Epidemie italiane: il colera “politico”

(segue)

Comparso nelle Marche, poi in Campania e Puglia nel 1865, diffusosi in alcune zone della Sicilia nel 1866, il morbo dilagò ampiamente nel 1867 in Lombardia, Puglia, Calabria e Sicilia, diffondendo ancora una volta il timore verso ospedali e medici che non solo erano centro di diffusione del contagio, ma accusati di farlo apposta, come emissari forse del governo oppure di chissà chi. Ignazio Cantù scrisse che alle superstizioni si dovevano gran parte dei mali dell’umanità.

Gaetano Strambio notò con orrore che, ancora, si ripetevano i deliri sull’ampollino dei medici, con rapimento o occultamento dei malati per non lasciarli in mano ai sanitari: secondo Strambio, il problema della mancanza di autorità, in un periodo di contrasto tra Stato e Chiesa, lasciava ampio spazio a chi predicava che erano i castighi di Dio a impossessarsi dell’umanità italiana, per punirla delle empietà liberali, mentre lui stesso ipotizzava che fossero proprio dei maneggi dei clericali più conservatori a provocare distruzione e morte.

Contro medici e presunti avvelenatori insorsero a Castellammare e Torre Annunziata, ad esempio, mentre ad Amalfi ebbero la peggio degli uomini di Positano perché galantuomini, pertanto sospettati di diffondere il morbo tra i poveri.

Interessante notare come, a Palermo, si sostenesse con una certa logica per chi voleva pescare nel torbido dell’untore politico, che “se era veleno quando c’era Ferdinando non avrà cessato di esserlo perché c’è Vittorio Emanuele”. In Sicilia, nel 1860 Giuseppe Garibaldi aveva promesso la leva militare al posto del colera, ma ora era evidente che non fosse cambiato molto, quindi la colpa doveva essere del governo per forza.

Perciò venne organizzata, da capipopolo già impegnati nei tumulti del 1848 e del 1860, una rivolta popolare, causata dalla peggiorata condizione economica, la malattia dilagante, la disoccupazione, la liquidazione dell’asse ecclesiastico.

Tra il 16 e il 22 settembre 1866, migliaia di persone calarono dalle zone circostanti e arrivarono a Palermo dove misero a sacco gli uffici pubblici, impadronendosi della città. I Borboni avevano favorito la rivolta, soffiando sul pericoloso fuoco della disperazione, ottenendo un pesantissimo intervento governativo che acuì l’odio nei confronti del Piemonte che governava dalla capitale Firenze.

Le truppe al comando di Cadorna sbarcarono sull’isola diffondendo ancor più il colera. Le fucilazioni e gli arresti si moltiplicarono, con tribunali militari e rastrellamenti. Si contarono migliaia di morti, con la reazione popolare che non si fece attendere, soprattutto per l’aumento della pressione fiscale. Il colera poteva solo essere italiano, nemico, contro un’isola che, quindi, tanto italiana in quel momento di novella unità nazionale non si sentiva. Ogni azione del governo, anche la distribuzione di viveri e medicinali, non venne accettata, perché sospettata di essere soltanto un altro metodo per diffondere il morbo ed eliminare i popolani locali.

Nello stesso 1867, in Calabria i reazionari incolpavano del colera la scomunica da parte di Pio IX. Per fronteggiare il morbo, il popolo beveva litri di olio d’oliva e cercava di linciare gli untori. Anche in questo caso, borbonici e clericali alimentarono le credenze popolari sperando di poterne avere la meglio e di ripristinare lo status politico precedente.

Il prefetto di Cosenza addita anche i cittadini agiati ed educati, cioè colti, di credere nella diffusione del colera come veleno; oltretutto in Calabria era diffusa l’idea di una setta responsabile dei tumulti e in tal senso si organizzarono anche delle indagini. La psicosi dei veleni e degli untori, insomma, colpiva non solo l’immaginario collettivo della plebe, ma tutta la società civile.

Purtroppo un’epidemia di colera colpisce l’Italia anche nel 1884-85, ma il Paese risponde in maniera meno impreparata. Infatti, nel 1883 Koch ha scoperto la causa del morbo, un vibrione, che si debella già portando a ebollizione l’acqua.

