Il fascino francese per il crimine di strada

La prima guerra mondiale vide alcune problematiche relative ai furti, compresa la continuazione delle vicende di Lupin, ma portò anche alla conclusione di attività criminose reali, come quelle che erano in atto proprio in Francia.

Partirono, infatti, per il fronte, interi gruppi criminali che scorazzavano dagli inizi del Novecento nella capitale francese, divenendo un vero e proprio fenomeno di costume. I delinquenti furono arruolati in massa e la maggior parte di essi non fece ritorno a casa, ponendo fine, in modo drammatico, ad un periodo di soprusi, rapine, crimini che, tuttavia, mai come allora influenzarono la musica, la moda, il cinema.

Grazie ai banditi, la trasgressione divenne un mito al quale anche le classi più elevate guardavano con attenzione. A partire dai quartieri allora più periferici di Parigi come Montmartre, Bastille, Belleville, si diffusero verso zone più centrali (Maubert, Les Halles, Montparnasse) membri di bande dai nomi che erano tutto un programma: Vestiti Neri, Aristocratici, Cuori di Ferro, ad esempio. Armati di curiose pistole che potevano diventare pugno d’acciaio o coltello a doppia lama ripiegabile, vestiti con maglie a righe e portando un fazzoletto al collo di colore diverso a seconda dell’appartenenza alla banda, i malviventi presero il nome di Apache grazie ad un articolo apparso il 12 dicembre 1900 su “Le Matin”. Erano, infatti, anni di trepidante attenzione per le notizie che arrivavano dalla conquista del West americano e le tribù indiane d’America facevano notizia, così il giornalista francese Fouquier soprannominò le bande criminali dei bassifondi parigini “tribù di apache”. Termine che corse subito sulla bocca di tutti. I criminali avevano un codice proprio che capiva solo un altro membro della banda; assalivano i passanti, oppure i proprietari dei negozi, armati di bastoni, bottiglie, coltelli a serramanico e le famigerate pistole. Oppure avvolgevano il capo del malcapitato con un fazzoletto fino a provocarne l’asfissia per costringerlo a consegnare i propri beni. Oppure, mettevano in atto delle tecniche di lotta che diedero i natali alla boxe francese. La sera, poi, nelle varie bettole, si dilettavano con le loro donne a ballare una danza sfrenata, passionale e talvolta brutale che, però, attirava anche le dame della Parigi bene in cerca di una serata di follie. I banditi si lanciavano in una sorta di tango appassionato che arrivava a finti schiaffi e pugni, o a trascinare la dama per i capelli, in una danza che piaceva al punto da affollare i locali dove i delinquenti si davano appuntamento e da creare una vera e propria tendenza, anche per ballerini onesti. Le donne vestivano un grembiule rosso su un abito nero, con i capelli tagliati corti, simbolo di modernità e di emancipazione, e volteggiavano con i loro “banditi” sulle note dei valse di moda al Moulin Rouge. Alcune di loro divennero delle vere celebrità, proprio perché compagne dei banditi e per vicende di cronaca nera. La più famosa, Amélie, era soprannominata Casco d’oro per i suoi capelli e ispirò un film divenuto famoso nel 1952. Ancora oggi si pensa che quegli anni francesi, tra la fine dell’Ottocento e la prima guerra mondiale, si possano o si debbano rappresentare con quelle danze, quelle musiche e quelle figure che sembrano uscite da un romanzo, ma in realtà seminavano il terrore e rendevano Parigi una città malfamata e insicura.

 

Alessia Biasiolo

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