfondito in anni recenti lo studio delle opere di Giovanni dal Ponte.

Il catalogo della mostra, edito da Giunti, offrirà, tra l’altro, un repertorio completo dei dipinti oggi riferibili al pittore e un regesto di tutti i documenti sin qui noti che lo riguardano. Grazie agli studi e alle indagini di archivio svolte per l’occasione emergeranno numerose e importanti novità rispetto alla provenienza originale di alcune opere-chiave dell’artista, con riflessi importanti anche sulle datazioni.

Giovanni dal Ponte (1385-1437)

Protagonista dell’Umanesimo tardogotico

Galleria dell’Accademia di Firenze

fino al 12 marzo 2017

U.S.

 

“Bambini nel tempo” a Torino

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Visitabile fino al prossimo 8 gennaio, la bella mostra “Bambini nel tempo”, allestita nella Galleria Sabauda dei Musei Reali di Torino, presso il Palazzo Reale, permette di confrontare l’arte di fissare l’infanzia su tela di Anton Van Dych e Giovanni Boldini. L’uno celebre ritrattista soprattutto delle case regnanti secentesche, l’altro ritrattista mondano della Belle Epoque parigina alla fine dell’Ottocento.

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Vediamo i principini inglesi, “I figli di Carlo I d’Inghilterra” (olio su tela, 1635) ritratti da Anton Van Dych come dono al parentado di Casa Savoia per fare conoscere i bambini, in posa elegante e seria, tra trine e cani di lusso. E dall’altra parte il “Ritratto del piccolo Subercaseaux” del 1891, sempre un olio su tela, bellissimo quadro di Giovanni Boldini. In questo caso il piccolo è ritratto in modo più naturale, quasi da monello. Entrambi gli artisti si erano messi in gioco davanti ai bambini, impossibili da tenere fermi in posa per il tempo di realizzazione del ritratto, tant’è che si dice che la regina Enrichetta avesse fatto ritoccare ripetutamente la figura di Maria perché la piccola non stava ferma e Van Dych non poteva finire bene il suo lavoro. Boldini, del resto, rincorreva per lo studio il piccolo Subercaseaux, ambientato su stoffe cangianti di una bellezza superba, a ingentilire il volto e la figura del soggetto ritratto con la solita eleganza che caratterizza le opere di Boldini.

sam_4243ritratto-del-piccolo-subercaseaux-giovanni-boldiniL’artista italiano si ispirava molto alla ritrattistica secentesca fiamminga, scuola alla quale Anton apparteneva, grazie agli studi condotti durante i soggiorni in Olanda e in Inghilterra dal nostro ferrarese. Nella bellissima Galleria Sabauda è possibile ammirare altre opere fiamminghe, tra le quali, sempre di Anton Van Dych, la “Sacra Famiglia e i santi Elisabetta e Giovannino”, dipinto dall’artista durante il suo soggiorno genovese tra il 1621 e il 1625. Nella tela, l’interazione dei personaggi denota l’abilità dell’artista e l’ispirazione a modelli italiani nella sua pittura. Sembra che il dipinto sia entrato nel testamento di Gerolamo Durazzo, a Genova, nel 1664. Proprio a seguito dell’acquisto di Palazzo Durazzo da parte dei Savoia, il dipinto confluì nella quadreria sabauda nel 1824. Il confronto Van Dych-Boldini è un’occasione per visitare le superbe collezioni dei Musei Reali di Torino in questi giorni di feste.

 Alessia Biasiolo

 

Guttuso. La forza delle cose a Palermo

In occasione dei venticinque anni dalla sua nascita, la Fondazione Sicilia, con Sicily Art & Culture e in collaborazione con gli Archivi Guttuso e il Comune di Pavia – Assessorato alla Cultura e Turismo, promuove una importante esposizione dal titolo Guttuso. La forza delle cose negli spazi di Villa Zito a Palermo fino al 26 marzo 2017, curata da Fabio Carapezza Guttuso e Susanna Zatti, direttrice dei Musei Civici di Pavia.

Il progetto espositivo è nato da una preziosa collaborazione tra i Musei Civici di Pavia con gli Archivi Guttuso da cui la realizzazione della prima tappa della mostra, da settembre a dicembre 2016, ospitata presso le Scuderie del Castello Visconteo di Pavia.

La mostra si avvale inoltre del patrocinio della Regione Sicilia, dell’Assemblea Regionale Siciliana e dell’Assessorato alla cultura della Città di Palermo.

