Disorient Express in scena a Roma

Uno spettacolo che racconta la confusione generata da una forma di democrazia virtual-virale alla quale eravamo impreparati: milioni di persone che improvvisamente, grazie alle infinite opportunità di espressione offerte dalla tecnologia e dalla virtualità, parlano, esprimono opinioni e aggiungono informazioni. Siamo disorientati da un vento di contraddizioni che ci spettina tutti i pensieri… Questo è il perno del racconto plasmato dall’intelligente e diretta ironia di una predicatrice, previsionista e affabulatrice comica che si immedesima – tra battute, gag e copioni tratti dalla nostra vita quotidiana – nella mente confusa di ognuno di noi. Si intitola DISORIENT EXPRESS, il nuovissimo lavoro di Cinzia Leone scritto a quattro mani con Fabio Mureddu e prodotto da Cristian Di Nardo, in scena fino al 22 marzo al Teatro Ghione di Roma. “Non è la storia di un treno che non sa dove andare – preannuncia l’attrice che dichiara essersi ispirata dai milioni di input che la giungla tecnologica ci offre – “è una fotografia di gruppo in cui ci siamo tutti e tutti abbiamo un’espressione visibilmente disorientata.

Siamo disorientati, sì. Ci aggiriamo nel mondo con l’espressione di nonna nella foto di Natale, scattata dopo che l’hanno rimbambita cercando di farle ricordare i nomi di tutti e trentasei i nipoti.

E come può non essere disorientata un’umanità travolta ogni minuto da un cambiamento? Come possiamo essere sicuri di noi stessi e della realtà che ci circonda se ad ogni notizia sentita in televisione possiamo trovare contemporaneamente la smentita su Internet?

Come possiamo accontentarci anche solo di un lavoro qualunque, in un momento in cui, qualunque sia il lavoro non ti pagano e il massimo che puoi farci è mettertelo nel … curriculum?

Come possiamo rilassarci con lo zapping, se, anche potendo scegliere tra centinai di canali, troviamo ovunque la stessa cosa: gente che canta o che cucina?” Per raccontare tutto questo in una sola rappresentazione, che la vede interagire sul palco insieme allo stesso Mureddu e ad una serie di proiezioni, Cinzia affronta i contenuti provando ad aggiornarli in tempo reale, esattamente come avviene nei programmi in diretta, come se ci fosse una redazione costantemente connessa al mondo esterno in tutte le sue inaspettate varianti.

“Credetemi sulla parola, la realtà vista così è destabilizzante e comica allo stesso tempo perché i cambiamenti e le contraddizioni continue la rendono invisibile. E’ per questo che siamo disorientati, proprio come treni che viaggiano senza un binario e che non sanno dove andare…” DISORIENT EXPRESS, come di consueto al Teatro Ghione (Via Delle Fornaci, 37 – 00165 Roma), avrà una replica speciale per le persone non vedenti ed ipovedenti domenica 22 marzo; un’iniziativa in collaborazione con Isiviù Cultura Accessibile.

Orario spettacoli: dal martedì al sabato ore 21, domenica ore 17. Lunedì riposo.

Elisabetta Castiglioni

 

 

 

 

 

Non tutto lo “Spam” è da buttare

Nell’ambito di “Brescia Contemporanea”, prima rassegna di teatro contemporaneo, al Teatro Santa Chiara di Brescia è andato il scena il lavoro “Spam” per la regia di Rafael Spregelburd con Lorenzo Gleijeses, su loro progetto, prodotto da Napoli Teatro Festival Italia, Festival delle Colline Torinesi TiConZero in collaborazione con Ambasciata Argentina in Italia Gitiesse Artisti Riuniti, Fondazione TPE.

Musiche originali eseguite dal vivo e video project di Alessandro Olla, spazio scenico di Roberto Crea, light designer Gigi Ascione, movimenti coreografici Marco Mazzoni (aiuto regia Manolo Muoio, area tecnica Rosario D’Alise); apparizioni in video di Maria Alberta Navello, Laura Amalfi, Pino e Patrizia Frencio, Manolo Muoio.

SPAM malesiaIl monologo dal titolo “Spam” è scritto in forma di Sprechoper, opera parlata, con musiche originali dal vivo. Nato nel 2010 dall’incontro tra uno dei più importanti drammaturghi della scena mondiale, Rafael Spregelburd e l’attore e regista italiano Lorenzo Gleijeses, il lavoro teatrale “Spam” è la storia di un professore universitario che, rispondendo ad una e-mail, scivola in un complicatissimo intrigo internazionale che coinvolge banche, conti su Pay Pal e uno zio assassino a Kuala Lumpur.

È il dramma risibile di un uomo perduto, in una rete culturale tanto quotidiana quanto assurda. È l’epopea di un uomo che, soffrendo di una temporanea amnesia, prova a ricostruire la propria identità a partire dalle tracce lasciate nel pc: tra bambole cinesi contraffatte e smoking di James Bond.

Si tratta di 31 brevi scene, sorteggiate dall’attore in ordine casuale, utilizzando un marchingegno simile a quello classico dell’estrazione dei numeri del Lotto. La composizione d’ensemble di Alessandro Olla, in collaborazione con l’argentino Zypce, si basa sulla sperimentazione elettronica e l’ibridazione acustica, tramite l’uso di strumenti non convenzionali, rumori di macchine industriali, video documentari e paesaggi sonori con diversi gradi di virtualità.