Il governo, guidato da Depretis, mette in atto una azione efficace, con una strategia precisa e coerente: l’urto contro la malattia è la scrupolosa igiene personale, dei locali, l’isolamento, la disinfezione, la distruzione degli oggetti infetti.

Malgrado l’attacco delle opposizioni, la vigilanza in tutta Italia porta sicuri risultati, ma spiegabili anche con l’aumentata istruzione, una buona profilassi e buoni progressi economici. Tuttavia, l’idea degli avvelenamenti non passa: si crede ancora che gli ampollini dei medici, le polverine, le caraffine per contenere il colera, fossero un’azione politica o di qualcuno contro il popolo.

Il “Corriere della Sera” titola “Cose da Medioevo”, anche quando si credeva che l’Italia fosse cresciuta abbandonando le superstizioni. Addirittura si assicurava che gli avvelenatori, medici e farmacisti, venissero pagati 25 lire al giorno.

Sono passati anni, l’istruzione è migliorata in Italia, ma le superstizioni riappaiono prepotenti quando la situazione, soprattutto sanitaria, porta al panico collettivo.

Se infatti i Borboni dovevano diffondere il colera perché le bocche da sfamare erano troppe, erano i carabinieri a gettare in giro il morbo sotto Umberto. E non si fanno attendere anche le polemiche dalle colonne dei giornali, dal momento che il Sud italiano, Palermo in testa, era stato dipinto come in preda all’anarchia e alla barbarie, pertanto i giornali palermitani insorsero rispondendo per le rime.

Francesco Crispi, dalla sua, lamentava che il clero non aveva utilizzato la sua potenze spirituale e parzialmente temporale per convincere le persone che non c’erano veleni e untori. In effetti non era vero: il vescovo di Palermo e di Catania, ad esempio, avevano scritto ai preti di predicare che il colera aveva un’origine naturale, pertanto non solo doveva essere accettato come una calamità naturale, ma dovevano essere accettati anche gli aiuti dalle autorità, che ancora una volta al Sud non venivano considerati positivi.

C’era chi pensava addirittura, allora, che i preti avvelenassero l’ostia della comunione, proprio perché stavano con il governo.

Un buon curato, allora, doveva citare la Bibbia, dove era chiara l’origine divina della peste; metteva in guardia di non lasciare le case per paura degli untori, perché i ladri ne approfittavano ad arte per svaligiare le case e, inoltre, come poteva un prete stare dalla parte di un governo che non li amava affatto? In più, se già non ce n’era abbastanza, era chiaro che erano stati proprio i liberali ad inventare la storia del veleno in odio ai Borboni: una verità che, rivelata in quel momento, non portò comunque a convincimenti seri.

(continua)

prof.ssa Alessia Biasiolo

Epidemie italiane: il colera “politico”

(segue)

Addirittura i deputati comunali o i parroci altalenavano nelle credenze, combattuti all’idea che nelle teorie complottiste ci fosse qualcosa di vero. Spesso scoppiavano disordini, perché si temeva l’uso politico di una malattia diffusa appunto dai politici e le persone, oltre ad organizzare le rivolte, rifiutavano l’ospedalizzazione per timore di essere ammazzate in ospedale. Soltanto lo spaventoso numero dei morti, salito ad oltre ventimila nella città di Torino ad esempio, farà sedare gli animi e li rese più disponibili ad ascoltare le parole del sindaco.

In Sardegna, il colera fece scattare una forte opposizione antipiemontese, data l’unione delle due regioni in un unico Regno.

Nella “colta e civilissima” Firenze, come veniva definita al tempo, il caso di colera tra i carcerati fece diffidare dei pubblici poteri.

Al Sud, si pensava male dei Piemontesi, alludendo alla guerra di Crimea da dove molti soldati erano in effetti tornati ammalati, ma si pensava anche a un “veleno” sparso tra la popolazione dalle autorità napoletane per sfoltirla e intimorire i sopravvissuti, memori della pesante azione antiliberale messa in atto dopo i moti del 1848 che avevano portato con sé fucilazioni e arresti.

Anche a livello politico si vigilava affinché non ci fosse utilizzo del colera come arma contro il governo, o di una parte politica contro l’altra.

