Epidemie italiane: il colera “politico”

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Comparso nelle Marche, poi in Campania e Puglia nel 1865, diffusosi in alcune zone della Sicilia nel 1866, il morbo dilagò ampiamente nel 1867 in Lombardia, Puglia, Calabria e Sicilia, diffondendo ancora una volta il timore verso ospedali e medici che non solo erano centro di diffusione del contagio, ma accusati di farlo apposta, come emissari forse del governo oppure di chissà chi. Ignazio Cantù scrisse che alle superstizioni si dovevano gran parte dei mali dell’umanità.

Gaetano Strambio notò con orrore che, ancora, si ripetevano i deliri sull’ampollino dei medici, con rapimento o occultamento dei malati per non lasciarli in mano ai sanitari: secondo Strambio, il problema della mancanza di autorità, in un periodo di contrasto tra Stato e Chiesa, lasciava ampio spazio a chi predicava che erano i castighi di Dio a impossessarsi dell’umanità italiana, per punirla delle empietà liberali, mentre lui stesso ipotizzava che fossero proprio dei maneggi dei clericali più conservatori a provocare distruzione e morte.

Contro medici e presunti avvelenatori insorsero a Castellammare e Torre Annunziata, ad esempio, mentre ad Amalfi ebbero la peggio degli uomini di Positano perché galantuomini, pertanto sospettati di diffondere il morbo tra i poveri.

Interessante notare come, a Palermo, si sostenesse con una certa logica per chi voleva pescare nel torbido dell’untore politico, che “se era veleno quando c’era Ferdinando non avrà cessato di esserlo perché c’è Vittorio Emanuele”. In Sicilia, nel 1860 Giuseppe Garibaldi aveva promesso la leva militare al posto del colera, ma ora era evidente che non fosse cambiato molto, quindi la colpa doveva essere del governo per forza.

Perciò venne organizzata, da capipopolo già impegnati nei tumulti del 1848 e del 1860, una rivolta popolare, causata dalla peggiorata condizione economica, la malattia dilagante, la disoccupazione, la liquidazione dell’asse ecclesiastico.

Tra il 16 e il 22 settembre 1866, migliaia di persone calarono dalle zone circostanti e arrivarono a Palermo dove misero a sacco gli uffici pubblici, impadronendosi della città. I Borboni avevano favorito la rivolta, soffiando sul pericoloso fuoco della disperazione, ottenendo un pesantissimo intervento governativo che acuì l’odio nei confronti del Piemonte che governava dalla capitale Firenze.

Le truppe al comando di Cadorna sbarcarono sull’isola diffondendo ancor più il colera. Le fucilazioni e gli arresti si moltiplicarono, con tribunali militari e rastrellamenti. Si contarono migliaia di morti, con la reazione popolare che non si fece attendere, soprattutto per l’aumento della pressione fiscale. Il colera poteva solo essere italiano, nemico, contro un’isola che, quindi, tanto italiana in quel momento di novella unità nazionale non si sentiva. Ogni azione del governo, anche la distribuzione di viveri e medicinali, non venne accettata, perché sospettata di essere soltanto un altro metodo per diffondere il morbo ed eliminare i popolani locali.

Nello stesso 1867, in Calabria i reazionari incolpavano del colera la scomunica da parte di Pio IX. Per fronteggiare il morbo, il popolo beveva litri di olio d’oliva e cercava di linciare gli untori. Anche in questo caso, borbonici e clericali alimentarono le credenze popolari sperando di poterne avere la meglio e di ripristinare lo status politico precedente.

Il prefetto di Cosenza addita anche i cittadini agiati ed educati, cioè colti, di credere nella diffusione del colera come veleno; oltretutto in Calabria era diffusa l’idea di una setta responsabile dei tumulti e in tal senso si organizzarono anche delle indagini. La psicosi dei veleni e degli untori, insomma, colpiva non solo l’immaginario collettivo della plebe, ma tutta la società civile.

Purtroppo un’epidemia di colera colpisce l’Italia anche nel 1884-85, ma il Paese risponde in maniera meno impreparata. Infatti, nel 1883 Koch ha scoperto la causa del morbo, un vibrione, che si debella già portando a ebollizione l’acqua.

Il governo, guidato da Depretis, mette in atto una azione efficace, con una strategia precisa e coerente: l’urto contro la malattia è la scrupolosa igiene personale, dei locali, l’isolamento, la disinfezione, la distruzione degli oggetti infetti.

Malgrado l’attacco delle opposizioni, la vigilanza in tutta Italia porta sicuri risultati, ma spiegabili anche con l’aumentata istruzione, una buona profilassi e buoni progressi economici. Tuttavia, l’idea degli avvelenamenti non passa: si crede ancora che gli ampollini dei medici, le polverine, le caraffine per contenere il colera, fossero un’azione politica o di qualcuno contro il popolo.

Il “Corriere della Sera” titola “Cose da Medioevo”, anche quando si credeva che l’Italia fosse cresciuta abbandonando le superstizioni. Addirittura si assicurava che gli avvelenatori, medici e farmacisti, venissero pagati 25 lire al giorno.

Sono passati anni, l’istruzione è migliorata in Italia, ma le superstizioni riappaiono prepotenti quando la situazione, soprattutto sanitaria, porta al panico collettivo.

Se infatti i Borboni dovevano diffondere il colera perché le bocche da sfamare erano troppe, erano i carabinieri a gettare in giro il morbo sotto Umberto. E non si fanno attendere anche le polemiche dalle colonne dei giornali, dal momento che il Sud italiano, Palermo in testa, era stato dipinto come in preda all’anarchia e alla barbarie, pertanto i giornali palermitani insorsero rispondendo per le rime.

Francesco Crispi, dalla sua, lamentava che il clero non aveva utilizzato la sua potenze spirituale e parzialmente temporale per convincere le persone che non c’erano veleni e untori. In effetti non era vero: il vescovo di Palermo e di Catania, ad esempio, avevano scritto ai preti di predicare che il colera aveva un’origine naturale, pertanto non solo doveva essere accettato come una calamità naturale, ma dovevano essere accettati anche gli aiuti dalle autorità, che ancora una volta al Sud non venivano considerati positivi.

C’era chi pensava addirittura, allora, che i preti avvelenassero l’ostia della comunione, proprio perché stavano con il governo.

Un buon curato, allora, doveva citare la Bibbia, dove era chiara l’origine divina della peste; metteva in guardia di non lasciare le case per paura degli untori, perché i ladri ne approfittavano ad arte per svaligiare le case e, inoltre, come poteva un prete stare dalla parte di un governo che non li amava affatto? In più, se già non ce n’era abbastanza, era chiaro che erano stati proprio i liberali ad inventare la storia del veleno in odio ai Borboni: una verità che, rivelata in quel momento, non portò comunque a convincimenti seri.

(continua)

prof.ssa Alessia Biasiolo