Sono esposte 47 nature morte, genere che Renato Guttuso ha praticato nell’intero arco della sua attività e che costituiscono, dalla fine degli anni Trenta, una componente essenziale della sua produzione. L’artista indaga ossessivamente una serie di oggetti che si animano nelle tele e che diventano i protagonisti indiscussi delle opere grazie alla straordinaria forza espressiva e alla potenza cromatica. Scrive egli stesso in un articolo del 1933: “Se la pittura non penetra l’oggetto e non ne svela le vibrazioni, se non arriva partendo dall’oggetto e dall’osservazione sentimentale di esso alla creazione di un equivalente plastico dell’oggetto non si perviene alla poesia, ma si precipita nella fotografia”.

Le opere esposte – che provengono da prestigiose sedi espositive tra le quali il MART Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto, la Fondazione Magnani Rocca, i Civici Musei di Udine, il Museo Guttuso, la Fondazione Pellin e alcune importanti collezioni private – offrono al pubblico una prospettiva inedita e di grande fascino sul percorso artistico del maestro siciliano, studiando la forza delle cose rappresentata nelle opere.

“Non poteva esserci un modo migliore per ricordare i nostri 25 anni di attività – afferma il Presidente della Fondazione Sicilia Raffaele Bonsignore – se non rendere omaggio con un progetto culturale ambizioso a un artista tra i più amati dei nostri tempi e della nostra terra di cui la nostra collezione conserva importanti opere”.

La carica travolgente delle nature morte di Guttuso è certamente una caratteristica distintiva della sua pittura. La mostra presenta opere degli anni Trenta e degli anni Quaranta, che documentano l’impegno dell’artista a testimoniare la drammatica condizione esistenziale, imposta dalla dittatura e dalla tragedia della guerra. Nel dopoguerra, con Finestra (1947) o Bottiglia e barattolo (1948), il crescente interesse verso la sintesi post-cubista picassiana rivela il profondo impegno dell’artista nel recupero della cultura artistica europea per arrivare, negli anni Sessanta, a una nuova fase che rivela una dimensione più meditativa, derivante anche dalla elaborazione, nei suoi scritti, dei temi del realismo e dell’informale, visibile ne Il Cestello (1959), La Ciotola (1960) e Natura morta con fornello elettrico (1961).

L’esposizione si conclude con una selezione di dipinti della fine degli anni Settanta-inizio anni Ottanta, periodo in cui la continua ricerca del reale di Guttuso si accentua per dare vita a celebri dipinti come Cimitero di macchine (1978), Teschio e cravatteBucranio, mandibola e pescecane (1984) che diventano metafore e allegorie del reale.

Il percorso della mostra è arricchito da fotografie – in parte inedite – concesse dagli Archivi Guttuso e da frammenti video messi a disposizione da Rai Teche che raccontano la vita, intima e pubblica, dell’artista mostrando anche i luoghi del suo lavoro e delle sue relazioni con importanti scrittori come Moravia, Vittorini, Saba e Levi, scultori come Manzù e Moore, poeti come Pasolini e Neruda, registi come De Sica e Visconti, musicisti come Nono e artisti come Picasso; rapporti che influenzeranno i suoi lavori e ispireranno non solo dipinti, ma anche illustrazioni per libri, scenografie teatrali, collaborazioni cinematografiche, sodalizi letterari e politici.

L’esposizione è organizzata da Civita e da ViDi. Unicredit è il Main sponsor dell’iniziativa, che si avvale inoltre della sponsorizzazione di Banca Sistema e Igea Banca, oltre a Radio Monte Carlo – Radio ufficiale della mostra -, Rai Teche e Visiva come media partner.

Il catalogo edito da Skira, oltre ai saggi dei curatori, presenta un contributo del Professor Antonello Negri.

 

Barbara Izzo

La tutela del Tricolore. I custodi dell’identità culturale

È tradizione che da oltre un decennio le Gallerie degli Uffizi, in occasione delle festività natalizie, offrano una mostra ai fiorentini e ai visitatori di tutto il mondo. Questi eventi hanno finora costituito la serie che portava il felicissimo titolo “I mai visti”, poiché si proponevano opere poco note al grande pubblico, e in genere conservate nei depositi. La sede in cui si svolgeva, le Reali Poste, è stato appena consegnata al cantiere Nuovi Uffizi, per il proseguimento dei lavori nell’ala di ponente del museo.

La mostra del Natale 2016 inaugura invece l’Aula Magliabechiana, che d’ora in poi sarà riservata alle esposizioni temporanee degli Uffizi, ubicata sotto l’omonima Biblioteca.