Nel 1856, una lettera anonima accusava un deputato di avere avvelenato l’acqua con il verderame e di avere attribuito a Ferdinando II il colera-veleno. Altri avevano diffuso la voce che un fornaio, a Silvi, aveva avvelenato il pane, sperando così di causare un’insurrezione e di mettere a sacco il forno.

Alcuni gridavano all’avvelenamento delle spighe di grano con fosfato di fiammiferi.

Nei territori di Chieti e Pescara, venne fatta comminare una buona dose di legnate a chi propagava notizie sediziose sul morbo. Fu subito chiaro che dove le misure repressive adottate erano più drastiche, il popolo rispettava maggiormente le indicazioni date e i disordini furono nulli, per evitare che si ripetessero le sommosse viste nel 1837.

La repressione era utile anche contro gli allarmisti, che spesso erano donne popolane, perché il panico diventava pericoloso tanto quanto la malattia.

Un povero girovago di Brindisi, Francesco D’Alessio, ad esempio, entrato da un pizzicagnolo, venne visto toccare dei ceci arrostiti, forse perché ne avrebbe voluto per mangiare; poi venne visto entrare in un’osteria dove da solo si servì di un bicchiere di vino al banco. La voce circolò subito e venne accusato di avvelenamento: rincorso dalla folla inferocita, trovò rifugio in chiesa. Il piglio divertito del giudice istruttore fa comprendere la tragicommedia che denota la paura diffusa in tempi drammatici.

Lo smarrimento dinanzi all’impossibilità di azioni contro la malattia, faceva aumentare il timor panico, l’odio verso qualcuno, il pregiudizio e a volte si innestava sulla criminalità usuale. Spesso si rispondeva al contagio dicendo di stare in casa, a finestre tappate, soprattutto laddove si pensava che nubi di aglio bruciato stessero vagando portando il colera.

Si ebbe poi un colera nazionalpopolare nel 1865-67 quando si ribadisce dalle colonne del saggio di Michele Lessona “Volere è potere” che non era vero che il colera fosse inviato al popolo dal governo liberale, ma di certo il detto governo aveva le sue colpe, dal momento che i liberali non si erano fatti scrupoli di mantenere viva nel popolo la credenza degli untori politici se faceva comodo.

(continua)

prof.ssa Alessia Biasiolo

Epidemie italiane: il colera “politico”

L’epidemia di colera che ricorda Pellegrino Artusi in un suo aneddoto, colpì l’Italia a ondate successive nel 1854 e nel 1855.

Nel 1854 aveva colpito gli Stati sardi, parte della Lombardia e il Sud, mentre l’anno seguente colpirà tutta la penisola causando migliaia di morti.

Appena ci si rese conto di avere anche in Sardegna un caso di malattia, si formò una commissione medica che aveva lo scopo di coordinare le operazioni di soccorso e di studiare quel nuovo fenomeno patologico. L’eccessiva disponibilità ad ospitare in zone libere dall’infezione dei sassaresi immigrati, fece diffondere l’epidemia, almeno così pensò la popolazione alla morte per colera di uno dei sassaresi ospiti.

Il morbo si diffuse con una rapidità impressionante. A Ozieri ci furono casi di caccia all’untore, come da manzoniana memoria. Subito il paese sardo colpito dall’epidemia venne cordonato per impedirne l’accesso e l’uscita, in modo da circoscrivere il danno. I negozi vennero chiusi, tranne le spezierie e un caffè, e venne vietato il consumo di cocomeri, cetrioli e meloni, oltre che di ortaggi in genere, perché erano stati individuati come i principali responsabili del veicolo del morbo; le case degli ammalati vennero trattate a calce, per disinfettarle. Vietati i salassi a chi era nella prima fase della malattia, come pure l’esposizione dei cadaveri in piazza prima del funerale; ogni settimana si doveva sezionare un cadavere, evidentemente per studiarne gli effetti della malattia stessa.

I più colpiti erano i poveri, come spesso accadde, e in fretta si diffuse di nuovo, come già nella ricorrenti epidemie precedenti, il sospetto di veleni diffusi a scopo politico.

La stessa medicina ufficiale era divisa tra contagionisti e anticontagionisti, in aperta e aspra polemica tra loro, con tanto di battaglie tra le colonne di vari opuscoli medici e dando contraddittori consigli al governo in tema di misure da prendere per cercare di arginare il contagio.