La vita quotidiana contemporanea è dipinta da “Spam” senza giri di parole, con flash di luci e musiche che hanno il ruolo dell’interprete di teatro e fanno del lavoro un buon mezzo per fermarsi a pensare il presente. La bravura di Gelijeses si mette a nudo in questa difficile e divertente commedia, che porta lo spettatore ad essere parte stessa del lavoro, eppure esterno quando non capisce nemmeno se stesso nel ritrovarsi nel testo. Ciascuno di noi può essere lo smemorato invischiato per mille ragioni nel sistema, e fuori dal sistema allo stesso tempo, con riflessi sulla vita personale e sulla psiche simili al contrasto di un vinile sotto la mano sapiente e impietosa, allo stesso tempo, di un bravo dj. Chi siamo alla fine? Siamo gli attori di una trama complicata scritta da noi e che noi stessi non sappiamo più comprendere, oppure siamo un rifiuto che non ritroviamo più nel nostro cestino svuotato della posta elettronica? E dove stiamo andando in un tempo così elettronicamente comodo e avanzato che anche noi possiamo diventare vittime del nostro profilo sui social network, della nostra banale corrispondenza, di ciò che è vero e di ciò che sembra quando la nostra esistenza è osservata da qualcun altro, come la polizia ad esempio? Tutti noi possiamo essere un’altra vita, come possiamo avere tante vite e nessuna, tramutando quel povero protagonista in scena in un mix di “Uno, nessuno, centomila” e Mattia Pascal, qualcuno che vuole soltanto cancellarsi per ritornare ad essere se stesso. Oppure per cominciare ad esserlo. Un lavoro divertente e profondamente atto a fare riflettere.

Da vedere.

Alessia Biasiolo

 

Dopo il silenzio, la dignità contro la mafia

Nell’ambito della rassegna teatrale “Altri Percorsi”, inserita nella stagione di prosa del Teatro Sociale di Brescia, anche domani, giovedì 5 marzo, andrà in scena alle 20.30 il lavoro di Francesco Nicolini e Nicoletta Rubino tratto dal libro di Pietro Grasso “Liberi tutti”, per la regia di Alessio Pizzech, dal titolo “Dopo il silenzio”, con Sebastiano Lo Monaco, Mariangela D’Abbraccio e Turi Moricca. Un lavoro intenso, coraggioso, di Sicilia Teatro, Spoleto56 Festival dei 2Mondi, Teatro “Tina di Lorenzo” di Noto, con scene di Giacomo Tringali, musiche di Dario Aricidacono, luci di Luigi Ascione e costumi di Cristina Da Rold. “Il silenzio è mafia” è il perfetto slogan dello spettacolo, uno spaccato della storia e delle ragioni profonde di un fenomeno che potrà essere sconfitto, destinato come tutti i fenomeni umani a finire, soltanto se combattuto dal di dentro, da coloro che dovranno liberarsi dal giogo della mafia, quel sistema di pensiero che è diventato fenomeno di costume e di potere sugli uomini, di alcuni uomini su altri. A partire dalla storia, recitata ad arte per convincere i sicari della giustezza delle sentenze da loro compiute e per assoldare facilmente coloro che si lasciano imbonire dalle belle parole, dell’origine dei mafiosi nientemeno che dai Cavalieri Templari, fino all’appoggio talvolta poco velato della Chiesa, fino a quando non è diventata paladina di giustizia contro il potere della Cupola. La mafia come fenomeno che si intride di ignoranza, di credulità. La lotta di un’insegnante che, durante il pomeriggio, cercava di tenere lontani i ragazzi dalle strade del facile assoldamento per portarli ad avere un’opinione, un’istruzione, un potere fatto di rispetto di sé e da parte degli altri per quello che si vale, non per ciò che si rappresenta. La professoressa racconta di come, in trent’anni, le coscienze siano cambiate, dalle mogli capaci di denunciare i mariti mafiosi, allo scuotimento di coscienze dopo avere saputo dei bambini sciolti nell’acido, dei giudici morti ammazzati, del sangue di decine di agenti morti in servizio. Piano piano tutto è cambiato, anche sulle parole, pesanti come macigni, di Filippo Tomasi di Lampedusa, mai perdonato per quello che aveva saputo scrivere nel suo romanzo capolavoro, “Il Gattopardo”. Il teatro racconta di padre Puglisi e di Peppino Impastato, diventa cassa di risonanza, testimone del cambiamento, eppure valvola di sfogo per qualcosa che sembra semplice realizzare, ma allo stesso tempo così lento, in un clima che appare ancorato da catene invisibili e fortissime. Chi racconta è l’ex procuratore nazionale antimafia, oggi Presidente del Senato, impersonato da Lo Monaco, mentre Moricca è un ragazzo di mafia tormentato dai sensi di colpa e dalle domande. D’Abbraccio è la donna silenziosa e attiva, dalla voce prorompente e dalla decisione più forte degli ordini dei maschi. Quando le donne siciliane decidono di prendere in mano la propria vita, riescono a cambiare davvero non soltanto se stesse, ma la società siciliana tutta, intrisa di rispetto per la donna, ma a patto che resti nel suo posto onorato e silente. Ora parlano le donne, eccome, anche se poi si gettano dal balcone (forse gettate?) come dopo la morte di Borsellino farà la giovane testimone e accusatrice di mafia. Il silenzio uccide più di mille e mille pallottole, ma anche la solitudine. Quella della vedova del poliziotto di scorta ucciso; quella della giovane diseredata dalla famiglia, rinnegata dalla madre; quella della moglie che decide di non stare più a guardare inerte il marito comandare assassinii. Lo spettacolo merita l’ora e mezza di partecipazione di pubblico, con un interessante fondale che diventa muro dove scrivere la verità, con stralci di giornale, volti, musiche e parole in sottofondo. Il rumore è quello delle centinaia di ragazzi che arrivano in Sicilia con la nave della legalità, il rumore è quello del proprio cuore che non può tollerare l’indifferenza del cervello. È il rumore della brava gente, capace di fermare gli omicidi, di fermare il connubio mafia-Stato-potere. Diventa il modo di vivere onestamente, pulito, quello che relega lo sfavillio dei gioielli, delle pistole, dell’ossequio molto lontano dalla propria attenzione e diventa compassionevole per il dolore che deve cessare, per la schiavitù del male che deve essere fatta finire, una volta per tutte. Il ruolo del teatro è stato bene appreso e molto bene accolto dal pubblico bresciano che ha salutato gli attori con un lungo, caloroso applauso. Tra la commozione degli attori sul palco. Da non perdere. Alessia Biasiolo