“L’inaugurazione del primo spazio permanente delle Gallerie degli Uffizi dedicato a questa funzione” – dichiara il Direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike D. Schmidt – “suggerisce un tema importante di riflessione, di carattere fondamentale e storico-istituzionale, sul ruolo che l’arte pubblica riveste per la collettività e sulle strategie specifiche che si sono sviluppate nel sistema italiano, dalla Seconda Guerra mondiale in poi, per la sua protezione e il suo recupero. È un compito delicato, che esige competenze altissime, e che necessita della stretta collaborazione tra il Ministero ai beni e le attività culturali e del turismo e il Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri.”

Nelle circostanze in cui viviamo, e dopo i recenti terremoti, nessun argomento poteva essere più calzante di quello scelto per la mostra di quest’anno: come esprime il suo stesso titolo, La tutela tricolore. I custodi dell’identità culturale essa stimolerà nel pubblico quella riflessione auspicata dal Direttore Eike Schmidt, non solo narrando gli avvenimenti storici che hanno coinvolto e troppo spesso ferito il nostro patrimonio culturale dalla Seconda Guerra mondiale ai nostri giorni, ma anche le azioni legislative e istituzionali che hanno il compito di proteggerlo e custodirlo per le future generazioni. Tra queste la creazione – caso unico al mondo – di un corpo di polizia “specializzato”, il Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri che, in quasi mezzo secolo di attività, ha preso parte attiva nella difesa e recupero dei nostri beni culturali.

Simili iniziative accrescono la consapevolezza di quanto l’identità dell’Italia sia strettamente legata al suo patrimonio di bellezza, frutto delle numerose civiltà che nei secoli sono fiorite sul nostro territorio. “Un bene prezioso che appartiene all’intera umanità e deve essere salvaguardato e trasmesso alle prossime generazioni nella sua integrità. Un compito nobile che l’intero Paese è chiamato ad assolvere, come ben ci ricorda questa mostra” (Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo).

 

L’esposizione si articola in otto sezioni che renderanno conto dei crimini contro il nostro patrimonio – da quelli di guerra a quelli terroristici, fino ai furti con scopo di lucro e agli scavi clandestini con conseguenti esportazioni illecite (attività quest’ultima legata alle organizzazioni criminali di stampo mafioso e in passato assecondata perfino da istituzioni straniere troppo spesso indifferenti alla provenienza illecita di quanto acquistavano) e dell’opera meritoria del Comando Tutela Patrimonio Culturale dell’Arma dei Carabinieri.

Accolta sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, la mostra, diretta e curata da Eike D. Schmidt con Fabrizio Paolucci, Daniela Parenti e Francesca De Luca, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, l’Arma dei Carabinieri, il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, le Gallerie degli Uffizi, Firenze Musei, la Fondazione Giovanni e Francesca Falcone, Open Group, e l’Associazione First Social Life. Il catalogo della mostra è edito da Sillabe.

Firenze, Uffizi – Aula Magliabechiana, fino al 14 febbraio 2017.

Barbara Izzo

 

 

 

 

Conoscenza del bene in mostra a Verona

inaugurazione-mostra-a-veronaÈ aperta in Gran Guardia la mostra ‘Conoscenza del bene’ di Zurab Tsereteli, a cura di Elena Tsereteli e Liubov Evdokimova. L’esposizione resterà aperta fino al 15 gennaio e porta in mostra circa 50 opere del famoso artista russo, pittore, scultore e incisore di fama internazionale, nonché presidente dell’Accademia Russa di Belle Arti.

“È un onore ospitare la mostra di un artista così importante nella nostra città – ha detto il sindaco Tosi – ed è un piacere personale incontrarle l’autore della imponente e meravigliosa statua che si trova nella Moscova e che ho avuto il piacere di ammirare durante i miei viaggi in Russia. I visitatori di questa esposizione avranno la possibilità di vedere quanto sia eclettica, poliedrica e profonda l’arte di questo maestro, che ben rappresenta la cultura russa.” La mostra si articola in due sezioni dedicate ai principi fondamentali della cultura mondiale artistica e della storia: la prima, in sala polifunzionale, è dedicata alla vita terrestre, con opere di pittura; la seconda sezione, allestita lungo il perimetro del loggiato, è invece dedicata al ciclo evangelico di scultura, rappresentante gli avvenimenti più importanti per il mondo cristiano della vita di Gesù Cristo e le composizioni di ritratto degli Apostoli. La mostra sarà aperta tutti i giorni, dalle 9.30 alle 19.30, con ingresso libero.

Roberto Bolis