Dalle colonne della “Gazzetta medica italiana”, ad esempio, Gaetano Strambio diffondeva le sue idee contagiste, contestate da Cavour che sollecitò il deputato e medico Angelo Bo, a controbattere l’assurda credenza della propagazione della malattia con un contagio ad arte.

In particolar modo, era credenza comune nella povera gente che fosse proprio il governo a volerla ammazzare tutta, attraverso i medici che avrebbero dovuto curarla.

(continua)

 

prof. ssa Alessia Biasiolo

 

Il fascino francese per il crimine di strada

La prima guerra mondiale vide alcune problematiche relative ai furti, compresa la continuazione delle vicende di Lupin, ma portò anche alla conclusione di attività criminose reali, come quelle che erano in atto proprio in Francia.

Partirono, infatti, per il fronte, interi gruppi criminali che scorazzavano dagli inizi del Novecento nella capitale francese, divenendo un vero e proprio fenomeno di costume. I delinquenti furono arruolati in massa e la maggior parte di essi non fece ritorno a casa, ponendo fine, in modo drammatico, ad un periodo di soprusi, rapine, crimini che, tuttavia, mai come allora influenzarono la musica, la moda, il cinema.

Grazie ai banditi, la trasgressione divenne un mito al quale anche le classi più elevate guardavano con attenzione. A partire dai quartieri allora più periferici di Parigi come Montmartre, Bastille, Belleville, si diffusero verso zone più centrali (Maubert, Les Halles, Montparnasse) membri di bande dai nomi che erano tutto un programma: Vestiti Neri, Aristocratici, Cuori di Ferro, ad esempio. Armati di curiose pistole che potevano diventare pugno d’acciaio o coltello a doppia lama ripiegabile, vestiti con maglie a righe e portando un fazzoletto al collo di colore diverso a seconda dell’appartenenza alla banda, i malviventi presero il nome di Apache grazie ad un articolo apparso il 12 dicembre 1900 su “Le Matin”. Erano, infatti, anni di trepidante attenzione per le notizie che arrivavano dalla conquista del West americano e le tribù indiane d’America facevano notizia, così il giornalista francese Fouquier soprannominò le bande criminali dei bassifondi parigini “tribù di apache”. Termine che corse subito sulla bocca di tutti. I criminali avevano un codice proprio che capiva solo un altro membro della banda; assalivano i passanti, oppure i proprietari dei negozi, armati di bastoni, bottiglie, coltelli a serramanico e le famigerate pistole. Oppure avvolgevano il capo del malcapitato con un fazzoletto fino a provocarne l’asfissia per costringerlo a consegnare i propri beni. Oppure, mettevano in atto delle tecniche di lotta che diedero i natali alla boxe francese. La sera, poi, nelle varie bettole, si dilettavano con le loro donne a ballare una danza sfrenata, passionale e talvolta brutale che, però, attirava anche le dame della Parigi bene in cerca di una serata di follie. I banditi si lanciavano in una sorta di tango appassionato che arrivava a finti schiaffi e pugni, o a trascinare la dama per i capelli, in una danza che piaceva al punto da affollare i locali dove i delinquenti si davano appuntamento e da creare una vera e propria tendenza, anche per ballerini onesti. Le donne vestivano un grembiule rosso su un abito nero, con i capelli tagliati corti, simbolo di modernità e di emancipazione, e volteggiavano con i loro “banditi” sulle note dei valse di moda al Moulin Rouge. Alcune di loro divennero delle vere celebrità, proprio perché compagne dei banditi e per vicende di cronaca nera. La più famosa, Amélie, era soprannominata Casco d’oro per i suoi capelli e ispirò un film divenuto famoso nel 1952. Ancora oggi si pensa che quegli anni francesi, tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale, si possano o si debbano rappresentare con quelle danze, quelle musiche e quelle figure che sembrano uscite da un romanzo, ma in realtà seminavano il terrore e rendevano Parigi una città malfamata e insicura.

 

Alessia Biasiolo

Il centenario del Festival di Salisburgo

Salisburgo è una ridente cittadina austriaca, patrimonio UNESCO dal 5 dicembre 1996 per la sua architettura barocca italianeggiante e la profonda cultura musicale che non deriva solo dall’essere città natale di Mozart, nel 1756.