Il mondo non mi deve nulla

Teatro e Società, Accademia Perduta Romagna Teatri, Teatro Stabile d’Arte Contemporanea, CSS – Teatro Stabile di Innovazione del Friuli Venezia Giulia, propongono uno spettacolo teatrale davvero interessante dal titolo “Il mondo non mi deve nulla”, di Massimo Carlotto per la regia di Francesco Zecca. Interpretato da Pamela Villoresi e Claudio Casadio, il lavoro, esilarante, sottile, intelligente, ironico-satirico, riflessivo, è un testo intenso sulla vita, sulla quotidianità, sul fatalismo per ciò che il fato può riservarci pur se noi cerchiamo a tutti i costi di essere gli unici, o quasi, artefici della nostra esistenza.

Massimo Carlotto è autore noir italiano e imbastisce proprio in questo genere la storia di Adelmo e Lise. Adelmo pensava di trascorrere tutta la vita in fabbrica, posto sicuro, nessuna idea di dovere cambiare (e per che cosa, poi?), ma l’azienda lo licenzia a poco più di quarant’anni, tramutandolo in un ladro per motivi di sopravvivenza. Certo, non capace e improvvisato, quindi destinato a rubare in case di gente da poco, con pochi guadagni. Abita a Rimini e parla con spiccato, inconfondibile e adorabile accento romagnolo per affermare, in una profonda riflessione ad alta voce, che pur rubando ricava soltanto lo stipendio di quando andava a lavorare, mentre la sua donna gli telefona ad ogni piè sospinto per sapere se ha trovato qualcosa da racimolare. E mentre la povera donna, stanca di lavare le scale, confida che lui possa da un momento all’altro cambiarle la vita, lui la vede spegnersi ogni giorno di più, archetipo del senso di sconfitta nel quale la “crisi” ha messo le persone. Poi, colpo di fortuna, Adelmo entra in un appartamento da una finestra aperta e ci trova argenteria e una ventata di tranquillità. Quell’appartamento rappresenta tutto quello che l’italiano medio chiede: un po’ di quiete, una tregua, un po’ di pace. Ecco, allora, che, sulle ottime scene di Gianluca Amodio (costumi di Lucia Mariani e musiche di Paolo Daniele), l’uomo si trova in una storia assurda. Lize, la donna che abita nell’appartamento nel quale si è introdotto, è stata tradita dalle banche. Lei che ha passato la vita nel lusso, truffando la gente, e poi come croupier di casinò, mettendosi da parte una fortuna per la vecchiaia, adesso si ritrova con il necessario per campare, nel suo tenore di vita, soltanto un anno, due al massimo. E, incapace di sostenere lo smacco di essere stata truffata a sua volta, incapace di pensare di cercare ancora di farsi corteggiare e mantenere, malgrado Adelmo ad un certo punto le proponesse di mettersi in società per cercare di fare un colpaccio, vuole essere uccisa in cambio di 120mila euro. La storia ruota intorno alla volontà della donna di farla finita trovando qualcuno che la ammazzi, e del ladro di finire di patire, mentre si staglia sul fondo della commedia un finale a sorpresa, proprio come il migliore noir vuole. Lo spettatore viene trascinato dal copione e dalla bravura dei due attori in un vortice di risate che sottendono paure e riflessioni profonde della vita che ciascuno di questi tempi fa, anche senza diventare un ladro. In fondo, però, a tutti sembra di avere rubato qualcosa, alla fine della scena e sui lunghi applausi: il tempo alla famiglia, il tempo a “mettere via” soldi che sfumano in un altalenare borsistico, il tempo in giochi fatui che rubano tempo all’amore, quello vero per sé e ciò che conta davvero e che, forse, si ritrova ridimensionando il tempo delle cose per preferire il tempo delle persone. Un lavoro teatrale bellissimo (visto al Teatro Sociale di Brescia) e da non perdere.

 

Alessia Biasiolo

 

 

“Il cappotto” di Vittorio Franceschi

Esilarante la commedia messa in scena da Emilia Romagna Teatro Fondazione, liberamente tratta dal racconto omonimo di Gogol’ “Il cappotto” da Vittorio Franceschi, per la regia di Alessandro D’Alatri, con lo stesso Vittorio Franceschi, Umberto Bortolani, Marina Pitta, Federica Fabiani, Andrea Lupo, Giuliano Brunazzi, Matteo Alì, Alessio Genchi, Stefania Medri.

Poco meno di due ore di risate, riflessioni quanto mai attuali, ottima recitazione, sulle scene di Matteo Soltanto e costumi di Elena Dal Pozzo.

“Il cappotto” è uno dei racconti più famosi di tutta la letteratura mondiale, scritto da Nikolaj Vasil’evic Gogol’ nel 1842 e già al centro di un adattamento cinematografico firmato nel 1952 da Alberto Lattuada con Renato Rascel protagonista.

Ambientato nella Russia zarista, “Il cappotto” racconta, tra realismo e ironia, la vicenda umana del piccolo funzionario Akàkij Akàkievic Basmàchin che vive serenamente della propria anonima attività di copista, sino al momento in cui, costretto dalle convenzioni sociali e dall’arbitrio degli arroganti più che dal freddo dell’inverno, deve comprarsi un nuovo cappotto, per sostituire il vecchio, troppo liso per essere presentabile. L’arrivo del nuovo indumento, acquistato dal sarto Petròvic risparmiando fino all’ultimo centesimo e grazie ad una insperata gratifica natalizia, è per lui un evento importante, che sembra fargli guadagnare il rispetto dei colleghi e dei superiori, finché non gli viene rubato. L’evento pone subito allo spettatore il dramma di un uomo comune, come tanti, forse come tutti coloro che sono in sala, che sperano di avere realizzato qualcosa nella vita e se lo vedono strappare in questo caso dai ladri, oppure dalle banche, dalla disoccupazione, dalle tasse, non ha alcuna importanza. L’importante è porre l’accento, non senza comicità, sull’essere umano e sull’oggi che assomiglia tanto a un ieri poi non da troppo trascorso.

Vittorio Franceschi, infatti, ne ha tratto una propria versione teatrale diretto da Alessandro D’Alatri, regista diviso tra cinema, teatro e pubblicità, che torna a collaborare con Franceschi dopo “Il sorriso di Daphne”, spettacolo vincitore, tra gli altri, del Premio “ETI – Gli Olimpici del Teatro” 2006 e del Premio Ubu “Nuovo testo italiano” 2006.

Rispettando in larga parte la trama e firmando totalmente i dialoghi, assai scarsi nel testo originale, Franceschi ci consegna la storia di un innocente, di un uomo semplice colpito da uno speciale accanimento del destino. “È la storia, credo – scrive l’autore e protagonista – della maggioranza degli esseri umani, dei “copisti della vita” i quali mandano avanti il mondo pur subendone le violenze e gli insulti, e ripetendone all’infinito le parole e gli usi, i sentimenti e i desideri, i sogni e i naufragi. Quindi si parla di noi, anche se Gogol’ questo racconto l’ha scritto nel lontano 1842. Credo che un grave errore sarebbe stato quello di trasferire la storia di Akàkij nei giorni nostri, come spesso si usa fare con i classici. Non ce n’è bisogno. Siamo tutti vecchi Pietroburghesi. Di quella città conosciamo a fondo gli angoli delle strade, i volti dei passanti, le voci, i rumori e gli odori, perché sono gli stessi di Milano e di Torino, di Bologna e di Genova, di Roma e di Napoli e di tutte le città italiane di oggi e di sempre. La marmaglia rapace dei presuntuosi, dei vili, delle mezze calzette, dei barattieri e dei prepotenti cammina e traffica al nostro fianco, come camminava e trafficava al fianco di Akàkij Akàkievič ai tempi dello Zar Nicola I”.

“Ho affrontato la regia – scrive Alessandro D’Alatri nelle sue note – cercando di dilatare i confini del reale, proprietà esclusiva del teatro, restituendo una continuità al racconto come se non dovesse esistere mai una interruzione. Se fosse un film sarebbe un unico piano sequenza che seguendo il candore di un umile personaggio ci accompagna tra le pieghe dei vizi e della corruzione della condizione umana. Un viaggio che, nonostante la distanza storica, ci fa sentire tutta la contemporaneità dell’opera”.

Quindi una commedia quanto mai contemporanea, ricca di sfumature fedeli alla Russia dei tempi andati, ma capace di portare immediatamente alla corruzione attuale, al clientelismo senza tempo, alla solita derisione di chi si crede superiore ai danni di coloro che pensano solo di fare il proprio meglio, reggendo le sorti di un intero Paese. Un lavoro assolutamente contemporaneo, quindi, pur se con il sapore del passato che suscita non solo riflessione, ma sprone per un presente migliore. Da non perdere.