La sua posizione geografica ai confini delle Alpi e con una dolce pianura, sembrano conciliare rilassatezza e dedizione all’interiorità. Il centro storico cittadino, la Città Vecchia, presenta torri e cupole barocche di chiese e palazzi, che sono fastosi, dalla volontà dei vescovi von Raitenau (figlio di una De’ Medici, molto amante dell’arte e dello stile italiano, fautore tra l’altro della costruzione del Castello di Mirabell), Sittikus conte di Hohenems e Paris conte di Lodron che ne diedero l’impronta attuale. La cupola del Duomo e la casa natale di Mozart furono vittime dei pesanti bombardamenti aerei della seconda guerra mondiale, che non riuscirono completamente a risparmiare il centro storico. Oltre che alla cattedrale, una visita non deve mancare alla chiesa dei Francescani e all’abbazia di Nonnberg, alla Fortezza che risulta essere la più grande d’Europa, ai molti musei, vie e piazze deliziose, magari assaporando un famoso cioccolatino noto come “palla di Mozart”.

A Salisburgo, il 22 agosto 1920 inaugurò il Festival musicale che quest’anno, doverosamente tra molti sfarzi, celebra il centenario. Fondato dal regista berlinese Max Reinhardt, assieme al poeta austriaco Hugo von Hofmannstahl e al compositore bavarese Richard Strauss, il Festival doveva essere un esempio di pace e fratellanza dopo la sanguinosa Grande Guerra, e negli anni si è mantenuto tale, fino ad essere uno dei principali appuntamenti culturali europei. Nata già nel 1877, la kermesse era stata discontinua fino all’idea dei tre amici. Per l’inaugurazione del 1920, von Hofmannstahl già autore de “Il cavaliere della rosa”, musicato da Strauss, scrisse “Jedermann”, che inaugurò il Festival, opera che verrà riproposta ogni anno, sempre su un palco all’aperto davanti al Duomo. L’opera, in italiano “Ognuno”, narra di un uomo ricco e potente visitato dalla Morte durante un banchetto, per sottolineare l’ineluttabilità della stessa e porre allo spettatore una riflessione, tanto più immanente nel 1920, dopo gli orrori bellici. L’uomo, infatti,verrà accompagnato nella tomba da Fede, Speranza e Carità. Cresciuto di anno in anno, anche con rappresentazioni di opere di Verdi e Beethoven e la costruzione di un apposito teatro, il Festival visse una triste parentesi con l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938, e la chiusura dal 1943, ma riprese già nel 1945. Indimenticabile fu l’edizione 2006, quando la celebrazione del 250esimo anniversario della nascita di Mozart e l’allestimento delle sue 22 opere, fece ottenere al Festival un largo consenso di critica e pubblico.

La celebrazione del centenario inizierà con la mostra “Il gran teatro del mondo. Il centenario del Festival di Salisburgo”, organizzata dal Salzburg Museum dal 25 aprile al 31 ottobre in Neue Residenz, dove sarà possibile ripercorrere tutte le tappe dei cent’anni, tra contributi storici, archivistici, documentari e molto altro. Al Salzburg Museum sarà allestita una mostra di Stato. Il programma operistico inizierà il 27 luglio con “Elektra” di Richard Strauss affidato ai Wiener Philarmoniker, per poi vedere “Don Giovanni” diretto da Castellucci, “Tosca” diretta da Armiliato, per citarne solo alcuni.

 

Alessia Biasiolo

 

 