Alessia Biasiolo

“Il Sangue” di Pippo Delbono

Lo spettacolo con Pippo Delbono e Petra Magoni “Il Sangue”, già annunciato all’interno del programma del Festival del Vittoriale “Tener-a-mente 2014”, sarà recuperato sabato 7 febbraio presso il Teatro Centrolucia di Botticino Sera, in via Longhetta 1 – 25082 (BS).

Più che uno spettacolo teatrale, Delbono ha progettato un concerto in forma drammatica. Delbono ha intrapreso con una straordinaria Petra Magoni il suo viaggio musicale nella classicità, lavorando sul mito di Edipo. È nato così, primo movimento del progetto complessivo “Concerti sul cielo e la terra”, “Il sangue”, che fin dal titolo cita i temi e i titoli che da qualche tempo costituiscono (in teatro come al cinema, e talvolta anche nelle polemiche che ne sono divampate) il territorio culturale e umano di Delbono. Uno straordinario artista che con una sensibilità tutta personale riesce a leggere la situazione sociale e politica attorno a lui anche attraverso la propria biografia. La condizione tutta particolare della orfanità di Edipo, spogliata dell’aura mitologica della maledizione divina e della Chimera, dell’assassinio ignaro del padre, e della morte che si dà la madre per aver concepito, con lui figlio, altri figli destinati alla maledizione e all’infelicità, diviene la sofferente condizione di sradicamento di una creatura di oggi. Costretto a misurarsi con la morte e peggio ancora con la vita, ovvero il grumo di rapporti malati e dei non/rapporti di sofferenza che lo allontanano da speranze e illusioni, ma anzi tendono a rinchiuderlo in una invalicabile gabbia di sofferenza. “Solo colui che ha attraversato indenne il confine della vita, solo quell’uomo puoi chiamare felice” dice Sofocle del suo Edipo, e in qualche modo è questa la traccia del percorso che Pippo Delbono e Petra Magoni, con le musiche preziose che Ilaria Fantin trae da strumenti antichi come il liuto e l’opharion (e quando serve dalla chitarra elettrica), tracciano sul palcoscenico storico dell’Olimpico. Le parole di Pippo trovano eco e musicalità nei ruggiti e nelle cascate vocali di Petra, per poi ricomporsi nelle volute fascinose di melodie rinascimentali, da Peri e Caccini al sommo Monteverdi. Anche se le performances di lei conquistano il pubblico variando in un gospel o in un hit rock dove freme una condizione umana combattuta e gridata. Ma poi si sprofonda in radici ancestrali,come l’antico canto del contadino pugliese all’Antica terra mia che guarda sconsolato Nebbia alla valle . E con quelle olive benedette e insieme dolorose, siamo già nei territori psicoetnologici indagati dal genio di Ernesto De Martino… Insomma è una grande fascinazione quella che in poco più di un’ora si percorrere sul proprio Sangue. La meta è proprio la speranza, che solo l’arte, in questo caso, può dare. In questo senso, un concentrato, consapevole Delbono, e alla Magoni capace di ogni acustico prodigio, fanno da affidabili battistrada.

Da una parte un’immensa Petra Magoni che veste e spezza le note dentro vertigini, dall’altra Pippo Delbono che, quasi un cristo laico al centro del palco, pianta i chiodi della tragedia e li semina sulla storia personale che poi è la storia di tutti. Un racconto di compassione che parte da lontano e arriva fino al presente fatto di madri che ci hanno lasciato, di esuli, di lontananze, di addii e di vite vissute da un’altra parte, anche dalla parte selvaggia, come cantava Lou Reed. Ma il musicista americano, spesso evocato dallo stesso Delbono non è l’unico Grande ad entrare in questo «concerto sul cielo e la terra». Il pubblico vede prendersi per mano Sofocle e Leonard Cohen, Sinead O’ Connor e Fabrizio De Andrè. L’anima salva, nel finale, è Bobò, attore-feticcio di Delbono, sordo, muto e per quarant’anni rinchiuso in un manicomio. La sua voce senza parole si intreccia alle note scalate da Petra Magoni. E, forse, meglio di qualsiasi altra cosa, ci fa capire che da qualche parte “dev’esserci un modo di vivere senza dolore”.

Marco Guerini

 

 

L’Oman ospita “Falstaff”

Scene, costumi ed elementi di scena di oltre quaranta produzioni d’opera, realizzate negli ultimi trent’anni dalle maestranze del Teatro Regio di Parma, rappresentano un patrimonio unico, esempio della grande tradizione teatrale italiana, che nei laboratori di scenografia, sartoria e attrezzeria, si continua a tramandare. Firmati da grandi maestri del Teatro, gli allestimenti scenici da Parma raggiungono e vivono in prestigiosi teatri in tutto il mondo, ricreati ogni volta dalle maestranze del Regio che ne conoscono ogni segreto.