Federico Fellini centenario

Sembra che il destino abbia voluto regalare all’umanità, dopo la devastante prima guerra mondiale, un tocco di estro e di visionarietà in più. Nel 1920, il 20 gennaio, nacque, infatti, a Rimini, Federico Fellini, l’unico realista proprio perché visionario, per utilizzare un suo pensiero. Il padre era originario di quel posto che viene citato come “centro del mondo” quando vi passa la Mille Miglia, Gambettola, mentre la madre era romana. Federico, sin da bambino, amava il disegno ed era bravo nelle caricature, nel saper cogliere delle persone le particolarità che poi imitava. Ispirandosi ai fumettisti statunitensi, cominciò così a lavorare di fantasia della quale riempiva la sua cameretta. A metà degli anni Trenta, disobbedendo ai genitori, sgattaiolava di casa ed entrava nei cinema dove restava per ore a guardare film dai quali era affascinato. Nel 1938, la “Domenica del Corriere” pubblica alcune sue vignette chiamate “Cartoline del pubblico”, così come farà “Il 420”, giornale satirico fiorentino. Trasferitosi a Roma nel 1939 per studiare all’università, Facoltà di Giurisprudenza, in realtà voleva diventare giornalista e così entra nel “Marc’Aurelio”, il maggiore giornale satirico cittadino, e diventa il vignettista di punta con le “Storielle di Federico” che gli permettono di farsi notare. Comincia a scrivere battute per i film di Erminio Macario e di Aldo Fabrizi, quindi viene chiamato dall’EIAR, la radio di Stato, dove incontra Giulietta Masina che, oltre a diventare l’attrice principale dei suoi film, diverrà sua moglie. Le sue collaborazioni come sceneggiatore lo porteranno a conoscere Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Luchino Visconti. Nascono “Roma città aperta”, “Paisà” (per il quale sarà assistente sul set) e contribuirà a dare inizio al cinema neorealista italiano. L’esordio come regista sarà nel 1950 con “Luci del varietà”, con Alberto Lattuada, mentre il primo film diretto da solo sarà “Lo sceicco bianco”. In quegli anni diventerà importante l’amicizia con Nino Rota, spesso autore delle colonne sonore dei film, così come la sua capacità di valorizzare attori del calibro di Alberto Sordi. Sarà la volta de “I vitelloni”, “La strada” un grande successo internazionale del 1954 che meritò l’Oscar come miglior film straniero nel 1957, primo anno di questa categoria del premio. Altro Oscar per “Le notti di Cabiria”, cui seguirà “La dolce vita” nel 1960, poi “8½”, “Giulietta degli spiriti”, “Amarcord” nel 1973, ma sono solo alcuni titoli. Tra gli ultimi, “Ginger e Fred” e “La voce della luna”, “Il sogno” del 1992. L’anno dopo, l’Oscar alla carriera, che si aggiunge alla lunga lista di premi assegnatigli. Nel 1993, il funerale di Stato dopo qualche mese di problemi di salute; poco tempo dopo lo seguirà anche la moglie, con la quale aveva festeggiato da poco le nozze d’oro. La sua tomba, a Rimini, è sovrastata dalla statua di Arnaldo Pomodoro chiamata “E la nave va”. A lui sono stati intitolati l’aeroporto di Rimini e la pineta di Fregene, oltre a vie e piazze in tutta la Penisola. Autore molto amato dal pubblico, la sua grandezza ha ancora molto da insegnare, soprattutto perché suffragata dalla rara capacità di restare, pur se “visionario”, una persona normale.

Alessia Biasiolo

 

Doppio anniversario per Rodari

Cent’anni fa nasceva Giovanni Rodari, Gianni per tutti, anche per i suoi innumerevoli lettori che lo hanno amato particolarmente per le favole che ha raccolto e inventato. Un anniversario doppio, cadendo anche il quarantesimo dalla morte, avvenuta a Roma nel 1980. Nativo sulle sponde del lago d’Orta, avviato a studi magistrali, Rodari era appassionato di violino, passione che non venne incoraggiata. Terminati gli studi, divenne precettore presso una famiglia di ebrei tedeschi fuggiti dalla Germania già nazista, poi insegnò come maestro elementare, non proseguendo gli studi universitari. Si rese conto presto che la sua migliore caratteristica era quella di giocare e ridere con i bambini, con lezioni originali. Scoppiata la seconda guerra mondiale, Rodari venne esonerato dal servizio militare per motivi di salute, fino a quando non venne richiamato sotto le armi durante la Repubblica Sociale Italiana. All’internamento di suo fratello in un campo di concentramento nazista, sconvolto dagli orrori della guerra e dei territori occupati, Gianni prese contatti con la Resistenza e fuggì per darsi alla clandestinità e combattere con i ribelli. Aveva già cominciato a raccogliere storie della tradizione popolare che pubblicherà con lo pseudonimo Aricocchi, dal cognome della madre; alla fine del conflitto, entrò nella redazione de “L’Unità”, a Milano. Dal 1949 per quel giornale iniziò a curare la celeberrima “La domenica dei piccoli”. Trasferitosi a Roma, nel 1950 fondò “Pioniere”, giornale per ragazzi, che ebbe vita per una decina d’anni; dopo varie esperienze giornalistiche, passò a “Paese Sera” e iniziò a collaborare con Rai e BBC per programmi per ragazzi. I suoi libri, intanto, ottennero l’attenzione della critica e nel 1970 vinse il prestigioso premio “Hans Christian Andersen”. Tra i più famosi testi scritti da Rodari ricordo “Il libro di filastrocche” del 1951, il suo primo libro per ragazzi; “Il romanzo di Cipollino” che diverrà “Le avventure di Cipollino” nel 1959 (Cipollino divenne un famoso cartone animato in Unione Sovietica, dove i libri di Rodari erano molto diffusi e dove l’autore si recherà più volte); “Il treno delle filastrocche” del 1952; “Il viaggio della Freccia Azzurra” del 1954 che divenne un film di animazione nel 1996.

Di sicuro il suo più famoso libro è stato “Favole al telefono”, pubblicato dalla casa editrice Einaudi nel 1962, testo utilizzato anche nelle antologie scolastiche e che ha aiutato a crescere varie generazioni di italiani.

Per citarne solo alcuni altri, “Novelle fatte a macchina”, “Marionette in libertà”, “C’era due volte il barone Lamberto ovvero I misteri dell’isola di San Giulio”. Come educatore, Rodari insegnava a non dare nulla per scontato, a lasciare libero sfogo alla fantasia, voleva che i bambini dessero forma a quel fantastico mondo che li contraddistingue e che forse era più fervido prima del popolamento di immagini da supporti tecnico-tecnologici, chissà.

Per insegnare come inventare storie, Rodari scrisse “Grammatica della fantasia”, perché le fiabe sono un’arte e anch’esse hanno delle regole: apprese le essenziali non c’è più limite al pensare avventure, uno strumento per imparare e crescere creando. Naturalmente non solo rivolto ai bambini.

A Rodari sono stati dedicati innumerevoli studi, testi, convegni, ricordi. E anche il centenario della sua nascita non passerà inosservato agli amanti della lettura e delle avventure.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

Alla Biblioteca Civica i progetti dell’architetto Giacomello realizzatore negli anni ’60 di molte chiese veronesi

Donato alla Biblioteca civica l’archivio dell’architetto veronese Gelindo Giacomello, curatore negli anni ’60 della progettazione e della realizzazione di molte chiese veronesi.

Grazie alla disponibilità del figlio Gian Pietro, è stato infatti acquisito l’archivio dell’architetto, uno dei più importanti progettisti di architetture sacre nel nostro territorio, molto attivo negli anni del rinnovamento dettato dal Concilio Vaticano II.

Di Giacomello una decina di chiese costruite nel veronese tra le quali: la chiesa della Madonna di Lourdes, di Forette – Vigasio (1957-1968), di San Pio X – Verona (1961-1962), di Gesù Divino Lavoratore – Verona (1964-1968), del Santissimo Nome di Maria – Azzano/Castel d’Azzano (1963-1966), della Sacra Famiglia – Verona (1964-1972) e di San Martino Vescovo – Povegliano (1965-1966).

La salvaguardia dell’archivio Giacomello è inserita all’interno di un più ampio progetto di valorizzazione degli archivi dei tecnici veronesi attivi nel sec. XX, iniziativa coordinata dall’Associazione AGILE – all’interno del progetto ARCOVER (Archivi del Costruito del Territorio Veronese in Rete) realizzato con il contributo di Fondazione Cariverona – in stretta sinergia con la Biblioteca civica e la rivista ArchitettiVerona. Questa donazione fa seguito a quella avvenuta nel novembre del 2018 dell’archivio dell’architetto Ottorino Tognetti, sempre in favore della Biblioteca civica.

 

Roberto Bolis (anche per le fotografie)

Cerimonie e iniziative a ricordo degli anniversari dell’Eccidio Estense del 1943 e dell’Eccidio del Doro del 1944

A seguito dell’emergenza sanitaria dovuta alla diffusione del Covid-19, su indicazione del ‘Comitato per le Onoranze’ di Ferrara avverranno in forma sobria e ridotta le cerimonie previste per domenica 15 e martedì 17 novembre 2020, volute per celebrare l’anniversario degli eccidi fascisti e nazisti a Ferrara del 15 novembre 1943 (Eccidio Estense) e del 17 novembre 1944 (Eccidio del Doro).