Si sono da poco ultimate sul palco del Teatro Regio le prove di Falstaff: l’allestimento creato da Stephen Medcalf per il Festival Verdi 2011, con le scene e i costumi di Jamie Vartan, è stato scelto dall’Accademia della Scala per il debutto il 29 e 30 gennaio alla Royal Opera House di Muscat, inaugurata in anteprima nel 2011 proprio dal Teatro Regio con Rigoletto di Pierluigi Samaritani.

Per questa tournée l’Accademia della Scala, ha voluto insieme alla sua Orchestra il Coro del Teatro Regio, che torna così a calcare le scene dell’Opera del Sultanato dell’Oman.

«Questa nuova sfida – raccontano i rappresentanti del Coro di Parma – si aggiunge ai tanti impegni che oggi, come nel passato, vedono il nostro Coro protagonista, in Italia e all’estero, di prestigiose produzioni. La nostra attività prosegue senza soluzione di continuità grazie anche a una fitta rete di rapporti costruita negli anni e a un accurato lavoro di promozione che ci permette di portare il nome del Teatro Regio e di Parma nel mondo. La fine del 2014 ci ha visto protagonisti insieme al Coro dell’Opéra de Monte Carlo in Roméo et Juliette e nel mese di marzo, prima di tornare sul palcoscenico del nostro Teatro per L’elisir d’amore, saremo ospiti dell’Orchestra Nazionale della Rai per Les pêcheurs de perles.».

«L’Accademia Teatro alla Scala – spiega Daniele Borniquez, Responsabile Dipartimento Musica dell’Accademia – prosegue nella feconda collaborazione col Teatro Regio di Parma,‎ con il quale ha celebrato il Bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi con lo storico Falstaff di Busseto. In tale occasione si sono poste le basi per la prosecuzione dell’esperienza, riproponendo ora la produzione del Regio andata in scena al Teatro Farnese di Parma presso la Royal Opera House di Muscat, teatro emergente in area medio-orientale, presso il quale l’Accademia e la sua Orchestra si sono più volte esibite. Prosegue così la collaborazione con le maestranze tecniche del Teatro Regio di Parma e il suo Coro, ottimamente guidato dalla mano esperta di Martino Faggiani. Protagonisti in scena di questo Falstaff saranno giovani cantanti solisti, con Piero Terranova nel ruolo del titolo, diretti dal Maestro Pietro Mianiti, Direttore principale dell’Orchestra dell’Accademia».

L’impegno del Teatro Regio in Oman segue quello al Palau de las arts Reina Sofia di Valencia dove lo scorso novembre è andata in scena Manon Lescaut nell’allestimento di Stephen Medcalf e precede il debutto di Rigoletto di Pierluigi Samaritani al Teatro dell’Opera Nikikai di Tokyo il 19 febbraio.

 

Paolo Maier

 

Questione di libertà, questione di principio

Proprio nei giorni in cui la stampa internazionale si occupava del terribile evento parigino che ha avuto come cuore “Charlie Hebdo”, una bella commedia messa in scena da Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile dell’Umbria e Teatro Stabile del Veneto al Teatro Sociale di Brescia, focalizza l’attenzione sul concetto di libertà, rispetto dei diritti, discussione in merito a cosa significhino i valori di ieri nella società d’oggi.

Il pretesto scelto da Stefano Massini per il suo “7 minuti” diretto da Alessandro Gassmann è economico, ispirato ad una storia realmente accaduta nel 2012. Una fabbrica tessile di Yssingeaux, nell’Alta Loira, che vede occupate soprattutto donne, è stata venduta dati i contemporanei tempi economici, ad una società straniera. Il Consiglio di Fabbrica composto da undici donne elette, è in trepidante attesa di conoscere le decisioni dei nuovi capi e manda una di loro alla riunione preposta per affrontare le nuove direttive. L’aspettativa di tutte è il licenziamento o l’eventuale trasferimento in altra sede, mentre, dopo quattro interminabili ore di sorrisi e di chiacchierate come tra amici, l’unica comunicazione utile per le operaie fu la necessità di firmare per accettazione di rinunciare a sette minuti di pausa. Tutto ruota intorno a questi miseri sette minuti: dinanzi all’idea di perdere il lavoro, la minima rinuncia sembra accettabile, se non fosse che la rappresentante delle lavoratrici Bianca, impersonata da Ottavia Piccolo, pone l’interrogativo. Perché regalare sette minuti all’azienda? Perché così poco? Avrebbero potuto diminuire lo stipendio, tutte le avrebbero capito e accettato a fronte dell’acquisizione societaria, invece quel simbolo, quel piccolo gesto per “andare incontro” all’azienda, stava a provare la capacità di coesione delle lavoratrici. Ne nasce un dibattito interno al Consiglio di Fabbrica che dura ore ed ore, con l’esternazione di dubbi, di necessità, di astio tra le lavoratrici italiane e l’impiegata dell’est, l’operaia africana e l’altra araba. Necessità e aspirazioni, paure e senso di impotenza si scatenano tutte in una stanza, mentre l’imperativo lanciato dalle più anziane in servizio, quindi più consapevoli dei diritti di fabbrica, delle lotte pregresse eccetera, è la questione di principio. Sette minuti facevano sorridere tutte, mentre pensare che sarebbero state centinaia di ore se moltiplicati per le oltre duecento operaie, comincia a fare venire ulteriori dubbi e sospetti. Sulla scena di Gianluca Amodio si alternano nell’esprimersi le bravissime Eleonora Bolla, Paola Di Meglio, Silvia Piovan, Balkissa Maiga, Cecilia Di Giuli, Olga Rossi, Stefania Ugomari Di Blas, Arianna Ancarani, Stella Piccioni, Vittoria Corallo, con costumi di Lauretta Salvagnin e videografie molto belle di Marco Schiavoni, sulla musica originale di Pivio&Aldo De Scalzi.

L’atmosfera in teatro era di silenzio attento e partecipato; lunghi gli applausi alla fine. Nessuna delle donne in scena ha prevalso: né Olivia, né Rachele, né Sofia, dall’addetta ai telai, alla cardatura, all’ufficio. Tutte accomunate in volute di fumo di sigarette finite, come i tempi che cambiano come vogliono e se non cambi te, ti costringono a farlo. Al termine, la soluzione non è data: ciascuna cambia idea o la consolida e non è dato dalla commedia dire come va a finire. Si può leggere la storia in un libro, in uscita questo mese, oppure riflettendoci alla prossima messa in scena di Venezia, dal 21 al 25 gennaio al Teatro Goldoni, per poi proseguire per l’Italia fino a Savona, Siena, Terni, Firenze, Foligno, tra le altre.

La questione del lavoro proposta è lucida e netta, con la presa di coscienza di assumersi il carico di responsabilità per sé e per i propri figli, le generazioni future, alle quali non si sa bene che cosa stiamo lasciando in eredità. Massini mette al centro della scena Ottavia Piccolo che collabora con lui da una decina d’anni, mentre incontra per la prima volta Alessandro Gassmann con cui ha subito condiviso l’impegno etico di cui Gassmann ha dato più volte prova in teatro. Da non perdere.

Alessia Biasiolo

 

Gilgamesh rivive a Brescia

Un nuovo spettacolo per la stagione di prosa del CTB Teatro Stabile di Brescia, in collaborazione con Viartisti Teatro, al debutto al Teatro Sociale di Brescia lo scorso 11 dicembre per la Rassegna Altri Percorsi. Testo di Letizia Russo, con elaborazione drammaturgica di Pietra Selva e Massimo Verdastro, per la regia di Pietra Selva, lo spettacolo ha visto in scena cinque attori: Massimo Verdastro, Domenico Castaldo, Gloria Liberati, Raffaella Tomellini, Marco Intraia, con movimenti scenici curati da Renato Cravero che ha eseguito anche la ricerca musicale.

Letizia Russo, drammaturga, emersa giovanissima ed allenata a lavorare sulle potenzialità degli attori, ha affrontato in questo lavoro un argomento originale, l’epopea sumerica del re Gilgamesh, risalente a circa quattromila anni fa. Gilgamesh, re della città di Uruk, è potente, giovane e forte, ma non è amato dai suoi sudditi per la sua prepotenza, la volontà di fare propri uomini e donne in procinto delle nozze, per poter vantare una nuova tacca di conquista sul suo muro. Per tale motivo, i suoi sudditi implorano gli dei di aiutarli e proteggerli dalle angherie del giovane e questi inviano ad Uruk un amico per Gilgamesh, Enkidu. Nemico perfetto, il selvaggio Enkidu deve punire il re diventando il suo unico amico, con il quale finalmente il re despota può condividere quei sentimenti e quelle avventure che solo con un amico si possono vivere. Fino al giorno in cui Enkidu fosse morto, lasciando a Gilgamesh il senso di sconforto non soltanto per la solitudine, ma per la perdita di quella parte di sé che ora sa di possedere, senza doverla cercare, superficialmente, in altri. In questo modo così severo, lezione di vita che soltanto gli dei potevano pensare così giusta e crudele, Gilgamesh capisce di non essere eterno al punto che quando cercherà di conoscere il segreto per la vita eterna, gli sfuggirà di mano, non essendone comunque degno. Gli dei, infatti, avrebbero potuto premiarlo se si fosse comportato diversamente, ma le sue nefandezze dovevano essere punite non soltanto con la giusta dose di dolore e sacrificio, quanto con la presa di coscienza del proprio limite. Il senso profondo espresso dal lavoro viene reso in modo leggero, fin troppo, indugiando su forme moderne di rappresentazione in cui soltanto le movenze dei due lottatori Gilgamesh ed Enkidu al loro incontro, danno forza. Vignette di varietà con umorismo scontato, tolgono l’incanto epico alla vicenda, ma aggiungono battute evitabili, soprattutto nei luoghi comuni sulle donne e le mogli, francamente di dubbio gusto nella dinamica complessiva dell’opera. La rivisitazione con richiami omerici e onirici, ma anche del varietà televisivo, è azzeccata, ma a tratti la recitazione è melensa. Il parallelo tra gli dei immortali Utanapisti ed Erminia e l’immortalità degli attori di teatro, risulta sminutiva per questi ultimi, perché soprattutto l’aria di Erminia li rende semplici comparse anche volendone ridere, più che mostri sacri della recitazione su modello lieve e pregnante felliniano. Il lavoro perde in efficacia proprio laddove scende di tono: non bastano le musiche e i giochi di luce sul tulle che separa gli attori dagli spettatori a dare sogno, serve anche maggiore incisività, pari almeno alle movenze che si sono dimostrate ottime e all’impianto complessivo sostanzialmente accettabile. Nel complesso comunque sufficientemente divertente e da vedere.