Previsti a cornice domenica 15 novembre in corso Martiri della Libertà l’esposizione della mostra dell’Istituto di Storia Contemporanea “Per non dimenticare” e durante il mese di novembre un programma online di iniziative di cultura storica messo a punto dall’Istituto di Storia Contemporanea in collaborazione con la Scuola d’Arte Cinematografica “Florestano Vancini”.

Settantasettesimo Anniversario dell’Eccidio Estense 1943/2020

-domenica 15 novembre 2020 (alle 10.30) cerimonia di commemorazione al Muretto del Castello Estense (corso Martiri della Libertà) con deposizione della corona da parte del prefetto Michele Campanaro, del sindaco di Ferrara Alan Fabbri, del presidente della Comunità ebraica Fortunato Arbib e del rabbino capo Luciano Caro.

(al muretto del Castello – corso Martiri della Libertà esposizione della mostra “Per non dimenticare” a cura dell’Istituto di Storia Contemporanea)

-domenica 15 novembre 2020 (alle 15) deposizione della corona alle lapidi esterne della Sinagoga di via Mazzini da parte del prefetto Michele Campanaro, del sindaco di Ferrara Alan Fabbri, del presidente della Comunità ebraica Fortunato Arbib e del rabbino capo Luciano Caro.

Settantaseiesimo Anniversario dell’Eccidio del Doro 1944/2020

-martedì 17 novembre 2020 (alle 10) cerimonia di commemorazione al Cippo di Caffè del Doro di via Padova con deposizione della corona da parte del prefetto Michele Campanaro e del sindaco di Ferrara Alan Fabbri.

In occasione degli anniversari degli eccidi fascisti e nazisti del 15 novembre 1943 e del 17 novembre 1944, l’Istituto di Storia Contemporanea con la collaborazione della Scuola d’arte cinematografica “Florestano Vancini” ha posto in essere per tutto il mese di novembre un programma on line di iniziative di cultura storica. Il programma, che si potrà seguire sui social dell’Istituto (Sito: www.isco-ferrara.com; Facebook: Isco Ferrara; Instagram: @isco.fe; Twitter: @iscoferrara; YouTube: istituto di storia contemporanea di Ferrara) contiene interventi di storici, proiezione di filmati, letture e interventi degli studenti della scuola di arte cinematografica “Florestano Vancini”.

 

Alessandro Zangara (anche per la fotografia)

La Mole Vanvitelliana, la casa di KUM! Festival

Fino a domani, domenica 18 ottobre, la Mole Vanvitelliana di Ancona ospita un’edizione speciale di KUM! Festival, la manifestazione dedicata alla cura e alle sue diverse pratiche con la direzione scientifica di Massimo Recalcati e il coordinamento scientifico del filosofo Federico Leoni, quest’anno in un’edizione particolare proprio sul tema della La Cura. Il simbolismo del luogo sarà amplificato da tre giornate di riflessione sull’emergenza socio-sanitaria in cui specialisti della clinica – psicoanalisti, psichiatri, medici – ma anche a filosofi, scrittori, architetti e virologi si occuperanno del drammatico momento attuale che il mondo vive con la pandemia, nella convinzione che solo analizzare e capire le dinamiche permette poi di guarire.

Ancona è stata sin dall’antichità uno snodo chiave per le attività commerciali e lo è ancora tutt’oggi grazie al suo rinomato porto turistico. Proprio nel porto della città è situata la Mole: iniziata da Luigi Vanvitelli nel 1732 su commissione di Papa Clemente XII e ultimata nel 1743, sorge su un’isola artificiale di forma pentagonale, una metaforica linea di continuità tra la terraferma e il mare aperto. Originariamente era un lazzaretto che salvaguardava la salute pubblica ospitando depositi e alloggi per merci e persone in quarantena che arrivavano al porto da zone ritenute non sicure: ecco perché fu costruito su un’isola artificiale fuori dal territorio cittadino. La Mole rappresenta, quindi, la casa ideale del festival, che quest’anno più che mai è emblema della Cura.

Delos (anche per le fotografie di Zitti)