 

Alessia Biasiolo

 

Stagione lirica 2015 del Regio di Parma

L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti aprirà la Stagione 2015 del Teatro Regio di Parma (22, 26, 29, 31 marzo), che proseguirà dal 9 aprile al 9 maggio con il festival ParmaDanza e si concluderà con Madama Butterfly di Giacomo Puccini (12, 14, 16, 18 giugno).

La rassegna dedicata alla danza vede protagoniste otto compagnie per dieci titoli e dodici spettacoli. Due le prime assolute: Alessandra Ferri che inaugura ParmaDanza 2015 insieme a Herman Cornejo e Bruce Levingstone con Trio ConcertDance (9 aprile) e la Compagnia Artemis Danza / Monica Casadei che debutta al Regio Tosca X (15 aprile) e presenta anche Traviata (23 aprile). In programma la Fondazione Nazionale della Danza / Aterballetto con SENTieri – Vertigo – Rain Dogs (11 aprile) e Don Q., Don Quixote de la Mancha (28 aprile), Carolyn Carlson Company in Short stories (17 e 18 aprile), L’Eolienne in Marie-Louise (21 aprile), Compagnia Virgilio Sieni Danza in Dolce vita (30 aprile), Balletto di Roma con Il lago dei cigni, ovvero il canto (5 maggio) e il Balletto dell’Opera di Kiev con la versione classica de Il lago dei cigni (8 e 9 maggio).

Ecco quanto afferma il Direttore artistico del Teatro Regio di Parma Paolo Arcà: Il Teatro Regio di Parma presenta, nella stagione lirica 2015, due titoli di due autori italiani della grande stagione del melodramma, proseguendo, come già nel 2014, l’omaggio ai maggiori operisti che tra Ottocento e Novecento affiancano il genio di Giuseppe Verdi, a cui è riservato, al Teatro Regio, il tradizionale Festival di autunno.

Gli autori prescelti quest’anno sono Gaetano Donizetti, con L’elisir d’amore, e Giacomo Puccini, con Madama Butterfly. Sono due grandi capolavori che mancano da più di dieci anni al Teatro Regio, e che assicurano al pubblico grandi emozioni e un sicuro godimento artistico e musicale.

L’elisir d’amore viene riproposto nell’allestimento già molto apprezzato di proprietà del Teatro Regio, con la regia di Marcello Grigorov e le scene e i costumi di Nica Magnani. E’ l’allestimento di cui resta negli occhi l’immagine della mongolfiera, che si porta in cielo Dulcamara alla fine dell’opera, quando finalmente l’amore di Adina e Nemorino trionfa. Nel cast spicca nel ruolo di Nemorino Celso Albelo, l’artista oggi tra i più apprezzati e acclamati in questo ruolo. Accanto a lui l’Adina di Jessica Nuccio, il Belcore di Julian Kim e il Dulcamara di Roberto de Candia. Sono tutti specialisti dei rispettivi ruoli. Per De Candia è un gradito ritorno al Teatro Regio dopo l’applaudito Melitone nella recente Forza del destino. Sul podio della Filarmonica Toscanini sale Francesco Cilluffo, dopo il successo ottenuto al Regio con La cambiale di matrimonio e l’applauditissimo concerto con finalisti e vincitori del concorso di Busseto nel Festival Verdi 2014. L’allestimento viene presentato in una virtuosa coproduzione con la Fondazione Teatro Comunale di Modena, riducendo così sensibilmente i costi di realizzazione.

Il secondo titolo sarà a giugno, in coincidenza con il periodo di Expo 2015, volendo offrire al pubblico internazionale che affollerà Milano la possibilità di una tappa a Parma per godere, oltre che delle bellezze artistiche, museali e gastronomiche, anche di una sera al Teatro Regio con un titolo operistico celeberrimo come Madama Butterfly di Puccini.

La produzione presenta come protagonista il soprano coreano Vittoria Yeo (finalista al Concorso di Internazionale di Voci Verdiane di Busseto 2014), che ha già debuttato il ruolo di Cio-Cio-San, avendolo preparato con la sua maestra Raina Kabaivanska, che di Butterfly è stata eccelsa interprete. Nel resto del cast tutti artisti italiani, con il tenore Angelo Villari, il baritono Elia Fabbian (protagonista al Regio nel ’14 di uno Schicchi di grande rilievo) e il mezzosoprano Silvia Beltrami. Sul podio sale il Direttore musicale della Filarmonica Toscanini, Francesco Lanzillotta.

Lo spettacolo, molto fascinoso nei costumi e nelle proiezioni, presenta la regia di Giulio Ciabatti con le scene e i costumi di Pier Paolo Bisleri. Questo allestimento proviene dal Teatro Verdi di Trieste ed è stato riproposto con successo in molti teatri italiani, a dimostrazione che spettacoli di qualità possono validamente essere allestiti più volte nei teatri di diverse città, ottenendo significative e necessarie economie”.

Paolo Majer